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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI BRESCIA

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.


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Adro (centro storico)

a c. di Stefano Favero


ALFIANELLO (resti del castello )

a c. di Marco Brago


Anfo (Rocca d'Anfo)

a c. di Stefano Favero


Bedizzole (castello)

a c. di Stefano Favero


Bornato (castello)

a c. di Stefano Favero


BRENO (castello)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito it.wikipedia.org

«La collina del castello di Breno è un ideale scrigno di 20.000 anni di vicende ambientali ed umane, di storia stratificata: dall'epoca postglaciale, all'avvento dell'uomo preistorico, dalla conquista da parte dei differenti poteri politici nella storia, fino ai nostri giorni, il suo fascino risultò e continua ad essere ancora oggi quello di fornire un ideale punto d'osservazione, proprio al restringimento della Valle, un notevole sito di controllo e difesa del territorio, scosceso ai lati e ricettivo alla sommità, un luogo d'incontro tra la terra ed il cielo. La prima costruzione d'epoca storica, che comparve sullo sperone di roccia che sovrasta il paese, fu sicuramente la cappella situata a nord-ovest: i dati archeologici e stilistici confermano la costruzione di un primo nucleo tra VIII e IX secolo e l'elaborazione successiva di ampliamento delle absidi, tra l'XI e il XIV secolo. L'intitolazione della cappella a S. Michele Arcangelo pare sia da ricondurre alla cultura longobarda o quella franca. La storia edilizia della chiesetta è piuttosto lunga e complessa: una cappella rettangolare con abside venne inizialmente costruita; poi ingrandita e dotata di una cappella funeraria gentilizia, forse dei signori della casa-torre, contenente cinque tombe fra cui una di bambino. L'edificio, attorno al XII secolo, fu poi mutato in chiesa romanica a due navate, forse una terza in legno venne stesa verso sud e, sul davanti, furono aggiunte una camera a volta e un campanile. Poco posteriormente la chiesa venne ritoccata e una tomba di adulto fu collocata all'esterno delle absidi. Seguirono poi una fase di riduzione, nella quale furono demolite la navata primitiva e la presunta parte a sud ed una di abbattimento e livellamento per fare posto al cortile del castello e la facciata venne incorporata nel muro di cinta.

Appartengono alla fase comunale e signorile (1100-1250, 1300-1425 ca.) le costruzioni civili del nucleo centrale della rocca sulla sommità della collina. Dei secoli XII e XIII sono:
- il grande "palatium" a due piani, forse residenza dei Ronchi, potente famiglia di feudatari guelfi, costruito a ridosso della scarpata nord, sfruttando un gradino roccioso a cui si addossava che fu demolito verosimilmente tra XIV e XV secolo (rimangono in loco un tratto di muro e la porta superiore col timpano triangolare);
- la torre adiacente (alta una ventina di metri e coronata in origine di merli guelfi), caratterizzata dai grandi blocchi di pietra a bugne "rusticate";
- la casa-torre, un edificio signorile a conci regolari, costruito su uno precedente, nel cortile sud-occidentale, alto più di dieci metri, con un tetto a due spioventi e porte simmetriche al piano superiore che davano accesso ai ballatoi.

L'intera cima della collina, poi, doveva essere chiusa da un muro di cinta, come indicano i tratti superstiti in opera muraria ordinata ed elegante e, all'ingresso principale doveva esservi la torre-porta, ancora in uso, che conserva alcune strutture chiaramente riferibili a quella funzione; vi erano poi altre costruzioni civili di cui rimangono solo alcuni indizi murari. Gli anni che vanno dalla fine del XIV secolo all'inizio della dominazione veneta (1427-1428), videro in Valle trasformazioni politiche, sociali ed economiche di grande portata: l'avvento della signoria milanese dei Visconti e le lotte con Brescia e Venezia; il tramonto del feudalesimo e l'emergere di una nuova economia basata sulla "ferrarezza". L'arroccamento di palazzi civili venne trasformato dai signori milanesi in roccaforte militare, destinata al comandante e alle sue guarnigioni; dove necessario, furono demoliti i palazzi, ma spesso furono conservati i muri utili e saldati insieme; si otturarono finestre e furono realizzate nuove costruzioni; si regolarizzò il grande cortile, con colmate di terra e macerie, si costruirono le cortine murarie della seconda cerchia - provvedendole di passerelle, camminamenti e scale in muratura e in legno - sfruttando abilmente la conformazione naturale della zona; si modificarono i merli guelfi in ghibellini.

Un nuovo attacco dei Visconti, nel corso del 1438, mise a dura prova il castello brenese, ma non appena Brescia si liberò dall'assedio delle truppe milanesi (1439-1440), Venezia le consegnò la soggezione di tutti i luoghi del territorio bresciano: in Valle si stabilirono il podestà e gli ufficiali bresciani; il castello di Breno venne restaurato dai danni subiti negli ultimi anni di guerra e destinato ormai esclusivamente ad uso militare. Fra Venezia e Milano la pace non durò a lungo: le truppe di Francesco Sforza, con i suoi cavalieri armati con la "stregoneria" delle armi da fuoco, dopo aver assoggettato la bassa Valle, sferrarono nuovamente l'attacco alla fortezza di Breno e, pur trovandovi una resistenza accanita, la fecero capitolare tra il 24 e il 28 febbraio 1454. Il 9 aprile 1454, la pace di Lodi mise fine alle contese tra Repubblica Serenissima e Ducato di Milano per il controllo sulla Valle: i territori bresciano e camuno passarono definitivamente sotto il dominio veneto. L'anno seguente, per evitare eventuali episodi di resistenza, Venezia ordinò e attuò la distruzione di tutti i castelli e rocche esistenti sul territorio valligiano, con l'esclusione di quello di Breno, che venne destinato a sede del reggimento locale, Cimbergo e Lozio, tenuti da famiglie schierate con la dominante.

In quegli anni di stabilità politica la rocca venne nuovamente ampliata e modificata, forse sotto la guida dell'ingegnere Giacomo da Gavardo: furono aggiunti la cerchia muraria più esterna, al limite dell'orlo sud e i bastioni a pianta circolare sul pendio sud-ovest; vennero rinforzate le difese sui fianchi della strada d'accesso con la costruzione di uno stretto corridoio sbarrato da tre porte successive e furono anche costruiti i vani con volta a botte, destinati a depositi e stalle. I nudi dati archivistici e i freddi reperti archeologici restituiscono un "Rinascimento" camuno inaspettato: le donne e i cavalieri, le armi e gli amori, le cortesie e le audaci imprese ripresero vita nel castello (grazie alla benefica impronta che il saggio governo veneto seppe esercitare sulle terre separate) che divenne così il fulcro della vita militare, politica e civile.

Nel 1508 a seguito della Lega di Cambrais, Luigi XII marciò contro Venezia, sconfiggendola e divenendo signore di Brescia, di Bergamo e della Valle; il 23 maggio 1509 il castello di Breno cadde in mano agli oppositori di Venezia e i Camuni iniziarono una strenua lotta di resistenza all'occupazione francese. Ben presto, subentrarono gli Spagnoli, che, già padroni del ducato di Milano, presero il sopravvento fino alla pace di Noyon, quando la Valle Camonica ritornò a Venezia. Con la stabilizzazione politica che era conseguita con il dominio veneto sulla Valle e a seguito della fedeltà dei valligiani a Venezia, già a partire dal 1518, la rocca, non più indispensabile per il controllo territoriale, venne privata del presidio di sei uomini.

Certo è che il castello, nella seconda metà del secolo, risultava "inhabitato": il capitano di Valle e gli altri funzionari avevano trovato sistemazione in paese. Già dal 21 marzo 1583 la Serenissima Repubblica di Venezia aveva perso l'interesse per la rocca, affidandola al Comune di Breno come investitura per una pensione annua e dichiarandosi contraria ai restauri, ormai inutili, a seguito della visita fattavi, il 18 giugno 1586, di un governatore veneto e del capitano di Brescia. Infine, il 16 aprile 1598, "acciò non rimanesse inutile quel suolo in paese angusto di sito" si vendette il "terreno entro le mura castellane di piò uno, tavole 59, piedi 10 et onze 6, posto a monte, parte al prato montivo, già detto il Castellazzo: il terreno fu assegnato al Comune brenese, rappresentato dal dottor G. B. Leoni, per 620 lire veneziane ed il 6 giugno stesso stendevasi l'istrumento di compera formale".

Per molti anni il complesso sistema di mura difensive divenne una cava di pietra per la costruzione delle case nel paese e la collina divenne un ideale spazio agricolo per le coltivazioni ortive. Dietro interesse di Fortunato Canevali, tra la fine del 1914 e la primavera del 1915, fu portato a compimento il restauro della torre maggiore e fu persino presentato il progetto di ricostruzione del resto del complesso e una proposta per il suo riutilizzo a museo: l'intervento ridonò una nuova vita alla rocca, rendendola nuovamente fruibile al pubblico, ma gli eventi bellici giunsero a sconvolgere i destini degli uomini e delle cose, impedendo la prosecuzione dell'intento. La cura per il castello durò pochi decenni se don Romolo Putelli, nel 1932, lamentava: "Oggi tra quelle mura "sacre" pel valore e pel sangue degli avi cresce l'erba, il vigneto ed è incomodo visitarne le suggestive rovine mancandovi un custode amoroso e pio". Ora il castello è agibile».

http://siti.voli.bs.it/itinera/04/castelli/breno/default.htm (a cura di Angelo Giorgi)


BRENO (torri)

Dal sito www.valcamonicaonline.it   Dal sito www.valcamonicaonline.it

«Breno annovera, oltre alle torri del castello [...], tre torri ancora ben visibili: la torre centrale (o di Via Mazzini), la torre Domenighini (o del Sale), la torre Pezzotti (o di Via Tonolini); resti di una torre si trovano anche in Via Cappellini, ma trattasi solo di quanto rimane della base, il tutto inglobato in una abitazione. La torre di Via Mazzini è indubbiamente medievale caratterizzata da grossi conci granitici con angoli particolarmente evidenziati, è a pianta di forma quadrata ed è alta una quindicina di metri. Le aperture non sono quelle originarie così pure la copertura a doppio spiovente. Pure la torre Pezzotti (ubicata vicino alla chiesa parrocchiale) è di origine medievale. È anch'essa costituita in granito ed ha base quadrata; ma è stata inglobata in una costruzione realizzata in tempi successivi, ad esempio sul lato che affaccia verso il cortile interno è stata realizzata, con buona probabilità nel XVI secolo un'apertura e un balconcino. Particolarmente interessante la volta dell'ultimo piano con una copertura ad ombrello tipicamente cinquecentesca. La torre Domenighini o del Sale conserva la sua struttura anche se è alquanto rimaneggiata, pesantemente mozzata e totalmente inglobata nell'abitazione. Di origine medievale, con probabile base quadrata, mostra grandi conci squadrati e finemente lavorati che caratterizzano i due prospetti ancora visibili. Molto interessante, a piano terra, l'antica bottega che conserva ancora le due vetrine speculari alla porta con cornici in pietra dalla lavorazione tipicamente rinascimentale. La torre è ubicata proprio accanto alla chiesa comunale di S. Antonio. Solo la torre di Via Mazzini è visitabile, munita di ascensore, accessibile all'handicap; le altre sono proprietà privata, ben visibili dall'esterno».

http://siti.voli.bs.it/itinera/04/torri_case_torri/torri_breno/default.htm (a cura di Lucia Morandini)


BRESCIA (castello)

Dal sito www.castellieville.it   Dal sito it.wikipedia.org

«Il Castello di Brescia è una fortezza di epoca medievale arroccata sul colle Cidneo, a ridosso del centro storico della città di Brescia. I primi insediamenti sul colle Cidneo risalgono all’età del bronzo, IX secolo a. C., ma la prima vera costruzione fu un piccolo tempio dedicato al dio celtico Bergimus. Il vero riorganizzamento del colle è da attribuire ai romani che alla fine del I secolo a.C. ne inserirono il perimetro all’interno delle mura cittadine. Sempre per opera dei Romani, nel I secolo d.C. fu eretto un tempio monumentale che doveva corrispondere quasi perfettamente alle dimensioni del Mastio visconteo: ancora oggi si possono osservare le antiche murature di sostegno e le fondazioni della scalinata entro quest'area. Con il passare dei secoli e grazie all’avvento del Cristianesimo, l’area del Cidneo assunse sempre più il ruolo di area sacra: viene costruito un martyrium paleocristiano dedicato a Santo Stefano, poi sostituito da una grande basilica, demolita nel XVIII secolo dopo lo scoppio di una polveriera, che l'aveva gravemente danneggiata. Della basilica rimane oggi solo una delle due torri di facciata, nota come Torre Mirabella, probabilmente costruita a sua volta su una torre scalare di epoca romana.

Durante l’alto medioevo le notizie riguardanti l’area si fanno sempre più rare, ma dall’anno mille in poi esse continuano ad aumentare, anche se non esistono informazioni esaurienti riguardo alle fortificazioni realizzate. Tra il 1237 ed il 1254 viene realizzato l’allargamento della cinta muraria che diede a Brescia l’aspetto che l’avrebbe caratterizzata fino alla fine del XIX secolo. In questo periodo l’area era costellata di mura di età romana e ricca di edifici religiosi, inoltre vi si svolgevano numerosi mercati e fiere. Durante la dominazione viscontea, vengono operati imponenti lavori di ristrutturazione delle difese cittadine: nel 1337 si ha la nascita della Cittadella Nova, una cinta muraria che partendo dal castello inglobava al suo interno gli edifici del potere ecclesiastico e civile della città, ovvero l'area del Broletto e dei Duomi, che al tempo erano il Duomo Vecchio e la cattedrale di San Pietro de Dom. L’unica testimonianza di questa ampia opera di ristrutturazione giunta fino ai giorni nostri è il Mastio, destinato a residenza del capitano della guarnigione con ambienti decorati con fasce policrome e motivi geometrici e floreali, solo in parte conservati. Nella stessa epoca, il Mastio fu inoltre circondato da un sistema difensivo costituito da sei torri, passaggi coperti e forse ponti levatoi. Viene tracciata la Strada del Soccorso, poi ampliata nel Cinquecento, via di fuga verso nord, spesso usata dagli avversari nei secoli successivi.

Nel 1426 Brescia passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, che si preoccupò immediatamente di ristrutturare le fortificazioni cittadine duramente colpite durante la guerra contro i milanesi, sfociando nel 1466 in una completa revisione delle mura cittadine che furono abbassate e circondate con terrapieni e fossati. Il castello fu interessato solo marginalmente da queste modifiche e le uniche opere di sistemazione riguardarono le torri che vennero modificate passando da una pianta quadrata a una circolare: di queste è sopravvissuta solo una torre del perimetro settentrionale. Nel 1509 l’esercito francese sconfisse quello veneziano e si impossessò di Brescia e del suo castello. Durante il periodo di dominio d’oltralpe, vennero intrapresi nuovi lavori di ampliamento e rinforzo delle mura che però non furono mai completati; ne fece però le spese il monastero di San Martino che fu demolito per fare posto alle mura che sarebbero dovute sorgere al suo posto. Fu proprio in questo periodo che Brescia attraverso il suo periodo più buio, contesa tra gli i padroni francesi e i veneziani che cercavano di riconquistarla. La repubblica marinara riprese la città nel 1512, al prezzo di molti morti ed enormi sacrifici, con apice della tragedia il 21 febbraio, quando si ebbe il sacco della città da parte di soldati di quasi ogni parte politica, dai francesi (che utilizzarono la Strada del Soccorso per entrare nella fortezza) ai guasconi, dai tedeschi agli svizzeri, anche cremonesi e mantovani.

Nella seconda metà del Cinquecento, con il ritorno dei veneziani e la stabilizzazione del governo, si procedette a ulteriori miglioramenti per colmare i difetti emersi durante la guerra, come l'ampliamento della Strada del Soccorso prima citato. Viene costruita di una nuova cinta bastionata: vengono dunque realizzati i baluardi di San Pietro, San Marco e San Faustino. Anche il baluardo della Pusterla sarà realizzato in questi anni. La fortezza viene anche dotata di edifici per il deposito delle vettovaglie (il Piccolo e il Grande Miglio), di forni, caserme, edifici religiosi, cisterne e polveriere. Per via dello spostamento della linea di conflitto con Milano sull’Adda e la conseguente concentrazione degli sforzi difensivi su Bergamo, termina in questo periodo la funzione strategica del castello, che la storia non vorrà mai più coinvolto in alcuna attività bellica, dando inizio a una lenta decadenza. Verrà potenziato solamente il sistema di difesa con molte postazioni di fuoco, ma per un lungo tempo il castello non riceverà ammodernamenti di rilevante importanza. Anche per questo motivo, nel 1796, Napoleone non ebbe difficoltà a conquistare Brescia dopo la capitolazione della Repubblica di Venezia. Anche sotto il dominio francese il castello non subì migliorie e fu utilizzato come prigione e caserma: stessa sorte gli sarebbe toccata poco dopo sotto il dominio austriaco. Nonostante ciò, il Cidneo era ancora un ottimo punto di difesa e di attacco: durante la rivolta delle Dieci giornate di Brescia, la popolazione si vide subire numerosi attacchi provenienti dalla guarnigione asserragliata nella fortezza.

Nel 1859 le truppe franco-piemontesi riconquistarono Brescia ed il castello tornò a essere utilizzato come semplice carcere militare. Poco tempo dopo il comune acquistò il colle e fu dato il via all’opera di restauro, che portò lentamente allo snaturamento militare della fortezza rendendola molto più simile al luogo che è oggi, ossia centro di svago e sede di eventi pubblici di Brescia. Nel 1904 fu organizzata al suo interno l'Esposizione Industriale Bresciana, evento economico di altissimo rilievo, inaugurata personalmente dal Re Vittorio Emanuele III. Per l'occasione si organizzarono importanti spettacoli folcloristici e diverse gare sportive. Viene inaugurato in questo periodo inaugurato il Museo del Risorgimento, collegato a Corso Zanardelli tramite una tramvia elettrica. Per l'occasione, il Castello fu bardato con un interessante rivestimento provvisorio in stile liberty sotto la direzione dell'ingegnere Egidio Dabbeni.

Nel XX secolo il castello ha ospitato varie esposizioni temporanee, il giardino zoologico, il museo di scienze naturali, quello del risorgimento e infine un parco urbano. Oggi il castello ospita il Museo del Risorgimento, il Museo delle Armi Luigi Marzoli, contenente armature e armi del periodo medievale, la Specola Cidnea e due ampi plastici ferroviari. È possibile visitare gli ambienti interni e nascosti della fortezza grazie a visite guidate dalla Associazione Speleologica Bresciana, che per anni ha condotto esplorazioni di passaggi e condotti, riportando alla luce percorsi ormai dimenticati.

Chiunque giunga a Brescia, da qualsiasi direzione, è l'imponente massa pietrosa del Castello a segnare il profilo panoramico della città. Il complesso di fortificazioni occupa un'area di circa 300x250 metri e ricopre completamente il colle Cidneo. Non avendo mai avuto specifica funzione come castello feudale, né tanto meno residenza signorile, si nota subito come la rocca sia ben inserita nel contesto cittadino e più ricca di edifici di culto e di carattere militare piuttosto che di strutture residenziali e direzionali nel senso stretto del termine. Al Castello si accede tramite un imponente portale monumentale cinquecentesco, attribuito a Giulio Savorgnan e realizzato su ispirazione delle forme di architettura militare di Michele Sanmicheli, ornato da un grande Leone di San Marco e dagli stemmi dei rettori veneti. Ai lati si possono ammirare i bastioni di San Faustino (a sinistra) e di San Marco (a destra). Varcato l'ingresso, seguendo il percorso a destra si raggiunge il bastione di San Pietro, incontrando anche un pozzo cinquecentesco al quale sono stati apposti, nel 1890, due leoni in pietra dello scultore Domenico Ghidoni. Seguendo il percorso di sinistra, invece, si nota prima il campanile dell'ex-santuario di Santo Stefano Nuovo, quindi si costeggia la Palazzina Haynau, così chiamata poiché da qui, nel 1849, il maresciallo asburgico Julius Jacob von Haynau diresse le operazioni militari contro l'insurrezione bresciana. Sul vasto piazzale sopra il bastione di San Faustino è posta una caratteristica locomotiva a vapore, uno dei simboli del Castello, che all'inizio del Novecento svolgeva il tragitto Brescia-Edolo. Sulla destra, presso la lunga palazzina degli ufficiali, si ha l'imboccatura della Strada del Soccorso. Oltre si incontrano gli edifici del Piccolo Miglio, oggi sede espositiva, e del Grande Miglio, dove è ospitato il Museo del Risorgimento. È qui anche l'ingresso al passaggio coperto che porta alla quattrocentesca Torre Coltrina. Salita la rampa si giunge alla cinta trecentesca con ingresso dotato di doppio ponte levatoio: sulla destra si eleva la Torre dei Prigionieri. Procedendo a sinistra si costeggia il Mastio, dentro la cui parete si possono ancora oggi notare tracce di merlatura ghibellina. Si giunge infine ai giardini settentrionali, con a sinistra la sommità della Torre Coltrina, al centro la Fossa dei Martiri (dove nel 1945 furono fucilati alcuni esponenti della Resistenza) e, a destra, la Torre dei Francesi. Dal ponte levatoio trecentesco, altrimenti, si può raggiungere la sommità della rocca con il piazzale della Torre Mirabella, dove si ha anche l'accesso al Mastio che ospita il Museo delle Armi Luigi Marzoli. All'interno, inoltre, sono visibili i resti delle fondamenta del tempio romano».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Brescia


Brescia (porta Bruciata, porta Paganora)

A sinistra, porta Bruciata; a destra, porta Paganora: dal sito www.ramperto.it   Torre di porta Bruciata, dal sito www.bresciaonline.it

  

«Tutti i bresciani degni di questo nome conoscono, si spera, Porta Bruciata. La ieratica via Musei finisce sotto il suo arco, lasciando il posto al più prosaico e mercantile Corso Mameli. Sotto di essa, in pochi metri di passaggio, un piccolo mondo: una chiesa, due negozi, due case, un ristorante. Osservando una cartina del centro storico di Brescia si può notare come la Porta si trovi esattamente nel mezzo dell’area circoscritta dalle mura venete. Nell’antichità e nell’Alto Medioevo non era evidentemente così: per i Romani questa era la Porta Mediolanensis, il confine occidentale della civitas cidnea. E Porta Milanese fu il suo nome almeno fino al 1184, quando fu colpita da un terribile incendio che era partito dalla zona di Sant’Agata devastando mezza città. Sempre in quell’anno, il Comune cominciò i lavori di ampliamento e rinnovamento delle mura romane e costruì così anche la torre che, più o meno rimaneggiata, possiamo vedere ancora oggi. Molti pensano (cioè molti tra quelli che pensano a queste cose…) che Porta Bruciata sia tutto ciò che rimane delle mura di quel periodo, il resto essendo stato inglobato, demolito, distrutto. In realtà non è così. Le case lungo via X Giornate sono state costruite addossandosi a quelle mura e all’interno di alcuni negozi pare sia possibile vedere ancora qualche traccia delle imponenti fortificazioni, senza contare lo splendido tratto di strada romana visibile nel negozio di un noto ottico. Inoltre un’altra torre, visibile da Piazza Loggia, dovrebbe far parte di questo complesso, ma forse è un rifacimento posteriore ... Non solo. Esiste un’altra porta turrita, ancora visibile eppure stranamente ignorata da segnalazioni e guide. Si tratta di Porta Paganora, anticamente posta nel cantone sudoccidentale della cerchia romana e ora seminascosta dai portici e dal Teatro Grande. ...

Mentre Porta Bruciata è ben visibile e soprattutto posta su una strada frequentatissima, Porta Paganora viene attraversata poche volte e la sua torre è quasi totalmente nascosta. Entrando sotto l’arco delle due porte, la somiglianza degli elementi architettonici è decisamente notevole. Entrambe presentano due archi a tutto sesto in pietra, ognuno dei quali è rinforzato da tre archi concentrici di mattoni nella parte interna. Accanto a questi sono ancora presenti i grossi cardini in ferro sui quali giravano le porte. A Porta Bruciata, sul lato orientale, sono ancora visibili le guide entro le quali probabilmente scorreva un grosso cancello. Le dimensioni degli androni sono pressoché identiche. Sotto Porta Paganora vi sono almeno due elementi degni di nota. Il primo è un arco tamponato nella volta di mattoni: Il secondo, a mio avviso molto interessante, è un blocco di marmo posto all’interno della parete settentrionale. In esso è ben visibile una scacchiera scolpita del tutto simile a quella che si vede nei gradini del Foro nella piazza omonima. Si tratta quindi di materiale di riuso ben più antico. Evidentemente i nostri antenati latini amavano molto quel gioco! Il nome Paganora dovrebbe derivare da Porta Paganorum, ossia Porta dei Pagani. Una delle ipotesi sull’origine di questo nome lo vuole testimonianza di uno dei più oscuri periodi della storia europea: i pagani non sarebbero stati altri che gli Ungari, che nella prima metà del X secolo compirono innumerevoli incursioni distruttive e mortifere in mezza Europa. ...».

http://www.ramperto.it/paganora-porta-dimenticata/#.UleQhFC-068


BRESCIA (torre Pallata, torre del Pegol o del Popolo, torre Teofila)

Dal sito www.arifs.it   Dal sito it.wikipedia.org

     

«Torre Pallata. La torre alta 31 metri a pianta quadrata (10,6 metri per lato) si erge sopra un massiccio basamento a grosse bugne di pietra di Botticino. Venne eretta nel 1254 probabilmente a difesa della porta di S. Giovanni o forse venne costruita per contenere la cassa del Comune. è sicuramente uno degli esempi più interessanti dell'architettura medievale bresciana. Sulla facciata ovest nel 1461 venne apposto l'orologio mentre la parte superiore ( i merli in cotto e la torricella) venne aggiunta durante il restauro della torre avvenuto tra il 1476 e il 1481. La fontana venne creata nel 1596 dallo scultore trentino Carra sulla base dei disegni del pittore e architetto orceano Bagnadore».

«Torre del Pegol o del Popolo. è un edificio in mattoni alto circa 54 metri, annesso al palazzo Broletto in piazza Paolo VI a Brescia. Non si conosce con esattezza ne la data ne l'origine di questa costruzione medievale, ma si trovano alcune tracce in alcuni manoscritti del XII secolo, in cui si sottolinea la particolare resistenza dell'edificio che resistette ad un violento terremoto nel 1159 che provocò circa 20.000 morti. Nel 1178 ai suoi piedi nacque la Laubia lignorum, prima sede del governo della città di Brescia, mentre nel 1235 venne innalzata la nuova Campana Militum, campana in bronzo che fungeva da richiamo per le truppe cittadine in caso di attacco nemico, finché dal 1434, sotto la dominazione veneziana, fino ad inizi del 1800, vennero ordinate numerose e continue ristrutturazioni del campanile e della campana, che ne modificarono in parte la struttura. A seguito di queste ristrutturazioni venne sostituito anche l'antichissimo orologio che scandiva il tempo cittadino, di cui non si ha più alcuna traccia, e l'antica campana, di circa 800 Kg, che venne fusa per ricavarne quattro più piccole, tutt'oggi presenti nella sommità della torre. Venne poi utilizzata dagli austriaci come roccaforte durante le dieci giornate di Brescia, passo ripreso anche dal poeta bresciano Angelo Canossi. La torre si compone di quattro livelli ben visibili. Il primo al piano terra è formato da un grande basamento in pietra bianca di Botticino. Il secondo livello è percorso longitudinalmente da uno stretto tunnel di due metri, mentre il terzo livello che rientra ancora nelle alte muraglie dell'antico palazzo è collegato al quarto ed ultimo livello da una scala interna, modificata poi nel XVI secolo ad opera di Dionisio Bolda, in uno scalone elicoidale. Dopo alcune ristrutturazioni moderne, la torre è tornata visitabile dalla cittadinanza nel 2007».

«Torre Teofila. è un'antica torre di Brescia, della quale oggi rimane solamente un brano murario inglobato nel retro di palazzo Martinengo Palatini, all'angolo tra via Fratelli Porcellaga e vicolo degli Asini. La torre risale alla fine del XII secolo e doveva far parte delle fortificazioni di Porta Sant'Agata, nell'ambito della prima cinta muraria di epoca comunale edificata a partire dal 1174. Cadute in disuso queste mura con le successive espansioni della città, nella seconda metà del XV secolo la torre, o ciò che già allora ne rimaneva, viene probabilmente acquistata dai Martinengo assieme ad altri terreni nei pressi di piazza del Mercato, dove la famiglia costruisce un proprio palazzo. A partire dal 1672 il palazzo quattrocentesco viene completamente riedificato per volere di Teofilo Martinengo, dal quale la torre trae il nominativo. Non è chiaro, però, attraverso quale collegamento: probabilmente Teofilo fu presunto come il suo costruttore. L'identità turrita dell'edificio, se ancora persisteva, viene completamente cancellata dall'intervento seicentesco. Negli anni '30 del Novecento l'ultimo brano murario che ancora ne testimoniava l'esistenza rischia di scomparire nell'allargamento di via Fratelli Porcellaga, promosso nell'ambito dei lavori di revisione urbanistica del centro storico cittadino che, poco più a nord est, stavano concretizzandosi con l'apertura di piazza della Vittoria. La via viene effettivamente allargata, ma l'intervento non porta alla totale scomparsa del rudere, che viene solamente ridotto. Della torre rimane solamente un breve paramento murario con bugne di pietra, inglobato alla base dell'angolo di palazzo Martinengo Palatini tra via Fratelli Porcellaga e vicolo degli Asini. Sul rudere è affissa una lapide commemorativa a ricordo dell'eroica resistenza dei fratelli Lorenzo e Luigi Porcellaga, che danno il nome alla via, morti nei pressi durante il tragico sacco francese di Brescia del 1512».

http://www.bresciainvetrina.it/bresciaarte/pallata.htm - http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Pegol - http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Teofila


Calvagese della Riviera (castello)

a c. di Stefano Favero


Capriolo (castello)

a c. di Stefano Favero


Carpenedolo (castello)

Dal sito http://halleyweb.com   Dal sito http://halleyweb.com

«Il Castello di Carpenedolo è un'antica roccaforte risalente all'XI secolo di Carpenedolo, in provincia di Brescia. La struttura si erge sullo storico Monte Rocchetta che sovrasta il paese. Il castello, attestato come esistente nel 1043 quando la struttura venne ceduta in permuta al vescovo di Brescia Oldarico, appartenne nel XIII secolo alla famiglia bresciana dei Poncarale, guelfa. Nel 1237, in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Federico II, il maniero, assieme al castello di Casaloldo, venne distrutto dalle truppe ghibelline di Reggio, alleate dell'imperatore. Ciò che rimane dell'antico maniero è la Torre vecchia, a pianta quadrata e dotata di merli, associata ai resti di murature appartenenti a un castello. Ai piedi della torre si conservavano in passato anche i resti di un fossato (redefoss). La torre venne ricostruita, sui resti del torrione precedente, nel XIV secolo, per volere di Bernabò Visconti, e di nuovo nel 1650. La torre è stata dichiarata nel 1917 monumento nazionale italiano e nel 2006 è stata sottoposta a lavori di restauro».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Carpenedolo


Carzago Riviera (resti del castello)

a c. di Stefano Favero


Carzano (palazzo Martinengo)

a c. di Stefano Favero


CIMBERGO (ruderi del castello)

Dal sito www.lontanoverde.it   Dal sito http://digilander.libero.it/marcolazzarini/

«...La rocca di Cimbergo, con il suo castello, è sicuramente uno dei siti più suggestivi e preziosi dell'intera Valle Camonica; è sufficiente pensare al valore storico delle restanti mura che si ergono spesse e maestose sin dal XII/XIII secolo, oppure, salire sulla rocca stessa per capire il senso di potere e di dominio che si poteva respirare lassù. Circondata da un impressionante complesso alpino - la Concarena da una parte e il Pizzo Badile dall'altra - la rocca di Cimbergo custodisce oggi importanti "documenti medievali" (le rimanenti mura) che aggiunti alle numerose incisioni rupestri del territorio sottostante (il sito archeologico di Campanine che fa parte della Riserva Regionale delle Incisioni Rupestri di Ceto-Cimbergo-Paspardo) non possono che valorizzare il territorio e renderlo rilevante per il patrimonio culturale e storico dell'intera Valle Camonica.

Il castello di Cimbergo, come altre fortificazioni poste sulle alture di rilievi camuni e bresciani, affonda le sue radici storiche in una serie di vicissitudini avvenute nel corso dei secoli. Infatti, se oggi non restano che pochi ruderi su quello che fu molto sicuramente un punto strategico di difesa, è vero anche che il castello fu palcoscenico di fatti ed eventi che cambiarono la storia delle popolazioni dell'area. Non si può non ricordare a tal proposito l'impiccagione dei trentotto abitanti di Cimbergo che si erano ribellati nel 1361 ai Visconti di Milano, evento tragico, voluto proprio da Bernabò Visconti che seminò terrore e angoscia nel Popolo camuno e che negli anni successivi procurò molte altre vittime. Oggi il castello, o ciò che resta di esso, rappresenta la sintesi inconfutabile della storia delle popolazioni avvicendatesi attorno all'importante rocca. Molto probabilmente la sua costruzione fu dettata dalla necessità di difendersi, fin dai primi secoli del Medioevo, dalle frequenti e devastanti invasioni barbare in particolare da quelle degli Ungari che nell'899 si erano spinti dal Brenta verso la pianura bresciana e verso la Valle Camonica. Il complesso fortificato fu utilizzato poi dal Barbarossa come "alloggio" ove soggiornò durante le sue frequenti visite in Valle avvenute tra il 1154 e il 1164.

La rocca si distingue come luogo privilegiato che fa da sfondo a fondamentali avvenimenti storici, tra queste investiture di notevole interesse: la prima di cui si ha testimonianza risale al 1153, quando il Vescovo di Brescia infeuda Cimbergo a Lanfranco V. Più tardi divenne protagonista delle frequenti lotte tra Guelfi e Ghibellini i quali proprio in quel luogo firmarono una pace nel 1378 tra le più importanti, visto che fu seguita da quella firmata a Breno nel 1397 e destinata a durare. Passato poi ai conti di Lodrone, dopo il 1440, il castello fu ampliato ed adibito a dimora: dopo la pace di Breno, infatti, regnava in Valle un insolito periodo di tranquillità e la maggior parte delle fortificazioni militari divennero vere e proprie abitazioni di signori locali. In ultimo il castello fu donato a varie famiglie del luogo, ma conobbe la sua decadenza a partire dal XVIII secolo, in seguito ad un incendio che lo distrusse completamente lasciando alla nostra ammirazione solo ciò che vediamo oggi».

http://siti.voli.bs.it/itinera/04/castelli/cimbergo/default.htm (a cura di Magda Stofler e Antonio Capitanio)


Cividate Camuno (torre Civica o Federici)

Dal sito http://itineraribrescia.it   Dal sito http://itineraribrescia.it

  

«Del borgo medioevale di Cividate vi sono molti resti perlopiù adattati al tessuto abitativo successivo e più difficili da identificare rispetto alla grande torre che è rimasta pressoché intatta. Il borgo era costituito, infatti, da una serie di piccoli nuclei fortificati chiusi, con all'interno un'area aperta contornata da edifici; ogni nucleo aveva un ingresso con portale. La torre civica infatti si raggiunge passando sotto un portale in pietra terminante ad ogiva che introduce in un camminamento coperto per poi arrivare ad un cortile interno. La torre di fondazione tardo duecentesca subì uno stravolgimento, forse in seguito ad un crollo, nel Trecento e da allora compare l'insegna della famiglia Federici su una chiave di volta di una finestra; si pensa però che non fu il ramo principale delle nobile e bellicosa famiglia camuna. I lavori continuano anche nel XV secolo dove viene completata la parte terminale con le merlature a coda di rondine. Evidenti sono i conci di riutilizzo tra cui alcuni scolpiti come quello inserito come chiave di una finestra ad arco tondo riportante un mascherone: è probabile, come per altri già visti a Bienno e databili al XII-XIII sec., che avesse una funzione scaramantico-apotropaica. Osservando le finestre si intuisce la diversità di forma, grandezza e materiali, forse il risultato di ricostruzioni con il reimpiego di vari pezzi. Sulle stesse facciate convivono strette feritoie e grandi finestre: le prime danno più l'idea di una struttura fortificata, mentre le seconde, datate alla fasi edilizie successive, sono più da dimora signorile e hanno tolto alla torre l'idea di fortezza. Sul portale a pian terreno verso sud-ovest si trova incisa la data 1390 a cui probabilmente si riferisce il termine dei lavori compiuti dalla famiglia Federici. A questa datazione dovrebbe coincidere, in linea generale, l'aspetto attuale dell'edificio. Nel lato che guarda verso sud, si trova un altro ingresso formato da un portale inserito in resti di muratura. L'edificio è uno dei pochi interamente visitabile in tutta la Valcamonica: dopo il recente acquisto e messa in sicurezza da parte dell'amministrazione comunale di Cividate la torre può ospitare il visitatore tramite un sistema di scale e piani interni che arrivano fino alla sommità. Dall'interno ci si può affacciare per vedere il borgo, la chiesa di S. Stefano e parte dell'area archeologica dall'alto».

http://www.cividatecamuno.gov.it/servizi/menu/dinamica.aspx?idArea=8882&idCat=16968&ID=16993 (a c. di Federico Troletti)


Coccaglio (torre "romana")

a c. di Stefano Favero


Dello (castello)

a c. di Stefano Favero


Desenzano del Garda (castello-ricetto)

a c. di Stefano Favero


DRUGOLO (Castello Averoldi o Castel Drugolo)

   Dal sito www.scuolelonato.it      Dal sito www.minniti.info

«La costruzione del castello di Drugolo, borgo antichissimo, forse di origine longobarda, è fatta risalire al secolo X. Sulla fine del trecento venne ricostruito nelle mura sue perimetrali.Passò in proprietà a parecchie famiglie nobili: Griffi, Pandolfo Malatesta, Malagnino da Padenghe, i Vimercati di Milano. Questi ultimi, il 21 gennaio 1436, lo vendettero con atto notarile alla famiglia Averoldi. Ora è di proprietà dei Baroni Lanni della Quara. Costruito su un alto muro di scarpa, sopra un tracciato quasi perfettamente quadrato, riprende forse un perimetro anteriore di età medievale. Ha un ponte levatoio e le merlature intermedie terminanti in una merlatura ghibellina. Oltre il piazzale sorge una cappella gentilizia del XVIII secolo».

http://comune.lonato.bs.it/italian/drugolo.php?iExpand1=39


Erbusco (borgo, torre campanaria)

a c. di Stefano Favero


GAINO (resti del castello)

Dal sito www.nikobeta.net   Dal sito www.nikobeta.net

«Monte Castello di Gaino è un rilievo fortemente scosceso a nord dell'abitato di Toscolano-Maderno. A quota 800 m. s.l.m. trova posto una fortificazione, accessibile solo da nord-est attraverso uno stretto sentiero. Cospicui sono i ruderi visibili lungo il pianoro. Si tratta principalmente di un muro rinforzato da contrafforti, l'edificazione del quale sembra che soddisfacesse due esigenze: da un lato circoscrivere e proteggere uno spazio interno di circa 500mq, nel quale allocare due o più abitazioni; dall'altro sorvegliare e intercettare i sentieri conducenti in cima, sulla quale si impiantava una torre, forse un piccolo mastio, utilizzata come vedetta e, probabilmente, come ultimo baluardo difensivo. Studi preliminari hanno, inoltre, appurato che il lungo muro di cinta contraffortato, spesso più di un metro, venne costruito con doppio paramento e riempimento interno. Il paramento esterno si presenta ancor oggi realizzato con perizia e appoggiato al sottostante strato di roccia. Il paramento interno si presenta, al contrario, grossolano in fondazione e più regolare nella parte che fuoriesce dal terreno. Mancando cenni nelle fonti storiche, solo i dati materiali aiutano a collocare cronologicamente il sito. Alcuni reperti permettono una datazione preliminare intorno al VI sec. d.C., sebbene ricognizioni e piccoli saggi di scavo abbiano confermato una frequentazione dei luoghi già in epoca preistorica (Mesolitico - Neolitico). Le dimensioni modeste, la buona qualità della muratura esaminata, la posizione di estremo isolamento, sono elementi che permettono di giudicare i resti su Monte Castello di Gaino alla stregua di una postazione difensiva militare, con buona probabilità legata ai grandi castra, costruiti in pianura o in collina, con il compito di sorvegliare il medio lago e di rendere meno agevoli al nemico le vie di accesso ai percorsi interni».

www.icastelli.it/castle-1257813477-castello_di_gaino_monte-it.php (a cura di Giuseppe Tropea)


GORZONE (castello dei Federici)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito http://centroculturaledifranciacortaesebino.blogspot.com

«Ubicato al culmine del centro storico di Gorzone, frazione di Darfo Boario Terme, il castello è in una posizione strategica proprio a difesa del territorio che collega la Valle Camonica alla Valle di Scalve. Questo castello, appartiene al tipo "luogo forte e dimora signorile". La costruzione del complesso viene fatta risalire ai primi decenni del 1300, ovvero al periodo di maggiore potenza della famiglia Federici che lo realizzò e che lo possedette fino alla metà del 1800. All'esterno si presenta particolarmente austero, mentre all'interno le soluzioni architettoniche e la presenza di materiale lapideo originario ne dimostrano la ricchezza. Da notare l'aggiunta di elementi tipicamente rinascimentali come i portici, le logge esterne e la cappella cinquecentesca, dedicata a S. Giovanni Battista, ben visibile subito dopo il maestoso portale d'ingresso.

Percorrendo la strada acciottolata che porta all'ingresso del fortilizio è percepibile nell'angolo nord-est l'aggetto di un muro a scarpa, a grossi conci, che è la base di una torre, poi demolita parzialmente e divenuta invece sostegno di un terrazzino. Su questo prospetto si apre l'accesso principale dal portale in arenaria, con arco a sesto acuto lieve, che conserva nella serraglia l'aquila imperiale, con a destra lo stemma degli Scaligeri ed a sinistra lo stemma dei Federici. Attorno al portale ancora percepibile un frammento di intonaco rinascimentale con un elegante motivo a dischi alternati a palmette. Il riquadro dipinto sopra il portale, contenente lo stemma dei Federici, è di epoca più tarda. Questo prospetto si conclude con un corpo di fabbrica aggiunto successivamente, in cui si apre un portale seicentesco in arenaria, con arco a tutto sesto, caratterizzato da conci bugnati alternati dimensionalmente e nella serraglia uno stemma federiciano. In corrispondenza di quest'ultimo corpo si trovano, a piano terra, interessanti massi incisi che documentano la storicità del complesso.

All'interno troviamo un grande androne coperto da una volta a crociera con due arcate che si aprono sul primo cortile. Da osservare sulla parete destra due portali binati di notevole fattura, mentre sulla parete sinistra troviamo i resti dell'antico corpo di guardia. Decisamente interessante il cortile per la presenza, a piano terra, di arcate sorrette da colonne in arenaria con capitelli di notevole raffinatezza definiti da foglie grasse dove colpisce, come in altri elementi lapidei, la presenza pressoché costante degli stemmi della famiglia Federici. Al piano primo, sul lato ovest, oltre alla loggia quattrocentesca sono ancora presenti due finestrelle tardo gotiche, mentre sul lato nord ed est troviamo un ballatoio in legno chiuso da balaustra intagliata con piastrini a viola. Degne di attenzione le molteplici aperture sulle differenti facciate sia per la caratterizzazione tipologica, sia per la lavorazione della pietra.

Gli ambienti che si affacciano al primo cortile sono caratterizzati al piano terra da una grande cucina dalla quale si accedeva a due gallerie, oggi non più praticabili, che portavano una al fiume e l'altra in una casa del borgo sottostante. Una grande scala conduce ai saloni con pareti dipinte a motivi rinascimentali, anche se con buona probabilità frutto di un restauro del primo quarto del XX secolo. Di notevole interesse la volta carenata del primo salone, le sedute a lato delle finestre strombate e le porte accoppiate ancora originali con struttura muraria a grossi conci. Da notare i due caminetti uno con stemma federiciano, datato 1495, e uno con stemma scaligero datato anch'esso allo stesso anno, quest'ultimo probabilmente eseguito proprio durante gli interventi dei primi anni del Novecento. Al secondo cortile si può accedere sia dal primo, sia dal portale seicentesco sopraccitato, questo cortile è particolarmente interessante per la struttura a logge e per la presenza di tutti gli elementi lapidei che le caratterizzano, da osservare nei parapetti della scala la presenza di scacchiere graffite».

http://siti.voli.bs.it/itinera/04/castelli/gorzone/default.htm (a cura di Lucia Morandini)


ISEO (castello Oldofredi)

   Dal sito www.cooptur.it      Dal sito it.wikipedia.org

«Il Castello Oldofredi di Iseo sorge in favorevole posizione, su una collinetta al centro del nucleo storico del paese. Si presenta a pietra viva con pianta rettangolare fornito di massicce torri angolari, costruzione di carattere essenzialmente difensiva fu distrutta a più riprese. Attualmente, dopo decenni di abbandono, si sta lentamente effettuando un restauro conservativo. Si può accedere liberamente al piano terreno del castello, dove si trovano la biblioteca, un piccolo museo della guerra ed il chiostro. Per chi volesse fruire invece anche del primo piano e dei torrioni, dai quali si puň godere di una splendida vista sul lago, è necessario contattare il Comune di Iseo e fare richiesta».

www.icastelli.it/castle-1235247317-castello_oldofredi_di_iseo-it.php (a cura di Andrea Orlando)


LONATO (Casa del Podestà)

   Dal sito www.comune.lonato.bs.it      Dal sito www.ccacquabella.it

«La Casa del Podestà sorse verso la metà del Quattrocento quale sede del rappresentante di Venezia, cui era demandato il controllo del territorio. Lonato fu sottoposta alla dominazione della Serenissima Repubblica di Venezia dal 1441 per oltre 350 anni, interrotti solamente dal breve governo del marchese Francesco Gonzaga (dal 1509 al 1516). Dopo che Napoleone cedette Venezia all'Austria, la Casa del Podestà passò prima di proprietà del demanio austriaco (che ne fece una caserma) ed in seguito al comune di Lonato che si disinteressò completamente dell'edificio. La Casa del Podestà - Fondazione Ugo Da Como Nel 1906 venne acquistata ad un'asta pubblica dall'allora avvocato e deputato liberale Ugo Da Como. Questi, consapevole dell'importanza storica del luogo, la fece completamente "restaurare" dal maggiore architetto bresciano: Antonio Tagliaferri (1835-1909). L'intento del committente era quello di restituire l'antica dignità all'edificio veneto corredandolo di una serie di arredi adeguati che ne facessero una Casa-museo da abitare, secondo una moda molto diffusa tra '800 e '900. La dimora lonatese venne vissuta inizialmente soprattutto durante il periodo estivo da Ugo Da Como († 1941) e dalla moglie Maria Glisenti (†1944). La Casa del Podestà - Fondazione Ugo Da Como L'identità di questa dimora borghese, abitata sino al 1944, si è mantenuta inalterata sino ad oggi. La Casa fa parte oggi di un complesso monumentale di straordinaria bellezza, dominato dalla grandiosa Rocca visconteo-veneta. Questo insieme di edifici, porzione dell'antica "cittadella" lonatese, appartiene ad una Fondazione privata che Ugo Da Como volle istituire alla sua morte e che prese avvio nel 1942».

http://www.fondazioneugodacomo.it/casa_del_podesta.htm


LONATO (rocca)

   Dal sito www.comune.lonato.bs.it      Dal sito www.leviedellarte.org

«Il Castello di Lonato, comunemente denominato Rocca, si erge sulla sommità di uno dei rilievi dell'anfiteatro morenico che domina la parte meridionale del lago di Garda. Il versante sud di questa collina accoglie il centro storico dell'abitato di Lonato, la cui estrema periferia si estende oggi fino a lambire le prime testimonianze della pianura padana. La fortificazione, destinata prettamente ad esigenze di ordine militare e difensivo, si presenta come una delle più imponenti di tutta la Lombardia; la sua pianta irregolare rivela infatti una struttura lunga quasi 180 metri e larga mediamente 45 metri. Due sono i corpi che, a livelli differenti, la compongono: la Rocchetta nella parte più alta e, più in basso, quello che è denominato il Quartiere Principale. Nonostante la lunga dominazione dei Visconti e degli Scaligeri, l'intero complesso, composto da grossi ciottoli morenici, presenta una merlatura di tipologia guelfa, frutto sicuramente di semplicistici restauri eseguiti in passato. Al Castello si accede dal suo lato meridionale tramite una porta ed un ponte levatoio restaurati e ripristinati nel 1980 da un intervento curato dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici. Sul lato destro dell'ingresso principale si apre una postierla per il transito pedonale, mentre nella parte superiore, in una nicchia, è conservato una leone di S. Marco, simbolo della dominazione veneta. Prima dell'ingresso, sempre sulla destra, si innalza la massiccia struttura in ciottoli e mattoni del baluardo, sulla cui sommità esistono ancora tracce di incavi che possono essere interpretati come alloggi di bocche da fuoco poste a difesa della fortificazione.

Varcato l'ingresso, sulla destra sono visibili i resti dei locali di servizio del corpo di guardia, attraverso i quali, nella parte sottostante, si può accedere alla Casamatta del baluardo. Percorsa una breve rampa, dal lato sinistro ci si immette nel Quartiere Principale che conserva ancora i resti di camini delle caserme per l'alloggio delle truppe (4), un locale dotato di ampio forno ed un pozzo per la raccolta dell'acqua piovana. Un portale ad arco a sesto acuto immette nel Quartiere di Tramontana, alla cui estremità sono visibili i resti di una postazione di avvistamento e di artiglieria venuti alla luce nella metà degli anni Ottanta. Percorrendo a ritroso il cammino di ronda, dal quale si è in grado di godere di uno spettacolare panorama del lago di Garda, si giunge all'ingresso della Rocchetta a fianco del quale si può notare la solida struttura del maschio, dotato di prigione. Superato l'ingresso, sul lato destro si possono osservare gli ambienti restaurati del quartiere di Monizione attraverso i quali ora si è in grado di raggiungere la sommità del Maschio, punto più alto di tutta la Fortezza. Il fianco meridionale, dal quale si gode di un'ottima vista sul centro storico del paese e su buona parte della pianura, conserva ancora i resti di alcuni ambienti, ridotti praticamente al solo pavimento. Parallela al lato interno orientale della Rocchetta si erge la Casa del Castellano, antica dimora del responsabile della Fortezza, che presenta una pianta rettangolare. I locali del piano rialzato, che contengono (unico elemento architettonico degno di nota) un camino di epoca rinascimentale, accolgono attualmente il Museo Civico Ornitologico. Sotto di essi si apre un vasto seminterrato - un tempo magazzino o stalla - ora trasformato in moderna sala conferenze. Sul retro della Casa sono state portate alla luce alcune cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, al cui rifornimento provvedeva anche il pozzo di acqua sorgiva tuttora visibile nei pressi del fabbricato. Nell'angolo nord orientale si apre la Porta di Soccorso dotata di una lunga e stretta scalinata che scende fino alla base esterna del castello, dove, in una nicchia scoperta nel 1838, furono rinvenuti alcuni scheletri umani. Nello stesso anno venne demolito il rivellino che provvedeva alla difesa della porta stessa. Il lato settentrionale della Rocchetta è caratterizzato dalla presenza di resti di altri ambienti la cui funzione è di difficile interpretazione».

http://www.fondazioneugodacomo.it/castello.htm


LONATO (torre Civica)

Dal sito www.comune.lonato.bs.it   Dal sito www.ccacquabella.it

«Il più caratteristico monumento storico lonatese è la torre maestra (55 mt. d'altezza), la cui costruzione fu iniziata nel 1555. Faceva parte del complesso delle fortificazioni ora distrutte. La cupola a forma di "cipolla", che sormontava la torre, venne modificata nel 1880 con una breve sopraedificazione ornata di merlatura. Funzione importante per la popolazione era svolta dal suono delle campane che dalla torre regolavano la vita dei Lonatesi e venivano suonate a martello nei casi di pericolo. L'orologio vi fu installato nel 1773 da Domenico Crespi di Cremona; funzionava a contrappesi in pietra simili a paracarri. Ora tutto è stato elettrificato».

http://comune.lonato.bs.it/italian/Torrecivica.php?iExpand1=99


LOZIO (resti del castello dei Nobili)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.delbeneedelbello.it

«Il castello dei Nobili di Lozio, attualmente di proprietà comunale, sorge a circa 1200 m di quota, sopra la frazione di Villa, al di sotto di un aggettante riparo roccioso che, per la sua originale conformazione e in seguito ad interventi di modellatura naturale ed artificiale, si è ben prestato ad accogliere una fortificazione. Prima del recente intervento di recupero si presentava come un rudere abbandonato che metteva in evidenza un unico grande ambiente, due stipiti d'ingresso, alcuni mozziconi di muratura, risultando quasi completamente interrato dai crolli delle masse rocciose sovrastanti e delle murature interne. Celato poi alla vista da una folta vegetazione interna ed esterna, è rimasto nascosto per molto tempo al punto che persino molti storiografi del passato hanno scambiato la torre più a monte per il castello. In seguito agli scavi archeologici degli anni 1998-1999 da parte della Società Archeologica Padana, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, dopo aver reciso la vegetazione, smontato le strutture non pertinenti al corpo di fabbrica del castello, svuotato gli ambienti dal terreno di frana, rimossi i crolli delle coperture e scavato i locali fino al piano di calpestio, è emersa la struttura nel suo insieme che ha permesso di ridefinire la pianta castellana. Il maniero presenta una planimetria di circa 300 mq calpestabili con 2 corti e 8 locali, uno dei quali segnalato come torre probabilmente a due piani. [...]

La storia del castello dei Nobili di Lozio per molti secoli coinvolse l'intera comunità, la storia di una famiglia si è fatta storia di un paese e di più vallate e di un governo regionale, dal ducato di Milano alla Repubblica di Venezia. Secondo la maggior parte degli storiografi che si sono occupati di questa fortificazione, il castello di Villa sarebbe stato edificato tra il 1200 e il 1300, ma sulla scorta dell'ipotesi avanzata dagli archeologi dell'Arecon di Vigonza, circa le tre fasi edificatorie, il primo nucleo potrebbe essere stato costruito anche tra il 1100 e il 1200. I proprietari o committenti del fortilizio sono stati quasi sicuramente alcuni membri (se non i capostipiti medesimi) della potente famiglia Nobili, (discendente dai Nobili del feudo di Omegna della Verbania e insediatisi in Val di Scalve), che nel XIV sec. si pose alla guida di tutti i feudatari guelfi della Valcamonica.

Rimane tuttora aperta la questione dell'abitabilità di questo singolare maniero. I signori di Lozio dimoravano quassù tutto l'anno o soltanto nella stagione estiva o addirittura solo nei periodi di pericolo incombente? Il dilemma non è di facile soluzione. Se guardiamo alle dimensioni attuali del castello con i suoi dieci vani, di cui alcuni potevano essere a due piani, con la presenza di spazi artigianali, di dispensa, di sicuro utilizzo di mulino e telaio, si potrebbe pensare ad una residenza stabile. Se guardiamo invece alla proprietà di numerose case in Villa, all'esistenza di un'autentica contrada Nobili, sottostante al castello, con una presunta galleria di collegamento, allora si dovrebbe optare per una residenzialità stagionale o saltuaria. Il fatto certo è che non si tratta di un fortilizio per il presidio di armati, in quanto più a nord, 90 metri al di sopra del castello, a quota 1290 s.l.m., collegata con una gradinata esterna che parte dal vano N del castello, esiste una grande torre di guardia, a due piani, a pianta ovoidale, che poteva contenere numerosi soldati. Da questa si domina e si controlla l'intera valletta di Lozio, le quattro frazioni, gran parte del torrente Lanico, la località Monti di Cerveno, il passo di Mignone che collega con l'altipiano di Borno, si vedono le cime del Pizzo Camino, del monte Sossino, del monte Ezendola e della Concarena. A nord della torre di avvistamento parte un sentiero che raggiunge la cima delle Valli Piane, la cima Crap, il passo Valzelazzo, il passo ai Canali di Vai Piane e il passo del Lifretto che immette nella Valle di Scalve e permette di raggiungere Schilpario.

A detta dello storico G. Rosa la famiglia Nobili di Lozio compare nei documenti già nell'anno 1313, ma è con Baroncino II Nobili (1340-1410) e con Bartolomeo Nobili (investito nel 1465) che la famiglia raggiunse il massimo della potenza e della notorietà. Con il primo personaggio il castello fu al centro dell'attenzione in quanto sembra che nella torre sia avvenuto l'eccidio della sua famiglia, ad opera dei Federici di Erbanno. Baroncino II Nobili, sicuro della fedele sudditanza degli uomini di Lozio, forte dell'alleanza con gli Scalvini che gli fornivano il ferro per forgiare le armi nel suo forno fusorio di località Resone, capo politico-militare delle famiglie guelfe dei Griffi di Losine e di Niardo, degli Antonioli di Grevo e Cimbergo, dei Pellegrini di Cemmo, dei Ronchi e dei Ghiroldi di Breno, dei Gandellini e dei Lupi di Borno e di molte altre, superbo per la posizione imprendibile della sua rocca, ferrato nell'arte della guerra, contendeva gran parte della media Valcamonica alla potente famiglia ghibellina dei Federici. Tra il 1373 e il 1403 aveva compiuto efferatezze in molte valli bergamasche, contribuito all'ammazzamento di Ambrogio Visconti, figlio di Bernabò, sotto il castello di Cisano, raso al suolo la torre del Dezzo, razziato bestiame sui monti di Bienno, ucciso il conte di Lovere, spodestato assieme a Giovanni Ronzoni il vescovo Guglielmo Pusterla di Brescia amico della duchessa Caterina Visconti. Approfittando della contesa tra Gian Maria Visconti e Pandolfo Malatesta per il predominio sui feudi di Bergamo, di Brescia e della Valcamonica, nel dicembre del 1410 Giovan Federici di Erbanno e suo fratello Gerardo Federici di Mù organizzarono una spedizione militare per uccidere Baroncino.

Il commando degli assalitori probabilmente salì dalla strada delle viti, raggiunse le attuali località Annunciata e Rocca e quindi il centro di Borno, sede di podesteria ghibellina. Da qui raggiunse i Piani di Lova e penetrò nella Val di Lozio dal passo di Mignone ed attese che facesse buio. La famiglia Nobili probabilmente si trovava nella sua dimora castellana in quanto, pur essendo inverno, il momento era incerto visto lo scontro in atto tra i Visconti e il Malatesta. Quest'ultimo, alleatosi con i veneziani aveva ottenuto grandi risultati conquistando la città di Brescia, acquistando la città di Bergamo, sottomettendo molte terre della bassa bresciana e nel settembre del 1410 anche Lovere, Costa, Angolo, Masino, Anfurro, Monti e Trenzano. Tuttavia si sapeva che l'avanzata del capitano Nicolò da Tolentino al servizio del Malatesta non poteva durare molto giacché gli si contrapponeva il più forte capitano di ventura Francesco Bussolati detto il Carmagnola, assoldato dai Visconti. Il commando federiciano probabilmente si divise in due drappelli, il primo salì verso la torre e il secondo raggiunse il castello. Mentre scoppiarono i primi tafferugli con le guardie castellane, una volta suonato l'allarme i Nobili probabilmente salirono dalla scalinata esterna con l'intento di raggiungere la torre e poi di fuggire per il sentiero dei monti. Ma giunti alla torre vi trovarono il primo drappello degli assalitori. Quassù vennero uccisi Baroncino e la sua consorte, il figlio Pietro e probabilmente i fratelli Tonino e Bonuxio. L'ipotesi di questi ammazzamenti poggia sull'analisi dell'albero genealogico e quello del luogo dei delitti sul ritrovamento nel sottosuolo della torre di una stele con un'incisione cuoriforme a significare che al capo guelfo fu tolto il cuore, barbara usanza in voga nel medioevo.

I Federici però non distrussero né la torre né il castello, si limitarono a cancellare dalla chiave dell'arco d'ingresso lo stemma dei Nobili. Infatti le perizie archeologiche hanno accertato che le due fortificazioni non sono state distrutte ma sono crollate col tempo, inoltre con l'avvento di Venezia il castello ritornò ad essere abitato dal nipote Bartolomeo Nobili. Infatti il 18 aprile 1428 la Repubblica di Venezia restituì il castello e la torre di Villa a Bartolomeo e Pietro Nobili e riunì il comune di Lozio alla Valcamonica, sottraendolo alla giurisdizione di Scalve. Bartolomeo Nobili, nuovo capostipite della dinastia post-eccidio prese il posto del temuto Baroncino, ne aumentò il prestigio familiare e superò lo zio nelle gesta e nella fama. Si distinse a partire dal luglio del 1438 allorquando il nuovo capitano di ventura visconteo Niccolò Piccinino (il Carmagnola era passato al servizio di Venezia) diede inizio alla terza guerra tra Milano e Venezia. Con due distinte armate, una proveniente da Pisogne e l'altra da Corteno muoveva alla conquista della Valcamonica ponendo assedio al castello di Breno. In questa vicenda i Nobili di Lozio con i loro armati intrapresero azioni di guerriglia attaccando alle spalle le truppe e gli accampamenti viscontei. Nel 1450 saliva al potere del ducato di Milano Francesco Sforza e nel 1453 iniziava una nuova guerra tra Milano e Venezia. Il neo-duca molto interessato all'acquisizione della Valcamonica inviò ben tre eserciti capitanati rispettivamente dai condottieri Morello Scolari, Sagromoro Visconti e Bartolomeo Colleoni. L'imperativo era quello di espugnare i castelli di Breno e di Lozio. A settembre, il primo esercito guidato da Morello Scolari, dalle bocche di Lovere salì per la media Valle ma fu inizialmente bloccato nelle vicinanze di Malegno dalle schiere di Bartolomeo Nobili e da quelle di Pietro Brunoro, capitano di valle della repubblica di Venezia. A novembre al quartier generale dello Scolari, situato nella piana di Cividate si unirono gli altri due eserciti sforzeschi e fu deciso un assalto più massiccio al castello di Breno.

La resistenza della fortezza veneziana fu eroica ed eccezionale per almeno tre mesi. I Nobili di Lozio, per vie traverse rifornivano gli assediati di uomini, armi e provviste alimentari. Ma ai primi di dicembre i 1500 cavalieri del Colleoni ebbero la meglio sui resistenti. Caduta la fortezza brenese si doveva espugnare il castello di Lozio in cui s'erano asserragliati Bartolomeo Nobili con i suoi quattro figli e l'armigero Giacomo Ronchi di Breno. Le difese del castello e della torre di guardia furono affidate a Giovannino del Lupo a cui ubbidivano gli ufficiali Lodovico e Mondino di Lozio. La fortuna arrise ai Nobili in quanto lo Scolari fu richiamato per un'altra missione e al Colleoni fu impartito l'ordine di conquistare la sua città: Bergamo. L'assedio al castello di Lozio fu demandato esclusivamente al condottiero Sagromoro Visconti. Costui non troppo valente nelle imprese militari vista la pessima stagione, l'altitudine del sito, l'asprezza della valletta e l'impraticabilità delle strade preferì l'azione diplomatica all'assalto e inviò a più riprese diversi ambasciatori per patteggiare la resa. Puntualmente da gennaio a marzo del 1454 le ambasciate vennero respinte. Sulla fine di marzo le milizie di Sagromoro salirono per la Val di Lozio e accerchiarono il castello dei Nobili. Ma una seconda volta la fortuna arrise a Bartolomeo Nobili. Il Colleoni era passato segretamente al servizio dei veneziani e il 9 di aprile venne stipulata la Pace di Lodi tra Milano e Venezia. Lo stesso Colleoni ritornò in Valle con 3000 cavalieri, liberò le prigioni del castello di Breno e tolse l'assedio a quello di Lozio. Per la strenua resistenza e l'indefessa fedeltà a Venezia Bartolomeo Nobili acquisì il titolo di Campione di Lozio e della Valcamonica. Quando nell'anno successivo Venezia ordinò l'abbattimento di tutte le fortificazioni nemiche, quella di Lozio venne risparmiata unitamente a quella di Breno e di Cimbergo».

http://siti.voli.bs.it/itinera/04/castelli/lozio/default.htm (a cura di Giacomo Goldaniga)


Lumezzane (torre Avogadro)

Dal sito www.antonellaabbatiello.it   Dal sito www.ecodellevalli.tv

«Situata sull'altura al centro di Lumezzane Pieve, da cui si domina la valle, la torre, di impianto quattrocentesco, fu presidio degli Avogadro, signori di Lumezzane. Il da Lezze nel 1609 ricorda che questi nobili "Alloggiano quando vanno fuori in una torre in forma di Palazzo con buone commodità". L'edificio di severo impianto fortificato era circondato da un fossato con acqua ricavata dal Regnone. L’ingresso doveva essere dotato di ponte levatoio Nel 1706 la torre fu sottoposta a radicali lavori di restauro e risistemazione con la realizzazione delle lesene in pietra locale (4 per parte) sulle facciate, del cornicione e del lanternino sul tetto (distrutto poi nel XIX secolo). All'interno la zona del seminterrato era adibita a prigione; fuori terra si elevano tre piani voltati più il sottotetto (al piano nobile si ha un ambiente a doppia altezza). All'esterno fino all'Ottocento esistevano anche dei poggioli poi scomparsi. La torre fu proprietà dei Lechi dei Facchinetti e degli Zani e fu acquistata dal Comune nel 1865. Fu sede di uffici comunali e delle scuole elementari. L’edificio è stato recentemente restaurato».

http://www.invaltrompia.it/rubriche/fortificazioni/lumezzanetorre.htm


MEANO (castello-palazzo Avogadro)

Dal sito www.comuniterrebasse.it   Dal sito www.comuniterrebasse.it

«Bellissima dimora signorile, molto simile ad un castello difensivo, ma che non svolse funzioni militari. Lo si può definire un palazzo a forma di castello, utilizzato dai nobili proprietari come dimora durante le battute di caccia nel territorio. Fu edificato alla fine del secolo XV dagli Avogadro, del ramo dei patrizi veneti, probabilmente sul progetto del celebre Pietro Avogadro citato in molti testi storici "padre della patria" per il ruolo ricoperto in servizio di Brescia e della Serenissima durante le tante battaglie svolte sul nostro territorio, contro l’esercito milanese dei Visconti. Del castello principale non sono rimasti che due lati, quello verso la strada a monte e quello a sera verso il parco. I muri, fatti di mattoni rossi scoperti creano un simpatico effetto cromatico nel verde della campagna circostante. All'estremo del lato di monte vi è un rivellino con portone che un tempo era chiuso con un ponte levatoio, e tutto in torno vi girava un fossato alimentato da una delle tante roggie che percorrono il territorio di Corzano. All'interno un ampio cortile termina nel lato verso ovest con un portico a cinque arcate a tutto sesto, sostenuto da colonne in pietra bianca e capitelli fogliati. Su due colonne sono ancora visibili gli stemmi dei due casati principali proprietari del castello: il primo, in fascia doppiomerlato, porta le iniziali di Luigi Avogadro, il secondo partito, riporta l'aquila dei Martinengo. Sopra il portico è pregevole il loggiato cinquecentesco composto da undici archi e colonne, che termina sulla scala scoperta, che scende al piano terra nel cortile. Nei locali interni ampi e originali saloni con soffittature lignee a cassettoni, rendono vivace l'ambiente grazie alle loro decorazioni. La parte più pregevole è senza dubbio la sala al pian terreno. Le volte affrescate con scene di vita quotidiana da Floriano Ferramola nel 500, si alternano a stemmi dei casati Avogadro-Martinengo. Nell'Ottocento il castello fu acquistato dalla famiglia Bozzi, di origini pavesi, che restaurò parte dei locali interni e le bellissime cornici in cotto dei finestroni esterni. Attualmente appartiene alla famiglia Terenzi ereditaria dei beni».

http://www.comuniterrebasse.it/edifici-storici.html?id=63


Menzino (rocca Martinengo)

a c. di Stefano Favero


Mompiano (castello Malvezzi)

Dal sito www.terramica.eu   Dal sito www.mabedo.it

«In cima alla collina di San Giuseppe, nell'unico tratto pianeggiante, si erge da secoli una austera costruzione in pietra, il 'Castello Malvezzi' [XV secolo]. Più che un castello, di cui ha perso l'antica cinta difensiva (rimane solo una muraglia all'ingresso, ritmata da feritoie), la costruzione è una villa fortificata. ... Nel desiderio di valorizzare al massimo lo storico luogo, si è provveduto a restaurare la Cappella gentilizia adiacente al Castello. Qui, al riparo delle ampie volte, riposano ed invecchiano nobili bottiglie di ogni genere e provenienza raccolte in anni di studi e ricerche. Sono catalogate in una Carta dei Vini, definita dagli esperti 'una vera e propria enciclopedia del buon bere, straordinaria per varietà, profondità e chiarezza espositiva'».

http://www.residenzedepoca.it/matrimoni/scheda_location.php?id_location=castellomalv


Moniga del Garda (borgo fortificato-ricetto)

a c. di Stefano Favero


Monte Isola (borghi, palazzi, rocche)

a c. di Stefano Favero


MONTECCHIO (ruderi del castello dei Federici)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Foto Luca Giarelli, dal sito it.wikipedia.org

«Il castello di Montecchio fu un'importante rocca di costruita in posizione strategica per il controllo della bassa Valle Camonica in un punto dove un ponte congiungeva le due sponde del fiume Oglio. Sorgeva sul dosso a sud del Monticolo, monticello di arenaria posizionato nel centro della vallata, luogo già frequentato in epoca antica come mostrano le incisioni preistoriche dei "Corni freschi". Pur essendo definito "di Montecchio" il castello sorgeva sul versante occidentale del fiume Oglio, ovvero nel comprensorio di Darfo. Un importante documento storico del 21 maggio 1200 si ricorda un accordo effettuato tra i signori di Montecchio (tra i quali è citato "Lanfranco capo dei Federici") e Vicini della corte di Darfo riguardo alla spartizione di alcune isole create probabilmente da un'esondazione del fiume Oglio che divideva le due comunità. In questo documento è espressamente citato "Castro Darvi". Nel 1249 Giovanni e Teutaldo figli di Saporito, e Teutaldo Pagnono di Montecchio ricevano privilegi da Brescia, per la quale avevano recuperato l'"arcem et locum de Montegio", presumibilmente caduto in mano alla fazione antibresciana camuna.

Negli "Statuti contro i ribelli di Valcamonica" emessi dal Comune di Brescia nel 1288 si vede come il castello fosse stato nuovamente riconquistato dalla parte antibresciana (a quel tempo legata alla famiglia Federici) e la città in cambio della cattura del "Castro, rocha et terra de Montegio" prometteva mille libbre imperiali. A seguito della Transictio del 1291 il castello rimase sei anni sotto il controllo di un podestà scelto dal Capitano del Popolo di Milano, Matteo Visconti (il quale era intervenuto come arbitro tra le due parti), per poi passare allo scadere dei sei anni nelle mani del Comune di Brescia. Nel 1415 il castello è sotto il controllo di Pandolfo III Malatesta, e ne fa castellano di rocca tale Ziletto de Londres, sostituito nel 1416 da Maimosio Foresti. Nel 1427 Francesco da Bussone, detto il Carmagnola, occupa la rocca per la Repubblica di Venezia e decreta la distruzione del castello. Forse una ulteriore distruzione si ebbe nel 1455 quando la Serenissima decretò l'abbattimento di tutte le rocche della Valle Camonica. All'inizio del XX secolo rimaneva il basamento di una torre ed un sotterraneo con volta a botte e tracce di affreschi (chiamato bus dei pagà)».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Montecchio


MONTICHIARI (castello Bonoris)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.gardanotizie.it

«L'esistenza di una fortificazione in Montichiari è attestata per la prima volta nel 1107 da un atto che menziona proprietà del monastero mantovano di S. Tommaso di Acquanegra "in territorio curtis et castri de Monteclaro". Non è certo se questa struttura difensiva - la cui origine sulla scorta di altri documenti di dubbia attendibilità potrebbe risalire almeno alla seconda metà del X secolo - sorgesse nel sito del più tàrdo castello situato sul colle di S. Pancrazio o coincidesse piuttosto con una parte dell'abitato medievale che si articola nei due nuclei di Borgo Sopra e Borgo Sotto posti al piede del versante W dello stesso rilievo. è peraltro da rilevare che nel 1185 è testimoniato nell'ambito del territorio di Montichiari un "astrum vetus ipoteticamente identificabile con quello che comprendeva la chiesa di S. Zeno sita sul rilievo omonimo poco a S del colle di S. Pancrazio. Un castrum, dalle caratteristiche non meglio specificate, è comunque sicuramente attestato sul colle nel 1167. La fortificazione, che all'epoca risulta almeno in parte di proprietà dei conti Longhi (un ramo della potente consorteria nobiliare che tra il X e la fine del XII secolo costituì il potere forte nell'area confinaria tra Brescia e Mantova a cavallo del fiume Chiese), appare ben distinta dall'abitato monteclarense. In essa, nella seconda metà del XII secolo - secondo quanto si evince dai testimoniali di un celebre processo del 1228 - i conti disponevano di un "pulchrum et magnum pallatium" nonché di "domos et casamenta", in parte tuttavia già diruti ai primi del XIII secolo in seguito alle devastazioni portate dal Comune di Brescia nel 1167.

Nella proprietà o nell'uso del castello, sempre nella seconda metà del XII secolo, si erano comunque già inseriti alcuni milites e gli "homines de Monteclaro" che pattuirono con i Longhi di "murare castrum" e di costruirvi (o ricostruirvi) case, a condizione che tanto le cortine quanto le domus, a reciproca tutela, non fossero merlate. Accanto al palatium esisteva anche la non piccola chiesa di S. Tommaso le cui robuste strutture romaniche, ben visibili in fotografie del 1890, scomparvero nella quasi totale demolizione del castello voluta dal conte Gaetano Bonoris che entro i primi anni del Novecento riedificò il complesso in fantasiose forme neomedievali circondandolo di un grande parco. Questa distruzione e i rifacimenti mimetici delle poche murature originali rendono problematica la ricostruzione dell'impianto fortificato medievale che subì peraltro altre trasformazioni ed ampliamenti fra il XIV e la metà del XVII secolo, epoca quest’ultima in cui il castello manteneva ancora alcune funzioni difensive e militari. Il riesame della cartografia e dell'iconografia storica, degli scarni rilievi prodotti prima delle demolizioni, unitamente ad una ricognizione ancora sommaria delle sopravvivenze in alzato nell'area del castello e nel sottostante abitato, i risultati dei saggi archeologici eseguiti durante la sistemazione del parco, hanno permesso tuttavia di delineare una schematica e affatto provvisoria ricostruzione planimetrica del complesso e di precisare la cronologia di alcuni momenti della sequenza fortificatoria bassomedievale.

Sulla scorta dei dati finora acquisiti il nucleo più antico del castello appare essere il recinto superiore che occupa la punta estrema N del crinale del colle di S. Pancrazio, racchiudendo un'area approssimativamente triangolare di circa mq 2800. In questa zona, come documentano le immagini e le mappe ottocentesche, si trovava la chiesa di S. Tommaso che sporgeva fortemente dalla cortina orientale con oltre metà della navata, terminata da una grande abside semicircolare impostata su un'alta costruzione in conci ben lavorati. Al lato S della chiesa, sfruttando anch'esso il ripido scoscendimento del versante (e liberando quindi spazio all'interno del recinto) si addossava un imponente edificio rettangolare disposto su almeno quattro livelli. La densa stratificazione di paramenti e aperture di diverso tipo che si intravede nelle fotografie scattate prima della demolizione ne fa ipotizzare un origine ben antica e quindi un'identificazione con il palatium già esistente nel XII secolo. Questo primo recinto, del quale si conservano brevissimi tratti della cortina occidentale a paramento in semplici ciottoli, era dotato di tre accessi: una postierla adiacente l'estremità S del grande edificio cui si accedeva tramite una rampa protetta, una grande porta-torre scudata in ciottoli e filari regolari di laterizi posta al centro della cortina meridionale e un'ulteriore porta turrita della quale è stato scavato il robusto basamento scarpato, in ciottoli e più rari mattoni, prominente dalla cortina occidentale. Mancando ogni rapporto con i resti della cinta non è comunque dato stabilire se tutti e tre gli accessi fossero già presenti nell'impianto di XII-XIII secolo.

È invece più probabile che già a questo periodo sia da riferire un tratto di potente muratura angolata della quale è stata rinvenuta la fondazione una quindicina di metri a occidente del vertice SW del recinto. Tale struttura - che per evidenze stratigrafiche precede il XIV secolo - fa ipotizzare l'esistenza di un propugnacolo, se non di un ulteriore ampliamento fortificato rivolto verso l'abitato di Borgo Sopra, già nell'impianto più antico. La costruzione in questa zona di una vera e propria lizza è invece sicuramente attestata, in un momento successivo, dai resti consistenti di una estesa muraglia che collegandosi ai vertici NW e SW del castello superiore recingeva un'area allungata di quasi mq 3000 sul versante occidentale del colle. La nuova cerchia si apriva a N verso l'abitato con una porta-torre con ponte levatoio della quale sono leggibili i resti nella ricostruzione del Bonoris, mentre si intestava a S contro un solido mastio a doppio corpo su base scarpata che, come hanno rivelato lo scavo archeologico e la rimozione della vegetazione, fu impostato sui resti della cortina F. La tecnica muraria in corsi regolari di ciottoli regolarizzati da filari di laterizi e alcune feritoie a strombo gradonato non consentono che una generica datazione di queste strutture tra la seconda metà del XIII e gli inizi del XV secolo. La presenza nel mastio di esatti cantonali a denti di sega in mattoni, soluzione tipica delle fortificazioni scaligere, suggerisce tuttavia che la lizza non sia stata realizzata prima del dominio dei signori veronesi sul Bresciano (1332-1337). 

Una cronologia più tarda rimane comunque possibile dato che la stessa tecnica fu ancora utilizzata dai Visconti nella costruzione del grande pontediga di Valeggio sul Mincio (1393-1395). Allo stesso periodo è inoltre attribuibile - sulla scorta di sicuri rapporti stratigrafici e per la ricorrenza in più punti delle medesime caratteristiche tecnologiche - la costruzione della cerchia merlata, in parte sopravvissuta, che facendo capo al mastio e alla porta settentrionale della lizza circondava con un percorso turrito di quasi 400 metri il nucleo centrale dell'abitato di Borgo Sopra. Rimane invece per il momento mal definita e non data bile una quarta amplissima area fortificata, ancora esistente nel 1643, che si estendeva per circa mq 20000 sul crinale oltre il fossato S del castello concludendosi a meridione con un'ulteriore torrione o castelletto detto la Mirabella. Questi per sommi capi i tratti essenziali della vicenda delle fortificazioni di Montichiari che verrà approfondita con ulteriori indagini archeologiche e archivistiche preliminari ad una pubblicazione sul Medioevo monteclarense».

http://www.archeologiamontichiari.it/rassegna-stampa-scheda.asp?id=46 (a cura di Andrea Breda)


Mù (ruderi del castello)

Foto Luca Giarelli, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.delbeneedelbello.it

«Partendo dall’antico abitato di Mù, lasciata la piazzetta al centro del paese si imbocca una stradina che in qualche centinaia di metri porta a ciò che rimane della rocca dei Federici (rocca di Mů). Sono muri perimetrali di fondazione, un pozzo, dei piani urbanizzati a servizio del castello, il ricordo di un passato grandioso e tumultuoso come quello di questa nobile famiglia camuna. I Federici di Erbanno si insediano in Alta valle a Sonico, Edolo e Vezza d’Oglio verso il 1300. Raggiungono il massimo splendore quando viene loro affidata nel 1411, su nomina del vicario imperiale Giovan Maria Visconti, la contea di Edolo e Dalegno comprendente tutta l’alta Vallecamonica. Esercitano in questo periodo un controllo diretto dei passi del Tonale e dell’Aprica possedendo il castello di Ossana e avendo componenti a Teglio e a Bormio in Valtellina. La rocca, edificata probabilmente dopo il 1200, fu fatta distruggere da Venezia, assieme alla quasi totalità delle torri e dei castelli di Valcamonica nel 1455 quando si stanziò stabilmente in valle. All’interno dell’area e nelle zone adiacenti, a testimonianza dell’interesse che questo luogo ha avuto per gli uomini anche nella preistoria, esistono numerose coppelle di varie dimensioni alcune delle quali distribuite in moduli di otto. Quello che colpisce è il gran numero e la presenza di grandi coppelle contornate e frammischiate a coppelle più piccole quasi a formare una parte di volta celeste con stelle e pianeti».

http://www.delbeneedelbello.it/bene_2010.aspx?IdRisorsa=2609


Nadro (casa-torre)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito http://itineraribrescia.it

«La casa-torre di Nadro è un edificio medievale che sorge al centro dell'abitato e a partire dal quale si sviluppò il centro storico del paese. La torre, a base quadrata, è alta oltre 30 m e misura esternamente circa 5,50 x 5,50 m ed internamente 2 x 2 m. Lo spessore dei muri varia tra 1,70 m alla base e 1,30 m al terzo piano. La muratura è costituita da conci di arenaria, graniti e pietre calcaree di dimensioni variabili. Non si conosce la data di costruzione del fortilizio, tuttavia sembra che nel XIII secolo esistesse una torre di proprietà vescovile, acquistata e rimaneggiata nel 1423 dalla famiglia Gaioni».

http://sketchup.google.com/3dwarehouse/details?mid=72855b9f115c50437ae29ac8282420d


NIGOLINE (palazzo Torri)

Dal sito www.infranciacorta.bs.it   Dal sito www.comune.cortefranca.bs.it

«Tra le colline moreniche del lago d'Iseo e i verdeggianti vigneti della Franciacorta si erge maestoso Palazzo Torri, splendida villa nobiliare fortificata del Seicento, edificata dai Federici della Corte sul luogo di un più antico presidio militare cinquecentesco, rinnovata nel Settecento dai Peroni di Brescia con arredi e decori barocchi per essere una “villa di delizie” ed infine arricchita ed ampliata dai Torri alla fine dell’Ottocento. Paolina Calegari Torri e il marito Alessandro la trasformarono in un vero e proprio “cenacolo culturale” frequentato da ospiti illustri, dove si svolgevano feste, incontri, dibattiti e iniziative culturali. Si annoverano scrittori e poeti come Giosuè Carducci, Antonio Fogazzaro e Giovanni Pascoli, pittori e scultori come Francesco Michetti, Antonio Salvetti, Franz Lenbach, Hugo Freiherr Von Habermann, Serafino Ramazzotti e Domenico Trentacoste, compositori e musicisti quali Paolo Chimeri e Adele Bignami Mazzucchelli, uomini di Chiesa e di Stato come il vescovo Geremia Bonomelli e il ministro Giuseppe Zanardelli ed infine intellettuali, scienziati, uomini di pensiero e aristocratici delle più importanti famiglie bresciane.

Alla fine del Novecento, dopo importanti lavori di restauro che hanno restituito l'antico splendore agli interni del palazzo, Palazzo Torri ha aperto i propri battenti al pubblico per far conoscere, con visite guidate e iniziative culturali, questa dimora storica e per mettere le sale affrescate a disposizione di iniziative private quali ricevimenti nuziali, banchetti, convegni, mostre, manifestazioni culturali e artistiche. Tutte le camere sono ammobiliate con arredi di varie epoche e sono a disposizione degli ospiti per trascorrere un piacevole soggiorno immersi nella storia e nella bellezza della Franciacorta. La visita guidata porta a scoprire gli ambienti esterni ed interni del palazzo. Un viale alberato conduce alla corte della dimora dominata da un'imponente facciata seicentesca caratterizzata da un monumentale portico con alte arcate in muratura a pian terreno, finestre rettangolari al primo piano e una fascia in mattoni che separa dalle aperture del sottotetto. L'altana è di epoca successiva, realizzata dai Torri nel 1870. Dal cortile si accede alle scuderie, ancora integre, realizzate nello spazio originariamente corrispondente al presidio militare cinquecentesco, dietro il quale si trova il brolo e un ninfeo della metà del Settecento.

A pianterreno si trovano sia ambienti di servizio, come la Stanza del Pozzo, originariamente posto all'esterno, la Cucina Antica, caratterizzata da un grande camino in pietra di Sarnico, che precede una grande cucina industriale moderna atta ad ospitare qualsiasi tipo di attività gastronomica, che ambienti di rappresentanza. Si trovano infatti la la Sala da Pranzo, dove si possono osservare raffinate porcellane decorate a mano da Antonia Torri Miotti, la Sala della Musica, così denominata in riferimento alla raffigurazione di strumenti musicali sulla volta affrescata nel 1741 su committenza dei Peroni, la Biblioteca e la Sala del Biliardo caratterizzate da volte con affreschi settecenteschi e il Salone di rappresentanza che sfoggia decorazioni ottocentesche e mostra, sopra il camino di marmo bianco di Botticino, la raffigurazione dello stemma nobiliare dei Torri. Uno scalone in pietra di Sarnico, con elegante ringhiera in ferro battuto, porta al piano superiore dove si accede alla Galleria, caratterizzata da un soffitto con travetti lignei dipinti e una fascia decorativa di gusto barocco, che espone alcuni dipinti con ritratti degli antenati della famiglia. Da qui si raggiungono la Stanza Rossa, con soffitto seicentesco a cassettoni ingentilito da decorazioni dorate e la Camera del Vescovo, dove spirò Geremia Bonomelli nel 1914.

Il pavimento in seminato veneziano mostra il solco lasciato dai passi dei numerosi amici e fedeli che accorsero al suo capezzale. La stanza è caratterizzata da mobili in stile impero ed espone un ritratto di Paolina Calegari Torri, realizzato dal pittore Roberto Venturi. Negli ambienti adiacenti si trovava l'appartamento privato di Paolina, che vi soggiornava esclusivamente nel periodo estivo. Nel giardino della villa si possono ammirare maestose piante plurisecolari come gli splendidi cedri Deodara, per poi spaziare con lo sguardo sulla sconfinata campagna ricca di vigneti che circonda questa antica dimora. Dopo il 1995 l’attuale proprietà ha compiuto opere di restauro conservativo e di adeguamento funzionale all’insieme del palazzo, vincolato dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali, dotandolo di moderne attrezzature per organizzare ricevimenti, feste, convegni, manifestazioni culturali e artistiche, con possibilità di soggiorno negli ambienti della dimora storica. Palazzo Torri è ancor oggi centro di attività culturali grazie alle iniziative dell'Associazione Culturale Cortefranca».

http://www.infranciacorta.bs.it/torri/storia.htm


Orzinuovi (castello o rocca di San Giorgio)

a c. di Stefano Favero


PADENGHE SUL GARDA (castello)

   Dal sito www.lagodigardamagazine.com      Dal sito www.gardanotizie.it

  

«...In epoca cristiana Padenghe dipese dalla Pieve di Desenzano e la prima chiesetta, San Cassiano, sorse accanto al nucleo abitato in riva al lago. Questo primo villaggio fu abbandonato a causa delle incursioni ungare, a cavallo tra i sec. IX e X, che spinsero la popolazione in collina, dove fu eretto il castello. Nel 1154 Padenghe è citato nel documento con cui Federico Barbarossa, dopo la dieta di Roncaglia, riconosce al vescovo di Verona Teobaldo diritti su alcuni territori bresciani. Nel Medioevo il castello assunse la funzione di roccaforte ghibellina e fu conteso tra Brescia e Verona. Nel 1330 Padenghe fu conquistato dagli Scaligeri, che ne furono cacciati da Giovanni di Boemia, figlio dell'imperatore Enrico VII. Nel 1362 lo scaligero Cansignorio si reimpossessò del castello, ma lo perdette due anni dopo. Sul finire del sec. XIV i paesi della riviera chiesero e ottennero autonomia dai dominanti Visconti. Ogni paese ebbe propri statuti. Nel 1414 Pandolfo Malatesta, che all'inizio del secolo fu signore di Brescia, affidò a Padenghe il castello di Drugolo (oggi in territorio di Lonato), tolto - e in seguito restituito - alla famiglia Vimercati per punire una ribellione. Dopo la pace di Lodi (1454) la Repubblica Veneta tenne nel castello di Padenghe una guarnigione.

Il poeta maccheronico Teofilo Folengo, che all'inizio del 1500 soggiornò nel convento di Maguzzano, definiva superba la gente di Padenghe, e i francesi, durante il loro dominio, dovettero averne timore, se nel 1509 il governatore Leonino Bibbia ordinò la demolizione del castello, evitata dall'intervento del cardinale D'Amboise. Nel 1513 soldati imperiali tedeschi provenienti da Verona sottoposero la riviera a violenze e saccheggi. Nel 1532 Padenghe e altri comuni del basso lago gravitanti intorno a Desenzano, che formavano la quadra di Campagna, chiesero, senza ottenerla, autonomia da Salò, cui la riviera faceva capo. Sul finire del sec. XVI la zona fu corsa da banditi spietati, tra i quali è ricordato Giacomazzo da Padenghe, al secolo Giacomo Dainese. Nacque a Padenghe il pittore Andrea Giovanni Bertanza, che ispirò la propria opera a Palma il Giovane e al Veronese e operò in Valtenesi e in riviera alla fine del sec. XVI. č pure da ricordare il gesuita Giambattista Rodella (1724-94), amico del Mazzucchelli, nella cui casa visse per 22 anni collaborando alla stesura del Dizionario degli scrittori d'Italia e redigendo in proprio opere e traduzioni. Di Padenghe anche i fratelli Zuliani, che a cavallo tra 700 e 800 guadagnarono fama, Andrea come giureconsulto e Francesco come medico, entrambi svolgendo opera di docenti. Durante il Risorgimento fu presso Padenghe che i volontari di Tito Speri fecero prigioniero, il 28 marzo 1848, il generale austriaco Schonhals, in fuga da Brescia insorta. Dal 1928 al 1947 entrarono a far parte del comune di Padenghe Moniga e Soiano, che acquistarono in seguito autonomia. ...».

http://www.comune.padenghesulgarda.bs.it/PortaleNet/portale/CadmoDriver_s_302409


Padernello (castello Martinengo)

Dal sito www.castellodipadernello.it   Dal sito www.iluoghidelcuore.it

«Padernello è giustamente famoso per il suo castello (fra i più noti del Bresciano), che, edificato nel 1485 da Bernardino Martinengo, (anche se recentemente sono emersi documenti che ne confermano l’esistenza di un nucleo più antico ben prima di questa data), si erge ancora oggi nelle sue belle forme di maniero circondato dalla fossa, a dominare l’antico borgo dei Martinengo. Il castello, pur corrispondendo pienamente alle esigenze di una residenza signorile, presenta anche evidenti caratteri fortificati. A difesa rimane la larga fossa, ed era cosa opportuna, poiché le scorrerie delle soldatesche di ogni sorte erano frequenti in quel penoso secolo, e i banditi di ogni risma infestavano le contrade. Se a questo si aggiunge anche che i signori del posto non ebbero certo dei buoni rapporti di vicinato, specialmente con i Gambareschi (altra nobile famiglia bresciana nemica eterna dei Martinengo) anch'essi sempre inquieti e con le armi in pugno, ecco che la cosa migliore quindi fu quella di costruirsi una stupenda abitazione, forte e sicura. Costruito alla fine del XV secolo, subì notevoli rimaneggiamenti nel XVIII secolo ad opera del Marchetti. Una torricella a guisa di rivellino sporge sul lato nord verso la fossa per poter dare agio al ponte levatoio, due torricelle ancor più piccole, semplici, senza coronamento, chiudono i corpi abitati delle ali di mattina e di sera, mentre una grossa torre di vedetta, quale mastio centrale, si eleva possente nella congiuntura dei lati nord e ovest del castello quadrato. La zona più antica è quella occidentale, protetta dall’alto mastio dotato di apparato a sporgere con beccatelli e caditoie perfettamente funzionali. Il lato sud presenta invece murature più basse delimitate da due sottili torri angolari ed appartiene alla fase costruttiva più recente, poco vincolata da esigenze difensive. Sul lato ovest nella parte settentrionale sono presenti tracce di un impianto più antico, che doveva coincidere con la cerchia esterna e con il mastio, e che doveva essere dotato di murature merlate più basse delle attuali. Il castello presenta caratteristiche tipologiche dell’epoca: basso, largo, aperto a mezzogiorno per la scomparsa dei merli, l'incorporazione delle camminate di ronda, e la trasformazione delle caditoie, che, persa la funzione protettiva, diventano motivo di decorazione.

Unici elementi che sottolineano il carattere difensivo della dimora rimangono quindi l’ampio fossato ancora oggi colmo d’acqua, la torre che si protende a nord sovrastando il ponte d’ingresso, e il mastio centrale, ultimo baluardo e contemporaneamente vedetta del castello sul territorio circostante. L’edificio nasce quindi con la precisa identità di residenza signorile fortificata che alla funzione difensiva accompagnava le comodità e l’eleganza della vita. Il castello è completamente realizzato in mattoni con pietre nelle finiture, con ampie finestre rettangolari e balconcini in ferro dovuti, come nello scalone principale a tre rampe, ad un intervento del Marchetti padre nel secolo XVIII. L’accesso all’edificio avviene tramite un ponte levatoio a nord (ancora funzionante) che immette in un ampio androne e da qui in una corte quadrata porticata su due lati. Nel cortile i quattro lati sono tutti di diversa struttura: la facciata a levante è piuttosto semplice, elegantissima quella a ponente, costituita da un porticato di cinque arcate con colonne sovrastate da capitelli composti raffiguranti gli stemmi Martinengo e Colleoni. Il lato sud del cortile è costituito da una costruzione tipica del nostro Cinquecento, quando i nostri signori guardavano molto a quello che si andava costruendo a Mantova: si tratta di un loggiato a pilastri con tre arcate per lato e al centro un ampio portale accostato da due lesene; in alto corre una trabeazione decorata da triglifi. Il lato nord invece è stato rimaneggiato in pieno sec. XVIII, forse ancora per ordine del vecchio Gerolamo Silvio Martinengo (1686-1765) e del di lui fratello Bartolomeo. Anche il Castello di Padernello, come tutte le costruzioni dell’epoca non avrà avuto che una modesta scala per accedere al primo piano, il che non era ammissibile nel fastoso Settecento ed allora il proprietario diede l’incarico di costruire il grande scalone che ha inizio a mattina dell’androne. Non si sa se anche su questo lato, che naturalmente si svolgeva più arretrato, sulla linea cioè del lato nord dello scalone, vi fosse un porticato simile a quello esistente, ma è probabile. Lo scalone è a tre rampe; una montante, l’altra a contrasto e la terza invece oltre il pianerottolo, nella direzione della prima. All’esterno, verso il cortile l’architetto del Settecento volle dare un po’ di movimento alla parete con due piccoli corpi avanzati alle estremità, con lesene e prospettive al centro fatte di stucco, trofei di armi e lo stemma di famiglia. Anche qui, come in altre parti, del secolo scorso si è intervenuto, a cancellare le antiche volte, forse a cassettoni, sostituendole con decorazioni. Comunque malgrado la discontinuità stilistica ed anzi persino grazie ad essa, il castello possiede un suo carattere ed un suo fascino, al quale contribuiscono indubbiamente la felice cornice ambientale e del borgo agricolo, la presenza di acqua nel fosso ed il bosco attorno.

Parecchi locali del castello vennero arricchiti di stucchi e anche di affreschi ed arredati di ottimi mobili e suppellettili. Preziose soprattutto le collezioni di armi e di quadri. Le prime saccheggiate nel 1979 vennero subito recuperate dai carabinieri. Particolarmente suggestive le cascine e le scuderie annesse alle proprietà ed il bellissimo parco all’inglese, che incornicia la villa su tre lati, costituito da un’ampia radura delimitata da una corona di piante secolari. Proprietà dei Conti Martinengo per quattro secoli, passò poi alla nobile famiglia di origine veneta dei Salvadego Molin Ugoni nella quale confluì l’eredità dell’estinta linea dei Martinengo della Fabbrica. Nell’ultima successione, la proprietà del maniero è passata a ben dodici eredi rendendo più difficile concordare interventi per il restauro di questo imponente monumento. Più volte è stato necessario l’intervento della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Brescia relativo al degrado delle singole parti del castello con riferimento al compimento dei lavori di copertura, ma anche sostituzione di vetri rotti e infissi ammalorati, indispensabili per la conservazione del bene tutelato in base al vincolo Legge 1089/1939 con D.M. 12/1/1942. Ma questi interventi sono stati purtroppo negli anni troppo saltuari, ed il degrado del castello era diventato preoccupante, con interni in più punti divenuti pericolanti, e alcune parti perimetrali che davano evidenti segni di cedimento (vedi crollo del novembre 2002). A differenza di altre costruzioni bresciane, che per avvenute trasformazioni o per gravi rovine sono ora ridotte allo stato di ruderi o peggio ancora stravolte nel proprio impianto e destinazione d’uso originale, il castello dei Martinengo di Padernello si può definire ancora in uno stato di conservazione ampiamente recuperabile. Nel 2005 fu acquistato dal Comune di Borgo San Giacomo e da una società di imprenditori locali, la Castelli e Casali. Nel dicembre dello stesso anno nasce la Fondazione Castello di Padernello con la finalità del recupero, della promozione e della valorizzazione del Castello. La proprietà, per conseguire questo nobile scopo, concederà il maniero in comodato d’uso gratuito ventennale alla Fondazione Nymphe. La Fondazione Castello di Padernello viene riconosciuta come Sistema Culturale Locale della Bassa Pianura Bresciana grazie a una serie di progetti culturali, che coinvolgono la storia, l'ambiente, l'arte, il teatro, l'enogastronomia del territorio, predisponendo anche laboratori didattici per le scuole, con l’intento di fornire un’offerta di elevato spessore culturale in un ambiente unico e ricco di suggestioni. Dal 2010 la Fondazione è comproprietaria dell'immobile: l’operazione garantirà una gestione interamente pubblica del bene artistico ed architettonico».

http://www.castellodipadernello.it/il-castello-di-padernello.html


Paderno Franciacorta (castello Oldofredi)

a c. di Stefano Favero


Palazzolo sull'Oglio (Castello Rocha Magna, Torre Rotonda di Mura, Torre del Popolo)

a c. di Stefano Favero


Paratico (castello e torre Lantieri)

a c. di Stefano Favero


Passirano (castello)

a c. di Stefano Favero


Peschiera Maraglio (castello Oldofredi)

a c. di Stefano Favero


PONTEGATELLO (castello)

Dal sito www.comuniterrebasse.it   Dal sito www.comuniterrebasse.it

«č un borgo fortificato di epoca medievale, trasformato nella seconda metà del Cinquecento dalla famiglia Nigolini nell'attuale edificio residenzale. Dell'antica costruzione restano visibili una traccia del fossato sul lato Est e una piccola torre, la cui loggetta è stata completamente rifatta. La facciata sul cortile evidenzia le due epoche di costruzione: la parte cinquecentesca, con porticato di colonne toscane a cinque luci, e il resto della costruzione, tutto del Settecento. In questo castello, tra gli altri ospiti, sostò anche Ugo Foscolo».

http://web.tiscali.it/postiglione/itinerariomella.htm


Pozzolengo (borgo fortificato)

a c. di Stefano Favero


Roncadelle (castello o palazzo Guaineri)

Dal sito www.comune.roncadelle.bs.it   Dal sito www.comune.roncadelle.bs.it

«L'imponente struttura del castello (ora palazzo Guaineri) emerge nel cuore del paese anche grazie alle ampie zone di rispetto che lo circondano: a sud il parco privato del castello, ad est il "cono ottico"(ora parco pubblico), a nord l'ampia prospettiva di viale Roma. La grande ala orientale è stata realizzata alla fine del '600 dai Martinengo Colleoni con l'assistenza tecnica di G. B. Groppi e G. B. Avanzi. La facciata esterna, compatta e lineare, con ben sessanta aperture distribuite su quattro piani, è mossa solo da due accenni di torrioni ai lati e da un balcone centrale in pietra. La facciata interna, nobile e sobria, è arricchita da un porticato di sette luci con pilastri in pietra bugnati. Le stanze del pianterreno sono state affrescate a tutta parete da Giuseppe Merati nel 1703 con paesaggi naturali e scene di caccia. Nel salone centrale è raffigurato l'arrivo a Roncadelle del principe Eugenio di Savoia con le sue truppe nell'agosto del 1701 e vi compare il disegno del castello come avrebbe dovuto diventare dopo il rifacimento completo. Un ampio e nobile scalone in pietra di Botticino porta alla galleria del piano superiore, che conserva ritratti della dinastia dei Guaineri. Sulle volte del primo piano sono dipinti, tra prospettive di colonne e balconate, grandi medaglioni riproducenti figure mitologiche, eseguiti nel 1702. I locali sotterranei conservano ancora il pozzo coperto, un grande lavello, il forno ed il basamento in pietra di un grande torchio. L'ala occidentale è il palazzo residenziale che i Porcellaga realizzarono nel '500 su strutture precedenti. Al piano nobile, sono ancora visibili sulle pareti interne alcuni affreschi a carattere religioso attribuiti a Pietro Marone e decorazioni di Stefano Rosa. L'ala nord (accesso principale) venne sistemata nel 1868-69 dai Guaineri, che nel 1827 avevano sostituito il ponte levatoio sull'ampio fossato con un ponte fisso in pietra. Sulla facciata dell'ex scuderia a nord del castello è ancora riconoscibile la sinopia dello stemma araldico dei Martinengo Colleoni».

http://www.comune.roncadelle.bs.it/arte.php


Rovato (castello Quistini)

a c. di Andrea Mazza


SIRMIONE (rocca scaligera)

   Dal sito www.sirmionebs.it      Dal sito www.nikobeta.net

«Sirmione, prima della fondazione del castello voluto dalla famiglia degli Scaligeri, possedeva estesi resti di antiche fortificazioni probabilmente di epoca tardo antica (IV-V sec. d.C.). Mastino della Scala riutilizzò solo in parte le precedenti opere difensive, poiché la fortezza venne edificata all’ingresso della penisola, isolandola del tutto dalla terraferma. Inoltre al castello lì costruito venne unita un’ulteriore cinta muraria, edificata con l’intento di proteggere il piccolo centro abitato limitrofo al castello. Ad oggi di tale cinta muraria si possono scorgere discreti resti, sebbene lo sviluppo edilizio dell’ultimo trentennio, in parte abusivo, abbia obliterato una parte di essa. Il lato orientale delle fortificazioni urbiche principiava dal castello fino ad una torre oggi intatta e posta ad est dell’abside della chiesa parrocchiale. Da qui le mura volgevano in direzione ovest, seguendo l’antica via detta “Fovea Magna”, terminando nei pressi di una seconda torre, che aveva funzione di porta urbica costituita da due anditi, uno di grandi dimensioni per il passaggio di veicoli, un altro più piccolo per il passaggio pedonale. In origine è anche possibile che questa porta urbica settentrionale avesse un ponte levatoio. Superata la torre urbica, la cinta muraria proseguiva per altri 30 metri circa fino ad un’ulteriore torre quadrata, della quale oggi permangono solo alcuni resti. Da qui le mura voltavano verso sud per un breve tratto terminando in corrispondenza del porto Gazzara, a meridione del quale un altro tratto di mura e un’ulteriore torre segnavano il volgere della cinta muraria verso oriente, in direzione del castello. Al giorno d’oggi di questo grande quadrilatero rimangono solo alcuni tratti orientali e settentrionali, mentre le fortificazioni occidentali e in corrispondenza del porto sono state in buona parte obliterate da nuove costruzioni o inglobate in vecchie case pesantemente restaurate.

Il castello possedeva tre ingressi, uno trovava luogo a meridione e sbarrava l’istmo che collegava la penisola alla terraferma, un altro ad occidente rivolto in direzione del borgo, l’ultimo, sul lago, a oriente. I due ingressi di terra si caratterizzavano per la presenza di ponte levatoio. L’ingresso dal lago era singolare, poiché protetto da una darsena artificiale di pianta quadrangolare, potenziata ai due estremi orientali da due torri angolari. In corrispondenza della torre di sud-est si trovava il varco attraverso il quale entravano e uscivano le imbarcazioni. Il castello era stato costruito rispettando una pianta rettangolare, con tre torri angolari di pianta quadrangolare e una quarta torre, interna al recinto, alta circa trenta metri con funzione di mastio. La fortezza è ancora oggi circondata da un ampio fossato colmo d’acqua proveniente direttamente dal lago. In tal maniera l’intero castello, posto a guardia dell’ingresso alla penisola, si prefigurava come un’unità distaccata dalla terraferma, ma direttamente collegata ad essa per mezzo dei ponti levatoi e delle fortificazioni urbiche che dalla fortezza stessa avevano loro principio e fine.

La tecnica muraria utilizzata per edificare il castello si compone di cantonali rinforzati per mezzo di laterizi e malta di buona qualità. Il resto della muratura si caratterizza per la presenza di pietrame locale parzialmente sbozzato, almeno in parte proveniente dalle fortificazioni tardoantiche, e disposto lungo regolari assise. Purtroppo recenti restauri hanno nascosto buona parte della trama muraria del castello, maggiormente visibile solo in corrispondenza della sommità della torre di sud-ovest e per una parte dell’altezza del mastio. I merli, a coda di rondine e per tradizione detti ghibellini, arricchiscono notevolmente il castello, sebbene siano nella maggior parte opera di reintegro».

http://www.icastelli.it/castle-1235255284-rocca_scaligera_di_sirmione-it.php (a cura di Giuseppe Tropea)


Siviano (torre Martinengo)

a c. di Stefano Favero


Urago d'Oglio (borgo e castello)

a c. di Stefano Favero


VILLACHIARA (castello Martinengo)

a c. di Marco Brago


 

 

  

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