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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI PADOVA
in sintesi
I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.
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ARQUÀ PETRARCA (casa di Petrarca)
«Il Petrarca giunse per la prima volta a Padova nel 1349, su invito di Jacopo II da Carrara, signore della città. Aveva 45 anni ed era celebre in tutta Europa come storico, filosofo e poeta latino. Qui fu accolto con grandissimi onori da autorità e popolo e venne ospitato nella splendida reggia carrarese. Poco dopo Iacopo II gli offerse il canonicato, un beneficio annuo di 200 ducati d’oro e una casa presso la cattedrale. In questa “casa canonicale” - in cui aveva riunito la sua preziosissima biblioteca - il Petrarca visse serenamente, lavorando ad alcuni dei suoi capolavori tra i quali l'Africa, il Canzoniere e i Trionfi. Quando si parla della Casa del Petrarca, generalmente ci si riferisce alla seconda casa, quella che il poeta abitò - vent’anni dopo - ad Arquà, piccolo paese sui Colli Euganei, poco distante dalla città. Nel 1369 il Petrarca, stanco di viaggiare e ormai anziano e malato, scelse Arquà come ultima dimora. Qui trascorse in pace gli ultimi anni di vita, circondato da amici e familiari. Qui morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374, reclinando il capo sui suoi amati libri. Sembra che la casa sia stata donata al poeta da Francesco I da Carrara, signore di Padova. In ogni modo, il Petrarca decise di restaurare la costruzione preesistente, per adattarla alle sue esigenze, e seguì personalmente i lavori. Per sé e per la famiglia riservò la parte inferiore dell’edificio, mentre alla servitù fu riservata la parte rustica, situata più in alto. Sul davanti si apriva il giardino, sul retro il brolo. All'interno della casa il poeta fece modificare la distribuzione delle stanze: la sala a ovest fu divisa in due per ricavarne un piccolo studio, mentre la stanza centrale - illuminata da una pentafora dalla parte del giardino e chiusa da un camino dalla parte del brolo - fu trasformata in salone di rappresentanza. Le finestre furono rifatte in stile gotico e furono aggiunti due balconi e tre camini. Dopo il Petrarca, la casa ebbe diversi proprietari, ma non subì grandi modifiche. Alla metà del Cinquecento - per volontà di Paolo Valdezocco - furono dipinti gli affreschi che ancora esistono, ispirati alle poesie del Petrarca e fu aggiunta la loggetta esterna da cui ancor oggi si accede al primo piano. Dopo altri passaggi di proprietà, che rispettarono però sempre la memoria del poeta, il cardinale Pietro Silvestri nel 1875 lasciò la casa in eredità al Comune di Padova. Lunghi restauri conclusi nel 1985 hanno eliminato dall'edificio le inutili aggiunte, senza però ripristinare l'antico ingresso. All'interno si trovano esposte alcune edizioni degli scritti del poeta e varie testimonianze dell'ammirazione che gli è stata tributata nei secoli. In questa piccola casa-museo, ancora circondata dal verde, sono rimasti anche alcuni oggetti familiari al poeta: la sua sedia e la leggendaria gatta imbalsamata».
http://guide.travelitalia.com/it/guide/padova/casa-del-petrarca-padova/
BATTAGLIA TERME (castello del Catajo)
«La famiglia Obizzi, originaria della Borgogna (in Francia), si può considerare, nella storia italiana, una famiglia di "Capitani di ventura", giunti in Italia al seguito dell'imperatore Arrigo II nel 1007. Dopo una prima residenza in Toscana, la famiglia si stabilì nel territorio della Repubblica di Venezia, allora molto potente e raramente in guerra con gli stati Italiani perché più interessata alle conquiste esterne all'Italia, legate alle sue attività marinare. In un periodo di pace Pio Enea degli Obizzi (il quale impose il nome all'obice, il cannone da assedio), attratto dalla bellezza dei luoghi, decise di costruire un palazzo adeguato alla gloria della famiglia. Esso fu ideato dallo stesso Pio Enea senza l'aiuto di architetti e quindi sta a metà tra il castello militare e la villa principesca. Fu costruito in soli tre anni fra il 1570 e il 1573 (tranne che per l'ala in alto, risalente al secolo XIX). All'inizio erano previste pitture solo nei muri esterni (ora scomparse) ma nel 1571 Pio Enea chiamò Gian Battista Zelotti (allievo di Paolo Veronese) ad affrescare i muri interni con le gesta della sua famiglia. La famiglia Obizzi si estinse nel 1805 con il marchese Tommaso, che lasciò il castello agli eredi della casa d'Este (Arciduchi di Modena); sotto Francesco IV fu costruita l'ala visibile più in alto e detta "Castel Nuovo". Alla morte di Francesco V, senza figli, il Catajo passò all'Arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando. Fu per opera di questi due ultimi proprietari che l'armeria ed il museo degli Obizzi, assieme ad una vasta collezione di strumenti musicali e quadri, furono trasferiti rispettivamente nel castello di Konopischt ed a Vienna. Dopo la prima guerra mondiale il Catajo fu assegnato al governo italiano come riparazione dei danni di guerra ed esso poi lo vendette alla famiglia Dalla Francesca nel 1929. ... Così dal portale di ingresso si accede al "Cortile dei Giganti", che fu spesso utilizzato per rappresentazioni teatrali (molto amate dagli Obizzi) e tornei, anche di tipo acquatico, poichè la parte bassa poteva essere riempita d'acqua. Tra le altre fontane, di fronte all'ingresso, si nota la fontana dell'elefante fatta erigere da Pio Enea II nella seconda metà del secolo XVII; essa mescola reminescenze mitologiche (Bacco) alle nuove conoscenze esotiche tipiche di quel secolo (l'elefante, appunto). Da qui iniziano le scale esterne, costruite in modo che si potesse salire a cavallo; nella scala interna, invece, si può notare come la costruzione si arrampichi sulla viva roccia del colle. Arrivati al piano nobile del Castello, si entra nel grande salone affrescato, al fondo del quale spicca l'albero genealogico della famiglia Obizzi, dal capostipite Obicio I fino al costruttore del castello Pio Enea. Da questa prima stanza si può ammirare il modo con cui sono state dipinte le pareti, con un ciclo di affreschi che in quaranta riquadri racconta le vicende e le gesta della famiglia Obizzi, tra battaglie, matrimoni e tragici assassini, ingentilite nei soffitti e nei sovrapporta da varie allegorie. Dopo aver affrontato questo viaggio nel passato attraverso le stanze del piano nobile, reso possibile dall'abile mano del pittore Gian Battista Zelotti, si può accedere alle terrazze, da cui si gode uno splendido panorama sui Colli Euganei, sui vari giardini di cui è ricco il complesso e sul parco. Dopo la visita all'interno, potremo rilassarci con una piacevole passeggiata all'interno del parco dove si notano una peschiera e numerose piante secolari di sequoia e magnolia, che sono tra le prime importate in Europa dall'America. ...».
http://www.castellodelcatajo.it/castello.html - http://www.castellodelcatajo.it/visita.html
a c. di Stefano Favero
a c. di Stefano Favero
CASALSERUGO (Villa Ferri, detta "Il Castello" Ser Ugo)
«Anticamente questa costruzione doveva essere un castello medievale di forma quadrata circondato da un fossato largo circa 5-6 metri. L’accesso al castello era a nord e un ponte levatoio permetteva l’entrata attraverso un possente torrione che sorgeva al centro della parete settentrionale. Delle quattro torri angolari, una restava ancora in piedi nel 1714. Ancor oggi esiste, benché incorporato col restante fabbricato un tronco di torre le cui dimensioni sono 5,90 x 5,22 m e danno dimostrazione della sua originaria imponenza. La parete del lato nord lascia intravedere piccole finestre romaniche e l’opera muraria è caratterizzata dalla presenza alterna di una fila di conci trachitici sovrapposta a due o tre file di mattoni; poiché questa tecnica viene ripetuta sul lato est della torte, si può presumere che il tutto sia sorto contemporaneamente, cioè nel XII secolo o al principio del XIII. Questo potrebbe essere sufficiente per poter riferire il manufatto alla famiglia di Ser Ugo, da cui il Casale prende poi il nome. Nei secoli successivi passò in proprietà alla famiglia Dotti de Dauli (1605) i quali iniziarono una prima trasformazione da castello in villa. Successivamente, i nuovi proprietari, i Conti Ferrì, le diedero una sistemazione definitiva. Al pianterreno una decorazione costituita da una serie di mensole prospettiche nel registro più elevato, contiene cartigli con il nome del nobile Giuseppe Ferri che la fece decorare nel 1688. Al piano superiore, nella zona centrale, si presenta in tutta la sua imponenza la sala dello Zodiaco, nelle cui pareti rimangono visibili ancor oggi alcuni affreschi dei segni zodiacali. Lungo il lato occidentale sorge la sala degli stemmi nella quale è possibile riconoscere entro la decorazione pittorica lo stemma della famiglia Dotti de Dauli. L’edificio ha subito nel corso dei secoli notevoli rimaneggiamenti. Esternamente non presenta caratteri artistici di grande rilievo, se si eccettua l’ampio portale architettonico sulla facciata sud, sormontato dal balconcino con balaustra in pietra, e l’archeggiatura decorativa che cade sotto la linea di gronda. Nella prima metà del XIX secolo, i Conti Ferri la permutarono con un’altra proprietà dei Conti da Zara: questi ultimi la donarono poi al comune di Casalserugo. Oggi l'edificio ospita la Biblioteca comunale».
http://www.icscasalserugo.it/territorio11.htm#VILLA%20FERRI
Cervarese Santa Croce (castello di San Martino della Vaneza)
a c. di Paolo Sanguin
«La cinta muraria di Cittadella è uno dei pochi esempi di sistema difensivo con camminamento di ronda ancora percorribile, perfettamente conservata nel tempo e giunta ai giorni nostri ancora integra. E’ quindi uno dei sistemi difensivi più belli in Europa. Le mura si elevano ad un’altezza media di 14 metri, ma nei torrioni posti a vedetta delle porte si arriva anche a 30 metri. Esse, di forma ellittica, si sviluppano per una circonferenza di 1461 metri ed hanno uno spessore medio di circa 2,10 metri. La muraglia si alterna a 36 torri di varie dimensioni: i 4 torrioni in corrispondenza delle porte di accesso, 12 torri quadrangolari di 6×4 metri in pianta e con un’altezza di circa 22 metri, e 16 torresini di base più ridotta di 6×3 metri per un’altezza di 15. La distanza fra ciascuno di questi elementi è di circa 40 metri e ciascuno di questi intervalli di mura è coronato da un parapetto con 10 merli “guelfi” a due spioventi lisciati. In alcuni punti a causa di rifacimenti posteriori sono presenti anche merli ghibellini, o a coda di rondine. Le mura sono pressoché prive di fondamenta e a sostenerle provvedono i terrapieni appoggiati all’interno e all’esterno di esse, ricavati con materiale di riporto delle fosse. Attorno corre un ampio fossato alimentato da acque sorgive che un tempo raggiungeva un livello tale da permettere la vita di abbondante pesce con una larghezza e una profondità doppie dell’attuale: esso serviva da difesa quando, nella fortezza medievale, i ponti levatoi sostituivano gli attuali ponti in muratura. La costruzione delle mura ha richiesto il lavoro di molte persone per vari anni; in un primo tempo ci si limitò all’allestimento di strutture difensive di terra e di legno, alla costruzione delle porte di accesso e del fossato. Con una serie di interventi successivi si crearono le opere in muratura. Nella prima fase corrispose l’impianto delle quattro porte e di quasi tutte le torri e i torresini su cui poggiavano cortine murarie piuttosto basse; nella seconda si provvide all’innalzamento della muraglia e al suo completamento con gli archetti e i merli. Il recente restauro ha consentito la messa in sicurezza dell’antico Camminamento di ronda, che permette ai visitatori di ammirare la città da punti di vista inediti e privilegiati. Dall’alto si nota che lo spazio dentro le mura, anticamente detto “terra”, è organizzato su un sistema geometrico a scacchiera dalle tipiche stradelle di ascendenza romana, imperniato sui due assi principali che raccordano le quattro porte. Queste sono orientate secondo i punti cardinali, rivolgendosi a sud verso Padova, a ovest verso Vicenza, a nord verso Bassano e a est verso Treviso. Nel quadrante nord-ovest, a causa della presenza di una breccia nella cinta muraria, è stata costruita una passerella che permette il proseguimento della passeggiata sulle mura».
http://turismo.comune.cittadella.pd.it/opere/la-cinta-muraria/
«Furono le famiglie dei Sanseverino e dei Malatesta, signori di Cittadella rispettivamente alla fine del Quattrocento e agli inizi del Cinquecento, a conferire a questo palazzo la caratteristica di residenza signorile. Si occuparono, infatti, dell’aspetto estetico del palazzo, decorandolo internamente ed esternamente, sia al pian terreno che al piano nobile, con affreschi che lo rendono un esempio unico nel panorama veneto. Tra questi spiccano gli stemmi delle due famiglie accompagnati da ritratti e decorazioni a motivi vegetali, animali fantastici e simboli astrologici. Un altro elemento che testimonia la grande importanza data, a suo tempo, al palazzo, è il portale d’ingresso in marmo rosato di Verona, sovrastato al centro da un leone marciano e ai lati dai due ovali contenenti i ritratti di Pandolfo e Carlo Malatesta. Sede anche delle carceri nel periodo della dominazione austro-ungarica, Palazzo Pretorio è stato recentemente ristrutturato e oggi ospita al piano nobile esposizioni temporanee, a carattere nazionale, di opere d’arte moderna e contemporanea. Visitabile su prenotazione o durante il periodo delle mostre».
http://www.procittadella.it/palazzo_pretorio.htm
«La Porta Padovana costituiva
l’ingresso principale alla città. Sulle pareti esterne giganteggiano gli
affreschi con il carro dei Carraresi e lo stemma di Padova, la croce rossa
in campo bianco. Il complesso presenta tre ordini di porte e uno spazioso
cortile d’armi con scala a chiocciola in muratura cilindrica, ma ciò che lo
caratterizza maggiormente è il massiccio volume della Torre di Malta
addossato al torrione.
Porta Bassanese. È il punto più fortificato e importante dell’intera cinta
muraria. Costituiva l’estrema difesa della comunità ed era quindi isolato
anche all’interno da un fossato ingegnosamente collegato con le fosse
esterne; presentava inoltre un sistema di ben 5 porte, tre verso l’esterno,
due verso l’interno, caratterizzate da ponti levatoi e saracinesche. Più
grande delle altre porte, il complesso comprendeva la Casa del Capitano,
locali per le guarnigioni e magazzini, pozzo, forno e altri servizi. L’alto
torrione, il mastio, con i suoi 30 metri d’altezza offre ancora oggi una
meravigliosa vista sui dintorni. Verso la parte interna della città, la
parete del torrione conserva un affresco che raffigura il carro dei
Carraresi e lo stemma di Padova. All’interno della rocca si trova la Casa
del Capitano, oggetto di importanti lavori di restauro che hanno permesso il
ritrovamento di affreschi risalenti al periodo dei Carraresi, dei Malatesta,
dei Sanseverino e dei Borromeo. Visitabile è la sala affrescata, in cui sono
state ricreate ambientazioni di vita quotidiana dell’epoca. Oggi è sede
dell’ufficio turistico IAT e funge da ingresso al camminamento di ronda
Porta Vicenza è l’ingresso occidentale alla città. Presenta un torrione alto
22 – 25 metri, con un triplice sistema di porte. Quasi nulla è purtroppo
rimasto dei settori più esterni e dei ponti levatoi, soprattutto dopo le
distruzioni napoleoniche e ottocentesche. La parte interna di Porta Vicenza
è affrescata con l’immagine della Crocifissione.
Porta Treviso è l’ingresso orientale alla città. Presenta un torrione alto
22 – 25 metri, con un triplice sistema di porte. Quasi nulla è purtroppo
rimasto dei settori più esterni e dei ponti levatoi, soprattutto dopo le
distruzioni napoleoniche e ottocentesche. La parte interna di Porta Treviso
è affrescata con l’immagine dell’Incoronazione della Vergine e
l’Annunciazione».
http://turismo.comune.cittadella.pd.it/it/opere/porta-bassanese/#top ss.
«Così si chiama la poderosa costruzione addossata all'interno della Porta Padovana. Fu costruita nel 1251 per ordine di Ezzelino da Romano il quale ne fece orrida prigione per i suoi nemici. I cronisti del tempo descrissero a tinte fosche i fatti che la resero celebre. Si racconta che i prigionieri venissero inviati al castello con i piedi legati sotto il ventre dei cavalli e, quivi giunti, calati nel sotterraneo della torre e lasciati morire di fame, tra crudeli tormenti. Nel 1256, quando Ezzelino fu cacciato da Padova, i cittadellesi aprirono le porte a Tiso di Camposampiero che liberò alcune centinaia di prigionieri, fra i quali anche donne, ridotti in miserabile stato; i partigiani di Ezzelino, invece, sospinti in un cortile, furono massacrati. Sul muro della Torre sono state apposte due lapidi che portano inciso un brano della Cronica di Rolandino, e i versi di Dante il quale avalla, con la sua autorità di poeta, il tragico racconto. La Torre di Malta è stata oggetto di appassionate ricerche storiche da parte di studiosi cittadellesi e da esse risulta evidente che è proprio la Malta cittadellese ad essere nominata dal divino Poeta. Da qualche anno l'ampia sala conferenze ricavata al piano terra è sede di convegni e tavole rotonde, mentre i piani superiori sono riservati al Museo Archeologico, aperto al pubblico nei giorni di sabato e domenica».
http://www.procittadella.it/torre_di_malta.htm
a c. di Paolo Sanguin
«Palazzo del Municipio.
Affacciato sulla piazza Maggiore, il Palazzo è un elegante edificio
loggiato risalente al XVII secolo di recente restauro; la balconata
sopra il portico è un'aggiunta settecentesca.
Palazzo degli Scaligeri. Sul lato sud della piazza si nota il Palazzo
degli Scaligeri, ora sede della Società Gabinetto di Lettura. Questa
costruzione di origine trecentesca ospita oggi una biblioteca di ben
cinquantamila volumi.
Palazzo del Principe. La costruzione sorge sul colle; fu fatta costruire
dai Contarini su progetto di Vincenzo Scamozzi, che la volle a pianta
centrale, con sala a croce greca. Deve il suo nome a un episodio della
sua storia, quando, cioè, Alvise Contarini, durante un soggiorno in
villa, ricevette la comunicazione dell' elezione a doge».
http://www.comune.este.pd.it/page.php?ID=6
ESTE (Rocca di Ponte della Torre)
«La rocca della Torre è una delle poche strutture difensivi medievali superstiti nel territorio di Este Costruita attorno al XI sec, la torre, che sorge a lato del fiume Frassine, faceva parte di un ampio tessuto di costruzioni difensive opportunamente collocate a difesa delle vie d’accesso alla città. Per secoli l’edificio difese Este dalle minacce che arrivavano dal veronese. Passata di mano all’esercito di volta in volta vittorioso, la torre ebbe sempre grande considerazione per le sue caratterestiche strategiche e fu restaurata varie volte. Anche i Veneziani ne apprezzarono l’uso e alzarono la struttura di un piano raggiungendo i 24 metri di altezza. Tolsero la precedente merlatura e inserirono dei grandi finestroni con archi a tutto sesto. Nel 1597, ormai scaduto l’uso militare fu comprata dal comune di Este. La targhetta infissa sulla parete esterna risale al restauro del 1894».
ESTE (Torre Civica della Porta Vecchia)
«La torre attuale è databile alla fine del XVII secolo e sorge sul luogo della precedente porta, andata distrutta. Vi è collocato un orologio, come è attestato dalla distribuzione dei vani all'interno. A otto metri di altezza si trova, infatti, un primo locale contenente due blocchi di trachite, un tempo usati come contrappesi per l'orologio; a dodici metri è collocato l'antico locale "delle aste e dei giunti". Infine, ad un'altezza di venti metri circa, troviamo la cella campanaria, che contiene la struttura di sostegno della campana bronzea fusa nel 1637».
http://www.comune.este.pd.it/page.php?ID=6
Lozzo Atestino (castello Padovani Albrizzi o di Valbona)
a c. di Paolo Sanguin
a c. di Paolo Sanguin
MONTAGNANA (castello di Lispida)
«Papa Eugenio III nel 1150 conferma all’ordine monastico di Sant’Agostino il possesso del colle e di una chiesa dedicata a S. Maria di Ispida.Il monastero di Lispida, sorto in posizione isolata e tranquilla, fu sempre un luogo ricco di fascino, oltre che un ambiente ideale per la coltivazione della vite e dell’olivo. Nel 1485 il Doge della Repubblica di Venezia Giovanni Mocenigo confisca ai monaci la proprietà: “affinché le vigne, gli olivi e i campi non siano abbandonati, siano seminati e coltivati nella giusta stagione, e la pietra del colle ci venga mandata con regolarità”. La storia monastica di Lispida si interrompe nel 1792. La proprietà viene in seguito acquistata dai conti Corinaldi, i quali sui resti del vetusto monastero edificano le costruzioni che oggi vediamo, le dotano di cantine imponenti e iniziano la produzione di vini rinomati in tutta Europa. Durante la prima guerra mondiale il Castello di Lispida ospita il quartier generale del re Vittorio Emanuele III. Alla fine degli anni ‘50, con l’impianto di nuovi vigneti e con programmi di vinificazione legati ai tradizionali processi produttivi preindustriali, l’azienda riprende la sua vocazione vitivinicola».
http://www.lispida.com/it/menu_low/la-storia/
MONTAGNANA (castello di San Zeno)
«Il Castello di San Zeno si trova nel Comune di Montagnana, all'ingresso della cinta muraria provenendo da Padova. Per chi percorre la strada statale n. 10 da Monselice verso Mantova, il Castello si presenta come una struttura articolata a protezione dell'accesso alla città murata. All'anno 1242 si fa risalire la costruzione dell'attuale torre quadrata alzata da Ezzelino Da Romano nel luogo di un precedente baluardo messo a fuoco, ma come si è visto fin dall'anno 996 esisteva un castello fortificato con opere murarie e palizzate in legno di cui rimangono tracce delle fondazioni nel vallo; di questo c’è ne forniscono testimonianza anche i racconti di Giustinian. Il Castello di San Zeno è costituito dall'androne di passaggio, da una grande costruzione con cortile interno e due torri angolari, dal corpo veneziano verso Sud e dall'imponente Mastio ezzeliniano. Si salda alle mura carraresi del trecento con due tratti di muro in cotto originariamente più bassi delle altre cortine. La costruzione verso Nord con le torri angolari è la più antica e presso le stesse si apre un passaggio con due porte un tempo munite di saracinesche. La torre di Ezzelino (alta 38 metri circa) fu sopraelevata più volte e all'interno aveva sette piani corrispondenti ad altrettante riseghe murarie; era coperta da un tetto piramidale a quattro spioventi con torretta sommitale per vedetta e segnalazioni. I due ponti levatoi che collegavano il Castello ai ponti sul fossato erano del tipo a bilanciere contrappesato ed avevano i fulcri su travi sorrette da mensole di pietra. Le passerelle pedonali levatoie erano comandate con verricelli (una puleggia originale è ancora visibile)».
http://www.padovamedievale.it/info/castello/montagnana/it
Montagnana (la città e la Rocca degli Alberi)
a c. di Paolo Sanguin
«Le mura attuali, che costituiscono uno degli esempi più insigni e meglio conservati di architettura militare medioevale in Europa, salvo il complesso di Castel San Zeno e i tratti di cinta ad oriente ed occidente che sono più antichi, risalgono alla metà del Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, vollero ampliare e rafforzare quello che era un essenziale luogo forte di frontiera dello stato padovano contro la Verona degli Scaligeri. Lo spazio urbano intra moenia fu in quell'occasione ampliato, e la nuova cinta fu costruita con strati sovrapposti di mattoni e di pietre (trachite trasportata per via d'acqua dai vicini colli Euganei). La città fortificata è racchiusa in un quadrilatero irregolare delle dimensioni di circa metri 600 x 300 con un'area di 24 ettari e un perimetro di circa due chilometri. Le mura, coronate da merli di tipo guelfo, sono alte dai 6,5 agli 8 metri, con uno spessore di cm 96-100. Tra un merlo e l'altro, delle ventole in legno servivano a riparare i difensori. Le torri perimetrali, in totale 24, distanziate di circa 60 metri, sono alte fra i 17 ed i 19 metri. Il vallo esterno varia dai 30 ai 40 metri. All'interno dei fornici che reggono il cammino di ronda erano allogati i magazzini (canipe) per la custodia dei beni prodotti nelle campagne (si notano ancora gli incavi per fissare le armature in legno). Nelle torri, a più piani e coperte da un tetto spiovente defilato sotto la piazzola munita di macchina da lancio, stavano altri magazzini e gli alloggiamenti per i militi posti a guarnigione della fortezza nei momenti di emergenza bellica. Una zona priva di costruzioni e adibita a pomerio coltivato per fronteggiare lunghi assedi, stava tutto attorno alle mura dalla parte interna. Attorno alla cinta muraria correva un ampio fossato (l'attuale pittoresco e verde vallo) allagato con l'acqua del fiume Frassine (confine verso il Vicentino) derivata per mezzo di un canale ad argini sopraelevati (il Fiumicello) avente funzione di vallo difensivo di saldatura lungo il quale, dalla parte padovana, stava un serraglio sopraelevato per la concentrazione delle truppe. Tutto attorno alla zona montagnanese erano paludi intransitabili o plaghe inondabili in caso di guerra, così che la città murata costituiva la chiave della frontiera padovana verso ovest. La struttura militare era per di più attorniata da quattro fortificazioni avanzate perimetrali (le bastie), ora scomparse, e le due rocche poste a difesa delle due porte erano circondate da fossato pure dalla parte di città. La fortezza, ai suoi tempi, era imprendibile e, di fatto, fino all'avvento delle grosse bocche da fuoco (XVI secolo), non fu mai espugnata militarmente. L'accesso alla città era controllato dalle porte fortificate del castello di San Zeno (ad est, verso Padova) e della Rocca degli Alberi (ad ovest, verso il veronese). Solo più tardi, nel '500, fu aperta a nord una terza porta (porta Nova o di Vicenza) per agevolare le comunicazioni con il porto fluviale del Frassine. Alla fine dell'Ottocento un quarto varco fu praticato verso sud, per accesso alla stazione ferroviaria».
http://it.wikipedia.org/wiki/Montagnana#Cinta_muraria
MONTAGNANA (porta Legnago, porta Padova, porta Vicenza, porta XX Settembre)
«Che la città abbia avuto
importanti trascorsi medievali appare evidente osservando il profilo
turrito della sua cerchia muraria, una delle più belle e meglio
conservate d`Europa; essa disegna un rettangolo irregolare, con un
perimetro di quasi due chilometri, nel quale si aprono quattro porte che
consentono l`accesso al centro storico. Entrata di porta XX Settembre,
ultima porta aperta nella cinta muraria. Per farlo, nel 1885, sono stati
abbattuti due tratti di muratura della cortina, allo scopo di mettere in
comunicazione il centro cittadino con la locale ferrovia.
Porta Legnago o Rocca degli Alberi, poderosa fortificazione con tre
corpi di fabbrica e mastio alto circa 35 metri, a presidio della porta
occidentale, per volere di Francesco il Vecchio da Carrara. La Rocca
degli Alberi, che si alza imponente e pittoresca sul vallo dalla parte
occidentale, con funzione esclusivamente militare. L’ingresso
fortificato era costituito da un complesso sistema difensivo: lungo
l’androne di transito, dominato da due torri, stavano quattro porte a
battenti, due saracinesche e quattro ponti levatoi a bilanciere.
Monumento simbolo di Montagnana, incastonato nella cortina muraria verso
occidente, il castello di Porta Legnago, analogamente al Castello di San
Zeno, era attorniata in origine da un fossato sia all’interno che
all’esterno delle mura e quindi collegata con ponti levatoi. Fu
realizzata tra il 1360 e il 1362 su progetto di Franceschino De’ Schici,
commissionato dal signore di Padova Francesco Da Carrara il Vecchio, i
cui stemmi familiari (scalpellati dai veneziani successivamente alla
sottomissione alla Serenissima nel 1405) compaiono accanto a quello del
Comune di Padova.
A presidio della porta occidentale; a est ci pensava invece il Castello
di San Zeno, che rappresenta il nucleo più antico della cinta
fortificata, già irrobustito da Ezzelino da Romano nel 1242 con un
mastio di 38 metri. Quì si trova un'ulteriore entrata per il centro:
Porta Padova.
L’antica Torre del Borgo è il vertice del pentagono costituito dalla
cinta muraria; torre quasi angolare ma solo un po’ più estesa delle
torri normali. In questo punto nel 1504 venne aperta una breccia per
facilitare le comunicazioni con il convento degli Zoccolanti e con il
porticciolo fluviale nel fiume Frassine. Chiusa per il sopraggiungere
degli eventi bellici legati alla Guerra di Cambrai, venne poi riaperta e
sappiamo che nel 1595 veniva restaurato il corrispondente ponte, che
divenne di mattoni nel 1700. Quanto al campanile, si tratta di una torre
dalla forma e dimensioni consuete, frutto di un innalzamento di una
torre preesistente avvenuto fra il 1602 e il 1603. La loggia ha verso
l’interno una bella bifora con una balaustra in pietra. Le finestre
riproducono i sottostanti parapetti della merlatura, incorporata dal
muro del campanile. Sopra il tetto, otto cuspidi ornate di sfera e
croce. Oggi è meglio conosciuta come Porta Vicenza».
http://montagnana.ilcannocchiale.it/
MONTECCHIA (villa o castello Emo Capodilista)
«Tra Selvazzano e Saccolongo una deviazione porta verso Montecchia dove è ubicata la Villa Emo Capodilista, risalente al XI secolo e più volte rimaneggiata. Il colle sulla destra è dominato dalla villa Emo Capodilista, progettata da Dario Varotari, con giardino all’italiana e parco alberato situato sul declivio. Dalla sommità del colle si può godere di un panorama oggi suggestivo, ma un tempo necessariamente legato agli scopi difensivi: a levante la pianura discende verso l'Adriatico, a mezzogiorno si stagliano i Colli Euganei e, da lontano, si osserva la cerchia delle Alpi a ponente e a settentrione. In questa zona - dove era facile organizzare una difesa e la fauna abbondava - sorse nel Medioevo un sistema fortificato. La sua storia è legata al nome di grandi famiglie padovane che qui avevano uno dei loro feudi. è a partire dal 1472, anno in cui Annibale Capodilista fu investito del feudo di Montecchia, che il luogo lega la sua fama al nome dell'antica e illustre casata che ne è, ancora oggi, proprietaria. Il sistema fortificato, anche a causa delle diverse proprietà, ha subito numerose modificazioni nel corso dei secoli. Dell'articolazione difensiva di un tempo, oggi solo il mastio evoca le atmosfere belliche (essendo andato distrutto nel tempo anche il castello troneggiante sull'altura della Montecchia). All'inizio del '900 il conte Lionello Emo-Capodilista intraprese una complessiva opera di rinnovamento: restaurò, con la suggestione del linguaggio decorativo dell'epoca, l'ala con le alte finestre ad arco che era stata costruita nel '500 a ridosso della torre, sul lato occidentale; costruì inoltre, un nuovo complesso di edifici di atmosfera medioevale, frutto dell'ispirazione a diversi modelli di castelli, e adattò il tutto a luogo di villeggiatura. La caratteristica di questo torrione, comunque, è data dal suo rapporto con il terreno circostante che rende palese quanto già evidenziato nei documenti: la vocazione rurale della postazione, ricca di vigneti e di prati per il pascolo delle pecore. Un destino rafforzato allorquando nel '500 sul colle della Montecchia venne costruita la Villa (a pianta quadrata, su due piani di quattro stanze ciascuno, con doppio loggiato sulla facciata), nata quale casino di caccia su progetto di Dario Varotari, al quale si deve anche il maggiore apporto alla ricca decorazione ad affresco. Oggi i conti Emo-Capodilista hanno intrapreso un'attività imprenditoriale che ha conservato tale vocazione. Nel contesto della Montecchia (che unisce la visita alla Villa a quella del castello) è stato realizzato un Museo di vita rurale con lo scopo di ricordare il lavoro della terra che ha contraddistinto l'area. L’accesso alle sale è permesso da una splendida scala di quattro rampe a croce greca. Ampie logge si affacciano dall’alto della collina sul giardino e sull’ameno paesaggio della campagna circostante».
MONTEGROTTO Terme (Castello di Montagnon, Torre di Berta)
«Alle falde meridionali del Monte Castello si trovano i resti di un ampio villaggio, frequentato tra il XVII e il XII secolo a.C. (età del Bronzo Medio e Recente). La cima del colle è invece dominata dalla cosiddetta “Torre di Berta”, da cui deriva la denominazione popolare dell’altura come Colle di Berta. La torre è stata costruita sul "Castello di Montagnon", documentato già nel 1100 e a sua volta costruito su un preesistente edificio di età romana. ... Le informazioni sul castello medievale si basano sulle fonti scritte e su quanto osservato in un sopralluogo nel 2011. ... I resti del castello, attualmente visibili sulla cima e lungo le pendici del colle, comprendono una cinta sommitale, all’interno della quale si possono osservare una cisterna, le fondazioni di un grande edificio e una seconda difesa collegata alla porta di accesso. Nel tratto verso est, la cinta sommitale è stata costruita sui resti dell’edificio in pietre squadrate forse di età romana. Le fonti scritte attestano il castello come già esistente nel 1100. Esso faceva parte di un “feudum”, come ricorda un documento dell’episcopio di Padova risalente al 1116. La presenza di un feudo rimanda all’esistenza di una “curtis”, quasi a suggerire la “fossilizzazione” ancora in questo periodo di una organizzazione insediativa e produttiva tipica del IX e X secolo. Un documento del 1188 registra la concessione in enfiteusi da parte dell’abate del monastero di San Silvestro di Nonantola (Modena) del castello stesso e delle sue dipendenze ai membri della famiglia dei “da Montagnon”, nota fin dal 1038. I Signori da Montagnon svolgevano la funzione di rappresentanti e tutori degli interessi della grande abbazia modenese, che del resto si ritiene attenta a questo settore della pianura veneta sin da età carolingia o ottoniana, se non addirittura longobarda. All’epoca la fortificazione doveva essere strettamente legata al villaggio che si sviluppava ai piedi del Monte Castello. Dalle fonti scritte si evince anche qualche dettaglio in merito alle caratteristiche strutturali del castello: in un documento del 1277 si fa obbligo ai comandanti del presidio di tenere continuamente “tre uomini su ciascuna torre”, ciò che indirettamente ci dice che ne esisteva più di una. Del resto, il castello doveva possedere una notevole capacità di resistenza, se nel 1237 risultò inattaccabile ai ripetuti tentativi di assalto delle pur evolute artiglierie di Ezzelino da Romano: fu solo grazie alle sue complicità politiche che il tiranno riuscì a entrare in possesso del castello, che venne liberato nel 1256, assieme a Padova e alle altre fortificazioni della zona.
Il castello del Colle di San Pietro Montagnon può essere considerato un esempio tipico delle caratteristiche assunte dal processo di incastellamento nel territorio dei Colli Euganei. A differenza che in altri settori dell’Italia settentrionale, i castelli euganei non furono mai villaggi fortificati, ma residenze signorili, più o meno stabili, che fungevano da luoghi di rifugio occasionale per le popolazioni rurali degli insediamenti circostanti. Ogni singolo castello esercitava la propria giurisdizione su un numero di villaggi, noti nella documentazione medievale come “ville”; quella del territorio allora noto come San Pietro Montagnon comprendeva le aree delle attuali Montegrotto, Terradura, San Pelagio e Abano. Alla fine del Medioevo, il castello sul Monte omonimo dovette mutare funzione e caratteristiche: nel codice redatto nel 1433 da Giovan Francesco Capodilista e contenente un repertorio di circa sessanta castelli del territorio di Padova, il “Montagnone” (ovvero il castello di “San Pietro Montagnon”, nome con il quale era allora noto il comprensorio dell’attuale Montegrotto Terme, situato per l’appunto sul Monte Castello) è designato con il termine “fortilitium”, che indica una semplice casa forte rurale. Nel periodo compreso tra il 1675 e il 1685, il sito del castello entrò a fare parte dei possedimenti di Alvise Lucadello, “ragionato ducale”, che con oculate operazioni immobiliari mise assieme una superficie di oltre ottanta campi padovani tra Monte Alto e Monte Castello. Il Lucadello sostituì il castello con un Belvedere; in seguito esso passò in eredità a Daniele Dolfin (1654 – 1729). Oggi la sommità del Monte Castello è dominata dalla cosiddetta “Torre di Berta”, una costruzione simile a un castello ma risalente al XIX secolo».
http://www.aquaepatavinae.lettere.unipd.it/portale/?page_id=1690
MONTEGROTTO Terme (Torre al Lago, Villa Draghi)
«La Torre al Lago si trova in località Caposeda lungo la Circonvallazione della città. La Torre è di età tardo medievale e oggi ne rimangono solo le suggestive rovine. Dopo essere stata casa fortezza della famiglia dell'Arena, nel XIX secolo diventò il rifugio dei banditi capitanati dal brigante Giovanni Stella».
«Villa Draghi: inserita nello splendido scenario di un parco di circa 316.000 mq, questa bella villa ottocentesca sorge su di un poggio a mezza costa del monte Alto. Singolare esempio di architettura eclettica vicina allo stile lagunare e orientale con elementi tipicamente medievaleggianti, l’edificio, da tempo disabitato e in stato di abbandono, è stato purtroppo spogliato degli importanti arredi architettonici che lo completavano, di cui oggi rimangono solo rare immagini fotografiche. La villa conserva ancora la merlatura ghibellina di coronamento, che le dona l’aspetto di castello».
http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=13&ved=0CJcBEBYwDA&url...
«L'origine dell'impianto principale con corte a forma rettangolare e tre corpi di fabbrica lineari (sud, est, nord) che chiudono lo spazio a ridosso delle mura medievali della città è sicuramente riferibile al 1242 ad opera di Egidio detto "Zilio" su ordine di Ezzelino III da Romano. Tale configurazione planimetrica di base è rimasta invariata fino ad oggi. L'intervento principale di "riattamento, accrescimento e abbellimento" risale al periodo di Francesco I da Carrara ad opera di Mastro Nocolò della Bellanda nel periodo 1374-78. A tale epoca risalgono le decorazioni a fresco arrivate fino a noi presenti soprattutto nella porzione d'angolo nord-est a destra dell'ingresso dalla piazza del Castello. Ai Carraresi però non possono essere attribuite trasformazioni essenziali per quel che riguarda la struttura dell'impianto della fabbrica. Un affresco del 1382 di Giusto de' Menabuoi rappresenta il Castello con merlatura su tutti i lati ed, all'interno, logge su corpi edificati a due piani (terra e primo). Altro intervento documentato è la sistemazione, nel 1616 (in epoca veneziana 1405-1797), di ampi locali esistenti nel sottotetto dell'ala nord, per essere utilizzati come granai pubblici, con accesso dalla rampa che sale alle mura medievali esistente a ridosso delle stesse, lungo il lato ovest del Castello a partire dalla corte sotto la Torlonga. Tale rampa si presume risalire al periodo carrarese in quanto completava il collegamento del percorso dal palazzo al Castello tramite il "traghetto". In epoca di dominio veneziano furono poi eseguite opere di manutenzione alle coperture ed ai solai. Sono documentate in manoscritti dalla fine del '600 alla fine del '700. L'attuale configurazione formale e l'altezza d'imposta della copertura dell'ala nord e dell'angolo nord-est può essere desunta originaria di un periodo compreso tra il 1450 (ved. pianta del Maggi 1449 in cui il castello appare merlato) ed il 1616 quando i locali del sottotetto furono sistemati. La soprelevazione per ottenere il secondo piano in questa zona non è databile con sicurezza, e corrisponde al periodo in cui sparisce la merlatura (che viene tamponata, esistente sopra i beccatelli, ancora in parte visibili sul lato nord del complesso, nel momento in cui la funzione prettamente militare viene meno. L'angolo nord-est, appare essere la parte più rappresentativa fin dall'epoca dei carraresi (che la decorano in modo particolare), e per tutto il periodo veneziano durante il quale era utilizzato come residenza del Capitano Maggiore e poi dal Direttore del Castello.
Dai documenti esaminati, in effetti, mai questa abitazione viene definita "rovinosa" o "cadente" come accade per altre porzioni di edificio, gli si può quindi attribuire una maggior cura nella manutenzione. Un intervento su tale porzione risale al 1728 quando viene utilizzato il materiale del tetto della Torre Minore per la manutenzione della copertura dell'abitazione del Capitano. Il grande intervento di trasformazione fu eseguito dal Danieletti nel 1807 quando la struttura fu adeguata a casa di pena. Una serie di piante e di immagini, datate al secolo XVIII, mostrano la situazione dello stato precedente a tali lavori che possono essere riassunti, per la parte d'angolo, in taglio della Torre Minore e nuova copertura a quattro falde, costruzione del vano adiacente alla stessa Torre nel suo lato nord per l'inserimento dell'attuale scala, nuova copertura del suddetto vano e del cortile dell'abitazione del Capitano con modifica, per l'intersezione, della copertura d'angolo. Tale copertura, da quanto risulta dalle immagini settecentesche, risultava precedentemente definita nelle sue caratteristiche formali, morfologiche e tipologiche. Sempre all'epoca del Danieletti possono essere fatte risalire le maggiori modifiche prospettiche dei lati esterni della fabbrica per quel che riguarda la forometria. In particolar modo l'ala Sud risulta completamente rimaneggiata dall'intervento del Danieletti nel 1807 con la sua trasformazione in celle di reclusione. La mura medioevale fu demolita fino all'altezza del primo solaio, ed internamente tutta la struttura portante venne rifatta. Allo stesso tempo la copertura in legno fu sicuramente sostituita. Dal disegno dello Japelli e dai documenti successivi e contemporanei esaminati, la struttura, come riorganizzata dal Danieletti, appare arrivata sino ad oggi inalterata ad eccezione dei solai orizzontali ricostruiti in latero-cemento e della copertura semidistrutta da un incendio nel 1990 che però, per la porzione ancora presente, mantiene le caratteristiche dimensionali e gli elementi originari dei primi anni del 1800. Altri interventi eseguiti nel corso del 1900 sotto l'amministrazione della Casa di Reclusione riguardano il rifacimento del loggiato interno del lato nord del cortile e della maggior parte dei solai sostituiti con elementi in C. A., con spostamento e modifica alle finestre per un secondo adattamento a carcere dei primi anni del '900. Per tali opere è ancora oggi impossibile ottenere la relativa documentazione grafica ad eccezione di una pianta non quotata risultata in scala 1:200 nella quale appare evidente la persistenza delle strutture murarie portanti principali».
http://www.castellodipadova.it/STORIA.htm
«Ben poco rimane oggi delle mura medievali di Padova: se à ancora leggibile, pur in modo molto frammentario, la cerchia più interna, eretta dal Comune fra il 1195 e il 1210, quasi nulla rimane degli ampliamenti succedutisi fra media e tarda epoca comunale e albori della signoria (la cosiddetta seconda cerchia) e praticamente nulla della cortina più esterna, quella propriamente di epoca carrarese (terza cerchia). Quest'ultima fu interamente demolita nella prima metà del Cinquecento per essere sostituita dalla nuova cinta bastionata veneziana, che peraltro ne seguì a grandi linee l'andamento. Quanto ai tratti intermedi (seconda cerchia), furono progressivamente demoliti avendo perso ogni funzione militare: se, al contrario, la cinta comunale è in buona parte sopravvissuta fino ai primi del Novecento (per poi scomparire in parte nel corso del secolo) è stato grazie alle abitazioni che vi si erano addossate nel corso dei secoli e alla presenza dei canali che le circondavano. Rimangono, di epoca carrarese o di poco precedenti, un breve tratto del ramo delle Acquette delle mura intermedie (o della seconda cerchia) in via Dimesse, la torre e un tratto di muro della cinta della cittadella vecchia (oggi piazzetta Delia), la torre della Catena o del Soccorso (nota anche come torre del Boia o del Diavolo), con il recinto del Soccorso, un piccolo tratto del recinto della porta della Saracinesca, un probabile tratto del ramo intermedio di Santa Sofia, nel sotterraneo di casa Breda, oltre a poche vestigia di incerta lettura (p.e. in piazzale Savonarola o nell'area dell'obitorio), o viste e rilevate nel corso di scavi archeologici (viale della Rotonda), ma oggi non più visibili».
http://www.muradipadova.it/lic/le-mura-carraresi.html
PADOVA (palazzi del Complesso Moroni)
«Proprio di fronte alla sede
universitaria di Palazzo Bo, sorge il Palazzo del Comune di Padova,
costituito dall'accorpamento, in epoche successive, di diversi palazzi: il
cinquecentesco Palazzo Moroni (che per tradizione denomina tutto il
complesso degli edifici) che si affaccia su Piazza delle Erbe e si congiunge
al Palazzo della Ragione, i medievali Palazzo del Consiglio e Palazzo degli
Anziani, congiunti dalla Torre che domina Piazza della Frutta, e l'ala
Moretti-Scarpari, costruita tra le due Guerre Mondiali su Via VIII Febbraio
per divenire sede dei nuovi uffici del Municipio.
L'ex Palazzo del Podestà è stato ristrutturato completamente nel XVI secolo
dall'architetto Andrea Moroni, dal quale ora prende il nome, e rappresenta
uno degli esempi stilistici più ragguardevoli presenti nel Veneto. Il
maestoso edificio rinascimentale contiene al primo piano il cortile pensile,
raggiungibile sia dalla scala coperta posta quasi all'ingresso di Via del
Municipio, sia dallo scalone che congiunge il palazzo ai piani alti degli
edifici medievali e al Palazzo della Ragione. I lati che si affacciano su
Via del Municipio e Piazza delle Erbe sono in marmo bianco e si articolano
in due ordini, separati da una balconata che corre lungo tutta la sua
lunghezza e sulla quale si aprono una serie di ampie finestre con volta a
tutto sesto, divise da colonne. Sono ornati con stemmi e simboli di diversi
Podestà, tra cui si possono notare quelle di Domenco Gritti, che occupa una
finestra intera, e l'obelisco sulla sommità angolare, che reca le iniziali e
l'insegna di Nicola Da Ponte. Nell'angolo sud occidentale si congiunge con
una estensione dei primissimi anni del '900 sorta sopra l'area del Fondaco
delle Biade. In epoca comunale, quando fu introdotta la figura del
Podestà, questo ruolo aveva termini e regole ben precise. A differenza del
Consiglio degli Anziani, i cui membri erano eletti e facevano parte della
comunità, il Podestà doveva obbligatoriamente essere un forestiero. In
cambio dell'alloggio per sé e la famiglia e di un discreto compenso (circa
80 volte quello di un operaio generico), doveva stipendiare e pagare tutte
le spese per un gruppo di 35 collaboratori, tra cui quattro giudici del
tribunale criminale e tre militi, tutti pure forestieri, che si trasferivano
in città con le famiglie per il periodo del mandato. Nessuno, nemmeno i
familiari, potevano in alcun modo ricevere regali, donazioni, avere credito
o acquistare proprietà e terreni da nessun padovano, nemmeno accettare un
invito a pranzo.
Il Palazzo del Consiglio che si estende nell'angolo orientale del complesso
e si affaccia su Piazza della Frutta era sede della Cancelleria Pretoria.
Come testimoniato da un'iscrizione, fu costruito nel XIII secolo da Lonardo
Zize, detto Bocaleca, su alcune proprietà donate dai Camposampiero al
Comune. La loggia alla sua base, ora chiusa e occupata da negozi, è ornata
da colonne con capitelli bizantini, chiamati anticamente "i due catini
d'oro". Subì diversi incendi, nel XIV e XV secolo, venendo quindi
rimaneggiato più volte.
Il Palazzo degli Anziani parte dalla duecentesca Torre omonima, anticamente
detta Torre Bianca per distinguerla dalla Torre Rossa, che un tempo sorgeva
dove ora vediamo l'arco del Vòlto della Corda, che congiunge il Palazzo del
Consiglio a quello della Ragione. Si estende lungo Via Guglielmo Oberdan,
aprendosi al piano terra in un porticato da cui si accedeva ai Magazzini del
Sale, ora sede dell'URP del
Comune. Qui si riuniva il Consiglio degli Anziani, formato da rappresentanti
delle corporazioni e del popolo».
http://www.padovanet.it/dettaglio.jsp?tasstipo=C&tassidpadre=1565&tassid=1759&id=9230#par_0
PADOVA (palazzo della Ragione)
«Chiamato popolarmente "Il Salone", il Palazzo della Ragione è in effetti uno dei più grandi ambienti coperti d'Italia che non ha uguali nell'architettura civile italiana. La grandissima sala del piano superiore, all'epoca la più grande sala pensile (cioè sollevata da terra) del mondo costituiva un vero miracolo di ardimento architettonico e di solidità. Ricco di una semplice e severa nobiltà e di una popolana grandezza, il Palazzo della Ragione sorse al centro di un articolato complesso di edifici comunali tra i quali il Palazzo degli Anziani e l'antico Palazzo del Consiglio, ancora in parte esistenti, che si vennero edificando a partire dalla fine del XII secolo, e sorse al centro di un sistema di piazze, le attuali Piazza delle Erbe e Piazza della Frutta, dove aveva luogo il mercato. Tra l'antico Palazzo del Consiglio e la parte orientale del Palazzo della Ragione si apre il Volto della Corda, grandioso arco di passaggio verso Piazza delle Erbe costruito nel 1277, così denominato perché qui i bugiardi, i falliti, gli imbroglioni, i debitori insolventi venivano colpiti sulla schiena con una corda. Le corde rimanevano sempre appese a cinque anelli di pietra infissi nel muro del Volto per ricordare ai venditori di essere onesti. L'angolo posto sotto al Volto della Corda prende il nome di canton delle busie (angolo delle bugie) perché vi avvenivano gli incontri tra i commercianti. Ancor oggi sono visibili in basso, sulla destra del Volto della corda, le antiche misure padovane scolpite sulla pietra bianca che impedivano ai venditori di imbrogliare gli acquirenti. L'imponente Palazzo della Ragione, termine attribuito in epoca veneziana, è un edificio a pianta trapezoidale dovuta ai vincoli di probabili canali d'acqua che attraversavano quelle che tuttora sono le piazze e che già allora erano una sorta di vivace ipermercato. L'antico edificio assomiglia ad un enorme nave capovolta e poggia su 90 piloni, disposti in quattro ordini. Grande ammirazione destava il Palazzo presso i contemporanei fin dalla sua forma primitiva che aveva la stessa lunghezza di quella attuale, ma una minore altezza ed era anche più stretto perché mancavano le due logge prospicienti le due piazze chiamate al tempo semplicemente Piazza Settentrionale e Piazza Meridionale, oggi rispettivamente Piazza della Frutta e Piazza delle Erbe.
Attualmente è utilizzato per grandi esposizioni artistiche e manifestazioni, mentre il pian terreno è tutt'ora destinato, come nell'antichità, a mercato di generi alimentari. Le vecchie botteghe sotto il Salone costituiscono uno degli angoli più suggestivi e caratteristici di Padova. Ogni bottega è ricca di prodotti alimentari di qualità: formaggi, carni, insaccati, pesce che provengono da tutta Italia. Ci sono anche prodotti locali tipici e novità gastronomiche, vere "chicche" di piacere che ogni commerciante vuole far conoscere nell'ottica di un generale recupero del cibo buono e genuino e di una riscoperta delle tradizioni e dei sapori dimenticati. Di recente è stato restaurato il mercato sotto il Salone di Palazzo della Ragione. Il restauro, che ha interessato anche l'interrato del Palazzo, consente di apprezzare i resti medievali e romani, oltre alla crescita stratigrafica della città. Gli scavi effettuati durante i lavori hanno portato alla luce una struttura organizzata in due gallerie longitudinali ed una trasversale, che fanno emergere le varie sovrapposizioni architettoniche che si sono succedute nel tempo. Quanto alla storia dell'edificio è presumibile pensare che il luogo ove sorge l'attuale Palazzo sia stato edificato ed abitato in età precedenti. Sotto il Palazzo rimane infatti memoria dell'età romana e le testine romaniche scolpite poste sugli stipiti degli archi di accesso al mercato sotto il Salone, ne sono una riprova. Non si conosce la data esatta della costruzione primitiva ma già nel 1166 esisteva la parte inferiore dell'edificio che aveva funzioni pubbliche. La prima realizzazione risale al 1219, ed aveva lo scopo di ospitare i tribunali e gli uffici finanziari, ruolo che ebbe non solo in età comunale, ma, sia pure con uso ridotto, anche durante la signoria Carrarese e tutta la dominazione Veneziana, fino al 1797. Fu però anche sede commerciale, unica funzione questa che mantenne nel tempo. Vi è quindi uno stretto rapporto tra il Salone e la giustizia. L'intensificarsi della mercatura nell'area delle piazze invitava il Comune a un intervento regolarizzatore che affermasse anche materialmente la protezione pubblica sulle attività mercantili. I primi statuti che regolano la vita delle città comunali risalgono all'inizio del XII secolo e riguardano soprattutto il commercio e le istituzioni politiche. La forma attuale la si deve a frate Giovanni degli Eremitani che tra il 1306 e il 1309 fece alzare la grande volta in legno a due calotte ed aggiungere il porticato e le logge coprendo le scale. Il tetto fu rifatto a capriate in legno di larice, senza colonne centrali e ricoperto da piastre di piombo. Al grande salone si accedeva attraverso quattro scalinate che prendevano il nome dal mercato che si svolgeva ai loro piedi: la Scala degli uccelli (Scala degli osei) al Volto della Corda, dei ferri lavorati, in Piazza delle Erbe, la Scala del vino, sempre in Piazza delle Erbe, e delle frutta nell'omonima piazza. In epoca comunale doveva esistere un passaggio sospeso (sul genere del Ponte dei Sospiri a Venezia) che dalla piccola loggia portava al palazzo dirimpettaio adibito a prigioni (ora Palazzo delle Debite, ricostruito maldestramente nell'800). L'edificio è attualmente collegato con un volto al palazzo comunale, mentre non esiste più il passaggio per le carceri. ...
Il padovano Nicolà Miretto e Stefano da Ferrara furono richiamati a ridipingere il nuovo ciclo astrologico sulla base delle precedenti tracce. Questi affreschi sono divisi in tre zone orizzontali e in dodici verticali, ripartiti in oltre trecento riquadri che raffigurano il sapere astrologico del tempo, cioè l'influsso degli astri e dei cieli sulle attività umane e sui caratteri: sembra che l'ideatore fosse stato il celebre medico, matematico, filosofo e astrologo padovano del tempo Pietro d'Abano, il cui cadavere fu bruciato perché condannato dopo morto per eresia. Con una ricca iconografia che riunisce simbologie astrologiche e religiose, ma anche con numerosi richiami alla Serenissima rappresentata dal leone (nel 1420 Padova era già soggetta a Venezia), questo ciclo è tra i più vasti e complessi che si conoscano. La fascia superiore, che inizia con il segno dell'Ariete nella parete sud e che si conclude con il segno dei Pesci sul lato orientale, è divisa in 12 parti, corrispondenti ai 12 mesi dell'anno. Ogni parte è formata da tre file di nove riquadri dove sono riprodotti gli elementi caratteristici del mese: il segno zodiacale, i simboli astrologici dei sette pianeti, i dodici apostoli associati ai dodici mesi, i lavori propri di quel mese con il loro pianeta dominante. Il ciclo costituisce un grande orologio solare perché il sole, al suo sorgere, batte sul segno zodiacale corrispondente alla posizione astronomica in cui si trova il sole. La fascia inferiore raffigura soggetti religiosi inframmezzati a figure d'animali sotto le quali i giudici e i notai sedevano per risolvere le varie cause. Chi veniva citato in processo riceveva una carta con sopra il simbolo del giudice che l'avrebbe giudicato e quindi al popolo, che all'epoca contava un'alta percentuale di analfabeti, per individuare il proprio giudice bastava ricordare la figura dell'animale. Nel pavimento del salone, nella direzione della larghezza, c'è una striscia bianca e nera: è il segno del 12° meridiano che passa per Padova. Su di esso battono i raggi del sole che entrano dalla bocca della faccia dorata che sta sulla parete verso Piazza delle Erbe. ...».
http://www.padovanet.it/dettaglio.jsp?tasstipo=C&tassidpadre=1565&tassid=1759&id=9227
«All'angolo tra via S. Francesco e via Zabarella incontriamo Palazzo Zabarella, forse una delle testimonianze più significative tuttora esistenti dell'aspetto della Padova medievale e per questo testimone del vissuto storico della città. Anticamente la zona era denominata Rumena, a causa della notevole quantità di rovine risalenti all'epoca romana. La testimonianza di quel periodo rimane nel riutilizzo di mattoni romani per la costruzione della torre, l'elemento che meglio caratterizza il palazzo nei confronti della città, e del nucleo centrale del palazzo, risalente tra il XII e il XIII secolo. Alcuni scavi hanno rivelato testimonianze di insediamenti abitativi che risalgono addirittura all'inizio dell'VIII secolo a.C. e di attività produttive, legate per lo più alla lavorazione della ceramica, risalenti al V secolo a.C. In particolare gli scavi hanno portato alla luce una casa-laboratorio decorata in alcuni locali da splendidi pavimenti a mosaico. Non abbiamo dati sui primi proprietari del palazzo, che compare tra le proprietà della famiglia dei Da Carrara fino al finire del XIV secolo quando poi il palazzo passò alla famiglia Zabarella che ne mantenne la proprietà per più di quattro secoli lasciandolo sostanzialmente immutato nella sua articolazione spaziale ma radicalmente trasformato nella facciata. Fu nel XVI secolo che venne rinnovato il prospetto su Via San Francesco, con l'inserimento di finestre e poggioli di gusto rinascimentale mantenendo, però, la costruzione feudale con la torre e le merlature guelfe. L'assetto della facciata in chiave neoclassica, avvenne invece nei primi anni dell'800 per opera del noto architetto Daniele Danieletti, la cui opera sarà coronata, intorno al 1818-19, dalla raffinata decorazione delle pareti realizzata da tre famosi artisti: Francesco Hayez, Giuseppe Borsato e Giovanni Carlo Bevilacqua, già attivi a Venezia e che interpretano il gusto neoclassico della riscoperta dell'antico. Oggi Palazzo Zabarella è sede di numerosi eventi di carattere culturale e di mostre di grande respiro internazionale».
http://www.padovanet.it/dettaglio.jsp?tasstipo=C&tassidpadre=1565&tassid=1759&id=9232
PADOVA (porta Liviana o di Pontecorvo)
«La porta prende il nome dall'adiacente ponte Pontecorvo, antico manufatto romano a 3 arcate del 120-130 d.C. che venne successivamente ampliato, rispettando tuttavia l'antica struttura degli archi ad ampia volta. Era denominato Pons Curvus per la sua accentuata curva, necessaria perché non fosse invaso dall'acqua del canale, ma il popolino aveva storpiato il nome latino, prima in corbo poi in corvo, invece che curvo. Porta Pontecorvo è la meglio conservata delle antiche porte. Era detta anche Liviana in onore di Bartolomeo d'Alviano, progettista delle vicine mura, o anche Legnaro o di Piove perché si apre sulla strada che conduce a questi importanti centri della parte meridionale della provincia. Qui, secondo la leggenda, fu arrestata Santa Giustina, poi martirizzata in Prato della Valle. Si narra che quando i legionari romani la fermarono, all'ingresso della città, e la riconobbero come cristiana, le venne chiesto di abiurare la sua fede. Per tutta risposta Giustina si inginocchiò e iniziò a pregare. Come le sue ginocchia incontrarono la pietra questa si fece soffice e vi rimasero le sue impronte. Un'edicola ricorda ancora l'evento. In Piazza Pontecorvo, l'ingresso ai Giardini Treves, bellissimo esempio padovano di "giardino all'inglese", realizzati su progetto di Jappelli».
http://www.padovanet.it/dettaglio.jsp?tasstipo=C&tassidpadre=1565&tassid=1759&id=9232
TEOLO (resti di Rocca Pendice)
«La Rocca Pendice rappresenta una meta di notevole interesse storico e geologico. La natura alpestre del luogo si deve alle forti spinte del magma che perforando la crosta terrestre, provocò il sollevarsi del caratteristico dicco trachitico (m. 320). Sulla cima si trovano i ruderi della rocca medievale, fortezza che non fu mai espugnata, uno dei pochi castelli europei eretti per volontà di uomini liberi, i cosiddetti "comitati". Ceduta dal Vescovo di Padova nel 1161 al Barbarossa, fu fortificata ulteriormente dal conte Pagano, legato all'imperatore. Qui, egli avrebbe rinchiuso la giovane Speronella dei Delesmanini, della quale si impadronì la leggenda trasformandola in eroina della libertà comunale contro il vicario dell'imperatore, che fu poi cacciato. Con l'avvento della Serenissima Repubblica di Venezia (1405) la rocca fu tasformata in prigione di stato. Divenne poi luogo di villeggiatura della famiglia Orologio che vi costruì (1605) una casa ed una cappella, iniziata da Gaspare Orologio che morì precipitando dalla rupe».
http://www.comune.teolo.pd.it/rocca_pendice.asp?lingua=ita
TERRADURA (castello di San Pelagio)
«Il Castello di San Pelagio è chiamato anche Villa Zaborra dal nome dei Conti Zaborra che ne sono i proprietari dal 1700. Il corpo centrale è costituito da una torre medioevale del ‘300 con merlature intatte. Questo splendido monumento nazionale è contornato da un parco molto articolato con giardino principale, giardino segreto, carpini centenari, brolo, peschiera e ghiacciaia. Famosa è la collezione di rose antiche ed inglesi ed una antica vasca termale risalente all’epoca tardo romana venuta alla luce durante i lavori di restauro. Dal 1980 è adibito a “Museo dell’Aria e dello Spazio” in omaggio a Gabriele d’Annunzio che da qui partì con la sua squadriglia aerea veneta per lanciare su Vienna i volantini che invitavano alla resa. All’interno sono esposti oltre 300 modelli di aerei, dirigibili, mongolfiere, divise d’epoca, manichini e motori che ripercorrono la storia del volo dalla mitologia ai giorni nostri. Ampio spazio è dedicato anche alla conquista dello spazio dove si può ammirare la “Vela solare”, un’astronave sperimentale costruita dagli ingegneri dell’Università di Padova, e le immagini della sonda spaziale Giotto. Il Castello di San Pelagio, unico in Europa per la sua collezione aeronautica, è luogo straordinario dove passare una serena giornata di svago, resa ancora più piacevole dalla possibilità di consumare il pic nic su comodi tavoli tra il verde».
http://www.padovamedievale.it/info/castello/pelagio/it
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