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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI RIMINI

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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AGELLO (borgo fortificato)

Dal sito www.riminibeach.it   Dal sito turismoprovincia.adhoc.net

«La prima menzione della Tomba di Agello risale alla fine del XIV secolo anche se una prima quanto sommaria descrizione del complesso è degli inizi del Quattrocento. La fattoria fortificata, a pianta quadrangolare, era difesa da mura segnate, agli angoli, da torri quadrangolari e pentagonali. Un unico accesso, a Sud, munito di ponte levatoio che scavalcava il fossato, permetteva l’accesso alla corte del castello. I documenti attestano qui la presenza di modeste case, di un “torexinum”, una piccola torre, e di fosse da grano. Nel 1462 Sigismondo perde il Vicariato di Rimini e con esso anche Agello; il piccolo insediamento nel Cinquecento passa in mano veneziana per poi tornare alla Santa sede nel 1509. Nel XVII secolo, all’interno del borgo viene eretto il piccolo Oratorio dedicato a San Rocco poi trasformato in abitazione. Anche questo piccolo borgo fu danneggiato dai terremoti del 1786 e del 1816. Agli inizi del XX secolo venne autorizzata, dall’allora Soprintendenza ai Monumenti, la demolizione dell’arco di accesso alla fattoria fortificata mentre è della fine secolo il crollo della torre che segnava l’accesso all’abitato, ora ricostruita. Dell’antico borgo murato, ora oggetto di interventi di valorizzazione e restauro pubblici e privati, sopravvivono i ruderi di un torrione poligonale d’angolo a Sud e di una torre quadrata a Nord-Est mentre le restanti strutture fortificate sono state accorpate all’edilizia minore sorta a ridosso del complesso malatestiano».

http://www.sanclemente.it/?IDC=7


Albereto (castrum Albereti)

a cura di Renzo Bassetti


BASCIO (torre)

Dal sito www.riviera.rimini.it   Dal sito www.riviera.rimini.it   Dal sito www.pennabilliturismo.it

«Torre di Bascio del XIII secolo. La torre, che si erge a 700 m s.l.m. all´apice di un borgo medievale, domina la valle del torrente Torbello; è stata restaurata nel 1958. Essa risale ai primi del Duecento. A Bascio nacque il famoso Matteo di Bascio, fondatore dei Capuccini e da quassù, impazzendo di solitudine, la nobilissima principessa francese Fanina Condè, imparentata coi Borboni, gridò al vento: "Paris, Paris, aiuto!" Attualmente ai piedi della torre è possibile osservare i "giardini pietrificati", opera del poeta-sceneggiatore Tonino Guerra. Proprietà: comunale, pianta: quadrata di lato 5,30, sviluppo: parallelepipedo, altezza: 21 m. L´interno non è attualmente fruibile. Particolarmente consigliata ad escursionisti poiché sito estremamente suggestivo» - «Del castrum Bascii o Biscii, in origine di pertinenza degli Olivi di Pignano, si ha notizia sin dal 1145, citato fra le terre confermate da papa Eugenio III al monastero Camaldolese di San Salvatore di Monte Acuto. Verso la metà del XIII secolo a seguito della divisione interna dei beni operata dalla famiglia dei Carpegna, risulta di proprietà del ramo dei conti di Gattara discendenti di Rainaldo di Carpegna. Con l'estinzione dei Carpegna di Gattara avvenuta nel 1409 il castello assieme a quelli di Gattara e Miratoio passa a Galeazzo Malatesta signore di Pesaro. Riacquistato dai conti di Carpegna nel 1420 e successivamente a seguito di una ulteriore divisione dei beni avvenuta nel 1463 risulta in proprietà a Francesco di Carpegna. Eretto in principato nel 1685 dall'imperatore Leopoldo I, rimase autonomo fino al 1819 anno dell'annessione allo stato Pontificio. La torre, di proprietà comunale, è stata restaurata nel 1958».

http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?ID=1652 - http://www.appenninoromagnolo.it/castelli/bascio.asp


BELLARIA IGEA MARINA (torre Saracena)

Dal sito http://www.sdamy.com   Dal sito http://castelliere.blogspot.it

«Dopo le invasioni e le ruberie dei pirati turchi negli ultimi anni del XVI secolo, lo Stato Pontificio decise di costruire un serie di torri, lungo la marina, dal Tavollo fino a Bellaria, per difendere gli abitanti della costa. All'interno di esse, a quell'epoca altissime sulle dune e sulla spiaggia, si trovava una guarnigione di cinque soldati e un comandante, munita di "archibugi, spingarde, polveri e micce". Al suono della campana, in caso di pericolo, gli abitanti potevano "rifugiarvisi" dentro e organizzarsi per la difesa. Unica rimasta pressocché immutata delle sei torri tuttora presenti, la torre di Bellaria era collocata all'epoca in prossimità della spiaggia (attualmente in posizione più avanzata) e con un ampio raggio di visuale, ospitava un piccolo gruppo di soldati ben armati con il compito di perlustrare il territorio di propria competenza e di dare l'allarme in caso di pericolo con il suono di una campana. Venuta meno l'esigenza militare, fu utilizzata in seguito come punto di vedetta contro il traffico di contrabbando e per accogliere in quarantena i marinai in sospetto di contagio di malattie trasmissibili. Più recentemente è stata utilizzata anche come caserma della Guardia di Finanza. è composta da tre piani accessibili con una scala a chiocciola interna. Attualmente ospita nei piani superiori un un museo micologico con una ricchissima collezione di conchiglie e resti fossili di molluschi, invertebrati marini, crostacei, testimonianze di animali marini e scheletri provenienti da tutto il mondo e appartenuti ad ogni era geologica, ed è inoltre mostra di carta moneta».

http://castelliere.blogspot.it/2011/07/il-castello-di-martedi-26-luglio.html


Casteldelci (castello)

Foto di Antenore Malatesta, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.comune.casteldelci.rn.it

«Casteldelci occupa il punto d'incrocio tra tre regioni: Marche, Toscana ed Emilia-Romagna. Nelle sue vicinanze si erge il Monte Fumaiolo, da cui nasce il Tevere. È già menzionato in documenti del XII secolo, con la definizione di 'Casale d'Ilice', dal latino Castrum Illicis, letteralmente 'fortificazione vicino ai lecci'. Tuttavia reperti di epoca preistorica rinvenuti nella valle suggeriscono che il paese abbia origini molto più antiche. Popolato ininterrottamente nelle varie epoche grazie alla presenza di sorgenti perenni, Casteldelci raggiunse il suo splendore nel Medioevo, quando la sua collocazione geografica favorì l'insediamento di rocche e castelli. Tra questi merita di essere ricordato il castello dei signori della Faggiola, il cui nome, come quello del monte omonimo su cui sorgeva la rocca, presumibilmente era dovuto ai faggi che ancora oggi ricoprono i monti circostanti. Qui nel 1250, nacque il celebre condottiero Uguccione della Faggiola, che, secondo una tradizione risalente a Boccaccio, avrebbe ospitato nel suo castello Dante Alighieri, ricevendone in cambio la dedica della Divina Commedia. Prima del governo di Uguccione e degli altri signori della Faggiola, che esercitarono il loro potere sin verso il 1400, Casteldelci dipendeva dai vescovi di Montefeltro ed era sotto l'amministrazione di Massa Trabaria. Dopo di loro passò invece a Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, e poi a Cesare Borgia, astuto condottiero e modello del Principe ideale di Niccolò Machiavelli. Passò quindi sotto il dominio di Lorenzo Il Magnifico, signore e mecenate della corte fiorentina, e successivamente del Comune di Firenze. Successivamente ritornò a far parte dello stato urbinate, seguendone le sorti. Altro importante personaggio storico legato al passato di Casteldelci è l'urbinate Girolamo Genga, pittore, architetto e scenografo del rinascimento italiano, citato da Vasari, allievo di Luca Signorelli e del Perugino, negli stessi anni di Raffello, e caposcuola di una schiera di ingegneri militari del Cinquecento che lavorarono dal Portogallo alla Russia. A lui il duca Guidobaldo da Montefeltro concesse la montagna di Casteldelci come ringraziamento della sua fedeltà. Oggi, chi vuole rivivere le antiche vicende del borgo può visitare il Ponte Vecchio, di origine medievale, le torri che in passato servivano da vedette, come la Torre del Monte, la Torre di Gattara, la Torre Campanaria e può sostare alla Casa-Museo che raccoglie reperti relativi alla preistoria e protostoria locale nonché all'età romana e altomedievale».

http://www.id3king.it/Uscite/U2011/Uscita583/cenni_storici.htm


Casteldelci (torre Campanaria, torre del Monte)

La torre Campanaria, dal sito www.appenninoromagnolo.it   La torre del Monte, dal sito www.riviera.rimini.it

«La Torre Campanaria. Situata nel centro storico del paese, risale al 1100 ed è la più alta delle torri civiche del comune. Originariamente dotata di funzione difensiva, in seguito divenne un campanile» - «Torre del Monte. La torre, databile al XIII sec, si trova a mezza costa, a sud dell’agglomerato rurale di Monte, piccola frazione del comune di Casteldelci. Questa torre è considerata una delle più atipiche del Montefeltro; non è ubicata all’apice di un rilievo, al contrario di altri analoghi punti di avvistamento è nascosta e mimetizzata nel paesaggio. Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli presenta una copertura conica, con tetto di lastre. In documenti del XII sec. è citato come Casale d´Ilice e, prima di passare ai Della Faggiola, fu sotto il dominio temporale dei vescovi del Montefeltro. I Della Faggiola esercitarono il loro potere sin verso il 1400: nel castello che porta il loro nome nacque il celebre condottiero Uguccione, in cui alcuni identificarono il "veltro" dantesco. Fu poi di Nicolò dei Perfetti e quindi entrò a far parie dello Stato Urbinate seguendone le sorti. Prindpali attrattive artistico-culturali: la chiesa gotica di S. Nicolò, il Ponte Vecchio sul torrente Senatello, la Torre di Monte e la torre campanaria (ultima delle quattro che munivano il castello), e gli affreschi di scuola riminese nella chiesa di S. Maria di Sasseto».

http://www.lavalmarecchia.it/visita/casteldelci/torre-campanaria-casteldelci.html - http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?ID=1895


CASTELLEALE (borgo fortificato)

Dal sito turismoprovincia.adhoc.net   Dal sito www.riminibeach.it

«Il borgo di Castelleale, ubicato a pochi chilometri dal castello di San Clemente, costituisce, assieme ad Agello, uno degli esempi di fattoria fortificata malatestiana (tumba) meglio conservati nel territorio riminese. Fondata nel 1388 dal vescovo riminese Leale Malatesta, figlio illegittimo di Pandoro Malatesta detto il Guastafamiglia, la fattoria sorge su una collinetta che le cronache del tempo descrivono provvista di “buoni campi e buone viti”. Agli inizi del Quattrocento il piccolo insediamento fortificato, raccolto attorno da una corte quadrangolare, era difeso da un’alta cinta di mura merlate dominate da un’alta torre ed era circondato da un fossato. La fattoria risultava accessibile da Sud dove si trovavano due ponti levatoi con le relative porte, una carraia a sesto acuto ed una pedonale più piccola con arco trilobato, la postierla. Scrive P.G. Pasini ”sono archi bellissimi di disegno con ghiere sovrastate da una semplice ma raffinata decorazione". Nel 1430 Castellelale apparteneva a Sigismondo Pandolfo Maltesta, signore di Rimini, che lo venderà a Girolamo Rodolotto, per poi passare nelle mani di Girolamo Bedellotto veneziano. Nel 1504 il Provveditore Malipiero, per incarico della Serenissima le cui milizie avevano occupato i territori riminesi, così descrive il piccolo borgo: “il castello dista un miglio da quello di San Clemente e nove da Rimini. Ha mura alte 10 passi ed una torre alta 130, al suo interno si trovano piccole fosse ed una buona casa mentre a est (vi sono) altre piccole casette di proprietà del signore. Questi è proprietario in quel luogo di 12 tornature di terra coltivate a vigneti ed ulivi mentre di grano ne produce poco”. Nel 1511 Giulio II cedette il castello al Comune di Rimini ed alla fine del secolo le cronache attestano la costruzione della Parrocchiale del borgo che verrà poi restaurata all’inizio del XVII. La chiesa addossata alle mura nasceva dalla trasformazione di una porta castellana a mare anteriore al XIV secolo. Castellelale venne colpita una prima volta dal terremoto nel dicembre del 1786 e poi nel 1816 ma sarà il passaggio del fronte ad arrecare i danni più ingenti alla fattoria fortificata quattrocentesca. Dopo i cannoneggiamenti dell’agosto del 1945 infatti, crolleranno la torre del castello, parte delle mura e la copertura della Parrocchiale. Attualmente il pittoresco insediamento conserva ancora le eleganti porte quattrocentesche, di recente restaurate dall’Amministrazione comunale, resti delle mura e la dimora del vescovo Leale su cui è ancora visibile una lapide dedicatoria quattrocentesca in pietra d’Istria».

http://www.sanclemente.it/?IDC=7


CATTOLICA (rocca malatestiana)

Dal sito http://cgi.ebay.it   Dal sito http://cgi.ebay.it

«La splendida Rocca di Cattolica fu costruita da maestranze probabilmente lombarde, nel 1490 o 1491, durante il dominio di Pandolfo Malatesta. Essa aveva funzione di controllo sulla via Flaminia e sul litorale adriatico, poiché consentiva un’ampia visuale dalla foce del fiume Conca a Gabicce. Nel 1502 il Valentino vi imprigionò i figli del duca di Camerino Venanzio e Annibale Varano. Nel 1512 fu restaurata in seguito ad un incendio conseguente al passaggio degli Spagnoli. Interventi di restauro furono compiuti nel 1547. Migliorie furono suggerite dall’architetto militare della duchessa d’Urbino, Vittoria Farnese, feudataria di Cattolica tra il 1560 ed il 1565. Nel 1584 la Rocca, elemento di grande importanza nel sistema difensivo ideato nel 1583, fu dotata, su indicazione dell’Adimari, capitano di Cattolica, magistrato eletto sino alla fine del XVIII secolo nel consiglio di Rimini allo scopo di difendere il borgo, di una campana e di un orologio. Nella seconda metà del ‘600, al fine di contrastare gli attacchi pirateschi dei turchi al litorale, venne costituito un sistema difensivo costiero inteso a rafforzare la funzione difensiva della Rocca, nella quale furono collocati pezzi d’artiglieria. Nel 1796 fu costruita la sopraelevazione di un’altana poiché il campanile di S. Apollinare, eretto l’anno precedente, impediva il controllo ed il lancio dell’artiglieria verso la punta della valle. Nel 1864 circa la Rocca fu ceduta dal demanio al conte Saladino Saladini Pilastri. Nel 1874 a fianco della Rocca, adibita definitivamente a sede privata dal 1920, fu costruito un villino che ne obliterò per sempre le originarie funzioni difensive».

http://www.guidadirimini.it/Monumenti/Cattolica/Rocca-di-Cattolica.htm


CERASOLO (resti del castello)

La chiesa di Cerasolo, dal sito www.ilponte.com   Dal sito www.prolococoriano.it, la chiesa di Cerasolo

«La costruzione di Castrum Ceresolo risale al 1200 e le sue vicende dei primo ventennio del 1300 sono legate alla guerre tra i guelfi (capeggiati da Pandolfo Malatesta) e ghibellini conti di Montefeltro). Gli scontri sono un susseguirsi incessante di assalti, devastazioni e rappresaglie: furono i ghibellini che riuscirono ad espugnare e distruggere completamente il castello. La ricostruzione fu opera di Galeotto Malatesta nei 1380; la proprietà restò dei Malatesta fino al 1469, anno in cui fu occupato dalle Santa Sede e da Federico da Montefeltro poi. Nel 1504 il castello fu occupato dai Veneziani, ed il provveditore Malipiero ci fornisce questa descrizione: "Castello lontano da Arimino miglia 4 quale è in colline, circunda de muro alto passo 8, senza fosse, volgi passa 110, nel quale habita 3 poveri huomini in tempo di pace, de li quali uno è vicecapitano. In tempo de guerra. tutti gli homini de la lurisdictione sua se reduno in quello. Ha una porta". Oggi sono visibili i resti dell'antica costruzione, incorporati nelle abitazioni costruite successivamente, poggianti sulla restante cinta muraria».

http://www.rimini-it.it/coriano/cerasolo.htm


Cerreto (borgo fortificato)

a cura di Renzo Bassetti


Coriano (castello malatestiano)

a cura di Renzo Bassetti


Gattara (torre del castello, torre di Villa Carigi)

La torre del castello, dal sito www.appenninoromagnolo.it   La torre del castello, dal sito www.beniculturali.marche.it   La torre di Villa Carigi, dal sito http://gattara.altervista.org

«Torre (mastio) di Gattara. Torre del XI-XII secolo, è identificabile come mastio del castello, ristrutturata in varie epoche, la costruzione visibile dovrebbe risalire al Trecento, posizionata su di un impianto originario più antico come già detto precedentemente. La possente torre a base rettangolare testimonia la presenza di una antica fortificazione, essa poggia, con base scarpata, direttamente sulla roccia e si eleva sopra l’abitato. Attualmente la struttura è alta 10 m, poiché la parte sommitale fu abbattuta negli anni ’60, i lati 4.20 per 5.20, lasciano presumere uno sviluppo, originale, in altezza sui 18-20 m. ... La (casa) Torre di Villa Carigi sorge a mezza costa sopra l’omonimo paese, ubicato lungo la via che collegava il castello di Gattara al castello di Rofelle in Toscana. L’edificio a pianta quadrangolare presenta un lato di 4,70 metri e si sviluppa in verticale per circa 11/13 metri. La parte bassa, più antica, pare essere più larga rispetto alla parte alta, quest’ultima probabilmente molto rimaneggiata in epoca moderna. Nella parte bassa sono visibili uno scolatoio, forse una latrina, sul lato ovest e una monofora sul lato sud, entrambi questi rilievi sembrano appartenere alla prima fase di costruzione dell’edificio. La porta d’accesso si trova nel lato est in posizione rialzata. è ipotizzabile che si tratti di una costruzione del XII-XIII secolo, in loco sono state ritrovate ceramiche del XIV secolo. La casa torre sorta in posizione strategica, poiché difficile da vedere data l’ubicazione a mezzacosta, doveva essere in contatto con la torre di Gattara tramite collegamento attraverso le torri di Bascio e di Monticelli che sorgeva a mezza costa sul lato opposto del Marecchia».

http://gattara.altervista.org/torre-mastio-di-gattara.html - ...torre-di-villa-carigi.html


GEMMANO (mura)

Dal sito www.comune.gemmano.rn.it   Dal sito www.comune.gemmano.rn.it

«Da reperti e documenti emerge che il luogo fin da allora venisse individuato come "fondo geminum". Successivamente il comune appartenne ai signori Malatesta e quindi allo Stato Pontificio fino all'unità d'Italia. Sulle tre colline che dominano il territorio comunale vennero costruitii i castelli di Onferno, Marazzano, Gemmano, dei quali ancora oggi esistono i ruderi in parte restaurati. ... Gemmano fu castello conteso ed importante ma del suo insigne passato è rimasto ben poco se non qualche rudere (come ad esempio le antiche mura restaurate di recente). Il centro è andato infatti completamente distrutto sotto i bombardamenti del settembre 1944 nella seconda guerra mondiale. La distruzione non ha tuttavia intaccato il patrimonio naturale rimasto intatto nella sua bellezza originaria».

http://www.rimini-it.it/gemmano


MACIANO (torre)

Dal sito www.riviera.rimini.it   Dal sito www.riviera.rimini.it

«La torre cilindrica priva di scarpa che si trova sulla collina che sovrasta l'abitato di Maciano è quanto rimane dell'antico apparato militare; nel 1410 il castello era amministrato direttamente dalla Chiesa; poi a seguito di una espansione malatestiana verso la Toscana il castello passò ai riminesi e poi, con l'avvento delle continue lotte ed ostilità tra i Malatesta ed i Montefeltro, fu Federico da Montefeltro in persona che nel 1458 mise a ferro e fuoco il castello; la popolazione gli resistette per otto giorni ma alla fine il castello fu raso al suolo. Oggi la torre, rimasta a testimoniare la presenza dell'edificio fortificato, manca della copertura ed è in parte lesionata» - «Torre cilindrica trecentesca sulla collina che sovrasta il centro abitato, risale al XIV secolo e domina i ruderi dell'antica rocca sorta e rimaneggiata fra il XII e XVI secolo. Non risultano notizie storiche del castello di Maciano prima della metà del XIV secolo. Alta 16,50 m è posta a 521 m s.l.m., ed è costruita con blocchi di pietra locale (alberese), posizionati senza seguire criteri regolari di progressione nella elevazione. Dal 2005 è tornata in mano pubblica ed è stata ristrutturata interamente, tanto da essere fruibile anche internamente castello».

http://www.riminibeach.it/visitare/rocca-pennabilli - https://it.wikipedia.org/wiki/Maciano


MARAZZANO (ruderi del castello)

Dal sito www.flickr.com, a c. di Carlos Dedekind Marazzani   Dal sito www.comune.gemmano.rn.it

«Construido en el año 1125 por los hermanos Marazzano y Paolo di Marazano, luego di Marazzani. Construcción muy fortificada que se estendia 230 pertigas a solo 11 millas de Rimini, conta hacon una iglesia y un pequeño oratorio. Construido al pie del rio Conca, su territorio se extendia por 3 millas, colindando con Monte Colombo, Monte Scodelo, Rocca Monte Fieltro y los castillos Inferno y Gemmano».

http://www.flickr.com/photos/cwededekind/4714356022/sizes/l/in/photostream (a cura di Carlos Dedekind Marazzani)

«Dalla località di Taverna di Monte Colombo, appena attraversato il ponte sul fiume Valconca, ha inizio la salita. è una salita che merita rispetto, infatti appena assaggiati i primi metri ti fa capire che non sarà facile, quindi se non si è in forma meglio non sparare tutte le cartucce subito per pensare di abbreviare l'agonia, perchè su queste pendenze è facile rimanere a bocca aperta senza fiato e con le gambe che non girano. La parte più dura, circa 20% si incontra all'altezza del castello di Marazzano, di colore bianco e che si può scorgere tra la vegetazione man mano che si sale. Giunti al castello di Marazzano, si prosegue ancora un centinaio di metri in salita, costeggiando un muro alto di mattoni che mette impressione e ci accompagna sulla sinistra. Terminato questo tratto si fa una breve discesa».

http://francescobalestri.blogspot.it/2012/02/salite-romagna-salita-gemmano-versante.html


MELETO (castello)

Dal sito www.appenninoromagnolo.it   Dal sito www.comunesaludecio.it

«Il Castello di Meleto è un piccolo borgo fortificato distante alcuni chilometri da Saludecio, immerso fra gli olivi; si affaccia sulle vallate del Tavollo e del Foglia e da esso si può vedere uno splendido panorama con la riviera sullo sfondo; si potrebbe definire un vero e proprio “Balcone sull’Adriatico”. La frazione di Meleto si trova nella parte più Sud di Saludecio e confina con i comuni di Montegridolfo e di Mondaino. L’origine del luogo risale al VI secolo quando proliferarono tanti piccoli insediamenti, nati in seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e soprattutto durante la guerra greco-gotica, per fortificare gli insediamenti di crinale. L’impianto tuttavia risale al periodo comunale, durante il quale il Castello, acquistata importanza, fu conteso fra il Comune di Rimini e la S. Sede. Il censimento ordinato nel 1371 dal Cardinale Angelico, legato di Romagna, ci informa che il castello contava 25 “fumantes” ( unità tributaria) e che la sua Chiesa, intitolata a S. Maria, era soggetta alla Pieve di Saludecio. Nel XV secolo passò ai Montefeltro, poi allo Stato della Chiesa; successivamente fece parte del territorio di Mondaino, a cui è ortograficamente più vicino, per diventare Comune “appodiato” di Saludecio nel XIX secolo. Il Castello, proprio per le sue peculiarità storiche ed architettoniche, si qualifica oggi come un caratteristico Borgo murato, il cui impianto urbanistico e la cinta muraria, pur privi della porta urbica demolita nell’immediato dopoguerra, conservano intatti i loro elementi originari. La via principale porta alla restaurata chiesa settecentesca, di proprietà comunale e recentemente restaurata dalla competente Soprintendenza ai Monumenti di Ravenna. Dal restauro dell’antica chiesa è stata ricavata una splendida Sala polivalente. Fra le altre cose più significative vi sono da segnalare il Palazzo Priorale, con suggestive grotte ipogee, un concio d’ arenaria che reca la scritta “Die XII Maii 1563”, ed alcuni fabbricati che conservano gli originali portali in cotto a tutto sesto e le finestre con davanzale in mattoni modanati».

http://visitaresaludecio.com/castello-meleto/


MISANO MONTE (resti del castello)

Dal sito www.comuniverso.it   Il borgo di Misano Monte nella foto di Valter Galvani, dal sito www.panoramio.com

«Dell'antico castello di Misano Monte rimane solamente la porta di accesso, che presenta ancora le corsie di scorrimento. La rocca, gravemente danneggiata dal terremoto del 1776 e successivamente ripristinata senza alcun rispetto della struttura originaria, subì gravi danni durante la II Guerra Mondiale e, invece di essere nuovamente restaurata, venne rasa al suolo per far posto ad abitazioni di uso civile. Di interessante rimane la Chiesa di S. Biagio, costruita nella seconda metà del XIX secolo nei pressi della già citata Pieve di S.Erasmo (non più esistente). All'interno vi sono custoditi un crocifisso ligneo del XVI secolo e una grande pala d'altare, che contiene la "Vergine con i Santi Biagio ed Erasmo in adorazione", olio su tela seicentesco, di autore anonimo».

http://www.romagnaonline.it/comuni/misano/guida.htm


MONDAINO (rocca malatestiana)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.europamonetti.com

«Di forte impatto, visibile dal fondovalle, con la sua imponenza di un tempo è la Rocca Malatestiana, pregevole architettura del XIV sec. Da una bolla di papa Sisto IV si legge che la costruzione del forte è opera dei mondainesi. Tuttavia i successivi interventi, voluti dai signori di Rimini, ne fanno una tipica costruzione malatestiana. Sigismondo Pandolfo Malatesta fece erigere, durante il suo governo, ben 13 torrioni, il cassero, l’ampia cerchia muraria ed i camminamenti sotterranei (scavati nel tufo, sotto il maschio, pronti per essere utilizzati in caso di assedio come cisterne o in caso di disfatta come sicura via di fuga) scoperti, questi ultimi, nel 1987. All’interno della rocca si possono ammirare, oggi, la Madonna del Latte, bell’affresco (XV sec.) di Bernardino Dolci di Castel Durante, ed il Museo Paleontologico del tripoli mondainese. Il tripoli è una roccia sedimentaria, formatasi, nel corso di millenni, attraverso il deposito e la fossilizzazione, sul fondo del mare, di microscopici scheletri di diatomee e radiolari. è per questo che noi possiamo ora trovare, incastonati sulle pareti rocciose di questo complesso, esemplari di pesci e vegetali vissuti dieci milioni di anni or sono durante il Miocene. Il giacimento di Mondaino, fra i più importanti in Italia, ha restituito ben 21 specie diverse di ittioliti, oltre a denti di squalo, ricci di mare, conchiglie ed elementi paleobotanici. Nel museo si trovano anche alcune steli di origine romana. Appena usciti dalla rocca si può ammirare l’altro capolavoro di questo piccola cittadina: la caratteristica Piazza Maggiore, con il suo porticato neoclassico, opera di Francesco Cosci, piazza che ha fatto attribuire a Mondaino il buffo soprannome di Paese della Padella (infatti la struttura dello spiazzo ricorda quella di quest’utile strumento da cucina)».

http://www.cattolica.info/itinerari/entroterra/mondaino/#3


MONTE TAURO (resti del castello)

Dal sito www.prolococoriano.it   Dal sito www.prolococoriano.it

«Nel 1200 Castrum Montis Tauri era soggetto al comune di Rimini dal quale passò ai Malatesta. Nel 1504 se ne impadronirono i veneziani. Il castello sorgeva dove oggi si trova il Casale di Monte Tauro detto anche castello, sul poggio che sovrasta il corso del Marano; alcuni fabbricati sono stati eretti sui ruderi, la maggior parte dei quali è scomparsa a seguito di lavori di sistemazione e di ristrutturazione del luogo».

http://www.passatore.it/comune/coriano.htm


MONTEBELLO (rocca dei Guidi di Bagno)

Foto di L. Fabbrini, dal sito www.riviera.rimini.it   Dal sito www.riminibeach.it

«Percorrendo un'aerea strada asfaltata di crinale, l'unica esistente, da Torriana si giunge in pochi minuti al castello di Montebello. Luogo di antiche battaglie, di magie panoramiche, di teneri fantasmi, Montebello ha conservato in barba ai secoli. e grazie alla sua posizione grifagna e solitaria, una struttura medievale pressoché intatta. Oltre i suoi bastioni e dietro la sagoma del castello le colline degradano verso la pianura e il mare. E all'orizzonte, azzurri nelle lontananza o nitidi nei giorni di sole, si scorgono i primi contrafforti dell'Appennino scuri di boschi. Di origine militare romana (III secolo a.C.) come testimonia il nome, ossia Mons Belli, il monte della guerra, il castello di Montebello fu acquistato nel 1186 dai Malatesta che, in questa terra di confine dove tutti erano nemici di tutti, provvidero a dotarlo di fortificazioni. Il luogo infatti era ubicato proprio sugli insediamenti dei Montefeltro, nemici storici del Malatesta. E proprio i Montefeltro, nel 1393, con un audace colpo di mano, riuscirono a conquistare l'inespugnabile fortezza. Solo nel 1438 Sigismondo Pandolfo Malatesta riuscirà, con genio militare e spregiudicatezza strategica, a ricondurlo alla sua potente famiglia che viveva in quegli anni l'apice del proprio dominio. Ma l'inimicizia del papa Pio II Piccolomini e gli eterni rivali Montefeltro decretano l'inarrestabile declino dei Malatesta. Il castello di Montebello nel 1463 passa ai conti Guidi di Bagno che ne sono tutt'oggi proprietari. Porta d'ingresso. Un tempo era il portone del Castello ed era preceduto da un profondo fossato asciutto, ora introduce al minuscolo borgo di Montebello il cui abitato conserva intatti tutti gli elementi urbanistici medievali. Il silenzio, il luogo è aperto solo ai mezzi motorizzati dei residenti che sono circa una trentina, l'atmosfera e i panorami ne fanno un luogo unico. Capaci e comodi parcheggi, situati fuori le mura, danno spazio alle auto dei visitatori. La Torre civica. Di epoca medievale troneggia nell'abitato con la sua solida mole quadrata. Orientata in modo che la sua campana fosse udibile sia nella Valle del Marecchia che in quella dell'Uso, ha scandito nei secoli avvenimenti e pericoli imminenti. I sentieri. Intorno alle mura che stringono il piccolo borgo corrono diversi sentieri, un tempo uniche vie d'accesso, tracciati dai passi degli antichi abitanti. I loro nomi sono ancora ricchi delle suggestioni natruralistiche del luogo: il Passo della Volpe, il Passo del Sasso, i Torricini. Ripristinati e debitamente segnalati salgono e scendono dai parcheggi ubicati intorno al borgo. ...

La Rocca di Montebello. Subito dopo il Portale che introduce alla cerchia fortificata di Montebello, sulla destra, una rampa pietrosa conduce al Girone, ossia al secondo giro di mura, il bastione fortificato dentro a cui sorge la Rocca. La costruzione, innestata sulla roccia, corrisponde alla parte originaria della fortificazione. Attorno ad essa, tra XI e il XVI secolo, sono state aggiunte altre strutture che hanno attribuito al castello le caratteristiche tipiche di un palazzo gentilizio. Il maschio della fortezza. è la parte originaria del castello. Le sue fondamenta innestano, in basso sulla roccia, un basamento di forma esagonale a scarpa. L'Armeria dell'Albana. è il primo edificio che si incontra in cima alla salita che conduce al Girone. Si tratta di un'antica pieve romanica, come la facciata del manufatto rivela chiaramente, che ha subito nei secoli vari rimaneggiamenti e usi diversi: è stata fucina di fabbri ferrai, alloggiamento per le artiglierie ed ora accogliente enoteca. La corte del castello. è racchiusa in un quadrato di pareti, in cui si individuano le due parti che compongono l'edificio. La più vecchia ha mantenuto le forme difensive originali, la più recente (XVI e XVII secolo) risente invece della funzione residenziale. L'ala rinascimentale. Costruita dai Malatesta a cavallo del 1400, custodisce decine di pezzi di arredo come quadri, mensole, specchi, cassettoni, autentici gioielli di arte e artigianato italiano fra il 1400 e il 1700. La "Galleria di Azzurrina". Ricorda la tragica vicenda di Guendalina, la bimba, figlia del feudatario Ugolinuccio Malatesta, che in un tempestoso pomeriggio del solstizio d'estate del 1375, svanisce misteriosamente nei sotterranei della fortezza inseguendo la sua palla di pezza. La piccola, la cui voce secondo la leggenda si ode ancora singhiozzare ad ogni quinquennio nelle notti del solstizio d'estate, ribattezzata Azzurrina per i suoi limpidi occhi azzurri e i chiari capelli dai riflessi azzurrati, è una della tante misteriose presenze che popolano gli spazi del Castello. Per ascoltare i suoi struggenti singulti sono saliti al castello curiosi, medium, esperti e cacciatori di fantasmi».

http://www.rimini-it.it/torriana/


MONTECOLOMBO (castello malatestiano)

Dal sito www.appenninoromagnolo.it   Dal sito www.appenninoromagnolo.it

«Fu edificato dalla famiglia Malatesta. Nel corso delle tante battaglie tra Malatesta e Montefeltro, Guelfi e Ghibellini, Malatesta e Stato pontificio, vi fu imprigionato Malatestino Dallocchio. La data di tale prigionia è ragionevolmente quella del 1209. Il castello, come è dimostrato storicamente, fu oggetto di 5 assedi, di cui uno soltanto sventato. Non sempre la fortificazione è stata sede di una guarnigione militare permanente. Ciò si verificava quando la vicina Montescudo sfuggiva al controllo dei Malatesta (è stata a lungo feudo dei Conti Guidi di Bagno di Romagna). è stato oggetto di numerosi interventi di restauro nel corso degli ultimi 300 anni, a causa della scarsa solidità della selce fluviale, utilizzata per la realizzazione delle mura. Gli ultimi restauri sono stati effettuati tra il 2002 ed il 2007, su iniziativa dei Sindaci Fiorini e Tordi».

http://www.comune.montecolombo.rn.it/castellodimontecolombo.html


MONTECOLOMBO (centro storico, torre Civica)

Dal sito www.comune.montecolombo.rn.it   Dal sito www.riviera.rimini.it

«Centro storico. Tutto l'abitato ha mantenuto una struttura medioevale ben riconoscibile: caratteristica la porta di ingresso con le sue forme malatestiane e degne di notale mura di cinta. Da visitare importante e suggestiva è la torre dell'orologio. L'insieme, come abbiamo già detto, ha una certa armonia e anche le varie trasformazioni e aggiunte avvenute nel corso di secoli non hanno compromesso un buon equilibrio urbanistico che ben restituisce le abitudini, gli usi e i costumi della vita di borgo.
Torre civica di Monte Colombo (anno 1864). è stata costruita dal Comune quasi in concomitanza con la riedificazione del campanile della Chiesa di San Martino di Tours ad opera della Parrocchia. (Vedi Atti consigliari, in Matteo Del Monte, La Parrocchia di Monte Colombo. Descrizione e cronistoria). Venne innalzata sul basamento di una torre diruta della rocca».

http://www.rimini-it.it/motecolombo - http://www.comune.montecolombo.rn.it/torrecivica.html


Montefiore Conca (borgo fortificato)

a cura di Renzo Bassetti


Montefiore Conca (rocca malatestiana)

a cura di Renzo Bassetti


MONTEGRIDOLFO (castello malatestiano)

Dal sito www.medioevo.com   Dal sito www.italytraveller.com

«Tra la Romagna e le Marche, in un territorio estremamente verde e rigoglioso, si trova uno dei castelli più belli, eleganti e meglio conservati di tutta la Provinacia riminese: Montegridolfo. ll paesaggio è incantevole, costituito da delicate colline che corrono verso la pianura. Il paese con la sua struttura bella ed elegante, i suoi edifici storici e restaurati con minuziosa cura, hanno fatto diventare Montegridolfo uno dei centri turistici più rinomati dell'entroterra romagnolo. L'origine di Montegridolfo, tuttora, non é chiarissima a coloro che studiano l'antico. Ciò che é certo è che il precedente nome di questo splendido borgo era "Monte Lauro", che con molta probabilità deriva dalla grande quantità di alloro che cresceva rigogliosa nei vicini colli. Il nome "Montegridolfo", invece, risale al XIII sec. e deriva dal nome della famiglia Gridolfi che che si stabilì per un certo periodo di tempo in questa splendida zona. Il castello, con tutta probabilità, venne costruito nella fase del Medioevo in cui venivano edificati numerosi centri che fungevano da roccheforti per dominare tutta la valle. Montegridolfo, nel 1233, si alleò con Rimini nella conflitto contro Urbino. Nel 1288 "Monte Lauro" venne devastato, incendiato e derubato dai comuni di Saludecio e Mondaino. Il rapporto con Rimini si consolidò quando salì al potere la famiglia dei Malatesta, grazie ai quali venne ampliato e mantenuto il poderoso castello. Attorno al 1337, Malatesta Guastafamiglia fece innalzare delle mura nuove arrcchendole con 4 grandi torrioni che difendessero il centro abitato. Ma la posizione geografica di Montegridolfo, è motivo di forti lotte, devastazioni e continui passaggi di potere; fino a quando nel 1509 passò definitivamente allo Stato della Chiesa. Il minuzioso e splendido restauro ha fatto di Montegridolfo uno dei borghi meglio conservati. Il profondo colore dei mattoni fa da contrasto con il verde colore delle vicine colline. Pare quasi che tutto ciò che circonda il borgo sia in attesa di essere vissuto e scoperto in un altro tempo ed in un nuovo spazio. Il Castello malatestiano, oggi sede del Municipio, ha preservato interamente il suo originario aspetto. Non si può non visitare l'elegante porta ad arco, la rampa del cassero ed la sala gotica della "Grotta Azzurra". L'incanto del passato non si ferma di fronte al fortilizio ma vivacizza le silenziose viuzze, le chiese e i palazzi. Nella parte centrale di Montegridolfo vi è l'antica cappella del castello, la chiesa di San Rocco, al cui interno sono stati salvaguardati due affreschi che raffigurano la Madonna con Bambino e Santi. Questi due quadri sono stati attribuiti rispettivamente uno alla scuola giottesca e l'altro ad un pittore umbro-marchigiano del 1500».

http://www.entroterra-riviera-adriatica.com/ita/montegridolfo_173.html


MONTESCUDO (torre civica, mura di cinta)

Dal sito www.scopririmini.it   Dal sito www.piccolialberghi.com

«Siamo nella parte media della Valconca, ai confini della Signoria dei Malatesta verso la Repubblica di S. Marino e verso il Montefeltro. Siamo su un crinale che divide la piana riminese dalla via che conduce verso i primi monti dell’Appennino, dominati in questa zona dal Monte Carpegna.Montescudo è stato dunque punto assolutamente strategico per il controllo del territorio, ed oggi è punto strategico per conoscere le parti più interne della Signoria, quelle forse più nascoste. ... Una citazione di Montescutulum la troviamo nel diploma di Ottone I ai Carpegna, i più potenti e antichi signori delle terre alte della Valconca. Siamo nel 962, all’alba di quel Medioevo che vedrà solo più tardi la nascita e affermazione anche in questi luoghi del potere malatestiano. I Malatesta attribuirono al luogo una fondamentale funzione nel loro sistema di difesa, essendo questi luoghi in continua contesa con il confinante Montefeltro che aveva costellato tutte le colline vicine di torri e fortezze potenti, come quella di Sassofeltrio distante solo pochi chilometri da Montescudo. Sigismondo Pandolfo volle edificare qui nel 1460 una robusta rocca a scudo della città di Rimini, come afferma una lapide posta sul bastione meridionale. Di quest’epoca si è trovata una straordinaria testimonianza: durante i lavori di restauro delle mura di cinta è stata rinvenuta un’anfora contenente 22 medaglie che rappresentano il Tempio Malatestiano di Rimini e Sigismondo Pandolfo. Torre Civica. Sec. XIII. Una bella torre che pur rimaneggiata mantiene sostanzialmente la sua struttura trecentesca. Ghiacciaia. Un raro esempio di ghiacciaia di epoca malatestiana: si trova sul fianco del piazzale principale. Molto interessante la sua tecnica costruttiva. Mura di cinta. Si tratta dei resti delle forti mura erette da Sigismondo. Con la loro altezza e inclinazione dovevano rendere imprendibile il castello».

http://www.altraromagna.net/home/il-territorio/provinciarimini/113-montescudo.html


MORCIANO DI ROMAGNA (borgo)

Dal sito www.hotelgabicce.info   Dal sito www.hoteltresjolie.it

«Qui si nomina un "fundus Morciani" che significa un appezzamento di terra chiamato Morciano appartenente forse a qualche proprietario riminese. Era sicuramente abitato (da chi sull'appezzamento lavorava), ma non aveva alcuna esistenza politica o civile. In seguito Morciano diventa un "castrum" come ci attesta l'atto, datato 1014,con cui il feudatario riminese Bennone di Vitaliano cede al figlio Pietro il "castrum integrum quod vocatur Morcianum cum Capella ibi fundata cui vocabulus est S. Johannes": c'è stata quindi una crescita quantitativa e qualitativa dal precedente "fundus", in cui la comunità morcianese ha definito un proprio territorio e si è data una struttura civile e religiosa. Certamente qui per "castrum" s'intende un castello rurale, cioè un insieme di edifici posti a difesa del borgo abitato e centro di raccolta dei prodotti del suo territorio. Molto probabilmente, con il costruirsi di un borgo e di un sistema difensivo, Morciano sviluppa anche un attività commerciale e mercantile: la sua posizione centrale e facilmente raggiungibile dai maggiori centri della Valconca favorì la nascita sulle sue terre di importanti mercati e fiere di bestiame e di prodotti agricoli che ancor oggi si tengono con grande concorso di pubblico. Il mercato si teneva ogni giovedì e nel primo martedì di ogni mese e in tutti quelli di settembre si teneva anche la fiera. Nel 1061 san Pier Damiani, della congregazione di Fonte Avellana, fonda, a 2 km circa dal centro di Morciano, sulla riva destra del Conca l'Abbazia dedicata a San Gregorio, la quale diviene ben presto punto di riferimento della vita religiosa ed economica della bassa Valconca. Morciano perde progressivamente importanza e la sua popolazione si trasferisce sulle circostanti colline o va alle dipendenze del monastero di San Gregorio. Nel 1069 Pietro di Benno, con il consenso di Erigunda sua moglie, fa donazione al monastero di una cospicua quantità di beni fra cui il castello di Morciano e li castello di Mondaino. Da questo momento Morciano è alle dipendenze dell'Abbazia di San Gregorio e qui viene trasferita parte dei mercati che si svolgevano nel suo borgo. L'Abbazia, con la sua struttura e il suo prestigio, diviene il luogo più sicuro ove effettuare scambi commerciali. è qui che nasce e si sviluppa la tradizionale fiera di San Gregorio che ancor oggi si tiene nella seconda settimana di marzo. Dell'antico borgo di Morciano e della chiesa dedicata a San Giovanni oggi quasi nulla è rimasto. Forse l'insieme di edifici che viene chiamato la "castlacia" rappresenta l'estremo lembo di quell'antico Morciano che quindi doveva svilupparsi a ovest dell'attuale paese; mentre per quanto riguarda la cappella di San Giovanni fino a cinquant'anni fa era conservato lungo il fiume in zona "greppa" un grosso masso, detto in dialetto "e sasson", che molto probabilmente era un brandello di muro dell'antica chiesa e sul quale era stata posta un' imponente croce. Il primo Morciano era ancora esistente nel 1202, anno in cui il vescovo di Rimini entra in possesso della sua chiesa. Questa è l'ultima notizia riguardante l'esistenza di Morciano, dopodiché si ha un vuoto storico che si prolunga fino al sec. XVII quando, cioè, un nuovo borgo, l'attuale parte vecchia del paese, aveva già preso a svilupparsi. La scomparsa del "Castrum Morciani" probabilmente avvenne nella seconda metà del sec. XIII e fu causata dalle impetuose piene del fiume Conca che spazzarono via letteralmente ogni traccia di quel paese già in decadenza e in parte abbandonato. Ma se Morciano aveva ormai perduto ogni rilevanza politica, continuava però ad essere interessante dal punto di vista commerciale, tant'è che il suo territorio continuò ad essere conteso tra le più potenti comunità delle colline della Valconca. ...».

http://www.rimini-it.it/morciano/storia-morciano.htm


MULAZZANO (resti del castello)

Foto di Venanzio Raggi, dal sito www.comune.coriano.rn.it   Dal sito www.prolococoriano.it

«Come Monte Tauro, anche Castrum Mulatiati era proprietà del Comune di Rimini, non degli arcivescovi di Ravenna. Parte della sua storia lo accomuna alle vicende di Vecciano: per gli stessi motivi nel 1355 si sottomise alla Santa Sede, che nel 1358, per mano di Innocenzo VI, lo concesse a Galeotto Malatesta. La proprietà restò dei Malatesta fino al 1468 quando, alla morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta, venne occupato da Federico di Montefeltro. Per un breve periodo passò ad Alessandro Sforza, per poi tornare ai Montefeltro già nel 1469. I Malatesta, nella persona di Roberto Malatesta, tentarono vanamente di impossessarsi del castello, che però rimase ai Montefeltro. Nei primi anni del 1500 il castello passò nelle mani dei Veneziani; risale a questo periodo la descrizione che fece il provveditore veneto Malipiero: "castello circundato de muro alto passi 9, ha le fosse larghe passa 4, volgi passa 150. Ha una porta.". Ai Veneziani succedettero i Malatesta e nel 1517 venne espugnato e saccheggiato dal nuovo signore del Ducato di Urbino, Francesco Maria della Rovere. A causa della Seconda Guerra Mondiale e di diversi lavori di sistemazione del manto stradale, oggi rimangono solo pochi resti del Castello: tratti della cinta muraria e della cisterna».

http://www.rimini.com/luoghi-da-visitare/mulazzano.php


ONFERNO (castello non più esistente)

Dal sito www.venadelgesso.org   Dal sito www.piandicastello.it

«Un tempo il nome della localitá era Inferno (dal latino infernum: luogo basso e oscuro, per la presenza di grotte). Solo agli inizi del secolo scorso venne mutato in Onferno dal vescovo di Rimini, che non desiderava una tale denominazione nella sua diocesi. Le prime notizie storiche si riferiscono alla Pieve di S. Colomba, nominata in una bolla papale di Innocenzo II (1136). A partire dal 1231, quando la pieve apparteneva alla chiesa riminese, compare in documenti storici anche il Castrum Inferni, che sorgeva sulla sommità dell'affioramento gessoso piú elevato. Il castello passò in seguito al Comune di Rimini, ai Malatesta e venne conquistato e distrutto da Federico da Montefeltro. Nella Descriptio Provinciae Romandiole del 1371, Inferno, con i suoi 20 nuclei famigliari, era il piú piccolo tra i castelli della Valconca. Nel medioevo altre localitá vicine erano sicuramente abitate, come attestano i toponimi Iola e Cella, che segnalano la presenza di dipendenze di monasteri, dove qualche monaco sovrintendeva alla coltivazione dei campi. Nel 1574, in occasione della visita a Onferno del vescovo di Rimini, venne tracciato un disegno che coglie con immediatezza gli elementi caratteristici della zona. Ai piedi della rupe boscata, sulla quale si innalza il borgo fortificato, appare la pieve, mentre un'altra chiesa sorge in localitá Cella; un segno grafico raffigura la Ripa della Morte, sovrastata da macchie boscate. Inferno compare anche in un documento sull'estrazione del gesso nell'entroterra riminese del 1689, a testimonianza che questa attività si è protratta per secoli, come integrazione della prevalente economia agropastorale. Nelle settecentesche mappe del Catasto Calindri il territorio della Comunità di Inferno non appare, nelle sue linee generali, molto diverso da oggi: quasi invariati sono i toponimi, la viabilità e l'uso del suolo; le abitazioni, invece, si concentrano soprattutto nel borgo. Solo nell'ultimo conflitto mondiale l'antico insediamento, gravemente danneggiato, perse la sua conformazione chiusa attorno a una piazza centrale; nel dopoguerra le nuove abitazioni e la parrocchiale vennero edificate un poco piú a valle».

http://www.piandicastello.it/onferno2.htm


PASSANO (resti del castello)

Dal sito www.prolococoriano.it   Dal sito www.prolococoriano.it

«Castrum Passani risulta essere, dai documenti rinvenuti, l'edificio più antico del comune: da documentazione della Chiesa ravennate risulta che venne concesso da Papa Lucio II alla Chiesa Riminese nel 1141. Passò poi nelle mani del Comune di Rimini e dopo, nel 1361, ai Malatesta; questa cessione è probabilmente inquadrata nell'ottica di quelle fatte dal papa a seguito del contributo dato dai Malatesta all'esercito papale nella conquista di Forlì (1359) e Bologna (1360). Nel 1363 una bolla papale di Urbano V prorogava i vicariati malatestiani di un decennio a favore di Malatesto Antico, di Galeotto e, per discendenza, di Pandolfo II e di Malatesta Ungaro. Successivamente il castello appartenne e Sigismondo Pandolfo Malatesta e dopo al figlio Roberto. Il Castello sorgeva sul poggio di Passano che sovrastava il Rio delle Fornaci, sul quale negli anni scorsi è stato costruito un edificio utilizzando i resti dello fortezze: qui si possono ancora notare le fondamenta e le basi murarie».

http://www.comune.coriano.rn.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/168/UT/systemPrint


Pennabilli (ruderi della rocca Malatesta)

Foto di Giuliano Mangani, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.hotelriccione.travel

«...Nell’anno 410 d.C. Alarico, re dei Visigoti, distrusse il pago o vico dei Billi, situato nell’attuale borgo di San Lorenzo, la cui denominazione deriverebbe da Bel nome etrusco del dio Baal, venerato da alcuni popoli orientali, al quale venivano offerte vittime umane sacrificate sul fuoco; secondo altri, il termine Billi deriverebbe invece dal termine etrusco bilia che significa “cima tra gli alberi”. In favore della prima versione, la tradizione narra che, in epoca romana, il culto per il dio Bel venne sostituito da quello per Vulcano, dio del fuoco, al quale subentrò, in epoca cristiana, il culto per San Lorenzo, martirizzato, a sua volta, col fuoco. Gli abitanti si rifugiarono così dal pago dei Billi, sulla naturale altura della Rupe che, per le asperità del terreno, offriva maggior sicurezza alle incursioni barbariche e vi costruirono un primo nucleo abitativo che, per successive fortificazioni, si trasformò in castello. Le popolazioni stanziate lungo il fiume Marecchia e gli abitanti del foro di Messa, durante le stesse incursioni barbariche, trovarono invece rifugio sull’altura, denominata attualmente Roccione, per dare origine all’insediamento, di Penna, che significa vetta. Nel 476 d.c. Odoacre, re degli Eruli, impadronitosi dell’Italia, concesse in premio ad un suo militare, Armileone Carpigno, il castello di Pietrarubbia, il monte Maggiore o monte Olimpo (che da allora prese il nome di monte Carpegna) ed il castello di Billi. La tradizione narra che successivamente, intorno all’anno Mille, un discendente della famiglia Carpegna, Gianni della Penna, soprannominato “Malatesta” per le intemperanze del carattere, edificò il castello della Penna e diede inizio all’omonimo casato, che nel corso degli anni, dopo aver fatto tappa a Verucchio, si insediò a Rimini. Comunque Il primo Malatesta di cui si hanno notizie certe, è sicuramente un Giovanni primo, detto Malatesta della Penna, che visse nella prima metà dell’anno Mille; fu il padre del dantesco Mastin Vecchio da Verucchio e nonno quindi degli altrettanto celebri Gianciotto, Paolo e Malatestino dall’occhio.

I due castelli di Penna e di Billi costituirono due comunità distinte per molti anni, finché, nel 1350 divenuti liberi comuni, per volontà popolare, decisero di fondersi. Il patto fu sancito presso quella che fu poi denominata “pietra della pace” interrata nei pressi dell’attuale fontana della piazza principale del paese. Lo stemma di Pennabilli così costituitosi, è rappresentato, infatti, da un’aquila appollaiata su due rocche. Nel medioevo e fino al 1498, Pennabilli subì il dominio di varie dinastie, alternandosi il predominio dei Malatesta, dei Montefeltro e dei Medici. Quando i Montefeltro diedero origine al ducato di Urbino, Pennabilli entrò a farne parte. In questo periodo, vennero edificate mura ed altri accorgimenti difensivi, in parte ancora visibili, per opera del pennese Giovanni Battista Mastini, probabile discendente di un ramo cadetto dei Malatesta. Poco dopo, il Montefeltro, ad eccezione di San Leo, venne occupato da Cesare Borgia, detto il Valentino, per essere poi riconquistato da Guidobaldo da Montefeltro. Successivamente, nel 1516, papa Leone X conferì a Lorenzo De’ Medici il titolo di duca di Urbino. Pennabilli si oppose alla nuova dominazione, e fu cinta d’assedio da 20.000 soldati delle truppe medicee. Il 23 febbraio del 1517 la Vergine Maria apparve miracolosamente sulle mura della città mettendo in fuga gli assalitori. Nel 1521, alla morte di papa Medici, il comune di Pennabilli tornò ai Montefeltro; seguì la riconquista del Montefeltro ad opera di Giovanni De’ Medici, detto Giovanni Dalle Bande Nere; breve ritorno dei Montefeltro ai quali succedettero i Della Rovere; per mancanza di discendenza maschile nelle due dinastie, subentrò, definitivamente, lo Stato pontificio. ...».

http://www.pennabilliturismo.it/storia_it.aspx


PeRETO (torre)

Foto di michelepratiffi, dal sito www.panoramio.com   La Torre di Val Certajo a Pereto, dal sito www.beniculturali.marche.it

«Centro antichissimo perché nominato nel placito feltrano dell'885. Nel 1328 figura tra i possedimenti dei Faggiolani. Dal 1356 viene unita a Sant'Agata Feltria. La piccola torre esistente attualmente sullo sperone di roccia che domina il borgo di Pereto, sembra essere una tarda costruzione edificata, forse, sul luogo dell'antico castello» - «Il castello di Pereto è databile al 1328. Il Castello sorgeva su poggio Toresino, ora è ridotto a ruderi. Nei secoli Pereto seguì le sorti di Rocca Pratiffi, divenne possedimento della Chiesa e di varie famiglie feudali, fra le quali i Faggiolani, per cedere poi ai Marchesi di Rocca Fregoso di S. Agata».

http://www.santagatainfiera.com/territorio.asp - http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?ID=1688


Petrella Guidi (castello e borgo)

a cura di Renzo Bassetti


Pietracuta (ruderi della rocca)

Foto di Indiana Jones “Indy'74”, dal sito www.panoramio.com   Foto di Indiana Jones “Indy'74”, dal sito www.panoramio.com

«Il Castello di Pietracuta risale al X secolo.Il castello non è fruibile al turista tradizionale, rimangono comunque interessanti testimonianze architettoniche e i ruderi della fortificazione. è situato nel tratto sommitale di un inespugnabile picco roccioso, posto a vedetta dell´intera bassa valle del Marecchia. Sulla sponda opposta del fiume Marecchia è presente la torre di Saiano che, insieme al castello di Pietracuta, assicurò il repentino avvistamento di chiunque in passato si accingesse a penetrare in Val Marecchia, provenendo dalla bassa Romagna. I ruderi del castello sorgono su uno spettacolare avamposto roccioso, la pietra aguzza o Pietragudola. L’antico borgo si estendeva ai piedi della rocca, costituendo un centro fortificato di indubbia singolarità ed interesse. Il castello appartenne ai Carpegna, agli Ordelaffi di Forlì, alla Chiesa, ai Malatesta, a Cesare Borgia, ai Medici e anche a San Marino. Anche questa fortificazione fu rimodellata dalla mano di Francesco di Giorgio Martini. Nelle vicinanze si trovano la chiesa ed il convento domenicano di Monte di Pietracuta. Si consiglia la visita ad escursionisti ed amanti del trekking. Contattare comunque il Comune di San Leo» - «La frazione di Pietracuta di San Leo è un piccolo borgo recente che sorge a valle dell’antico insediamento, posto più in alto, dove si trova l’interessante convento di San Domenico, abbandonato dal 1812, attualmente in restauro per farne un centro di studi umanistici. Sulle pendici del monte si trovano anche i resti della Rocca di Pietracuta, citata tra i documenti che riportano, nel 962, il dono di San Leo, con altri possessi, dell’imperatore Ottone ad Ulderico di Carpegna. La Rocca di Pietracuta subì importanti modifiche per volere di Federico da Montefeltro tra il 1462 e il 1463, su disegno di Francesco di Giorgio Martini, nel pieno degli scontri con con Sigismondo Malatesta. Tra queste mura trovò ospitalità anche la duchessa Battista Sforza. Più tardi passo per un periodo di circa settant’anni alla Repubblica di San Marino per poi ritornare sotto la giurisdizione di San Leo per volontà popolare».

http://www.panoramio.com/photo/107474662  (a c. di Indiana Jones “Indy'74”) - http://www.gpsriccione.com/san-leo-poi/pietracuta.html


POGGIO BERNI (palazzo fortezza Marcosanti)

Dal sito www.palazzomarcosanti.it   Dal sito www.palazzomarcosanti.it

«Palazzo Marcosanti (fine XIII secolo), uno dei complessi fortilizi più antichi e meglio conservati dell'entroterra riminese, è storicamente noto come Tomba di Poggio Berni. Nel medioevo il termine Tomba indicava una costruzione fortificata eretta in genere su un´altura o comunque in luogo idoneo alla difesa. La sua origine malatestiana, è attestata nel Trecento, da alcuni documenti con attribuzione ai beni Malatestiani e da un fregio, in cotto, rappresentante la tipica scacchiera malatestiana ad ornamento di un arco a sesto acuto che dà sul cortile interno. Castello Marcosanti è protagonista di una serie di passaggi di proprietà che hanno interessato molte storiche famiglie. A partire dai Malatesta, la fortezza svolse un ruolo importante nella politica delle alleanze familiari assumendo, spesso, il carattere di bene personale andato in dote alle figlie dei Signori che lo hanno posseduto. Per questo Tonino Guerra, affettivamente molto legato a Marcosanti, lo ha rinominato: il Castello dei Matrimoni. Nel 1418 la Tomba di Poggio Berni è tra i beni elencati come dote di Laura, detta Parisina, figlia di Andrea Malatesta signore di Cesena, andata in sposa a Nicolò III marchese d'Este; Parisina venne uccisa nel 1425, sospetta di corrispondenza amorosa con Ugo suo coetaneo e figlio naturale del marito. Due anni più tardi il bene torna ai Malatesta come appannaggio dotale di Margherita d´Este figlia di Nicolò III e sposa di Roberto Galeotto Malatesta. Dopo un possesso temporaneo di Violante da Montefeltro, vedova del signore di Cesena Novello Malatesta, la Tumba Podii Ibernorum fu acquistata dal cardinale Stefano Nardini che nel 1473 la donò al nipote, il conte Cristoforo Nardini da Forlì che aveva sposato Contessina Malatesta, figlia naturale di Sigismondo. Nei successivi tre secoli, il Papato entrò più volte in possesso del Castello succedendo ai Nardini e alla casata dei Montefeltro. A Cristoforo Nardini, morto nella battaglia di Colle Val d´Elsa del 1479, succedette il figlio naturale Pietro che si macchiò di varie scelleratezze e neanche la sua morte bastò a placare l'ira di papa Innocenzo VIII che con Bolla Papale del 12 dicembre 1489 fece imprigionare a vita tutti i membri della famiglia. Dopo tre anni, il 23 maggio 1492, la segregazione dei Nardini venne commutata con la donazione alla Camera Apostolica di quasi tutti i loro beni fra i quali spiccano il Fortilitium e la vasta tenuta di Poggio Berni con tutti i diritti di giurisdizione già concessi a questo possedimento da privilegi papali ed imperiali. Il 16 luglio 1492 Innocenzo VIII cede il Fortilizio di Poggio Berni a Giovanni della Rovere d´Aragona, padre di Francesco Maria, il futuro duca di Urbino. Nel settembre 1493 il bene passa a Domenico Doria che sei mesi più tardi lo cede a Guidubaldo I, ultimo duca di Urbino di casa Montefeltro, marito di Elisabetta Gonzaga.

Nel 1557 Guidubaldo II duca d'Urbino cede Castello e tenuta al conte Orazio I di Carpegna. Nemmeno un anno dopo, il 28 settembre 1558, questi lo cede al cardinale di Urbino, Giulio della Rovere, che temporaneamente riesce a ottenerne il ritorno ai beni della sua famiglia. Il Castello di Poggio Berni, con la sua tenuta, mantiene la connotazione di bene personale legato all'appannaggio della dote anche in un solenne atto pubblico, messo a punto dopo lunghe trattative, fra la Curia romana, Francesco Maria II duca d'Urbino ed il Granducato di Toscana. Nella importante convenzione, stipulata il 30 aprile 1624, i beni allodiali e l'eredità dell'ultimo duca d'Urbino sono attribuiti alla nipote Vittoria della Rovere, sposata ancora bambina a Ferdinando II de Medici, figlio del Granduca di Toscana; Castello e tenuta sono ricordati con particolare considerazione fra i beni dotali di Vittoria e proprio in virtù del loro prestigio restano ai de Medici nonostante la lontananza dagli altri domini del Granducato in Romagna. Nel 1738, con l'estinzione della casa Medicea, l'intera proprietà passa ai Lorena i quali però la cedono nel momento in cui assurgono all'Impero d'Austria; nel 1763 Francesco di Lorena, marito dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, cede infatti la proprietà alla Camera Apostolica. Nel 1778, a distanza di 15 anni, il bene passa alla famiglia dei principi Albani che vi restano per oltre un secolo; a seguito di questo passaggio l´edificio prende il nome di Palazzo Albani. Il 3 ottobre 1889 il principe Cesare Albani di Milano cede il Palazzo e relativa tenuta all'avv. Paolo Marcosanti. L´antica tenuta man mano si smembra. Durante la seconda guerra mondiale l´edificio subisce ingenti danni e nell'immediato dopoguerra i Marcosanti alienano il Palazzo e la tenuta smembrando la proprietà Il degrado del complesso monumentale si stava avvicinando alla irreversibilità, quando, nel 1974, l’attuale proprietà inizia e completa, per quanto ancora possibile, il recupero ed il restauro scientifico del Palazzo restituendogli dignità nell’utilizzo e il fascino della dimora nobiliare che richiama suggestive memorie storiche».

http://www.palazzomarcosanti.it/la-storia.html


RICCIONE (castello degli Agolanti)

Foto di Agostino De Maio, dal sito www.fotoeweb.it   Dal sito it.wikipedia.org/wiki

«Il Castello degli Agolanti, o Tomba, prende il nome dalla nobile famiglia fiorentina in esilio che lo fece edificare nella prima metà del XIV secolo, probabilmente su una costruzione preesistente. L'edificio viene descritto nei documenti dell'epoca come una pregevole costruzione fortificata. La sua storia rimane legata agli Agolanti fino al XVIII secolo. Molti autori riportano l'arrivo di questa prestigiosa famiglia nel riminese intorno alla fine del XIII secolo; con alterne vicende fu legata ai Malatesta e vari componenti di essa rivestirono importanti cariche in seno all'amministrazione locale. A Riccione gli Agolanti non risiedettero in modo stabile, usarono il Castello come residenza di campagna per il controllo dell'attività agricola legata ai loro possedimenti o come luogo di villeggiatura e di rappresentanza. Rosita Copioli in un suo intervento in "Studi Romagnoli" indica nel testamento di Cesare Agolanti, del 1415, la prima menzione di un Agolanti sul possesso della tomba. Nel periodo del suo massimo splendore, nella metà del XVII secolo, il Castello di Riccione ben due volte ospitò la regina Cristina di Svezia in peregrinazione dalla residenza di Roma. Il cronista riminese Ubaldo Antonio Marchi così descrive l'edificio nel 1743: "Questo palazzo è uno delle belle fabbriche, anzi la migliore, che sia nel territorio del Rimino, perché oltre la sua ampiezza e nobiltà, è formato a guisa di castello con suoi torrioni alle quattro cantonate, colle muraglie al di fuori delle mura castellane, con una fossa non piccola d'intorno, in cui si suole far andar l'acqua co'suoi ponti levatoi: l'abitabile poi è molto, e non ignobile con comodissimi sotterranei e necessarie officine". Recenti ricerche archeologiche non hanno rilevato la presenza del quarto torrione. Fonti storiche documentano l'esistenza di una chiesina e di un "camerino ad uso biblioteca" all'interno della Tomba Bianca, che custodiva la raccolta di libri di famiglia, ritenuta cospicua, purtroppo andata perduta L'edificio costituì per l'importante posizione strategica un punto d'osservazione privilegiato, un avamposto, tanto che nel 1743 fu trasformato in quartier generale dell'esercito austriaco agli ordini del generale Lobkowitz. Ancora nella metà del Settecento sembra essere in buone condizioni. Luigi Vendramin ci informa, nel suo saggio in Tracce di storia, che "si hanno notizie di vari restauri e rimaneggiamenti avvenuti nel tempo; il bel palazzo, non più posseduto dagli Agolanti dall'inizio del XVIII secolo, per la morte di Alessandro, passò successivamente alle famiglie Bertola (o Bertolli), Pedrocchi di Brescia, Buonadrata ed altri ancora. Fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1786, venne, successivamente, in parte abbattuto e in parte adibito a casa colonica e tale rimase fino a quando, nel 1982, fu ceduto dai signori Verni di S. Giovanni in Marignano all'Amministrazione comunale di Riccione, ormai ridotto a misero rudere". L'Amministrazione comunale di Riccione ha effettuato un notevole intervento di ristrutturazione dell'edificio, tornato a nuova vita come contenitore culturale nel rispetto della sua valenza storica e ambientale».

http://www.comune.riccione.rn.it/Engine/RAServePG.php/P/38601RIC0201


RIMINI (castel Sismondo)

Dal sito www.castelsismondo.it/   Dal sito www.riminibeach.it   Da Enrica Malatesta (https://www.facebook.com/enrica.malatesta)

«Del Castello, fatto costruire nel Quattrocento da Sigismondo Pandolfo Malatesta, è superstite il solo nucleo centrale. Sigismondo ne iniziò la costruzione il 20 marzo del 1437, penultimo mercoledì di quaresima, alle ore 18.48: giorno, ora e minuto probabilmente erano fissati da un oroscopo predisposto con cura dagli astrologi di corte. Ne proclamò la conclusione "ufficiale" nel 1446, un anno per lui particolarmente fortunato: ma in realtà vi si lavorava ancora nel 1454. Il castello fu concepito come palazzo e fortezza insieme, come degna sede per la corte e per la guarnigione e come segno di potere e di supremazia sulla città. Come architetto dell’opera fu celebrato dagli scrittori di corte lo stesso Sigismondo, che infatti se ne attribuisce la paternità nelle grandi epigrafi marmoree murate nell’edificio. Se per architetto intendiamo l’ispiratore, l’ideatore, il coordinatore, cioè un committente con esigenze e idee ben precise, allora possiamo accettare questa "attribuzione". In ogni caso egli si è servito dell’opera di diversi professionisti e specialisti; abbiamo notizia di una importante consulenza eseguita a lavori da poco iniziati da Filippo Brunelleschi, che nel 1438 fu a Rimini per un paio di mesi e compì tutta una serie di sopralluoghi alle principali fortezze malatestiane in Romagna e nelle Marche. La costruzione conserva un notevole fascino, con le sue grosse torri quadrate e le poderose muraglie a scarpa, il cui effetto originario, quando si innalzavano dal profondo fossato, doveva essere formidabile; e Roberto Valturio non a torto le paragonava, per la loro inclinazione e la loro grandiosità, a piramidi. L’ingresso verso la città, che era un terrapieno e da un doppio rivellino con ponti levatoi, è ornato da uno stemma costituito dal classico scudo con bande a scacchi, sormontato da un cimiero a testa d’elefante crestato e affiancato da una rosa quadripetala: si tratta di un rilievo d’ispirazione pisanelliana, di buona qualità, scolpito da un artista probabilmente veneto, come dimostrano le cadenze goticheggianti della figurazione. A sinistra e a destra dello stemma è scritto "Sigismondo Pandolfo" in caratteri gotici minuscoli, alti e pittoreschi. Fra lo stemma ed il portale marmoreo è murata una delle epigrafi dedicatorie del castello, con un solenne testo latino scolpito in caratteri lapidari (uno dei primi esempi di "rinascita" dei caratteri classici). Per Sigismondo il castello doveva rappresentare visivamente la fortezza del potere, secondo un concetto ancora del tutto medievale, realizzato necessariamente in forme tradizionali, cioè più espressionisticamente pittoresche che razionalmente armoniche; come dimostrava la mutevole prospettiva delle torri, la compattezza delle cortine merlate, l’uso costante di archi acuti e di inserti lapidei e ceramici, lo sfarzo delle dorature e degli intonaci colorati in verde e rosso (i colori araldici malatestiani) documentati dagli scrittori. In questo suo amatissimo castello Sigismondo è morto il 7 ottobre del 1468.

Notizie aggiuntive. Il complesso di Castel Sismondo, detto anche ‘Rocca Malatestiana’ si articola in quattro parti comunicanti tra loro: il Palazzo di Isotta, su tre piani comunicanti tra loro; il corpo centrale dei servizi, su due piani; il cortile grande, di notevole superficie; e il Maschio, che è la parte centrale e più suggestiva dell’intero complesso, con due piani collegati tra loro da uno scalone elicoidale posto nella Torre maggiore. Complessivamente, tra parti coperte e cortili, la Rocca ha una superficie di oltre 3.300 mq Questa struttura così complessa ha recentemente subito un accurato restauro grazie all' intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, che nel marzo del 1999 ha firmato una convenzione con il Comune di Rimini riguardante "la promozione, il sostegno e il coordinamento delle attività culturali nella Rocca Malatestiana". Lo scopo è quello di fare di Castel Sismondo un luogo permanentemente visitabile sotto il profilo monumentale e in grado di ospitare iniziative in campo culturale e artistico».

http://www.riminiturismo.it/CMS2/main.php?elemId=327&classId=33&lang_index=0&seq_index=0


RIMINI (mura medievali)

Dal sito www.emiliaromagna.beniculturali.it   Dal sito www.emiliaromagna.beniculturali.it

«La cinta muraria medievale di Rimini fu costruita dal Comune a partire dal XIII secolo seguendo un tracciato leggermente esterno rispetto alle precedenti mura romane. è ancora ben visibile la sua struttura a laterizi con terrapieno interno e fossato esterno, ritmata da torrioni quadrangolari. Nel corso dei secoli alcuni tratti furono distrutti o manomessi in seguito ad adeguamenti dell’urbanistica cittadina; una parte delle mura e una porta furono inglobate nel quattrocentesco Castel Sismondo».

http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/16/34 (a cura di Barbara Vernia).


RIMINI (palazzi storici)

Dal sito http://modestine4.blogspot.it   foto di grimgnone's photostream, dal sito www.flickr.com

«Palazzo Canevone di Santa Maria della Misericordia. Edificio situato tra Via Tonini e il Vicolo Santa Maria in corte.Pur non avendo grosso valore estetico è forse la più antica testimonianza di edilizia minore a due piani del XII e XIII secolo. Il nome deriva da "Canava", ossia "bottega dove si vende il vino al minuto, talora anche pane ed altri commestibili" ma anche magazzino per il grano o per il sale. Lo stemma rappresentato sull'epigrafe in facciata risalente al 1683 contrassegna uno stabile appartenente al Priorato o Abbazia di Santa Maria della Misericordia di Venezia.
Palazzo Gambalunga -Biblioteca. Situato in Via Gambalunga angolo Via Tempio Malatestiano. Fatto costruire nel 1610 da Alessandro Gambalunga e da questi donato con lascito testamentario al Comune (1619) insieme alla biblioteca, che è una delle più antiche ed importanti biblioteche pubbliche d'Italia. L'edificio può essere ammirato per l'eleganza dei suoi dettagli costruttivi e ornamentali, ispirati all'architettura classica. Il grande portale d'ingresso si affaccia su una bella corte, al cui centro, dal 1928, è posto un settecentesco pozzo in pietra d'Istria. Nell'atrio e nel cortile sono conservati alcuni dei marmi che la comunità ha dedicato ai riminesi illustri. Originariamente al pian terreno, oggi sede della Cineteca e della Biblioteca dei Ragazzi, c'erano le stalle, le officine, le rimesse e i magazzini. All'ultimo piano si trovavano i granai, le abitazioni dei servi, del fattore e una piccola officina per rilegare i libri, di cui Gambalunga era un attento raccoglitore. Il piano nobile, che ospitava gli appartamenti, è oggi sede della Biblioteca.
Palazzo Lettimi. Il palazzo si trova in Via Tempio Malatestiano. Fondato nel 1506 dal nobile riminese Carlo Maschi, fu poi dei Marcheselli e dei Lettimi, dai quali venne lasciato nel 1902 al Comune, con il vincolo che il Liceo musicale, che vi ha sede, fosse intitolato a Giovanni Lettimi. Di quello che era il più bel palazzo rinascimentale di Rimini non rimangono che miseri tronconi. Presso il museo della città vi sono alcuni elementi di soffitto del palazzo, distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, dipinti da Marco Marchetti, noto per aver lavorato al Palazzo Vecchio di Firenze, con storie di Scipione l'Africano ai tempi della seconda guerra punica. Del palazzo cinquecentesco si conserva il portale che, nelle formelle a bugna, unisce i simboli araldici della rosa quadripetala malatestiana ed il diamante dei Bentivoglio, in ricordo forse di un'unione matrimoniale fra le due famiglie vicine a Carlo Maschi. Cinquecenteschi anche il caratteristico muro a scarpa, raccordato alla parete da un cordolo in pietra, e le finestre, corniciate in pietra, sormontate dallo stemma della famiglia Maschi e da una coppia di delfini. Oggi all'interno del cortile del palazzo è stato creato il "Giardino degli aromi".
Palazzo Ricciardelli, ora Briolini. Il palazzo che si trova in corso d'Augusto 237/239 di fronte alla piazzetta dei Servi, è uno dei più importanti della storia riminese.La data di costruzione è incerta, ma dovrebbe risalire alla prima metà del 400. L'edificio originariamente pare fosse di proprietà dei conti Ricciardelli, poi passato alla famiglia Monticoli,quindi di nuovo posseduto dai discendenti dei Ricciardelli. Il palazzo era una sontuosa dimora del primo Rinascimento con un grandioso cortile con doppio ordine di arcate su colonne, ma purtroppo subì numerosi rifacimenti specialmente nell'Ottocento e anche nel dopo guerra è stato in gran parte ricostruito. Rimane ancora qualcosa dell'antica fisionomia tanto all'esterno che all'interno. Il Marcheselli nel 1754 lo chiamò"una delle maggiori fabbriche di questa città dove si ammira una numerosa raccolta di buone pitture"(oggi scomparse). Discendente di questa nobile casata fu il disegnatore di moda fra più celebrati del Novecento " Renè Gruau" all'anagrafe conte Renato Zavagli Ricciardelli delle Caminate. Nato nel 1909 e giunto a Parigi negli anni trenta divenne famoso per la sua inconfondibile attività artistica. Morto di recente molte sue sue opere sono esposte nello spazio permanente che il Museo della Città gli ha dedicato».

http://www.comune.rimini.it/servizi/citta/monumenti/pagina57.html


RIMINI (palazzo dell'Arengo, palazzo del Podestà)

Dal sito www.fotoeweb.it   Dal sito www.fotoeweb.it

  

«Palazzo dell'Arengo (Palatium Comunis). Situato in Piazza Cavour, testimonianza monumentale superstite del Medio Evo, grande e solenne, con le sue belle polifore e lo spazioso porticato ad archi ogivali (i primi forse apparsi in Romagna). Fu costruito nel 1204 sotto il podestà Modio dè Carbonesi, ma subì rifacimenti e restauri nel 1562,1672 e 1919-23. Nella grande sala superiore si riuniva il Consiglio del Popolo; nel portico sottostante, dove i notai tenevano i loro banchi e veniva pubblicamente amministrata la giustizia, c'era il pietrone (lapis magnum) su cui i debitori insolventi erano condannati a battere tre volte il sedere nudo. Palazzo del Podestà (Palatium Novum). Situato in Piazza Cavour, di fianco al palazzo dell'Arengo, costruito intorno al 1330, si presenta oggi completamente falsato dai restauri degli anni Venti: infatti le arcate ogivali verso la piazza sono pura invenzione del restauratore, anche se riproducono fedelmente quelle che ancora esistono nella parte retrostante, appartenenti alla vera facciata della costruzione originale che prospettava una piazza che non esiste più, e che doveva essere irregolare, pittoresca, frammentata, comune anche ad altri edifici pubblici, tra i quali l'antica cattedrale di Santa Colomba».

http://www.comune.rimini.it/servizi/citta/monumenti/pagina57.html


RIMINI (porta Galliana, porta Montanara, porta Gervasona)

Porta Galliana, dal sito www.riminiturismo.it   Porta Gervasona, dal sito www.riminiturismo.it

«Porta Montanara. La costruzione della porta Montanara, detta anche di Sant'Andrea, risale al I secolo a.C. e si inserisce in un organico programma di riassetto del sistema difensivo cittadino, attribuito a Silla. La porta rientrerebbe nell’ambito delle ricostruzioni che, nei primi decenni del secolo, seguirono alle rappresaglie nei confronti della città, già sostenitrice di Mario, suo avversario nella guerra civile. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dai colli lungo la via aretina, percorrendo la valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardo massimo, e quello in entrata. Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia corte di guardia con una controporta interna, a conferma della complessità del sistema difensivo. Già nei primi secoli d.C., l’arco volto a Nord venne tamponato: la porta, così ridimensionata ad un solo fornice, continuò a segnare l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva, il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti secoli, mentre fu recuperata la parte occultata nelle murature delle case adiacenti. L’arco “riscoperto” venne rimontato dopo varie vicissitudini lontano dal luogo originario, a fianco del Tempio Malatestiano, prima di essere ricomposto nella zona originaria.
Porta Galliana. Questa porta cittadina fu costruita nel Duecento a collegamento della città con la zona del porto lungo il fiume Marecchia. Era parte della cinta muraria difensiva dovuta all’ampliamento della città in epoca federiciana (sec. XIII). Sostituì un’altra porta spostata leggermente più all’interno della città. Nel XV secolo fu restaurata dal signore di Rimini, Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468): lo si desume dal fatto che agli inizi del XX secolo in alcuni scavi fu ritrovato un deposito di medaglie malatestiane impiegate dallo stesso Sigismondo per indicare le opere da lui realizzate o ristrutturate. Dal bassorilievo di Agostino di Duccio (databile fra il 1449 e il 1455) conservato nella cappella dei segni zodiacali nel Tempio Malatestiano, possiamo intuire come si presentasse la porta nel Quattrocento. Non è un caso che lo scultore la rappresenti in primo piano: si trattava infatti di un’opera sigismondea. Nel XVI secolo la porta fu chiusa e sostituita con un torrione che nel Settecento risulta essere chiamato “Torrione dei Cavalieri”. Recenti indagini archeologiche hanno dimostrato che al centro dell’arco passa un condotto fognario moderno (cinque-seicentesco)».
Porta Gervasona. Situata a fianco della Chiesa "Madonna della Scala", la Porta Gervasona o Portello apparteneva al sistema difensivo delle Mure Malatestiane

http://www.comune.rimini.it/servizi/citta/monumenti/pagina14.html e pagina21.html - http://www.riminiturismo.it/511/34/.html?lang_index=0


RIMINI (torre dell'Orologio)

Dal sito www.fotoeweb.it   Dal sito http://unrosetoinviacerreto.blogspot.it

«Nel 1547 si costruì l'isolato con la Torre dell'Orologio, che diede alla piazza la forma e le dimensioni attuali, con edifici porticati al posto delle antiche beccherie. Su progetto di Francesco Buonamici la torre, nel 1759, subì un rifacimento. Con il terremoto del 1875, la parte superiore venne demolita. Oltre all’orologio, dal 1750 reca un quadrante con calendario, movimenti zodiacali e fasi lunari».

http://www.riminivacanze.net/la-storia-di-rimini.php


ROCCA PRATIFFI (ruderi del castello)

Foto di Gianluca Franzaroli, dal sito http://it.worldmapz.com   Foto di michelepratiffi, dal sito http://it.worldmapz.com

«Il Castello di Rocca Pratiffi è situato sulla riva sinistra del fiume Marecchia, a circa 575 m slm. I resti del castello dominano la zona e coronano uno degli imponenti scogli rocciosi della valle del Marecchia. Esso è comunque ridotto a ruderi; si riconoscono il maschio, le cortine ed avanzi dell´ingresso esterno. Nel 1664 fu teatro di un sanguinoso scontro a fuoco fra alcuni contrabbandieri e otto sbirri del bargello della Penna (Pennabilli)» - «Il castello, ridotto a ruderi, domina la zona perché posto su un enorme sasso, difficile per ogni invasore. Si vedono ancora gli avanzi della cinta muraria, case coloniche erette sui muri, alcuni avanzi del maschio e delle cortine, l’ingresso esterno che conduceva alla Rocca lungo un sentiero scavato nel sasso. Esistono ancora la cisterna e ruderi di un bastione. La Rocca era stata ceduta nel ’200 dalla Chiesa a Griffolino dei Pratiffi. Fu poi di Uguccione della Faggiola, e quindi, dopo varie traversie, pervenne nel 1490 ai Fregoso di Genova, padroni di S. Agata. Rocca Pratiffi è dedicata a San Donato».

http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?ID=1690 - http://www.lavalmarecchia.it/visita/sant-agata-feltria/rocca-pratiffi.html


SAIANO (torre cilindrica)

Dal sito www.abcvacanze.it   Dal sito www.riviera.rimini.it/

«Il Santuario della Madonna di Saiano è raggiungibile soltanto a piedi o in bicicletta attraverso un piccolo sentiero sterrato che parte da Ponte Verucchio. La Chiesetta sorge solitaria su uno sperone di roccia che si innalza maestoso sul greto del fiume Marecchia. Saiano fu sede di un antico castello dei Carpegna, già ricordato nel 962 d.C.; un tempo era meta di pellegrinaggi delle donne che erano in procinto di partorire poiché si dice che qui sia apparsa la Madonna. Oggi sono visibili l'antica torre cilindrica di tipo bizantino (forse dell'VIII secolo) ed i resti delle mura che racchiudono la pittoresca chiesa trifora, con le assai rare tre cappelle absidali e la porta d'ingresso in bronzo scolpita da Arnaldo Pomodoro. Recentemente restaurata e riaperta al pubblico e al culto ora è sede della comunità monastica francescana che vi dimora».

http://www.abcvacanze.it/madonna-di-saiano.htm


SALUDECIO (mura, porte)

Porta Marina, dal sito http://bbilcasale.altervista.org   Porta Montanara, foto di User:Icio747, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.riviera.rimini.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Porta Marina, foto di Mirko Metallo (metallions@libero.it)   Porta Montanara, foto di Mirko Metallo (metallions@libero.it)

«Porta Marina. È la porta d'ingresso principale al paese: una bella struttura risalente all'epoca di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Il complesso delle mura e dei torrioni che da essa si diparte suggerisce l'idea di quello che doveva essere l'insieme della fortificazione del paese. Interessanti il grande bastione poligonale, che ospita attualmente una sala del museo del beato Amato, e il torrione "a cuore", visibile percorrendo il lungo viale alberato o seguendo l'intero percorso delle mura attraverso i camminamenti interni al paese. Porta Montanara. La porta fortificata della città rivolta verso le colline interne e i primi monti dell'Appennino. Da qui si controllavano i confini con le terre dei Montefeltro, gli avversari storici dei Malatesti. La porta mostra ancora i segni dell'originaria struttura con ponte levatoio, anche se, come spesso è accaduto, la rampa di legno è stata sostituita per motivi di sicurezza e praticità. Caratteristica della porta è il doppio arco, a sesto acuto e a tutto sesto, che segnano quindi fasi diverse di costruzione e ampliamento».

http://www.comunesaludecio.it/sezioni/turismo/cosa_visitare.html#mura_porte_torre_civica


SALUDECIO (palazzi)

Dal sito www.facebook.com/pages/Palazzo-Albini-Saludecio   Dal sito www.riviera.rimini.it

«Palazzo Comunale. Sorge sui resti dell'antica rocca malatestiana di cui conserva ancora, all'interno, alcune significative tracce e alcuni ambienti successivamente adattati a prigioni. Il corpo principale del complesso si innesta su una costruzione più antica a pianta quadrangolare, ciò che resta di un bastione della rocca, costruita su una parete di tufo.Il palazzo comunale venne in gran parte ricostruito nella seconda metà del novecento a causa degli ingenti danni bellici, riproponendo, comunque, nelle sue linee essenziali la struttura ottocentesca. Originale del 1835 circa è il colonnato che si snoda su tre lati costituendo un importante elemento di raccordo dell'edificio. Alla stessa epoca risaliva il teatrino a palchetti decorato dal pittore riminese Marco Capizzucchi, distrutto durante la seconda guerra mondiale e poi ricostruito nelle forme moderne di un cinema-teatro.
Palazzo Albini. Si tratta del palazzo più rappresentativo e noto del borgo e si caratterizza per lo splendido cortile rinascimentale. Al centro si trova il pozzo in pietra che reca scolpito lo stemma della casata di Francesco Maria della Rovere o, secondo una recente ricostruzione, dei Modesti di Saludecio. Essendo proprietà privata non è sempre visitabile, ma una bella occasione per ammirarne le bellezze può essere durante le serate della manifestazione estiva 800 Festival.
Palazzo Marangoni-Cerri. Il più grande tra i palazzi del borgo, probabilmente venne costruito come residenza municipale e sede di pubblici uffici, come dimostra lo stemma comunale ottocentesco che fa bella mostra di sé sul grande portale bugnato, e la struttura interna. Il piano terra, infatti, presenta su entrambi i lati dell'ampio corridoio centrale grandi ambienti che ben si adattano a un uso pubblico. In fondo al corridoio il bel giardino, originariamente all'italiana. L'elegantissimo scaloncino neoclassico dà accesso al piano nobile, ove si trovano due sale dalle volte dipinte a tempera, raffiguranti paesaggi tra figure mitologiche (Pero e Lucrezia) e le arti (musica, astronomia, pittura, scultura).
Palazzo Achille Albini-Camaeti. Conserva al piano nobile, cui si accede da un piccolo, ma ben proporzionato scaloncino, numerosi ambienti interamente decorati a tempera, secondo l'uso comune nell'Ottocento. Spiccano in particolare la "sala delle architetture" e la "stanza-paese", decorata a suggerire l'idea di un porticato gotico da cui si intravede una fitta vegetazione. Molto interessanti le grandi cantine con celle granarie, che ora ospitano la collezione dello scultore Camaeti.
Palazzo Albini-Serafini. Interessanti al piano terra, le cui finestre sono sempre aperte, per permettere ai turisti di "sbirciare", le stanze affrescate con riquadri che contengono scene di storie ottocentesche. Altre stanze dipinte al piano nobile, per lo più con motivi ornamentali. Le cantine conservano ancora le grandi botti, i tini e gli strumenti contadini di una volta.
Palazzo Botticelli. A metà della via principale si trova questo ampio palazzo, la cui facciata, che si sviluppa in lunghezza e che colpisce dunque per l'ampiezza, si caratterizza per l'antico muro a scarpa, che sembra potersi far risalire alla prima metà del XVI secolo. è, dunque, uno degli edifici più antichi del borgo. Internamente un bell'ingresso con volta a botte dà accesso all'ampio scalone quadrangolare che conduce al piano nobile, modificato, però in tempi recenti.
Palazzo Albini-Elisei. Al piano terra ospita gli uffici postali, mentre il piano nobile è ancora adibito a residenza privata. La bella facciata, ben restaurata, si rivela interessante per la decorazione a palmette e fiori che incornicia tutte le finestre della facciata attraverso motivi a volute. Anche le mensole su cui poggiano le finestre riprendono lo stesso tema fitomorfo. Una decorazione a rosette è, infine, inserita anche tra i gocciolatoi del tetto. L'insieme è ben evidenziato dalla bicromia, che conferisce maggiore eleganza e decoro pur nell'essenzialità dell'ornato. Il portale d'ingresso, decorato a bugnato, ripropone il motivo floreale delle rosette nell'echino che sovrasta i due piedritti, mentre l'arco si conclude con una chiave di volta che porta scolpita una foglia di quercia.
Palazzo Renzi. Dell'originario edificio rinascimentale resta purtroppo ben poco. Si può comunque osservare la bella facciata, "sorella minore" di quella del vicino palazzo Albini, di cui ripropone infatti le medesime decorazioni (si notino, in particolare, i bei cornicioni e gocciolatoi). Il palazzo è stato la casa natale della beata Elisabetta Renzi (1786-1859), fondatrice dell'ordine religioso delle Maestre Pie dell'addolorata, diffuse oggi in tutto il mondo e caratterizzate da un'intensa attività di educazione e insegnamento svolta nei numerosi istituti da loro fondati.
Palazzo Marcucci. Vistosamente ridotto a causa dei crolli dovuti ai bombardamenti nel corso della II guerra mondiale e quindi necessariamente modificato rispetto alla sua originaria struttura (il cortile che lo fiancheggia è stato ricavato dal cedimento di un'ala del palazzo stesso) è però interessante per le belle cantine con vasche per la raccolta e la conservazione dell'olio e per gli ambienti interni. Sul portale è stato reinserito lo stemma familiare dei Giovanelli, antichi proprietari, che mostra l'aquila di S. Giovanni. Lo stemma originale si può ammirare presso la tomba di famiglia nel cimitero ottocentesco di Saludecio, su un colle non molto lontano dal borgo».

http://www.comunesaludecio.it/sezioni/turismo/cosa_visitare.html#palazzi_del_borgo


SALUDECIO (torre Civica)

Dal sito www.appenninoromagnolo.it   Dal sito www.hotelgabicce.info

«La Torre Civica si trova in Via Roma. è una delle torri di origine medioevale (sec. XIV) che caratterizzano il profilo di Saludecio visto da lontano. La torre è stata restaurata recentemente e viene attualmente utilizzata per mostre temporanee. Nella Torre Civica sono murati una lapide risorgimentale che commemora la giornata del 22 giugno 1822, quando la cittadinanza saludecese dichiarò “cessato per sempre il governo papale” e lo stemma della città costituito dallo scudo sannitico con all’interno da una parte la figura del Beato Amato Ronconi, vestito da pellegrino con bordone e conchiglia di Santiago, e dall’altro i tre monti all’italiana con la stella di sette raggi alta su di essi».

http://visitaresaludecio.com/saludecio-torre-civica/


SAN CLEMENTE (mura, resti del castello)

Foto di aldobi, dal sito www.comune-italia.it   Dal sito www.riminibeach.it

«San Clemente viene menzionato per la prima volta nel censimento del 1371 eseguito dal cardinale Anglic de Grimoard per conto della Santa Sede. In questa prima ricognizione topografico fiscale delle Romagna, il cui primo nucleo abitato è ricordato come Villa Capelle Sancti Clementi. San Clemente appare quindi, alla fine del XIV secolo, come un insediamento dell’entroterra riminese di non trascurabile importanza demografica che gravitava già nell’orbita malatestiana. Il borgo sorgeva lungo uno dei tanti crinali che collegavano il mare con l’entroterra e da cui facilmente si poteva raggiungere la “strata regalis”, che rappresentava nel medioevo una comoda alternativa alla Flaminia coincidente, approssimativamente, con l’attuale strada statale corianese. La tradizione attribuisce a Sigismondo Pandolfo Malatesta la costruzione del castello di San Clemente inquadrandola nel generale riassetto delle fortificazioni del Vicariato avvenuto a partire dal 1432. In assenza a tutt’oggi, però, di riscontri storici oggettivi, è più probabile ipotizzare che la costruzione o ricostruzione delle strutture difensive di San Clemente possano datarsi tra l’ultimo decennio del XIV secolo e la prima metà del XV, dato che le cronache locali riferiscono dell’assedio e della mancata conquista del castello da parte dell’esercito della Santa Sede guidato da Niccolò Piccinino. A questa prima fase malatestiana risalgono probabilmente le esili torricelle pentagonali della cosiddetta “rocchetta”, ad Ovest, simili a quelle coeve del castrum di Mulazzano e della Tomba di Sant’Andrea in Besanigo, ed il portale centinato a sesto acuto Nord. Le tracce ancora visibili sui resti delle mura indicano la presenza di un beccatellato coronato da merlatura a protezione del cammino di ronda. Nel 1463 il castello passò alla Santa Sede per poi ritornare in mano malatestiana a seguito della vittoria di Roberto Malatesta sulle milizie pontificie nel 1469. Sono gli anni in cui il nuovo Signore di Rimini, rinforzerà le strutture difensive del castello di Coriano e, presumibilmente, quelle di San Clemente. Qui farà costruire due torrioni poligonali muniti di poderose scarpate: uno a Sud Ovest, inglobando una torre quadrangolare più antica, ed un’altro a Sud- Est (ora nascosto dalle case) a difesa della nuova torre portaia realizzata a ridosso della vecchia porta del castello e dotata ora di ponte levatoio. Nella relazione del Provveditore Malipiero del 1504, redatta per conto della Serenissima le cui milizie avevano occupavano il Vicariato già dal 1503, si legge che San Cimento “dista dieci miglia da Rimini. È circondato da mura alte 8 passi con scarpe alte 3 ed ha una porta con il ponte levadore”. Nel 1509 Giulio II riconquistò San Clemente ed i territori circostanti per la Santa Sede. Le mura con le loro torri, perduta la loro funzione difensiva furono trasformate in luoghi dove facilmente recuperare laterizi e pietre da costruzione da rivendere poi ai privati sostenendo così le magre entrate pubbliche.

Nella notte del 25 dicembre 1786 un disastroso terremoto devastò il territorio riminese non risparmiando il castello di San Clemente: venne inviato pertanto da Pio VI l’architetto Giuseppe Valadier per redigere una perizia “de’ danni causati ai Castelli del Contado di Rimino ed a loro Annessi”. Un secondo sciame sismico colpì il piccolo capoluogo nel maggio e nell’agosto del 1916 danneggiando l’abitato, la casa comunale e la torre portaia, già sopraelevata nel ‘700 e trasformata in torre civica. Nell’immediato dopoguerra furono demolite e poi ricostruite parte delle mura mentre i torrioni poligonali tardo quattrocenteschi furono trasformanti in abitazioni. L’amministrazione comunale a partire dal 2000 ha dato inizio ad una ampia campagna di restauro e valorizzazione del circuito del castello e del suo fossato. A San Clemente resta un lato della Rocchetta con i suoi torrioncini pentagonali fatta erigere da Sigismondo Pandolgo Malatesta, la cinta del paese risulta ancora conservata in larghe parti come pure lo sono i due torrioni pentagonali. Accanto alla torre quadrangolare a Nord Ovest, adibita agli inizi del secolo scorso a macello, si trova una neviera realizzata presumibilmente dello stesso periodo. La torre portaia, inoltre, conserva ancora ben visibili gli scassi per l’alloggiamento delle travi del ponte levatoio mentre sulle cortine limitrofe si segnala la presenza ancora dei merli alla ghibellina che coronavano le mura ora inglobati in una sopraelevazione. Il tempo nel piccolo borgo è segnato su di un antico quadrante in pietra (XVIII sec.) e su di un recente quadrante in ceramica opera dell’artista riminese Giò Urbinati, entrambi collocati in cima alla torre civica».

http://www.sanclemente.it/?IDC=7


SAN GIOVANNI IN MARIGNANO (borgo, torre civica)

Dal sito www.hotel-rimini.com   Dal sito http://magnificaitalia.altervista.org

«Borgo fortificato. La cosiddetta via di mezzo, su cui si affacciano mirabili edifici settecenteschi e ottocenteschi, è anche asse di simmetria per le strade secondarie che si svolgono menzionate come contrada di sotto (lato mare) e contrada di sopra (lato monte). Vicoli e androni articolano e completano l’assetto urbano con una fitta trama di percorsi e collegamenti. L’impianto urbanistico di fondazione che risale al Duecento, fu ristrutturato e fortificato in epoca malatestiana (1438 – 1442). Tutto il borgo costellato di fosse ipogee destinate alla conservazione del grano ben evidenziate nel corso di una recente opera di recupero e, in parte, rese visibili anche al loro interno. Tali fosse valsero nei secoli, a San Giovanni in Marignano, l’appellativo di Granaio dei Malatesta, ad indicare una produzione agricola di notevole quantità e qualità.
Torre Civica. Le due torri portaie del castello risalgono al periodo 1438 – 1442 durante il quale Sigismondo Pandolfo dè Malatesti fortificò l’antico insediamento duecentesco. Una di esse (quella a nord) fu abbattuta nel 1854, l’altra è integra e, sapientemente restaurata, svetta sulla piazza principale con i suoi 24 metri di altezza. Nel corso dei secoli è stata sopraelevata per alloggiare il vano dell’orologio pubblico e la cella campanaria, come visibile dal cambio di colore della muratura. Al di sotto della sopraelevatura segni di beccatelli allungati denunciano la quota di terminazione medievale e sono ancora visibili i due fori laterali che consentivano il passaggio delle catene del ponte levatoio a sollevamento diretto ed infine l’arco di ingresso a sesto acuto».

http://www.rimini.com/luoghi-da-visitare/borgo-fortificato.php - http://www.rimini.com/luoghi-da-visitare/torre-civica-2.php


SAN LEO (palazzo Della Rovere, palazzo Mediceo, palazzo Nardini)

Dal sito wwwold.comune.san-leo.ps.it   Dal sito wwwold.comune.san-leo.ps.it

«Il Palazzo Della Rovere. A Francesco Maria II (1549-1631) della Rovere si deve la costruzione, risalente ai primi del ‘600, del Palazzo della Rovere (oggi sede del Municipio). Come il Palazzo Mediceo, anche questo edificio fu innalzato per ospitare i rappresentanti della importante famiglia che succedette ai Montefeltro nella Signoria del Ducato di Urbino e, in seguito, al governo della Provincia Feretrana. è il primo edificio gentilizio che accoglie i visitatori dopo la porta d’ingresso alla città. L’elegante facciata tardo cinquecentesca è scandita orizzontalmente da modanature in arenaria che corrono lungo la doppia fila di finestre. Essa è movimentata da un solido portale in bugnato a da finestre sormontate da caratteristici frontoni spezzati di pretto gusto manieristico toscano. Altro elemento di carattere toscano è l’ampio sporto del tetto sul cornicione che non si ritrova in nessun altro palazzo leontino. La sala maggiore è caratterizzata da un soffitto a vela impostato su archetti innalzati su peducci in stucco decorati con la tipica quercia roveresca. Essa ospita, inoltre, un monumentale camino di pietra che ostenta il medesimo disegno a frontone spezzato delle finestre del palazzo; quasi certamente il manufatto non è nato come camino ma bensì quale portale maggiore del palazzo (per una qualche ragione a noi sconosciuta non è stato mai messo in opera). Lo stemma di Francesco Maria II, che campeggiava in origine sul portale del palazzo, è oggi murato in una abitazione dell’adiacente via Montefeltro.
Palazzo Mediceo. Il Palazzo Mediceo di San Leo venne edificato tra il 1517 e 1523, per ospitare il Governatore di San Leo e del Montefeltro per conto della Repubblica Fiorentina. Le truppe fiorentine guidate da Antonio Ricasoli conquistarono San Leo nel Maggio 1517, in una storica impresa guerresca celebrata dal Vasari in un affresco in Palazzo Vecchio a Firenze. L’edificio si presenta al visitatore come un fondale scenografico da cui si dipana la piazza principale. Ubicato tra Pieve e Duomo, il Palazzo presenta un impianto tipicamente rinascimentale, organizzato intorno alle stanze di rappresentanza del piano terreno, pur mancando la caratteristica corte centrale tipica delle residenze fiorentine. I restauri, terminati nel 1995, hanno riportato l’edificio alle dimensioni originarie. Eleganti cornicioni in pietra modanata sono gli elementi che impreziosiscono la facciata; il portale a tutto sesto è contornato da una ghiera in bugnato liscio secondo l’uso toscano; le finestre sono incorniciate da profili mistilinei in arenaria locale. Lo stemma della Città di Firenze, con il Giglio, è scolpito in una pietra che reca la data 1521; in facciata è collocato, inoltre, lo stemma di papa Giulio II della Rovere (all’esterno è visibile una copia dell’originale, oggi nella sala del teatro). I della Rovere, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, ampliarono il Palazzo aggiungendo la sala del teatro, la quale presenta una copertura a volta impostata su peducci con l’emblema parlante della famiglia ligure (il caratteristico rovere dai rami intrecciati); in origine essa era arredata da una gradinata lignea, da sipari mobili e macchine sceniche. In seguito alla devoluzione del territorio del Montefeltro alla Stato Pontificio, anche questo palazzo divenne di proprietà della Chiesa. Nel 1948 fu ulteriormente ampliato con l’innalzamento di un piano ricreando, quindi, l’armonia visiva che era stata probabilmente alterata dal rimaneggiamento seicentesco. Il Palazzo Mediceo ospita attualmente il Museo d’Arte Sacra nel piano superiore, gli uffici culturali, l’Archivio Storico e la Biblioteca. Vi sono, inoltre, alcune sale adibite a mostre d’arte temporanee.
Palazzo dei Conti Nardini. Il Palazzo dei Conti Nardini con la sua mole imponente configura il sito e l’aspetto della piazza centrale di San Leo. Si ritiene che il nucleo originario dell’edificio sia di origine duecentesca; nelle epoche successive venne tuttavia ampliato e trasformato sino a conformarsi nell’attuale aspetto tardo rinascimentale, severo e senza ornati tranne i quattro portali a tutto sesto contornati di una ghiera lapidea a bugnato, secondo l’uso del luogo esemplato sul prototipo del Palazzo Mediceo. Secondo la tradizione, in una sala al secondo piano del nucleo centrale del palazzo l’8 maggio 1213, avvenne lo storico incontro tra Francesco d’Assisi ed il Conte Orlando Cattani da Chiusi. Il Santo d’Assisi era presente in San Leo all’investitura a cavaliere di Montefeltrano II da Montefeltro; in quell’occasione egli tenne una predica sui versi di una canzone amorosa del tempo: ‘’Tanto è il bene che m’aspetto ch’ogni pena m’è diletto’’. Il Conte Orlando rimase talmente impressionato dalle ferventi parole del Santo da donargli il monte della Verna, presso il quale San Francesco ricevette le sacre stimmate. La stanza, con soffitto a cassettoni lignei, è adibita oggi a cappella, sull’altare una tela del pittore pesarese Ciro Pavisa illustra il Miracolo delle stimmate».

http://wwwold.comune.san-leo.ps.it/TestiInternet/PALAZZODELLAROVERE.htm - PALAZZOMEDICEO.htm - PALAZZONARDINI.htm -


San Leo (rocca)

a cura di Renzo Bassetti


SAN LEO (torre di Cagliostro)

Dal sito www.hotelmiamispiaggia.com   Dal sito wwwold.comune.san-leo.ps.it

«è  il monumento più appartato di San Leo, non per sua mole, massiccia e imponente, quanto per sua collocazione impervia ed una sorta d’innata alterigia che, ancor oggi, intimorisce ed allontana. è  monumento però che connota e identifica la città, ne sconvolge il profilo, tutto rivolto al culmine-rocca, con una improvvisa, precisa, geometrica impennata. Il campanile-torre è edificio di grande bellezza, opera compiuta del romanico anzi, emblematico esempio di quello stile architettonico. Le sue murature esterne - principalmente d’arenaria ocra - sono costruite con perizia certosina, i conci sono connessi l’uno all’altro, in filari regolari, senza rivelare lo strato di malta che li incolla, così che il muro è un unico blocco compatto di pietra dalla base al culmine. L’architettura come escrescenza naturale della roccia su cui è fondata, un tutt'uno con la stessa roccia, come da parabola evangelica: manifesto della fede cristiana per secoli.Storicamente sappiamo ben poco della torre, che nell’impianto esterno è certamente contemporanea all’adiacente cattedrale del 1173. Il suo perimetro quadrato ingloba ed occulta all’interno una costruzione a piante circolare, alta sino alla cella campanaria. Si tratta probabilmente di una torre precedente, più antica, per alcuni versi affine alla Pieve dell’assunta assunta (IX-XI secolo); vi si ritrova il medesimo tipo d'alcune monofore di quest’interno presentano un impianto e strombatura simili a quelle delle absidi della stessa Pieve. Qualcuno ha prospettato che il corpo cilindrico-raccordato al rivestimento quadrato da una scala a chiocciola in muratura costituisse il campanile della cattedrale altomedioevale. Certamente questa torre ha rivestito funzioni militari-difensive, rappresentando il più vicino rifugio per il vescovo ed i canonici della cattedrale in caso di pericolo. Essa è raffigurata in tutti i "ritratti" del masso leontino; nell’acquerello del 1626 di Francesco Mingucci vi si scorgono ben due ordini di finestroni arcuati ed un’altezza ben maggiore: come se la torre fosse munita di due soprastanti celle campanarie di cui non v’è traccia nell’originale. Di lavori approntati al "campanile del Vescovado" parla Giambattista Marini nelle sue memorie manoscritte del 1730, conservare nell’archivio storico comunale di San Leo. Si tratta di accomodamenti perpetrati nel 1612 poiché la fabbrica era ridotta "à cativo termine" a seguito dai danni subiti nell’occasione "dell’allegrezza della nascita del Ser.mo Principe" Federico Ubaldo Della Rovere, nel 1605. Augusto Campana ipotizzava che nella pietra posta sopra la porta d’ingresso né con probabile richiamo all’occasione ed epoca di costruzione ed eventuali committenti. Fra i conci d’arenaria ve ne sono numerosi altri in colore bianco. Provenienti da altra costruzione: alcuni esibiscono il lato scolpito con maglie ad intreccio, di sicura matrice altomedievale. Nello strombo di una finestra è presente un capitellino e relativo pilastrino frammentato, proveniente dalla recinzione presbiterale della pieve, insieme a quelli riutilizzabili nelle pseudo-loggette della stessa ed alle lastre dei plutei, conservate nel Museo d’Arte Sacra di San Leo».

http://wwwold.comune.san-leo.ps.it/TestiInternet/TORRE.htm


SAN MARTINO DEI MULINI (torre)

Dal sito www.romagnaonline.it   Dal sito www.romagnaonline.it

«S. Martino dei Mulini (a circa quattro chilometri da Santarcangelo percorrendo la s.p. 49 Trasversale Marecchia). Piccolo centro agricolo situato nei pressi della S.S. Marecchiese, S.Martino dei Mulini ebbe un primo sviluppo urbanistico in epoca romana. Proprio dove probabilmente esisteva un antico tempio pagano sorge la Chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo (Via Tomba). L'interno, ad unica navata, conserva il "S. Bartolomeo, S. Martino e la Madonna coi Santi", olio su tela seicentesco attribuito a Giovan Battista Fantoni (altare maggiore). Pregevole è anche il paliotto in scagliola policroma del XVII secolo. Proseguendo per Via Tomba, a circa un chilometro, notiamo sulla destra l'imponente mole di una torre dotata ancora di merlatura. è tutto ciò che rimane dell'antica Tomba dei Battagli, una fattoria fortificata eretta nel 1229 da Balduccio Battagli».

http://www.romagnaonline.it/comuni/santarcangelo/guida.htm


SAN SAVINO (castello)

Dal sito www.villamassani.com   Dal sito www.comune.montecolombo.rn.it

«Il castello di San Savino è posto sulla strada panoramica che congiunge Coriano (e quindi le vicinissime Rimini e Riccione) a Monte Colombo e Montescudo. La fortificazione del piccolo borgo, da cui si controllano tutte le ricche campagne circostanti, viene fatta risalire tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, quindi all'epoca del declino della potenza malatestiana. A parte, quindi, i brevi periodi di dominio dei Malatesta, di Cesare Borgia e del Veneziani nel 1500, e di Napoleone a cavallo tra 1700 e 1800, San Savino è sempre stato amministrato dallo Stato Pontificio. Edificato, a differenza del castello di Monte Colombo, in mattoni e non il selce fluviale, quello di San Savino è un borgo fortificato posto lungo una delle direttrici più importanti dell'entroterra, che lo collega con il corianese e Rimini. Presenta tre delle quattro torri originarie completamente intatte e fruibili, con all'interno resti significativi dell'antico borgo residenziale. Le due torri della facciata anteriore sono state attrezzate ad accogliere l'esposizione/mostra di due delle attività più caratteristiche del territorio: l'antica stampa romagnola su tela e la produzione di olio e vino entrambe a cura di due aziende presenti a Monte Colombo. Dal 2000 la struttura è stata sottoposta a lavori di restauro; è stata realizzata la pavimentazione in selce, per la quale si è tenuto conto scrupolosamente delle metodologie storiche di posatura delle pietre, tanto che l'attuale pavimento riproduce fedelmente il tipico disegno a spina di pesce tracciato dalle antiche».

http://www.comune.montecolombo.rn.it/sansavino.html


Sant'Agata Feltria (rocca Fregoso)

a cura di Renzo Bassetti


Sant'Andrea in BESANIGO (resti del castello)

Foto di Venanzio Raggi, dal sito www.prolococoriano.it   Dal sito www.prolococoriano.it, chiesa parrocchiale Sant'Andrea Apostolo

«Conosciuto come Tumba de Sant'Andrea, fu costruito da Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1430. Alla suo morte passò al figlio Roberto (1468). Nei primi anni del 1500 fu occupato dai Veneziani, dai Montefeltro poi e dal Comune di Rimini infine. Nel 1517, nella stesso occasione in cui fu saccheggiato Mulazzano, venne espugnato e distrutto per mano di Francesco Maria della Rovere. Sono oggi ancora visibili gli imponenti resti della cinta muraria».

http://www.rimini-it.it/coriano/besanigo.htm


SANTARCANGELO (rocca malatestiana)

Foto di T. Mosconi, dal sito www.riviera.rimini.it   Foto di T. Mosconi, dal sito www.riviera.rimini.it

«Santarcangelo è il classico castello quadrilatero a corte centrale, con mastio quadrato in un vertice e tre torri angolari a pianta pseudo esagonale, secondo una consolidata pratica di torri poligonali o a puntone pentagonale (in ambito malatestiano le torri cilindriche sono rarissime e si tende ad attribuirle al breve periodo della presenza veneziana nei primi anni del Cinquecento). Lo schema di “castello quadrilatero a corte centrale” si presenta nella variante che prevede solo tre ali residenziali, col lato d’ingresso privo di edifici. Le grandi scarpe basamentale sono tipiche dei castelli di Sigismondo e della sua epoca. Nel corso dei secoli il perdurante uso a residenza privata ha portato a rivedere più volte gli interni. Castrum Sancti Arcangeli è attestato per la prima volta nel 1037. è un castello del vescovo di Rimini, che vi possiede un palatium e lo perde nel XIII secolo ad opera del comune di Rimini. Dopo la dominazione di famiglia locale, nel 1386 Carlo Malatesta vi costruisce “la torre più alta e forte di Romagna”, secondo la descrizione di una cronaca dell’epoca. Nel 1447 il nipote Sigismondo Pandolfo amplia il castello, edifica le ali residenziali ed innalza agli angoli le tre torri poligonali. Dopo la caduta di Sigismondo appartiene alla Santa Sede, che in seguito lo aliena a privati. Il castello viene poi ulteriormente abbassato asportando il coronamento a merli e beccatelli. Attualmente è di proprietà privata.

Nei castelli di Sigismondo vari tipi di torri ricorrono in più di un esemplare: dalle torri a puntone pieno di modesto sviluppo della rocchetta di San Clemente e Sant’Andrea in Besanigo (o in Patrignano), alle torri poligonali di Santarcangelo e della corte a mare di Castel Sismondo, alle più grandi torri pentagonali a puntone cavo di Monteleone e delle mura di Verucchio, alle torri a pianta quadrata di Senigallia e delle mura di Rimini lungo l’Ausa. Si ricava la sensazione che la committenza non assegnasse un tema specifico, ma che le decisioni fossero demandate al “maestro” di volta in volta incaricato dell’opera. Nel cortile si conserva il filtro dell’acqua piovana prima dell’immissione in cisterna. Filtri e cisterne, in quanto sotterranei, si sono conservati anche in quasi tutti i ruderi di castelli che costellano le nostre montagne. I sotterranei sono coperti con volte a botte, per irrobustire staticamente la struttura contro l’offesa delle artiglierie. L’uso di volte a botte è ricorrente nei castelli di Sigismondo, da Rimini a Mondaino e da Verucchio a Santarcangelo. Il lato d’ingresso mostra la perdita dell’intera terminazione beccatellata, che certamente coronava il castello. La mano di Sigismondo Pandolfo si rivela nella generosa scarpatura del castello e nella torre esagonale, successivamente dotata di nuove bombardiere. Una scala chiocciola che invade lo spazio interno assicura le comunicazioni verticali della grande torre di Carlo Malatesta dalla quale sono stati eliminati, nel corso del tempo, la maggior parte dei piani. Le bombardiere sono frequentissime nei castelli italiani, ammodernati per la difesa fino a tutto il Quattrocento e oltre. Costituiscono un prezioso “fossile guida” per la datazione delle varie parti delle strutture perché alla fine del XV secolo entra in uso il tipo “alla francese” , che dura pochi decenni e fornisce quindi una datazione tipologica piuttosto precisa».

http://guida-rocche-castelli-malatesta-escursioni-rimini.50webs.com/castello-santarcangelo-malatesta-rimini.htm


SANTARCANGELO (torre del Campanone, porte)

Foto di Ph. Paritani, dal sito www.riviera.rimini.it   Dal sito www.santarcangelodiromagna.info

«Torre del Campanone. Sec. XIX. Pur essendo edificata alla fine del 1800 questa torre alta 25 metri è il cuore delle contrade di Santarcangelo e rappresenta uno dei simboli della città.
Porta del Campanone Vecchio. Secolo XII. Così chiamata poiché fino alla fine dell'Ottocento era sovrastata dalla torre campanaria del paese. Costituiva il più antico ingresso alla città.
Porta Cervese. XIV secolo. È l'unico accesso ancora intatto della cinta muraria malatestiana fatta fortificare da Sigismondo Pandolfo Malatesta. La porta immetteva sulla via che anticamente collegava Santarcangelo a Cervia. Sono ancora visibili le corsie per lo scorrimento del ponte levatoio e la postierla ora murata».

http://www.rimini.com/luoghi-da-visitare/torre-del-campanone.php - http://www.santarcangelodiromagna.info/dettaglio.html?id_punto=36 e punto=37


SCAVOLINO (ruderi del castello Carpegna)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   L'edificio agli inizi del Novecento, dal sito http://gattara.altervista.org

«Il Castello di Scavolino a Pennabilli esisteva già nel X secolo, come parte del feudo della nobile famiglia dei Carpegna che venne ampliato, fortificato e modificato nel 1576 da Tommaso di Carpegna, che fece dell’antico castello un palazzo fortificato che potesse soddisfare necessità residenziali e difensive. Monsignor Lancisi che fu ospite illustre di questo Castello nel 1705, lo descrisse come una residenza sontuosa, di maestosa imponenza, dotata di ponti levatoi, torri di difesa, fanti di guardia e parapetti presieduti da sentinelle, e riportava la presenza di cannoni. Il Castello fu costruito su due piani e all’interno era diviso in piccole stanze fornite di ingegnose scalette segrete di collegamento. Al suo interno si trovavano alcuni mirabili opere d’are lignee e alcune tele del XVI e XVII secolo, compresi un San Rocco e un San Sebastiano opere del Cagnacci, ora custoditi al Museo Diocesano di Pennabilli; inoltre la fortezza disponeva anche un piccolo teatro, una foresteria e della cappella privata dei Signori. Il borgo di Scavolino rimase soggetto alla casata dei Carpegna fino al 1819, quando tutto il Ducato di Urbino passò sotto il governo dello Stato Pontificio. Il Castello di Scavolino negli anni ’20 ospitò la sede municipale, prima che il borgo venisse annesso al comune di Pennabilli diventandone frazione. I terrazzi di questo pittoresco altopiano, completamente immerso nel verde, ai piedi del Monte Carpegna, offrono ancor’oggi al visitatore notevoli suggestioni ed un panorama riposante e lussureggiante di natura» - «La prima notizia di Scavolino è del 1062, su tratta del testamento del conte Girardo di Bertinoro. Nel 1343 il castello viene acquisto per metà dal conte Nerio Carpegna. Da un documento del1371 si comprende che il castello è di proprietà per intero della famiglia Carpegna e più precisamente di Rinalduccio Carpegna e Bandino Carpegna. Si apprende inoltre che la sua corte comprendeva 18 famiglie. Il 7 settembre 1459 durante la guerra tra Malatesta e Montefeltro l'esercito del Piccinino fa flagello dei castelli fedeli ai Malatesta cadono e sono saccheggiati Miratoio, Scavolino, Bascio e il borgo di Gattara ma di questa si salvò la rocca. A seguito alle divergenze nella famiglia Carpegna, che porteranno alla divisione in due contee separate, il 4 dicembre 1463 il castello di Scavolino passò assieme a quelli di Gattara, Bascio e Miratoio nelle mani del conte Francesco. Al conte Francesco successe il secondogenito Tommaso, che fece costruire il palazzo fortificato di Scavolino spostando così il centro di comando della contea di Gattara-Scavolino dalla ormai vecchia rocca di Gattara al più signorile palazzo di Scavolino».

http://www.gpsriccione.com/pennabilli-poi/castello-di-scavolino.html - http://gattara.altervista.org/scavolino.html


TORRIANA (mura, torri)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.hotelgabicce.info

«Torriana fu denominata nell’antichità “Scorticata” per l’asperità dello spuntone di viva roccia, con poca vegetazione, su cui è arroccata, in posizione dominante sulla Valmarecchia. Il castrum di Scorticata è ricordato per la prima volta in un documento del 1141, anno in cui apparteneva alla chiesa riminese. In seguito fu sottomesso al Comune di Rimini, per passare poi alla famiglia dei Malatesta. Secondo la leggenda nei sotterranei del castello di Torriana fu ucciso Gianciotto Malatesta, che aveva trucidato la moglie Francesca da Polenta e il proprio fratello Paolo, dopo averne scoperto la relazione amorosa. Sigismondo Pandolfo Malatesta nel 1462 perderà Scorticata insieme a quasi tutti i suoi domini ad opera dell’acerrimo nemico Federico da Montefeltro duca di Urbino. ...  Sulla cima del colle roccioso che fronteggia la rocca sorge la Torre di Torriana: risalente al XIII secolo, era un tempo collegata alla rocca da un sistema di ponteggi. ... Intorno alle mura che cingono il borgo di Torriana si snoda una rete sentieristica ben segnalata che attraversa luoghi di grande interesse naturalistico e storico: è consigliata la passeggiata che conduce al Santuario della Madonna di Saiano, all’interno dell'oasi naturalistica di Montebello».

http://www.itinerariinromagna.it/comuni/comune_torriana.asp


Torriana (rocca malatestiana o castello Due Torri di Scorticata)

a cura di Renzo Bassetti


VECCIANO (resti del castello)

Il Parco di Coriano, dal www.prolococoriano.it   Campagne di Coriano, dal sito www.emmeti.it

«Quando, nel 1352, venne eletto Papa, Innocenzo VI volle portare ordine e disciplina negli ordini religiosi e nei territori della Chiesa, in particolare in quelli della Romagna. A questo compito fu chiamato il cardinale Egidio Albornoz. Fino ad allora le terre di Romagna erano soggette all'arbitrio dei Manfredi (a Faenza), degli Ordelaffi (a Forlì), di Galeotto e Malatesta (a Rimini). Nel 1351 i Malatesta furono scomunicati e già un anno dopo un esercito papale marciò contro di loro e li sconfisse a Paterno (nelle Marche); Rimini fu posta sotto assedio. I Malatesta chiesero perdono al papa e si allearono con le forze del cardinale Albornoz per sconfiggere i Manfredi e gli Ordelaffi. Nello stesso anno (1355) Castrum Viciani si ribellò a Rimini, per sottomettersi alla Santa Sede; nel 1358 il papa Innocenzo VI lo concedette ai Malatesta. Mancano notizie certe, ma è probabile che il castello venne demolito, in quanto nel 1371 Vecciano venne censito come "villa". Oggi una casa colonica sorge sulle fondamenta della rocca, di cui conserva ancora i sotterranei».

http://www.rimini-it.it/coriano/vecciano.htm


VERUCCHIO (rocca e porta di Passerello)

Dal sito www.appenninoromagnolo.it   Dal sito www.riminibeach.it

«Edificata nel XIII secolo dalla famiglia Passerello, passò nel XIV secolo ai Malatesta che ne fecero un uso residenziale. I Francescani edificarono nelle sue vicinanze una chiesa e un convento. Dopo la caduta dei Malatesta il complesso di rocca e convento andò in rovina, finché nel 1636 le Clarisse ottennero l’area edificando un loro convento che inglobò le antiche strutture rimaste. Dell’antica rocca malatestiana sopravvive solo la porta, riedificata nel 2001 coi materiali originari. Attualmente tutto ciò che resta della seconda rocca malatestiana di Verucchio è la porta, riedificata nel 2001 coi materiali originali dopo che fu in parte smontata nel 1964. Essa è adiacente all'ex convento delle monache benedettine, anche se il complesso è ancora noto con l'intitolazione a S. Chiara perché dalla fondazione, nel 1636, fino alle soppressioni napoleoniche ospitò le clarisse. Il complesso fu realizzato proprio sui ruderi della rocca del Passerello, considerata la rocca residenziale dei Malatesta rispetto alla rocca militare, quella del Sasso. Doveva avere anche minori proporzioni, ma la rovina, le asportazioni e le fabbriche religiose hanno sconvolto l'area. Oltre alla porta, risale all'epoca malatestiana la cisterna per l'acqua piovana ancora visibile, mentre i muri esterni rinforzati e la mulattiera sono del XVII secolo e volutamente realizzati secondo schemi più antichi. Attestata sin dal XIII secolo, la rocca fu edificata dalla famiglia Passerello, ma nel XIV secolo divenne proprietà dei Malatesta. Da allora, la seconda rocca di Verucchio è sempre stata accessoria alla prima, in una zona meno utile strategicamente, e anche per questo ben presto occupata da religiosi, protetti dai Malatesta, come i Francescani, che all'ombra del Passerello nel 1320 edificarono una chiesa ed un convento. A metà del XV secolo Sigismondo Pandolfo Malatesta intervenne in modo radicale anche su questa struttura oltreché sulla rocca del Sasso, ma già nel 1486 il castello è citato come non più funzionale e poco dopo si parla di rovine. Nel 1636 le clarisse ottennero l'usufrutto della zona e vi realizzarono il loro convento inglobando le poche strutture utilizzabili e abbattendo gli alzati ridotti a rudere».

http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/17/164


Verucchio (rocca malatestiana o del Sasso)

a cura di Renzo Bassetti


     

      

 

 

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