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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI TERNI

in sintesi, pagina 1

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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Acquasparta (palazzo Cesi, resti di mura)

Dal sito www.bbmontenero.it   Dal sito www.italianvisits.com

«Cinquecentesca dimora di una tra le famiglie illustri e prestigiose umbre-romane e sede nei primi anni del XVII sec. dell'attività scientifica del Principe Federico e della prima Accademia dei Lincei. Alla famiglia Cesi appartennero magistrati, cardinali di Santa Romana Chiesa, frati, vescovi e beati uomini. Fra le loro residenze la più eminente è quella di Acquasparta, centro di un feudo che nel 1540 Gian Giacomo Cesi e la moglie Isabella di Alviano ottennero da Pier Luigi Farnese. La splendida dimora sorse nel luogo di una rocca distrutta nel primo cinquecento nel corso delle guerre fra Todi, Terni e Spoleto e di cui utilizza le torri uniche strutture superstiti. La costruzione del Palazzo intrapresa dal Cardinale Federico nel 1561 si concluse intorno al 1579 anno del matrimonio di Federico Cesi figlio di Angelo Cesi e Beatrice Caetani, nipote di Gian Giacomo e Isabella d'Alviano, con Olimpia Corsini. Dal 1565 è documentato come architetto del palazzo il milanese Giovan Domenico Bianchi. La nobile severa facciata del palazzo è animata dal grande portale a bugne molto rilevate sulla cui sommità si innestano la loggia e la slanciata finestra. Il prospetto si articola verso la piazza con due robusti avancorpi laterali e all'interno verso il giardino è coronato da una elegante loggia a due piani. Nel cortile antistante si trova l'orto botanico e la torretta dove il principe era solito ritirarsi. Nel palazzo si accede dall'androne agli ambienti del piano terreno, dal portico con una scala anticamente ornata di statue dentro le nicchie si sale al piano nobile in cui affreschi e soffitti lignei a cassettoni con intagli testimoniano ancora oggi la ricchezza della decorazione delle sale, realizzati su disegni di Giovanni Domenico Bianchi e forse ispirati a quelli di palazzo Farnese a Roma sono da considerarsi tra gli esempi più importanti di questo altissimo artigianato in area romana. Nei cassettoni del salone sono intagliate figure di Ercole, putti, trofei d'armi e mascheroni e in quello centrale un grande stemma dei Cesi sorretto da due figure di Vittorie. I fregi ad affresco celebrano la famiglia Cesi ispirandosi alla vite di Plutarco ed esaltano le virtù militari di Gian Giacomo e di Angelo Cesi e la personalità di Paolo Emilio, primo cardinale della famiglia, uomo ricchissimo, colto e potente. Per la decorazione degli ambienti al piano terreno di destinazione privata si ricorse al ricchissimo patrimonio della mitologia soprattutto alle Metamorfosi di Ovidio.

Tra le decorazioni pittoriche è ben visibile lo stendardo con l'emblema dell'Accademia, cioè la lince contornata da una corona d'alloro, simbolo della ricerca scientifica e della proverbiale acutezza di vista della lince, ed invito a non fermarsi alle apparenze sensibili della realtà. I documenti e i caratteri stilistici hanno consentito di identificare il responsabile degli affreschi con Giovan Battista Lombardelli un pittore di origine marchigiana dalla pittura ricca di piacevoli effetti e di gustoso senso narrativo che proprio in quegli anni trovò fortuna a Roma lavorando nei Palazzi Vaticani e in molte chiese romane. Fra il 1618 e il 1624 Federico il Linceo fece decorare al piano terreno "la sala di Callisto" con le storie della ninfa amata da Giove e trasformata da Giunone in orsa. La scena al centro della volta con Diana e Callisto deriva dal modello illustre del dipinto di Tiziano ora esposto a Vienna. Federico fece inoltre dipingere nelle stanze delle targhe con iscrizioni e motti in latino, greco ed ebraico in cui esprime i suoi ideali di ricerca, una epigrafe che sovrasta l'architrave di una delle porte della sala della "genealogia dei Cesi" sede delle riunioni del 1609, esprime quasi fosse il suo testamento spirituale, l'idea di un rinnovamento culturale basato su profonde convinzioni di ordine etico ed epistemologico. Intessuta di mitologie e storie romane di trionfi e allegorie di emblemi, la decorazione che arricchisce palazzo Cesi costituisce uno dei maggiori esempi della pittura di gusto romano in Umbria del periodo di rinascita del mondo cortese del cinquecento. All'inoltrato settecento risale infine la decorazione della cappella che per i caratteri architettonici va riferita al Romano Niccolò Ricciolini (1687-1772). Molto interessante nella sala del trono con un camino che porta una dedica a Galileo il quale nell'aprile 1624 fu ospite del giovane Federico. Nell'arredo spiccano due importanti tele "Mosè e le figlie di Jetro" di Matteo Rosselli (Firenze 1578-1650) e la "Fuga di Lot da Sadoma" di un pittore fiorentino suo contemporaneo. Disabitato per lungo tempo, utilizzato per ospitare i senzatetto nel dopoguerra l'edificio fu infine acquistato nel 1964 dall'università di Perugia che nel 1973 ne concluse il restauro».

http://www.comune.acquasparta.tr.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=281&explicit=SI


Alviano (castello)

Dal sito www.lamiaumbria.it   Dal sito www.lamiaumbria.it

«Elegante e imponente il Castello sovrasta tutta la valle del Tevere. Ricostruito nel XVI sec. su un fortilizio preesistente, è a pianta quadrata, con torri agli angoli. All'interno un bel cortile rinascimentale con doppio loggiato, su cui affacciano numerosi ambienti di pregio. Tra questi la cappella che contiene una serie di affreschi del '600, di buona fattura, che possono essere considerati come una sorta di memoria visiva della storia di Alviano. Nella cappella è raffigurato infatti il miracolo di San Francesco e le rondini, avvenuto nel 1212 proprio ad Alviano - " ... si puose a predicare comandando prima alle rondini che cantavano che tenessero silenzio... " (Fioretti) - ma è presente anche il volto di Donna Olimpia, la committente di quegli affreschi. È opera contemporanea invece il volto di Bartolomeo raffigurato nella sala consiliare; le fattezze sono quelle reali, tratte da una moneta del Cinquecento coniata dalla Repubblica di Venezia. Ancora oggi il Castello, sapientemente restaurato, è il fulcro della vita cittadina: il piano nobile ospita il Municipio; al piano terra si trova il Centro di documentazione audiovisiva sull'Oasi di Alviano, oltre a un centro convegni moderno e attrezzato; nei sotterranei vi sono mostre permanenti di arte moderna e il Museo della Civiltà Contadina, che conta oltre mille oggetti. Di recente, proprio in onore del suo antico padrone, il Castello è diventato sede del Centro studi sui capitani di ventura. Sorge sulle fondamenta di un primitivo nucleo fortificato, la cui costruzione si fa risalire ad Offredo di Monaldo III, conte di Nocera, amico dell'imperatore Ottone III (980-1002), che ne fece il primo feudatario e il capostipite di questa famiglia. Con il succedersi delle generazioni, gli Alviano s'imparentarono con le più importanti famiglie della zona: i Baschi-Carnano, gli Offreduzzi di Guardea, i Montemarte di Lugnano. Nel 1208 gli Alviano mediarono la pace tra Todi e Amelia; san Francesco fu loro ospite e predicò nel castello facendo tacere le stridule rondini. ... A pianta trapezoidale, circondata dal nucleo abitativo, la possente rocca fu realizzata tenendo conto sia della primordiale struttura, della quale furono utilizzate le fondamenta e alcune torri, sia dell'asperità del terreno. È costituita da quattro torri angolari circolari bastionate, da un nucleo residenziale a tre piani, più attico coperto a falde lignee con manto di coppi, da una porta d'ingresso ornata da un leone e da una testa di medusa. All'interno si trova la cappella gentilizia con affreschi del secolo XVII che illustrano la vita di san Francesco e un cortile quadrato perimetrato da archetti che in estate ospita rappresentazioni teatrali. È attuale sede del municipio, di un centro congressi, del Museo della civiltà contadina e del Centro di documentazione dell'Oasi di Alviano».

http://www.comunedialviano.it/citta/CosaVisitare.asp?1=1&IdItem=13


Amelia (palazzo Farrattini)

Dal sito www.palazzofarrattini.it   Dal sito www.e-bedandbreakfast.com

«Il Palazzo Farrattini, Commissionato dal vescovo Bartolomeo II fu progettato dal celebre architetto Antonio da Sangallo il Giovane ed iniziato nel 1517. Sorge all’interno del borgo medievale di Amelia, cittadina dell’Umbria con più di 3000 anni di storia, che ha mantenuto l’aspetto di un paese fuori dal tempo. Per passare un piacevole soggiorno in ambienti carichi di fascino e storia sono a disposizione degli ospiti, tre eleganti camere da letto: la stanza rossa, dedicata a Caterina De’ Medici, la stanza rosa, dedicata al vescovo Bartolomeo II e la stanza gialla, o Sala delle Muse dedicata alle arti e alla natura. L’ampio giardino esteso su un’area di 10.000 mq e con un comodo parcheggio interno offre agli ospiti la piacevole comodità di assaporare l’aperta campagna all’interno del centro storico di Amelia con un panorama irripetibile sulla valle dell’Amerino. Attraversato l’atrio, i cui pavimenti originali mostrano il segno di cinque secoli di storia si accede al Piano Nobile dove l’ampio salone del Sangallo con soffitto a cassettonati lignei a rosoni, intatti affreschi ultimati nel 1574 e le sale attigue sono lo sfondo ideale per ricevimenti e banchetti con una capacità ricettiva di 200 coperti».

http://www.e-bedandbreakfast.com/_scheda.php?ilcodice=22809


Amelia (porte urbane)

Porta Posterola, dal sito www.lamiaumbria.it   Porta Romana, dal sito www.globaltrust.it

«Porta Romana. è la porta centrale e la più maestosa della città, ma anche la più recente, risale infatti al secolo XVI e reca alla sommità esterna una dedica votiva alla Madonna che salvò la città dal terremoto del 1703. è sormontata da caditoia rinascimentale in mattoni. All'esterno il ponte della porta che negli anni cinquanta fu ridotto nella parte terminale ed allargato per permettere un più agevole transito. è visibile tuttora sui cardini, l'antica porta lignea, mentre nel cielo voltato a botte appare l'affresco con l'arme della città: A.P.C.A. in banda bianco argento su sfondo azzurro ("Antiani Populi Civitatis Amerie") che significa "GLI ANZIANI DEL POPOLO DELLA CITTA' DI AMELIA", ovvero l'organismo elettivo più importante del libero Comune, dal tempo degli Statuti del secolo XIV. Porta Leone IV. Deriva il suo nome dal pontefice Leone IV che la ristrutturò. Dà accesso sull'omonima via e al quartiere Leone, uno dei più caratteristici della città per l'aspetto tipicamente medievale, rimasto intatto nelle piccole stradine che si intersecano tra loro e nel ricordo delle botteghe artigiane che la animavano fino a qualche anno fa. La porta si affaccia sul lato nord-orientale della città ed è contrassegnata da due archi: uno a tutto sesto tiene iscritto e uno a sesto ribassato, ambedue sostenuti da due mensole affiancate. Porta Posterola. Costituita in effetti da due porte con incorniciatura in travertino e sormontata da archi a tutto sesto poggianti su mensole, risale al secolo XIII. Le due porte sono disposte perpendicolarmente l'una all'altra con lieve sfalsamento, formando una piazzola interna gestita all'epoca da un corpo di guardia che alloggiava nella torre a pianta quadrata inserita nella trama delle mura cittadine. Il suo compito era di far entrare in quello spazio carri commerciali, controllarne il carico, esigere un eventuale dazio. Non vi sono tracce, nella parte esterna, di difesa piombante trovandosi in posizione nettamente distaccata da terra e raggiungibile probabilmente solo con ponte levatoio. Porta della Valle. Si apre nel lato occidentale, al termine della via omonima. Le sue origini sono medievali con funzione di rilievo nell'accesso ad Amelia in quanto immetteva direttamente nel cuore della città, e costituiva altresì un punto di osservazione ottimale per il controllo della viabilità. Eccezionale il panorama che si può ammirare da questo punto di osservazione».

http://www.amelia.it/portecitta.htm


Amelia (torre Civica)

Dal sito www.stradadeivinietruscoromana.com   Dal sito www.paesionline.it

«La Torre civica di Amelia con la sua posizione dominante, l'aspetto di maestoso monolite a se stante rispetto agli edifici vicini, la peculiarità della forma e dei vetusti; conci con cui è composta, è l'emblema della città. La sua costruzione si fa risalire all'epoca comunale, prima decade del millennio, ma non è giusto additarne la precisa data nel 1050 come espresso poco chiaramente su uno dei massi ad altezza d'occhio che compongono la parte bassa della torre; si ricorda a proposito che la torre comprende numerosi pezzi di riuso romani ed alto medioevali: fregi, iscrizioni, rocchi di colonna, architravi, sarcofagi, ecc. che sono casualmente incastonati nella torre. In base ai saggi effettuati all'interno fino a mt. 2,20 di profondità e alla perfetta rispondenza costruttiva tra la parete interna ed esterna possiamo dire che la torre è stata costruita ex novo ed in coincidenza col sorgere del Comune, mentre la parte più alta a conci più piccoli è di fattura duecentesca e il tratto finale in mattoni del '700. La torre dodecagonale, dell'altezza di mt. 30,20 e perimetro di base di mt. 31,40, parte da un basamento più ampio di cm. 45-60 formato da massi molto voluminosi; in basso sono collocati i pezzi più eloquenti: una meridiana, una treccia bizantina, un fregio romano che ha il suo gemello incastonato sulla facciata a valle della porta cubica, un'iscrizione seicentesca del vescovo Perottus, parte di sarcofagi romani con scene funebri o di gladiatori in competizione. Nella seconda parte i conci di minore dimensione danno origine ad una tripla cornice a dente di sega molto rudimentale da cui si alza il primo ordine di trifore cieche, subito sopra vi è il secondo ordine cieco di trifore e bifore alternate, al di sopra su una cornice di coronamento si stacca l'ordine dei riquadri ciechi alternati alle arcate in mattoni su cui sono installate le quattro campane: la campana maggiore sud, la mezzana, quella del Capitolo e quella dei rinterzi. Le campane oggi ad uso solo religioso, fino a poco tempo fa erano adoperate anche ad uso civico, suonavano in occasione di riunione del Consiglio Comunale e per premunirsi di aiuto divino in caso di temporale. Nella porzione sud-ovest una consistente falla, successiva alla sopraelevazione duecentesca, è stata colmata con rifacimento in pietre irregolari. Nel lato nord prospiciente la chiesa Cattedrale si apre l'ingresso al vano terreno, alla sua immediata destra inizia comoda, la rampa di accesso ai tre piani superiori l'ultimo dei quali, che ospita le campane, è scoperto ed offre vasto spazio allo sguardo sul paesaggio in ogni direzione, in particolare tiene sotto controllo le quattro porte urbane ed ha vista assiale sul Borgo Nuovo (Via della Repubblica). Alla sua base, si dice, abbiano inizio le vie sotterranee che conducono fuori della città (vedi gli scritti storici di Manfredo Italiano, anno 1160; Cesare Orlandi, anno 1772; Guardabassi, anno 1872; Luigi Bolli; Edilberto Rosa, anno 1914 Angelo di Tommaso, anno 1931), tuttavia nessuna traccia è emersa dalla ripulitura della base interna della torre effettuata dal Gruppo Archeologico Amerino».

http://www.amelia.it/torrecivica.htm


Arrone (borgo, mura, torri)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it

«Arrone è un comune di 2.791 abitanti della provincia di Terni. La storia bimillenaria del borgo è testimoniata dal rinvenimento di un cippo in travertino, di una lastra marmorea con iscrizione presso la chiesa di san Lorenzo a Tripozzo, di una testa femminile in marmo risalente al II sec. a.C., di alcuni bronzetti e di un sigillo provenienti da un probabile santuario sulla cima del monte di Arrone. Stando comunque alle fonti documentative Arrone deriverebbe il suo nome dalla famiglia dei nobili Arroni, che secondo lo storico folignate Ludovico Iacobilli lo fondarono nel sec. IX d.C. Lo Iacobilli trasse queste notizie dagli archivi delle abbazie di Subiaco, Farfa e Ferentillo, il nome è comunque documentato nel sec. X con Giuseppe “Dominus Castri Arroni”. Pare comunque che sul finire del sec. IX, un nobile romano di nome Arrone, legato al gastaldato di Rieti, spinto dalle devastazioni di Saraceni e Ungari, si inoltrò nella Valnerina, si impossessò di uno dei promontori rocciosi che vi si ergevano e vi costruì un castello fortificato, inizialmente in legno e poi ricostruito in muratura. Questo castello fu il primo nucleo del paese, che prese da lui il nome e successivamente si tramandò a tutta la sua stirpe . Il feudo in seguito giunse ad estendersi da Papigno a S. Pietro in Valle, da Miranda a Labbro, da Piediluco a Melaci e a Polino. Durante il XIII secolo gli Arroni persero progressivamente terre, autonomia e prestigio in favore di Spoleto. Gli uomini di Arrone, allora, nel 1315, riscattarono tutto il territorio comunale dagli antichi signori, liberandosi dalla plurisecolare signoria dei “Domini Castri Arroni” e finalmente nel 1347 anche Arrone diventa Comune dotandosi di uno statuto (1542). Nel 1527 il territorio subisce il saccheggio delle truppe colonnesi provenienti dal “Sacco di Roma”. ...

La parte alta dell’abitato conserva l’originale struttura medioevale, rispecchiando la struttura difensiva medievale con le Antiche Mura, e i tipici stretti e pittoreschi vicoli. L’abitato, infatti, è circondato da un sistema di torri e cinte murarie poste a difesa della strada che collegava la zona di Rieti con quella di Spoleto. Arrone è composto da due antichi nuclei abitativi e da un terzo molto più recente, periferico rispetto all’originario, dislocato nella parte pianeggiante lungo la strada per Polino. I nuclei più antichi sono denominati “La Terra” e “Santa Maria“. “La Terra” rappresenta di fatto l’insediamento primordiale, tanto da testimoniare ancora i caratteri di rocca difensiva grazie alla presenza del castello degli Arroni. Fra le sue mura custodisce la gotica chiesa di San Giovanni, nella cui abside poligonale si trovano preziosi affreschi quattrocenteschi con la suggestiva Crocifissione. Nei pressi della chiesa si trova la “Porta di San Giovanni“, che collega il borgo al quartiere medievale, caratterizzata da un arco a sesto acuto di tipica ispirazione gotica. Una grande torre a base quadrata, costruita durante la dominazione longobarda, serviva da avvistamento e ultimo baluardo di difesa e combattimento. Misura circa sette metri di lato e diciassette di altezza ed è ornata da una chioma di ulivo selvatico germogliato all’epoca della costruzione della torre».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-arrone-arrone-tr


Avigliano Umbro (borgo, torrione cilindrico)

Dal sito www.avigliano.com   Dal sito www.piazzaumbria.com

«Avigliano Umbro è uno dei Comuni più “giovani” d’Italia, essendo stato costituito nel 1975 dopo essersi separato da quello della vicina Montecastrilli. Sorge sul colle detto di San Rocco, abitato probabilmente fin dall’epoca preromana considerando che il territorio costituiva un importante nodo stradale per l’Umbria e per l’Italia centrale essendo attraversato dall’antica via Amerina e dalla via Ulpiana, detta anche via Romana o via delle Sette Valli. ... Avigliano fu poi un importante borgo medievale: un documento del 1074 riporta che il vescovo di Todi, tale Gorodolfo o Rodolfo, consacrò l’altare maggiore della chiesa parrocchiale. Successivamente entrò a far parte delle Terre Arnolfe, cioè di quei territori che l’imperatore Ottone I aveva concesso in feudo al conte Arnolfo nel X secolo. Traccia di questa donazione si trova nel Regesto, ovvero nel registro di tutti gli atti pubblici o privati trascritti nelle loro parti essenziali, dell’abbazia di Farfa, una delle più importanti sedi monastiche dell’Italia centrale fondata nel VI secolo. Avigliano, per la sua posizione strategica, fu soggetto prima al dominio di Baschi e poi a quello di Todi, che governarono a lungo sulla cittadina almeno fino alla metà del 1300 e la mantennero in stretti contatti con la vicina Amelia, cui era collegata dalla via Amerina e dalla sua diramazione. Successivamente, quando nel 1366 il cardinale Albornoz avviò una politica di consolidamento del potere papale nell’Italia centrale, Avigliano venne saccheggiata dalle truppe del capitano di ventura Giovanni Acuto. Le traversie belliche continuarono per tutto il XV secolo in seguito alle lotte fra i ghibellini (i Chiaravalle, signori di Canale) e i guelfi (gli Atti, che dominavano sulla vicina Sismano). Il borgo attuale è stato completamente ristrutturato. Il centro storico si distribuisce intorno a una moderna torre merlata, adibita a serbatoio idrico, abbellita da un orologio, mentre del periodo medievale resta il torrione cilindrico lungo l’antica cinta muraria difensiva. ... Di interesse anche la Porta Vecchia, antica entrata a sud del paese che reca lo stemma dell’aquila, simbolo della città di Todi, che tiene sotto le proprie ali protettrici due aquilotti, in ricordo di quando sia Avigliano che la vicina Amelia erano soggette al dominio del governo tuderte».

http://www.regioneumbria.eu/guidamusei/dettaglio-citta.asp?idcitta=3


Baschi (borgo fortificato)

Dal sito www.comunedibaschi.it   Dal sito www.cittadellolio.it

«Baschi è un piccolo borgo arroccato su uno sperone che si allunga digradando sulla valle fluviale del Tevere. L’assetto urbano compatto e incentrato sul castello svela le sue origini medievali, a cui si aggiunsero interventi edilizi cinquecenteschi. L’insediamento presenta in pianta una forma stretta e allungata, percorsa da una spina viaria che attraversa piazza del Comune, fulcro urbano, e lambisce la chiesa prima di entrare nel minuto tessuto edilizio che digrada compatto verso il Tevere. Per chi proviene dall’autostrada che fiancheggia l’altura, l’impatto visivo è notevole ed esaltato dall’alto campanile della chiesa di San Nicolò, che svetta tra gli edifici cromaticamente uniformi. Le prime testimonianze certe di una occupazione dell’insediamento di Baschi risalgono all’epoca romana, documentata da importanti reperti archeologici tra cui la tavola di bronzo iscritta, datata all’età augustea, riportante il testo di una legge coloniale in materia funeraria, ora conservata nel Museo Archeologico di Napoli; e la statua del deus Tiberinus, il dio Tevere, distrutta nel 1860, di cui si conserva solo il basamento ora custodito nella sede municipale. La tradizione, invece, attribuisce al re Carlo Magno la cessione del territorio ad un signore del suo seguito, tal Ugolino, soprannominato “le basque”, nome collegabile forse ad origini franco-germaniche. Primo signore di Baschi di cui si ha notizia, fece erigere un castello attorno al quale si sviluppò il paese (X-XI secolo), che nel 1235 divenne borgo fortificato della potente famiglia dei Baschi in possesso, tra il XIII e il XIV secolo, di ben sessanta castelli. Oggi della fortezza si può solo intuire l’impianto generale ed apprezzare parte del suo perimetro lungo il quale si apre, sul versante meridionale, porta Sant’Antonio, arco a tutto sesto che costituiva l’ingresso principale al paese. Le fortificazioni furono, infatti, abbattute per volere del legato del papa nel 1553, in seguito agli efferati omicidi compiuti dai Baschi di Carnano, ramo della potente famiglia con cui nacquero aspre contese per il possesso dei castelli. Varcata la porta, si apprezza subito la caratteristica pavimentazione delle stradine realizzata con i ciottoli fluviali del Tevere e, giunti in piazza della chiesa, si impone all’attenzione per l’alto campanile e l’elegante facciata, la chiesa di San Nicolò. ... Proseguendo si incontrano i cosiddetti “buchi”, termine che indica il continuo incrociarsi di archi e vicoletti, prima di raggiungere il nucleo storico di Baschi costituito da piazza Italia e dalla contigua piazza del Comune, punto più elevato del paese, un tempo chiamata anche piazza della Fortezza per evocare il cuore del borgo fortificato. Qui si affaccia il cosiddetto Palazzaccio, perché in origine residenza della signoria dei Baschi che sottoposero la popolazione a diverse angherie. Oggi l’edificio è sede del Comune ed ospita nelle sale interne l’Antiquarium, che espone i materiali archeologici del territorio comunale, tra cui si annoverano le due imbarcazioni di epoca romana ricostruite in scala, che testimoniano l’importanza raggiunta dal Tevere come via fluviale, confermata anche dai resti del vicino porto romano di Pagliano. Nelle stesse sale sono esposti anche i reperti provenienti dall’importante area archeologica di Scoppieto».

«...PALAZZO MUNICIPALE - Costruito su un impianto medievale del 1200 con inserimenti rinascimentali durante la signoria di Ranuccio dei Baschi (1500). Sede di una piccola corte i cui domini, in questo periodo si estendevano dalla Teverina a Orbetello. Nei sotterranei del palazzo sono stati ricavati i locali dell'Antiquarium. PALAZZO DEGLI ATTI - Sito a Civitella del lago, ingloba una delle due entrate al borgo medievale. Costruito da Venturino e Diomede degli Atti che bonificarono il castello dopo il passaggio di Carlo VIII. Ampi saloni e scalinate monumentali lo rendono degno di ospitare sempre più frequentemente convegni e avvenimenti culturali. Da notare l'Arco di Diomede, la cui copia può essere ammirata a qualche passo dal tempio della Consolazione a Todi come ingresso delle proprietà agresti della famiglia degli Atti. ... LA GUARDIOLA (PORTELLA) - Una delle due entrate al castello, chiamata anche "La Portella", è datata all'inizio del 1500. Ora monumento nazionale».

http://www.regioneumbria.eu/default.aspx?IDCont=200554 - http://www.cittadellolio.it/area-soci/comune-di-baschi/


BATTIFERRO (castello)

Dal sito www.facebook.com/battiferro.terni   Dal sito www.facebook.com/battiferro.terni

«In comune di Terni. Antichissimo castello tra Spoleto e Terni, sul quale il comune di Spoleto pare avesse diritti fino dal secolo XI. Nel 1190 Transarico di Rustico di Arrone donò al comune di Spoleto la sua parte del castello, confermando le donazioni già fatte dall'avo e dal proavo al tempo di Tiberto (Minervio, XIII). Una parte del castello però apparteneva al duomo di Spoleto, che, nel 1190, tentò di vendere, ma, non riuscendo, desistette. Nel 1241 Federico II, e nel 1247 il cardinale Capocci, confermarono al comune di Spoleto il possesso di Battiferro. Nel 1296 tutti gli abitanti del paese lo abbandonarono, ma il comune di Spoleto ve li riportò con forza. Nel 1325 i signori di Battiferro, i Santi, filii domini Petri da Spoleto, si ribellarono alla curia del ducato, che confiscò per la Chiesa la rocca di quel castello. Nel 1410, dopo un assalto dato a Terni da milizie spoletine,la torre di Battiferro fu ampliata e il luogo meglio fortificato (Santi 111/23). Nel 1445 Nicolò V lo fece restaurare e divenne sede di un monastero di cistercensi. Sul cucuzzolo, a 800 slm, restano poche mura con merli e torri schiomate, di quella che fu una delle cinque fortezze più potenti del comune di Terni, affacciata sul Serra».

http://www.lamiaumbria.it/scheda_comuni.asp?pag=1412


BORGARIA (resti del castello)

Dal sito www.turismonarni.it   La porta d'ingresso di Borgaria, dal sito www.gelda.altervista.org/gallery/borgaria-tr-agosto-2010

«In epoca medievale diviene un Castello della diocesi di Narni come si rileva dal "registro delle rendite" della Chiesa negli anni 1191, 1192 e 1225. Nel 1291 anche Borgaria viene colpita da interdetto in quanto, come già Narni e Amelia, si rifiuta di pagare il censo alla Chiesa. Lo spirito di questa gente continua ad essere piuttosto vivace e ribelle. Nel 1508 gli uomini di Borgaria vincono una causa e vengono liberati dal giudice dall'obbligo collettivo di prestare la loro opera per la costruzione della porta delle Arvolte a Narni: obbligo imposto da Sisto IV. Dell'impianto medievale del castello e delle sue appendici rimangono pochi elementi. La torre di avvistamento è collocata in cima a un colle di fronte all'abitato. Originariamente a base poligonale rimangono oggi visibili pochi ruderi. Intorno all'abitato si scorge ancora la cinta muraria della quale restano pochi tratti insieme ad una torre a pianta circolare in buono stato di consevazione».

http://www.turismonarni.it/home.php?id=19


Borgo Cerreto (resti del castello)

Foto di Silvio 1953, dal sito www.trekearth.com   Dal video www.youtube.com/watch?v=Ngs50lDuRVQ

«Borgo Cerreto è un antico castello sito alla confluenza del fiume Vigi con il fiume Nera, nel territorio di Cerreto di Spoleto. Il centro, sviluppatosi nel periodo tardo-medievale, sorse su un crocevia che ebbe una grande importanza fin dall`epoca preromana e romana; qui correva infatti il confine tra le antiche regioni della Sabina e dell`Umbria. In questo punto incontravano la strada di fondovalle del fiume Nera (che doveva svilupparsi sulla riva sinistra del fiume, probabilmente sul tracciato occupato poi dall`ex-ferrovia Spoleto-Norcia) con la strada che da Colfiorito (Valico di Plestia) per Sellano e la valle del Vigi si dirigeva con percorsi montani verso Cascia passando per Ponte, S. Giuliano, Rocchetta. Nel Medioevo l`abitato si snoda lungo la via che sale al castello di Cerreto di Spoleto. Presso gli attuali ponti si riconoscono alcune strutture murarie a torre, che dovevano vigilare su due ponti levatoi. Il sistema difensivo di Borgo Cerreto si completava sui lati nord ed est con una cinta murata, dove si apriva la porta verso Cerreto di Spoleto, e con la torre presso la Chiesa di San Paterniano. Faceva parte del sistema di castelli e torri di avvistamento che formavano il reticolo fortificato a difesa dell`accesso al nursino; Borgo Cerreto era un avamposto con funzione di difesa del castello di Cerreto di Spoleto e di quello di Ponte (le cui torri comunicava a vista) e controllava l`attraversamento dei fiumi e la viabilità di due arterie principali (lungo il Nera e verso Sellano-Colfiorito)».

http://www.lavalnerina.it/dett_luogo.php?id_item=143


Buonacquisto (borgo fortificato)

Dal sito www.comune.arrone.terni.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it

«Buonacquisto, castello di poggio, tra Polino e Piediluco, edificato intorno al XIII secolo, appartenuto allo Stato Pontificio, oggi frazione del Comune di Arrone, sede di Comunanza Agraria, venne alle dipendenze di Spoleto nel 1347. Nel 1361 figura tra i castelli soggetti alla città, e fu rovinato nel 1395 dai Reatini, che lottavano contro Spoleto. Nel 1405 donna Francesca, vedova di Chiaramonte dei Signori di Buonacquisto, donò al Comune di Spoleto le sue proprietà in detto castello (v. pergamena del Comune, an. 1405). Nel 1411 gli Spoletini vi mettevano una loro guarnigione, nella guerra contro Ladislao re di Napoli. Nel 1463 Spoleto consolidò ed estese il suo dominio su Buonacquisto, opponendosi anche alle mire di altri pretendenti, però nel 1490 non si trova tra i castelli del distretto Spoletino. Il castello raccolse, attorno al Mille, parte della popolazione del distrutto castello di Melace. Dal XVI secolo Buonacquisto ha goduto di ampia autonomia fino agli anni dell’Impero francese, e poi, a partire dal 1817 divenne appodiato del Comune di Arrone. Curiosità storica: la Comunanza di Buonacquisto ancora oggi è impegnata nella controversia che, dal XVI secolo, la contrappone a Polino per la definitiva spartizione delle terre del diruto castello di Melace».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-buonacquisto-arrone-tr


Capecchio (castello)

Foto Associazione degli Umbri, dal sito www.umbriaroma.it   Dal sito www.umbriaturismo.net

«Il castello di Capecchio è senz'altro uno dei più suggestivi fortilizi dell'Umbria e tra i più interessanti del patrimonio architettonico italiano. Si è sviluppato intorno a una torre di guardia di epoca romana, Torre d'Orlando, sorta lungo il corso del Tevere, poi potenziata in epoca medievale. Fu anche monastero e ricovero per viandanti. Il Castello di Capecchio, XIII secolo, appartenne alla famiglia tuderte dei Landi, potenti feudatari di tutto il territorio, agli inizi del XVIII secolo divenne proprietà dei conti Morelli di Todi e nell’Ottocento fu acquistato dai Paparini. Il nuovo proprietario, S.E. Giuseppe Santoro, ha riportato il castello all’antico splendore ed all’antica ruvida bellezza. Inoltre ha fatto restaurare un artistico dipinto “La Madonna dei Cerri”, così chiamata perché l’immagine fù trovata su un cerro e la gente della contrada le è devota. L’iconografia è stata collocata nella cappella trecentesca del castello e in primavera si svolge una festa per ricordare la pietà popolare, molto sentita". Il castello è stato riconosciuto come Residenza d'Epoca, entrando a far parte del patrimonio italiano dell'UNESCO nel 2009».

http://www.umbria.ws/content/capecchio-castello-di-baschi


Capitone (resti del castello)

Porta d'ingresso al paese, foto di Arturo Gallia, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.umbriatouring.it

«Dominio per lungo tempo della omonima famiglia, nel medioevo è comunque soggetto a Narni fin dal 1270 anche se più volte le fu sottratto. Notevole era il suo impianto di difesa, data la sua posizione strategica nella lotte tra i comuni di Narni, Amelia e Todi. Nel 1492 venne occupato e distrutto dal capitano di ventura Braccio di Montone, e nel 1527 venne saccheggiato come la stessa Narni dai Lanzichenecchi. Entrando nel castello dalla porta trecentesca, si possono osservare costruzioni quattrocentesche e cinquecentesche ancora intatte. Della primitiva cinta muraria rimane oggi la porta d'ingresso a doppio arco ricavata in una torre a base quadrangolare. Poco fuori il centro storico si trova una modesta torre di avvistamento e la chiesa della Madonna delle Sbarre. La strada verso Narni offre la vista di un panorama bellissimo sia di Narni, che di tutta la vallata, si può vedere lo sviluppo residenziale e industriale di Narni Scalo, di Santa Lucia e Ponte Aia, sulla collina opposta si può notare l'altura con i ruderi dell'antico castello di Collemaggio».

http://www.turismonarni.it/home.php?id=19#topMenu


Carnaiola (castello o palazzo Meoni)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.comune.fabro.tr.it

«Il Castello di Carnaiola era una antica fortezza realizzata agli inizi del 1000 a difesa del " Muro Grosso", opera di natura idraulica realizzata in origine dagli Antichi Romani (sembra per volere di Nerone) al fine di contenere le acque della Val di Chiana ed arrecare così meno danni a Roma in caso di esondazioni del Tevere. Nei pressi di questo sbarramento sembra che convergessero 2 importanti strade: la Cassia ( in una sua variante) e la Traiana. Riguardo a Carnaiola le poche notizie raccolte sono riconducibili alla figura di Paris de Philipensibus che abitò la casa nel medioevo, ciò si evince da alcuni stipiti delle porte interne. Sembra certo che appartenne anche all’altra famiglia orvietana di grande rilievo, i Monaldeschi; infine è certo che alla fine del 1500 il conte Oratio Marscianus abbia fatto grandi lavori modificando totalmente il vecchio Castello di natura militaresca e trasformandolo nella propria residenza. In seguito alle ingenti spese di ristrutturazione i discendenti furono costretti a vendere la proprietà. Nel corso del 1800 è stata proprietà della famiglia Meoni di Buonconvento (SI) ed è rimasta loro fino al 1922. Da allora è proprietà Dal Savio. Alla fine del 1800 ha dimorato a Carnaiola per alcuni anni il conte Giovanni Cozza padre di Adolfo (risiedendo presso la casa della figlia che era sposa di un membo della famiglia Meoni). Da alcune lettere risulta che fu sepolto presso il Cimitero di Carnaiola».

http://www.umbriaearte.it/castello_carnaiola.htm


Carnano (ruderi del castello dei conti Baschi)

Foto di MimmoMuto, dal sito www.flickr.com   Dal sito it.wikipedia.org

«Carnano è una località ubicata nel comune di Montecchio (TR), limitrofa alla frazione di Tenaglie di cui territorialmente fa parte. Fino al 1948 fu sotto il comune di Baschi, per ovvie ragioni storiche. Identifica un castello medievale, divenuto famoso per esser stato visitato da san Francesco di Assisi e ove, secondo tradizione, decise di fondare il Terz' Ordine Francescano. Tradizione confermata anche dalle edizioni più tardive dei Fioretti. Nelle trascrizioni iniziali al posto di Carnaro si legge "Cannaia" (Cannara), un piccolo paesino rurale ai piedi di Assisi. Fu costruito dalla signoria dei conti Baschi a guardia del versante dei monti della loro contea, che aveva come base il castello Baschi della Teverina, divenuto oggi l'odierno comune di Baschi. Il castello Baschi di Carnano è di proprietà dei conti Volpetti. Il castello, posto in una posizione dominante il territorio, è composto dalla rocca dove era situata la dimora o residenza del signore, e da una svettante e massiccia torre (o mastio), quasi un vero e proprio dongione (donjon), posta sul punto più alto, da dove si poteva controllare a vista tutto quello che avveniva intorno e su diversi lati, in direzione dei domini adiacenti: Orvieto, Todi, Amelia, i territori verso Viterbo e Montefiascone, dai quali era separata e contemporaneamente unita dalla viabilità fluviale, ottenuta mediante la navigabilità del fiume Tevere. Sottostante il mastio, nel versante del castello, vi era un nucleo di edifici per le abitazioni delle famiglie degli inservienti, dei soldati, la cappella, i magazzini, i forni, le carbonaie, le stalle, i corpi di guardia e tutti gli altri servizi di castellanza.

Le caratteristiche strutturali e tecniche delle varie parti di questo castello fortificato seguirono i progressi dell'arte militare: si passò così dalle nude muraglie merlate della prima struttura architettonica feudale, alle ben studiate disposizioni difensive dei castelli dal XIII al XV secolo, dominati dall'alta mole del mastio, coronati dalla serie delle merlature su caditoie del cammino di ronda aggettante, protetti dalle robuste torri distribuite nei punti più salienti. In questi già complessi e vasti organismi, il palazzo del signore di Baschi, con i fabbricati annessi, prese importanza e aspetto di dimora principesca e, pur conservando all'esterno le disposizioni necessarie per la difesa e la sicurezza degli abitanti, si arricchì, nell'interno, di cortili e di sale dalle amene architetture e leggiadre decorazioni. Vi sono segni evidenti delle ultime manipolazioni eseguite nel XVI secolo, probabilmente ad opera dei due facinorosi fratelli Baschi di Carnano, Attilio e Flaminio, dove il castello comincia a perdere il duplice carattere di fortezza e di dimora signorile ponendosi sotto forma di fastosa dimora nobiliare. La poderosa struttura non ha fondazioni, poggia direttamente sul banco di roccia ed è difesa più in basso dalla vigorosa cintura difensiva consistente nelle possenti murature realizzate a blocchi lavorati e squadrati, unitamente a conci in pietra sbozzati di varie forme e dimensioni. Queste opere murarie delimitavano il perimetro del complesso militare e civile cingendolo tutto intorno, ad eccezione dei punti dove era difeso naturalmente verso la valle da precipizi. All'interno, sono visibili le tracce delle abitazioni, delle cisterne, i resti della pavimentazione, i sotterranei dell'antico borgo, il cassero appartenuto ai conti di Baschi e le interessanti strutture architettoniche romaniche superstiti, riferibili al complesso religioso della chiesa medievale dedicata a santa Maria. L'arco cronologico del complesso, per quanto riguarda le fonti storiche e d'archivio, copre un periodo che dal XII secolo arriva al XVI secolo: l'ultimo quarto del 1500 rappresenta il momento dell'abbandono definitivo. ...».

http://it.wikipedia.org/wiki/Carnano


Casigliano (castello)

Dal sito www.tripadvisor.it   Dal sito http://viaggi.repubblica.it

«Gli storici lo vogliono compreso nella donazione di Ottone I imperatore ad Arnolfo nel 980 d.c. Assalito, saccheggiato e distrutto prima dai barbari e poi dalla famiglia ghibellina dei Chiaravalle, la struttura odierna, progettata da Sangallo il Giovane, risale al 1519. Fu Ludovico degli Atti a commissionarglielo per trasformarlo in una rocca militare che da allora non subì più distruzioni. Cominciava una nuova età per il Castello. Ludovico degli Atti ricevette il maniero dal papa Clemente VII quale premio della fedele servitù nelle crociate cristiane in qualità di generale dell’esercito papale. Egli ospitò qui papi di passaggio, come quando, nel 1543, il papa Paolo III soggiornò a Casigliano attorniato da sette condominiali e con la scorta di 1400 cavalli. La tragica faida tra gli Atti e i Cesi, conclusasi nel 1553 con l’assassinio nel Castello di Angelo degli Atti, figlio di Ludovico, per mano di Pietro Cesi, segnò l’inizio del declino della potenza di questa famiglia ed il castello finì per tornare sotto la Curia Apostolica. Da questa, il principe Bartolomeo Corsini lo acquistò, con 2000 ettari di terreno, nel 1607 per “la modica cifra”di novantasettemila scudi; oggi la sua erede Contessa Lucrezia Corsini ne ha aperto le imponenti porte per farne assaporare le atmosfere ricche di storia».

http://www.castellodicasigliano.com


Castel del Monte (torrione, castello)

Foto di Amedeo Tonti, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.comune.acquasparta.tr.it

«Sorge ad una distanza di 6 Km da Acquasparta in direzione Spoleto, in prossimità del valico. è un piccolo borgo in mezzo ai boschi ed ai margini della conca originata dalla Dolina del Tifene. Nel medioevo era un castello che poi fu trasformato nel XV sec. Nell'interno del castello è possibile osservare cospicui resti di strutture architettoniche appartenenti all'impianto difensivo medievale tra cui una possente torre cilindrica al centro della quale si apre l'antica porta del castello che è sormontata da uno stemma in pietra della città di Todi; la parrocchiale, del XIII-XIV secolo posta fuori delle mura del castello, non conserva testimonianze di particolare interesse» - «Una possente torre cilindrica e l'antica porta di accesso sormontata dallo stemma di Todi al castello sono quanto rimane dell'impianto difensivo che fece del paese di Castel del Monte uno dei baluardi difensivi del territorio».

http://www.comune.acquasparta.tr.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=257&explicit=SI - http://www.ditt.it/eccellenza...


Castel dell'Aquila (Forte Cesare)

Dal sito www.montecastrilliturismo   Dal sito www.meravigliaitaliana.it

«Il palazzo Forte Cesare si trova a Montecastrilli, in località Castel dell’Aquila ed è situato su un ampio ripiano. Il palazzo, circondato da un vasto patrimonio agricolo, si incontra lungo il percorso della via Amerina verso la valle del Tevere; tale contesto è caratterizzato dalla ricchezza di episodi architettonici di grande valore storico-artistico: cinte murarie, rocche difensive e maestosi castelli contribuiscono a determinare un suggestivo ambiente che rimanda all'età medievale e agli anni in cui questa terra era protagonista delle vicende storiche che vedevano papato e impero contendersi spazi e potere. Il palazzo rappresenta una delle ville-palazzo fortificate più interessanti del territorio umbro per il suo alto valore architettonico. L’impianto planimetrico complessivo caratterizza fortemente l’unità di paesaggio attraverso i rigorosi allineamenti ortogonali delle parti disposte entro la bella figura di un rettangolo i cui lati sono in una proporzione di circa 1:2. La strada di accesso divide in due ambiti l’intero sito: un’area pressoché quadrata, che contiene il giardino e i due edifici gemelli annessi, e una più piccola area contenente un edificio di servizio, la cappella e il palazzo. Quest’ultimo conserva l’alta torre angolare del maschio medievale e, per il resto, risulta improntato al gusto sangallesco di fine Rinascimento; presenta eleganti facciate ritmate da equilibrate sequenze di finestre e una bella cornice di coronamento appoggiata su mensole. Più riccamente ornate risultano le due palazzine di accesso al giardino segnate da lesene, nicchioni e raffinate fasce marcapiano. Gli interni del palazzo conservano ancora tracce delle seicentesche decorazioni a tempera sulle pareti dei saloni, la cui integrità risulta oggi dolorosamente compromessa - come quella dei preziosi soffitti cassettonati e intagliati e dei raffinati arredi e cornici lapidei - a causa del pessimo stato di conservazione in cui versano i fabbricati. Anche il giardino, attualmente incolto, ha perduto il settecentesco disegno formale all’italiana. Il Forte Cesare di Montecastrilli sorse anticamente come roccaforte militare medievale per le esigenze difensive del corridoio Bizantino che, nell’alto Medioevo, collegava Roma con Ravenna. In periodo tardo-rinascimentale, in seguito all’affermazione in Umbria del potere pontificio, la funzione originaria venne a mancare, cedendo il passo all’uso residenziale. Attraverso un intervento di ristrutturazione che inglobò le antiche strutture, l’antico fortilizio fu trasformato in una maestosa e aristocratica dimora fortificata, per volere dei proprietari Conti degli Atti; tale nobile e importante famiglia di Todi mantenne per diversi secoli il feudo del sito. Nel corso del XVII secolo, furono realizzati vari interventi di decorazione nelle sale interne. Nella prima metà del Settecento, ad opera del Conte Felice degli Atti, fu disegnato l’attuale impianto compositivo planimetrico a geometria ortogonale; furono, inoltre, ristrutturati, nella forma che attualmente conservano, gli edifici annessi: fu costruita la cappella, intitolata al Santissimo Crocefisso e furono eretti i due edifici gemelli che segnano l’ingresso al nuovo impianto del giardino. Alla fine del Settecento, la proprietà fu acquisita al patrimonio della romana Congregazione di Propaganda Fide che, nel 1808, la cedette alla famiglia dei Ciatti. In ultimo, nel 1922, Angelo Ciatti, discendente della famiglia, lo lasciò in eredità al Comune di Amelia, che ne è l’attuale proprietario».

http://www.meravigliaitaliana.it/index.php?action=index&p=14&meraviglia=755


Castel dell'Aquila (resti del castello)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it

«La torre a base quadrata e i due torrioni rotondi che delimitano l'accesso al bastione, non sono le uniche vestigia, per altro ben conservate, del Castello fatto costruire dai todini nel 1294, sul sito chiamato Colle Nobile, perché tenesse a bada la irrequieta ed non sempre fedele Amelia. La porta sormontata dall'aquila che artiglia una tovaglia, contornata da cinque palle di ferro, e il campanile pennicolare a trifore e quadrifore della chiesa di San Giacomo e San Marco, sono altrettanti segni distintivi della sua vetustà e della fierezza della sua gente».

http://www.umbriaonline.com/article_143.phtml


CASTEL DELL'ISOLA (resti del castello)

Dal sito https://sites.google.com/site/terninostru   Dal sito https://sites.google.com/site/terninostru

«Castello dell'Isola. Fu un castello sulla pianura ternana, sulla sinistra del Nera, dirimpetto a Collescipoli, due miglia da Terni; vi fu probabilmente un monastero benedettino medievale, per le bonifiche del luogo, che, fino al 1212, era soggetto alle inondazioni del Nera. Fu poi dei conti Arnolfi, ramo Rapizzoni, che vi si stabilirono per qualche tempo (Iacobilli, Santi e Beati dell'Umbria, tomo I). Nel 1242 Bertoldo di Urslingen, dopo aver inutilmente assediato Narri, si vendicò sui castelli del suo territorio e saccheggiò e incendiò Collescipoli, Rocca Carlea, Perticara e Castel dell'Isola. L'assalto a questo castello fu più aspro e il combattimento durò a lungo. $ fama che alla difesa delle mura accorressero anche donne e fanciulli, dando prova di strenuo valore. Federico II, che era stato aiutato dalla ghibellina Terni, concesse a questa città di fregiarsi dell'aquila sveva per la tenacia dimostrata contro il Castello dell'Isola. Il castello fu distrutto e incendiato. La gente dovette emigrare, chi a Collescipoli, meno provata, chi a Narni, mentre 24 famiglie passarono a Terni. Innocenzo IV, che si trovava a Perugia, dette autorizzazione ai Narnesi di poter riedificare il castello (7/7/1252); ordinò ai profughi di tornare nel loro paese (26/4/1254). I ternani si opposero e i narnesi vennero alle armi. Il rettore del ducato riuscì a far evitare la guerra e il 10/12/1258 fu firmato un trattato di pace. Fu stabilito che tutti i profughi di questo e degli altri castelli fossero obbligati a tornare ai loro paesi. Ma, mentre gli altri castelli si ripresero, Castello dell'Isola non risorse più. Oggi non restano che pochi avanzi: le mura di una chiesa dirupata, forse quella del monastero dei benedettini, con la denominazione di Sant'Angelo all'Isola. Quando il paese era vivo, pagava al comune di Narni 16 soldi di gabelle annue».

http://www.lamiaumbria.it/scheda_comuni.asp?pag=1520


CASTEL DI FIORI (castello)

Dal sito www.ilcastellodimontegabbione.it   Dal sito www.ilcastellodimontegabbione.it

«Cinto da mura con la presenza dominante del Castello (oggi proprietà privata) e la Torre medievale, recentemente restaurata, che si trova dal lato opposto della breve via centrale. Nella graziosa piazzetta centrale si fronteggiano, anch'essi recentemente restaurati, il Palazzo maggiore del borgo e la piccola Chiesa Cattolica. Come si legge nei documenti di catasto del 1292 il Castello già esisteva e vi era anche in questa località "l'abbazia di aqua alta" meta privilegiata della famiglia dei conti di Marsciano ma soprattutto di Bernardino II e probabilmente fu proprio lo stesso Conte a far edificare il Castello. Di certo sappiamo che nel 1350 il Castello di Castel di fiori già esisteva poiché segnava i confini del territorio Orvietano; Non doveva però costituire una buona "guardia" se i Signori di Orvieto nello stesso anno decisero di muovergli contro. Nel 1380 il castello fu oggetto di contesa tra i Montemarte, i Monaldeschi della Vipera da una parte e i Monaldeschi della Cervara dall'altra. Agli albori del 1200 sono infatti due le famiglie emergenti sul territorio Orvietano: i Monaldeschi e Filippeschi, i primi sostenitori della politica palale, i secondi di quella imperiale. La loro importanza storica non è certo minima se lo stesso Dante Alighieri nella Divina Commedia li menziona proprio per denunciare quella sorta di guerriglia che ormai caratterizzava molte città italiane, anche se è in questo periodo che la città di Orvieto è teatro di una decisiva battaglia tra guelfi e ghibellini (più precisamente tra monaldeschi e filippeschi ) che segna la totale sconfitta di questi ultimi ad assicura così il trionfo del guelfismo. Gli ormai strapotenti Monaldeschi vennero però in discordia tra loro e si suddivisero in quattro famiglie: Della Cervara, Dell'Aquila, Del Cane e Della Vipera riunite poi in due fazioni, dei Buffati e dei Malcorini, i cui nomi vennero poi convertiti in Muffati e Melcorini ; questi ultimi seguaci del papa, i primi dell'imperatore. Ma la storia del castello non contiene in sé solo queste famiglie infatti questo fu anche di possesso del famoso capitano di ventura: il Gattamelata, che a metà '400 possedeva anche il castello di Montegiove. Dai documenti emerge che in data non precisa il castello passò di proprietà alla famiglia del condottiero e per via ereditaria a Todeschina Gattamelata, sua figlia. Questa sposò il Antonio Bulgarelli conte di Marsciano (1429-1483), e dal matrimonio nacquero tre figli Lodovico, 13 giugno 1471, Antonio e Ranuccio. Seguita la divisione dei beni fraterni dei conti di Marsciano, Lodovico venne in possesso del castello di " fiore" e così, per via femminile, il Castel di Fiori ritornò agli antichi proprietari».

http://www.ilcastellodimontegabbione.it/PagineIlGobbo/IlGobbo-CastelloCasteldiFiori.htm (da Alice Tabacchioni, Ecomuseo: il museo del futuro. Percorso alla scoperta dei castelli e delle torri del Comune di Montegabbione (TR), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Perugia, a.a. 2008-09)


Castel Rubello (castello)

Dal sito www.comune.porano.tr.it   Dal sito www.castelrubello.it

«Si presenta con tre torri, che spiccano sulla ben conservata rocca. Il castello dovrebbe risalire al secolo XIII. C'è una "carta" del comune di Orvieto che obbliga il 9/9/1346 i proprietari a difenderlo. Nella tregua tra Muffati e Malcorini del 1385, è compreso anche Castel Rubello. Nel 1397 era dei Beffati. Nel 1414, cessato il vicariato di Pietro Mormilli di Napoli, Castel Rubello, con Allerona, Porano e Lubriano tornano nella giurisdizione di Orvieto, per volere di Eugenio IV. Nel 1420 il castello è esonerato dalle tasse da Martino IV, per i danni delle guerre. Nel 1477 il vescovo di Orvieto, Giorgio Della Rovere, fece costruire una villa-fortezza, che poi diverrà Castelgiorgio. Fece insediare in questo castello alcuni suoi nipoti. Tra essi Bernardino, che sposò Donna Argentina Dei Conti Valenti, sorella di Brandolino, signore di Castel Rubello e del contado. E per l'eredità di varie terre, Bernardino, all'improvviso, nel 1497, attaccò alcune truppe del Valenti, impadronendosi poi con spavalderia dello stesso Castel Rubello. Il Valenti si alleò con i Savelli, signori di Benano (v.) e, con un nutrito esercito di 400 cavalieri e oltre 800 fanti, assalì Castelgiorgio, difeso da soli 25 balestrieri a cavallo, al comando del fratello di Bernardino, Giovanni Maria Della Rovere. Il quale fu preso prigioniero, le truppe furono disarmate e il palazzo vescovile bruciato. Condotto a Castel Rubello, il Della Rovere fu liberato la domenica successiva per intercessione delle donne dei Savelli, venute a Castel Rubello, con un corteo di trenta cavalli: il bottino che era di 2500 ducati, fu restituito. Si conosce anche un'altra scorreria, compiuta da Nicolò, figlio naturale di Brandolino, su Castelgiorgio, il 10 luglio 1500: trovando la porta del castello aperta, i suoi balestrieri poterono catturare Bernardino e molti suoi uomini, che furono condotti a Viterbo, mentre venivano razziate armi e animali. Ci fu pure un morto: Mattia da Orvieto, amico di Bernardino. La inimicizia fu composta da Giovanni da Monte Lupone, luogotenente del Valentino, che occupò i due castelli il primo di aprile del 1503. La prima torre quadrata, ha una cornice merlata aggettante su beccatelli. Un'altra torre sovrasta l'edificio residenziale, quadrata. Una terza torre, la più alta, è incorporata nell'edificio. Una quarta torre è utilizzata come campanile della chiesa, cui è unita con un arco a sesto acuto. Questo funge da ingresso principale al paese».

http://www.lamiaumbria.it/scheda_comuni.asp?pag=1523


Castel Viscardo (castello dei duchi di Montevecchio o di Donna Antonia)

Dal sito www.dodecapoli.com   Dal sito www.regioneumbria.eu

«Il Castello di Madonna Atonia, detto anche Castel Viscardo o Villa di Montevecchio, si trova presso Castel Viscardo, cittadina distante da Orvieto circa 13 Km; situato alla sommità di un alto rilievo roccioso, l’imponente organismo domina la boscosa valle del fiume Peglia. Il sito fu prescelto per le particolari caratteristiche favorevoli alla difesa e al controllo sul territorio circostante; costituì infatti un importante nodo per le comunicazioni tra Orvieto e la Toscana; dalla sua posizione si possono ancora oggi avvistare molti castelli del circostante territorio orvietano. La struttura della villa è formata da un irregolare volume su pianta trapezoidale che articola le diverse parti intorno a una stretta corte centrale. La costruzione si eleva su possenti mura perimetrali ed è protetta da ampio fossato. Il lato sud-orientale, inquadrato da due torri cilindriche angolari, coronate dai bellissimi beccatelli in pietra e mattoni, presenta le gli episodi architettonici di maggior pregio: la barocca sistemazione urbanistica di ingresso e la loggia rinascimentale al piano nobile. Il sistema di accesso è costituito da un percorso rettilineo, fiancheggiato verso valle dai due cortili con gli annessi di servizio. La rampa d’ingresso risulta definita da due quinte laterali, a sinistra la testata di un lungo edificio di servizio e a destra l’entrata al monumentale viale di cipressi. La quinta d’ingresso è movimentata da lievi aggetti e contiene un portale centrale con arco a tutto sesto, sormontato da un ampio fastigio con orologio; lateralmente vi sono due nicchie con statue. Dopo l’ingresso, si percorre una scala cordonata che immette al piazzale antistante la facciata principale; questa, rivolta verso l’ampia sistemazione a verde che insiste sull’area una volta occupata dall’antico borgo, è caratterizzata da un’alta torre su base quadrata, coronata da un volume più stretto; il piano nobile, secondo uno schema tipico di molti palazzi baronali cinquecenteschi, è sottolineato da elementi più ricercati, quali le cornici basaltina ai vani finestra. Oltre il fossato esiste il grande giardino all’italiana; dell’impianto originario, risalente al XVIII secolo, rimangono alcune alberature, l’imponente viale di cipressi e bellissime querce secolari; le forme attuali sono invece dovute soprattutto ai lavori di sistemazione novecenteschi che interessarono anche l’attigua area del nuovo giardino. L’area complessiva, disposta su un ampio piano inclinato, risulta quadripartita e formata da tre grandi aiuole rettangolari e da un spazio, destinato a boschetto. L’attuale costruzione è il risultato di una trasformazione piuttosto consueta in molti centri minori dell’Umbria. Mutata l’antica destinazione funzionale, molti castelli sono divenuti maestose ville residenziali; spesso, come in questo caso, in tale conversione sono coinvolti gli antichi abitati dei borghi che vengono abbattuti per poter liberare aree prossime all’edificio principale da utilizzare a giardino.

La prima fondazione del maniero si deve a Guiscardo di Pietrasanta, antico capitano pontificio che ne volle la strategica edificazione tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo; a Guiscardo deve una delle denominazioni non solo il complesso fortificato, ma tutta la cittadina umbra che lo ospita. Il nome di Castello di Madonna Antonia fu dato invece più tardi, alla metà del XIV secolo, quando la proprietà fu della nobildonna sposa di Bonifacio Ranieri della Greca. Successivamente il castello fu per diversi secoli della famiglia Monaldeschi della Cervara; la famiglia, in seguito a disastrosi eventi bellici avvenuti nei primi decenni del XVI secolo, dovette ricostruire il castello, i cui lavori si protrassero fino all’inizio del XVII secolo, generandone la attuale configurazione. Dal 1635, la proprietà passò, in seguito a contratti matrimoniali, prima alla nobile famiglia dei Veralli, poi ai marchesi Spada, insigniti del titolo di principi nel 1777, che la conservarono fino al 1921, infine ai duchi di Montevecchio, i cui discendenti ancora la possiedono. Il castello è stato interessato da vari restauri nel corso dei secoli; in particolare, si ricorda l’intervento settecentesco che produsse l’attuale sistemazione dell’ingresso e l’energica demolizione dei caseggiati costituenti il borgo, realizzata tra il 1928 e il 1932, per far posto all’impianto di un nuovo giardino; il grande giardino all’italiana, esterno al fossato, risale invece a un periodo tra il XVII e il XVIII secolo».

http://www.paesaggi.regioneumbria.eu/default.aspx?IDCont=201143


CASTELDILAGO (borgo fortificato)

Dal sito www.casteldilago.it   Dal sito www.casteldilago.it

«Casteldilago è un antico castello di poggio di origine altomedievale situato su uno sperone roccioso circondato da una valle dove un tempo si estendeva un lago paludoso che ha dato il nome al castello. L´agglomerato urbano si articola intorno alla chiesa di S. Valentino, posta al culmine del colle, seguendo delle fasce concentriche; una cinta fortificata costituita dalle antiche mura castellane, di cui si conservano ancora le torri e le porte urbane racchiude il nucleo storico. Al suo interno Casteldilago nasconde un tesoro architettonico fatto di stratificazioni storiche, prospettive inaspettate, vicoli stretti e tortuosi, rampe e passaggi coperti, da volte e archi di chiara impronta medievale. La struttura urbana nel suo aspetto attuale è databile tra i secc. XIII e XIV, mentre la chiesa di S. Valentino, sorta sui resti dell´antica pieve altomedievale, risale al periodo romanico, un recente restauro a riportato alla luce numerosi affreschi, inoltre fuori dalla cinta urbica si trova la chiesa di S. Nicola che ospita preziosi affreschi attribuiti a Giovanni di Pietro detto lo Spagna».

http://www.casteldilago.it


Castellonalto (borgo fortificato, palazzo Pennacchi)

Palazzo Pennacchi, dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Palazzo Pennacchi, dal sito www.iluoghidelsilenzio.it

«Castellonalto è stato edificato su uno sperone roccioso precipite sulla valle del fosso del Castellone a guardia e controllo della Via della Lana. Da qui si gode un grande panorama della valle ternana, fino a raggiungere la rocca di Narni (ma ciò che suscita emozione è il cosiddetto Scoglio di Mezzogiorno con il profilo perfetto della vecchia che dorme). Le abitazioni ruotano attorno al palazzetto gentilizio del Cardinale Angelo Pennacchi edificato nel 1735 (iscrizione sopra l’architrave di una finestra). La struttura urbana è circondata da alcuni avanzi di mura e caseggiati uniti da archetti. Sui muri delle antiche case si possono scorgere nicchie con votivi del XVII secolo. Ma ciò che merita attenzione è senza dubbio il palazzo Pennacchi, con la sua architettura originale (di recente sottoposto ad un buon restauro). All’interno, i locali, sono arricchiti da focolari che mostrano decorazioni originali in pietra. Nel salone sopra la fronte di uno di questi, è collocato lo stemma del cardinale. Nel piano superiore un soffitto presenta decorazioni a tempera del XVIII secolo. Sulla facciata si apre l’unico portone di ingresso con stipiti in pietra lavorati con scanalature lisce. Il portone è l’originale, ma meriterebbe un più accurato intervento conservativo. L’area antistante è contraddistinta da un lungo sedile in pietra che prosegue per tutto il perimetro circostante, che attesta l’uso di ritrovo per le riunioni della comunità. Uscendo dal paese, si può percorrere l’antico sentiero che giunge alle montagne dell’Aspra, se si percorre invece la strada provinciale si arriva a località Salto del Cieco, antica”Stazione di Posta”, sul confine tra il vecchio Stato Pontificio e il Regno. Qui è ancora visibile il rudere della vecchia dogana. Sul muro di facciata di due abitazioni, stemmi scolpiti del Comune di Ferentillo e quello dello Stato Pontificio» - «Paese ancora ben conservato, specie nel centro storico dove possiamo visitare la piccola Chiesa in stile romanico della Madonna del Rosario, con una pregiatissima tela posta sull'altare maggiore del XVI sec. All'inizio del paese vi è un grande palazzo signorile del XVII sec., residenza del Cardinale Pennacchi un tempo governatore del luogo».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-castellonalto-ferentillo-tr - http://www.comune.ferentillo.tr.it/portale_turistico/home.php?id=6&ss=6


CASTELTODINO (borgo fortificato)

Dal sito www.montecastrilliturismo.it   Dal sito www.umbria.ws

«Si ritiene che il borgo di Casteltodino venne fondato dal nobile romano Caio Sempronio Tudiano, da cui l'antico nome di Castel Tudiano. Rimangono ancora dei resti di insediamenti romani, in particolar modo sulle sommità delle colline circostanti: a prova di ciò si può leggere un'epigrafe sulla porta d'ingresso del centro storico. Importante castello medievale, saldamente chiuso nelle sue mura di cinta dove sono evidenti le tracce del passato nella struttura urbana, il suo toponimo ricorda che fu uno dei castelli alle dipendenze di Todi. Da visitare la Chiesa di San Bartolomeo, secolo XI-XII, riaperta recentemente al culto dopo una radicale opera di restauro».

http://www.umbria.ws/content/casteltodino-montecastrilli


Cerreto di Spoleto (torre campanaria, palazzo Neri)

La torre campanaria, dal sito www.lavalnerina.it   Palazzo Neri, dal sito www.lavalnerina.it

«In basso scorre il Fiume Nera, l’antico Nahar, affiancato dalle forme geometriche dei prati e dei campi di fondovalle e nascosto dallo stretto bosco fluviale di salici, pioppi e ontani. In alto si erge il castello di poggio di Cerreto di Spoleto sorto a dominio delle strette valli del Vigi e del Nera, e fin dall’epoca romana crocevia di percorsi in direzione di Spoleto, Cascia, Norcia, Visso e Camerino. Il carattere fortificato del castello di Cerreto di Spoleto e del borgo sottostante, Borgo Cerreto, sono i segni che ci raccontano le vicende storiche tormentate di questo piccolo paese della Valnerina, per secoli conteso fra Spoleto e la Chiesa di Roma e fra Spoleto e Norcia, in una lunga lotta per affermare la propria autonomia comunale e per strappare al gastaldato di Ponte l’egemonia sul territorio circostante. Gli eleganti palazzi gentilizi presenti nel tessuto urbano testimoniano la storia delle passate epoche di ricchezza e di potere, così gli insediamenti sparsi nel territorio di Cerreto di Spoleto fanno da indispensabile cornice a questa storia: Borgo Cerreto, Bugiano, Colle Soglio, Macchia, Nortosce, Rocchetta, Triponzo. ... La snella Torre Campanaria che domina l`alto castello è uno degli elementi architettonici che rimangono del sistema difensivo medioevale di Cerreto di Spoleto, oltre ad alcuni tratti di mura e ad alcune delle sei porte. Viene da sempre chiamata col nome di "torre", ma è a tutti gli effetti anche un campanile. In essa vi è, infatti, il "campanone" fuso nel 1452, del peso di 16 quintali sul quale vi è un`iscrizione gotica in bassorilievo, due figure di Nostro Signore e due della Madonna col Bambino, l`arme del Municipio ed un`altra alquanto erosa che forse rappresenta l`effige di San Ponziano comprotettore di Cerreto di Spoleto. Anche queste figure e le due armi sono in basso rilievo. Attorno in lettere gotiche è la salutazione angelica: "AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM" e l`invocazione a Cristo Redentore: "SERVA CERRETI POPULUM IN PACE DEUS HOMO FACTUS JHESUS". In questo campanile, oltre al campanone, c‘è un`altra campana più piccola del XV secolo. Nel 1565 invece venne posto un orologio nelle vicinanze della campana. Sotto la porticella d`ingresso ed esternamente al campanile stesso, nel 1617, venne fatto costruire dal Municipio un piccolo vano per riparare dalla pioggia chi suonava le campane. La Torre campanaria, con un`altezza media in gronda di circa 21 metri, è stata soggetta nel tempo a numerosi interventi di manutenzione vista la sua importanza architettonica ed urbanistica. Essa è infatti composta da due grandi pilastri, successivamente uniti tra loro, nella cui cella trovano posto l`orologio e il campanone quattrocentesco, che secondo l`usanza veniva suonato principalmente per fugare le tempeste e per attirare l`attenzione del popolo quando veniva convocato nel "Publico Arengo" (assemblea popolare). ... Palazzo Toni, originario del sec. XVI, che ingloba anche una porta della prima cerchia di mura, detta "Arco di Narducci" e che prospetta sulla via principale di Cerreto di Spoleto, via Umberto 1°, dove spicca il grande portale in pietra con mascherone».

http://www.lavalnerina.it/dett_area.php?id_item=30 - ...Torre%20Campanaria.html - ...Palazzo%20Toni.html


Cesi (mura, palazzi)

Dal sito www.icorridori.org   Dal sito www.icorridori.org

«La frazione di Cesi si raggiunge dal centro di Terni, dal quale dista circa 10 chilometri, seguendo la direzione di Borgo Rivo, superando Campitelli, dove si incontra il bivio per Sangemini. Qui occorre voltare a destra e salire, attraverso una comoda strada, fino al paese che si trova a quota 437 metri sul livello del mare, alle pendici del monte Torre Maggiore. Appena sotto l'abitato esistono ancora dei resti di mura poligonali che attestano l'origine umbra del centro. All'ingresso dell'abitato si trova invece l'ex chiesa romanica di Sant'Angelo (X secolo). Proprio sopra la chiesa c'è il palazzo Contelori, già sede della delegazione comunale, recentemente restaurato (XVII secolo). La chiesa parrocchiale è Santa Maria Assunta, costruita nel '500 ed ampliata nel '700. Nella sagrestia della chiesa sono conservati una madonna lignea del XII secolo ed una pala d'altare del Maestro di Cesi. All'interno del paese, molto caratteristico per la sua posizione addossata alla montagna, risalta la mole del Palazzo Cittadini-Cesi risalente alla prima metà del '500. Al di sopra dell'abitato di Cesi si sviluppa una cinta muraria medievale ed un sistema di torri di guardia che sale fino al pianoro di Sant'Erasmo, a 790 metri d'altezza. Qui sono visibili i resti di un'antica arce umbra con mura poligonali del V-VI secolo a.C. Su un lato del pianoro sorge una chiesetta romanica, eretta dai benedettini nell'XI secolo. Salendo ancora più in alto, con una strada sterrata piuttosto sconnessa, si può giungere nei pressi della cima di Monte Torre Maggiore, dove, in seguito a recenti campagne di scavo sono venuti alla luce i resti di un antico complesso religioso Italico, le cui origini vengono fatte risalire al VI secolo a.C.».

http://www.terniweb.it/cont/turismo/itinerari/conca1.shtml


Cesi (resti della Torre Maggiore della Rocchetta)

Dal sito www.icorridori.org   Dal sito www.terninrete.it

«Significativi in questo contesto i siti di S.Erasmo, per dimensione e sviluppo assumono caratteristiche di tipo protourbano. L’abitato di S.Erasmo si sviluppa sulla sommità pianeggiante di uno sperone roccioso che si prolunga nella Rocchetta di Cesi, dell’impianto originale rimangono pochissime tracce in alcuni tagli nella roccia sul lato sudorientale. Il sito attualmente visibile è databile all’incirca al V sec. a.C., circondato da una potente cinta muraria in opera poligonale con blocchi calcarei, delimitando un’area di circa 7000 mq. All’interno della cinta, i resti visibili non sono numerosi, l’elemento più notevole è un grande basamento rettangolare, altri resti sono un pozzo circolare presso la chiesa romanica e resti di strutture di età romana tra cui una cisterna. La mancanza di scavi impedisce di conoscere l’organizzazione dello spazio interno abitato, la tecnica edilizia piuttosto arcaica ci fa ipotizzare una datazione al VI-V sec. a.C. Il centro è identificabile con Clusiulum, ricordato da Plinio il Vecchio tra le città scomparse degli Umbri; ebbe grande importanza nel sistema difensivo umbro al momento della penetrazione romana nell’Italia centrale, cui tappe principali possono essere considerate la conquista di Nequinium con conseguente fondazione della colonia di Narnia nel 299 a.C.».

http://www.terrearnolfe.it/siti.asp?id=15


CIVITELLA DEI CONTI (castello)

Dal sito www.comune.sanvenanzo.tr.it   Foto di Ubimaior, dal sito it.wikipedia.org

«Proprietà dei Fodivoli, il castello fu fortificato durante il sec. XIV e fu oggetto di contesa nelle lotte tra le fazioni dei Monaldeschi di Orvieto. Possesso per molti anni dei Conti di Marciano che gli concessero gli Statuti (1529), entrò definitivamente nell'orbita orvietana. Feudo dei Saracinelli fino al sec. XVIII, passò sotto Marsciano al tempo di Napoleone, poi, con la riforma di Pio VII, divenne appodiato di San Venanzo. Dell'antico castello, ora di proprietà privata, è possibile osservare il torrione, dal quale si gode un bellissimo panorama, le mura perimetrali, la chiesetta e le carceri sotterranee. La chiesa parrocchiale conserva due pale d'altare del XVIII secolo e una copia del S. Michele Arcangelo del Reni».

http://www.comune.sanvenanzo.tr.it/it/territorio_comunale/le_frazioni.html


Civitella del Lago (borgo fortificato)

Dal sito www.agrisantamaria.it   Dal sito www.ovopinto.it

«La zona in cui sorge Civitella, in epoca romana era densamente popolata e fiorente era la sua agricoltura; i prodotti erano inviati a Roma, Via Tevere, dal vicino porto di Pagliano. Numerosi sono, quindi, i reperti romani. Pare che dove sorge ora questo tranquillo paesino, ci fosse la città romana di Vindino (così la chiamò Plinio il giovane). Sulle sue rovine fu edificata Civitella di Massa, e faceva parte della Massa Bindi (deriva dalla trasformazione di Vindici-Bindinio-Bindi) insieme a Poggio delle Morre (oggi Pomurlo vecchio), Monticelli, Scoppieto, Salviano, Forello, Cappanni (scritte al plebato di S. Gemini di Massa), S. Andrea delle Morre, Morruzze, Pigliato, Acqualoreto, Fulignano, Canonica dei figli di Fosco, Collelungo, Castrum Valli (oggi Vagli), quest'ultime terre facevano parte del plebato di S. Angelo di Izzalini. I suddetti castelli formavano il validissimo e delicato sistema di difesa del territorio di Todi, sulla riva sinistra del Tevere. Queste terre condivisero quindi la storia con la città di Todi fino agli inizi del XIX secolo, quando la quasi totalità di Massa andò a costituire Comune di Baschi, durante il periodo napoleonico. Oltre ai compiti di difesa delle strade e delle mura, gli abitanti di Civitella si dedicavano alla pastorizia e all'agricoltura.Dai fitti boschi ricavavano legna, carbone, ghiande, castagne. Nella Massa di Civitella si ha una delle prime universitates, cioè una delle prime Comunanze: proprietà demaniali comuni.Se ne ha notizia in un atto di acquisto (1270) di alcune terre appartenenti all'Ospedale della Carità di Todi. Civitella gode di una posizione strategica importante: su un'altura difficilmente accessibile, punto di incontro tra due civiltà diverse: quella orvietana e la tudertina. Dal XIII secolo, il Comune di Todi vi favorisce l'insediamento dei Fredi, potente famiglia le cui origini risalgono al X secolo. Nel 1367 sotto le mura di Civitella si accamparono le truppe comandate da Guido di Montemarte:erano soldati orvietani che andavano in aiuto del cardinale Albornoz, il quale stava assediando Todi. Anche Civitella fu attaccata e subì gravi danni. Todi fu inglobata nello stato della chiesa e morto l'Albornoz, la stessa città, terre e castelli divennero prede di nuove e potenti famiglie: gli Atti (guelfi), i Chiaravalle (ghibellini), i Brancaccio di Napoli, i Malatesta, i Michelotti e Braccio Fortebraccio. ...».

http://www.comune.baschi.tr.it/sa/sa_p_testo.php?x=06ddb95f4c6efc2e535ccd6278a47340&idservizio=10013...


Civitella del Lago (palazzo Pensi, già palazzo degli Atti, porta Tuderte)

Dal sito www.ovopinto.it   Dal sito www.ovopinto.it

«...Proseguendo ci si imbatte nella Porta Tuderte (Arco e Palazzo Pensi). Sul lato est delle mura del paese si apre l'antica porta detta Tuderte. Costruita nel XVI sec. è sormontata dallo stemma della città di Todi in osservanza della legge emanata il 10 febbraio del 1577 che fu applicata a tutti i castelli della zona. Il permesso di costruire il palazzo sovrastante fu ottenuto il 22 febbraio del 1575 da Guido e Francesco, i nipoti di Ludovico degli Atti. Palazzo degli Atti Costruito nel XVI secolo, oggi Palazzo Pensi, presenta al suo fianco il campanile della chiesa costruito sui resti di una delle torri di guardia».

http://www.civitelladellago.it/cicerone.php


Civitella del Lago (Portella o Porta Orvietana)

Dal sito www.civitelladellago.it   Dal sito www.comune.baschi.tr.it

«Detta Guardiola o Portella è la porta meridionale di accesso al Castello medioevale su Piazza Belvedere e posto di guardia da cui era possibile controllare tutto il versante sud del territorio».

http://www.ovopinto.it/page_view.php?codice=33670233044183efc46bac


Collelungo (borgo fortificato)

Dal sito www.comunedibaschi.it   Dal sito www.agrisantamaria.it

«Apparteneva al plebato di Izzalini ed era un castello fortificato; non si sa esattamente il periodo della sua nascita. Contava quindici fuochi. Nel 1297 prese parte alla difesa di Pompognano (qui gli Orvietani furono sconfitti dai Todini nel 1252). Pompognano fu raso al suolo nel 1301 (era chiamato anche Castellaccio delle Formiche). Gli abitanti di Collelungo si occupavano, insieme con quelli di Pigliuto, Fulignano, Acqualoreto e Cappanni della difesa del passo delle Morre. Era retto da un sindaco, che, come altrove, al momento della nomina doveva versare una cauzione di cinquanta libbre d'argento: il sindaco si recava a Todi il primo sabato di ogni anno per conferire con il podestà e per consegnare le tariffe riscosse del pascolo, legnatico ghiandatico, frondatico, del carbone, delle pertiche, calce e mattoni. Affiancavano il sindaco i "massari" e i sergenti, questi ultimi rendevano conto dell'attività militare. Fu rettore della chiesa di San Donato, don Giacomo Landi che era stato "magister familie" del cardinale di Santa Fiora, nipote di Paolo III. I Landi erano guelfi, quindi Collelungo si trovò a sopportare la violenza del ghibellino Aribello Chiaravalle, come aveva dovuto subire la prepotenza di Carlo VIII che era sceso lungo tutta la penisola senza colpo ferire, prendendo con la prepotenza quanto gli occorreva. Nel 1571 la popolazione di Collelungo era di 185 persone, di cui 46 fanciulli. All'interno del castello c'era un ospedale ma con un letto "satis incomodo". Nel XVI secolo, i suoi abitanti non hanno più a che fare con la guerra e i soldati fanno parte della milizia cittadina. L'ultimo signore di Collelungo fu il conte Morelli. Anche questo castello fece parte del Cantone di Baschi e della Comune di Toscolano».

http://www.comune.baschi.tr.it/sa/sa_p_testo.php?x=06ddb95f4c6efc2e535ccd6278a47340&idservizio=10013...


Collescipoli (borgo, palazzi)

Dal sito www.ilcollediscipio.it   Dal sito www.ilcollediscipio.it

«Collescipoli è una delle frazioni più interessanti del comune di Terni. Il paese sorge sulla sommità di un poggio all'interno della conca ternana ad un'altitudine di 238 metri. Si raggiunge seguendo la Flaminia in direzione di Narni. Sulla strada che porta a Collescipoli si incontra una suggestiva chiesetta romanica, Santo Stefano, che conserva, sulla facciata, una lapide con una lunga iscrizione medievale. Al borgo di Collescipoli si accede attraverso la cosiddetta Porta Ternana decorata da un settecentesco busto di Scipione l'Africano, collocato sulla scorta di un'azzardata etimologia del nome del paese: Collis Scipionis. La via che sale all'interno del borgo (Corso dei Garibaldini) è ricca di importanti palazzi realizzati tra il '500 ed il '700. Tra questi notevole è Palazzo Ungari. Poco discosto si trova il palazzo della Genga, mentre nella piazza principale spicca la mole di palazzo Gelasi, del '500, con un bel cortile interno di stampo vignolesco, destinato ad ospitare corsi universitari».

http://www.terniweb.it/cont/turismo/itinerari/conca2.shtml


COLLESTATTE (torre)

Dal sito www.umbriaturismo.net   Foto di Roberto Tomei, dal sito www.panoramio.com

«"Colle Stacti", questo l'antico nome di un piccolo paese situato lungo la Valnerina; già nel 1090 troviamo il suo nome fra quelli citati nel Ducato Spoletino. Collestatte inizialmente era collegata alla città di Terni da un sentiero che da Torre Orsina scendeva fino all'abitato in questione e da qui tramite il passaggio a San Liberatore, attraverso la Romita giungeva fino in città. L'abitato di Collestatte già nel 1084 era in formazione: la centralità delle vie di accesso e la presenza di una ricca fonte che per secoli ha rappresentato per Collestatte una vera ricchezza, ha fatto si che qui l'uomo abbia trovato un terreno fertile per il proprio insediamento. Le fonti inoltre testimoniano la presenza di una struttura fortificata, una torre di guardia che difendeva tutta la bassa Valnerina, intorno alla quale pian piano è venuto a crescere il centro abitato: del resto la posizione era ideale per l'avvistamento. L'antica torre, posizionata appunto sul punto più alto del colle, è riutilizzata come campanile. L'organizzazione urbanistica dell'abitato è chiaramente ripartita secondo uno schema di tipo centrifugo, con un sistema di assi e viottoli che a ventaglio si dipartono dalla piazza San Pietro, proprio a ridosso della torre ora campanaria, ed abbracciano l'intero abitato. ... Agli inizi dell'Ottocento anche la Chiesa [della Trinità] venne risistemata ed unita all'antica torre che proprio in quel periodo venne destinata ad uso religioso, come campanile. Di fronte alla chiesa troviamo il settecentesco Palazzo Vitali, con decorazioni in stucco alle finestre, simili a quelle del vicino Palazzo Manassei».

http://www.umbriaonline.com/Terni_collestatte.phtml


COLLICELLO (borgo fortificato, torri)

Dal sito http://collicello.it   Dal sito www.per.umbria.it   Dal sito http://collicello.it

«L’impronta medievale del borgo è immediatamente visibile all’arrivo nella piazza su cui troneggia il campanile merlato. Nelle mura si apre la porta nuova, costruita nel secolo scorso, quando l’attuale strada comunale divenne l’accesso principale al paese. Le mura medievali che circondano il borgo sono qui ben visibili e in buono stato di conservazione. Alcuni tratti sono stati inglobati in abitazioni costruite nei secoli precedenti. Due delle otto torri di Collicello sono dislocate lungo il tratto di mura visibili dalla piazza e una terza è andata distrutta nel primo dopoguerra. Nella parte nord-ovest si alza imponente la torre di difesa costruita nel Trecento per fronteggiare il dirimpettaio castello di Canale. Restaurata recentemente è visitabile su richiesta. Nella parte centrale si trova la chiesa di San Giovanni Evangelista, patrono di Collicello. Di epoca sicuramente successiva alla costruzione del castello, conserva un antico organo a canne. Nella parte inferiore troviamo la “porta vecchia”, l’antico accesso al borgo. Si apre su un piazzale da cui si gode un bellissimo panorama sulla campagna circostante. Scendendo dalla porta per un piccolo sentiero si arriva alla chiesa della Madonna delle Grazie. Coeva del borgo, conserva al suo interno un ciclo di affreschi probabilmente risalenti al Quattrocento. La sua posizione riservata e l’incantata atmosfera ne fanno una location molto ricercata per la celebrazione di matrimoni. ... La costruzione del castrum di Collicello risale al 1295 (Riformanza del comune di Amelia, A.C.A.), Venne fortificato nel XIV secolo ad opera degli Amerini come testimoniato in numerosi documenti dell’epoca».

http://collicello.it/cosavedere.htm


COLLICELLO (castello di Canale)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito http://collicello.it   Dal sito http://collicello.it

«La storia medievale di Collicello è legata indissolubilmente a quella del dirimpettaio castello di Canale, oggi purtroppo nascosto dalla vegetazione e a rischio di crolli. Questa fortificazione eretta tra il X e il XII secolo, diventa nel Trecento, l’oggetto del contendere fra lo Stato della Chiesa e la famiglia Chiaravalle, che ne reclamava il possesso. Negli anni si susseguirono le lotte tra Canale e Collicello che costituiva l’avamposto dello stato pontificio. Nel 1353 il cardinale Albornoz nel tentativo di riportare ordine nello stato pontificio, iniziò le operazioni per la conquista di Canale e la sua successiva distruzione, il terreno tornò in possesso della Chiesa che nel 1362 inviò un castellano per la riedificazione della rocca. Nel 1377 i Chiaravalle riuscirono a rientrarne in possesso e la resero praticamente inespugnabile. Con la sua tetra figura dominava la valle meta delle scorrerie delle milizie chiaravallesi. I borghi limitrofi e in particolar modo Collicello furono spesso soggetti ad attacchi e per questi motivi il governo di Amelia decise costruire un cassero a Colcello. A tale scopo venne inviato il maestro Giovanni di Bettona insieme a Giovenale da Narni e altri mastri del luogo costruì la torre che ancora oggi ammiriamo. La presenza della fortificazione non scoraggiò gli attacchi chiaravallesi tanto che nel 1449 la torre dovette essere restaurata a seguito dei gravi danni riportati. L’11 settembre del 1461 Matteo di Chiaravalle e le sue truppe, approfittando dell’assenza degli abitanti di Collicello recatisi alla fiera di Amelia, attaccarono il vicino castello, demolirono gran parte delle mura di cinta, fino alla torre grande e bruciarono le case all’interno del paese. La replica dello stato pontificio si attuò già l’anno successivo ed infine nel 1464 il castello di Canale fu demolito definitivamente. Un ultimo sussulto dei Chiaravalle ci fu alla fine del secolo quando il famoso condottiero Altobello, a seguito dei servigi prestati agli Amerini, si vide riconoscere il possesso dei territori di Canale. Nel 1500 fu tuttavia, sconfitto ad Acquasparta e ucciso dal popolo a cui era stato dato in pasto».

http://collicello.it/lastoria.htm


CONFIGNI (rocca di Montalbano)

Dal sito www.mbike.it   Dal sito http://studiopicchiarati.it

«Racchiusi in questa rocca ci sono almeno mille anni di storia. Tutti vissuti intensamente. Dalle vicende dell'Abbazia di Farfa (che intorno all'anno Mille estendeva i suoi possedimenti sino a Configni) al Risorgimento: nel marzo del 1831, nei pressi del castello, si combatté una violenta battaglia tra le truppe pontificie e i militanti rivoluzionari al comando di Sercognani, ex ufficiale napoleonico. La rocca, che fu sottomessa a Narni (1277), a Bonifacio IX (1399), Tommaso Martani (1438), agli Orsini (1629) e infine di nuovo a Narni (1708), è ben conservata. Spiccano le due torri quadrangolari, una delle quali chiusa in alto da una cornice a beccatelli».

http://www.provincia.terni.it/turismo/1024/homepage/montalbano.html


Corbara (castello)

Dal sito www.stradadeivinietruscoromana.com   Dal sito www.stradadeivinietruscoromana.com

«Tra le famiglie di origine contile che in epoca feudale s’insediarono sul territorio posto alla destra del fiume Tevere, la famiglia dei Montemarte fu senza dubbio una tra quelle dominanti, presidiando con i castelli di Montemarte e di Corbara le aree ad est di Orvieto verso Todi. Nel catasto del contado del 1292, viene censito come Castrum, Corbara, nel piviere di Santa Maria de Stiolo, che coincide per buona parte con l’attuale territorio della Castello di Corbara alla confluenza del fiume Paglia con il Tevere. La residenza abituale dei Conti di Corbara era nel Castello stesso, pur risultando iscritta almeno fino al XVII secolo tra quelle della nobiltà cittadina: era infatti necessaria una gestione diretta delle vaste proprietà fondiarie, che andavano gradualmente trasformandosi in moderne aziende agricole. Alla fine dell’Ottocento la Tenuta di Corbara divenne proprietà della Banca Romana che nel 1889/90 riportò alla luce in opus reticolatum il porto romano di Pagliano, posto sulla confluenza del Tevere e del Paglia. Tale sito archeologico assunse grande importanza storica nel quadro delle relazioni commerciali e economiche fra Roma e le zone dell’immediato retroterra e, grazie ai costanti interventi di ricerca, protezione, restauro delle strutture è oggi agibile e visitabile. L’attuale fisionomia dell’Azienda Agricola Castello di Corbara rappresenta lo specchio fedele della nuova progettualità finalizzata alla valorizzazione della produzione vitivinicola, voluta con fermezza e passione dalla famiglia che nel 1997 ne ha acquisito la proprietà».

http://www.castellodicorbara.it/it_storia.html


Dunarobba (fortezza rinascimentale)

Dal sito www.wau.it   Dal sito www.avigliano.com

«Nei pressi del borgo esiste in buono stato di conservazione una rocca fortificata, ora adibita a residenza, in origine sede di una guanigione militare detta la Fortezza; è di base quadrata, esaltata da quattro torri angolari di forma semicircolare. Coronata da due ordini di cornici e beccatelli, presenta una copertura a falde di coppi; sono visibili due piombatoi posti a difesa delle porte di ingresso, situate una a nord ed una a sud. La porta esposta a sud è stata ostruita da una costruzione edificata in aderenza alla Fortezza. Il paesaggio agrario è costituito da una sequenza di piccole colline dove vengono praticate colture tradizionali come viti, olivi, frumento, etc.».

http://www.prolocodunarobba.it/Dunarobba.html


Fabro (castello)

Dal sito www.comune.fabro.tr.it   Dal sito www.comune.fabro.tr.it

«Il Comune di Fabro rappresenta l’unione dei due Comuni di Fabro e Carnaiola avvenuta nel 1870 circa. Ne consegue che sul suo territorio vi sono due centri storici, dai quali si sono poi sviluppate le due realtà urbane più moderne di Fabro Scalo e Colonnetta. Il borgo di Fabro è caratterizzato dal Castello, sorto intorno all’anno 1000 su una preesistente fortezza romana posta a guardia di un importante guado della Chiana. Nel XV secolo subì una profonda ristrutturazione su disegno di Antonio da Sangallo grazie alla quale fu dotato del torrione e delle mura tuttora esistenti. Il centro abitato si è sviluppato in quota sulla cresta collinare a partire dal 1500 lungo l’asse che andava dal Castello alla chiesa quattrocentesca di San Basilio, completamente demolita negli anni Sessanta».

http://www.comune.fabro.tr.it/AreeTematiche.asp/D0701=40


FARNETTA (resti del castello, torre di avvistamento della Palombara)

La torre della Palombara nella foto di Scavap, dal sito it.wikipedia.org   Resti delle mura del castello nella foto di Scavap, dal sito it.wikipedia.org

«Le prime notizie che si hanno sulla frazione di Farnetta risalgono alla sua appartenenza alle cosiddette Terre Arnolfe fino agli inizi del XII secolo, quando entrò nell’orbita del Contado di Todi per essere, poi, inglobata nel Plebato di Santa Vittorina di Dunarobba. Probabilmente, fu cinta da mura castellane di cui non ne restano tracce. Esiste, però, ancora oggi una torre di guardia [torre della Palombara], che si erige al centro di un insieme di corpi di fabbrica che formavano una fattoria. La torre a base quadrata è coronata da tre ordini di conci e beccatelli di dimensioni crescenti via via che salgono verso la sommità. Il borgo prenderebbe il proprio nome dalla "quercus frainetto": un tipo di farnia di cui erano ricchi i boschi circostanti».

http://www.umbriaonline.com/article_143.phtml


Ferentillo (rocca di Mattarello, palazzo Silvani Loreni)

Dal sito www.turismovalnerina.it   Dal sito www.comune.ferentillo.tr.it

«Tra i due nuclei abitativi che costituiscono il paese di Ferentillo, il più antico è sicuramente la Matterella (come si enuncia dal nome Mater-illa) risalente al 1200 circa. Il borgo originario, di impostazione altomedievale, si adatta perfettamente alla costa rocciosa e scoscesa de il Monte formando un insieme di case in pietra tutte collegate tra loro mediante strette vie gradinate che seguono la tormentata morfologia della montagna. Nella parte più alta della Matterella è impossibile non notare l'imponente castello “Rocca” che insieme a quello di Precetto aveva la precisa funzione di guardia e di difesa della viabilità che, in corrispondenza della gola del Nera si articolava in tre direttrici principali: verso Spoleto, verso Norcia (alta Valnerina) e verso il Salto del Cieco (confine con il Regno di Napoli). Il castello è raggiungibile passando per le vie del paese e per i bellissimi terrazzamenti fatti con pietre murate a secco, dove ancora oggi vengono coltivati ulivi autoctoni. All'interno del borgo di notevole interesse è la chiesa di San Giovanni Battista nata contemporaneamente al castello per far pregare le genti che lo abitavano. Tra l'XII e XIV sec. le abitazioni si sono cominciate a sviluppare verso la base del pendio intorno alla Pieve di Santa Maria divenuta la chiesa principale del territorio ferentillese. Palazzo Silvani-Loreni affacciato su Piazza Garibaldi, Palazzo Silvani Loreni è disposto su tre livelli. Vi si accede tramite un imponente scalinata la quale immette in un atrio che divide il giardino dal piano nobiliare. Il salone di rappresentanza, enorme negli spazi presenta il soffitto a cassettoni ed un ciclo di affreschi rinascimentali ancora ben conservati. Eccezionale è la raccolta libraria custodita nella biblioteca e la collezione di armi esposte nella omonima sala. Fu la sede governativa e legislativa fino al XVII sec.».

http://www.comune.ferentillo.tr.it/portale_turistico/home.php?id=6&ss=2


Ferentillo (rocca di Precetto, palazzo del principe di Montholon)

Dal sito www.comune.ferentillo.tr.it   Dal sito www.ternimania.it

«Il Precetto nasce intorno al XII sec. nettamente arroccato sul pendio di Monte Sant'Angelo; la parte più antica ancora oggi rimane circondata dal fitto bosco e dalle mura difensive che racchiudono il borgo in un triangolo al cui vertice si erge la torre di avvistamento che per motivi logistici è a pianta pentagonale. Nella parte interna alle mura, subito sotto la torre pentagonale, si possono ammirare gli antichi terrazzamenti con degli ulivi ancora oggi coltivati. Lo schema semicircolare con cui sono disposte le abitazioni in pietra tutte collegate tra loro si adatta perfettamente alla conformità della roccia, creando un unico corpo attraversato solamente dalle numerose vie gradinate percorribili a piedi che giungono fino alla torre. Anche il Precetto come la Matterella intorno al XVI sec. si è cominciato a sviluppare verso la pianura costruendo abitazioni in parallelo tanto da formare un vialetto detto “il borgo”. In questa nuova parte del Precetto nel 1702 fù ricostruita a cura di Odoardo Cybo come inciso sulla lapide nella controfacciata, la Chiesa della Madonna del Gonfalone. Al suo interno è conservata una tela raffigurante L'Immacolata e Due Santi, dipinto di gusto Marattesco proveniente dalla Cappella dei Principi di Umbriano del XVI sec. ... Palazzo del Principe di Montholon: sempre nel borgo del Precetto, vi è un raro esempio di architettura seicentesca, il Palazzo del Principe di Montholon, residenza degli ultimi governatori di Ferentillo. Varie decorazioni come greche e grottesche abbelliscono le pareti interne dove si può osservare lo stemma di Alojsio Desiderato duca di Montholon ufficiale francese che partecipò alle campagne napoleoniche e che ricoprì la carica di governatore di Ferentillo fino all'Unità d'Italia».

http://www.comune.ferentillo.tr.it/portale_turistico/home.php?id=6&ss=3


FICULLE (rocche)

Dal sito www.comune.ficulle.tr.it   Dal sito www.comune.ficulle.tr.it

«Durante il medioevo, il Castrum Ficullensis fu fortificato e, nei lunghi anni delle lotte feudali, subì frequenti saccheggi e devastazioni, rimanendo pur sempre il più importante castello del Comune orvietano. Da queste distruzioni si salvarono comunque le due rocche e le antiche mura, che conferiscono tutt'oggi al paese la struttura tipica del borgo medioevale. L’Alto Medioevo ha portato inoltre alla costruzione dell'Abbadia Camaldolese di S. Nicolò al Monte Orvietano, che ha ospitato il giurista monaco Graziano, il più illustre figlio del territorio ficullese, famoso per il suo Decretum Gratiani e per la sua attività di insegnamento all’università di Bologna. Nel 1416 Ficulle, come territorio di Orvieto, passa sotto il dominio dello Stato della Chiesa: in questo periodo sono riparate le mura, le Rocche e la zona di Castelmaggiore e le chiese vengono arricchite con affreschi di scuola umbra. Nei primi decenni del 1500 inizia ad acquisire una fisionomia più autonoma e un maggior peso nel circondario, tanto da ampliarsi con la nascita di due nuovi borghi e l’ingrandimento del centro storico. ...  L'intero paese può essere considerato un monumento. Il fulcro è indubbiamente Castel Maggiore, nucleo originario dell'antico castello, che rappresenta il luogo medioevale per eccellenza. Vi si giunge passando per un dedalo di scalette e viuzze, che talvolta si allargano a formare angoli pittoreschi e piccoli slarghi. Uno di questi, la "Piazzetta", sapientemente costruita in armonia di spazi e pietre, racchiude tutto il mistero ed il fascino del passato. Notevoli le due Rocche medioevali, una posta a difesa della Porta del Sole, che guarda la stupenda vallata che tra boschi, calanchi e prati fioriti si spinge fino alle pendici dell'Amiata; l'altra, a pianta semicircolare, che vigila verso nord e via delle Mura, un balcone naturale che spazia sulla vallata del Chiani».

http://www.comune.ficulle.tr.it/it/storia_e_personaggi.html - http://www.comune.ficulle.tr.it/it/evidenze_monumentali.html


Firenzuola (resti del castello)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito wwww.gruppotoscano.it

«Firenzuola era l’ultimo possedimento di Acquasparta ai confini con il Comune di Spoleto, e ancora adesso è l’estremo lembo del territorio comunale della cittadina termale. Vecchio castello delle Terre Arnolfe, sorto nell’alto medioevo con il nome di Gallicitulo o Gallicitoli, presso l’antica pieve di Santa Maria in Rupino. Già a partire dal 1000 fa parte delle Terre Arnolfe. I signori del luogo erano i Gallicitoli, ed è da loro che prese il nome all’anno 1000, hanno lasciato segni della loro presenza in vari stemmi (un galletto) posti sulle superfici esterne delle case. A sua volta, sembra che il nome provenga dalla presenza di un antico forte gallico posto in questa zona. Nel 1218 vi si radunarono i rappresentanti delle ville circostanti per giurare fedeltà al cavaliere gerosolimitano fra Bonaventura, cui erano affidate le Terre Arnolfe. Nel 1332 è un castellato da cui dipendono i vicini borghi di Messenano, Arezzo e Scoppio Pignario. Dopo un periodo di decadenza, l’avvento di signori fiorentini ridiede vigore a questo borgo, e gli lasciò probabilmente in eredità il nome, “Firençola“, documentato già dal 1414, ma è un’ipotesi tutta da verificare. Nei secoli successivi è soggetto ora a Todi ora a Spoleto. Attualmente è un piccolo centro agricolo di circa 100 abitanti, poco più di un pugno di case in cima ad un’altura che domina la vallata occupata dal lago artificiale di Arezzo (detto anche di Firenzuola). Del tempo in cui era un importante castello di confine conserva l’aspetto generale, alcuni tratti di mura, con interessanti torri di guardia risalenti al XIII secolo ed ora adibite ad alloggio, e le due porte collegate da un’unica via. Lo stemma della famiglia dei Gallicitoli è scolpito nell’architrave di una casa posta all’esterno del centro abitato. Firenzuola oltre ad essere un ottimo punto panoramico, è anche il luogo ideale da cui partire per una serie di escursioni, a piedi, in bici, o in auto nelle zone più interne dei Martani, lungo la valle del Maroggia o per il fosso della Matassa. Tra i personaggi importanti nati in questo borgo va ricordato Giovanni di Santuccio di Scagno, uno scultore ed intagliatore “de Firencola terrarum Arnulphorum” conosciuto come “mayestro da pietra” e “magister et scultor, sive intagliator marmorum et aliorum lapidum” che fu chiamato a Todi nel 1414 dove morì dopo 44 anni di fervida attività lasciando, tra l’altro, la magnifica facciata della chiesa di San Fortunato. ...».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-firenzuola-acquasparta-tr


Frattuccia (torre)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.piazzaumbria.com

«Frazione del Comune di Guardea, il toponimo è chiaramente un diminutivo da fratta (macchia folta). Da una pergamena del 25 aprile 1305 (Archivio Comunale di Amelia, carta n° 16) risulta che il Comune amerino concesse, in feudo, a 43 ex massari di Canale il colle della Frattuccia per edificarvi un castello soggetto ad Amelia. Il castello non fu costruito dove lo vediamo ora ma sul poggio poco distante (S. Maria delle Castella), solo nella seconda metà dello stesso secolo, forse a causa della peste, gli abitanti si trasferirono nel sito attuale. Nel 1356 Giordano Orsini, Rettore del Patrimonio di San Pietro e Capitano Generale della Chiesa, chiese a Frattuccia, a Collicello e a Sambucetole il giuramento di fedeltà alla comunità di Amelia. Questo atto non comportava soltanto recarsi ad Amelia e giurare fedeltà agli Anziani, ma significava fornire milizie per la difesa del territorio, pagare le tasse e obbedire a tutte le disposizioni emanate da quel governo. Nel 1396 papa Bonifacio IX concesse, pro tempore, il dominio di parte dei Monti Amerini al Nobil Uomo, Giovanni di Nallo, Frattuccia è tra le località nominate. Nel 1403 Giovanni di Bettona, mentre era a Collicello per la costruzione della torre, venne incaricato di fare una relazione sul sistema difensivo del castello di Frattuccia che aveva molto sofferto. Qualche anno dopo (1408) Pietro Mannucci e Marcuccio Ciccoloni, capimastri, eseguirono i lavori di fortificazione nelle mura del castello. Fu anche nominato un cittadino locale, tale Francesco, guardiano di Frattuccia. Nel 1411 Braccio Fortebraccio da Montone, al servizio di re Ladislao (1412) mentre era di passaggio e si recava con i suoi a Lugnano, impegnato a conquistare le terre della Chiesa, fece danni al castello di Frattuccia. Nel 1412 lo stesso capitano di ventura sottomise, con l’occupazione, Frattuccia e il suo territorio. Martino V recupera il castello allo stato pontificio attraverso un breve del 22 novembre 1419, rilevandolo probabilmente da Todi. Agli inizi del XV sec. molte compagnie di ventura transitavano per il territorio ad est dei Monti Amerini e spesso sceglievano queste località per gli accampamenti: i folti boschi e gli alberi di alto fusto favorivano il soggiorno dei soldati in questi luoghi. ...

Il castello fa più volte le spese delle cruente lotte tra gli Atti (guelfi) e i Chiaravalle di Todi (ghibellini). Quando Pio II intima ad Amelia e a Todi di conquistare il castello di Canale, roccaforte dei Chiaravalle, questi si muovono a più miti propositi e cedono al Papa il castello di Frattuccia ed altri a patto che si sospenda la guerra contro Canale. Durante il passaggio delle truppe di Boso e Jacopo Cotignola, alcuni abitanti di Colcello e Frattuccia furono fatti prigionieri. In seguito vennero liberati per intercessione degli Amerini. Nel 1415 a Frattuccia furono dislocate le truppe del capitano di ventura Tartaglia. In quegli anni castellano di Frattuccia era il prete Angelo Piccolelli che poi divenne priore del Duomo di Amelia. Nel 1418 il vice Rettore del Patrimonio di San Pietro, Pizzolpassis, chiese armati da Amelia, ne voleva ottanta, ma dopo trattative si accontentò di quaranta; due erano di Frattuccia. Nel 1461 in occasione della difesa del castello di Collicello ci furono due morti, uno era di Frattuccia, Graziano, colpito da una pallottola plumea ex ceraboctana (carabina) emessa (scagliata). A Frattuccia, come in tutta la zona, nell’agosto del 1468 comparve la peste che infierì anche nell’anno successivo. Si ha notizia di una nuova epidemia di peste negli anni 1478-1479,1481. Nel 1481 il castello di Frattuccia, nel mese di Gennaio, subì razzie da parte di Todi. Alla fine del secolo Frattuccia, come tutti i paesi limitrofi, tornò alle dipendenze dei Chiaravallesi che scelsero queste zone come base per tutte le loro folli imprese. Mentre Altobello di Chiaravalle si apprestava a sferrare l’attacco per la conquista di Todi, gli Amerini credettero opportuno inviare al castello di Frattuccia milizie per la protezione degli abitanti. Nel 1514 il castello era iscritto al contado di Amelia. Aspetto. Del primitivo impianto castellare rimane un breve tratto della cinta muraria collegato con una torre a base quadrata, oggi rudere, utilizzata al piano terreno come parte di abitazione».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frattuccia-guardea-tr


Gabbio (resti della rocca)

Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it

«Scarsa è la documentazione in possesso riferita nel dettaglio a questa frazione del comune di Ferentillo posta a monte del Capoluogo ad ovest della rocca di Matterella 429 slm. L’insediamento, data la sua collocazione lungo la via di comunicazione con lo spoletino, segue l’andamento della collina edificato sulla rupe rocciosa che si affaccia sul canalone del fosso di Ancaiano. Nel 1951 contava trenta abitanti, nel 1970 tre abitanti. Gli elementi architettonici dell’impianto urbano testimoniano attraverso le superstiti mura perimetrali e avanzi di torrioni, una importante roccaforte, a controllo non solo sulla via montana verso lo spoletino ma anche di vedetta sulla valle del Nera, con la Conca e il reatino. Infatti è ben evidente all’orizzonte, la vista dei monti Salto e Petano e in lontananza la rocca di Miranda e i monti dello Stronconese. ... Gabbio (dal celtico Agobio, ossia luogo di incontro) data la sua peculiarità strategica è stato da sempre un punto di vitale importanza fin dal XI sec. Parallelamente al nucleo più antico di Matterella, sul versante opposto ad est del poggio, fuori le mura della rocca, messi in comunicazione con l’unica via che li univa uscendo da Porta Spoletina. Probabilmente per tutto il periodo che va dal X al XIII secolo, Gabbio fu una stazione di passaggio e controllo delle merci, da o per Spoleto. Con l’affermarsi della potenza dell’abbazia di San Pietro in valle Suppegna, lo strapotere della città di Spoleto, le incursioni saracene, Gabbio accrebbe la sua importanza militare data la sua collocazione. Di questa importanza militare, seppur strutturalmente contenuta, e in parte perduta, si hanno importanti testimonianze assai significative distinte in avanzi di mura fortificate con feritoie e caditoie, porte e archi, due avanzi di torrioni e una superstite porta. Il nucleo fortificato, si potrebbe far risalire addirittura al XI secolo, al periodo dell’avanzata dei saraceni. Qualche decennio prima della edificazione delle rocche di Matterella e Precetto (forse coevo a Umbriano). Le tracce sono quelle che si individuano attorno alla parte estrema del poggio in prossimità dell’edificio religioso. La cinta muraria racchiudeva infatti questa area, la quale, seppur andata in buona parte perduta rileva la doppia cinta di mura con feritoie strombate, appostamenti per guarnigione edificate sulla viva roccia del monte.

Le piccole vie interne, intersecate da tortuosi vicoli, formati da scaloni in pietra, sono sovrastate da una serie di archetti, se ne contano tre, in successione, giungendo fino all’estremità, dove è situato il pozzo della comunità, la chiesa, la porta, che immetteva alle altre frazioni di Nicciano e Loreno. La strada in mezzo al bosco conduceva direttamente anche al territorio spoletino, tramite il feudo dei baroni Ancaiani con l’omonimo paese. Il perimetro delle mura terminava con la parete rocciosa sovrastante l’abitato, dove ancor persiste un avanzo di torrione a forma quadrata, munito ad est e a sud da due feritoie rientranti. Nella parte sud, invece, le mura ormai per sempre perdute, proseguivano la china del poggio, lungo il versante ovest sovrastante il fosso di Ancaiano. Su una collinetta, nella parte sottostante, subito dopo il casolare della famiglia Albert-Romani, su uno sperone roccioso che domina il fosso, svetta un avanzo di torrione a pianta pentagonale. Il torrione, un tempo assai possente e maestoso, inserito nelle mura degradanti verso valle, era stato edificato come punto essenziale di controllo sia sul fosso sia sul sentiero di valle. Ancora più in basso, è possibile notare una torre colombaia risalente al XV sec. edificata su roccia. Ritornando al nucleo fortificato di Gabbio, ossia quello che circonda la parte alta della frazione, è da evidenziare la consistenza dei muri e la particolare cura degli incassi delle pietre che formano tutt’uno con la viva roccia un unico baluardo di difesa e di vigilanza a 360° sul territorio circostante sia in pianura che di montagna. Infatti, immergendoci in questa parte, da ogni lato che si guardi si ha un controllo diretto sia dei nuclei abitati che delle vie di comunicazione circostanti oltre ai punti strategici di congiunzione di varie strade, rocche e castelli. Le edificazioni successive, che si incontrano all’inizio del paese, sono state realizzate dopo la metà del XIV secolo, e seguono l’andamento della via interna. A sinistra delle abitazioni, dopo un archetto, si può scorgere l’antico forno della comunità. Esso è stato ricavato da un avanzo di bastione quadrato abbellito da due piccole finestre a mezza luna, e da un atrio voltato.

La cinta muraria termina con la porta, un tempo a forma quadrata, posta, come detto, all’estremità su una specie di “valico“. Della porta, per ciò che ne rimane, si può stabilire che era composta da possenti piedritti squadrati sormontati da un architrave in pietra semplice, dove, al suo interno era collocato il portone, del quale rimangono soltanto i ganci in ferro. La struttura, fino a qualche decennio fa, era ancora in buono stato di conservazione, ma ultimamente sono stati asportati sia i piedritti che l’architrave. Presumibilmente, la porta era di ampiezza inconsueta: alta metri 3,5 larga 250, ma ciò bastava per poter transitare animali con i carichi di materiali. In prossimità della porta, nella parte esterna, dove si diparte il sentiero per Loreno, si evidenzia, a destra, un muro di contenimento in pietra, posto a baluardo di protezione sullo strapiombo del sottostante fosso di Ancaiano e a sinistra, l’altro, che prosegue fino a raggiungere la parete rocciosa sovrastante. Parte di queste mura, purtroppo, sono crollate e rappresentavano la cinta perimetrale facente parte dell’antica fortezza. La pavimentazione della strada in tutta quest’area conserva ancora il ciottolato originale, composto da grandi lastroni e pietre squadrate intersecate tra loro. Il paesino fu dichiarato inagibile negli anni Cinquanta, a causa di un masso che minacciava di piombare sulle case “ma quel masso non cadde mai“. Negli anni Settanta fu realizzata la strada, anche per facilitare il transito ai coltivatori degli uliveti, di cui è ammantata tutta la montagna. Le abitazioni sono in stato di degrado, necessitano di un intervento tempestivo. Risalgono al XIV e XVI secolo, in tutte ampie cantine dove immancabilmente è rintracciabile una vasca per pigiare l’uva. Un luogo singolare, silenzioso, offre un grande panorama della Valnerina e della forra del fosso di Ancaiano. Di recente, sul monte sovrastante l’abitato, sono state aperte alcune vie per la pratica dell’arrampicata libera. Lungo il percorso per giungere a Gabbio, sono presenti alcune edicole religiose: San Rocco e Santa Lucia. Diversamente dalla sorte di Umbriano, Gabbio è abitato da una coppia di giovani e altre famiglie, durante il periodo estivo trascorrono qui la loro villeggiatura».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-gabbio-ferentillo-tr


Giove (palazzo ducale)

a c. di Daniele Amoni


Guadamello (resti del castello, torri)

Dal sito www.guadamello.it   Una delle tre torri, dal sito www.guadamello.it   Guadamello oggi, dal sito www.turismonarni.it

«Guadamello è una frazione del Comune di Narni in provincia di Terni. Raggiunge a fatica 300 abitanti, comprendendo nel numero anche quelli delle case e dei poderi sparsi per la campagna, le valli circostanti e la piana ove scorrono i fiumi Tevere e Nera. ... L'attuale fisionomia del "Castrum Guaitamellum" seppur con rimaneggiamenti, distruzioni e modifiche effettuate nel corso dei secoli con le torri, la rocca o palazzo, le mura e l'arco d'uscita, la chiesa, all'epoca la Cappella del Castello, prende vita certamente in questo periodo storico. Una delle prime fonti che riguardano un cittadino del castello è dell'11 novembre 1261 ed è depositata all'interno dell'archivio delle pergamene e degli atti notarili di Narni e riguarda un certo "Gregorius de Guadamello", convocato insieme ad altri personaggi di castelli circostanti, come garante e rappresentante per il Comune di Narni, in una disputa di confini territoriali con il comune di Calvi. Nel 1348 il paese vide sicuramente il passaggio delle Compagnie di ventura di Guarnieri di Urslingen che imperversavano nel territorio narnese arrecando danni, lutti e distruzioni. Assistette alle scorribande dei pirati saraceni e ottomani che risalendo il Tevere e il Nera seminavano morte e facevano razzie e le battaglie e devastazioni armate dal Signore di Viterbo, Giovanno di Vico (1315), da Carlo Malatesta, Paolo Ursini e, infine, Braccio da Montone (1416-1420). Negli statuti comunale del 1371 che riformarono i precedenti del 1327, Guadamello era soggetto al pagamento del facotico, con l'obbligo di denuncia al vicario pontificio (all'epoca Nicolò I Ursini) di tutti i delitti commessi dai suoi abitanti. Nel 1393 viene indicato come castello, quindi in possesso di un valido apparato difensivo, secondo quanto risulta in un protocollo edito da Santarello di Francesco Vannelli. ... Guadamello, oltre all'imponenza delle tre torri inglobate nel castello è costituito da una serie di vicoletti scoscesi e suggestivi. Vi si affacciano le abitazioni serrate l'una accanto all'altra. Alcune presentano caratteristiche architettoniche (archi, stemmi e fregi) di notevole interesse storico - archeologico. Si aprono poi tra i vicoli due magnifiche piazzette, cosiddetti belvedere, uno davanti ad una torre e al forno comune dove si cuoceva il pane in comunità, e l'altra davanti alla chiesa parrocchiale».

http://www.guadamello.it/3storia/2_St_%20bis.htm  (a cura di Daniele Cavafave)


Guardea (castello del Poggio)

Dal sito http://venicexplorer.net   Foto di Maksim, dal sito it.wikipedia.org

«Il castello di Guardea fu costruito nei primi dell’XI secolo probabilmente incorporando un nucleo più antico di epoca alto-medioevale. Per più di mille anni il colle dove sorge il Castello è rimasto inalterato. Dentro le mura merlate ci sono sette piccole case e le fondamenta di molte altre dirute, lo circondavano a cerchio nel lato di nord-ovest. Il castello è composto dalla residenza della Signoria con l’antistante fortezza e le sue mura merlate che racchiudono le abitazioni degli antichi mercenari. La Rocca è divisa dalla fortezza e da una corte interna. Un terzo cerchio di solidissime mura, chiude tutt’intorno il tratto sud-est ed è interrotto soltanto dal portone d’ingresso. Nelle sue linee architettoniche semplici ed artistiche insieme, rappresenta, per la impareggiabile posizione panoramica, per i pregi di molte rifiniture, per l’eleganza del cortile interno e per molte altre particolari caratteristiche, un “unicum” da annoverare fra le rarità italiane. Da un primo esame delle sue strutture, il Castello appare formato da vari recinti fortificati posti a spirale attorno ad un nucleo quadrilatero, culminante in due torri di cui una, la più antica (forse i resti della costruzione alto-medioevale), è il maschio, termine della composizione assiale. La sua configurazione che si adatta al terreno, presenta caratteristiche di una costruzione a difesa avanzata da un lato e di difesa piombante dall’altro, segno che i costruttori hanno saputo sfruttare molto bene la configurazione del terreno, a salita dolce dal lato delle difese avanzate, a salita più rapida dall’altro. Per tali motivi la fortezza in esame, nel suo complesso, si inserisce con sue proprie particolarità nella castellologia del maturo medioevo italiano susseguente alle esperienze di difesa dei crociati in Palestina culminanti con le fasi costruttive del “Krac dei Cavalieri” e il Castello di Saone (Siria) che furono un banco di esperienza per la guerra con sofisticate macchine di assedio, dove si abbandona definitivamente la forma quadrata o regolare per adottare forme più difficilmente espugnabili con vari sbarramenti formati da successive costruzioni turrite, poste una dentro l’altra precedute da stretti passaggi in cui si poteva colpire l’avversario di fianco o di dietro. Per quanto ci tramanda la storia, il Castello di Guardea è tra i più antichi d’Italia, fu probabilmente fondato come feudo imperiale ma venne successivamente assorbito nel XII secolo dal vicino “Status Alviani” feudo della Chiesa, divenendo l’avamposto chiave per la sua difesa verso i monti che lo separavano da Todi. Il complesso occupa il crinale di un colle di dimensione molto evidente che domina l’abitato di Guardea con una presenza paesaggistica ed ambientale di ottimo rilievo. Da qui il Castello doveva assolvere la funzione di vedetta della valle di Cocciano, dei monti e dei borghi circostanti e ancora delle strade laterali che attraversano i monti per il Passo di Puosi o della Femmina Morta e per la Valle di san Benedetto. ...».

http://www.grupporicercafotografica.it/Poggio.htm (a cura dell'arrch. Franco Della Rosa)


Guardea (ruderi del castello di Guardea Vecchia)

Dal sito www.grupporicercafotografica.it   Dal sito www.parks.it

«Il borgo fortificato di Guardea Vecchia, uno dei più antichi dell’Umbria, è situato ad una quota di 572 m. s.l.m. e si estende su una superficie di circa 8000 mq. con un perimetro murario conservato nell’alzato per circa 1/3. Risalente al IX sec., è senza dubbio uno dei luoghi più belli e panoramici di tutta la regione e dall’alto del colle si può abbracciare con lo sguardo la Teverina a sud- ovest e la catena dei monti che circondano la valle di Cocciano a nord- est. Ricco di fascino e di memorie, invita alle escursioni gli amanti della natura e della storia. Nel Medioevo, con le sue possenti ed altissime mura, fu uno dei punti strategicamente più importanti della valle del Tevere. Il toponimo Guardea, che deriva dal germanico warda, sta a significare guardia, posto di vedetta. Allo stato attuale, dopo secoli di abbandono, la cortina muraria del castrum presenta molte lacune, ma sono visibili, oltre al mastio centrale, il sistema delle otto torri, sei quadrangolari e due semicircolari».

http://www.turismoguardea.it/home.php?id=6&ss=3


Itieli (borgo fortificato, torre degli Aimuccis)

Dal sito www.turismonarni.it   Dal sito http://vivereebenessere.altervista.org   Dal sito www.narnia.it

«Immerso in un ambiente naturale e paesaggistico notevole, questo piccolo borgo fu un tempo carico di prestigio: "Castrum Ithiulorum", castello degli Itieli, come testimoniano i documenti del XIII e XIV sec. La sua posizione l'ha sempre collocato sulla linea di difesa di Narni e Terni e per questo più volte ne ha condiviso le sorti durante assalti o invasioni. Nel XII sec. anche Itieli, come molti altri castelli fece atto di sottomissione a Narni ma in seguito la sua collocazione non fu costante: ora col Comune, ora col papa. Di fatto però - come si legge dagli Statuti - gravita sempre sotto il dominio di Narni. Anche se in gran parte degradato allo stato di rudere o manomesso da trasformazioni successive, si può ancora leggere l'originario impianto di difesa: cinta muraria, torri, fortificazioni, che si può datare ai sec. XIII, XIV. La torre principale sorgeva al vertice dell'abitato. Intorno correvano le mura, intervallate da torri quadrate o semicircolari. Rimangono oggi alcuni tratti con merlature e piccole torri in parte diroccate. La porta d'ingresso si trova a valle, difesa da una torre circolare. Posto ad un’altezza di circa 600 m. il castello di Itieli, dalle antiche origini, rappresenta una delle perle del contado narnese. La sua felice posizione, proprio in una insenatura dei monti che dominano la valle Ternana, lo rendono una località amena e ridente, mèta di molte famiglie durante l’estate e un luogo piacevole dove vivere tutto l’anno. Proprio la sua particolare posizione è la ragione del suo nome: Itieli. Le varie ipotesi che sono state fatte a tale riguardo, riconducono comunque il toponimo al significato di “terra di confine”. Il termine Itiroi, che deriva dal precedente Uthus Oros, suggerisce proprio il suo ruolo di avamposto confinario, a difesa di quello che era la linea di confine bizantino-longobarda. Molto spesso documenti d'archivio attestano continue dispute di confine con il vicino castello di Sant'Urbano. Che sia Liteuri o Itiroi, sul ruolo strategico di questo castello credo che in pochi, ormai, abbiano dei dubbi. Castello che merita di essere abitato e visitato, per la qualità dell’aria, per la sua posizione, appunto e per il panorama».

http://www.turismonarni.it/home.php?id=19


Lugnano in Teverina (borgo, torre Palombara, palazzo Pennone)

Dal sito www.borghitalia.it   Dal sito http://lnx.comunedilugnano.it

«Lugnano vale una visita e una passeggiata non solo per la Chiesa di S. Maria e Collegiata del XII sec., ma per tutto il borgo che racchiude angoli pittoreschi ed offre insospettati scorci panoramici. II centro Storico, caratteristico per la sua impronta medioevale, è a tuttoggi rimasto integro. Da ammirare le sue mura, i resti delle torri, tra cui spicca integra la Torre Palombara. Tipica torre medioevale, sulla quale è visibile una Bianca colomba in pietra. Su di essa esiste una leggenda. Sarebbe stata costruita perché i colombi hanno salvato Lugnano avvertendo l'arrivo dei nemici. Poco credibile, ma anche le leggende possono avere un piccolo contenuto di verità. Più realisticamente e storicamente si deve ritenere uno strumento di difesa poichéin essa si allevavano e custodivano i piccioni viaggiatori, il mezzo di comunicazione più celere in particolare con Orvieto. Il Paese è dominato da Palazzo Vannicelli in Piazza della Rocca, dalla mole dei due Conventi alla estremità sud e al centro da Palazzo Pennone, il più imponente. Bisogna addentrarsi nel borgo per scoprire ed apprezzare l'atmosfera di questa città in miniatura ed è bene farlo a piedi, entrando dalla Porta Medioevale. Una caratteristica via ellittica porta nel cuore del paese dove si possono scoprire le pittoresche scorciatoie fra giochi di archi e scalette. L'ingresso al paese avviene da viale Regina Margherita. Percorrendo questo viale si giunge a Piazza della Rocca. Da qui si scende per arrivare a Piazza Santa Maria, la piazza della celebre Collegiata. Costruita in eleganti forme romaniche, la Collegiata è uno dei più significativi esempi iconografici ed architettonici dello stile romanico. Si scende dalle scalette alla destra della Collegiata verso via Garibaldi giungendo alla Porta. La Porta fa parte integrante del complesso di mura di difesa di Lugnano, costruite per ordine di papa Leone IV negli anni 847-849. Restaurata nella seconda metà del 1400 per ordine di papa Pio II Piccolomini, presenta nella lapide il simbolo della famiglia Piccolomini. La cinta muraria di Lugnano si è mantenuta ed in alcuni punti è stata inglobata da case appoggiate ad essa con i caratteristici orti o Logge della contrada Logge. Entrando sulla sinistra si trova la piazzetta un tempo mattonata e fornita di un Pozzo per il ristoro di chi entrava in paese. Da qui si offrono due possibili itinerari: proseguire in discesa verso il rione "Logge" oppure risalire da via Duca degli Abruzzi, caratteristica via ellittica, dove le case sono unite tra loro come per scaldarsi e sostenersi e si aprono nella via con ampi portali ad arco. Qualunque via si scelga, si attraversano scorci caratteristici, vicoli e scalinate. .... 

Poco più avanti, in piazza Marconi, si trova la chiesa di Santa Chiara, parte integrante del monastero della Clarisse, istituito a Lugnano nel 1470. oggi sono presenti le Maestre Pie Venerini con una scuola materna. Da qui si percorre via Umberto I, il corso principale del paese dominato dalla mole del palazo Ridolfi-Farnese detto Pennone, sede del Municipio. Sulla sinistra, un bellissimo archetto fa da sipario alla piazzetta di campo dei Fiori, uno degli scorci più belli del centro storico. Incamminandosi in discesa verso via campo dei fiori si giunge ai giardini dell'Ex Orto Ungari, uno dei punti panoramici più belli da cui osservare la bassa valle del Tevere. Da qui si vedono il Castello ed il Lago di Alviano, l'ansa del Tevere. Più a Sud gli imponenti monti Cimini fino al monte Soratte in direzione di Roma. ... L'edificio, curiosamente tagliato in due dalla galleria omonima, ha pianta rettangolare e si articola su tre piani. Gli angoli del Palazzo, le balaustre ed il bugnato dei portali sono realizzati in travertino. L'edificio è noto come Palazzo Ridolfi-Farnese, cardinali governatori di Lugnano. Il nome Pennone sembra far riferimento all'immagine suggestiva del pennone di una nave, come punto più alto di Lugnano il palazzo svetta imponente sul borgo. è stato costruito intorno al 1650, probabilmente sul sito dell'antico palazzo comunale, la chiesa di San Pietro e la Cancelleria. In realtà il nome deriva da Antonio Pennoni, primo proprietario o committente del Palazzo. Divenne successivamente proprietà della famiglia Vannicelli, della quale si conserva, sopra il pozzo, uno stemma in ferro battuto. Fino al secolo XVIII è stato dimora del Governatore della Sede Apostolica, quindi vicendevolmente granaio, mulino centro di allevamento di bachi da seta, fino a cadere in completo disuso. Recentemente ristrutturato, è oggi sede del Comune».

http://lnx.comunedilugnano.it/lugnano/modules/content/index.php?page=19#


Macerino (castello)

Dal sito www.comune.acquasparta.tr.it   Dal sito www.comune.acquasparta.tr.it

«Il castello, sorto a Sud-Ovest di Spoleto sulla cima di un monte, fu costruito a forma di rettangolo allungato, con possenti torri ai quattro angoli, al fine di fortificare un preesistente nucleo abitato. L'abitato, per la sua quasi totalità, ricade all'interno delle mura. Le costruzioni, in pietra locale, sono separate da strade strette e piccoli slarghi. Caratteristiche sono le pietre bucate, inserite nelle mura per legarvi gli animali. All'interno ci sono due piazze contrapposte, una denominata del Palazzo della Comunità, dall'architettura severa e imponente, e l'altra più piccola della Pieve di San Biagio del XI sec. con una facciata caratteristica e semplice al tempo stesso. La prima notizia certa è del 1093; ebbe giurisdizione, come castellato delle Terre Arnolfe, su Colle Aiano, Fogliano, la Villa Campi e la Villa Paganica. Del suo passato di ricco centro politico ed economico possiamo ancora osservarne cospicue testimonianze: parte delle mura di cinta, due possenti torrioni, caratteristiche abitazioni medievali con porte e finestre in pietra bianca, la porta di accesso al castello, che fino a qualche anno fa era sormontata dallo stemma della comunità, e soprattutto il caratteristico palazzo della Comunità. All'interno delle mura castellane si trova la chiesa di san Biagio, appoggiata all'antico mastio del castello, che già prima del XI secolo risulta soggetta alla chiesa di san Giovanni Battista di San Gemini; nel 1093 divenne Pievania e nel 1217 fu sottoposta alla chiesa di Santa Maria in Rupino. ...» - «Il castello fu realizzato sulla sommità di un monte, al fine di fortificare un preesistente centro abitato. La struttura muraria, nonché le quattro torri poste agli angoli, danno una visione d’insieme compatta. Al suo interno, sul lato destro del borgo il palazzo dei Massarucci del XVI secolo. Le origini di Macerino, come di ogni altro centro limitrofo non sono ben databili, tuttavia la prima notizia certa risale al 1093. Trovandosi al centro del territorio dei monti Martani, sulla strada di comunicazione tra Acquasparta e Spoleto, fece parte del Feudo delle Terre Arnolfe e di esso fu anche capitale ed ebbe giurisdizione su Colle Aiano, Fogliano, la Villa Campi e la Villa Paganica. Il suo passato di ricco centro politico ed economico è evidenziato dalla presenza di alte mura con possenti torrioni, così come dalla struttura del borgo stesso e delle sue abitazioni, oggi completamente ristrutturate. All’interno del castello, sul lato sinistro è appoggiato alle mura castellane la Chiesa di San Biagio, essa risulta costituita da due navate e conserva alcuni affreschi del XVI secolo. ... La struttura del castello tuttora rimane, con le case racchiuse al suo interno e tra esse si conserva il Palazzo della Comunità, palazzo Massarucci del XVI secolo, tuttora esistente, fronteggiato da una piazzetta dotata di pozzo. Le mura ancora sono in ottimo stato di conservazione, così come le quattro torri angolari. Il paese, interamente costruito in pietra, è stato recentemente restaurato e molte abitazioni sono proprietà di cittadini stranieri».

http://www.comune.acquasparta.tr.it/Mediacenter/FE/Categoria... - http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-macerino-acquasparta-tr


Melezzole (castello di Melezzole, torre Errighi)

Dal sito www.realinvest.co.uk   Dal sito www.bed-and-breakfast.it

«Il castello di Melezzole è stato costruito nel XII secolo. Esso è costituito da tre cerchie concentriche di case e culmina in una piazzetta centrale. Nel 1495 Melezzole, assieme a Toscolano e Santa Restituta (con cui costituiva una "castellania" governativa con scopi quasi esclusivamente militari), fu presa in ostaggio dal re di Francia Carlo VIII, che ottenne un riscatto per la restituzione a Todi. Nel 1557 il borgo divenne dominio stabile di Todi, come testimoniato dallo stemma in forma di aquila tuderte che si trova sul torrione che domina la porta di ingresso, il quale conserva anche un affresco del XVI secolo raffigurante la "Madonna Protettrice". Nella storia di Melezzole ben s'inserisce quella di Torre Errighi, situata a circa 2 km dal borgo. Questa altro non era che un fortilizio ghibellino, feudo della famiglia Errighi-Brandolini, originariamente nobili di Guardea, trasferitisi nel comitato tudertino (Tuder era l'antico nome di Todi) nel 1302. La fortezza, sovrastata da un'alta torre di guardia, la Torre Errighi appunto, venne edificata nel punto strategico determinato dall'incrocio della strada da Todi a Melezzole e da qui alla montagna e quindi al Tevere. Il castello era caratterizzato dalla torre maestra, con scala in pietra, dalla chiesuola di Santa Barbara al lato meridionale della sua base (tuttora integralmente conservata) e dalle mura, intervallate da torrette aggettanti con merlature. Le comunicazioni con l'esterno erano assicurate da un'unica porta, munita di ponte levatoio. Nel 1500 questo maniero fu trasmesso per via dotale alla famiglia Alvi, che lo fece restaurare, come si legge in una iscrizione sormontata dallo stemma di famiglia che ancora oggi si trova sopra la porta d'ingresso. Per l'occasione vennero eliminate tutte le apparecchiature di guerra e forse le mura castellane, trasformando il luogo in una tranquilla ed ampia residenza di campagna come, in genere, avveniva nel Rinascimento per questo tipo di edifici. Nell'800 Torre Errighi passò agli antenati dell'ultimo proprietario, che ha contribuito oggi a realizzare l'Health Center Marc Mességué, un modernissimo centro benessere dotato di albergo».

http://castelliere.blogspot.it/2011/12/il-castello-di-mercoledi-14-dicembre.html


Montalfina (castello)

Dal sito www.dodecapoli.com   Dal sito www.castelgiorgio.com

«Il Castello di Montalfina distante circa 3 Km dal centro di Castel Giorgio costituisce uno dei più significativi esempi di architettura medioevale dell'intera zona. La fortificazione fu costruita presumibilmente intorno all'anno Mille e le caratteristiche architettoniche che la contraddistinguono sono quelle a scopo difensivistico tipiche di tale epoca. La realizzazione viene attribuita alla volontà di un imperatore lomgobardo ma le notizie certe sui primi proprietari del castello riguardano la famiglia Monaldeschi della Cervara che risiedono a Montalfina per circa due anni a causa della sanguinosa faida in terra orvietana con la famiglia Filippeschi che li vede più volte sconfitti e costretti alla fuga nella roccaforte di proprietà sull'altopiano dell'Alfina. Nel 1328 il maniero subisce l'orda conquistatrice del Cardinale Egidio di Albornoz il quale muove alla conquista di beni e proprietà nella zona Umbro-Laziale al fine di aumentare il Patrimonio di San Pietro. I Monaldeschi ritornano proprietari del Castello solo alla morte del Cardinale ma complice una sanguinosa faida interna al casato devono subire nel 1413 l'intervento delle truppe di Ladislao Re di Napoli che corre in soccorso della famiglia della Vipera (nata appunto dalla scissione interna ai Monaldeschi) che incendia il castello distruggendo parte delle fortificazioni e due delle tre torri complessive. I Monaldeschi della Cervara ristrutturano il castello apportando alcune modifiche architettoniche e vi si stabiliscono definitivamente nel 1437. Le vicessitudini bellicose che interessano Montalfina non sono però finite; nel 1494 l'intera area viene nuovamente razziata dall'esercito di Carlo VIII di passaggio per Roma a cui segue pochi anni dopo, nel 1505, un violento terremoto che provoca danni ingenti all'intera struttura rendendola inagibile costringendo la famiglia Monaldeschi della Cervara ad abbandonare il castello. Occorrerà quasi un secolo per avviare l'opera di ristrutturazione eseguita alla fine del 1500 da parte della famiglia Sforza che lo ricevette in eredità tramandandolo successivamente alla famiglia Ravizza nella persona del Monsignor Filippo Ravizza e via via fino agli attuali proprietari, i Valentini».

http://www.castelgiorgio.com/index.php?option=com_content&view=article&id=26&Itemid=4


Monte Sant'Angelo (resti della rocca)

Dal sito www.archeologiaindustriale.org   Dal sito www.archeologiaindustriale.org

«Si trova tra Terni e Marmore. Questa rocca costituì sempre un baluardo di Terni contro Rieti nelle secolari lotte per la regolamentazione della Cascata delle Marmore. Nel 1870 furono ritrovate nella zona tracce di un'antica stazione litica (età della pietra): scheletri, raschiatoi, coltelli, piccole seghe di pietra e stoviglie fatte di impasto nerastro. Vi fu trovata anche una piccola necropoli con due stratificazioni di tombe: a incenerimento quelle inferiori, a inumazione quelle sopra. Nel 1209 la rocca fu occupata dai narnesi, per tenere a bada Terni e le sue fertili terre. Nel 1222 gli Arroni la cedettero al comune di Terni. Nel 1315 truppe narnesi rioccuparono la rocca di Monte Sant'Angelo, ma truppe ternane e reatine scesero in Narni e, alla pace, la rocca fu dichiarata possesso ternano. Con l'avvento delle Compagnie di ventura, al Castello fu dato un castellano con armi, armati e vettovagliamenti. La cronaca narra che, nel 1417, la rocca, che aveva il compito di vigilare a che i reatini non facessero opere atte a turbare il regolato deflusso del canale curiano, fu assalita da quelli e presa. Un consigliere del comune di Terni incitò la folla alla riconquista: Omnes Interamnates vadant ad Portum Marmorum ad vincendum aut moriendum. Un fiume di ternani accorse e scacciò gli intrusi. Su quel punto poi fu costruita una nuova torre di vedetta».

http://www.lamiaumbria.it/scheda_comuni.asp?pag=1784


Montecastrilli (fortificazioni, Porta Amerina o torre del Belvedere)

Dal sito www.umbriaexperience.it   Dal sito www.montecastrilliturismo.it

«Situato sul monte mediano della terna che ha ispirato il suo stesso stemma araldico, per chi giunge dalla Via Amerina e da quelle provenienti dal versante occidentale, Montecastrilli appare, dall'alto dei suoi 392 metri sul livello del mare, come un’autentica roccaforte. E tale è stato, fin dalla sua fondazione, in tempi assai remoti, anche se l’attuale struttura urbanistica risale al IX secolo. Pianeggiante, invece, l'accesso da Viale G. Verdi, lungo più di un chilometro, per chi proviene dalla Via Tuderte e dall'antica strada delle Sette Valli, che unisce Quadrelli e Casteltodino a Collesecco: tre delle cinque frazioni che, insieme a Castel dell'Aquila e Farnetta formano l'ordito territoriale vasto più di 61 Kmq. Posto al centro di un’area ecologicamente intatta e suggestiva, il territorio è caratterizzato da un paesaggio agrario collinare cosparso di case coloniche e grandi appezzamenti di terreno coltivati; il luogo è noto per la salubrità del clima. La storia di Montecastrilli, a partire dall'anno Mille, si identifica con quella delle antiche Terre Arnolfe e del contado di Todi, e, dal Rinascimento in poi, con la storia d'Italia. ... I due archi di Porta Amerina, detti del "belvedere", testimoniano le vestigia dell'antico Castrum» - «è quanto rimane dell'antico complesso fortificato di Montecastrilli, vale a dire di quel castrum da cui prese nome il paese di Montecastrilli. Porta Amerina è caratterizzata da due archi e conosciuta come Torre del Belvedere».

http://www.umbriaonline.com/article_142.phtml - http://www.umbriaexperience.it/category/umbria-experience/ue-eccellenze/?cod=382


Montecchio (castello, borgo)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito http://girolio.cittadellolio.it

«Centro fiorente tra il VI e V secolo a.C., questo nucleo abitativo decadde intorno al IV sec. a.C., con l’affermarsi della supremazia di Todi. Nell'XI secolo il territorio montecchiese era sotto il domnio della potente famiglia dei Baschi, tanto potente che Todi, non osando combatterli, cercò di farseli alleati. I Baschi, di origine longobarda, ricchissimi e potenti, si svilupparono estendendo i loro domini nei due centri principali di Baschi e di Carnao, costituendo quasi un’unica consorteria, però sempre in lotta tra di loro. Nel 1165 fu edificato il primo nucleo del castello di Montecchio (Castro Monticoli) ad opera dei fuoriusciti tuderti di parte ghibellina: i Chiaravalle. Successivamente, dal 1190 al 1251, venne rinforzato ed ampliato per consentire rifugio alla popolazione che si riversava dalle campagne per sfuggire alle faide e alla violenza causate dalle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini. Così viene costruita l’imponente opera della seconda cerchia di mura, trasformando Montecchio in un classico “borgo rurale fortificato”. Interessante per la sua posizione geografica, che lo vedeva collocato in un punto strategico di rilevante importanza, fu aspramente conteso da Todi ed Orvieto, ma nel 1250 ebbe la meglio Todi con l’aiuto di sostanziali forze ghibelline. A difesa del territorio Todi fece erigere il castello di Petroro che nel 1499 con la morte di Altobello Chiaravalle verrà demolito. Il secolo XIV vide il declino della supremazia tuderte e l’entrata in scena degli Alviano ed Orvieto per la supremazia sul territorio. Seguirono quindi anni di lotte che ebbero come protagoniste le famiglie dei Chiaravalle, dei Baschi, degli Alviano e degli Sciarra Colonna. Con la definitiva decadenza di Todi, alla fine del XIV secolo, Montecchio divenne arcipretura, essendo stata trasferita qui la Pievania di S. Savino, ma continuò ad essere teatro di scontri tra i Chiaravalle ed i Colonna. Nel 1496 fu saccheggiata dalle milizie di papa Alessandro VI capitanate da Matteo da Canale. Nel 1528, la Camera Apostolica che era riuscita ad avanzare diritti sul territorio, vendette la proprietà ad Angelo Degli Atti al quale fu definitivamente concessa in enfiteusi nel 1563, anno in cui inizia la sotria “ufficiale” dell’Università Agraria di Montecchio e dei Domini Collettivi di Tenaglie e di Melezzole. I possedimenti degli Atti nel 1607 furono venduti al fiorentino Bartolomeo Corsini. Comune autonomo prima del XIX secolo, Montecchio poi diventò frazione di Baschi, per assurgere di nuovo a Comune nel 1948 con frazioni Tenaglie e Melezzole. A Montecchio il castello ancor oggi ci appare, specialmente dal lato nord, come un vero e proprio baluardo insormontabile ed il caratteristico borgo conserva ancora la planimetria originale, delimitata dal “Vicolo Brutto” e da via Bastianelli. La Porta di Sud-Est (un tempo l’unica porta di accesso del castello) è sovrastata da un imponente torre che si sviluppa su tre piani, dove un tempo, vi erano i locali assegnati al “corpo di guardia”; superandola entriamo nell’antico borgo e dopo pochi metri sulla destra ci troviamo davanti la chiesa parrocchiale di Santa Maria del 1400. La chiesa originale non aveva l’odierno campanile a torre ed era costituita dalla sola navata sud, le campane si trovavano inglobate sulla facciata in una nicchia sopra la porta d’ingesso. Nel 1633 i Montecchiesi costruirono il campanile, staccato però dalla chiesa originale; in seguito fu interposto un fabbricato che consentì, una volta collegato, di creare un corpo unico tra la chiesa e il campanile, modificando sostanzialmente la struttura originaria come oggi la possiamo ammirare».

http://www.medioevoinumbria.it/citta/l-n/montecchio


Montefranco (castello di Bufone, palazzo del Municipio, porte)

Porta Franca e palazzo del Municipio, dal sito www.umbrialifestyle.it   Porta Spoletina, dal sito www.turismomontefranco.it

«Montefranco guarda dall'alto dei suoi 414 metri la Valle del Nera, tra olivi e boschi di pini,lecci e querce. L'antico borgo, una volta cinto di mura con torri di avvistamento, é oggi quasi completamente recuperato, mostrando la sua bellezza tra scorci panoramici unici e suggestivi. Del vecchio castello di Bufone restano Porta Franca e Porta Spoletina interamente recuperate e ristrutturate. Nacque intorno all'anno mille sul costone roccioso che guarda la valle del fiume Nera in una posizione fortificata che rappresentava una naturale difesa dalle orde saracene che in quel periodo infestavano la valle. Nel 1228 alcuni uomini di Arrone, per sottrarsi al dominio di Rinaldo, che scorrazzava in Val di Narca per conto di Federico II, uscirono da quel castello e passarono sotto il dominio di Spoleto sul colle di Bufone che fu loro concesso. L'uscita di questi uomini causò vendette e litigi per il possesso dei beni da loro lasciati e il nuovo paese fu per gli arronesi una terra franca, essendosi resi liberi dal loro castello di origine. Di qui il nome di Montefranco. Il nuovo castello fu sempre saldo possesso del comune di Spoleto e nel 1258, rinnovando la sottomissione, ebbe in cambio capitolati molto favorevoli nei quali era prevista la cessione in perpetuo del Monte con ogni franchigia e libertà, oltre all'assicurazione della difesa da attacchi da parte di castelli ostili. Nel 1264 Montefranco fu occupato da truppe germaniche e musulmane del ghibellino Percivalle Doria, subito ricacciate da truppe spoletine. Finita l'onda del ghibellinismo, Montefranco aderì alla confederazione dei castelli che, guidata dall'Abbazia di San Pietro in Valle, non rinnovarono la suddittanza a Spoleto. Nel 1338, dopo una lunga causa presso la curia del ducato, i castelli furono assolti e ottennero la concessione del “Mero et Mixto Imperio” ossia dell’esercizio di tutti i poteri politico, amministrativo, fiscale e militare. Nel 1372 questi castelli ribelli furono di nuovo obbligati alla sudditanza di Spoleto e nel 1395 l'abate di San Pietro in Valle occupò Montefranco. Accorsero gli spoletini e, sebbene privi di ogni capo, riuscirono ad allontanarne gli assalitori. Narrano le cronache che gli spoletini non erano più di 300 contro 1000 soldati del Savelli. Il piccolo stuolo si raccolse su Monte Moro e si difese strenuamente, combattendo con grande coraggio. I morti furono numerosi da entrambe le parti finché la sera i due eserciti si ritirarono: gli spoletini in San Mamiliano e i ternani con il Savelli verso Terni devastando e bruciando tutto fino a Strettura.

Nel 1522 Montefranco partecipò alla nuova rivolta dei castelli della Valnerina contro Spoleto finché in seguito papa Paolo V lo distaccò da Spoleto. Fu papa Urbano VII a riunirvelo nel 1627 facendo aprire nel 1639 la Consolare Flaminia verso Montefranco, la Valnerina, Scheggino, Gavelli e Monteleone attraverso la strada chiamata “Strada delle ferriere”, avvenimento ricordato in località Arma di Papa da un'edicola e una lapide recentemente trafugata. Nel 1799 bande di insorti occuparono Montefranco che fu liberato da truppe spoletine dietro pagamento di una taglia di 700 scudi. Dopo la Restaurazione fu comune di secondo ordine retto da un governatore. ... PALAZZO DEL MUNICIPIO - PORTA FRANCA. Montefranco, uno dei borghi più suggestivi della Valnerina, situato a 414 metri tra olivi e boschi di querce e di pini, domina la Valle del fiume Nera. Il paese deve le sue origini al vecchio castello di Bufone, preesistente al 1228, di cui restano le porte Franca e Spoletina e le mura esterne, ben conservate e ristrutturate. Porta Franca era la vecchia via d'ingresso alla città; oggi ospita il Palazzo del Municipio. PORTA SPOLETINA. Il castello di Bufone nacque probabilmente alla fine dell'anno 1000 come roccaforte su un luogo facilmente difendibile dalle orde saracene che invasero la valle attorno al 900. Nel 1228 alcuni uomuni di Arrone, lasciarono il loro paese per sottrarsi al dominio di Rinaldo e passarono sotto il dominio di Spoleto sul Colle di Bufone che fu loro concesso. Questo nuovo paese fu per gli arronesi come terra franca; da qui il nome Montefranco».

http://www.turismomontefranco.it/ita/6/la-storia/?&ss=1 - ...palazzi-storici/?&ss=2


MontegIOVE (castello)

Dal sito www.medioevoinumbria.it

a c. di Daniele Amoni


Monterivoso (rocca)

Dal sito www.comune.ferentillo.tr.it   Dal sito www.iluoghidelsilenzio.it   Dal sito www.prolocoferentillo.it

«Monterivoso o Casal Rivoso o Castel Rivoso, è situato lungo la strada che conduce al Salto del Cieco, passando per Precetto. Il nucleo più antico si fa risalire al XIII secolo. Si aggrappa alla china montuosa del versante sud del monte Sant’Angelo. La parte più recente, dagli anni Cinquanta si è sviluppata lungo le sponde del fosso naturale di Castellone. La Rocca domina l’abitato con la sua torre e la sottostante chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate risalente al XIV secolo ma rimaneggiata verso la fine del XVI secolo. Monterivoso dal XIII al XVIII secolo era una comunità assai ricca con un proprio Priore e un consiglio di anziani. Attivissime le Confraternite e le Compagnie religiose. Nella Visita Pastorale del vescovo De Lunel (1571-1572) viene nominata la Confraternita del Rosario di Casal Rivoso e successivamente, visita del vescovo Giacinto Lascaris (1711-1712 e 1713-1715). Vista la sua posizione geografica, Monterivoso fungeva da controllo per il passaggio delle merci e del bestiame verso l’Alto Lazio. Su una collinetta, tra gli ulivi, lungo antica mulattiera che da Precetto immette in questa valle, si erge ancora la chiesetta di San Nicola de’ Casarioso risalente al XIV secolo. Si presenta con tutta la sua originalità (pessime condizioni, degrado e abbandono). Monterivoso ha un centro storico assai interessante per la presenza di edifici ad uso civile. L’abitato, che segue l’andamento della via principale interna che culmina nella parte alta di fronte alla chiesa parrocchiale, è intersecato da vicoletti e archi in pietra. All’ingresso del paese spicca il palazzo seicentesco della famiglia Pacetti. Prima di giungere alla piazzetta, sulla parete di una casa, in una nicchia, si può scorgere un votivo raffigurante Madonna col Bambino e due Santi del XVII secolo. Sulla piazza principale dopo i recenti restauri, è ritornato al suo splendore (ora di proprietà comunale) un palazzetto del XVI secolo, con motivi e decorazioni in stucco. Segue, un altro edificio assai caratteristico, che presenta una graziosa loggetta che guarda sulla piazza. Sulla parete della facciata un votivo con l’effige di Sant’Antonio. Discendendo alcune scalette si giunge presso l’antico molino ora adibito a Museo etnografico di Casal Rivoso. La struttura presenta in originale i vecchi ingranaggi e la vasca per la raccolta dell’acqua. All’uscita dell’abitato, lungo la vecchia strada per il Salto del Cieco, si incontra l’antico Palazzo Argenti Medici del XVI secolo. Un bellissimo edificio ora di proprietà privata, e conserva, grazie ad un accurato restauro, le sue caratteristiche architettoniche originali. La peculiarità assoluta di Monterivoso, da sempre è data dalla presenza delle mole. Fino al secolo scorso esse erano assai attive, ma attualmente ne sono rimaste soltanto due. ...o».

http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-monterivoso-ferentillo-tr


Monterubiaglio (castello)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.sandrobassetti.it

«Fu eretto tra il 1278 e il 1292 (anno del suo accatastamento) e conobbe diversi proprietari e molteplici vicende: la prima signoria che vi si stabilì, nel 1280, fu quella orvietana di Ranieri della Greca, poi nel 1385 subentrarono i Monaldeschi della Cervara. Nel XV sec. fu assunto nel patrimonio dello Stato Pontificio; nel 1503, il paese venne saccheggiato dalle bande di ventura di Cesare Borgia; nel 1611, Giacomo I° Monaldeschi della Cervara promulgò lo Statuto del Castello di Monterubiaglio, importante strumento legislativo che regolava tutta 1'attività religiosa e socio-economica del contado. Nel 1689 divenne proprietà del Conte Gian Battista Negroni che lo fece restaurare in seguito al disastroso terremoto del giugno del 1695 e la cui famiglia rimase proprietaria del castello fino al XIX sec. Singolare è la figura di questo conte, definito “l’uomo in nero”, le cui iniziali G. B. N. si trovano traforate sulla banderuola metallica che svetta sulla torretta delle due campane del castello. Si racconta che nei sotterranei del maniero si sarebbe dedicato a strane attività quali l’alchimia, la magia nera, l’occultismo e lo spiritismo, pratiche severamente condannate dalla Chiesa. Avrebbe, inoltre, tentato, per la prima volta la pietrificazione dei tessuti umani. Per successive eredità il castello andò ai Giberti-Maciati, ai Pompili, ai Perali, ai Lattanzi. Nel 1943 vi trovarono alloggio le truppe tedesche in ritirata. L’edificio, che si affaccia su Piazza del Castello o dello Statuto, a poca distanza dalla Chiesa parrocchiale, attualmente è in buono stato di conservazione. Presenta una struttura quadrangolare, con quattro torri merlate e una sola porta d’ingresso che sbocca sul cortile interno. Una campana del castello è dedicata a Santa Barbara e, fino a poco tempo fa, veniva suonata all’avvicinarsi del temporale a protezione dalla grandine sui vigneti della zona. Una leggenda racconta che all'interno del castello si aggiri tuttora il fantasma di Gian Rinaldo Monaldeschi, uno degli amanti della regina Cristina di Svezia e da lei fatto uccidere nel 1654 per gelosia. Sulla storia del Castello sono stati pubblicati i volumi: Storia e Cronaca di un paese intorno al suo castello di Osvaldo Priolo (1980) e Un fiume, un ponte, un Castello di Sandro Bassetti (1994)».

http://castelliere.blogspot.it/2011/10/il-castello-di-venerdi-28-ottobre.html


Montiolo (castello)

Dal sito www.castelgiorgio.com   Dal sito www.castelgiorgio.com

«Il Palazzo di Montiolo ubicato a ridosso della pineta comunale fu costruito in stile rinascimentale alla fine del Cinquecento da un nobile orvietano dal nome Tiberio Simoncelli (nome che ritroviamo scolpito in un architrave del palazzo). La posizione non fu scelta a caso ma bensì fu una scelta strategica in quanto l’intero complesso architettonico fu edificato lungo il percorso della via Traiana, che all’epoca rappresentava la principale via di comunicazione tra Bolsena e Chiusi, anello di congiunzione logistico–commerciale tra lo stato Pontificio e i territori toscani. Come quasi tutti i possedimenti dei ricchi nobili dell’epoca la struttura e la vita di corte conobbe il massimo splendore a cavallo dell’ottocento sotto la proprietà del Marchese Filippo Antonio Gualtiero, figura di spicco nel panorama nobiliare italiano, Ministro per gli affari interni nel 1867 anno in cui ne divenne proprietario il conte Claudio Faina. Le tragiche vicende riguardanti il rapimento del conte Faina avvenuto nel maggio del 1874 vede nel castello di Montiolo il luogo di incontro designato alle trattative segrete con i sequestratori che i familiari del conte istaurarono per trattare la sua liberazione. Trattative che non portarono alla liberazione ma bensì all’uccisione del conte pochi mesi dopo nei pressi di Bagnoregio (VT) a pochi chilometri da Castel Giorgio. Le uniche modifiche architettoniche apportate alla struttura furono introdotte negli anni venti dal figlio del conte ucciso Claudio Faina junior con la realizzazione nella parte posteriore una loggia in pietra grigia con ornamenti in stile neoclassico. Claudio Faina Junior rimase proprietario del palazzo fino alla sua morte avvenuta nel giugno del 1954 e , senza eredi, lascio l’intero complesso con tutti i terreni e le case annesse ad un ente fondato a suo nome con sede a Orvieto».

http://www.castelgiorgio.com/index.php?option=com_content&view=article&id=8&Itemid=4


Montoro (castello baronale)

Dal video www.youtube.com/watch?v=aL4y3fDe4Y4   Dal video www.youtube.com/watch?v=aL4y3fDe4Y4

«è forse il maggiore tra i castelli del territorio Narnese per consistenza urbanistica e per la complessità delle sue vicende storiche. Sorge sul crinale di un colle di arena gialla (color oro) e creta chiara: di qui il suo nome. Il nome di Montoro compare per la prima volta nell'anno 857 quando viene elencato tra i possedimenti dell'Abbazia di Farfa. L'ordinamento feudale vero e proprio può datarsi intorno ai secc. X-XI. Lo schema del potere è quello ricorrente: emerge la famiglia più potente che stringe legami col potere centrale. è protagonista di vicende alterne, ma ruota quasi costantemente nell'orbita papale. Nel sec. XV vengono redatti gli Statuti di Montoro che sintetizzano ed esprimono l'avanzata organizzazione del feudo, il suo autogoverno, l'autonomia rispetto a Narni. è proprio per difendere questa autonomia che la famiglia Montoro adottò una politica di favore con la corte papale. Una bolla di Clemente VII (1528) ordina a Montoro la restituzione di alcuni beni alla Chiesa tra cui gli Statuti del Castello: è un segno della decadenza. Nell'800 Montoro diviene frazione del Comune di Narni: il marchese Giovanni Patrizi (membro di un ramo della famiglia Montoro) rinuncia al feudo nel 1816. Per strane e poco conosciute vicende molti beni rimasero di proprietà privata. Di fatto la marchesa Porzia si impadronì di tutte le piccole proprietà di Montoro. Suo nipote arricchì il paese di una strada nel bosco intorno al paese e di un acquedotto ma il territorio, lo sviluppo, l'edificazione, l'attività agricola furono in seguito sempre alle dipendenze della volontà privata. La torre di avvistamento a pianta quadrata è collocata all'interno di un più vasto complesso residenziale nel quale è difficile oggi leggere un preesistente impianto castellare. Sulla copertura, coronata da una merlatura guelfa, è stata successivamente costruita una piccola torre campanaria sui cui archi sono stati poi aggiunti quattro orologi. è di dimensioni notevoli: almeno di altezza doppia rispetto al complesso edilizio circostante usato ancora come residenza signorile. La struttura architettonica piramidale dell'intero complesso, su tre piani (la torre, la residenza, il paese) offre una visione fortemente caratterizzata da un punto di vista paesaggistico-ambientale».

http://www.comune.narni.tr.it/canale.php?idc=207


Morruzze (castello delle Morruzze)

Dal sito www.villeecase.it   Dal sito www.comune.baschi.tr.it

«Morruzze è una frazione del comune di Baschi (TR). Il paese si trova a 560 m s.l.m. ed è popolato da 49 morruzzesi (dati Istat, 2001). Dalla piazza del paese si gode di un panorama a che arriva fino a Todi. Si tratta di una villa fortificata (villa Morrutiarum) costruita tra il 1147 ed il 1149, inizialmente più popolata (75 abitanti nel 1290) della vicina Morre. Essi sfruttavano i vicini boschi per la sopravvivenza ed il commercio di legna; dipendevano da Todi e parteciparono così alla ricostruzione del castello di Montemarte. Nel 1348 parecchie famiglie subirono lutti a causa dell’epidemia di peste; in seguito, le truppe di Carlo VIII taglieggiarono gli abitanti. Anche il condottiero ghibellino Altobello Chiaravalle depredò il borgo. I possidenti locali venivano scelti per rappresentare Morruzze a Todi (erano i sergenti): alla fine del mandato essi entravano in pianta stabile entro la nobiltà. Col passare dei secoli il paese si spopolò, tanto che la parrocchia venne unita a quella di Morre nel 1571. Il palazzo di Morruzze venne acquistato nel XVII secolo dai Paparini, che lo ampliarono e vi crearono l’oratorio di S. Ambrogio. Durante l’occupazione napoleonica faceva parte della Comune di Civitella e del Cantone di Baschi. Monumenti e luoghi d’interesse: Castello delle Morruzze, con una bella torre merlata quadrangolare, circondato da un vasto parco di piante secolari».

http://www.borgomorruzze.it


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