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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI AVELLINO

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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Altavilla Irpina (castello di Altacauda, torre Bruno)

Dal sito www.sguardisullirpinia.it   Dal sito www.castellidirpinia.com

«Il Castello, costruito in epoca normanna venne fatto trasformare in un palazzo residenziale dal nobile Bartolomeo I de Capua. I lavori iniziati nel 1289 terminarono solo nella seconda metà del XV secolo. Quello che si è conservato è il portale d'ingresso, una cappella, una scala a doppia rampa che conduce ai piani superiori ed infine la cosiddetta Torre Bruno a pianta circolare, internamente divisa in tre piani».

http://www.castellidirpinia.com/altavilla_it.html


Altavilla Irpina (palazzo Comitale o Baronale)

Dal sito www.sguardisullirpinia.it   Dal sito www.sguardisullirpinia.it   Dal sito www.sguardisullirpinia.it

«...La prima espressa menzione di un centro abitato nel territorio dell'odierna Altavilla Irpina risale al XII secolo e a Falcone Beneventano che lo identifica con il nome di Altacauda, già in quel periodo avente dignità di "castello", anche se non aveva un proprio feudatario ma con Grottolella e Summonte nelle mani di Raone de Fraineto, suffeudatario del conte di Avellino. Da un documento del 13 novembre del 1183 può anche desumersi in Altacauda la costituzione di una regolare universitas medievale, e non di semplici abitati senza alcuna personalità giuridica. ... Un documento angioino fornisce la notizia che nel 1269 il feudo di Altavilla passò dalle mani della famiglia de Fraineto a Simone Bagot, milite e familiare del re Carlo I d'Angiò. Il 9 dicembre 1284 la Regia Corte comunica al Giustiziere di Principato Ultra che il castello di Altavilla è passato per munificenza regia al milite Angaraimo de Assoumville. Con l'ascesa al trono di Roberto d'Angiò il feudo di Altavilla venne comprato da Bartolomeo De Capua al quale il re, per premiarlo dei grandi servizi resi, donò l'annua rendita di 400 once di oro da investirsi in feudi. Iniziò così su Altavilla il potere feudale della famiglia De Capua che si protrasse fino al 30 marzo 1792 quando l'ultimo discendente della famiglia, Bartolomeo VI, morì senza lasciare eredi ed i suoi feudi passarono al Regio Fisco. ... Palazzo Comitale è l'eblema di Altavilla, sia perché considerato uno degli esempi più belli del "Rinascimento" campano, sia per la sua storia che si riflette su quella del paese. Circa la sua costruzione Carlo Antonio Giordano fa risalire il completamento dell'opera intorno al 1432, mentre quello degli abbellimenti verso la fine del 1400. Di diversa opinione il gen. Giacomo Carpentieri, il quale fa risalire la costruzione dell'artistico palazzo alla seconda metà del 1400, valendosi delle note architettoni che chiaramente rivelano l'epoca del Rinascimento italiano. Ciò che è certo è che fu costruito dalla famiglia De Capua che ne fece la propria residenza estiva. Il palazzo, il cui aspetto non è quello di un castello turrito ma di un superbo ed elegante maniero, ha forma quadrata, con ampio portale d’ingresso, cortile e scala a doppia rampa attraverso la quale si accede al piano nobile. L'importanza del maniero altavillese deriva anche dalla tradizione che vuole che il palazzo divenne per un breve lasso di tempo la residenza di Andrea I De Capua e della consorte Costanza di Chiaromonte, ex moglie del re Ladislao».

«Il Palazzo Comitale sviluppa su due livelli. L'ingresso principale è decorato da un importante portale in pietra vesuviana scolpita con motivi floreali e cornucopie da artigiani toscani, che realizzarono anche tutte le finestre a croce guelfa e le porte, decorate appunto in stile toscano. Al centro di ogni architrave vi è uno scudo con gli stemmi dei diversi titoli della Famiglia De Capua. All'interno è possibile ammirare un cortile lastricato da cui si raggiunge "un terrazzato belvedere", ed il piano superiore con i suoi ambienti signorili. A pianterreno, vi sono un arcone in stile catalano, ed una piccola Cappella, detta di “Santa Croce”). Abbandonato per un lungo periodo, il Palazzo - che è stato utilizzato nei secoli come carcere, lazzaretto e sede locale della scuola elementare - è considerato uno degli esempi più rappresentativi del rinascimento campano».

http://www.sguardisullirpinia.it/luoghi/126/Palazzo-Comitale - http://www.ottopagine.it/av/daicomuni/8092/palazzo-dei-conti-de-capua...


Andretta (resti del castello normanno)

  Dal sito www.irpinia.info   Dal sito www.irpinia.info

«Il comune di Andretta è situato nella Valle dell'Ofanto e sorge a 840 metri di altezza. Il nome Andretta, dal greco Andreikta, compare per la prima volta in un documento del 1124. In epoca normanna venne costruita una fortezza nel punto più elevato dell'abitato. Famiglie di rilevo a cui è appartenuto il borgo sono gli Zurolo (1347-1426), i Caracciolo (1426-1623) e gli Imperiale (1631-1806). Della fortezza edificata in epoca normanna oggi non rimane più nulla. Sui ruderi della fabbrica nel XVI secolo fu costruito un palazzo baronale. Completamente abbandonato, i resti del Palazzo sono stati inglobati nella Chiesa Madre» - «Del Castello, la cui origine tardo-longobarda o normanna è disputata, resta soltanto il sito, nel punto più elevato di Andretta, da cui si gode un fantastico panorama. Le due immagini si riferiscono alla vegetazione che ricopre, unitamente a terreno di riporto, degli archi del Castello, stando alla testimonianza di un cortese Andrettese. La seconda immagine mostra la parte del Castello che era denominata "Fortezza"».

http://www.castellidirpinia.com/andretta_it.html  http://www.irpinia.info/sito/towns/andretta/castello.htm


Ariano Irpino (castello normanno)

Dal sito http://comunediariano.it   Foto di lps77, dal sito www.ilmeteo.it   Dal sito www.labtv.net   Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito http://arianoalcentro.blogspot.nl

«"Essere esta Ciudad la cabeza mas populosa, unica de Demanio dentro de la provincia del principato Ultra, de summa importancia para el Reyno de Naples; plaza desarmas, munida de anriquamente con castillo muis grande con valguardas, fossos, muros y otros fortinos, que non solamente sierve de riparo de a quella provincia, ma des otras, che tien oblicacion a su reparo, quando el reyno fuosse occupado des armas eneimgos, loque dios non quiera". Il documento del Consiglio di Castiglia al tempo di Filippo IV di Spagna e di Napoli (cfr. Vitale, Storia della Regia città di Ariano e sua Diocesi, Salomoni - Roma 1794) descrive Ariano, città molto popolosa, unica nelle Provincia del principato Ultra e di grande importanza per il regno di Napoli, con piazza d'armi e con un antico castello di non facile espugnazione, munito di torri di avvistamento, fossati a secco, mura e fortini, il quale non serve soltanto da difesa a quella provincia, ma soprattutto è il baluardo del regno, allorquando fosse minacciato dalle armi nemiche. Il castello edificato in una posizione strategica e di difficile accesso, circondato da barriere naturali, scoscendimenti e dirupi, domina le valli dell'Ufita, del Miscano e del Cervaro, e, dalla sommità, le cedette spaziavano nel vasto giro dell'orizzonte, da un lato verso i territori beneventani e di Montefusco, dall'altro verso la piana di Camporeale e le gole pugliesi. Non solo l'asprezza del luogo e la robustezza delle solide mura lo resero impenetrabile, quanto la intrigata rete di vie sotterranee, che scorreva al di là delle mura (Madonna di Loreto, Guardia e Pasteni). E la storia dei lunghi assedi ne dà atto; lo stesso re Ruggiero nel 1139 assediò la città, ma ben presto si convinse che il castrum era imprendibile, tolse l'assedio e l'ira lo indusse a devastare tutto ciò che incontrava durante la ritirata, anche se nel 1140 entrerà in Ariano come possessore.

Ha forma trapezoidale, munito di quattro torri troncoconiche, comunicanti tra di loro tramite corridoi che si aprono lungo le mura perimetrali. Alla sommità sfida il tempo l'antico rudere del mastio, da cui, come asseriscono antichi autori, si scorgeva attraverso la gola di Monteleone, il Golfo di Manfredonia. I muri di cortina sono muniti di contrafforti, ora interrati, che partendo dall'attuale piano di calpestio, terminano a circa sei metri sul punto iniziale della scarpa, come da saggi condotti sul lato Sud-Est (lato prospiciente al monumento del Parzanese), durante il primo restauro. Le torri sono composte di due vani, uno superiore e l'altro inferiore, che prendono luce ed aria da bocchettoni cilindrici o talvolta biconici. Ancora visibili le caditoie, intercalate dagli orecchioni, questi ultimi usati per le comunicazioni rapide fra le milizie operanti lungo le merlature e le postazioni nei piani sottostanti. La metà dell'attuale fortezza è interrata e, chi visita la torre Est, a cui si accede nel piano inferiore tramite due rampe di scale, si accorge di trovarsi al di sotto del livello stradale. Nel vano interrato si aprono tre ambienti, con postazioni a semiluna, con feritoie per colubrine medie passavolanti, le cui gittate erano "radente uomo". Sul lato Sud, tra la torre della Madonna degli Angioli e quella si S.Elziario, così denominate dalla tradizione, si apriva nella prima cinta, un primo ingresso con fossato e ponte levatoio, e nella seconda, la porta principale con secondo fossato ed altro ponte levatoio. Infatti l'inventario dei beni esistenti nel castello, redatto nel 1585 (Prot. di Not. Giovanni Francesco Attanasio; vedi Vitale op.cit), porta: "In primes uno Ponte rutto e fracassato / in lo primo ingresso con ligname fracido, / e quasi inaccessibile. / Item un altro Ponte nella Porta principale, / di detto Castello. similmente rotto, / et marcito et quasi inaccessibile"».

http://www.comune.ariano-irpino.av.it/ariano/castello.htm (a cura di Nicola D'Antuono, da Progetto Itinerari Turistici Campania Interna. La Valle del Miscano, vol. II, Poligrafica Ruggiero, Avellino dicembre 1995)


Atripalda (mura, resti del castello Truppualdo)

Antiche mura urbiche, dal sito http://mapio.net   Mura di età romana ritrovate nel centro di Atripalda, dal sito www.irpinianews.it

«...l'intero centro antico di Atripalda, dalla caratteristica struttura urbanistica medioevale, è da considerarsi perduto. Sino alla fine del '700 esso era ancora chiuso da mura, nelle quali si aprivano cinque porte: Porta di Susa alli Fossi; Porta del Seggio; Porta di Capo la Torre; Porta di Santa Maria delle Grazie e Porta della Piazza. ... Per l'imporatanza avuta nella storia medioevale e moderna di Atripalda un discorso particolare meritano il castello medioevale e il vicino palazzo Caracciolo. Al castello medioevale si sale imboccando una "cupa" immediatamente fuori dell'abitato, lungo la strada provinciale per Serino, tra il bel palazzo settecentesco dei baroni Belli, ora abbattuto dal terremoto, e la massiccia mole cinquecentesca del palazzo ducale dei Caracciolo. Proprio al vertice della collina, tra i castagni ed una folta vegetazione selvatica, affiorano i superstiti avanzi del castello. I ruderi avvolgono concentricamente la vetta e, data la folta vegetazione, è alquanto arduo inoltrarsi tra i rovi e le mura diroccate per tentare di riconoscere la struttura del fortilizio. Esso era costituito da un robusto muraglione di cinta, superato il quale si accedeva ad un angusto cortile interno, dominato dal torrione centrale, di cui avanzano cospicue vestigia, e che era la residenza del castellano e degli armigeri, oltre a costituire il fulcro nevralgico di tutto il complesso difensivo. A questo sommario schema generale è pressoché impossibile tentare di aggiungere altri dati per una più dettagliata ricostruzione delle strutture del maniero, che comunque era forte più per posizione naturale che per altre difese. Le mura sono formate da blocchi di tufo cementati da una malta durissima, alternati qua e là a frammenti di laterizi e di altri materiali di riporto, provenienti da un edificio preesistente e più antico. Questo dovette con molta probabilità essere il tempio di Diana della vicina Abellinum. ...

II castello, per i materiali e le tecniche di costruzione, si rivela come opera del tardo periodo longobardo, e quindi risalente intorno al Mille. Molto probabilmente, a ristrutturarlo e ad erigerlo di pianta fu quel Truppoaldo Racco, della famiglia dei conti longobardi di Avellino, che, pochi anni dopo il Mille, eredità la parte orientale della contea, al di là della riva destra del Sabato, e dal quale avrebbe poi preso nome il borgo che si sviluppò ai piedi del castello, intorno all'antichissimo "specus" dei martiri cristiani di Abellinum. La funzione strategica assolta dal castello nei secoli XI-XV fu quanto mai importante. Esso infatti dominava, da una fortissima posizione naturale, l'alta valle del Sabato ed il sistema viario che l'attraversava. In particolare, le due importanti strade che collegavano la valle del Sabato a quella del Calore, quella "montellese" attraverso Serpico e Volturara e quella "napoletana" attraverso Candida e Lapio, venivano a cadere sotto il controllo del castello di Atripalda. Coinvolto nelle lotte che videro contrapposti gli Orsini ai Caracciolo durante il regno di Giovanna II d'Angiò (1414-1435), e poi valido baluardo di Orso Orsini contro Ferrante d'Aragona nel 1460-61, il castello venne però nettamente superato, alla fine del '400, dall'evoluzione della strategia e dei sistemi di fortificazione. La posizione troppo isolata e decentrata rispetto al centro abitato, la ristrettezza del suo circuito difensivo e la sua vulnerabilità alle offese delle artiglierie avevano ormai ridotto il vecchio maniero a poco più di un posto di osservazione e di un avamposto fortificato. ...».

http://atripalda.homeip.net/storiapersonaggi/storiabarra/Il%20patrimonio%20storico-artistico.html


Atripalda (palazzo Caracciolo)

Dal sito http://la-magica-atripalda.blogspot.com   Dal sito http://giornalelirpinia.it   Dal sito www.campaniaoggi.it

«...Coinvolto nelle lotte che videro contrapposti gli Orsini ai Caracciolo durante il regno di Giovanna II d'Angiò (1414-1435), e poi valido baluardo di Orso Orsini contro Ferrante d'Aragona nel 1460-61, il castello venne però nettamente superato, alla fine del '400, dall'evoluzione della strategia e dei sistemi di fortificazione. La posizione troppo isolata e decentrata rispetto al centro abitato, la ristrettezza del suo circuito difensivo e la sua vulnerabilità alle offese delle artiglierie avevano ormai ridotto il vecchio maniero a poco più di un posto di osservazione e di un avamposto fortificato. I suoi angusti e scomodi locali, inoltre, mal si prestavano ad ospitare i feudatari, specie quando dal 1564 Atripalda passò in possesso dei Caracciolo, principi di Avellino e duchi di Atripalda, che erano potenti e fastosi signori, circondati da una vera e propria corte. Abbandonato quindi per sempre il vecchio castello, nella seconda metà del secolo XVI i Caracciolo edificarono, ai piedi della collina, un nuovo ed imponente palazzo. L'edificio, ancora integro nella purezza della sua severa linea tardorinascimentale, è a pianta rettangolare e si sviluppa su due piani, venendo segnato al piano superiore da un maestoso ordine di grandi balconate. Successivamente, all'originaria ala cinquecentesca ne fu aggiunta un'altra, sviluppantesi longitudinalmente alla prima. A legare armonicamente le due ali ne fu eretta una terza, leggermente arretrata rispetto alle altre due. Quest'ala centrale si sviluppa su di un imponente porticato in travertino, all'interno del quale era posta una fontana monumentale, di cui avanzano oggi solo pochi elementi. A ristrutturare l'intero complesso architettonico ed il parco fu, come ricorda un'epigrafe, il principe Giovanni Caracciolo nel 1787. Un vasto parco, arricchito di piante rare, fontane e giochi d'acqua, si sviluppava sia sul retro che sul prospetto principale del palazzo. In esso i Caracciolo collocarono con fine gusto una preziosa raccolta di epigrafi, di sculture e di vari reperti archeologici, provenienti in massima parte da Abellinum. Ormai cancellato nella sua parte anteriore, il parco è invece ancora ben conservato in quella posteriore, con la settecentesca disposizione dei viali a croce greca ed una grande fontana centrale. È qui anche visibile l'unica statua superstite dell'antica raccolta. Si tratta della poderosa e pregevole immagine marmorea di un Fauno, dalle forme marcatamente plastiche. Saccheggiato nel 1799 ed alienato a privati dopo l'abolizione della feudalità (1806), per il palazzo venne l'epoca della decadenza oscura e malinconica, dell'abbandono e della rovina, da cui non sono valsi a trarlo la sua grande rilevanza storico-artistica e la stessa dichiarazione di monumento nazionale, avvenuta con decreto del 30 aprile 1912».

http://atripalda.homeip.net/storiapersonaggi/storiabarra/Il%20patrimonio%20storico-artistico.html


Avella (castello longobardo)

Dal sito corrieredelmezzogiorno.corriere.it   Dal sito www.archeosa.beniculturali.it

«Il Castello – noto anche come "Castello di San Michele" per il Culto longobardo per l'Arcangelo - si erge a nord della città di Avella, antico ed importante centro di origine osco-sannita. L'imponente ed antica struttura si presenta come una felice sintesi delle tecniche costruttive militari adottate in Campania tra il VII e il XIV secolo. Da un punto di vista squisitamente strutturale, infatti, si può dire che il Castello di Avella rappresenta un sunto di tutte le tecniche costruttive medioevali: le torrette all'interno sono longobarde, quelle esterne normanne ed il "Maschio", o "Mastio", è svevo-angioino. In ogni caso, va rilevato che la costruzione sorse - nel VII secolo d.C. circa - ad opera dei Longobardi . Nonostante rappresenti – da un punto di vista storico e monumentale - uno dei complessi medievali più rilevanti della Campania, solo in anni recenti il Castello di Avella è stato oggetto di esplorazione sistematiche, grazie alla disponibilità di finanziamenti destinati alla realizzazione di un Parco Archeologico. Le indagini - condotte tra il 2000 e il 2001 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Salerno, Avellino e Benevento - si sono concentrate sulla Rocca allo scopo di definirne lo sviluppo planimetrico e di tracciare, su basi stratigrafiche, una periodizzazione delle sue fasi di occupazione. Alcuni studi consentono di presumere che sul vaso sito fosse presente anche un passaggio sotterraneo, in grado di collegare il Castello con la collina di fronte o, addirittura, con il cinquecentesco Palazzo Ducale, voluto dagli Spinelli quando questi decisero di abbandonare quell'edificio per risiedere in una dimora decisamente più prestigiosa. Il complesso monumentale del Castello di Avella occupa una collina dai fianchi scoscesi, situata sulla destra del Fiume Clanis. Il Castello domina l'accesso al valico che - dalla piana di Napoli - porta ad Avellino e, di qui, all'entroterra irpino ed alla Puglia. La sommità della collina (320 metri s.l.m.) - occupata dalle antichissime strutture della Rocca - appare dominata dalla mole di una Torre cilindrica su base troncoconica saldata alle imponenti strutture del donjon (un particolare tipo di torre difensiva alla francese). Infatti, l'antica Fortezza di Avella presenta due cinte murarie, le quali - sviluppandosi a diversa quota - cingono le pendici del colle e si ricongiungono sul lato settentrionale, alla base della Rocca.

La prima cinta, di epoca longobarda, ha una pianta ellittica ed abbraccia una superficie di circa 10.000 metri quadri: del circuito si conservano dieci semitorri (una è inglobata alla base dell'angolo settentrionale del donjon) delle quali cinque a sezione troncoconica, e quattro di forma tronco piramidale. Resti di una cisterna, di una stalla e di una Chiesa sono presenti nella parte più alta della collina. Recenti scavi hanno poi portato alla luce alcuni blocchi tufacei, probabilmente residui di una struttura templare di Epoca Romana dedicata a Ercole. La seconda cinta, a pianta poligonale, presenta una porta carraia nell'angolo sud-orientale e nove torri, tutte quadrangolari eccetto quella dell'angolo sud-occidentale della Fortificazione, a pianta pentagonale: la superficie racchiusa all'interno del circuito è di circa 21.000 metri quadri. Alcuni saggi esplorativi condotti nel 1987, in occasione di un intervento di restauro, hanno fissato la datazione del suo impianto al periodo normanno (XI-XII secolo), ed evidenziato l'esistenza di interventi di ristrutturazione nel corso del XIII secolo. Nell'area compresa tra le due cinte murarie, in forte pendio verso sud, sono visibili i resti di numerosi ambienti riferibili a strutture abitative; l'unico edificio conservato in elevato è una grande cisterna a pianta rettangolare, situata immediatamente all'interno della cinta muraria interna. La Torre-Mastio di epoca angioina, collocata vicino alla cortina settentrionale è a pianta circolare. Alta quasi 20 metri, esternamente si presenta come un cilindro massiccio impostato su una base troncoconica compatta, con la superficie aperta da scarse finestre e feritoie, parzialmente crollate. Internamente, la Torre presenta tre locali, situati uno sull'altro. Vi si accedeva dal Palazzo feudale, attraverso un angusto ingresso al livello del primo piano. La sala del piano terreno, adibita a magazzino e priva di luce, ha forma circolare ed è coperta da una cupola emisferica in cui è praticata un'apertura rettangolare. Questa botola è l'unico mezzo di comunicazione tra il piano terreno ed il primo piano, dove una seconda botola permetteva di passare con una scala lignea retrattile ai piani superiori. Sono crollati, invece, i solai del secondo e terzo piano. La sommità è comunque priva del coronamento con merlatura guelfa, visibile ancora negli ultimi anni del secolo scorso. La collina su cui sorge il Castello di Avella è stata teatro anche di ulteriori ed importanti ritrovamenti archeologici. Infatti, proprio tra le rovine del Castello fu rinvenuto, nel 1685, il famoso "cippus abellanus" , risalente al 150 a. C. circa ed attualmente custodito presso il Seminario Vescovile di Nola: trattasi di iscrizione in Lingua Osca recante la convenzione tra Abella e Nola concernente i terreni in mezzo ai quali sorgeva un comune Tempio di Eracle».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/37-il-castello-di-avella.html


Avella (palazzo ducale)

Dal sito www.comune.avella.av.it   Dal sito www.facebook.com/media/set/?set=a.210505922339154.54112.189478594441887&type=3

«Con la fine del Medioevo la vita si sposta di nuovo in centri ed il Castello viene restaurato da Pietro Spinelli, abbandonato ed adibito a carcere, mentre sorgono una serie di palazzi su quello che, nel periodo romano, era stato il Decumano Maior, oggi Corso Vittorio Emanuele. Sorge il cinquecentesco Palazzo Ducale, nel cui parco, nella cui struttura, disegnata da Vanvitelli intorno al 1766, c’era un platano; attualmente rimane solo il tronco, che ha pressapoco 400 anni, la cui circonferenza al colletto è di 14 metri» - «Va ricordato il Palazzo Ducale Alvarez De Toledo, palazzo, oggi proprietà del Comune di Avella, situato al centro del paese. Esempio di rara bellezza architettonica del XVI secolo, con un bellissimo giardino vanvitelliano, il Palazzo appartenne agli Spinelli, ai Cattanei, agli Orsini e ai Colonna. Conservato egregiamente fino alla morte del suo ultimo proprietario, conte Alvaro Alvarez De Toledo, fu danneggiato dal sisma del 1980 ed attualmente è chiuso al pubblico».

http://www.prolococlanis.it/web/articles.asp?id=8 - http://www.asmenet.it/opencms/opencms/asmenet/avella...


Avellino (Casino del Principe)

Dal sito www.viaggioinirpinia.it   Dal sito http://cir.campania.beniculturali.it

«A pochi metri dai ruderi del Castello, proseguendo il cammino che da Avellino conduce in Puglia, un edificio semidiroccato ed in fase di restauro, dopo essere stato per lunghi anni disabitato, racchiude seducenti pagine di storia. Fino a non poco tempo fa la folta vegetazione soffocava quelle che furono onorate mura. Le mura, le cui origini sono fatte risalire alla committenza di Camillo Caracciolo, furono gettate verso il 1591. Il Casino del Principe sostituì il distrutto e sempre più fatiscente Castello di Porta Puglia. Il Casino, sebbene si presentava come un elegante palazzo, fu costruito come luogo d’accesso al sontuoso Parco retrostante, ricco di alberi, piante e fiori esotici. La fauna che viveva al suo interno consentiva una ricca ed una più abbondante cacciagione e la sua estensione arrivava fino a comprendere il territorio dell’attuale frazione Picarelli. Recenti rinvenimenti hanno portato alla luce pregevoli elementi di fattura rinascimentale che, sebbene sottoposti sotto l’attuale livello stradale, sono chiaramente riconoscibili come elementi ornamentali di un luogo di residenza nobiliare. La facciata uniforme conferisce al palazzo tratti di eleganza e sobrietà. L’edificio, che si sviluppa in due piani, conserva al piano terra quattro portoni in simmetria, i quali immettono ai locali terranei illuminati direttamente da altrettante aperture ogivali. Al primo piano una serie di balconi in ferro battuto testimonia i pregi e la raffinatezza artistica di quello che fu il Casino principesco sin dalla sua origine. Una fontana posta all’interno della corte, di forma semicircolare, reca motivi marini a forma di conchiglie. Il giardino, ricco di lussureggiante vegetazione nella collina retrostante, era raggiungibile da due porte poste accanto alla fonte. Completano la costruzione due portono che servivano da accesso alle scuderie e ai depositi. Dopo l’elevazione dal Palazzo del Largo, l’attuale palazzo della Provincia, nel 1761 il Casino di Porta Puglia fu adibito a pubblica locanda ove facevano sosta i viaggiatori. In una descrizione lasciata da un noto viaggiatore della prima metà dell’Ottocento, Cesare Malpica, autore di numerosi reportages su luoghi e costumi dell’Italia del suo tempo, apparsa su "L’Omnibus Pittoresco" nel 1841, ci mostra il Casino del Principe adibito a "Grande Albergo mobiliato". Anche altri documenti di alcuni decenni precedenti indicano tra la proprietà immobiliare del Principe di Avellino una "Taverna a Porta Puglia". Qui le vetture provenienti da Napoli e dirette a Foggia, Bari e altre località pugliesi, facevano sosta ed i viaggiatori trovarono ristoro nelle ampie sale, reduci da spossanti viaggi in carrozze, alla guida delle quali sedevano i vetturini che abitavano proprio nei pressi».

http://www.agendaonline.it/avellino/articoli/avellinocasinoprincipe.htm (a cura di Andrea Massaro)


Avellino (Palazzo della Dogana)

Dal sito http://cir.campania.beniculturali.it   Dal sito www.ilciriaco.it

«Il Palazzo della Dogana è un edificio, o meglio quanto resta di un antico edificio ubicato in Piazza Amendola (già Piazza Centrale), sovrastato dalla presenza della Torre dell'Orologio e fronteggiato dall'Obelisco di Carlo II d'Asburgo. L'edificio, già emporio commerciale, da cui il nome di Dogana, già esisteva nel 1007, anche se non ne conosciamo la data di edificazione. Fu, comunque, uno dei primi edifici pubblici della rinnovata Avellino e sin dal Medioevo, rappresentò un'importante struttura per la cittadina, dato che l'abbondanza di merci (cereali e legumi) che vi passavano, richiedeva la presenza di tanti dipendenti (un centinaio). Svolse in pratica le funzioni di "Borsa merci", visto che vi si formavano i prezzi da praticare anche su altri mercati e fu sede di importanti Fiere, come quella di S. Modestino, che si teneva il 29 e 30 maggio, e quella di S. Maria Assunta, il 14 agosto. Il mercato settimanale nei giorni di martedì e sabato, che oggi sopravvive, anche se in altro luogo, veniva effettuato nella piazzetta antistante il Palazzo della Dogana. L'iscrizione in latino sulla facciata del Palazzo della Dogana che fa riferimento al Principe Marino Caracciolo Il feudatario Francesco Marino I Caracciolo, quarto Principe di Avellino, durante il XVII secolo, fece abbellire la città dall'artista di Clusone, Cosimo Fanzago. Uno degli interventi interessò proprio la Dogana, che 1657, venne restaurata in stile barocco, abbellita e ricoperta da nicchie e lunette dove alloggiare statue classiche, busti in marmo. Sull'iscrizione riportata nel riquadro al centro della facciata si legge: "VETUSTATE PENE COLLAPSAM / HANC CERERIS ARCEM / NE GRASSANTE LUE / GRASSARETUR ET FAMES / ELEGANTIUS INSTAURAVIT / FRANCISCUS MARINUS CARACCIOLUS". Gli altri riquadri contenevano nicchie dove erano sistemati i busti in marmo raffiguranti Augusto, Adriano, Antonino Pio e Pericle. Erano presenti in altre due nicchie una bellissima statua di Venere, scultura greca di scuola prassitelica ed ovviamente, in posizione privilegiata, quella del committente, il principe Marino I Caracciolo in armatura cinquecentesca. Ai lati della porta centrale, si trovavano Diana ed un Efebo, sull'attico una Niobide ed Apollo. Il tremendo terremoto del 1732 causò il danneggiamento di numerose statue che adornavano il Palazzo. Già l'abolizione dei diritti feudali (2 agosto 1806) aveva avviato la decadenza della Dogana, che subì il "colpo di grazia" col trasferimento in altro sito delle attività ad essa in precedenza facenti capo. Alla fine del XIX secolo, la Dogana si presentava come "un grande edifizio di rozzo e bruno aspetto, ma ornato di marmi e statue imperiali, fra cui quelle di Nerone, Caligola, Commodo e un Apollo che suona la lira, creduta di greco scalpello". Nel principio del XX secolo, il Palazzo venne comprato da privati, per ospitare successivamente i locali del Cinema Umberto, finché, il 17 novembre 1992 un incendio distrusse l'interno, lasciando in piedi solo le pareti perimetrali. Oggi nulla resta delle statue, alcune asportate ...., altre, sembra (e speriamo) messe al sicuro».

http://www.irpinia.info/sito/towns/avellino/dogana.htm


Avellino (ruderi del castello longobardo)

Dal sito www.avellinomagazine.it   Dal sito www.nobili-napoletani.it

«I ruderi del Castello di Avellino, detto anche Castello Longobardo, sorgono sulla piazza omonima, nella parte meno elevata della città. è quanto resta dell’edificio costruito in epoca longobarda, forse a cavallo fra il IX e il X secolo. Il Castello fu dimora dei feudatari che governarono Avellino e, nel corso dei secoli, ha subito numerosi assedi – famoso quello delle truppe di Alfonso d’Aragona, nel 1436 – e ha ospitato gastaldi e imperatori, tra cui Lotario ed Enrico VI, sovrani di Napoli, di casa d’Angiò e Aragonesi. Nel 1130 l’antipapa Anacleto II qui incoronò il normanno Ruggiero, nominandolo re di Sicilia e di Puglia. Nel Cinquecento il Castello ospitò letterati famosi, quali Bernardo Tasso, Luigi Tansillo e Ortensio Lando. Nel Seicento, l’edificio fu trasformato in reggia e divenne dimora dei principi Caracciolo: in particolare, furono abbattute le torri e le merlature e fu creato il meraviglioso parco tutt’ora esistente. Il parco, dotato di un lago artificiale e di una riserva di caccia, era considerato una delle meraviglie del Regno di Napoli. Sempre nel Seicento, il principe Marino II Caracciolo istituì nel Castello l’Accademia dei Dogliosi. La sontuosa dimora fu demolita all’inizio del Settecento, nel corso della guerra di successione spagnola: i Caracciolo si trasferirono allora in un nuovo palazzo, che sorge in Piazza Libertà. Attualmente il Castello è sottoposto a lavori di restauro e conservazione».

http://guide.travelitalia.com/it/guide/avellino/castello-di-avellino/


Avellino (torre dell'Orologio)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.avellinomagazine.it

«La Torre dell'Orologio, simbolo di Avellino, è un bel monumento in stile barocco che sovrasta la Piazza Amendola, dove si trova il Palazzo della Dogana, anche se la sua base è collocata dietro le palazzine che sporgono su tale Piazza, esattamente alla Salita dell'Orologio, nei pressi dell'ingresso delle Grotte longobarde. La torre è alta circa quaranta metri e presenta un basamento a bugne riquadre. In origine presentava due piani, con quello più elevato aperto. Successivamente, venne aggiunto un terzo livello dotato di un orologio a campane e della "diana" che suonava a martello in caso di pericolo. Disputata è l'origine della struttura. Stando alla Tradizione la Torre sarebbe stata edificata su di una preesistente rocca delle antiche mura di Avellino (precisamente su di una precedente torre di avvistamento a sua volta edificata su un precedente campanile). Invece, recentemente, si è ritenuto che la sua realizzazione avvenne nel XVII secolo, su progetto di Cosimo Fanzago, che si avvalse della collaborazione di Giovan Battista Nauclerio (presente in città all'epoca dell'edificazione). Data la sua altezza e la sua collocazione, la Torre dell'Orologio sovrastava gli edifici circostanti e la sua sommità è visibile da lontano, persino dalla fine del Corso Vittorio Emanuele II. Come tutti i monumenti secolari, la Torre dell'Orologio ha vissuto le conseguenze dei vari terremoti successivi alla sua costruzione, nel XVII e XVIII secolo. Perciò, venne restaurata nel 1782, impiegando danaro pubblico, secondo quanto recita una lapide, dove si leggono i nomi del Sindaco, Pietro Rossi, e dell'Architetto, Luigi Maria de Conciliis Conciliis. La sommità della Torre crollò a seguito del terremoto del 23 novembre 1980, il che rese necessario un restauro ricostruttivo».

http://www.irpinia.info/sito/towns/avellino/torreorologio.htm


Bagnoli Irpino (castello Cavaniglia)

Dal sito www.palazzotenta39.it   Dal sito www.bagnoli-laceno.it   Dal sito www.museodeicastelli.it

  

«Nel paese sono presenti due castelli. Il primo è di origine longobarda, eretto intorno all'870, quando fu diviso il principato di Benevento con quello di Salerno; il secondo è di origine normanna, uno dei pochi esistenti in Europa, datato tra il 1050 e il 1100. Oggi restano mura ben visibili e ben conservate (anche oggetto di restauro)» - «Situato sulla sommità del colle Serra, in posizione dominante sull'Alta Valle del Calore, il castello si presenta come un'imponente e robusta costruzione quadrangolare. Non vi è una data certa relativa alla costruzione dell'edificio, anche se il Sanduzzi attribuisce l'edificazione o la riparazione di un non meglio definito castello presente nell'area al tedesco Diepold Von Schweinspeunt, giunto in Italia nel 1191 al seguito di Enrico VI. L'impianto normanno della costruzione, tuttavia, induce ad anticiparne di molto la data della fondazione, attribuendola alla famiglia degli Altavilla. Il maniero, dopo essere stato proprietà di diverse famiglie, attraversò il periodo di massimo splendore sotto la signoria dei Cavaniglia, di cui ancora oggi reca il nome. Il castello fu da essi trasformato in residenza gentilizia e dotato di un'imponente torre quadrata, con un corpo avanzato sul lato nord-ovest, che rappresenta la parte meglio conservata della struttura. Il complesso aveva un'altezza di 20 metri ed era strutturato su tre livelli costruiti direttamente sulla nuda roccia, all'interno dei quali vi erano 24 vani. Fino alla seconda metà del XIX secolo nel maniero dimorarono diverse famiglie indigenti del luogo; successivamente il sito cadde completamente in rovina e fu abbandonato. I ruderi superstiti stanno per essere riportati all'antico splendore grazie ad un profondo intervento di restauro attualmente in corso».

https://it.wikipedia.org/wiki/Bagnoli_Irpino#I_castelli - http://www.museodeicastelli.it/castelli/29-bagnoli-irpino-castello-canaviglia.html


Bagnoli Irpino (palazzo della Tenta, torre Civica, palazzi gentilizi)

Palazzo della Tenta, dal sito www.grantourinirpinia.it   Torre Civica, dal sito www.bagnoli-laceno.it   Palazzo Pescatori, dal sito www.bagnoli-laceno.it

«Questo palazzo storico, oggi sede della pinacoteca, della biblioteca e della Pro Loco, è stato anche sede comunale fino al 1997. Fatto erigere verso il 1500 per volontà dei Conti Cavaniglia, signori di questa terra, per impiantarvi una tintoria per l'industria tessile, attività artigianale all'epoca molto fiorente a Bagnoli Irpino, era indicato come Palazzo della Tenta e fu acquistato successivamente dal Comune e da allora ne divenne la sede. Sulla facciata si possono ammirare diverse lapidi e il busto in bronzo dell'artista bagnolese Michele Lenzi, stimato pittore e sindaco benemerito. Il palazzo si sviluppa su due piani: la biblioteca e la pinacoteca si trovano, rispettivamente, al primo e al secondo piano dell'edificio, al piano terra, attualmente, sono sistemate le sede della Pro Loco e quella dell'Informagiovani, rispettivamente a sinistra e a destra del portone di ingresso. ... La Torre Civica, comunemente detta Torre dell'orologio, è una costruzione del XV secolo. Alla base c'è la Fontana del Gavitone, fa ad angolo con la Casa della Corte, sulla facciata c'è la meridiana, e una lapide che riporta due versi di Orazio:"L'anno e l'ora che rapisce l'almo giorno, ammuniscono a non sperare in cose mortali". Più sotto al di sopra delle cannelle c'è uno scudo gentilizio che riunisce gli stemmi di tre famiglie: Cavaniglia, Orsini e Caracciolo. Il piazzale davanti alla fontana era l'antico centro del paese. Sul lato ovest c'è una suggestiva pianta di carpine del circa 300 anni sorta nel muro. ... Palazzi gentilizi. Palazzo Pescatori. A Bagnoli Irpino vi sono diversi palazzi gentilizi, che hanno conservato elementi della struttura originaria. Come Palazzo Pescatori, sito di fronte alla piazza principale del paese. Ha conservato la corte interna ed i portali in pietra con decorazioni. Altri edifici. A Bagnoli Irpino sono molti i portali decorati con gli stemmi del casato a cui appartiene o è appartenuto il palazzo. Inoltre le decorazioni sono spesso a motivi classici o con figure grottesche, come nel caso del portale di via Pallante».

http://www.bagnoli-laceno.it/bagnoli/pagina.php?pag=2&subpag=3 - ...subpag=6 - ...subpag=9


Bisaccia (castello Ducale)

Dal sito www.comune.bisaccia.av.it   Dal sito www.residenzedepocacampania.it

  

«I primi documenti che attestano la sua esistenza sono di epoca normanna, anche se già i Longobardi intorno alla seconda metà dell'VIII secolo avevano costruito una primitiva fortezza. Sotto i Normanni Bisaccia divenne un feudo governato da un feudatario e vi fu praticato il pastinato, che diede tra l'altro il nome a una frazione di Bisaccia, Pastina. Il pastinato fece sì che il castello di Bisaccia divenisse un centro di popolamento intorno al quale sorgevano nuove abitazioni, favorendo tra l'altro la diffusione della piccola proprietà contadina. Nel 1198 un potente sisma distrusse il castello. In seguito al matrimonio tra la regina dei normanni Costanza d'Altavilla e l'imperatore Enrico VI, le corone di Sicilia e del Sacro Romano Impero vennero unificate nelle mani di Federico II, re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore. Nel 1246 il Signore di Bisaccia Riccardo I venne privato del suo feudo dall'Imperatore Federico II in quanto reo di congiura. Federico II ricostruì il castello, usato come personale dimora di caccia ma anche come luogo di incontro dei protagonisti della scuola poetica siciliana, da lui istituita. Alcuni elementi dell'edificio sono infatti di architettura tipicamente sveva, come la torre quadrata (che raggiunge i 12 metri di altezza e 8 di larghezza) e il grande loggiato che rifinisce il poderoso bastione difensivo. In questo castello soggiornò Torquato Tasso nel 1588, ospite dell'allora feudatario Giovan Battista Manso, letterato rinascimentale che animava le sale del castello con banchetti culturali. La struttura, persa la sua funzione militare e difensiva e divenuta residenza gentilizia, ospitò nel XVII secolo anche il primo Duca di Bisaccia, Ascanio Pignatelli. A testimonianza di ciò sul portone è conservato lo stemma della famiglia Pignatelli d'Egurant che tenne il castello dalla fine del XVI agli inizi del XIX secolo. Fu gravemente danneggiato dai terremoti del 1300, del 1694, del 1930 e del1980. La sua struttura muraria è costituita da grossi ciottoli fluviali misti a blocchi di calcare squadrati e malta durissima. Nel castello sono presenti una cisterna con depuratore e tubi fittili, per il deflusso delle acque e le rovine di una piccola chiesa absidata. Oggi è stato completamente restaurato. Di proprietà comunale, ospita il Museo Civico Archeologico che, per qualità ed importanza dei materiali esposti, è ritenuto uno dei più importanti del Mezzogiorno d’Italia. In esso sono custoditi i resti della Principessa di Bisaccia risalenti all’età del ferro».

http://castelliere.blogspot.it/2011/09/il-castello-di-mercoledi-14-settembre.html


BONITO (castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito http://cittadibonito.blogspot.it

«Il Castello di Bonito, di epoca Normanna, risale ai primi anni dell'XI secolo, edificato a protezione delle valli dell'Ufita e del Calore. Si trattava di una piccola struttura a pianta quadrangolare con un ponte levatoio posizionato su di un fossato e una torre posizionata a Nord. Distrutto dal terremoto del 1125 venne ricostruito pochi anni dopo e ampliato poi nel XV secolo; durante questi lavori furono innestate quattro torri angolari cilindriche a base lievemente scarpata con interposte cortine murarie in pietrame misto legato a forte malta cementizia. Verso la metà del XVI secolo, la struttura perse l'originaria destinazione militare per assumere quella di residenza. Oggi restano solo due torri visibili, le altre furono demolite dai sismi del 1702 e del1980. Dopo questi eventi il castello venne danneggiato in maniera evidente tanto da non riuscire più a recuperare le sue fattezze originarie, infatti, alcune parti della fortificazione sono state riedificate mentre altre sono state inglobate ad altre costruzioni limitrofe modificandone per sempre l'aspetto. All'interno della torre che si apre su piazza del Municipio, si conservano lungo le pareti circolari e l'ampio soffitto ligneo antiche pitture di probabile epoca seicentesca. ...».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/31-bonito-castello-normanno.html


Borgo (ruderi del castello longobardo)

Dal sito www.montorosuperiore.com   Dal sito www.terredicampania.it

«Situato a circa 320 metri sul livello del mare, alla frazione Borgo, nei pressi della chiesa di San Pantaleone, si trova il monumento forse più importante di Montoro, il castello longobardo. Di esso ci restano oggi solamente dei ruderi, sufficienti però a svelarci tutta la maestosità e la bellezza che caratterizzava l'edificio feudale. Si tratta di un'imponente fortificazione costruita dai longobardi per proteggere i confini dei Principati di Salerno e di Benevento, nominata per la prima volta in un documento del 1022, ma la cui esistenza è accertata già secoli prima. Abitato nell'867 da Guaiferio, il castello passò nel 987 nelle mani del conte Malefrat e di altri conti longobardi. Appartenne poi ai normanni, in particolare alla famiglia Sanseverino, e successivamente alla famiglia Zurlo. Dal 1555 fino alla seconda metà del XVIII secolo appartenne ai Di Capua, fino all'abolizione dei diritti feudali nel 1806. Il castello sorge nel punto più alto della collina su un banco di roccia, ha un impianto rettangolare con un cortile quadrato e torri angolari. Gli ambienti del lato est, probabilmente la parte residenziale, sono quelli meglio conservati» - «Il castello è situato a 320 mt. s.l.m. sulla collina che sovrasta il casale Borgo di Montoro. È perfettamente visibile da chi percorre la superstrada SA-AV in direzione Avellino. In linea d'aria - per antichi motivi strategici - il castello di Montoro è in asse, sia visivo che altimetrico, con il castello di Mercato San Severino. Quest’ultimo è posto sulla collina del Palco e si sviluppa per 10 ettari che vanno dai 365 mt. del “Palatium” ai 250 mt. sul livello del mare della “torre aragonese” di forma rotonda. Mentre la fortificazione di Mercato San Severino è leggibile nel perimetro murario e può essere raggiunta attraverso sentieri sterrati e pedonali abbastanza curati, il castello di Montoro pur usufruendo di una carrozzabile che termina presso il vicino Santuario di San Pantaleone non è altrettanto godibile (e visitabile) nel suo recinto fortificato. Il frequentato Santuario e l’attiguo castello sono raggiungibili anche dal villaggio di Borgo tramite un agevole sentiero pedonale a gradoni adattato a suggestiva Via Crucis. La lettura storica del sistema fortezze della zona peggiora considerando un solitario bastione (l'unico rimasto) del castello di Solofra che, a sua volta, a guardia del passo del Montepergola era in contatto tramite segnali con i castelli di Montoro e Ferrari (quest'ultimo ben tenuto e di facile accesso). Lo spurio torrione di Solofra appare squallido dalla superstrada come ultima sentinella di un castello sgretolatosi negli ultimi tempi in quanto finanche incastrato in una cava attualmente in disuso. Il castello di San Severino era in comunicazione con quello di Nocera in una lunga linea difensiva su cui è ricalcato il tracciato ferroviario Tirreno-Adriatico via Cancello, attraverso l’Irpinia e la Lucania. Il castello di Montoro è servito dalla stessa ferrovia in quanto una lunga galleria ne attraversa la collina su cui è posto. Il sito, rispettando lo sfondo delle selve, potrebbe essere attrattivo con l’opportuna integrazione tra le diverse viabilità. Comunque il sistema difensivo di circa 200 castelli che costellano il territorio da Molfetta a Caserta, secondo l'imperatore Federico II di Svevia avrebbe dovuto difendere il suo reame di Napoli e Sicilia dalle invasioni, ma così non fu. Pertanto al viaggiatore che discenda la superstrada SA-AV da Fisciano verso Montoro, o che comunque - per diletto, turismo o studio - segua la linea dei castelli federiciani, basterà un distratto sguardo per valutare lo stato di conservazione dei manieri che vanno dal rudere al ripristino secondo criteri non oggettivi (ovviamente dal punto di vista storico e paesaggistico)».

http://www.montorocrea.it/montoroinvolo/castello.php - http://www.montorosuperiore.com/storiadimontoro/castello...


Calitri (castello, palazzo baronale Mirelli)

Dal sito www.agendaonline.it   Dal sito www.incampania.com   Dal sito www.calitritradizioni.it

«Raggiungendo il punto più elevato della collina su cui insiste Calitri, la vista è colpita da un enorme ammasso di ruderi ed edifici in restauro, che costituiscono ciò che rimane del Castello medioevale e del Palazzo baronale Mirelli. Lungo ciò che prima del terremoto del 23 novembre 1980 rappresentava il cuore del paese, Corso Matteotti, tra i ruderi delle abitazioni distrutte venne scoperta una torre, che ha formato oggetto di restauro, che faceva parte delle mura del Castello. Sicuramente già eretto nel XIII secolo, in quanto indicato negli "Statuta officiorum" del Regno svevo pubblicati dal Winckelmann, il Castrum Calitri, nel 1240, allora di pertinenza imperiale sveva, venne restaurato e potenziato, nel quadro del rafforzamento delle strutture difensive dell'Italia meridionale, secondo la volontà dell'Imperatore Federico II di Svevia. Ciò spiega perché durante la successiva dominazione angioina il citato castrum era uno dei fortilizi difensivi efficienti (una quarantina) rientranti nel "Principato e Terra Beneventana". Nel 1276, il Re Carlo d'Angiò concesse il Castello al Barone di Fleury. La struttura andò poi ai Del Balzo e, nel 1304, ai Gesualdo, che lo tennero fino all'estinzione del Casato, avvenuta nel 1629 con la morte di Isabella. I Gesualdo elessero il Castello a loro residenza, che migliorarono ed ampliarono, sottoponendolo a continui lavori di manutenzione e restauro, anche per porre rimedio ai danni provocati da diversi terremoti succedutisi tra il XVI e XVII secolo, e particolarmente in relazione a quello devastante del 1561, che dissestò l'intero paese, quando era feudatario Luigi IV Gesualdo.

Nel XVII secolo, il Castello andò ai Ludovisi, i quali, nel 1676, lo cedettero, unitamente ai feudi di Calitri, Castiglione e S. Maria in Elce, ai nuovi feudatari Mirelli. Prima della fine del XVIII secolo, proprio i feudatari Mirelli incaricarono il Chianelli di procedere ad una valutazione della struttura e dei danni da questa riportati a seguito dei terremoti del 1688 e del 1692, che non dovettero essere eccessivi, se dalla relazione estimativa risultò che si trattava di una "bella macchina di fabbrica". Ciò doveva corrispondere alla realtà, visto che anche D. Castellano, che visitò il Castello nel 1691, nella Cronica conzana esaltò la bellezza e la sicurezza della struttura, cinta da mura, quattro porte, due ponti levatoi e centinaia di stanze. Il drammatico terremoto dell'8 settembre 1694, rase quasi completamente al suolo il Castello, oltre a provocare danni diffusi nel paese e circondario (i morti furono circa 300 e migliaia i feriti). Tale drammatica circostanza, persuase i superstiti feudatari Mirelli ad abbandonare definitivamente il vecchio sito, ormai ridotto ad un ammasso informe di ruderi, e riedificare un palazzo gentilizio po Palazzo baronale, detto Palazzo Mirelli, in posizione meno elevata, non lontano dal Monastero delle Suore Benedettine e della Chiesa Madre di S. Canio. Pertanto, restiamo dubbiosi sulla rappresentazione del Castello di Calitri, che, nel 1702, fece il Pacichelli ne "Il Regno di Napoli in prospettiva", che rappresentò una struttura difensiva ben fortificata con agli angoli quattro imponenti torri, nel senso che è difficile ipotizzare, a soli otto anni dal drammatico terremoto che l'aveva raso al suolo, la ricostruzione del Castello, fermo restando, per quanto già detto, che il sito era stato abbandonato in favore di uno più a valle. Comunque stiano le cose, i Mirelli furono titolari dei diritti sul feudo fino all'abolizione dei diritti feudali (1806). Sin dal XVIII secolo ed ancora di più successivamente, il Borgo Castello fu sottoposto a profondi interventi di modifica, che ne alterarono l'originaria configurazione. Ad aggravare le cose, intervennero ulteriori terremoti, di cui si ricordano per intensità quelli del 1910 e del 1980. Allo stato, tutta l'area è oggetto di profondi lavori di ricostruzione e restauro curati dalla Sovrintendenza di Salerno e Avellino».

http://www.irpinia.info/sito/towns/calitri/castello.htm


Caposele (ruderi del castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.irpinia.info

«Nell'XI secolo in località Oppido venne eretta una struttura difensiva, ben presto rifatta durante le dominazioni normanna ed angioina. Nonostante ciò, le condizioni del castello risultavano ancora precarie, verso il XIV secolo, quando feudataria risultava essere la famiglia Bellini. Interventi dei successivi feudatari dovevano aver migliorato notevolmente la struttura, tanto che in epoca aragonese, vi venne celebrato lo sfarzoso matrimonio di Margherita d'Aragona. Il tremendo terremoto del 1694 inferse il colpo mortale al castello, facendolo crollare in gran parte, lasciando in piedi solo un torrione e parte delle mura perimetrali. I successivi terremoti completarono l'opera di demolizione del castello, di cui oggi restano solo pochi trascurati ruderi, qualificabili come resti di un antico castello solo grazie alla presenza di un cartello turistico informativo. In mancanza, si sarebbe indotti a ritenere tali resti, residui di un vecchio edificio fatiscente» - «La prima notizia di un feudo a Caposele, e quindi di un probabile Castello, risale al 1160, in piena epoca normanna, quando ne era feudatario Filippo di Baldano. La costruzione del primo Torrione in quest'area, innalzato a difesa del territorio circostante, risalirebbe all'Anno 1000, di questo sito oggi restano solo alcuni ruderi. La storia racconta che nel 1079 il duca di Calabria, Roberto Guiscardo, aveva fatto bruciare messi e casolari nonché distruggere Torri e Castelli, successivamente sono entrati in possesso delle terre di Caposele i Baldano, Conti di Conza. Questi ruderi ed un torrione cilindrico sono le vestigia dell'antico castello medievale che nel 1375 è stato lo scenario delle nozze di Margherita d'Aragona, e che appartenne anche all'umanista napoletano Jacopo Sannazzaro».

http://www.irpinia.info/sito/towns/caposele/castello.htm - http://www.museodeicastelli.it/castelli/247-caposele-castello-longobardo.html


Capriglia Irpina (castello dei principi Carafa)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.avellinoturismo.it

«Il monumento più importante e rappresentativo di Capriglia Irpina - tranquillo borgo disteso su di un colle posizionato ai piedi del Partenio - è, senza alcun dubbio, "Palazzo Carafa", chiamato anche "Castello Carafa" in quanto - nel corso del XVI secolo - la famiglia Carafa fece costruire un sontuoso Palazzo residenziale proprio sulle rovine di un preesistente Castello medievale. Nel Medioevo, infatti, Capriglia Irpina fu Borgo fortificato: la prima citazione del luogo, e di un Castello nella zona, risale già al X secolo d.C. Edificato in posizione strategica a guardia dell'importante via di comunicazione che da Avellino portava a Benevento, il "Castello" o "Palazzo Carafa", visibile da ogni punto della Valle del Sabato, risale - come detto - al Cinquecento ed è delimitato da due Torri laterali a pareti concave che si affacciano su un ampio giardino al quale si accede attraverso un androne caratterizzato da un pregevole portale in pietra arenaria. Il complesso presenta un'imponente facciata sulla quale si aprono sei finestroni ad arco disposti simmetricamente su due piani ed un alto portale d'ingresso ad arco, che si raggiunge attraversando un giardino prospiciente. Il corpo centrale dell'edificio è delimitato dalle due torri di costruzione più tarda, dalla caratteristica merlatura guelfa e con semplici finestre rettangolari. Senza dubbio, il Castello dei Carafa di Capriglia Irpina costituisce una struttura notevole dal punto di vista architettonico, ubicata nella parte alta del centro storico di Capriglia, che risulta essere arroccato attorno al Palazzo ed alla vicina chiesa di S. Nicola, con i tipici vicoletti medioevali. Si ritiene che l'antica ed assai suggestiva struttura abbia dato i natali a papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, che qui sarebbe nato nel 1476. Nel corso dei secoli, il Castello è appartenuto a numerosi feudatari tra cui Ottimo Caracciolo, Niccolò d'Aquino e Maddaloni Diomede Carafa. Quasi sempre abitato, lo storico edificio è stato definitivamente abbandonato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Al piano superiore è ubicato un grande Salone che, fino al secolo scorso era decorato da artistici affreschi parietali (ora scomparsi) e dove, secondo la tradizione locale, dimorò per qualche tempo il già citato Gian Pietro Carafa».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/350-il-castello-dei-principi-carafa-di-capriglia-irpina.html


Casalbore (borgo, porta Fontana)

Dal sito www.terredicasalbore.it   Foto di casxakaduff, dal sito www.panoramio.com

«Il borgo di Casalbore era costruito all’interno di una cinta muraria medievale in cui si aprivano cinque porte d’accesso: ad est Porta Vallone, ad ovest Porta Beneventana, a Nord Porta Carrara, a sud Porta Fontana e a sud-est la Portella. Attraversando la corte del castello si giunge a Porta Fontana, situata in via Vittorio Veneto. Si presenta come una torre portaia a pianta tetragona con strutture portanti verticali in pietra ed un fornice a sesto acuto, in stile gotico. La zona compresa tra le due aperture non presenta tracce di una preesistente copertura, anche se è presumibile la presenza in passato di un solaio ligneo che consentisse l’uso dei livelli superiori alla porta come spazi abitativi. I due archi paralleli sono realizzati con una tipologia costruttiva differente: quello verso l’esterno presenta blocchi lapidei di dimensioni minori rispetto a quello sul lato rivolto verso il centro abitato. Questo secondo arco è formato da nove blocchi ed è sovrastato da una piattabanda e da un arco di scarico. I blocchi della soglia recano ancora gli incassi circolari per l’alloggiamento dei cardini delle porte di chiusura».

http://www.terredicasalbore.it/luoghi-darte/18-porta-fontana.html


Casalbore (castello, torre normanna)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito www.comune.casalbore.av.it

«La Torre Normanna rappresenta sicuramente l’elemento storico architettonico simbolo di Casalbore che probabilmente ha segnato, con la sua costruzione, la nascita vera e propria del borgo antico. Costruita agli inizi del XIII secolo, la torre rappresentava sia un punto di osservazione, necessario al controllo dei traffici commerciali da e per le Puglie, che un baluardo strategico posto a difesa della sottostante valle del Miscano. Solo successivamente, intorno ad essa, si sviluppò un complesso architettonico più articolato difeso da bastioni. L’intero complesso, di caratteristico colore grigio chiaro, è costruito nella tipica pietra locale. Suggestiva la Torre a pianta tetragona che è anche porta d’accesso carrabile al’intera struttura, che solo successivamente ha visto svilupparsi intorno a una piazza d’armi. Dell’originario fortilizio resta anche una torre più piccola posta a sud-est del coevo tracciato murario. Il castello, così come lo si apprezza oggi, dopo un radicale intervento di restauro, è di origini alto medievali, realizzato in gusto gotico come testimoniano alcuni archi ogivali e bifore. La successiva trasformazione, avvenuta nel cinquecento ad opera della nobile famiglia Caracciolo, ci mostra che vi erano quattro porte di accesso più una portella. A ovest la Porta Beneventana con ponte levatoio, a est la Porta Vallone, a sud la Porta Fontana, a nord la Porta Carrara per il passaggio dei carri e a sud-Est la Portella (attualmente via G. Maraviglia). L'interno del Castello era diviso in due corti, in una delle quali ( posta a est) vi era insediato il Seggio popolare per i giudizi della Corte Marchesale».

http://www.terredicasalbore.it/luoghi-darte/36-il-complesso-normanno.html


Cassano Irpino (resti del castello, palazzo baronale)

  Il palazzo baronale, dal sito www.grantourinirpinia.it    Il palazzo baronale, foto di Giuseppe Ottaiano, dal sito http://terredicampania.it   Resti del castello, dal sito www.irpinia.info

«Il castello medievale venne edificato probabilmente dai Longobardi ed era quasi sicuramente presente al tempo dei Normanni. Pertanto, la data del 1164, indicata da taluno, ci sembra un po' tardiva. Della struttura [vedi l'ultima immagine] rimangono delle rovine in cima al colle attorno a cui è raccolto il borgo medioevale di Cassano. L'originario fortilizio ha subito nel corso del tempo diverse trasformazioni ed accrescimenti, divenendo sede del Signore locale. ...» - Il fulcro del borgo medievale è rappresentato dal Castello-Palazzo Baronale, edificato con tutta probabilità in epoca longobarda e successivamente modificato dai Normanni. Nel 1445, il re Alfonso d'Aragona vendette i feudi di Montella, Bagnoli Irpino e Cassano Irpino a Garcia I Cavaniglia e da questo momento il castello venne trasformato in residenza gentilizia e prese il nome di Palazzo Baronale, subendo varie modifiche nel tempo. Dell'originario fortilizio, che si sviluppava attorno ad una torre di guardia, sono rimasti i resti di un torrione e della cinta muraria. Una rampa e un portone in pietra locale portano ad una piccola corte dove si trovano gli ingressi alla parte interna del palazzo. All'ingresso del borgo si trova, invece, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, vero gioiello d'arte risalente al XIV secolo. L'edificio conserva splendidi affreschi quattrocenteschi e un trittico di stile rinascimentale, oltreché una Scala Santa percorrendo la quale si può ottenere l'indulgenza. ... Incastonate nelle mura del centro storico sono visibili, inoltre, i resti di alcune edicole funerarie di epoca romana».

http://www.irpinia.info/sito/towns/cassano/castello.htm - http://www.grantourinirpinia.it/it/cassano-irpino/cosa-visitare.html


Castello (borgo medievale)

Dal sito http://animaartistica.altervista.org   Dal sito www.irpinia.info

«Secondo studi storici, il primo insediamento della comunità che diede poi origine al "locus Forino", si ebbe nel luogo ove ora si trova la frazione Castello, in altura, sulla collina di San Nicola. La posizione strategica (scelta per difendersi dalle invasioni barbariche)attribuisce alle case un nascondiglio perfetto: ancora oggi un gruppo di esse resta nascosto alla vista. A causa del terremoto del 1805 che danneggiò in forte misura Castello, quasi tutte le costruzioni risalgono all'inizio del XIX secolo; osservando i portali di Castello e delle più antiche abitazioni di Forino sono comunque visibili i segni della dominazione aragonese: questa introdusse l'usanza di scolpire sui frontali delle porte un fiore, che stava ad rappresentare e ad indicare il sorgere e la costituzione di una nuova famiglia. Ogni stirpe della famiglia, veniva inoltre indicata con l'aggiunta di una foglia allo stelo del fiore. Oggi il borgo rurale di Castello appare un luogo ove tutto (o quasi)sembra essersi arrestato: le case costruite su di un tracciato stretto e addossate una all'altra, abbracciano con armonia la natura ma sembra che stiano "sopravvivendo" al tempo. Un ristorante e qualche anziano sono gli unici abitanti; la maggior parte delle case (che hanno subito gravi danni in seguito al terremoto del 1980) sono state abbandonate e cedono poco alla volta; poche altre hanno subito ristrutturazioni inadeguate che nessun potere legislativo ha vietato, o stanno per essere avviate alla ricostruzione sulla stessa scia distruttiva».

http://animaartistica.altervista.org/forino.htm


Castelvetere sul Calore (borgo medievale)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito www.borgodicastelvetere.it

«Il territorio visse l’insediamento degli antichi Irpini ed attraverso la lettura dei caratteri geomorfologici del sito è possibile, con buona attendibilità, sostenere che il nucleo originario, ora occupato dalle mura castellane medioevali e dalla Chiesa parrocchiale seicentesca, appartiene ad una prima fase del processo di antropizzazione del territorio ad opera delle popolazioni pre-romane. I ritrovamenti archeologici in prossimità di Castelvetere, unitamente al rilevamento nella cartografia delle tracce di suddivisione agricola e fondiaria di passo modulare multiplo del piede romano, danno affidamento all’ipotesi di una strutturazione urbana, risalente a questo periodo. Nell’alto Medioevo, il “Castrum Vetere” (tale denominazione risale al 991) fu centro fortificato di notevole importanza. Esso andò decadendo a partire dal XII secolo, dopo che nel 1187 Rainulfo Conte di Avellino fu sconfitto dai Normanni, perdendo così molte terre e castelli tra le quali l’intera Diocesi di Montemarano, nella cui giurisdizione era compreso Castelvetere. Dopo la peste del 1296 il paese risultava completamente spopolato. Nel 1675, poi, divenne baronia, sotto la famiglia De Beaumont. In seguito alla crisi del ‘600, un certo risveglio si registrò verso la fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento. Soltanto dopo la costituzione dello Stato Unitario, la ripresa economica fece sentire i suoi effetti: furono realizzate opere pubbliche, costruite nuove strade ed ampliate quelle esistenti».

http://www.residenzedepocacampania.it/residenze/castelvetere.htm


Castelvetere sul Calore (castello)

Dal sito www.borgodicastelvetere.it   Dal sito www.skyscrapercity.com

«L'abitato di Castelvetere sul Calore deriva il proprio nome dal magnifico Castello ivi edificato dai Longobardi su un'alta piattaforma rocciosa, a ben 750 metri sul livello del mare. Il primitivo Borgo, infatti, venne gradualmente articolandosi intorno al Maniero longobardo già a partire dalla seconda metà del X secolo d. C. ... Le profonde modifiche apportate nei secoli alla struttura hanno mutato l'aspetto originario del Castello, trasformandolo da Fortezza in nobile residenza signorile. L'edificio attuale, a pianta rettangolare, presenta due piani superiori. Diverse parti del Castello risultano oggi inglobate all'interno di edifici civili e religiosi, come, ad esempio, una torre divenuta parte integrante di edifici privati. Dopo la sua ricostruzione, il Castello divenne la Chiesa Madre di Castelvetere, dedicata all'Assunta. Vi è stato un tempo, infatti, in cui il Castello veniva chiamato "Castello di Santa Maria", proprio in ricordo dell'apparizione della Madonna delle Grazie ad una pia vecchietta del luogo, alla quale la Vergine aveva consegnato un Divino Messaggio per Castelvetere. Di grande effetto appare ancora oggi un corridoio del Maniero che dalla corte conduce all'ingresso di un'abitazione: il menzionato corridoio – voltato a botte – è coperto da alcuni pregevoli archi in pietra. Il Castello Longobardo di Castelvetere sul Calore si erge proprio accanto alla Chiesa parrocchiale dell'Assunta. La struttura dell'antico Maniero – oggetto di numerosi interventi di recupero e di restauro e, per tali ragioni, in ottimo stato di conservazione - risulta, tuttavia, quasi "soffocata" dai circostanti edifici civili e religiosi: infatti, l'assorbimento dei ruderi del Castello nelle strutture portanti di edifici privati ebbe inizio dal XIX secolo».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/349-il-castello-longobardo-di-castelvetere-sul-calore.html


Celzi (castelletto Parise)

Dal sito www.meteoavellino.it   Dal sito www.meteoavellino.it

«A pochi chilometri da Forino, in località Celzi, è ubicato un monumento di notevole rilevanza storico-architettonica noto come "Castelletto dei Parise" , sfortunatamente in stato di deplorevole abbandono ormai da decenni. La struttura – a pianta quadrangolare contornata da quattro torri cilindriche - venne edificata nel 1753 dalla famiglia Parise. Tale dato storico si rinveniva anche nello Stemma della Famiglia Parise collocato sulla chiave dell’arco di accesso e raffigurante tre corolle ed una foglia in uno scudo sormontato da una corona . Lo Stemma è stato visibile fino al 1983; successivamente fu asportato, con danno anche all’arco. La piccola conformazione del fabbricato rende lecito supporre che esso fosse destinato all’uso per non più di cinque o sei persone, tenuto anche conto della non ampia cisterna rinvenuta davanti alla cortina posteriore. Il piccolo Castello, a pianta rettangolare, è disposto sull'asse est-ovest ed ha quattro Torri cilindriche angolari con interposte cortine murarie della stessa altezza, caratterizzate queste ultime alla sommità da merlature e da mensole sagomate continue. Le Torri, che mostravano un breve basamento a scarpa, sono alte circa nove metri e si presentano coronate nella parte superiore. La superficie esterna è aperta solo da fuciliere in corrispondenza del primo piano, mentre una cornice torica marcapiano si nota lungo le cortine perimetrali della fabbrica (misure massime m 11,50 x 9,20). Al centro della facciata principale, esposta a nord, c’era il portale ad arco bugnato a punta di diamante, al di sopra del quale si stendono tre grosse finestre orlate da arconi in blocchetti di tufo grigio. Internamente, l'edificio era ad un solo piano superiore, con solai intermedi e copertura a quattro pioventi. A tale eleganza, i committenti e i costruttori furono consapevoli di dover fornire almeno una parvenza di funzione difensiva, e nel loro intento di salvare le apparenze, realizzarono le già citate fuciliere. Tuttavia, la relativa consistenza delle mura ed il poco spazio interno alle Torri, fecero sì che le fuciliere avessero poca profondità di campo, obbligando gli eventuali “assediati” al solo fuoco lungo e non angolare. In realtà, può dirsi che più che esempio di abitazione fortificata, tale forma di maniero era divenuta motivo di esercitazione stilistica, in ossequio ad una moda architettonica del tempo di tipo “gotico”. Il Castello, che negli anni ’60 era già disabitato da tempo, è servito nell’ultimo secolo sicuramente come deposito occasionale di legname. Oggi, purtroppo, la struttura versa in condizioni non buone e - senza dubbio - meriterebbe un appropriato e decoroso restauro».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/331-il-castelletto-parise-di-forino-xviii-secolo.html


Cervinara (palazzo marchesale Del Balzo)

Dal sito www.ville-ricevimenti.com   Dal sito www.ville-ricevimenti.com

«Il Palazzo Caracciolo, poi Del Balzo sorge imponente sul lato nord della Piazza Regina Elena e la domina per l’intera lunghezza di circa 90 metri. La pianta è a C con grande corte centrale. Il palazzo è costituito da due parti: una risalente al 1581, molto semplice e senza alcun decoro, l'altra ampliata e rimodernata nella prima metà del xvii sec da Francesco Caracciolo, primo marchese di Cervinara, con incorniciature in pietra delle finestre e bellissimi rosoni in rilievo.  Dall’androne, coperto con un’ampia volta a botte affrescato interamente, con al centro lo stemma dei Caracciolo di Sant'Eramo, si accede a sinistra alle scuderie con mangiatoie in pietra coperte con alte volte a botte, segue un’altra scala che scende in una grande sala, coperta anch'essa con volte a botte per il deposito della paglia, a destra di fronte alle scuderie si trova il portone di ingresso all'ala vecchia, dietro di essa una scala di pietra a due rampe parallele e coperta con volte a vela ascende al primo piano e si giunge in una grande sala, detta sala del biliardo in quanto in essa campeggia un antico biliardo forse del XVII secolo. Alla sinistra della porta d'ingresso si trova la cappella interamente affrescata con pavimento in maiolica del Settecento, consacrata da papa Benedetto XIII nel 1727. Il maestoso salone risalente al XVIII secolo è reso unico da uno soffitto a cassettoni in legno finemente intagliato ed è decorato da una fascia di fregi e affreschi».

http://www.ville-ricevimenti.com/avellino/dimora-storica-cervinara-avellino.asp


Cervinara (ruderi del castello longobardo)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito cervinaracity.altervista.org

«In posizione di dominio del sottostante abitato, alle falde del Monte Pizzone, si trovano i ruderi del Castello di Cervinara, che i Cervinaresi chiamano "O' Castellone". La prima citazione del Castello si ritrova in un documento del XII secolo (Cronaca del Volturno), in cui un tale Frate Giovanni fece riferimento ad una permuta avvenuta nell'837, intercorsa tra l'Abbazia di S. Vincenzo al Volturno ed il Principe longobardo beneventano Sicardo, il quale ricevette "castrum quoque dicitur Cerbinaria in Caudetanis", cioè, un castello ubicato a Cerbinaria nella Valle Caudina. Ciò fa ipotizzare l'edificazione in epoca longobarda di un fortilizio difensivo, che venne attorniato dalla parte più antica del borgo medioevale, corrispondente alle odierne frazioni Castello e Ioffredo. Il Castello ed il dipendente borgo medioevale vennero saccheggiati e distrutti dalle milizie di Ruggiero II il Normanno, Re di Sicilia, tra il 1128 ed il 1139, durante la lotta contro Rainulfo Butterico, suo cognato, Conte di Avellino, che aveva ricevuto il feudo quale dote apportatagli dalla moglie Matilde de Hoteville, sorella di Ruggiero. La disputa sorse perchè Rainulfo evitò di sottostare agli obblighi militari connessi al possesso delle Contee ricevute (Avellino e Mercogliano). La moglie Matilde sfruttò l'occasione per lasciare il coniuge ed il fratello Ruggiero mosse le sue truppe contro l'infedele cognato, devastando non solo il borgo medioevale di Cervinara e relativo Castello, ma anche altri paesi della Valle Caudina. La vicenda spiega perché all'originaria struttura, rappresentata dal fortilizio longobardo, nel corso dei secoli, se ne siano sovrapposte altre, edificate dai successivi invasori. I Normanni, infatti, ricostruirono ed ingrandirono il Castello, cosa che fecero anche gli Svevi, in quanto, le truppe di Federico II di Svevia, distrussero il borgo ed il Castello, che venne riedificato dal Conte Rainulfo II. Col passare del tempo, da struttura difensiva, il Castello assunse la funzione di residenza dei feudatari, che dal Catalogo dei Baroni risultano essere, tra il XII ed il XIII secolo, Malgerio, Roberto de Molino, Soaldo Cappello.

Ulteriori interventi si effettuarono in epoca angioina. Carlo d’Angiò, nel 1279, fece dono del Castello a Isabella de Chauville. Nel 1283, il feudo andò a Giovanni della Leonessa, primo dei feudatari di questa famiglia feudataria per oltre due secoli, fino al 1488. L'assenza di sistematici interventi di consolidamento, determinarono il deperimento della struttura, che già nel XV secolo, si presentava alquanto malconcia. Ed infatti, nel secolo successivo, in un atto notarile del 1528, il castello venne definito "antiquo e mezzo rovinato". Ciò spiega perché la famiglia D’Avalos, beneficiari nel 1532 del feudo come donazione da parte del Regio Demanio spagnolo, piuttosto che impiegare enormi capitale per la ristrutturazione profonda del Castello, scelsero di utilizzarli per erigere, a partire dal 1562, un edificio gentilizio nell'odierna frazione Ferrari, la cui costruzione venne terminata solo nel 1581. L'edificio venne comprato nel 1607 dai Caracciolo, a cui rimase fino all'abolizione della feudalità (1806). Del Castello restano i ruderi, la cui visita è preferibile quando il freddo impedisce la crescita della folta vegetazione, che, invece, ostruisce l'accesso al sito quando il tempo migliora. L'osservazione complessiva dei resti del Castello evidenzia come questo costituisse un quadrilatero, di cui residuano parti della cortina muraria, che consentono di delineare le torri di difesa, sette torrette, il donjon (torre principale) e parte della residenza dei feudatari locali. In particolare, l'osservazione del donjon o mastio quadrangolare, lascia trasparire come vi fosse una struttura sviluppata su tre piani, con volta a botte, a cui si accedeva utilizzando delle botole sovrapposte. Come tutti i castelli, quello di Cervinara era circondato da un fossato che impediva il facile assalto alla struttura e presentava un ponte levatoio, superato il quale, gli eventuali assalitori non avevano vita facile, visto che accedevano ad uno spazio aperto su cui i difensori potevano infierire con frecce, olio e pece bollenti. Fin qui la storia. Ma in merito al Castello di Cervinara, si narrano numerose leggende, come quella delle urla di dolore, che si udirebbero durante le notti, attribuite ad una nobildonna adultera perita nella sua cella per colpa del fuoco appiccato al Castello dagli invasori. Secondo un'altra leggenda, nei sotterranei del Castello, per la precisione nelle sue vie di fuga, vivrebbe una gallina d'oro o dalle uova d'oro con i suoi sette pulcini. Infine, e qui siamo al confine tra storia e leggenda, nella canna fumaria di un camino del mastio, in passato sarebbe stato trovato da alcuni visitatori uno scheletro di un infante di pochi anni. Ai piedi del fortilizio, precisamente delle mura, si trova un lavatoio pubblico tardo-medievale alimentato da una sorgente».

http://www.irpinia.info/sito/towns/cervinara/castello.htm


Chianche (castello)

Dal sito http://chianche.asmenet.it   Dal sito http://chianche.asmenet.it   Dal sito www.cittadelvino.it

«Risalente all'epoca normanna, il castello venne citato per la prima volta in un documento del 1301. Nel corso dei secoli il castello ha subito numerose trasformazioni per essere adattato in epoca rinascimentale a residenza nobiliare. Molte furono le famiglie nobili che nel tempo si sono stabilite tra le sue mura: i Pisanelli, i San Severino, i Caracciolo, i Zunica. Oggi le condizioni della struttura sono alquanto preoccupanti in quanto le mura di un lato del castello sono parzialmente crollate, ma nonostante il grave disfacimento della costruzione, le torri cilindriche angolari ancora attirano l'attenzione dei visitatori» - «Le primitive strutture del castello medievale sono state irrimediabilmente compromesse dai successivi ammodernamenti tardo-medioevale e rinascimentale; presumibilmente considerata l’importanza strategica del sito su cui era ubicato, si può riconoscere la sua esistenza già nel VIII-IX secolo Del castello restano comunque le torri cilindriche angolari su leggero basamento scarpato, tratti delle cortine murarie ed un alta e caratteristica torre quadrangolare, parzialmente crollata. ... Il Borgo Medioevale o Centro Storico, è caratterizzato da tipiche stradine a rampe e scale. Il Castello costituisce la storia e la memoria stessa di Chianche. È notevole per l'antico Torrione e per una lapide che testimonia il soggiorno in questo palazzo di letterati come Tasso e Milton».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/38-chianche-castello-normanno.html - http://www.agendaonline.it/avellino/monumenti/chianche.htm


Chianchetelle (resti della torre)

Dal sito www.irpinia.info   Chianchetelle frazione di Chianche, dal sito http://chianche.asmenet.it

«Chianchetelle o Chianchetella è ubicato a 397 metri d'altitudine, alle falde di un monte, sulla sponda destra del fiume Sabato, non molto lontano dall'antica via Appia. Oggi Chianchetelle è ridotto al rango di frazione di Chianche. Quando era Comune autonomo, andava famoso per la produzione di cereali e per la qualità del suo vino ... Quel che resta della Torre di Chianchetelle Nel territorio di Chianchetelle ricade innanzitutto una torre, o meglio quel che resta di una importante torre di avvistamento, oggi ridotta ai "minimi termini" e che è difficile trovare, in quanto nascosta da edifici abbandonati e cadenti» - «La torre quadrangolare posta a sorveglianza dello stretto valico di Balba, un tratto di fondovalle profondamente incassato che mette in comunicazione la media valle del Sabato con la pianura beneventana. Della torre, visibile nella frazione Chianchetelle, esistono pochi ruderi limitati al basamento».

http://www.irpinia.info/sito/towns/chianche/chianchetelle.htm - http://www.agendaonline.it/avellino/monumenti/chianche.htm


Chiusano DI San Domenico (ruderi del castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.irpinia.info

«Il paese di Chiusano San Domenico è situato alle falde del monte Tuoro al confine tra la valle del fiume Sabato e quella del calore. La zona si presenta ricca di acque e di vegetazione, l'ideale per gli amanti della natura. L'abitato appartenne ai Gesualdo, ai Del Tufo e ai Minutolo e fu feudo dei Tomacello e dei Carafa fino a diventare Baronia degli Anastasio. Il centro cittadino si raccoglie ai piedi della Chiesa di San Domenico, semidistrutta dopo il terremoto del 1980. I ruderi del Castello di Chiusano San Domenico, edificato in epoca longobarda, si trovano sulla cima del monte San Domenico, ai piedi del monte Tuoro, che separa la valle del Sabato dalla valle del Calore. La rocca di Chiusano doveva essere imponente, lo dimostra lo spessore dei pochi ruderi superstiti, ed era rivolta verso Benevento che, probabilmente, grazie alla posizione favorevole del castello, era anche visibile, e controllava tutto il territorio ad Est dell'antico Ducato. Documenti confermano l'appartenenza del feudo di Chiusano al Ducato, poi divenuto Principato, di Benevento e lo conferma l'attuale appartenenza spirituale del Comune alla Diocesi di Benevento, al contrario dei paesi limitrofi che appartengono a quella di Avellino. Dal Catalogo dei Baroni risulta che il castello di Chiusano apparteneva, nel 1147, a Riccardo de Clusano. Ad egli successe Giordano che vi morì nel 1278 e forse fu anche seppellito tra le mura del castello che di lì a poco venne abbandonato».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/39-chiusano-san-domenico-castello.html


Forino (resti del castello del secolo X)

Dal sito www.irpinia.info   Dal sito www.irpinia.info

«Le prime notizie storiche del borgo risalgono ad un atto notarile dell' 869 in cui viene citato il principe Guaiferio in qualità di proprietario del feudo. Forino possedeva una fortezza presumibilmente di epoca Longobarda di cui si hanno scarse notizie storiche. Per ciò che riguarda le sue caratteristiche architettoniche il primitivo maniero possedeva opere difensive tali da renderlo tra i più invulnerabili della zona. Nel corso dei secoli è appartenuto a diverse famiglie di rilievo. Nel 1162 signore di questo castello era Giacomo Francisio, successivamente nel 1499 fino al 1563, Forino fu assegnata invece alla famiglia Cucciniello. Dopo brevi infeudazioni il feudo passò alla famiglia Caracciolo, che rivestì un ruolo importante nella vita politica dell'epoca. A testimonianza di un periodo storico che ha profondamente segnato questa terra rimangono purtroppo solo alcuni suoi ruderi. Questi sorgono nel punto più elevato del colle a dominio della valle sottostante e presentano ancora oggi elementi architettonici che risaltano le originarie caratteristiche di luogo fortificato. Ancora adesso dalle rovine si evidenzia la grande importanza strategica della postazione militare completamente abbandonata nel corso del XVII secolo».

http://www.castellidirpinia.com/celzi_it.html


Frigento (borgo)

Dal sito www.viaggioinirpinia.it   Dal sito www.comune.frigento.av.it

«Il borgo viene menzionato per la prima volta con il suo attuale toponimo in un documento dell’851. Con la caduta dell’Impero Romano, Frigento diviene un dominio longobardo, incluso nei territori costituenti il Ducato di Benevento. Nel 926 la cittadina fu devastata dai Saraceni, ma dopo sessant’anni, quando l’opera di ricostruzione era a buon punto, un violento terremoto, che coinvolse anche la città di Avellino, la distrusse completamente. La grande forza di volontà del popolo frigentino permise alla città di rinascere nuovamente più bella che mai, su quei pochi ruderi rimasti e mantenendo il sito originario. Non fu un caso che i Longobardi decisero di insediarsi sull’altura di Frigento, a metà strada tra Benevento e Conza. Era un’ottima posizione militare, poiché dai tre colli oltre a poter godere di un meraviglioso panorama, di un’aria salubre e di un clima particolarmente mite, si riuscì a dominare e tenere sotto controllo tutta la campagna circostante. Se si considera che al tempo dei Longobardi non esistevano linee di confine ben definite, si può asserire con certezza che Frigento per la sua posizione strategica giocò un ruolo fondamentale, quando Ludovico II operò la divisione del Ducato di Benevento in due principati: quello di Salerno, cui era collegato il Gastaldato di Conza, e quello di Benevento. Un altro esempio dell’incostante fortuna di questa città ci è dato dal movimento tellurico del 988 che coinvolse e devastò le cittadine di Frigento e di Ariano. ... La posizione dominante e facilmente difendibile di Frigento rientrava nella politica del sistema strategico dei Normanni, che come è riportato nel Chronicon Volturnese, cominciarono a fortificare gli agglomerati di case, cercando di arroccarli quasi sempre sulle cime più impervie. Nel 1078 il borgo fu infeudato ai signori di Gesualdo, nella persona del principe Guglielmo I, il cui successore fu, nel 1152, il figlio Elia. A seguito di un atto d’insubordinazione di Roberto Gesualdo, il re Manfredi confiscò il feudo per concederlo al più fedele conte di Maletta. Con l’ascensione al trono di Carlo I d’Angiò, la famiglia dei Gesualdo ritornò ad essere più potente che mai. In quegli anni Elia II era il signore di Frigento e morì senza lasciare prole.  Nel periodo delle guerre tra Aragonesi ed Angioini, dopo una breve pausa, durante la quale Giacomo De Capua, marito di Roberta Gesualdo, ebbe il possesso del borgo, Frigento tornò nel 1312 agli antichi signori che lo mantennero per altri centosedici anni (1428). Nel secolo XIV Troiano Filangieri fu il nuovo possessore, ma nel 1456 Ferrante d’Aragona lo privò del feudo. Nel 1496, durante le guerre tra Aragonesi ed Angioini, Frigento dovette essere sottoposta ad un grande incendio, opera delle truppe spagnole capitanate da Consalvo di Cordova, che la lasciò sin dalle fondamenta quasi interamente incenerita e rovinata. Dopo essere stato proprietà del demanio fino al 1517, Ferdinando II il Cattolico lo concesse a Fabrizio Gesualdo. Verso la metà del XV secolo Frigento inizia a perdere molto del suo antico splendore, cominciando così uno stato di abbandono generale culminato nella perdita di autonomia della diocesi frigentina, che nel 1466, dietro provvedimento del pontefice Paolo II viene unita a quella di Avellino, nella figura del vescovo frigentino Giovan Battista Ventura. ... Nel novembre del 1980 il violento terremoto ha danneggiato non solo le abitazioni, ma anche la maggior parte degli edifici storici del paese,quali chiese, palazzi e lo stesso edificio del Municipio, ridotto per metà in macerie».

«II Centro Storico, restaurato in seguito al sisma del 1980 e dalla struttura medievale, è senza dubbio di uno degli angoli più belli dell'Irpinia, un vero gioiello architettonico che attrae lo sguardo per il bianco della pietra vesuviana utilizzata sia per i piccoli edifici che per le strade, anche se integrato da cubetti di porfido, il cui utilizzo è recente (post-terremoto), ma estraneo alla tradizione architettonica del luogo. Passeggiando per le stradine ed i vicoli del centro storico, sembra di rivivere l'atmosfera dei tempi andati, ammirando i bei palazzi signorili (alcuni dotati di giardini pensili), i portali artistici, i balconi e le finestre in ferro battuto, opera di abili artigiani locali».

http://www.irpiniaturismo.it/comuni/scheda.php?id_comune=35 - http://www.irpinia.info/sito/towns/frigento/historicalcentre.htm


Gesualdo (castello longobardo)

Dal sito www.incampania.com   Dal sito www.comune.gesualdo.av.it

«Nonostante non vi sia piena concordia tra gli studiosi nello stabilire la precisa data di fondazione, il castello di Gesualdo, attorno al quale si sviluppò il borgo, sorse di certo in epoca longobarda con chiara funzione difensiva. Pur essendo stato abitato da importanti famiglie nobiliari, la fama del castello è legata indissolubilmente al principe Carlo Gesualdo, considerato da molti il più grande rappresentate della musica madrigalistica del Cinquecento. Il principe è noto anche per essere stato l'artefice del brutale assassinio della prima moglie, la cugina Maria d'Avalos, scoperta in flagrante adulterio con il duca d'Andria e conte di Ruvo, Fabrizio Carafa, a seguito del quale si ritirò proprio a Gesualdo. Fu Carlo Gesualdo ad imprimere i maggiori cambiamenti alla struttura del castello, già danneggiato dagli aragonesi intorno alla seconda metà del XV secolo e ricostruita nel 1470. Il principe, in occasione delle seconde nozze con Eleonora d'Este, fece trasformare la fortezza in un'elegante residenza signorile, aggiungendo all'impianto originario il cortile e la loggia della torre meridionale, nuovi appartamenti e cucine, stanze e gallerie con pitture manieriste e fiamminghe, la Sala del Teatro, giardini e fontane. La struttura, nonostante le parziali demolizioni subite in seguito al saccheggio del 1799 ad opera delle truppe francesi, mostra ancora oggi l'impianto rinascimentale voluto dal principe Gesualdo».

http://www.terredicampania.it/museo-dei-castelli/i-castelli/dettagli/132-gesualdo-castello.html


Grottaminarda (castello d'Aquino)

Dal sito www.comune.grottaminarda.av.it   Dal sito www.avellinotravel.com

«A dominare il vecchio abitato della "Fratta" è ancor oggi il Castello d'Aquino, appartenuto per diversi secoli alle diverse famiglie feudatarie che si sono avvicendate nel possesso della baronia di Grottaminarda, mentre dal 1988 è di proprietà comunale. L'impianto originario della fortezza risale con molta probabilità all'epoca altomedioevale e dovette essere ampliato intorno alla prima metà del secolo XII, quando venne installata anche la cinta muraria difensiva dell'abitato medievale, documentata già a partire dal 1137. Danneggiato da diversi eventi tellurici, il maniero, a pianta quasi trapezoidale, è stato più volte ricostruito e adattato ad uso abitativo da parte dei signori che lo hanno posseduto, mentre un documento del 1531 lo descrive senza dubbio come ancora funzionale in quell'anno perla difesa attiva ("es tierra tiene un castillo fuerte y bueno con su muro, fossado v puente levador"). In seguito al sisma del 1694 e a quello del 1732, parte del forte è adattata a dimora signorile e sfruttando le vecchie strutture del complesso difensivo viene realizzata nel settore sud una zona residenziale limitata al primo piano, mentre l'arca posta alle spalle viene sistemata a giardino pensile, recintata e dotata di terrazza con belvedere sul vallone Palombara. Uno spazio, questo, che assume un carattere di gran suggestione per il paesaggio che da esso si traguarda, la qualità dell'architettura entro cui è conformato e la composita natura del patrimonio botanico tuttora rilevabile. L'antica fabbrica difensiva mostra alcuni tratti delle mura perimetrali d'epoca aragonese con gli originari paramenti esterni formati in qualche caso da filari di laterizi alternati a larghi specchi di ciottoli fluviali o a pietre calcaree di varia pezzatura, elementi tutti cementati da sottili strati di una malta durissima. Una torre cilindrica su base scarpata, alta circa 14 metri con un diametro massimo di 12 metri, ed una torre a pianta quadrata, di cui resta il basamento scarpato, possono vedersi agli angoli del lato del forte che guarda verso occidente, in posizione dominante sul profondo vallone sottostante, che ancor oggi, con la sua lussureggiante vegetazione, costituisce un vero e proprio "polmone verde" per l'intera cittadina. Altre due torri cilindriche su base scarpata quasi delle stesse dimensioni, sono visibili sulla facciata che guarda rispettivamente il borgo medievale della "Fratta" e lo spazio urbano interamente ricostruito dopo il sisma del 1980 intorno alla Collegiata di Santa Maria Maggiore. Sia all'interno delle torri sia tra le cortine murarie interposte e i contrafforti di base si conservano ancora camminamenti e suggestivi cunicoli sotterranei voltati a botte, mentre resti del coronamento merlato guelfo s'intravedono alla sommità di alcuni tratti murari».

http://www. (da Giampiero Galasso, Grottaminarda. Storia, arte, immagini, De Angelis Editore)


Grottolella (castello Caracciolo)

Dal sito www.facebook.com/CheBelCastello   Dal sito http://castelliere.blogspot.it

«Venne edificato nel 1083 in cima ad un colle, su di una preesistente roccaforte longobarda, che ha subito diversi interventi nel corso dei secoli, non solo restaurativi ma anche ricostruttivi, particolarmente in epoca svevo-angioina e tardo aragonese. La Cronaca di Falcone Beneventano ci informa che il castello venne assediato e distrutto nel 1134 da Ruggiero II il Normanno. Per volere di quest'ultimo il castellum venne sottratto a Raone de Farneto e concesso ad Eterno de Montefusco, cui seguirono nel 1137 il figlio Guerriero e poco dopo Tancredi Incantalupo. Nel 1162 fu di Ruggiero de Farneto, mentre nel 1173 fu di Ruggiero de Crypta. Nel 1258 appartenne a Mattia de Crypta che ne riebbe la concessione da Carlo I d'Angiò nel 1262 per essersi ribellato a Manfredi di Svevia. Il feudo passò poi alla famiglia de Montjustin fino a quando, nel 1335, la regina Giovanna I lo donò ai d'Aquino. Nel 1466 il borgo fu ceduto ai Carafa e venduto nel 1596 ai de Ponte. Nel 1650 la struttura subì un cambio di destinazione, divenendo residenza gentilizia sotto i feudatari Duchi Macedonio. Il castello, che già agli inizi del 1900 fu dichiarato monumento storico e sottoposto quindi a tutela, fu venduto nel 1928 dalla Famiglia Caracciolo a vari privati, subendo una sorta di frazionamento. In seguito al grave sisma del 1980 subì varie opere di ristrutturazione. Un ulteriore restauro venne eseguito nel 1996. Oggi è ancora proprietà privata. Attualmente il castello si presenta con una veste presumibilmente aragonese (XV secolo): pianta quadrangolare (29x24 metri) disposta sull'asse nord-ovest/sud-est, corte interna (cui si accede da un portale ad arco in pietra arenaria e decorazioni floreali), bassi corpi di fabbrica, cortina esterna in pietra calcarea scandita da finestre rettangolari e rinforzata agli angoli da quattro torrioni (tre cilindrici e uno quadrato). Sul lato meridionale si notano alcuni fabbriche ottocentesche addossate al muro perimetrale del fortilizio. L'ingresso, sul prospetto orientato a nord-ovest, è posto tra due possenti torrioni circolari, di cui quello a destra ospita al piano terra una piccola cappella gentilizia, edificata nel 1150, con pregevoli affreschi seicenteschi, che funse da luogo di culto fino al XVIII secolo. All'angolo nord vi è una torre quasi cilindrica su base scarpata di cinque metri di diametro, alta sedici e realizzata con pietre calcaree miste a tufelli di taglio irregolare legate con abbondante malta. La torre ovest su base tronco-conica scarpata, misura invece sette metri di diametro e quindici di altezza, presenta due livelli e paramento in pietrame. La torre dell'angolo sud risulta la meglio conservata, con alto basamento scarpato di cinque metri di diametro e circa dodici di altezza. Costruita con pietre calcaree miste a tufelli irregolari e malta, presenta all'interno due piani comunicanti mediante scala elicoidale. L'unica torre quadrangolare, inglobata quasi interamente nelle strutture posteriori dell'angolo sud-est, ma sporgente ancora dalla pianta con pareti esterne lievemente scarpate, è alta circa quindici metri e presenta all'interno due vani sovrapposti. Dal cortile, a pianta rettangolare (10x15 metri) e con cisterna al centro, si accede agli ambienti del pianterreno, di varie dimensioni ed uso, agli alloggi residenziali ed ai sotterranei».

http://castelliere.blogspot.it/2012/03/il-castello-di-mercoledi-28-marzo.html


Grottolella (castello Macedonio)

Dal sito www.orticalab.it   Dal sito www.castellidirpinia.com

«Il "Castello dei Duchi Macedonio" si erge a dominio del vecchio Borgo di Grottolella, sulla Valle attraversata dal Torrente di San Giulio. Attualmente, il Maniero si presenta ben conservato ed è abitato. Esso fu edificato nella seconda metà dell' XI secolo, su una preesistente roccaforte longobarda. Così come gli altri castelli presenti in Irpinia, l'edificio ha subito innumerevoli ristrutturazioni, soprattutto in epoca svevo-angioina e tardo aragonese. Da fonti storiche si evince che il Forte fu assediato, e successivamente ristrutturato, intorno alla metà del XII secolo, ad opera delle truppe guidate da Ruggiero II "il Normanno". Nel 1650, il Castello fu trasformato dai Macedonio – feudatari dell'epoca - in una sontuosa dimora gentilizia. I Macedonio erano una nobile famiglia fiorita nel Regno di Napoli a partire dal XIII secolo. Ritenuta, per via del cognome, di origine greco-macedone, purtroppo la casata si è estinta in tutti i rami napoletani. L'origine della famiglia risalirebbe alla dinastia Macedone di Bisanzio e, secondo la tradizione, sarebbe discesa da una sorellastra di Alessandro Magno, Tessalonica (figlia di Filippo II di Macedonia) moglie di Cassandro, re dei Macedoni. Evocando tale leggendaria discendenza, la famiglia fu detta anche "Macedonio del Leone". Nel 1646, i Macedonio ottennero il titolo di Duchi di Grottolella. I Macedonio ebbero la signoria di Grottolella, con il citato titolo di duchi, fino all'abolizione della feudalità, nel 1806. Si deve a questi ultimi la risistemazione sia del Castello sia dell'annessa cappella, risalente al 1150 e luogo di culto fino al 1700. L'attuale aspetto esterno del Castello Macedonio è quello aragonese (XV secolo).

L'imponente struttura presenta una pianta quadrangolare (29x24 metri) disposta sull'asse nord-ovest/sud-est, una corte interna (cui si accede da un portale ad arco in pietra arenaria con decorazioni floreali), dei bassi corpi di fabbrica, una cortina esterna in pietra calcarea scandita da finestre rettangolari e rinforzata, agli angoli, da quattro torrioni (tre cilindrici ed uno quadrato). Sul lato meridionale son presenti alcune fabbriche ottocentesche addossate al muro perimetrale del Fortilizio. L'ingresso, sul prospetto orientato a nord-ovest, è posto tra due possenti torrioni circolari, di cui quello a destra ospita al piano terra una piccola Cappella Gentilizia con pregevoli affreschi del '600. All'angolo nord, vi è una Torre quasi cilindrica su base scarpata di cinque metri di diametro, alta sedici e realizzata con pietre calcaree miste a tufelli di taglio irregolare legate con abbondante malta. La Torre ovest, su base trono-conica scarpata, misura sette metri di diametro e quindici di altezza, e presenta due livelli e paramento in pietrame. La Torre dell'angolo sud – che appare come quella meglio conservata – presenta un alto basamento scarpato di cinque metri di diametro e circa dodici di altezza. Costruita con pietre calcaree miste a tufelli irregolari e malta, la costruzione si compone all'interno di due piani comunicanti mediante scala elicoidale. L'unica Torre quadrangolare (inglobata quasi interamente nelle strutture posteriori dell'angolo sud-est, ma sporgente ancora dalla pianta con pareti esterne lievemente scarpate) è alta circa quindici metri e presenta all'interno due vani sovrapposti. Dal cortile – che è a pianta rettangolare (10x15 metri) ed è fornito, al centro, di cisterna - si accede agli ambienti del pianterreno (di varie dimensioni ed uso), nonché agli alloggi residenziali ed ai sotterranei. Le cortine murarie interposte sono della stessa altezza dei Torrioni, anche se si notano finestre e balconi, dovuti alle suddivisioni e ristrutturazioni degli ambienti interni eseguiti in passato per ricavare abitazioni. Nel 1928, il Castello - che già agli inizi del 1900 fu dichiarato monumento storico e, pertanto, sottoposto a tutela - fu venduto dalla Famiglia Caracciolo a vari privati, subendo una sorta di frazionamento. In seguito al grave sisma del 1980, il complesso ha subito varie opere di ristrutturazione. Attualmente, il bel Maniero (che dall'alto domina Grottolella) è visitabile solo su gentile concessione dei suoi proprietari».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/323-il-castello-macedonio-di-grottolella-xi-%E2%80%93-xvii-secolo.html


Lacedonia (castello Pappacoda)

Dal sito www.lacedonia.com   Dal sito www.irpinia.info

«Su un lato della piazza centrale di Lacedonia si trova un Palazzo-Fortezza, noto come "Castello Pappacoda", in quanto fatto edificare - intorno al 1500-1501 - da Ferdinando Pappacoda, divenuto - nel 1496 - feudatario di Lacedonia, per investitura del re di Napoli, Federico D'Aragona. Il "Castello Pappacoda" fu Residenza gentilizia (sia pur fortificata) e venne detto "Castello Nuovo", per distinguerlo dal Maniero più antico, quello degli Orsini. Infatti, del vecchio Fortilizio di Lacedonia - edificato agli inizi dell' XI secolo, rifatto in Epoca Normanno-Sveva e trasformato in Castello-Residenza agli inizi del Quattrocento dagli Orsini, non resta più nulla. Esso fu, infatti, raso al suolo dal disastroso sisma del 1456. Di quella originaria, l'odierna struttura del c.d. "Castello Nuovo"mantiene una sola delle originarie tre Torri e parte del corpo di fabbrica, visto che i terremoti che si sono succeduti nei secoli le arrecarono danni consistenti. I restauri ne modificarono in parte l'originaria configurazione, mantenendone inalterati i merli della Torre sul lato Sud, diverse feritoie e l'antico pozzo. Anche se gli eventi tellurici lo hanno danneggiato, il Maniero oggi presenta ancora elementi architettonici che risaltano le originarie caratteristiche di luogo fortificato: oltre alla già ricordata Torre (con una serie di finestre e aperture utilizzate come cannoniere) sono ancora in piedi cortine murarie costituite da pietre calcaree di medie dimensioni. La prima notizia storicamente fondata circa l'esistenza del Borgo di Lacedonia - sviluppatosi intorno ad una Fortezza Longobarda - risale al 1059 ed è riportata nella Cronaca di Leone Ostiense. Dopo brevi infeudazioni, nel 1501 il Borgo passò prima a Baldassarre Pappacoda, poi a Zenobia Doria (nel 1584) ed infine, nel 1769, ad Andrea III Doria Panfili, ultimo Feudatario del paese. Per dovere di cronaca storica, va precisato che – al tempo dei Normanni – il Feudo di Lacedonia apparteneva a Riccardo Balbano: questi volle fornire un suo contributo alla Terza Crociata, inviando sessanta fanti e sessanta cavalli. Potentissimi sotto Federico II, i Balbano governarono il Feudo di Lacedonia fino all'avvento di Carlo d'Angiò, che lo tolse a questa prestigiosa Famiglia Feudale.

Il Feudo passò, poi, alla Famiglia Orsini, Principi di Taranto. Uno di essi, tale Gabriele Orsini, ricostruì la città ridotta in macerie dal terremoto del 1456, chiudendola in una cinta muraria con fossato e quattro porte. Nella notte tra il 10 e l'11 settembre 1486, i Baroni ribelli si radunarono nella Chiesa di S. Antonio e congiurarono contro il Re - Ferrante I d'Aragona - ed il figlio di questi - Alfonso, Duca di Calabria. L'avvenimento, narrato dallo Storico napoletano Camillo Porzio, coinvolse Papa, Principi e Sovrani e mise a rischio il dominio aragonese sull'Italia meridionale. Durante la "Congiura dei Baroni", il Castello fu spesso luogo di convegno dei ribelli. In quell'epoca, ne era feudatario Pirro del Balzo, che aveva sposato una figlia di Gabriele Orsini. Nonostante Pirro fosse stato tra i congiurati, il sovrano non confiscò il Feudo in quanto, essendo beni dotali della moglie furono ereditati dalla figlia Elisabetta che sposò Federico d'Aragona. Quest'ultimo, ereditato il trono nel 1497, diede Lacedonia in usufrutto ad un Cardinale e, dopo la sua morte, la vendette a Baldassarre Pappacoda, suo amico e consigliere, che - nel 1500 - costruì , fuori dell'abitato ed ad occidente di esso, un Castello munito di tre Torri, che si chiamò Nuovo per distinguerlo dall'altro, più antico degli Orsini. Fu all'origine una vera e propria fortezza, perché munito di merli, bocche per cannoni, cammino di ronda, feritoie, fosse e passaggi sotterranei. Anch'esso però, nei secoli passati, è stato più volte danneggiato dai terremoti e di conseguenza ha subìto modifiche coi lavori di restauro, in modo particolare la parte anteriore all'esterno e all'interno, quasi tutto il piano superiore. Comunque conserva ancora tutti i merli della torre sul lato Sud, molte feritoie e l'antico pozzo. Il Castello fu dimora dello stesso Ferdinando Pappacoda, che morì in Lacedonia con la moglie Cornelia D' Accio. La Famiglia Pappacoda rimase in possesso di Lacedonia fino al 1566, quando Castello e Feudo furono comprati dai Carafa e, successivamente, nel 1700 circa, dal Principe di Genova, Andrea Doria Panfili. I Doria possedettero il Castello di Lacedonia fino al 1806, anno in cui Napoleone Bonaparte abolì il Feudalesimo. Successivamente, il Castello fu acquistato dalla Famiglia Onorato e censito al catasto urbano».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/55-il-castello-fortezza-di-lacedonia.html


Lapio (castello Filangieri)

Dal sito www.irpinia24.it   Dal sito www.avellinoturismo.it

«...Le prime notizie attestate storicamente sono della prima metà del XII secolo, quando l'antico borgo - già cinto da cortine murarie ed in possesso di un Castello - era stato incluso nel complesso feudale del Casale di Candida, riuscendo a raggiungere l'indipendenza solo nell' XI secolo. Nel Medioevo, Lapio seguì a lungo le vicende storiche della vicina Candida, passando dal dominio dei Capece a quello dei Filangieri. Acquisita per via matrimoniale dalla potente famiglia campana dei Caracciolo (XVII secolo), rimase legata alle sorti del Principato di Avellino fino all'eversione della feudalità. Nel corso del XVI secolo, il "Castello di Lapio" perse il proprio carattere difensivo e militare per divenire sontuosa residenza signorile ad opera dei Feudatari del luogo: i già citati Filangieri. A quest'epoca – Cinquecento – risale il monumentale portale ad arco attraverso il quale si accede al Castello. Tale portale d'ingresso - sormontato dal magnifico stemma della famiglia Filangieri - introduce nella corte, lastricata con gli originali lastroni di pietra squadrata. Lo stemma in marmo – che sebbene d'origine normanna si adegua all'araldica federiciana - raffigura uno scudo d'oro, in cui è posta l'aquila imperiale bicipite, che porta in petto uno scudo bianco con una croce azzurra ed il diadema imperiale sulle teste. Ubicato nella parte più interessante del centro storico di Lapio, il Castello-Palazzo dei Filangieri conserva ancora in ottimo stato un'imponente Torre (risalente all'epoca normanna) a pianta quadrata alta undici metri con base lievemente scarpata ed il cortile interno, munito di porticato; al primo piano, inoltre, è tuttora visitabile il "Salone delle feste", adoperato un tempo in occasione delle celebrazioni religiose. Si ritiene che – delle quattro Torri quadrangolari oggi rimaste – solo una doveva rappresentare il nucleo originario normanno, successivamente trasformato dagli Svevi con l'aggiunta di altre tre Torri, collegate ad esso da muri.

Sebbene fortemente rimaneggiato, il Castello Filangieri conserva tale impianto planimetrico con murature in pietra. Nel corso degli anni, il Maniero è stato ulteriormente modificato: gli interni sono stati suddivisi in numerose stanze. Le numerose ed anguste aperture difensive furono, infatti, sostituite da ampie finestre e da balconi incorniciati da ampi stipiti ed architravi in pietra lavorata. All'interno della corte è visibile un bel pozzo rinascimentale, decorato da stemmi e scudi. Sul lato destro della corte, tramite un portale cinquecentesco ed una stretta scala, si accede al piano nobile della struttura, i cui locali conservano ancora le porte in legno di castagno, le finestre rinascimentali e gli affreschi cinquecenteschi della piccola Sala (ritenuta lo "Studio dei Filangieri") dove sono raffigurate le nove Muse mitologiche protettrici ed ispiratrici delle Arti e delle Scienze, che donavano agli uomini l'agognata "lesmosyne", vale a dire l'oblio della sofferenza. Come in altri edifici dell'epoca, anche il Castello Filangieri presenta una serie di mensole in pietra che si susseguono sia sul lato est (corte interna) sia sul lato sud. Tali mensole – inserite nella muratura del secondo livello – risultano convergere al centro: tale accorgimento serviva a convogliare l'acqua piovana proveniente dalle enormi superfici coperte dei tetti. Completamente restaurato, all'interno del prestigioso edificio si possono oggi ammirare gli splendidi affreschi realizzati nel corso del '500. Senza dubbio alcuno, l'antico Castello cittadino - eretto in età normanna e trasformato in Palazzo nobiliare sul finire del XVI secolo - rappresenta una delle testimonianze più importanti dell'età rinascimentale in Terra d'Irpinia, con affreschi e tempere (600 metri quadri di superficie decorata) che impreziosiscono l'intera superficie muraria. Le superfici dipinte di Palazzo Filangieri, infatti, abbracciano un periodo storico che interessa due secoli: affreschi databili al primo '600 (una data rinvenuta sugli affreschi segna l'anno 1623) e tempere ascrivibili alla seconda metà del '700. Notevole interesse storico e plastico presentano gli stemmi della famiglia Filangieri (presenti sulla facciata, sul portale di ingresso e sulla vera del pozzo) realizzati in arenaria locale e marmo bianco: essi testimoniano i vari intrecci di parentela del Casato con la nobiltà meridionale».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/51-il-castello-filangieri-di-lapio.html


Lauro (castello Lancellotti)

Dal sito www.comune.lauro.av.it   Dal sito www.residenzedepocacampania.it

«Il primo documento scritto in cui si parla del Castello di Lauro risale al X sec, precisamente al 976 ed è contenuto negli Annali del Di Meo: vi si parla di un "Castel Lauri". Ai secoli XI-XII risale un’altra testimonianza costituita dai resti di fregi architettonici dell'arte arabo-normanna, tuttora visibili su di un muro di perimetrazione esterna del maniero dal lato di via Salita Castello. Nei successivi secoli, ricompare più volte, nei documenti, il termine Castel Lauri: così ad esempio da un documento del 1119, si apprende che Roberto Sanseverino (conte di Caserta) fu signore e abitatore di "Castel Lauri". In un altro documento del 1183 si rivela con maggiore chiarezza l’esistenza del castello. La notizia è riportata in una “confirmatio” (atto con il quale si stabiliva che quel determinato territorio veniva dato a quella persona), sottofirmata da Guglielmo Sanseverino e risulta che questo documento fu redatto in un palazzo che trovavasi all'interno di Castel Lauri. Una delle prime notizie che attesta con sicurezza la destinazione del castello come residenza nobiliare, la si legge invece nei registri della cancelleria angioina nell’anno 1277: Carlo D’Angiò, nel trasferirsi a Napoli portò con sé molto personale per erigere una cancelleria angioina a Napoli. Il capo della cancelleria portò con sé la moglie, nobile, Margherita de Toucy, cugina del re, alla quale fu dato in custodia il castello di Lauro, come dimora conveniente al suo grado. Nel periodo angioino il castello di Lauro, fu amministrato da baroni provenzali, poi passò alla dinastia dei conti di Avellino: i Del Balzo. Successivamente il feudo passò agli Orsini i quali lo tennero fino al 1529 allorchè l’ultimo degli Orsini, Enrico, fu spodestato e spogliato di tutti i suoi beni, compreso il castello di Lauro, per aver partecipato alla congiura contro re Carlo. Ma la moglie, la contessa Sanseverino, riscattò il castello anche se dovette poi venderlo ai Pignatelli. Questi si adoperarono molto per conferire al maniero un aspetto migliore che in parte è quello che ancora oggi esso conserva: i segni del loro intervento tuttora si conservano nell'impianto cinquecentesco, nel Torrione con loggiato e monumentale scalone occidentale - un tempo collegamento con i sottostanti giardini -, le fontane che adornano il secondo cortile. Ai Pignatelli successero i Lancellotti, attuali proprietari, che rilevarono il feudo, compreso il Castello, nel 1632.

Descrizione: La struttura che oggi si osserva con meraviglia è il risultato di una fortunata opera di ripristino resa necessaria dal fatto che il castello era rimasto quasi del tutto distrutto a seguito del terribile incendio che lo avvolse la notte del 30 aprile 1799 appiccato dalle truppe francesi, qui intervenute a sedare una locale rivolta sanfedista. I ricostruttori si ispirarono molto ad alcuni castelli della bassa Toscana ed al gusto prevalente dell'epoca: si nota infatti uno spiccato eclettismo nel quale trovano armoniosa sintesi elementi dell'arte e dell'architettura neo-gotica, neo-romanica, classica, rinascimentale. Gli elementi ricostruiti si fondano poi in un unicum eccezionale ed irrepetibile con quelli dell'originario impianto sopravvissuti all'incendio del 1799: è il caso del Torrione occidentale, con terrazzo coperto, che conserva integralmente l’aspetto della sua struttura cinquecentesca. All’interno il Castello presenta due cortili separati da due eleganti torri. Nel primo cortile si apre sul lato destro dell’entrata uno spazioso portico con sei arcate cui segue un’ampia scuderia con portale classicheggiante. All'interno della scuderia, sulle pareti sono distribuite mangiatoie (eccezionalmente dotate di piatti in ceramica di Vietri); vi si conservano anche alcune antiche carrozze. Sul lato sinistro del primo cortile, c’è un altro portico, molto più breve, antistante la guardiola; sullo stesso lato si ritrova una breve scala adornata di tronchi di colonne e capitelli romani che funge di ingresso alle sale che attualmente ospitano il plastico del castello e lo studio privato del Principe. Sul lato opposto al portone d’ingresso vi è l’accesso al secondo cortile, più piccolo, ma più fine ed elegante. Qui si possono osservare: da un lato vasche cinquecentesche con piante acquatiche, una delle quale decorata con preziosissime ceramiche artigianali d'epoca; dall’altro lato un bellissimo giardino curato all’italiana ed un'altra grande vasca con zampilli e piante acquatiche che nell’impianto originario doveva costituire la parte centrale di un grazioso ninfeo. Dal lato destro del secondo cortile si può accedere tra l’altro alla terrazza del torrione occidentale ed all’elegante sala d’armi, adornata di affreschi raffiguranti le insegne delle famiglie proprietarie e dei vasti possedimenti che un tempo facevano capo alla famiglia Lancellotti; sulle pareti sono anche disposte armi e corazze medievali. Nella parete sul lato d'ingresso vi è un dipinto raffigurante l’incendio del Castello avvenuto nel 1799. Dalla sala d’armi si accede poi al salotto rosso, e da  qui al terrazzo meridionale anch’esso adorno di tronchi di colonne e capitelli e da cui si può godere di uno splendido panorama su Lauro e l’intero Vallo. Ritornati nel cortile, si può notare, sul lato opposto alla sala d’armi, la graziosa cappella, la cui facciata ricalca motivi neo-romanici, presentandosi abbellita da un portale marmoreo a strombo sovrastato da rosone. L’interno della cappella consiste in un’aula rettangolare, sulle cui pareti vi sono affreschi che rappresentano episodi prodigiosi della vita di santi frati della terra di Lauro. Nel catino absidale, un grande dipinto ad imitazione di mosaico, occupa l’intera volta: al centro il Cristo Pantocrator, con ai lati 6 membri della famiglia Lancellotti. A lato della Cappella si ritrova la sagrestia e un piccolo e grazioso chiostro confinante con la vicina biblioteca la quale raccoglie testi classici ed edizioni d’epoca con qualche cinquecentina».

http://www.residenzedepocacampania.it/residenze/Castello_Lancellotti.htm


Luogosano (torre)

Dal sito www.comune.luogosano.av.it   Foto di Gianni Iannaco, dal sito www.iannaco.it

«Dopo diverse infeudazioni il borgo passò ai Gesualdo nel 1478, nel 1636 ai Ludovisi nel 1676 ai Della Marra. Verso la seconda metà del XVIII secolo il borgo fortificato divenne feudo della famiglia Ormini alla cui casata rimase sino all'abolizione dei diritti feudali nel 1806. A pochi chilometri dall'odierno agglomerato urbano c'era un'importante torre di età rinascimentale, che svolgeva funzioni difensive e di avvistamento. Interamente ricostruita dopo il terremoto del 1980, è a pianta quadrangolare, si eleva per oltre undici metri, nelle pareti si aprono diverse finestre e numerosi fori per l'attivazione di una colombaia. Ha due ambienti interni sovrapposti con soffitti in travi lignee. Vi si accede dall'ingresso arcuato situato al livello del piano terreno».

http://www.castellidirpinia.com/luogosano_it.html


Melito Irpino (ruderi del castello Normanno)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.spaziarendere.it   Dal sito www.spaziarendere.it

«La storia. Il Comune prese il nome "Melito" dalle radici MAL-MEL, che significano "costa di monte" (esistono anche altre ipotesi riguardo la derivazione del suo nome). Il primo nucleo del comune nasce dopo l'arrivo dei longobardi a Benevento, attorno al 570. Dagli studi effettuati, si suppone che la costruzione del primo nucleo abitativo sia avvenuto nel corso dell' VIII secolo, cioè al tempo in cui i duchi longobardi di Benevento si fecero promotori del ripopolamento del territorio di Valle Ufita.Costruirono una fortezza con mura di cinta ed una torre quadrata di avvistamento,quest'ultima visibile in tutta la sua imponenza ancora oggi, da quando sono stati abbattuti a seguito del terremoto del 1980 i fabbricati che la circondavano. è difficile datare con esattezza l'avvio della costruzione della torre, per la mancanza di notizie storiche sicure. Le prime notizie certe si hanno grazie al ritrovamento di una pergamena di Montevergine (AV) dell'anno 1153, relativa ad un atto notarile di riconoscimento di proprietà dell'Abbazia di Montevergine stilato in Mercogliano dal giudice Giovanni. In questo atto notarile sono citate le famiglie di Bertrano, di Guglielmo Fainella e la moglie Roca, di Alfiero figlio di Ciuffi, del milite Milo e di Giovanni del Pesco, che potrebbero essere considerate famiglie melitesi discendenti degli antichi longobardi che abitarono per primi il paese. Nel Catalogo dei baroni normanni, compilato a partire dal 1150 per la leva militare straordinaria in difesa del regno di Sicilia di re Ruggiero, Melito viene descritto come sottofeudo di Trigosio de Grutta. Il dominio federiciano sul territorio melitese è durato fino al 1266 quando l'esercito di Tommaso de Forgia (facente capo al figlio di Manfredi) fu annientato dall'esercito degli angioini francesi. Esso è appartenuto fin dalla seconda metà del XII secolo ai conti di Ariano e successivamente ne entrò in possesso la famiglia Gesualdo. Nel 1298 il feudo pervenne ad Egidia della Marra e da costei, per via matrimoniale, a Luca d'Aquino, signore di Grottaminarda dal 1271. La casata dei d'Aquino il piccolo feudo tenne attraverso Landolfo III, Alfonso (1342), Nicola (1352), Antonio (1395), Matteo (1414), Ladislao (1440), Gaspare (1470) e Ladisiao II d'Aquino (1526),il quale per aver combattuto contro re Carlo V lo perse nel 1528.Dal 1532 il paese passò al marchese di Corato Francesco, dal quale lo acquistò nel 1535 Giovanni Pisanelli. Alla famiglia di costui il feudo rimase grazie all'avvicendamento ereditario dei nobili Claudio (1559), Angelo (1604), Geronimo (1605), Giovanni II (1640), Geronimo II (1648), Giovanni Angelo (1700), Emanuele (1747) e Giovanni Angelo. Nel 1784 é nei possedimenti del marchese Andrea Pagano, ultimo signore dei paese fino all'eversione della feudalità (1806). L'endemica peste dei 1656 fece quasi completa strage degli abitanti. Melito venne poi ripopolandosi verso il 1662, anno in cui nell'abitato erano appena dieci famiglie. Ultima proprietaria del maniero fu la famiglia Pagano, che ne conservò il possesso dal 1770 al 1806, anno dell'abolizione dei diritti feudali. Scavi condotti fra il 1880 e il 1886, su iniziativa del marchese Salvatore Parisi, hanno messo alla luce un esteso insediamento di età repubblicana (II-I sec. a. C.), comprendente una necropoli con tombe a tegola; una villa rustica con decorazioni parietali in primo stile pompeiano e pavimentazioni musive, un complesso termale, un edificio di culto con cella a pianta quadrata e portico con quattro colonne nella facciata.

L'architettura. Costruito in età normanna e rifatto dagli aragonesi, costituiva il nucleo centrale attorno al quale si sviluppò il paese. Il Castello di Melito si presenta come uno grosso blocco edilizio quadrangolare in muratura di lastre di pietra bianca e ciottoli fluviali legati con malta e rafforzato agli angoli da conci; la sua base è ben salda sullo strato di roccia sottostante. Sono ancora ben visibili le due torri cilindriche agli angoli diagonalmente contrapposte ed un grosso bastione quadrangolare. Il manufatto è composto da circa trenta vani tutti comunicanti. A trenta metri dal corpo di fabbrica erano posizionate le porte: sono ancora visibili le grosse buche dove venivano fissate le barre di ferro o di legno. L'attuale via, in dialetto melitese "Varvacale", indica il luogo dove insisteva l'antico barbacane. Subì due incendi, uno a seguito della sconfitta del feudatario De Forgia ad opera dei d'Aquino, signori di Grottaminarda, l'altro nel 1799, per moti rivoluzionari, da parte delle bande del Cardinale Rufo. L'edificio si trova alla sommità di un breve rilevato, sulle cui pendici sono evidenti, in particolare verso il fronte normale ed ortogonale alla Chiesa dedicata alla Madonna dell'Addolorata e a Sant'Egidio, tracce di altri manufatti e di terrazzamenti. La attuale configurazione, così poco adatta alla difesa, è da tenersi istituita con la fase della trasformazione signorile della fortezza di cui il "Castello" ne era il "Maschio" e che nel recinto comprendeva l'abitato di Melito, fino ancora alle ricostruzioni post-sismiche sette e ottocentesche. Le varie fasi riedificatorie che la tessiture murarie denunciano sembrerebbero accreditare queste ipotesi».

http://www.castcampania.it/melito-irpino.html  (a c. dell'arch. Antonio di Guglielmo e di Angela D'Addesio)


Migliano (ruderi del castello di S. Angelo a Pesco)

Dal sito www.comune.frigento.av.it   Dal sito www.castellidirpinia.com

«Il fortino ha pianta irregolare poiché l'architetto dell'epoca dovette adattare le strutture murarie alla conformazione della roccia su cui è costruito. La tipologia è quella caratteristica di un fortino di guardia munito di saettiere. I volumi sono incerti e, probabilmente, alcuni sono sotterranei: la struttura in pietra cementata è abbarbicata sulla roccia. Il tutto si presume unificato da scale e cunicoli da accertare. Secondo alcuni, infatti, vi è un condotto sotterraneo che collega questo fortino con delle "cisterne romane" presenti nel centro storico di Frigento. Non è stato possibile localizzare con precisione l'ingresso alla struttura (ponte levatoio?) e la stessa domina, visualmente, un'area vastissima, il panorama visibile si estende per oltre 20 km. Non si segnalano beni mobili ma se ne presume l'esistenza sotto le macerie e la vegetazione. Dalle ricerche effettuate risulta evidente che questo fortino militare fu eretto in seguito alla pace firmata alla presenza dell'imperatore Federico II, fra i principi Radelchi e Siconolfo. Infatti nel luglio dell'830 il principe di Benevento Sicardo, che mirava ad instaurare un forte potere centrale per dare a tutta la Longobardia meridionale l'assetto politico di uno stato forte ed omogeneo, fu ucciso durante una battuta di caccia a Lavello da un suo tesoriere, Radelchi. Ne seguì un periodo di torbide rivalità fra i duchi longobardi e fra tutti emersero, quali pretendenti alla successione, il conte Adelchi ed il tesoriere Radelchi. Quest'ultimo, dopo un'aspra lotta, uccise Adelchi. Però il conte Orso di Conza ed il conte Radelmado, cognati del principe Sicardo, presero le parti di Siconolfo (fratello di Sicardo) e lo proclamarono loro signore. Dopo altre vicende fra i due intervenne l'imperatore Ludovico II che impose loro la pace nell'anno 849. Pare che nella zona sorgesse anche un villaggio ed una chiesa con monastero. Questa tesi è confermata anche da un documento dell'annalista di S. Sofia che ci parla del Castello di S. Angelo a Pesco saccheggiato e bruciato dai Saraceni nel 1200. Un saccheggio precedente ad opera dei Saraceni fu operato nel 915-916. Le ultime notizie a riguardo di questo fortino risalgono al 1225 dopo di che null'altro è detto e si suppone che in tale data vi fu un violento terremoto che lo distrusse riducendolo allo stato attuale. A nostro avviso questa struttura medievale merita di essere recuperata poiché si presenta assai interessante storicamente e, nel contempo, si inserisce in modo mirabile nel contesto scenografico e paesaggistico. L'immane imponenza della roccia su cui si erge e la vastissima panoramica che si offre allo sguardo del visitatore fanno di questo "rudere" un monumento di elevato valore storico, artistico e paesaggistico tale da meritare di essere inserito in un itinerario turistico dell'Irpinia».

http://www.ingenioloci.beniculturali.it/files/Parco_e_Pesco.doc‎


Montecalvo Irpino (castello Pignatelli di Montecalvo)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito http://montecalvoirpino.asmenet.it

«Edificato sulla sommità dell'abitato, per evidenti ragioni strategiche, il “castello ducale Pignatelli” prende il nome dagli ultimi proprietari-feudatari, i duca Pignatelli di Montecalvo. Francesco Sforza, futuro duca di Milano, fu feudatario di questa terra, a lui si debbono importanti interventi sulla struttura del Castello, sulla cintura muraria e sulle fortificazioni. Con il governo dei Carafa, Montecalvo divenne Contea e sotto il dominio di Sigismondo Carafa, nipote del papa Paolo IV Carafa e nipote del cardinal Carafa di Napoli si ebbe il definitivo assetto architettonico dell'attuale Castello, ai cui piedi sorse la chiesa dedicata a S. Gaetano Thiene, santo di particolare devozione della famiglia. Ai Carafa inoltre è dovuta la costruzione dello splendido portale in arenaria, con vari simboli nobiliari, che consente l'accesso alla Corte Superiore del Castello, nonché la edificazione della cappella Carafa, all'interno della Collegiata, considerata non a torto uno dei più importanti esempi di architettura del Rinascimento, per la qualità dell'impianto architettonico (ottagonale) il sapiente utilizzo dell'arenaria e il gustoso equilibrio del chiaro-scuro che la fa avvicinare alla intuizioni geniali dei maestri dell'architettura fiorentina. Pervenuto successivamente alla famiglia Pignatelli il Castello rimarrà legato alla storia di questa nobilissima famiglia per circa due secoli, tant'è che la famiglia medesima ha nel proprio cognome “Pignatelli di Montecalvo” a simboleggiare l'importanza di un Feudo che per la sua vastità, era uno dei più ricchi dell'antichità. Il Castello risulta praticamente integro nelle strutture murarie perimetrali».

http://montecalvoirpino.asmenet.it/index.php?action=index&p=73


Montefalcione (borgo medievale, porta Ripa)

Dal sito www.montefalcioneonline.it   Dal sito www.montefalcioneonline.it

«Passeggiando per le vie di questo borgo medievale a 523 metri s.l.m., tra dimore gentilizie, in uno dei tre colli che forma questo paese, in località Castello, l’occhio attento del visitatore potrà notare una singolare iscrizione lapidea risalente al 1693, posta nel basamento di una civile abitazione che riporta oltre la data, 10 P affiancate. Stanno lì a dire: prima pensa poi parla perché parola poco pensata porta pena. La storia vuole che tale iscrizione fosse il testamento, lasciato in dote al paese, di un prelato dell’epoca in maniera volutamente dogmatica, quale risposta ad uno screzio subito. L’abitante capace di risolvere l’enigma avrebbe ricevuto l’eredità del curato. Al termine prefissato dal notaio nessuno fu capace di indovinare cosa nascondessero le 10 lettere così l’eredità andò alla chiesa, nel malcontento generale. Il legame del popolo montefalcionese con il sacro ed il religioso è sempre stato e resta tuttora molto vivo, come testimoniato dai luoghi di culto e dalle numerose feste religiose. Merita una visita il santuario dedicato al santo di Padova che la tradizione vuole compatrono con S. Maria Assunta come segno di riconoscenza all’indomani di uno dei tanti terremoti (1684) che devastarono l’Irpinia, per lo scampato pericolo, attribuito dalla fede del tempo, al ritrovamento tra le macerie dell’allora chiesa dell’Assunta, di una effige del santo, oggi luogo di edificazione del santuario. La chiesa custodisce, nella sua struttura a tre navate, affreschi ed opere d’arte, nonché la statua del santo portata in processione in una singolare rito l’ultima domenica di agosto. La chiesa di S. Giovanni Battista del 1680, la chiesa di Santa Maria di Loreto, del XVI secolo (che serba all’interno affreschi di pregio), con l’annesso monastero dei monaci verginiani del XVI secolo, che oggi ospita il municipio, conservando ambienti interessanti quali il chiostro con il pozzo ed un refettorio. Nella località del castello è possibile ammirare quello che resta dell’antico castello del borgo, in particolare la torre del XIII secolo, oggi residenza privata. Risale al XII secolo la porta detta della Ripa, che si incontra a poca distanza dal castello è l’unica delle vie di accesso al paese, le 5 porte, rimasta intatta. La strada panoramica che parte dalla stessa per giungere alle falde del paese, nella zona bassa, custodisce lungo il percorso, la grotta detta del capitano. La tradizione attribuisce l’eponimo ad un gentiluomo d’armi che, all’epoca degli assalti e delle dominazioni, affidava ai cunicoli sotterranei che la grotta custodisce e che collegano il paese ad altri centri dei dintorni (arriverebbe a Pratola Serra), la salvaguardia di donne e bambini».

http://www.viaggioinirpinia.it/montefalcione-il-borgo-delle-10-p/


Montefalcione (castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.castellidirpinia.com   Dal sito www.montefalcioneonline.it

«Montefalcione è ubicato su di un colle a 560 metri di altitudine. Con la conquista longobarda, fu costruito il forte nel punto più alto dell'abitato che si sviluppò ai piedi del Castello costituendo il primo nucleo dell'attuale paese. Presso il forte si accampò il conte di Ariano Giordano quando questi era in conflitto con il conte di Avellino Rainulfo, suo acerrimo nemico. Nel 1150, signore del Castello era il normanno Torgisio de Montefacione, a cui successe il figlio Andrea e infine Torgisio II quale ultimo membro di questa casata. Quest'ultimo osò ribellarsi al re di Sicilia, Manfredi di Svevia, che per punirlo lo fece accecare e costrinse più tardi Filippa, moglie di Torgisio II, a sposare il tedesco Corrado de Bruhlein a cui il paese fu portato in dote. L'impianto originario della fortezza di età longobarda non è più individuabile. Infatti, nel corso dei secoli, è stato rimaneggiato da ogni successivo possessore. Allo stato attuale il Castello è stato diviso in stanze ed è abitato. La muratura originale è stata ricoperta dall'intonaco. Visibile nel lato orientale la Torre Normanna a pianta circolare. Montefalcione è noto anche per essere stato teatro, nei primi anni dell'unità d'Italia, di una strage perpretata da parte delle truppe piemontesi sulla popolazione inerme».

http://www.castellidirpinia.com/montefalcione_it.html


Monteforte Irpino (ruderi del castello Longobardo)

Dal sito www.comune.monteforteirpino.av.it   Dal sito www.coreportal.it   Dal sito www.museodeicastelli.it

«Con lo spostamento della capitale normanna da Palermo a Napoli, il valico di Monteforte assumeva un ruolo sempre più strategico, trovandosi sulla via di collegamento tra l’Irpinia e Napoli. Ricerche archeologiche confermano che la città di Monteforte è sorta ai piedi del castello, posto sulla collina di San Martino. Il fortilizio - citato per la prima volta in un documento del 1102 - fu costruito dai Longobardi per controllare la pianura nolana e bloccare la strada alle incursioni nemiche. Con lo “Statutus de reparacione castrorum” (1231), Federico II ordinò di riparare alcuni castelli e di abbattere quelli che non avevano alcuna importanza strategica: Monteforte rientrò a quelli che dovevano essere riparati. Nel periodo an-gioino la rocca appartenne ai principi di Montfort e vi dimorò quel Guido che il 25 maggio 1270 nella Chiesa del Gesù di Viterbo assassinò Enrico di Cornovaglia, figlio del re Riccardo d’Inghilterra, per vendicare il padre e il fratello morti nella battaglia di Evesham. Il castello venne inoltre riadattato in modo da funzionare sia da fortezza sia da residenza estiva. Carlo I d’Angiò e la sua corte vi furono ospitati negli anni compresi tra il 1271 e il 1273 e nel 1278. Nel corso del secolo XV il castello, non più adatto alle esigenze difensive conseguenti all’invenzione della polvere da sparo, perse la sua importanza e fu progressivamente abbandonato. Attualmente si presenta allo stato di rudere, con una planimetria articolata e alcune masse murarie alte circa dieci metri. Il castello era costituito da una parte centrale e da una cinta muraria concentrica; aveva una torre principale ed altre tre più piccole poste nella parte più facilmente attaccabile. Della fortezza rimangono parte delle mura perimetrali in pietra, una torre a pianta circolare e un camino. La struttura è caratterizzata dalla mancanza di fondazioni, poggiandosi interamente sui numerosi banchi di pietra».

http://www.fondoambiente.it/upload/oggetti/Castello_Chiesa_Monteforte_Irpino.pdf


Montefredane (castello Caracciolo)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.mondodelgusto.it   Dal sito www.salernomagazine.it

«Più comunemente conosciuto come “Castello di Montefradane”, il maestoso edificio è di origine longobarda. Nella metà dell’XI secolo, il Castello Caracciolo fu il centro attorno il quale si sviluppo il borgo di Montefredane. Nel Catalogo dei Baroni (importante documento storico)l’opera architettonica viene citata per la prima volta. Dal testo, si legge inoltre che il Signore del podere era un tale “Robertus de Tufo”. Nel corso dei secoli, il castello è stato proprietà di numerose rinomate famiglie nobiliari, quali i De Tufo, i Capece, i Baldini, gli Orsini di Nola, I Brancaccio, I Ferilli, i Gesualdo, i Ludovisi, e infine i Caracciolo di Avellino (dai quali il castello prende il nome). Originariamente costruito come fortezza di carattere militare, nel corso del tempo il castello ha subito numerosi modifiche. In particolare, in epoca rinascimentale è stato trasformato in dimora gentilizia. I Caracciolo gestirono il feudo per quasi due secoli, dal 1650 (quando Francesco Marino Caracciolo entrò in possesso di Montefredane) fino al 1806, anno in cui furono aboliti i diritti feudali. L’edificio fu abbandonato agli inizi del XIX secolo. L’opera architettonica è stata restaurata recentemente. Agli intensi lavori di restauro sono state sottoposte anche la torre rotonda (che si affaccia su Via Mancini) e della torre quadrata, interna alla struttura del castello. Attualmente il Castello Caracciolo gode di un ottimo stato di conservazione. Oggi è ancora presente gran parte delle bellissime cortine perimetrali e di una maestosa torre cilindrica. Il castello è situato nell’antica piazza centrale di Montefredane, dove si trovano il Municipio e la Chiesa Santa Maria del Carmine. Precisamente, è collocato sulla sommità di un colle alla quota di 600 metri; dall’alto, il complesso domina sulla Valle del Sabat».

http://www.avellinotravel.com/item/castello-caracciolo


Montefredane (palazzo Baronale)

Palazzo Santoli, dal sito www.irpinia.info   Montefredane, dal sito www.irpinianews.it

«L’agglomerato di Montefredane risale al XII secolo e possiede un consistente patrimonio storico-artistico e architettonico. All’interno del suo centro storico è situato il Palazzo Baronale (XVI-XVII sec.), l’edificio civile di maggior pregio. Ornato dalla facciata settecentesca, arricchita da un ampio portale, era caratterizzato da un grande atrio con impluvio ed è, probabilmente, di origine rinascimentale, come testimonia la scala interna a due rampe che terminava in un loggiato. Poco distante, nel giardino, c’era anche la “nevera” per la conservazione della neve pressata ed infossata, che veniva prelevata durante i mesi estivi per i bisogni della corte baronale e per esigenze terapeutiche. Il palazzo, ben conservato fino al terremoto del 1980, ha rischiato la demolizione nel 1989, prontamente evitata dall’amministrazione comunale dell’epoca».

http://www.irpinianews.it/percorsi-genius-lociprima-tappa-al-palazzo-baronale-di-montefredane/


Montefusco (castello Longobardo, carcere Borbonico)

Il castello-carcere (a destra) in una foto d'epoca, dal sito http://giornalelirpinia.it   Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.museodeicastelli.it

«Sorto ad un'altezza di circa 700 metri, su di una collina che domina le valli del calore e del Sabato, Montefusco, sin dal nome (dal latino Mons fuscus, monte oscuro) si caratterizza per a sua particolare posizione geografica che lo rese luogo privilegiato per la costruzione di una fortezza inespugnabile. In origine, a Montefusco, i Longobardi eressero un castrum, a pianta quadrangolare. Si trattava di una struttura difensiva cinta da mura che successivamente venne ampliata e rafforzata dai Normanni, che tra il XII e il XIII secolo ne fecero, soprattutto per la sua posizione strategica, uno dei centri fortificati e amministrativi più importanti dei loro domini. Il castello fu assediato dalle truppe mercenarie saracene assolate da Manfredi di Svevia e dagli Svevi Montefusco fu donato, tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV al conte di Ariano Enrico de Vaudemont, ad Amerigo de Souz e infine a Roberto de Cabano. L'imperatore Federico II fece eseguire lavori di ristrutturazione al fortilizio, che fu così elevato a castello imperiale. Con gli Angioini Montefusco fu proclamata in perpetuum terra demaniale e regia. Dopo la loro caduta, il castello passò nelle mani di alcune famiglie aragonesi e proprio in questo periodo l'originario fortilizio, vide un mutamento della sua destinazione d'uso con gli Aragonesi, che lo trasformarono in Tribunale della Regia Udienza Provinciale del Principato Ultra, di cui nel 1581 Montefusco divenne capitale. Diversi personaggi illustri soggiornarono presso il castello, tra cui si ricordano: i papi Callisto II e Onorio II (nel 1137), i re normanni Tancredi, figlio di Ruggiero I e Ruggiero II, il re Ferdinando il Cattolico, il re Ferdinando d'Aragona, nonché Ferdinando II di Borbone. Inoltre, nel castello vennero celebrate le nozze tra Ruggiero il Normanno e la Sibilla.

Un'ulteriore trasformazione avvenne sotto Ferdinando II di Borbone, che, nel 1851, adibì l'ex castello-tribunale a carcere politico per i patrioti antiborbonici. Il carcere borbonico di Montefusco, la cui parte settentrionale venne ricavata nella roccia, fu tristemente famoso per la durezza del trattamento riservato ai prigionieri, tanto da essere definito lo "Spielberg d'Irpinia". A quell'epoca si diffuse un detto: "Chi entra a Montefusco e ne esce vivo, è come fosse rinato!". Ed è facile cogliere l'ironia del detto, visto che i sopravvissuti del Carcere ne uscivano in condizioni disastrose. In tutto si trattò di circa 50 prigionieri, per lo più patrioti antiborbonici. Tra questi ricordiamo il primo prigioniero politico, un sostenitore locale della Repubblica Partenopea, Pirro Giovanni De Luca, imprigionato nel 1799, che perì di tifo il 10 gennaio 1800, a cui seguirono (2 febbraio 1852) il barone Nicola Nisco di San Giorgio la Montagna, il Duca Sigismondo Castromediano, duca di Caballino, il napoletano Carlo Poerio, già ministro di Ferdinando II e il conte Michele Pironti da Montoro, la cui famiglia comprò un'abitazione sulla piazza di Montefusco per restargli vicino. All'interno del carcere sono ancora presenti il pavimento in ciottoli, le pesanti porte e gli elementi in ferro.Varcando la soglia del carcere, si accede all'ingresso, nella zona detta "Vaglio", che era destinata a ricevere i prigionieri durante "l'ora d'aria", privilegio concesso solo a quelli che non erano stati condannati per reati gravi. A sinistra, grazie ad una scaletta in pietra squadrata si accede alla pianta superiore della struttura, verso una corsia con le celle, alcune tenuemente illuminate dalla luce solare che attraversa le inferriate, altre assai anguste e prive di luce. Tramite un'altra scaletta, si accede alla parte più remota della struttura, la corsia inferiore, che comprende una vasta sala con finestre alte dal suolo e chiuse da sbarre di ferro. Nonostante il tribunale fosse stato trasferito ad Avellino dal 1814, il carcere continuò svolgere le sue funzioni, visto che quello del nuovo capoluogo di Provincia doveva essere ancora terminato. Il carcere continuò ad essere utilizzato fino al 1877, per divenire carcere mandamentale fino al 1923. Dal 1928 il castello-carcere è monumento nazionale ed è, oggi, sede di un museo che, oltre alla sezione storica dedicata alle carceri stesse, ospita anche una sezione dedicata alla cultura, all'arte e alla tradizione enogastronomia di Montefusco».

http://www.museodeicastelli.it/articoli/161-le-carceri-borboniche-di-montefusco.html


Montella (Castel del Monte)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Foto di Giuseppe Ottaiano, dal sito http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it   Dal sito www.museodeicastelli.it

«Il carattere di costruzione nella parte pi antica peculiare dei Romani, anche se la struttura d'insieme viene assegnata ai Longobardi. Essa consta di un quadrilatero quasi regolare, chiuso da un alto muro, assai largo, sul quale potrebbero camminare due persone di fronte. Nel lato che guarda ad oriente s'apre una porta ad arco, fiancheggiata da due torri: rimane in piedi quella a destra di chi entra, quadrata, in cui vi una capace e profonda cisterna. A sinistra vi sono di passo in passo delle piccole torri rotonde, simili ad altre, che si osservano dal lato sud, tutte dalla parte interna inserite nel muro. Questo, a sud, dalla parte esterna, fu rincalzato, da una specie di scarpata, per rinforzarne le fondamenta. Nell'angolo sud-ovest si eleva un'alta torre rotonda anch'essa fornita di cisterna, la cui acqua si scorge da un'apertura, fatta in tempi recenti, a colpi di scalpello. Nel grosso muro dell'antica cinta, attaccato a questa torre, si scorge a poca distanza una grande porta, simile a quella di ingresso. Da questa si accede nell'ala occidentale, aggiunta al castello nel medioevo. Dal lato nord l'antica cinta rivelata solo da una grande apertura, che mette nell'altra ala, aggiunta anche essa nel medioevo. Nelle aggiunte non vi sono torri. Il muro esterno sembra fuso nel bronzo, cos appare saldo, e tutto di un pezzo. Alla porta principale, dall'esterno, si oppone, un rivellino in gran parte diruto. Anche una tale disposizione dell'entrata accenna all'antica scienza delle fortificazioni, e ci rimanda a tempi anteriori a quelli dei Longobardi. Costruzione romana anche il Cisternone, ampio locale, dalle mura e dalle volte solidissime, destinato a immagazzinare molte migliaia di ettolitri di acqua potabile. Non c' dubbio che quella costruzione doveva provvedere nell'estate ai bisogni di quella parte della popolazione, che si era raccolta nella cinta murata, la quale si estende ai piedi del castello, poiché solo convogliando, per mezzo di un acquedotto le acque invernali, che scendono da Sassetano, e conservandole, si poteva avere abbondanza di acqua freschissima anche nei mesi caldi; giacche tutto quel colle, e gli altri circostanti, come accade nelle rocce calcaree, sono privi di sorgenti. Nessun monumento antico rimasto per in quel sito, tranne un bassorilievo, adattato a un'apertura nella parte inferiore della torre esterna nord-orientale. L'espressione infantile del viso, il vestimento, e le serpi strette nelle mani sembra che accennino a un Ercole, che si libera dai fastidiosi rettile mandati da Giunone per strangolarlo».

http://www.montellanet.com/montella/monumenti.asp?id=18&title=Il%20Castello


Montella (palazzi signorili)

Palazzo Abiosi, foto di Lucas, dal sito it.wikipedia.org   Palazzo Bruni Roccia, foto di Lucas, dal sito it.wikipedia.org

«Sulla piazza principale è di gran pregio il Palazzo Abiosi, proprietà della omonima famiglia baronale, con l'annesso parco di oltre 10.000 m², esempio di giardino all'italiana, di cui si ha notizia già nel XV secolo. Più volte risistemato e ingrandito, conserva l'originale impianto articolato intorno a due corti-patii, con le botteghe che danno sulla piazza e gli appartamenti nobili al primo piano, è emblematico della tipologia della "casa a corte" prevalente nel Sud Italia fino alla prima metà del XX secolo. Nel rione Garzano, nella parte alta di Montella, è da ricordare il sette-ottocentesco Palazzo Bruni Roccia e, di fronte, quello della famiglia Capone, quasi interamente ricostruito dopo il terremoto del 1980. Nel rione Serra, si trova la settecentesca Villa Trevisani e a poca distanza la casa Carfagni, costruita sulle mura di epoca medievale;nello stesso rione, sulla sommità, sono visibili i resti del Palazzo Virnicchi, che sembra abbia dato i natali al poeta Rinaldo d'Aquino nel 1221, e che ingloba al suo interno i resti di una torre di probabile epoca saracena. Nel rione Sorbo è architettonicamente rilevante il Palazzo Coscia, anch'esso sette-ottocentesco ma di impianto precedente. Il terremoto unito ad altre concause che qui è meglio non approfondire[o lo si dice, riportando le fonti corrette, o si evita qualunque tipo di insinuazione] ha invece completamente distrutto gli storici palazzi delle famiglie Boccuti e Lepore, quest'ultimo ricordato soprattutto per aver ospitato per una notte Giuseppe Bonaparte di passaggio verso Napoli. Sulla Via del Corso si trova Villa Elena, costruita in stile vagamente Liberty tra il 1899 e il 1900, su progetto dell'architetto montellese attivo negli USA Angelo Moscariello, per volere del ricco emigrante Celestino De Marco e della moglie Elena O'Connor al ritorno in patria e circondata da un ampio parco aperto al pubblico. Di notevole interesse nella villa gli arredi e i soffitti a cassettoni opera dell'ebanista Felice Cianciulli. Sempre su via del Corso si trovava il palazzetto seicentesco della famiglia Volpe, anch'esso distrutto dal terremoto del 1980, di cui si conservano ancora il portale con lo stemma della famiglia e le ringhiere in ferro battuto riutilizzati nell'edificio costruito al suo posto. A poca distanza nel 1937 viene realizzato Palazzo Gambone, dall'allora podestà, interessante rilettura dell'architettura fascista dello stile floreale. Ogni casale aveva dunque il suo palazzo nobiliare (e le sue famiglie più influenti) e le sue chiese; di fatto, fino agli anni cinquanta, Montella era costituita da rioni separati da zone verdi; zone che, con il boom edilizio degli anni sessanta-settanta, sono state edificate, unendo i diversi agglomerati esistenti e facendo del paese un unico agglomerato urbano».

https://it.wikipedia.org/wiki/Montella#I_palazzi_signorili


Montemarano (castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito http://mapio.net

«Dal punto più alto di Montemarano il Castello ha visto avvicendarsi secoli di storie e signorie feudali e ancora oggi domina il paese con la sua imponenza, anche se la sua struttura originaria è cambiata molto nel corso dei secoli e al momento risulta inagibile. Ancora si riconosce l'impianto medioevale sotto la veste tardo-rinascimentale con cui è stato trasfigurato nelle epoche successive alla sua nascita ma nulla più rimane delle torri che un tempo circondavano il maniero e della cinta muraria, visibile solo per un breve tratto in Via Sottocastello. L'accesso principale al castello doveva essere nell'antica via Vegliante, l'attuale via Roma, per mezzo di una maestosa scala, come raccontano le fonti storiche, mentre sul lato sud del castello c'era un vasto giardino. Ancora visibili le tracce dei signori che hanno abitato il castello, come lo stemma dei Della Lagonessa (o Leonessa) impresso su uno dei portali, raffigurante il leone rampante simbolo della famiglia in questione. Come tipico di molti castelli, nel cortile interno dovevano essere allocate numerose stanze di servizio, tra cui una farmacia. La storia del castello è legata, oltre ai suoi numerosi padroni, anche alla figura di Giovan Battista Basile, che vi dimorò in qualità di governatore di Montemarano tra il 1615 ed il 1616, periodo in cui terminò la prima stesura della sua più grande e conosciuta opera, Lo Cunto de li Cunti. ... Numerosi sono i palazzi, chiara traccia di un passato importante, disseminati in tutto il comune: Palazzo Toni, Palazzo Fiorilli-Buono e molti altri» - «Quassù, intorno al 1137, il geografo arabo Al Idrisi tracciò la prima mappa del Sud, prima che il “suo re”, Ruggiero II il Normanno mettesse a ferro e a fuoco il castello per un regolamento di conti dinastici. Ricostruito, al tempo dei nuovi incastellamenti svevi, con l’avvento degli Angioni, verso la seconda metà del ‘200, divenne ambito cenacolo dell’Amor Cortese, gemmazione irpina della Scuola Poetica Siciliana per la presenza di Rinaldo D’Aquino, già valletto e falconiere alla corte di Federico nel 1240, che dedicò alla Bella di Montemarano una canzone, divenuta un prezioso saggio degli inizi della Letteratura italiana: Amorosa donna fina...».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/52-montemarano-castello-medievale.html#prettyPhoto - http://www.muvim.it/castello.aspx


Montemiletto (castello della Leonessa)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.meteavellino.it

«Cuore palpitante e simbolo per eccellenza di Montemiletto, l'imponente Castello Normanno - noto come "Castello della Leonessa" – si erge su un alto sperone roccioso a strapiombo sul versante sud-ovest, in posizione dominante sul paesaggio circostante e sulla Valli attraversate dai fiumi Calore e Sabato. Secondo alcuni storici, il Castello fu probabilmente costruito fra l'VIII ed il IX secolo, su una preesistente struttura longobarda. Il maniero presenta un impianto pentagonale di cui il maschio quadrato - sul lato sud-ovest - è la parte più antica, costruita dai Normanni (o, comunque, da questi ripristinata dopo l'incendio del 1119). Va, infatti, ricordato che il "castrum Montis Militum" fu edificato, presumibilmente, in Epoca Longobarda, sui resti di una preesistente costruzione romana: una parte delle mura di fondazione poggia, infatti, su un muro in laterizi di epoca romana. Esso fu, poi, rifatto dai Normanni nel XII secolo. Le fondazioni dell'imponente complesso si basano direttamente sul pianoro roccioso, e sono realizzate con pietre calcaree informi di varie dimensioni, legate da malta cementizia compatta. Nel corso dei secoli, la fortificazione - volta a mezzogiorno, in posizione dominante rispetto alla piazza sottostante - ha subito varie modifiche e ristrutturazioni. Incendiato nel 1119, saccheggiato nel 1269 (quando ne era proprietario Giovanni Gaillard), appartenuto - nel 1279 - ad Enrico de Vaudemont e poi, dal 1280 al 1337, ai de La Gonnèse, incamerato dopo il 1381 dalla Corte Regia ed alienato, nel 1410, ad Andrea Francesco Caracciolo, il Castello di Montemiletto fu conquistato, nel 1419, da Algiasio Tocco. In epoca rinascimentale, il complesso fu trasformato in Palazzo Baronale, con larghe finestre ed ampi balconi. Già nel corso del '500, il "Castello della Leonessa" risultava dotato non solo di poderose strutture difensive, rivellini e torri merlate, ma anche di camere residenziali e di numerosi locali di servizio, quali la "Sala grande", la "Cappella della Santa Croce", la Cisterna, il "Giardino", la Prigione, le Stalle, le Cantine, la Cucina e il Forno.

Nell'attuale impianto planimetrico del Castello che - dal luglio del 1419, fino all'eversione della feudalità (1806) - è appartenuto alla Casata dei Tocco, è possibile riconoscere due corpi principali, ben evidenziati e distinti: uno (che, probabilmente, ne costituiva, nel settore occidentale, la struttura originaria con copertura a volte), di forma quadrangolare, con mura scarpate e mastio centrale (4,50 x 5,30 m), coperto a volta; l'altro, di forma poligonale, con due Torri a sezione circolare, più basse dell'interposta cortina muraria, collocate agli angoli sud e ovest (altezza: 13 m; diametro: 4 m). Una terza Torre, a pianta quasi quadrata, situata sullo spigolo di sud-est, in corrispondenza della "Porta della Terra", si eleva su una base scarpata per oltre 12 m; la quarta Torre, ubicata a nord, forse è stata abbattuta e sostituita con l'attuale Torre quadrata dell'orologio, alta circa 15 m, che ancora mostra, sull'architrave della porta d'ingresso, lo stemma di "Mons Militum". Sull'arco d'ingresso al Castello - nella parte interna verso la corte - è collocato uno stemma raffigurante uno scudo sormontato da una corona a nove punte con un filo di perle. Gli interni del prestigioso maniero di Montemiletto hanno subito notevoli modifiche, con apertura di nuovi vani, chiusura di altri e costruzione di nuove tramezzature. Tra i prospetti del Castello solo quello meridionale conserva maggiormente integro il suo aspetto seicentesco. Recentemente restaurato, il maestoso complesso architettonico rappresenta uno dei Castelli medievali irpini meglio conservati. Al "Castello della Leonessa" si accede dall'attuale Piazza Quattro Novembre, attraverso la c.d. "Porta della Terra" realizzata nel vecchio muro di cinta che univa la fortificazione al circuito difensivo dell'abitato».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/319-il-castello-normanno-di-montemiletto.html


Monteverde (castello baronale aragonese)

Dal sito www.comune.monteverde.av.it   Dal sito www.risorsamezzogiorno.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Lucia Lioi (https://www.facebook.com/lucia.lioi)  ---  Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)  --- 

Foto di Samuele Romano (https://www.facebook.com/samuele.romano.9)   Foto di Samuele Romano (https://www.facebook.com/samuele.romano.9)   Foto di Samuele Romano (https://www.facebook.com/samuele.romano.9)   Foto di Samuele Romano (https://www.facebook.com/samuele.romano.9)  

«Il castello è costruito nel punto più elevato del colle, detto "Seno del Castello", in posizione strategica, infatti, controlla tutta la valle dell’Ofanto. Della sua esistenza si ha già notizia nella seconda metà del IX secolo, pur non esistendo più l’impianto difensivo originario. Ricostruito in età sveva e rifatto quasi completamente nel corso del XV secolo, l’aspetto attuale del castello è quello tipico dell’architettura difensiva quattrocentesca del periodo aragonese, nonostante le trasformazioni subite in epoca sei-settecentesca. In una descrizione del Galluccio nel 1693 il maniero è illustrato nei suoi ambienti e nelle sue strutture come circondato da mura ed avente cinque torrioni con merli. Descrive l’ingresso come "una porta foderata da lamine di ferro". Dice anche che parte del castello è inabitabile. Danneggiato dal sisma del 1694, il castello, l’anno successivo, in occasione delle nozze di Giovambattista Sangermano con Gerolama Deali Valva, fu ristrutturato ed ampliato con la costruzione dell’ala destra. Ancora nel 1930 il castello subì notevoli danni in seguito al sisma che colpì il Vulture. Oggi, grazie ad un progetto di recupero e valorizzazione, messo in atto dal comune di Monteverde, al quale il castello appartiene dal 1990, è stato quasi completamente restaurato. Il castello presenta pianta trapezoidale con torri cilindriche su base scarpata poste agli angoli. Da notare che esso è stato adeguato alla conformazione rocciosa del sito, infatti, essa affiora in più punti alla base della scarpa delle torri. La cortina muraria dal lato dell’ingresso presenta sporgenze e rientranze. Il portale d’ingresso alla corte interna, è leggermente strombato ed in alto, perpendicolarmente ad esso, si trova una mensola sporgente, probabilmente ciò che rimane di quella che doveva essere una garitta. Inoltre, in questo lato, sono presenti, tra la cortina muraria e le due torri scarpate che la fiancheggiano, numerosi fori di alloggiamento delle travi che servirono alla costruzione. Si notano anche le feritoie dalle quali si posizionava l’arciere. La cortina muraria opposta è anche essa scarpata, ma regolare; vi manca però una delle torri. Le cortine murarie negli altri due sensi,sono più brevi. La torre meglio conservata è innestata nello spigolo meridionale. Ha pianta circolare, misura circa 8 m di diametro e si eleva oltre i 12 m. All’interno vi sono tre locali situati uno sull’altro. Da questa torre parte un resto di fabbricato breve (lunghezza 10,50 m,altezza 11 m) dove si nota l’antico ingresso del castello, preceduto da un ponte levatoio oggi scomparso. All’interno, dalla corte, si può accedere ai numerosi ambienti del piano terra adibiti in passato a magazzini, cantine e scuderie. Alcuni locali sono voltati a botte, mentre ad un livello più basso in alcuni ambienti si scorge un accenno di volta a crociera. Sempre dalla corte si accede ai piani superiori ed anche alle stanze più importanti della dimora feudale, soprattutto nel lato occidentale».

http://www.castcampania.it/monteverde.html


Montoro Superiore (resti del castello normanno)

Particolare di Montoro Superiore, dal sito http://montorosuperiore.asmenet.it   Montoro Superiore, dal sito http://montorosuperiore.asmenet.it

«Anche a Montoro Superiore in epoca normanno-sveva venne edificato un fortilizio di cui si hanno scarsissime notizie. Restano anche di questo purtroppo pochi ruderi che consistono in brevi tratti di cortine perimetrali ricoperte da una fitta vegetazione».

http://www.castellidirpinia.com/montoro_sup_it.html


Morra De Sanctis (castello dei principi Biondi-Morra)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito www.morreseemigrato.ch

«Su un'altura di Morra de Sanctis, piccolo e grazioso centro dell'Alta Irpinia, si erge una magnifica Fortezza appartenuta ai potenti feudatari locali, i principi Biondi-Morra. Edificato nel IX secolo in posizione di dominio dell'abitato e della valle sottostante (con la finalità di difendere i territori del Gastaldato di Conza), sotto il dominio normanno questo splendido fortilizio subì diverse modifiche e, nel XVI secolo, divenne residenza gentilizia, ampliandosi notevolmente. Oggi, di quella cinquecentesca ricostruzione sono ancora visibili i tratti principali, ma per vicissitudini varie (sisma del 1694, saccheggio delle truppe francesi del 1799, incendio del 1911 e sisma del 1980) il Castello di Morra de Sanctis è stato più volte rimaneggiato. Tuttavia, gli attenti lavori di restauro recentemente effettuati consentono di ammirare la Fortezza - oggi sede dell'Università Telematica "Guglielmo Marconi" di Roma - in tutta la sua imponente bellezza cinquecentesca. Dal periodo normanno fino al 1835 Morra de Sanctis fu feudo dell'omonima famiglia baronale, e conobbe momenti di notevole espansione territoriale. La famiglia Morra era molto potente e vantava uomini di chiara fama, come papa Vittorio II, papa Gregorio VIII e Roberto Morra, Enrico Morra, Goffredo Morra e Pier delle Vigne che furono alla testa delle congiure contro Federico II. L'Imperatore sterminò la famiglia Morra e solo un bambino si salvò, evitando l'estinzione del casato. Il Castello è andato varie volte in rovina, ma è stato sempre ricostruito: venne rifatto in epoca normanna e poi nel XVI secolo, quando venne trasformato in residenza gentilizia. Dell'ultima trasformazione mantiene i tratti, anche se, ulteriori interventi sull'edificio furono necessari a seguito del terremoto del 1695, del saccheggio perpetrato da parte delle truppe francesi nel 1799 e, in ultimo, dell'incendio del 1911 (che distrusse la biblioteca). L'impianto architettonico attuale del Castello Biondi-Morra è chiaramente cinquecentesco. Notevole si presenta la facciata, caratterizzata da muratura in pietrame e dalla presenza di due torrioni cilindrici che fanno da guardia all'ingresso principale. Il Maniero dei Principi Biondi Morra è dotato di un interessante Salone delle Armi, cui si accede dal cortile interno attraverso un artistico portale del Seicento. Ma il fascino di questo antico e suggestivo maniero è dovuto anche alle vicende vissute al suo interno dagli illustri ospiti che vi dimorarono, tra i quali figurano anche personaggi del calibro del cardinale Alberto Morra, divenuto in seguito papa Gregorio VIII e del cardinale Pietro Morra».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/73-il-castello-dei-principi-biondi-morra.html


MORRONI (torre Maluocchi)

Dal sito www.irpinia.info   Dal sito www.irpinia.info

«In località Morroni, non lontano dal Santuario dedicato alla Madonna della Neve, si erge tra i campi una struttura di cui fa parte la torre che si vede nell'immagine, nota come Torre dei Maluocchi. La struttura è ancora imponente, nonostante i danni provocati dagli agenti atmosferici e dagli uomini, che hanno demolito strutture in pietra circostanti, forse appartenenti alla struttura complessiva originaria».

http://www.irpinia.info/sito/towns/bonito/maluocchitower.htm


Nusco (ruderi del castello Longobardo)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.italiavirtualtour.it   Dal sito www.italiavirtualtour.it

«A Nusco, cittadina della provincia di Avellino, si può svolgere un interessante itinerario per scoprire le possibilità del turismo in Irpinia. Una passeggiata nel centro di Nusco porta a scoprire le tracce di un glorioso passato. Il centro di Nusco si trova su un monte lungo la linea spartiacque appenninica, tra le valli dell'Ofanto e del Calore che è un affluente del Volturno. Cinta dai monti Picentini, sasso tra i sassi, Nusco è stata testimonianza di una civiltà contadina non statica, ma in continuo divenire, di cultura religiosa e laica, talora illuminista, ma mai eretica. Dagli spalti del castello diruto o dai viali che costeggiano il paese si può ammirare uno splendido panorama, tanto che Nusco viene definita "balcone dell'Irpinia". Il suo vasto orizzonte spazia dal massiccio del Vulture al Terminio, al Partenio, al Matese e all'Appennino Dauno. Il Castello di Nusco è senz'altro il monumento più interessante che richiama l'attenzione nella breve visita di Nusco. Il Castello è un antico e glorioso maniero di epoca longobarda, costruito intorno al IX secolo. Dopo alterne vicende, tra le sue mura trovarono rifugio Guglielmo, ultimo duca di Puglia nel 1122, e a Manfredi, nel 1254. Dell'antico Castello longobardo di Nusco si conservano oggi soltanto poche mura, fra cui spiccano i resti imponenti della torre e dei lati esposti a settentrione. Oggi scavi archeologici stanno portando in luce l'interno del perimetro del Castello di Nusco, oltre a camere ed archi in pietra locale, la cui esistenza era sino ad oggi soltanto supposta. Un tempo ricchissimo feudo dei De Aquino, Giamvilla, Caracciolo, Imperiale, il Castello di Nusco fu distrutto alla fine del 1700 dalla restaurazione sanfedista, dopo l'adesione alla Repubblica Partenopea di Giulio Imperiale II, signore del castello. Ma, come sappiamo da uno storico dell'epoca, prima che arrivassero i soldati del Cardinale Ruffo scomparvero, dalle sale del Castello, mobili, arazzi, specchiere, candelabri, armi, armature e furono svuotati d depositi di vettovaglie. Una volta saccheggiato, il Castello di Nusco fu poi dato alle fiamme. Nel 1908 le mura perimetrali raggiungevano ancora l'altezza primitiva».

http://www.originalitaly.it/it/editoriali/a-a-nusco-il-ricordo-di-un-glorioso-passato-longobardo


Pietradefusi (torre Aragonese)

Dal sito www.irpiniareport.it   Dal sito www.tripadvisor.it

«Un grande balcone merlato affacciato sulla Valle del Calore. Tra il Sannio e l’Irpinia, sorge il piccolo borgo di Pietradefusi. In provincia di Avellino, su una collina, sorge questo piccolo, ma grazioso e tranquillo paese. Simbolo indiscusso della comunità è la sua Torre Aragonese che svetta nel punto più alto dell’abitato e che è presente anche nel gonfalone comunale. La torre venne realizzata nel 1431 su ordine del feudatario locale Giacomo Tocco e fungeva da punto di raccolta della popolazione in caso di invasioni e saccheggi, oltre che da fortezza signorile. La torre difensiva a pianta quadrangolare, è alta 11 metri, formata da due grossi vani, un piano terra ed un primo piano, è accessibile tramite una scala esterna a due rampe, pure in pietra e basoli locale. Sul tetto, è presente un grande balcone merlato. La torre deve il suo nome ai duchi Acquaviva d’Aragona che furono proprietari del feudo dal XV al XVII secoli. Ormai da secoli la torre è simbolo del piccolo paese di Pietradefusi. Non a caso, su di essa è collocato lo stemma del gonfalone comunale. Oltre alla torre, a Pietradefusi è possibile visitare anche la Chiesa medievale di Santa Maria del Piano e il Convento delle suore Francescane Immacolatine».

http://www.ecampania.it/avellino/itinerari/irpinia-torre-aragonese-pietradefusi


Pietrastornina (centro storico, porta urbana di via Castello)

La porta, dal sito http://pietrastornina.asmenet.it   Il borgo oggi, dal sito www.irpinia24.it

«L’originario nucleo abitato di Pietrastornina ha una datazione altomedioevale, il castellum di Petra Stermina venne inserito nella grande corte di Monte Vergine, donata al monastero femminile di S.Sofia di Benevento dal principe longobardo Arechi II nel novembre del 774. l’abitato del paese si è formato in un lungo arco temporale, e deve il suo nome alla guglia rocciosa fortificata che ne fu l’originario motivo generante. ... Il nucleo abitativo originario di Pietrastornina si è formato progressivamente ai piedi della rupe fortificata tra il X e l’XI secolo, con uno schema del tipo detto a “cortina o rundilinge”. La forma ellittica del recinto, ancora oggi percepibile nel rilievo catastale, è assimilabile a centri simili nella zona: il casale di Forchia, sito in località Corticella, o al nucleo primario di S. Martino Valle Caudina. Il borgo medievale si estese (XII-XIV sec.) con un’addizione del costruito, che ne ampliò la curva policentrica estese intorno all’emergenza fortificata, e delimitata naturalmente dall’ansa del Torrente S. Martino. Non si può escludere che comunque, a monte del borgo rupestre, anche in epoca medievale, sopravvissero una serie di casali detti di “lignaggio”, ovvero dediti allo sfruttamento diretto delle risorse silvane in genere. Tali insediamenti sorgevano lungo i naturali percorsi montani. L’esistenza di tali abitati è molto diffusa nel sistema insediativo pietrastorninese, lo stesso ordinamento comunale attuale conta ben 36 delle cosiddette “Frazioni”. La datazione certa per tali insediamenti parte dal XVI secolo. L’espansione a monte del borgo della rupe, iniziata con le predette contrade cinquecentesche, si consolida e completa con il cosiddetto “villaggio strada” che cresce ai bordi della nuova strada carrozzabile nel corso dell’Ottocento. Determinandosi, in questo modo, una rotazione dell’asse d’interesse urbano pietrastorninese: dalla strada intorno alla rupe fortificata si passa all’asse dell’attuale Corso Partenio. ... Il fabbricato al cui interno si apre la porta, si estende dalla riva Ovest del Torrente S. Martino fino a coprire Via Castello, che vi passa appunto sotto. Non esistono documenti archivistici che permettono di datare direttamente il manufatto, inquadrabile pertanto all’epoca di formazione del borgo medievale di Pietrastornina, che si fa risalire al XII-XV secolo. La porta è costituita da una lunga volta a botte che copriva in origine un tratto di 12 m di strada, cui se n’aggiunse nel tempo dal lato Sud un ulteriore pezzo che prolungò la volta stessa di altri 2 m. Trasversalmente la porta misura 2,30 m, e sui due fronti di apertura il manufatto è costituito da un sistema di doppi capitelli e piedritti lapidei, su cui impostano gli archi a tutto sesto della volta, costituiti da conci di tufo. Sul fronte Sud, i capitelli e i piedritti sono stati racchiusi nella muratura dell’accennata aggiunta che la porta ha subito da questo lato. Sull’edificio della porta si aprono diverse aperture a balcone e a finestre, nonché un portale sormontato da un arco a sesto acuto, oggi murato, che manifesta la continua stratificazione edilizia subita dall’intero fabbricato».

http://pietrastornina.asmenet.it/index.php?action=index&p=250 - ...index&p=255  (da una relazione dell'architetto Giuseppe De Pascale)


Pietrastornina (palazzo Baronale)

Dal sito http://pietrastornina.asmenet.it   Dal sito www.cmparteniovallodilauro.gov.it

«Lo stemma gentilizio posto sopra il portale di accesso reca incisa la data del 1614. È molto presumibile che l’edificazione del palazzo risalga proprio al primo decennio del XVII secolo, visto che Cesare Pagano, primo barone di Pietrastornina, acquistò dai monaci verginiani il "suolo diruto della cappella della SS. Annunziata". L’acquisto del suolo avvenne nel 1587, tuttavia l’edificazione del palazzo fu voluta da Ugone Pagano, che nel 1600 aveva ereditato il feudo dal padre. Il palazzo fu in seguito acquistato dalla famiglia Lottiero d’Aquino e nel 1745 l’immobile è censito nel catasto onciario come dimora del Principe della Pietra, con una consistenza di "30 membri superiori e inferiori". Ma già nel 1773 il feudatario non risiedeva più in paese, e all’inizio dell’Ottocento l’edificio dell’illustre possessore versava in stato di collabenza, i vani censiti erano diventati 14, e si era già dato luogo al frazionamento della proprietà. Nel 1816 il palazzo risulta intestato ad un ricco possidente locale, tale Gaetano De Luca di Giovanbattista; saranno proprio i suoi eredi che in seguito si divideranno il piano nobile, e creeranno un nuovo ingresso all’edificio aperto sulla Traversa di Via Torre (attuale traversa di Via A. Damiani). Negli anni Venti del Novecento questa parte del palazzo fu occupata dalla locale arma dei carabinieri. In quegli anni (nel 1925), una disastrosa alluvione distrusse l’ala Sud del palazzo, quella costruita sopra il sottostante Torrente S. Martino. Nel 1973 gran parte dell’edificio fu acquistata dagli attuali proprietari. Alla metà degli anni Ottanta del Novecento, l’edificio ha subito un grosso intervento di ristrutturazione, che ne ha profondamente alterato la sua originaria consistenza materiale, e cancellato gran parte dei suoi stilemi architettonici».

http://pietrastornina.asmenet.it/index.php?action=index&p=254  (da una relazione dell'archit. Giuseppe De Pascale)


Pietrastornina (ruderi del castello Longobardo)

Dal sito www.cmparteniovallodilauro.gov.it   Dal sito www.cmparteniovallodilauro.gov.it   Dal sito www.coreportal.it

«In cima all'imponente guglia rocciosa che domina il centro di Pietrastornina si trovano i resti del Castello medioevale, eretto in epoca longobarda e di cui si ha già traccia in documenti dell'VIII secolo, precisamente nel 774, quando il Principe longobardo Arechi II donò il Castello di Pietrasturminea alla chiesa di S. Sofia di Benevento. La costruzione del fortilizio difensivo fu giustificata dalla difficile accessibilità del sito, e quindi alla sua facile difendibilità, unita alla strategica posizione, che consentiva agevolmente di dominare e controllare il territorio sottostante. Sfruttando la conformazione della guglia su cui venne edificato, il Castello assunse una conformazione anomala, differente da quella tipica dei vari castelli, presentando almeno due corpi di fabbrica, di diversa dimensione, ovviamente, eretti a livelli differenti. Sulla roccia viva vennero scavate delle scale, dei camminamenti, delle mura che cingevano tutta la guglia. Attorno al fortilizio difensivo, sempre durante la dominazione longobarda, sorse il borgo medioevale. Altra citazione documentale del Castello risale al 1239, durante il dominio svevo dell'imperatore Federico II, quando la struttura fu ricompresa nei "Castra exempta". Oggi, della struttura residuano tenui tracce, ruderi senza una forma precisa, in quanto lo stato di degrado del Castello era talmente avanzato, che l'11 febbraio 1837, il Comune fu costretto a decretarne la demolizione, dato la persistenza del rischio di caduta di porzioni dei ruderi sulle sottostanti costruzioni. E tanto era avanzato lo "stato di decomposizione" del Castello, che non fu possibile recuperare alcun materiale riutilizzabile (es. pietre, legname, metalli)».

http://www.irpinia.info/sito/towns/pietrastornina/castello.htm


Prata Principato Ultra (borgo antico, porta San Giacomo, torre)

La torre detta normanna, dal sito www.icprata.gov.it   Porta San Giacomo, dal sito www.icprata.gov.it

«La frequentazione del territorio Pratese è assai remota, come risulta da ritrovamenti archeologici preromani e ruderi di ville e sarcofaghi di epoca romana effettuati nelle campagne che circondano il complesso cimiteriale e religioso della Basilica dell'Annunziata, un antico tempio pagano con catacombe cristiane (II-III secolo). Ciò conferma dell'affermazione del Cristianesimo nella vicina Abellinum e con molta probabilità anche la sede dei primi vescovi in Irpinia. In un documento del 1070, risulta la regalia della Badia di S. Maria di Priato da parte di Roberto di Montescaglioso al vescovo di Tricarico. Il vero e proprio borgo, di origini medioevali, apparteneva a Guglielmo de Abinalia di Avellino, signore di Montefredane e vassallo del conte Rainulfo II, quando venne saccheggiato ed incendiato nel 1134 dai soldati di Ruggero II il Normanno, il quale concesse i diritti feudali a dei nobili locali, i de Prata. Verso il 1170 feudatario era Pietro Revelli, a cui successe dapprima una certa signora Mattia, e poi i suoi nipoti, Ugone, prima, Raione e Simone de Prata successivamente. Cogli Svevi si ebbe la riedificazione del castello con la famiglia de Avenalia. ...» - «Il borgo prende il nome dell’antica strada frequentata dai pellegrini medievali che veneravano l’apostolo S. Giacomo. Il percorso costeggia la chiesa e prosegue verso l’omonima porta ubicata all’esterno del Palazzo Baronale. La porta di San Giacomo rappresenta un punto di accesso al percorso principale dell’antica Terra sulla direzione della Chiesa di San Giacomo Apostolo. Molto probabilmente la strada ha rappresentato un’importante collegamento per i pellegrini del medioevo».

http://www.montefalcioneonline.it/sito/guida-turistica/... - http://www.icprata.gov.it/Curiosita/Curiosita_IlCentroStoricoDiPrata.htm


Prata Principato Ultra (castello-palazzo baronale) 

  Dal sito www.icprata.gov.it    Foto a cura di Carlo Sibilia, dal sito http://avellino.zon.it

«Nel 1134 le truppe normanne guidate da Ruggiero II presero d'assalto e distrussero il centro, fortificato da un maniero. Il castello venne ricostruito in età sveva dalla famiglia de Avenalia e usato anche come prigione dall'imperatore Federico II. Dal 1681, il Castello, simbolo di potere e di ricchezza, apparteneva ora alla famiglia Zamagna. L'edificio fu completamente rifatto in epoca rinascimentale e mutato in un tipico palazzo residenziale in epoca seicentesca. La poderosa costruzione, ha pianta quadrilatera con finestroni archivoltati e semplici balconi con davanzali modanati» - «Senza dubbio il palazzo gentilizio più importante ed imponente di Prata di Principato Ultra è il palazzo baronale, [con un bel portale d'ingresso e parte delle mura esterne ricoperte dalla vegetazione, visto che l'edificio versa in assai precarie condizioni di conservazione. Il palazzo baronale venne edificato sui resti dell'antico palazzo medioevale nel XVII secolo, nel centro storico del paese e funse anche quale sede del Municipio, delle scuole medie e delle Suore Carmelitane. A lato del portale vi sono due lapidi, di cui una ricorda i caduti della prima guerra mondiale (1915-1918) ed Eritrea e Libia (1926) ... un'altra del 1925 con cui si ricorda la famiglia di Marzo che restituì al popolo di Prata il palazzo».

http://www.castellidirpinia.com/prata_it.html - http://www.irpinia.info/sito/towns/pratapu/privatebuildings.htm


Pratola Serra (torre)

Dal sito www.casteldiserra.it   Dal sito www.casteldiserra.it

«L'abitato di Pratola Serra si sviluppò intorno a un fortilizio del XII secolo. Venne ereditato da Ugone de Serra nel XIII secolo. L'imperatore Federico II di Svevia affidò a quest'ultimo la custodia del prigioniero milanese Roberto Monteccolo, affinché fosse tenuto nelle segrete della fortezza. Nella prima metà del XV secolo la fortezza venne ereditata da Giovanni e Costanza Grillo che dimorarono stabilmente nel locale maniero. Il castello aveva pianta quadrilatera con torri angolari e cortile interni. Danneggiato dall'evento tellurico del 1456, fu da allora definitivamente abbandonato dai feudatari di Serra. Venduto poi a diversi proprietari, venne adattato e utilizzato per edificarvi all'interno alcune abitazioni private così nel '700 l'aspetto del fortilizio era completamente snaturato. Imponente è comunque ancora oggi la struttura residua, di cui colpisce soprattutto una torre circolare. Ha internamente un solo piano superiore, la superficie è aperta da una semplice finestra e da una piccola feritoia al livello del piano terreno».

http://www.castellidirpinia.com/serrapratola_it.html


QUAGLIETTA (castello normanno)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.europaconcorsi.com

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Marino Pagano (https://www.facebook.com/marino.pagano.3)   Foto di Marino Pagano (https://www.facebook.com/marino.pagano.3)   Foto di Marino Pagano (https://www.facebook.com/marino.pagano.3)

«L'abitato di Quaglietta, che dal 1928 non è più Comune ed è stato unito a quello di Calabritto, vanta una ricco passato. Feudo dei Rossi da Gesualdo, dei Marchesi di Santa Lucia, dei De Vicariis, dei Baroni del Plato e dei D'Ayala-Valva rivestì notevole importanza grazie alla sua posizione strategica per il controllo della Valle del Sele. Simbolo dell'abitato è il possente castello di origine normanna o, più credibilmente, longobarda (secondo la tradizione, sarebbe stato costruito nel 840 per volontà di un barone longobardo, il cui nome era Britto), anche se ridotto a rudere. Avere la possibilità di vederlo dal vivo è davvero uno spettacolo straordinario, a cui le immagini non rendono adeguata "giustizia". Il castello, arditamente realizzato in una posizione strategica di dominio sulla valle sottostante, su di un blocco di pietra, attorniato nel corso del tempo dal borgo medioevale, ancora oggi appare minaccioso ed imponente, con la sua torre quadrata, il “mastio”, che si eleva al centro della costruzione. L'edificio, di forma quadrangolare (anche se il quarto lato si presenta alquanto irregolare) venne ampliato verso la fine del XVII secolo dal Barone de’ Rossi, che provvide soprattutto a restaurare ed innalzare la torre centrale. Tra il 1500 e il 1600 quasi tutti i fortilizi, che sorgevano per lo più su alture fuori dell'abitato, furono abbandonati dai loro abitatori che si trasferirono in sontuosi palazzi baronali fatti costruire in pianura. Tutto questo non si verificò per Quaglietta, dove il castello, eretto nel pieno centro del paese, continuò ad essere abitato dai suoi proprietari per molti anni ancora dopo l'abolizione del feudalesimo. Ciò salvò quell'edificio dal deperimento che colpì gli altri castelli. Per Quaglietta non ci fu palazzo baronale, né se ne sentì il bisogno, perché il castello, data la sua ubicazione, poteva benissimo considerarsi un palazzo baronale. Nel 1890 il maniero fu abbandonato al suo destino ed apparve come “res nullius”, che fu attribuito a questo o a quel proprietario, al quale sarebbe passato per vendita o per donazione.

Danneggiato dal sisma del 1980, del forte sono oggi ancora visibili un’alta torre a pianta quadrata e gran parte delle cortine murarie con finestre, feritoie e brevi tratti di coronamento, con merlatura guelfa. Le coperture sono in gran parte crollate e quel che restava è stato sottratto da privati cittadini e riutilizzato in altre costruzioni. Interessante è la testimonianza degli alunni della scuola “San Domenico Savio" di Calabritto, che visitarono il castello il 29 novembre 1979, prima del terremoto, che lo descrissero così: "…Dopo una breve scalinata, ricavata pure essa dalla viva roccia, si apre l'ingresso formato da un maestoso portale in blocchi di pietra elegantemente scanalata. Da esso si dipartono le poderose mura perimetrali che dovevano tutelare gli abitanti del castello dai nemici… Salendo una prima rampa di scale, incontriamo costruzioni diroccate, adibite, in qualche caso, a pollaio. Queste dovevano essere le case dove gravitava la vita del popolo. Ben più confortevole, invece, doveva essere l'esistenza di chi occupava i vasti locali del castello, cui si accede mediante una seconda rampa di gradini, sovrastata da un'ampia porta, alla cui base si vede in bassorilievo la testa di un leone, guardia muta di una presenza scomparsa… Entrando nel castello vero e proprio, distinguiamo un piano inferiore, forse destinato a depositi e stalle, che si affacciano su di un cortile fornito di una fontana a pietra scolpita. Nel piano superiore costituito da diversi locali, rimangono tracce di un forno e di camini; ci sono anche una cisterna per la raccolta di acqua piovana e una cappella. In questa cappella, ormai irreparabilmente distrutta, è rimasta solo qualche traccia degli affreschi murali”. Al castello si accede unicamente dal borgo medioevale, superando porte e impervie strettoie; superata l’alto muro di cinta, si prende la rampa di accesso; da questa si sale al piazzale panoramico e quindi al portone d’ingresso del maniero; per mezzo di un androne coperto da una volta a botte si passa al cortile da cui si diparte la scala di accesso ai vari livelli. Il borgo di Quaglietta è attualmente quasi disabitato. Negli ultimi anni sono stati avviati importanti lavori di restauro per “proteggere” ciò che ancora rimane in piedi del prestigioso maniero».

http://castelliere.blogspot.it/2012/05/il-castello-di-venerdi-4-maggio.html


Rocca San Felice (borgo medievale)

Dal sito http://comunitaprovvisoria.wordpress.com   Dal sito www.culturaeculture.it

«Il centro storico di Rocca San Felice ha mantenuto la conformazione tipica medioevale con le stradine ed i vicoletti stretti che seguono l'andamento della roccia, le scalinate, gli archi, le palazzine nel XVII e XVIII secolo e le casette basse ricavate dalla roccia con mura, le finestrelle non allineate, i portali in pietra locale, davanzali scolpiti (grezzamente), le gronde a "romanella", i tipici "forni a paglia", le "trappe" che caratterizzavano le antiche botteghe artigiane. La parte più antica del centro storico è occupata dal borgo medioevale, che si sviluppa lungo la strada che si snoda seguendo le pendici meridionali della collina su cui si erge il castello. La si raggiunge imboccando una piccola strada quasi nascosta dal Tiglio. Il silenzio è praticamente assoluto e favorisce la visione dei fantastici panorami che si possono ammirare dai margini del borgo. Quel che resta del borgo medioevale di Rocca San Felice visto dall'alto del castello Nel borgo, in una delle palazzine restaurate è ubicato il Museo civico, dove sono custoditi parte dei reperti archeologici ritrovati nel territorio comunale, particolarmente nel Castello (altri si trovano presso il Museo Irpino di Avellino). Si segnalano una punta litica di freccia di epoca preistorica, degli utensili risalenti al 2.000 A. C., spille e fermagli utilizzati da nobili donne del tempo, monete medioevali. Per visitare il Museo civico occorre fissare un appuntamento col personale addetto del Comune».

http://www.irpinia.info/sito/towns/roccasanfelice/borgomedioevale.htm


Rocca San Felice (castello)

Dal sito www.tenutapercesepe.eu   Dal sito http://verderosa.wordpress.com

«Partendo dalla centrale piazza S. Felice, dominata dal plurisecolare tiglio, superando Re Muredde e la chiesa Madre di S. Maria Maggiore, ci si inerpica sul sentiero che si vede nell'immagine, che conduce all'area fortificata del pianoro del castello, che ha formato oggetto di un recente restauro. Realizzato intorno al VII secolo, per raggiungere la più antica fortificazione, il percorso venne rinnovato nel XII-XIII secolo, in relazione ad una vasta ristrutturazione del fortilizio, per subire successivamente solo interventi minori. Le case del borgo medioevale fiancheggiavano tale percorso. L'abbandono della struttura difensiva e la sua conseguente rovina determinarono il graduale crollo del castello e delle case del borgo, esistenti lungo il percorso fino al XIX secolo, finendo per coprire il percorso stesso, riportato alla luce dagli scavi del 1990-1994. Il castello di Rocca San Felice, che dall'alto di uno sperone roccioso a 754 metri s.l.m. domina la sottostante valle Ubicata a 754 metri s.l.m. sullo sperone roccioso che si vede nell'immagine, la struttura (negli antichi documenti è chiamata Castellum Sancti Felicis) e successivamente Rocca (dall'arabo Ruch = torre quadrata per difesa) venne edificata quale fortilizio difensivo dai Longobardi per difendere il territorio dai Bizantini, ma soprattutto a seguito delle lotte per l'impossessamento del Ducato di Benevento, risolte da Re Ludovico II, figlio dell'Imperatore di Germania Lotario, che impose ai belligeranti, nell'848, dopo ben quattro anni di discussioni, la scissione del Ducato conteso, con il distacco da questo di quello di Salerno. Il torrente Fredane rappresentò il confine tra i due Ducati, per la cui sorveglianza, Radelchi, Principe di Benevento, fece edificare due fortilizi a S. Angelo a Pesco (nel territorio di Frigento. In dialetto "pescone" o "piscone" = grossa pietra) ed a Rocca San Felice, mentre Siconolfo, Principe di Salerno, ordinò la costruzione dei fortilizi di Monticchio dei Lombardi, Sant'Angelo dei Lombardi, Torella dei Lombardi e Guardia del Lombardi. Il castello domina la sottostante valle occupata parzialmente dall'abitato di Rocca San Felice, che avvince il castello. I lavori di restauro del 1990-1994 hanno consentito di recuperare la struttura complessiva della Rocca, non solo relativamente a parte delle mura difensive e la torre cilindrica principale (Donjon), ma anche delineando il percorso di accesso a cui abbiamo fatto cenno all'inizio.

Il fortilizio era cinto da mura. Nel lato meridionale si apriva il portale d'ingresso, scavato nel banco di roccia calcarea. La struttura difensiva aveva come fulcro il Donjon, la torre cilindrica eretta nel XIII-XIV secolo inglobando preesistenti strutture difensive, sia cilindriche che poligonali. Il Donjon, del diametro di 10 metri, venne edificato sulla roccia utilizzando la tecnica del riempimento "a sacco", entro due cortine di pietre lavorate che formavano la facciata interna ed esterna (lo spessore complessivo è di due metri e mezzo). Il Donjon, facendo parte di una struttura difensiva, venne realizzato avente a mente la sua funzione, tanto che per accedere dai livelli inferiori al terzo, si utilizzavano delle scale di legno mobili, che consentivano di raggiungere delle botole collocate nel pavimento. La torre si sviluppava verticalmente secondo quattro distinti livelli: al primo livello, era ubicata la cisterna (immagine precedente sulla sinistra) per la provvista d'acqua ed un magazzino per la conservazione di cibi e legna; al secondo livello, si trovava la cucina, data la presenza del pozzo e del forno-camino (immagine precedente sulla destra). Inoltre, nelle pareti vennero ricavati dei vani per collocarvi degli oggetti e per appoggiarvi delle lucerne, onde migliorare la carente illuminazione proveniente dall'esterno tramite strette monofore; al terzo livello, erano collocati quello che oggi chiameremmo il vano bagno, con servizi igienici e lavabo. Una finestrella ed una porta davano sull'esterno; la collocazione al di sopra del livello del suolo era giustificata da ragioni difensive, tanto che per portervi accedere occorreva utilizzare una scala "removibile" in legno mossa tramite funi. Si trattava di un livello residenziale; al quarto livello, anch'esso con funzioni residenziali, si accedeva utilizzando una scala. Infine, in cima si trovava una copertura che, oltre a fungere da torretta di avvistamento, era stata costruita in modo da raccogliere le acque piovane e da convogliarle, tramite un tubo, alla cisterna, servita dal pozzo della cucina. In aggiunta, nei pressi di una lunga terrazza, erano collocate le abitazioni dei soldati e dei servi, erano presenti l'orto, le stalle e le botteghe degli artigiani. L'originario fortilizio longobardo vide nel corso del tempo diverse integrazioni e modifiche. Se la funzione difensiva venne rimarcata nel XV secolo realizzando il bastione meridionale, gli interventi successivi finirono per esaltare la destinazione residenziale, che divenne evidente verso il termine del Medioevo, con la costruzione del "Palatium" (dotato di cisterna e camino) e di un edificio ad uso abitativo, tra il Donjon e le mura. Col passare del tempo, la Rocca, che già aveva perso le funzioni difensive, perse anche quelle residenziali, finendo per essere dapprima "degradata" a semplice officina di un fabbro, poi gradualmente abbandonata a partire dalla fine del XVI secolo e del tutto svuotata non più tardi del XVII secolo».

http://www.irpinia.info/sito/towns/roccasanfelice/castello.htm


San Barbato (castello)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito www.avellinotravel.com   Dal sito http://campanialife.blogspot.it

  

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Pietro Raimondi (https://www.facebook.com/pietro.raimondi.75)   Foto di Pietro Raimondi (https://www.facebook.com/pietro.raimondi.75)   Foto di Pietro Raimondi (https://www.facebook.com/pietro.raimondi.75)   Foto di Pietro Raimondi (https://www.facebook.com/pietro.raimondi.75)   Foto di Pietro Raimondi (https://www.facebook.com/pietro.raimondi.75)

«Il castello di San Barbato sorge arroccato sul colle dominante l’omonimo piccolo borgo che costituisce uno dei tre centri abitati di cui si compone il comune di Manocalzati. La fondazione del castello è attribuita ai Longobardi che si insediarono proprio sulla collina di San Barbato, località che fu sempre considerata un feudo distinto da Manocalzati, facente invece parte della Baronia di Serra. Il documento più antico in cui viene attestata l’esistenza del castello risale al 1146: si tratta di una pergamena custodita presso la biblioteca abbaziale di Montevergine. Da essa si ha notizia di un incontro avvenuto nel castello di Serra, alla presenza di altri signori dei paesi circostanti, del giudice e dei testimoni, tra cui il signore del castello di Serra, tale Pietro, e il signore di San Barbato, Malfrido, per dirimere una questione riguardante il possesso di alcune terre poste al confine dei due territori. Si sa poi che, nel 1352, il castello fu attaccato dalle truppe del barone di Candida Filippo Filangieri, il quale, oltre ad uccidere cinque uomini, incendiò una parte del paese. Fino al 1528 furono proprio i Filangieri a conservare il possesso del feudo. Da questi, per via ereditaria, passò agli Albertino e poi ai Gattola, che ne conservarono il possesso fino all’abolizione dei diritti feudali. Gli ultimi proprietari del castello furono, però, fino al 1867, i baroni Patroni Griffi. Il castello di San Barbato, così come si presenta, è riferibile alla fine del Quattrocento, vale a dire all’epoca aragonese, anche se conserva i tratti tipici della fortezza longobarda. La struttura architettonica si articola in un semplice e basso edificio quadrangolare con torri angolari poste ai vertici del grosso corpo di fabbrica, racchiudente il cortile interno rettangolare, con scala aperta nello spazio della corte. A questo schema, proprio dell’architettura aragonese, il Castello di San Barbato aggiunge però, delle particolarità: le due torri sul lato meridionale si presentano di forma circolare e scarpata, mentre le altre due, poste a fronteggiare lo strapiombo sul lato settentrionale, hanno una forma planimetrica a punta. L’ingresso del castello si trova al termine del principale asse viario del borgo, via Chiesa, e si apre con un portale ad arco a tutto sesto posto alla sommità di una lunga gradinata. Dal portale si accede, mediante un grosso androne voltato, alla corte centrale, sulla quale si affacciano tutti gli ambienti del piano terreno coperti da grandi volte a botte. Il castello è stato recentemente restaurato e aperto al pubblico a partire dal 17 ottobre 2009».

http://inirpinia.com/tour/castello-di-san-barbato-manocalzati


San Martino Valle Caudina (castello longobardo)

a cura di Domenico Pisano


San Martino Valle Caudina (Palazzo Del Balzo o Cenci Bolognetti)

a cura di Domenico Pisano


San Martino Valle Caudina (Palazzo Ducale)

a cura di Domenico Pisano


Sant'Andrea di Conza (castello-episcopio)

Dal sito www.comune.santandreadiconza.av.it   Dal sito http://santandreaconza.altervista.org

«Tra la fine del XIII sec. e l'inizio del XIV sec. S. Andrea di Conza è stata posseduta dalla famiglia Poncelly di origine francese che costruì nel feudo un fortilizio per uso e difesa degli abitanti. Successivamente il paese passò alla famiglia Del Balzo e, nel XV sec., ai Gesualdo. Nel XVI sec. gli arcivescovi riaffermarono la loro giurisdizione civile sulla terra di S. Andrea trasferendo la loro sede da Conza al Castello che divenne così Episcopio. L'Episcopio, restaurato nel 1980, ospita oggi gli uffici comunali e si possono ammirare ancora due torri cilindriche: una posta all'ingresso principale, l'altra che affaccia sul panorama e sul giardino» - «Pur presentando linee architettoniche del XVI secolo, l'Episcopio venne edificato qualche secolo prima con funzione di fortilizio difensivo e fu sede degli Arcivescovi di Conza. Tra il XVII ed il XVIII secolo la struttura venne ampliata, utilizzando materiale tratto dai ruderi del castello. Dell'originaria struttura residuano la piccola torre circolare, che si vede sulla sinistra della prima immagine, seminascosta tra gli alberelli, un bel cortile interno, gli spazi verdi, di cui una parte sono mostrati dalla seconda immagine ed il portale d'ingresso in pietra. La parte superiore del portale in pietra dell'Episcopio, su cui insistono uno stemma in pietra ed una iscrizione in latino A seguito del terremoto del 23 novembre 1980 si resero necessari dei lavori di quasi integrale ricostruzione e restauro. Nonostante l'ottimo lavoro effettuato, dei segni del terremoto dovrebbero essere rimasti, visto che l'iscrizione in latino che si trova tra il notevole portale d'ingresso in pietra del XVII secolo e lo stemma arcivescovile in pietra (XVII secolo), presenta una netta spaccatura. ...».

http://www.castellidirpinia.com/santandrea_it.html - http://www.irpinia.info/sito/towns/sandreaconza/episcopio.htm


Sant'Angelo a Scala (castello)

Resti del castello, dal sito www.museodeicastelli.it   Resti del castello, dal sito www.sguardisullirpinia.it   L'edificio fortificato da una torretta cilindrica, dal sito www.comune.santangeloascala.av.it

«L'abitato di Sant'Angelo a Scala sorge alle pendici del monte Vallatrone a 560 metri sul livello del mare, sul versante nord-occidentale dei monti del Partenio. Dominato da una guglia rocciosa sulla quale venne costruito un fortilizio nella seconda metà del XI secolo, il borgo è menzionato per la prima volta nell'anno 1030. Il fortilizio diventò teatro di numerose battaglie durante tutto il Medioevo. Il conte di Monteforte Guglielmo Carbone riuscì a conquistare con i suoi armigeri nel 1113 il maniero, dove allora dimoravano alcuni signori di stirpe longobarda. Pochi anni dopo, nel 1160 Ruggiero II il Normanno donò il castello a Riccardo de Aquila. Dopo brevi infeudazioni il maniero passò ai d'Aquino nel 1345, al conte di Maddaloni Diomede Carafa nel 1466 e nel 1615 fino all'eversione della feudalità appartenne alla famiglia Salvo. Il castello subì notevoli trasformazioni già nella seconda metà del XV secolo quando i Carafa ordinarono la completa ristrutturazione dell'edificio fortificato per la creazione di una residenza gentilizia. Oggi possiamo vedere qualche tratto delle cortine murarie. Sempre a Sant'Angelo c'è un edificio fortificato da una torretta cilindrica disposta nello spigolo est della costruzione» - «Osservando le immagini [del castello] si vede come sia stato compiuto uno "scempio" architettonico, visto che la spianata su cui sorgeva il Castello è stata cementificata e pavimentata, snaturando completamente il significato del luogo, offendendo la storia del Castello, edificato nell'XI secolo presso la Chiesa di S. Michele Arcangelo, includendovi ben 360 stanze».

http://www.castellidirpinia.com/santangeloscala_it.html - http://www.irpinia.info/sito/towns/sangeloascala/castello.htm


Sant'Angelo a Scala (ruderi di palazzo Carafa)

Dal sito www.comune.santangeloascala.av.it   Dal sito www.sguardisullirpinia.it

«Strategicamente posizionato a dominio del sottostante centro abitato, lungo l'attuale via Roma, Il palazzo Ducale Carafa è una maestosa dimora fortificata voluta dai signori di Sant'Angelo a Scala come segno indelebile del proprio dominio feudale sul paese irpino. La struttura si innalzava su due piani ed era composta da due ali simmetriche con una corte centrale, riprendendo gli schemi architettonici tipici degli edifici nobili dell’epoca. Secondo alcune fonti, proprio in questo palazzo nacque nel 1476, dal barone Gian Antonio Carafa e dalla contessa Vittoria Camponeschi, il futuro papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa. Nonostante l'edificio sia oggi sottoposto a lavori di ricostruzione e restauro, i suoi ambienti sembrano comunque riecheggiare gli antichi fasti della nobile casata».

http://www.sguardisullirpinia.it/luoghi/56/Palazzo-Carafa


Sant'Angelo dei Lombardi (castello, centro storico)

Dal sito www.terredicampania.it   Dal sito www.castellidirpinia.com

«Il centro storico. Tra i più interessanti dell’Alta Irpinia per aver mantenuta intatta una struttura sostanzialmente medievale, il centro storico di Sant’Angelo era ben conservato sino al 1980. Purtroppo buona parte di esso è andato distrutto. Nonostante tutto ciò, il centro storico del paese conserva comunque una conformazione interessante e pregevole. Strade pulite e lastricate, eleganti piazze, edifici e facciate in parte ripristinate rendono particolarmente piacevole una bella passeggiata in città. Molto caratteristico il portale di Casa Ricciardi, con un busto nella chiave dell’arco e le Case Fischetti, Loreto, De Vito e Del Priore oggetto di ripristino e valorizzazione. Il Castello. Altro sito di particolare interesse è il Castello Longobardo, ai cui piedi si sviluppò il borgo medievale della città. Sorge sul colle più alto e si distingue per la sua imponenza. L'impianto originario della fortezza risale alla prima metà del X secolo. Modificato in età normanno-sveva, il fortilizio subì ulteriori mutamenti che lo trasformarono in dimora gentilizia. Le trasformazioni più sostanziali furono volute dai Caracciolo nel XVI secolo e dal principe Placido Imperiale nel 1768. Nella facciata si distinguono il cinquecentesco portale d’ingresso ed un’importante epigrafe di epoca classica. Il Castello fu adibito nel 1862 a tribunale e carcere. Recentemente i locali del Castello, opportunamente ristrutturati, hanno ospitato gli uffici della magistratura e l'archivio notarile. L'impianto attuale è a pianta quadrilatera con cortine murarie perimetrali lievemente scarpate. La struttura custodisce al suo interno reperti archeologici bizantini».

http://www.comune.santangelodeilombardi.av.it/oc/oc_p_elenco_nofoto.php?x=14577a6d3465c2a934e14f43c8a48c08


Savignano Irpino (castello Guevara)

Dal sito www.comune.savignano.av.it   Dal sito www.comune.savignano.av.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Michele Cotugno (https://www.facebook.com/michele.cotugno.94)

«Nella parte più alta del paese, denominata "Tombola", a controllo di uno stretto passaggio obbligato tra la Campania e la Puglia, si erge il castello feudale che fu probabilmente edificato in epoca normanna. Il castello di Savignano, nel corso dei secoli, ha subito numerose ristrutturazioni e rifacimenti: nel 1427, per volere della regina Giovanna II d’Angiò; nel 1527, durante la dominazione dei Guevara, ai quali si deve la trasformazione da fortilizio difensivo in abitazione. Il castello di Savignano restò quasi intatto fin verso il 1870-1880, anni in cui l’edificio risultava ancora abitato. Tra la fine del XIX e il XX secolo il castello è stato sottoposto a continue sottrazioni di materiale lapideo e a demolizioni di intere porzioni, giudicate pericolanti. Queste vicissitudini, cui il castello è stato soggetto, lo hanno fatto giungere a noi fortemente mutilato ed in gravi condizioni statiche, peggiorate dal terremoto del 23 novembre 1980. In tempi recenti l’edificio è stato sottoposto ad importanti interventi di restauro. I primi interventi risalgono agli inizi degli anni ’90 quando il castello si presentava diruto, in uno stato di totale abbandono e completamente soffocato dalla vegetazione. Gli interventi di restauro successivi si sono avuti nel 2004 e si sono basati sulla realizzazione di una struttura di copertura e calpestio, all’altezza dell’originario piano nobile, che consente la visita e l’affaccio alle originarie finestrature e copre, proteggendoli, gli ambienti sottostanti, consentendone l’utilizzo come spazi espositivi permanenti e per piccole manifestazioni occasionali. Di quello che era l’intero complesso architettonico, oggi sono visibili due lati soltanto, il fronte sud e il fronte est, costituenti parte della originaria chiusura perimetrale. La parete sud è stata quasi interamente ricostruita nel corso dei lavori di restauro che hanno interessato il castello agli inizi degli anni ’90. Tale parete presenta un alto basamento a scarpa terminante con una cornice torica in pietra che demarca in orizzontale due settori di prospetto, l’inferiore a scarpa ed il superiore caratterizzato dalla presenza di un doppio ordine di tre monofore archivoltate con cornici lapidee. La parete del fronte est presenta una disomogeneità nella tessitura muraria, probabilmente dovuta alle continue manomissioni e ai numerosi interventi di restauro cui è stata sottoposta nel corso del tempo. Una serie di testimonianze ci confermano la presenza, in passato, di un portale ad arco e di un’alta torre quasi quadrangolare alla base della quale, oggi, è ancora visibile una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Oggi si può accedere al castello attraverso un cancello posto sul lato est, dove un tempo sorgeva un fossato difensivo. Attraverso il cancello si giunge nella corte interna a pianta trapezoidale, che presenta una pavimentazione in pietrame, di nuova fattura. All’interno di questa corte sono situati gli accessi agli ambienti coperti del piano terra, che si sviluppano per la totalità della lunghezza delle pareti sud ed est del castello. Le chiusure verticali di questi ambienti sono realizzate con pannelli di vetro e telaio in ferro zincato. Dalla corte trapezoidale, inoltre, si accede, attraverso delle scale in acciaio, al terrazzo superiore».

http://www.castcampania.it/savignano-irpino.html


Senerchia (resti del castello, borgo)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito https://brundarte.wordpress.com   Dal sito https://brundarte.wordpress.com

«Secondo la tradizione, il castello di Senerchia, posto su uno sperone roccioso del Monte Croce, sarebbe stato fondato in epoca longobarda o normanna. Non è improbabile, tuttavia, che entrambe le popolazioni, succedutesi nel dominio dell'area, abbiano costruito l'edificio ampliando una costruzione presente al tempo delle popolazioni irpine. L'assenza dei merli sul mastio sta a dimostrare, comunque, che il castello esisteva già nel IX secolo. Solo dopo questo periodo, infatti, fu ripristinato l'utilizzo dei merli, pratica già introdotta dai romani. La storia certificata del castello comincia solo nel 1230, quando proprietaria ne era una tale Giovanna. Fino alle seconda metà del Cinquecento il castello passò nelle mani di vari signori, fino a divenire proprietà della famiglia Porzio, da cui passò a Ferrante Rovito e da questi ad Antonio della Marca, la cui famiglia governò Senerchia fino alla fine del Seicento. Nel Settecento il castello passò ai Guerritore, che ne rimasero padroni fino al 1730, quando subentrò la nobile famiglia Macedonio, ultimi signori di Senerchia. Dell'originaria struttura del castello di Senerchia, tipica di strutture medioevali simili, dotate di mura esterne, un mastio e un edificio residenziale, sono visibili solo poche tracce. Sono visibili proprio i ruderi delle mura di cinta e la grande torre centrale, attorno ai quali si trovano anche i resti del nucleo antico del paese, completamente abbandonato dopo il sisma del 1980. Il territorio. L'abitato odierno di Senerchia sorge alle falde del Monte Polveracchio, sulla riva destra del fiume Sele ed è costituito da pittoreschi rioni. Incerta è l'origine del nome, che secondo alcuni deriverebbe dal latino Sinus Herculis (Seno di Ercole). Pur essendo già abitata dai Picentini, l'area si sviluppò solo con l'arrivo dei Longobardi. La strada principale del paese ospita un edificio storico detto La Corte, antica sede del tribunale, danneggiato dal terremoto del 1980. Non lontano si trova una piccola cappella dedicata alla Madonna delle Grazie, ricavata in un'ampia nicchia scavata nella roccia e chiusa da un cancello di ferro che protegge l'immagine in maiolica della Vergine. Nel centro storico è visibile il Seggio, ossia il portico dove, nel XVII secolo, aveva sede il banco del gabelliere che vi esercitava le funzioni doganali. Alcuni dei più importanti edifici religiosi di Senerchia sono stati purtroppo distrutti anch'essi dal terremoto del 1980: la Chiesa di San Francesco, la Parrocchiale del Santissimo Rosario e la Chiesa di San Michele Arcangelo, che rappresentava il vero gioiello artistico del comune. Ha resistito la Chiesa di Sant'Antonio, che conserva un bell'altare in marmo e un pavimento maiolicato del XIX secolo».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/65-senerchia-castello-medievale.html


Serino (castello d'Orano)

Dal sito www.ilcolleinforma.com   Dal sito www.agriturismotorchia.it

«Il Castello d'Orano si trova lungo la strada che porta al monte Terminio. Fu costruito nel 1609 dal nobile Angelo Rutoli. Il fortilizio ora di proprietà privata conserva una pianta quadrilatera con tre torri cilindriche e una quadrata e un cortile interno. Le torri cilindriche presentano alla sommità una merlatura guelfa e si elevano non oltre i dodici metri. La torre quadrangolare invece, si eleva per oltre dodici metri. Il Castello, danneggiato dagli eventi sismici e per lungo tempo abbandonato è stato da qualche anno ristrutturato e sottoposto a una serie di modifiche che ne hanno mutato l'aspetto originario. A circa 600 metri di altitudine sorgeva invece l'antico forte di cui oggi rimangono solo le mura di cinta e scarsi ruderi dell'organismo abitativo».

http://www.castellidirpinia.com/serino_it.html


Solofra (palazzo ducale Orsini)

Dal sito www.acsolofra.it   Dal sito www.solofrastorica.it

«Il palazzo ducale, sede degli Orsini feudatari di Solofra, sorge nel centro cinquecentesco della cittadina, in un ampio spazio in cui ci sono altri elementi centrali della storia di Solofra, di fronte e in opposizione alla Collegiata, espressione della Universitas locale. Costruito nella seconda metà del XVI secolo, dopo che gli Orsini avevano acquistato il feudo, dall’architetto Floro Campanile e da maestranze cavesi, ha un’imponente mole, espressione dell’architettura rinascimentale. Si sviluppa intorno ad un cortile centrale quadrato, con due piani rialzati, uno nobile e uno di sottotetto. La facciata centrale è volta verso sud su una vasta piazza. Su di essa sono armonicamente strutturati ampi spazi divisi da una fascia marcapiano in cui si aprono due ordini di finestroni cinquecenteschi incorniciati da blocchi di tufo nero, interrotti dal grande ingresso principale e dal grosso balcone centrale, che sono gli elementi più importanti dell’intero prospetto. I finestroni del primo piano sono più corti di quelli del piano nobile, che invece hanno uno slancio verticale molto accentuato ed una leggera trabeazione superiore. L’ingresso principale ha un portale ad arco a tutto sesto, che poggia su grossi pilastri con membrature che seguono il movimento, e che giunge fin sotto il balcone. Elemento importante del piano nobile è il balcone a loggetta che interrompe la fascia marcapiano e poggia quasi sull’arco del portone. Esso è incorniciato da un arco a tutto sesto e lateralmente da due lesene su cui poggia una semplice trabeazione e un timpano interrotto. In alto il cornicione, fortemente aggettante, sottolinea la plasticità della facciata. L’angolo sud-ovest è circondato da una torretta ben squadrata che termina all’altezza del piano nobile che, oltre ad avere la funzione di belvedere, serve a sottolineare e preparare l’aspetto difensivo del lato ovest della costruzione. Questo ha uno squilibrio rispetto al prospetto principale, dovuto alla differenza di livello del terreno, ed un aspetto molto diverso, poiché è caratterizzato da una nudità costruttiva, che evidenzia il carattere di fortilizio del palazzo dalla parte dove poteva provenire il pericolo di un eventuale assedio.

Lo spazio è diviso in due zone molto diverse tra loro da una fascia marcapiano prominente. La prima è costituita da pietre rustiche a vista che sono quelle appartenute alle mura del castello fatte smantellare per utilizzarle nella costruzione. Su questa si aprono i vuoti rustici dei lucernai degli ambienti seminterrati. La seconda zona, corrispondente al piano rialzato, al piano nobile e al sottotetto, è divisa da una seconda fascia marcapiano, meno aggettante e molto elegante, ed è segnata da un doppio ordine di finestroni, incorniciati anch’essi da blocchi di tufo nero, modellati da leggere membrature. Anche qui i finestroni del piano nobile si distinguono per lo slancio e la maggiore altezza, ma non sono segnati da lesene come quelli del prospetto principale. La facciata è completata dalle aperture quadrate del sottotetto. Il lato nord ha un portale molto più semplice di quello della facciata principale con arco a tutto sesto su pilastri. Un atrio voltato a botte introduce in un cortile quadrato con un profondo pozzo al lato destro Intorno al cortile si aprono molti ambienti che erano adibiti a scuderia, gendarmeria, stalle, depositi e lavanderia. Sulla parete di fondo due archi creano due ambienti divisi dall’androne posteriore. Sulla sinistra uno scalone rinascimentale, non molto monumentale e ad archi con volte a crociera, porta ad una loggia di accesso agli ambienti del piano nobile. In esso ci sono due ampi saloni con tetto a capriate, quello a nord più piccolo aveva le pareti decorate di affreschi che rappresentavano i feudi degli Orsini, di cui sono rimasti solo pochi tratti. Il palazzo all’inizio del XIX secolo divenne bene privato. Crollato col sisma del 1980, è stato ricostruito nelle forme originali e dal 1993 è sede comunale».

http://www.solofrastorica.it/palazzorsini.htm


Solofra (resti del castello)

Foto di Alessandro De Stefano, dal www.facebook.com/IlCastelloDiSolofra   Foto di Alessandro De Stefano, dal www.facebook.com/IlCastelloDiSolofra

«Attualmente l’agglomerato urbano è dominato dalle rovine del castello feudale, visibile a 470 m di altezza sul lato meridionale del monte Pergola-S.Marco. Dalla sua posizione il castello controllava totalmente la valle solofrana. Durante la prima fase della loro conquista i Longobardi non realizzarono nuovi siti fortificati ma si impegnarono a rinforzare quelli già esistenti. Fu con la divisione del ducato di Benevento che il confine tra i due Principati di Benevento e di Salerno fu interessato dalla realizzazione di un fitto sistema difensivo. Infatti è a questo periodo che si deve far risalire un primo nucleo del castello di Solofra, che fu realizzato come rinforzo al già esistente castello di Serino. Nel XIII secolo Giordana Tricarico cercò di trasformare quello che era un semplice punto fortificato e dipendente dal castello di Serino in un fortilizio più autonomo. Sicuramente degli interventi di rifacimento si sono avuti durante il periodo svevo, 1230-1240 circa, soprattutto se si considera l’uso di torri quadrangolari sporgenti dalla cortina muraria e l’andamento rettilineo da torre a torre. Certo è che dinanzi all’evidenza di una fase riferibile per tipologia all’epoca sveva, esistono evidenti differenze nella struttura, negli allineamenti, nello spessore e nei parametri dei muri che testimoniano diversi momenti costruttivi. Nel XV secolo il castello doveva già presentare il rivellino, ossia quell’elemento difensivo con forma semicircolare situato intorno alla torre est, che era il punto maggiormente esposto del fortilizio. Sicuramente più antico era, invece, il sistema di approvvigionamento dell’acqua, raccolta nelle cisterne poste al di sotto delle torri. Nei secoli XIV e XV il castello fu sottoposto ad ulteriori interventi di restauro. Sono da attribuire all’epoca aragonese alcuni tratti di muratura e parte dei vani di apertura del prospetto sud. Non è possibile pensare ad una totale ricostruzione del complesso in tale periodo, data la presenza di una stratificazione dovuta ai diversi interventi avvicendatisi nel tempo. Nel 1565 furono demolite parte delle mura che circondavano il castello per ottenere il materiale per la costruzione del Palazzo Ducale. Infatti, ancora oggi, le pietre dell’antica cinta muraria sono visibili nel basamento occidentale di Palazzo Orsini. Il castello, invece, continuò ad essere utilizzato per accogliere le truppe e i detenuti.

Per conoscere l’originaria struttura del complesso fortificato bisogna osservare la pianta redatta nel 1736 da Marco Papa e pubblicata da C. Megna e due fotografie databili tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 conservate nel Centro di Studi Locali di Solofra. Probabilmente il castello fu utilizzato fino agli inizi del XX secolo come casa colonica. Oggi il castello si presenta in un cattivo stato di conservazione con elementi lapidei in equilibrio instabile e soffocato da una fitta vegetazione, che rendono difficoltosa e, in alcuni punti, impossibile la visita. Attualmente del castello restano soltanto dei ruderi, che corrispondono al corpo di fabbrica di forma rettangolare, posto sul lato settentrionale e suddiviso in tre ambienti; alle due torri poste ai suoi angoli estremi, nord-est (o donjon) e nord-ovest; alla torre di sud-ovest e a parte della cinta muraria. Alla base delle tre torri superstiti vi sono le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Il castello era circondato da una robustissima cinta muraria, oggi conservata solo in parte. Infatti alcuni tratti sono visibili intorno all’area dove sorgono i ruderi principali. Negli anni ’70 erano ancora visibili i resti delle due porte di accesso all’antico feudo, l’una posta alle pendici della collina, e l’altra all’estremità nord dell’area circostante le due torri. Oggi non ne resta alcuna traccia. Probabilmente altre parti del complesso fortificato restano celate al di sotto del folto manto vegetativo che ricopre e circonda l’intera area. Dato lo stato di totale abbandono in cui riversa l’antico complesso edilizio, anche ciò che oggi è ancora visibile rischia di essere completamente sommerso dalla vegetazione spontanea».

http://www.castcampania.it/solofra.html


Summonte (torre angioina)

Dal sito www.tenutapercesepe.eu   Dal video www.youtube.com/watch?v=AGNBGcd88t0

«Summonte sembra essere stato una scelta strategica per la localizzazione del castello (documentato per la prima volta nel 1094) e della fortificazione del casale. Si può affermare, pertanto, che Summonte sia stato fino agli albori della modernità essenzialmente un presidio militare. L’elemento superstite di tale sistema di fortificazioni è la torre cilindrica a base tronco-conica (fine sec. XIII-inizi sec. XIV ). La torre fu elevata sui ruderi del castello dove probabilmente, abitò la famiglia Malerba che tenne il feudo locale in epoca normanna. Intorno alla metà degli anni novanta, tuttavia, sono state ritrovate le strutture del castello di epoca normanno-sveva in Summonte, a seguito di uno scavo archeologico condotto con la supervisione della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. La torre che fino a pochi anni fa si presentava come un rudere, è stata di recente restaurata recuperandone l’apparecchiatura muraria e ricostruendone i solai lignei fino all’ultimo livello, di cui si è trovata traccia. è costruita interamente in conci di pietra calcarea sbozzati e malta di allettamento a base di calce, sabbia mista a lapillo e pietra macinata. In origine il paramento esterno doveva essere interamente intonacato. I solai dovevano essere forse cinque ed avevano travi e tavolato in legno di castagno. Il volume di base della torre angioina, modellato a tronco di cono, non era di sezione circolare bensì ellittica, forse perché la costruzione aveva dovuto includere le strutture murarie di un mastio preesistente, supportato da uno sperone alto e massiccio sul lato nord-ovest. La ricomposizione della torre è stata effettuata studiando attentamente tutti i particolari costruttivi e riproponendo i materiali e le tecniche costruttive preesistenti, sia come mezzo di rimodellamento degli aspetti architettonici sia come mezzo di consolidamento della fabbrica.

La torre è caratterizzata da cinque piani, così suddivisi: Piano terra. è in realtà una cisterna sottostante il primo vero livello della torre, essa risale al XIII-XIV secolo ed era utilizzata per la raccolta dell’acqua piovana. Piano sopraelevato. Vano soprastante la cisterna e ad essa collegata mediante un pozzo, probabilmente tale ambiente era destinato alla conservazione delle vettovaglie. Oggi il piano è stato pavimentato con tavolato di legno di castagno, supportato con struttura metallica e dotato di una botola di cristallo, il piano ha un accesso indipendente rispetto agli altri piani della torre e vi si accede attraverso una scaletta laterale in ferro e legno. Piano primo. Vi si accede attraverso una scala esterna in muratura di conci di pietra sbozzata, semicircolare che si sviluppa lungo la parete esterna della torre, il piano è caratterizzato al suo interno da un pavimento in tavolato ligneo supportato da travi di legno lamellare posizionate sulle medesime riseghe delle strutture antiche, centralmente e presente una scala di legno lamellare con pedate lignee e balaustre di ferro, la scala si sviluppa per tutti i piani fino al terrazzo terminale. Lungo le pareti in conci di pietra calcarea sbozzata a vista sono presenti una serie di feritoie chiuse con infissi di legno, destinate essenzialmente all’illuminazione e all’aerazione dell’ambiente interno. Piano secondo. Il piano ha le stesse caratteristiche del primo, con la sola differenza che è un po’ più ampio ed al posto delle feritoie per l’aerazione, presenta una sola apertura, una sorta di monofora ad arco policentrico, realizzata in scheggioni di pietra calcarea e chiusa da infisso di legno trattato a cera. Piano terzo. Il piano ha le stesse caratteristiche dei precedenti con la sola differenza che presenta sei monofore ad arco policentrico. Terrazza. Dalla terrazza è possibile godere di uno scenario panoramico eccezionale, ad essa vi si accede dalla scala tramite un lucernaio, in legno vetro e struttura metallica, il pavimento è rivestito con gres porcellanato ad effetto legno, antigelivo ed antiscivolo perimetralmente è presente un parapetto in apparecchiatura muraria di conci di pietra sbozzati e bauletto di coronamento in schegge di pietra. L’intera struttura è fornita di un impianto elettrico autonomo caratterizzato da faretti e punti presa distribuiti per ogni piano. L’impianto è stato realizzato secondo tutte le norme di sicurezza vigenti in materia. Gli infissi sono in legno di castagno rinforzato con caratteristiche estetiche tipiche delle forme medioevali».

http://www.comune.summonte.av.it/Dynamic.aspx?page=11


Taurasi (castello)

Dal sito www.avellinoturismo.it   Dal sito www.comune.taurasi.av.it

«I Taurasini sono soliti chiamare l'antico e prestigioso "Palazzo Marchionale" - sito in Largo Duomo, a Taurasi - con il nome di "Castello". L'attuale edificio ha le caratteristiche proprie di un imponente Palazzo Rinascimentale, anche se basa le sue fondamenta sulla primitiva "arx dei Romani". Ubicato su di un colle che domina la Valle attraversata dal Fiume Calore, il paese di Taurasi sorse in epoca altomedioevale, durante la dominazione longobarda. Le prime pietre del bel Palazzo Marchionale furono poste proprio dai Longobardi, nel VII secolo d.C. Le prime notizie sul borgo risalgono solo al X secolo. Nel 910 e nel 995 il Maniero longobardo fu preso e distrutto da milizie saracene; venne, poi, ricostruito dai dominatori Normanni. Nel XII secolo, l'edificio venne ampliato dai Normanni per poter ospitare la famiglia del feudatario. Nello stesso periodo, la struttura venne rinforzata con l'aggiunta del Mastio. Dopo brevi infeudazioni, nel 1381 il borgo pervenne a Giacomo Filangieri. Nel 1420, passò al conte di Avellino, Sergianni Caracciolo. Semidistrutto dalle truppe guidate da Francesco II d'Aragona nel 1496, fu ricostruito per la seconda volta nella prima metà del XVI secolo e, rimaneggiato agli inizi del Seicento, fu trasformato in un ampio e confortevole Palazzo gentilizio. Al Maniero si accede attraverso un gigantesco portale ad arco, che presenta lo Stemma nobiliare dei Gesualdo e della Casata d'Este. Tra le mura del Castello albergarono illustri personaggi tra i quali Torquato Tasso, Eleonora d'Este ed il celebre Principe madrigalista Carlo Gesualdo. Attualmente, le Sale del Castello di Taurasi ospitano l'Enoteca Regionale dei Vini d'Irpinia, istituita a seguito della Legge Regionale n. 8 del 12/11/2004 per lo svolgimento di attività di valorizzazione e promozione dei prodotti viti-vinicoli della provincia di Avellino.

La facciata del Castello - molto articolata – presenta sulla sinistra il Mastio (a pianta quadrata) il cui esterno è costituito da ricorsi paralleli di conci regolari nel basamento, con ammorsature angolari in blocchi squadrati di travertino (provenienti, con molta probabilità, da edifici di Epoca Romana). La parte superiore non è databile, e presenta pietre di calcare tagliate con molta irregolarità e messe in opera con spessi strati di malta. Sono, inoltre visibili, una feritoia e due piccole finestre rettangolari incorniciate da parallelepipedi di travertino. L'Ala Sud del Palazzo risulta essere stata aggiunta successivamente. Dal cortile, mediante una scala, si sale ai piani superiori, organizzati su due livelli: nel primo piano nobile si osserva un immenso Salone, già adibito a "Corte di giustizia", con un camino; attigua è la "Cappella di S. Pietro a Castello". Vi sono inoltre altre stanze, sicuramente adibite - in passato - a Sala d'Armi, di Studio e da ballo. Al secondo piano sono presenti altre Sale interne (forse stanze private dei feudatari). Nel Mastio, è possibile ammirare una bellissima scalinata elicoidale in pietra, di finissima fattura. Percorrendo tale caratteristico accesso è possibile raggiungere la sommità del Mastio, da cui si gode un panorama mozzafiato sull'intera vallata sottostante. Nella struttura del Castello meritano di essere visitati anche altri notevoli ambienti, quali la "Cappella di S. Pietro a Castello" (con la volta finemente lavorata con stucchi barocchi, e l'Altare in marmo marrone-oro) e le Scuderie. In via Belvedere è visibile ciò che resta del muro di cinta che, originariamente, circondava l'intero perimetro del "Castello di Taurasi"».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/76-il-castello-marchionale-di-taurasi.html


Taurasi (palazzi, porte)

Nella foto di Francese, la Porta Piccola, dal sito www.panoramio.com   Nella foto di stefano.al, la Porta Sant'Angelo, dal sito www.panoramio.com

«La Porta Maggiore. Edificata dai Longobardi nel VII secolo sui resti di alcune costruzioni romane, venute alla luce nel corso degli ultimi lavori di restauro risalenti al 1997, Porta Maggiore è considerato l’ingresso principale al centro storico di Taurasi. In passato tale porta costituiva l’apertura attraverso la quale si varcavano le mura contigue al castello. Ben mantenuti sono i due torrioni cilindrici all’interno dei quali è incastonata la grossa porta ad arco. Il Palazzo Baronale. Per gli abitanti di Taurasi è semplicemente il Castello. ... La Collegiata di San Marciano. La Collegiata, adiacente al Palazzo Baronale, è la Chiesa dedicata a San Marciano, patrono di Taurasi. Le prime tracce dell’edificio di culto risalgono all’epoca dei Longobardi. Distrutta dai Saraceni, la chiesa venne riconsacrata nel 1150. Nel XVIII secolo la chiesa, nel frattempo riconosciuta Collegiata, viene arricchita con due nuovi altari, tra cui quello maggiore (1747). Attualmente si presenta come una classica chiesa barocca, ad un’unica navata a volta affrescata e con l’abside caratterizzato da un dipinto raffigurante i quattro Evangelisti. Lateralmente si possono ammirare sei altari in marmo. Da non perdere, all’interno, la pregevole statua lignea di San Marciano vescovo, opera realizzata nel 1708 dallo scultore Giacomo Colombo. ... Il Centro Storico, con i suoi caratteri medioevali, abitazioni con i portali in pietra, stradine lastricate, edifici monumentali e parte delle mura dove si aprono le antiche Porte: Maggiore, affiancata da due torri; Piccola e S. Angelo, di cui si fa menzione per la prima volta in un documento del 1050. Il Palazzo De Angelis, con la facciata abbellita da un portale in pietra settecentesco, mentre presso l'angolo che guarda su via Progresso si nota una robusta torre cilindrica disposta su tre livelli. Tra gli altri Palazzi degni di nota sono da ricordare: Palazzo Vaschi, forse seicentesco; Palazzo Maffei, la cui costruzione fu curata dai Caracciolo di Avellino; Palazzo Montorio; Palazzo Capano, dall'alta torre quadrangolare trasformata in colombaia; Palazzo De Indaco, con torre angolare cilindrica. ...».

http://www.agendaonline.it/avellino/monumenti/taurasi.htm


Teora (castello non più esistente)

  Dal sito www.irpinia.info   Dal sito www.irpinia.info

«Sul punto più alto del colle su cui era adagiata la medioevale Teora, sorgeva il Castello, di cui oggi non resta più alcuna traccia visibile, visto che le mura che si vedono nell'immagine sulla sinistra sono state "sventuratamente" cementificate, presumiamo per motivi di sicurezza, onde evitarne il cedimento strutturale. Pertanto, il sentiero che si vede nell'immagine sulla destra copre una parte del sito originariamente occupato dal Castello, sulla cui area, "clamorosamente", dopo il tremendo terremoto del 1980, vennero edificati quattro edifici moderni. Se, da un lato, non è noto quando il castello di Teora fu costruito, è assai probabile che la sua edificazione sia avvenuta durante la dominazione normanna, visto che nel 1076 il Roberto il Guiscardo conquistò Conza, prendendo possesso di tutti i beni a tale feudo afferenti, tra cui sicuramente anche Teora ed il suo Castello. Del resto, sia dal Catalogo dei Baroni, predisposto in epoca normanna verso la metà del XII secolo, che dai successivi Registri della Cancelleria Angioina, si ha notizia del Castello di Teora, indicato nei Registri citati come "castrum Tegore". In merito alla conformazione della struttura difensiva, non ci risulta si abbia notizia di quella originaria normanna, mentre quella relativa all'epoca angioina-aragonese venne mostrata da una stampa del Pacichelli di inizio XVIII secolo, dove si vede un notevole castello corredato da due torrioni cilindrici. L'unica torre residua fu fatta demolire dall'ultimo Principe Mirelli-Carafa. A riguardo, un testo di fine XIX secolo recitava: "notevole un palazzo con un'antica torre rotonda, a cui furono aggiunti ai dì nostri varii moderni edifizi". Infatti, quel poco che restava del Castello fu assorbito dalle costruzioni realizzate a partire dalla fine del XIX secolo attorno alla Piazza Castello, di cui solo il nome ricorda l'antica destinazione. A seguito del terremoto del 1980, delle escavazioni posero in evidenza le fondamenta del Castello. L'unico elemento architettonico rimasto era l'arco d'ingresso, al momento "smontato" ed in attesa di essere ricollocato in prossimità della sua sede originaria. Infine, facciamo notare che secondo la tradizione, il Castello-Palazzo Baronale avrebbe ospitato Federico II di Svevia e papa Urbano II. Tuttavia, non vi è alcuna prova documentale».

http://www.irpinia.info/sito/towns/teora/castello.htm


TOPPOLA (ruderi del castello feudale)

Dal sito www.sguardisullirpinia.it   Dal sito www.solofrastorica.it

«Sulla cima di una collina ricca di vegetazione, in località Toppola, si trovano i ruderi del Castello Feudale di Serino che, assieme al Castello d'Orano, costituisce il gruppo delle fortificazioni presenti sul territorio del comune. Dell'originaria struttura sono visibili solo le mura perimetrali e l'antica cappella, oggi restaurata. Il castello sarebbe sorto, secondo alcune fonti, intorno all'839 d.C., come baluardo difensivo per gli abitanti del luogo minacciati dalle scorrerie delle milizie impegnate nelle lotte dinastiche per la successione al trono di Benevento. La conformazione attuale del castello dovrebbe risalire, tuttavia, al 1159, anno in cui Costanza Saracena, appartenente alla famiglia Sanseverino, elesse Serino a capitale del proprio feudo. Alla struttura si accede attraverso due suggestive porte ad arco che segnano il passaggio lungo le tre brevi rampe che un tempo conducevano all'ingresso principale. Superata l'ultima porta si incontra il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie che oggi comprende la cappella privata dotata di campanile, un tempo collocata vicino alla residenza del feudatario. Con il venir meno della sua funzione difensiva il castello subì le incurie del tempo e fu progressivamente abbandonato. I ruderi dell'edificio, con l'annessa chiesa restaurata, si presentano oggi ben tenuti, inseriti all'interno di una cornice naturale di grande suggestione, nella quale fa bella mostra di sé il tiglio secolare antistante la chiesa».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/66-serino-castello-feudale.html


Torella dei Lombardi (castello Candriano)

Dal sito http://luporusso.altervista.org   Dal sito www.viaggioinirpinia.it   Dal sito www.museodeicastelli.it

«Castello Candriano di Torella dei Lombardi sorge al centro dell’abitato di cui costituiva il baluardo difensivo. Del suo nucleo originario non è rimasta alcuna traccia, ma si intuisce che esso era a pianta quadrilatera, con i quattro lati ad angolo retto, privi di torri o opere difensive e con un cortile centrale. Il castello subì sostanziali modifiche tra il 1460 e il 1490 quando fu circondato da mura e vi furono aggiunti due robusti torrioni minori a pianta circolare. Il castello appartenne ai Saraceno per diversi secoli fino all'inizio del XVI secolo. Con la disgrazia economica e politica della famiglia feudataria, il castello passò nel 1534 ad Alfonso della Rosa, il quale, nel 1550 (o 1560), lo vendette a Domizio Caracciolo, che fu il primo membro della famiglia feudataria proprietaria del castello per ben quattro secoli. Nel Seicento, proprio ad opera dei Caracciolo, che lo modificarono in palazzo residenziale, assunse l’aspetto attuale. Essi fecero erigere il grandioso portale marmoreo d’accesso, adibirono a giardino pensile uno dei bastioni, ingentilirono gli ambienti interni e arricchirono di varie opere d’arte l’intero complesso. Il castello, oggi noto come Castello Ruspoli Principe di Candriano o semplicemente Castello Candriano, assunse tale denominazione nel 1889, quando Umberto I concesse il titolo di Marchese di Candriano a Giuseppe Caracciolo, che morì senza figli nel 1920. Il titolo nobiliare ed il castello-palazzo andarono al nipote Camillo Ruspoli, morto il quale, la vedova nel 1959, donò la struttura al Comune di cui oggi è sede».

«Sulla parte “alta” dell’antico insediamento medievale sorge un Castello di origine longobarda (X-XII sec.) che rinnovato in epoca normanno-sveva (XII-XIII sec.) ha subito ampie ristrutturazioni nel XIII-XIV secolo e nel XIV-XV. L’edificio fu nuovamente restaurato dopo il sisma del 1466, quando furono costruite le due torri cilindriche con base a scarpa, che incorporavano le precedenti torri quadrangolari. Nel XVI-XVII secolo fu realizzata la trasformazione in casa palaziata, ad opera della famiglia Caracciolo. Il castello, distrutto dal sisma del 23 novembre del 1980, è stato ricostruito: attualmente è la sede del Municipio, di un museo antiquarium archeologico, dell’Associazione Sergio Leone e dell’ufficio turistico dell’Alta Irpinia. Il feudo di Torella e quello di Girifalco sono appartenuti originariamente alla famiglia Saraceno, la cui dinastia testimoniata dal 1151, perse tali territori per essersi schierata con Francesco I nella guerra tra la Francia e la Spagna di Carlo V (1521-1529). Torella e Girifalco passarono, alla fine del conflitto, ad Alfonso della Rosa, che li cedette, per 31000 ducati, a Domizio Caracciolo. I Caracciolo acquisirono il titolo di principi di Torella nel 1638. Tra i Caracciolo di Torella va almeno menzionato Giuseppe III (1747-1808), uno dei protagonisti della Rivoluzione Napoletana del 1799. Con la morte di Giuseppe V (1920), principe di Candriano si estinque la famiglia. Il titolo e il castello passarono al nipote Camillo Ruspoli, figlio della sorella Laura e di Emanuele Ruspoli. Il castello fu poi donato nel 1959 da Terry Margherita Blanc, vedova di Camillo, alla città di Torella. Ricerche archeologiche hanno reso possibile riconoscere le fasi di costruzione, trasformazione e impiego dell’edificio, permettendo di ricostruire aspetti della vita quotidiana testimoniati da manufatti d’uso domestico, residui dell’alimentazione, oggetti riguardanti alcune attività produttive. La ricerca archeologica ha consentito il rinvenimento di numerosi manufatti in ceramica da cucina e da mensa: la maggior parte risale al tardo medioevo e ai secoli XVI-XVIII, nonché al periodo tra il XII- XV secolo. Al pentolame da fuoco (testi, bollitori, tegami e coperchi) si affiancano anfore, brocche, boccali, bacini, coppe e piatti. Legati alla storia del castello sono i piatti con lo stemma dei Caracciolo, su fondo bianco. La classe ceramica documentata in percentuale maggiore rispetto alle altre è la smaltata monocroma bianca, versione economica delle maioliche a decorazione policroma. Gli scavi hanno restituito monete, oggetti in vetro (calici e bottiglie), in metallo (chiodi, pentole, ditali, coltelli, ferri da cavallo), in terracotta (fuseruole, pipe, biglie) e manufatti in pietra ( proietto, mortaio, frammenti scultorei e architettonici)».

http://luporusso.altervista.org/Castelli.html - http://www.comune.torelladeilombardi.av.it/zf/index.php/musei-monumenti/index/dettaglio...


Torella dei Lombardi (torre Normanna di Girifalco)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Dal sito www.unpliavellino.it   Da un video su Torella dei Lombardi

«Sulla collina di Girifalco, avvolta dal bosco di cerri secolari, si erge solitaria ma maestosa una Torre quadrangolare, con le mura spesse, edificata nel XII secolo, che presenta le caratteristiche tipiche dell'architettura militare normanna dei primi tempi. è intorno alla Torre che si è aggregato il borgo medioevale di Girifalco, fortificato da un castello di proprietà feudale, di cui però oggi non resta alcuna traccia, probabilmente a causa della contiguità di un luogo di culto dedicato ai Santi martiri Giovanni e Paolo. Infatti, alle due figure religiose è dedicata una chiesetta nei cui pressi insiste un'antica Ara Pagana, poi cristianizzata. La Torre svolse la sua funzione difensiva fino alla prima metà del XV secolo, successivamente venne fortemente danneggiata da due terremoti, nel 1456 e nel 1466. L'area venne abbandonata, tanto che in un diploma del 1649 del re Ferdinando I d'Aragona, l'area risultò "terra distrutta e disabitata". Purtroppo, la torre subì un pessimo mutamento di destinazione d'uso: divenne un deposito di attrezzi per l'agricoltura. Ciò impose la costruzione di una porta "fuori asse" rispetto all'originario ingresso ubicato al secondo livello, come lascia inequivocabilmente trasparire l'immagine».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/248-torella-dei-lombardi-torre-normanna-di-girifalco.html


Trevico (borgo medievale, Port'Alba)

Port'Alba, dal sito www.comune.trevico.av.it   Particolare del borgo medievale, dal sito www.comune.trevico.av.it

«La struttura urbana di Trevico rispecchia la tipologia della città medioevale in cui l'asse viario centrale, Via Roma, parte dalla porta di accesso alla città, Port'Alba, segue verso la piazza centrale in cui è ubicata la Cattedrale ed i palazzi nobiliari, e procede verso il Castello situato nella parte più alta del paese (1094 mt. slm.). Dalla via principale che attraversa longitudinalmente l'agglomerato, si diramano numerosi vicoli che, per ragioni difensive, lo collegano con la cinta muraria che anticamente circondava la città.  I vicoli sono, partendo da Port'Alba, a sinistra Vico VII Roma e Vico Gelso che sono chiusi; Vico Addolorata e Vico Scola che scendono su V. Regina Margherita; a destra Vico delle Rose, Vico O. Flacco III, II, I, Vico Cardinale che portano tutti su C.so Umberto I; Vico del Tomolo e Vico Loffredo che sono chiusi. Infine la Rampa Cuoco che scende da P.za N. Ferrara verso V. Colmeta. Inoltre da C.so Umberto I si diramano due rampe Costa Calderaio che scendono verso Via Forragine. ... Port'Alba. All'ingresso di Via Roma, asse viario centrale dell'agglomerato medioevale, è ancora esistente Porta Jacovella o Port'Alba del 1578. È costituita da un arco a tutto sesto composto da doppi conci affiancati di pietra squadrata, sorretto da due pilastri in pietra lavica e sormontato da una loggetta nella quale era probabilmente collocata una statuetta della Dea Trivia, la divinità protettrice del paese dalla quale forse avrebbe preso anche il nome. Superiormente sono visibili tre stemmi nobiliari tra cui quello dei Loffredo di Vico, signori del luogo dal XVI al XIX secolo. Furono proprio i Loffredo a cingere il paese di mura aprendo tre porte delle quali una è Port'Alba, rivolta verso oriente, le altre due, delle quali non vi è più traccia, sono: Porta del Ricetto, adiacente all'attuale casa Calabrese rivolta a Mezzogiorno, verso l'attuale località Ariella che allora era "foresta"; Porta dei Calderai, in prossimità di casa Ippolito Petrilli, rivolta a Ponente, verso i casali della Baronia ed Aeclanum. Nel 1715 i resti di quest'ultima furono trasferiti presso l'attuale casa Calabrese ove una lapide ne ricorda ancora l'evento di cui s'ignorano i motivi. Port'Alba costituisce oggi il simbolo di questa piccola comunità ed è stata, come lo è tutt'oggi, protagonista di curiose tradizioni. Le spose, infatti, nel giorno del loro matrimonio, passano attraverso l'arco in segno di buon augurio. In occasione dei funerali, il feretro attraversa l'arco per liberare l'anima dai peccati terreni».

http://www.trevico.net/base.asp?http_request=borgo - ...=arco


Trevico (ruderi del castello)

Dal sito www.museodeicastelli.it   Foto Pizzulo, dal sito www.trevico.net   Foto Pizzulo, dal sito www.trevico.net

«Nel punto più elevato del centro storico, in posizione strategica di dominio della vallata della Baronia di Vico, sono visibili i ruderi del castello medievale di Trevico. L'epoca di edificazione della struttura, secondo alcuni, dovrebbe risalire all'epoca normanna, ma altre teorie attribuirebbero la costruzione addirittura ai romani, a ragione della tecnica costruttiva (mattoni con malta) simile a quella utilizzata per la costruzione degli acquedotti. Dopo il Medioevo, nei secoli successivi, il castello, che era stato adibito a dimora nobiliare di baroni e marchesi, venne utilizzato come cava per ricavarne pietre e mattoni. Tale uso sfigurò la struttura del castello permettendo al giorno d'oggi la visione soltanto di una torre cilindrica sul lato orientale, la cinta muraria con sei grandi finestre e parte degli ambienti un tempo adibiti ad abitazione. Ad aggravare la già precaria situazione del sito, la costruzione di una stazione-osservatorio dell'Areonautica Militare comportò l'abbattimento di parte delle mura. Trevico è situato all'estremità orientale della provincia di Avellino, sulla montagna omonima che fa da spartiacque tra la Campania e la Puglia; il comune si è sviluppato su un lieve pendio a oriente ed è il più elevato dell'Avellinese. Pur essendo circondato da boschi e piccole valli, il territorio è caratterizzato da terreno pietroso e poco fertile che non ha mai permesso il pieno sfruttamento agricolo dell'area. Nonostante ciò sulle tavole degli abitanti di Trevico si possono trovare moltissimi prodotti della tradizione contadina: salumi, vini, formaggi, patate, castagne e la tipica pasta fatta a mano. Nel Medioevo Trevico fu una potente roccaforte posta a guardia di una vasta baronia sulla quale ebbe, per un lungo periodo, il primato politico-amministrativo. Ultimi signori del posto furono i Loffredo ottenendone il potere nel 1515. Trevico fu sede di una diocesi della quale si ha già traccia dall'XI secolo; segno di tale presenza è la Cattedrale dell'Assunta con la sua splendida Cripta interna».

http://www.museodeicastelli.it/castelli/70-trevico-castello-medioevale.html#prettyPhoto


Tufo (castello normanno)

Dal sito www.castellidirpinia.com   Dal sito www.terredicampania.it

«È impossibile stabilire la datazione precisa della fondazione dell'edificio, anche se essa è legata al nome di Aione II, principe longobardo che, nell'888, ritenendo il territorio circostante un luogo di importanza strategica per la difesa dei suoi domini, decise di costruirvi la torre, con funzioni di avvistamento e di difesa, da cui prenderà il nome il comune di Torrioni, per lungo tempo casale di Tufo. L'importanza del sito crebbe con il passaggio di Benevento allo Stato della Chiesa e con la successiva ascesa del Regno di Napoli, poiché esso veniva a trovarsi in un'area molto importante per i collegamenti tra Napoli e le Puglie. E proprio a causa della sua posizione il castello, fu al centro di diverse contese, come la guerra tra Gugliemo, duca di Puglia, e Giordano, conte di Ariano, o l'assedio condotto da Roberto di Montefusco. In epoca normanna il castello subì diverse modifiche, anche se oggi non ha conservato molto dell'aspetto di quel periodo, presentandosi per lo più con le modifiche effettuate nel XVI secolo, quando fu trasformato in residenza signorile, con l'aggiunta di corpi di fabbrica e muri esterni. Nel corso del XIX secolo fu frazionato in diverse piccole proprietà indipendenti, le quali inglobarono alcuni tratti delle mura esterne nei basamenti tufacei di abitazioni private, ricavate dalla struttura originaria. Attualmente presenta una pianta quadrangolare irregolare, con ancora visibili tre torri a pianta circolare e gran parte della cortina muraria».

http://www.terredicampania.it/terre-di-castelli/i-castelli/358-tufo-castello-di-tufo.html


Tufo (palazzo baronale Di Marzo)

Dal sito www.cantinedimarzo.it   Dal sito www.residenzedepocacampania.it

«Il palazzo Di Marzo è senza dubbio l'edificio gentilizio più imponente di Tufo e svetta sulla valle sottostante. Risalente al XVII secolo, è situato all'ingresso del centro antico, a cui consente di accedere più agevolmente salendo una scalinata in pietra, sulla sommità della collina tufacea a circa 250 metri di altitudine. È arricchito da tipiche cantine ottocentesche, che è possibile visitare di solito durante il periodo delle "Cantine aperte", nel mese di giugno. Caratteristiche sono le vaste finestre da cui si gode un ampio panorama sulla valle sottostante. La facciata è corredata da un'alta torre cilindrica, mentre assai caratteristico è l'arco, cui tramite si accede alla parte antica del paese».

http://www.irpinia.info/sito/towns/tufo/palazzodimarzo.htm


Vallata (borgo della Baronia, resti del castello)

Dal sito www.viaggioinirpinia.it   Dal sito www.comune.vallata.av.it

«Vallata è un paese dell'Irpinia (provincia di Avellino), situato sulla fascia territoriale che conduce verso la Puglia (al confine con la Daunia), in un'area storico-geografica denominata Baronia. Il paese sembra posto a guardia e difesa delle verdi vallate sottostanti dell'Ufita e del Calaggio (ormai poco più che torrenti), a m. 870 di altitudine. Sovrastata dal Massiccio della Baronia (Monte Santo Stefano, m. 1000, Monte di Trevico m. 1096), rispetto ad esso è, appunto, una "vallata". Si è pensato anche al termine latino vallata che significherebbe "fortificata". Pur essendo presenti tracce di insediamenti sannitici (irpini) e romani (nella vicina Carife sono stati portati alla luce molti ed interessanti reperti da tombe sannitiche), la struttura complessiva originaria dell'attuale "centro storico" urbano si consolidò certamente intorno all'anno Mille. Si trattò di un tipico fenomeno di "incastellamento" caratterizzato dalla concentrazione degli abitanti in un unico spazio dotato di castello e di mura (dell' uno e delle altre restano solo poche tracce, mentre gran parte del castello della contigua Trevico, benché non ristrutturato, è ancora riconoscibile). ... È probabile che Vallata facesse parte, molto più tardi, del limes bizantino, eretto dopo il 1018, a difesa del tavoliere pugliese. Di questo limes fecero parte Bovino, Ascoli Satriano, Sant'Agata di Puglia e Panni. A presidiare il limes furono destinate popolazioni nuove, alcune di origine orientale e altre locali, e truppe che, in cambio del servizio militare, ricevettero terre da coltivare, nelle quali si istallarono con le famiglie, fungendo, allo stesso tempo, da soldati e da coloni. Fino al periodo normanno non esistono documenti che citino espressamente Vallata; dal periodo Normanno-Svevo al XVI secolo la storia di Vallata è in parte ricostruibile attraverso le vicende dei suoi feudatari. Molti documenti, comunque, sono andati perduti nell'incendio dal 1° marzo 1719 (archivio della Chiesa Madre) e del 23 agosto 1855 (archivio del notaio Novia). ... Ai primi colonizzatori irpini si fanno risalire gli insediamenti in grotte in una zona collinosa, importante dal punto di vista difensivo ed anche fertile, soprattutto perché ricco di acque. Esistono ancora oggi case di piccole dimensioni che si prolungano in grotte, talvolta molto lunghe. L'oppidum con castello, evidentemente, fu costruito successivamente e, come abbiamo già rilevato, probabilmente in periodo di dominazione longobarda. Sono accertate, in Vallata, tre porte: Rivellino (rivellino=baluardo), Tiglio (per la presenza di un secolare albero di tiglio), e di Mezzo (ciò in mezzo alle altre due). Porta Rivellino era detta anche porta del Torello, perché i vallatesi vi si esercitavano a colpire, da abili arcieri quali erano, un bersaglio costituito da un piccolo toro (torello) in legno dolce. ...».

http://www.vallata.org/notiziestoriche/festasanvito/004cennifestasanvito.php


Volturara Irpina (castello normano di San Michele o del monte Sant'Angelo)

Dal sito http://notiziario-volturara.blogspot.it   Dal sito www.castellidirpinia.com

«Il castello, costruito in età normanno-sveva e rifatto per volere della nobiltà aragonese, è stato trasformato in dimora gentilizia in epoca settecentesca. Esso fu, quindi, dimora di signori feudali e le stanze dovevano trovarsi nella zona est, luogo dell’attuale chiesa. La presenza di alcuni ruderi di mura di cinta, al di sotto del livello del castello, fa supporre la presenza di ambienti ad uso di scuderie. Al centro dell’area definita dalle torri e dalle mura, si nota una fortificazione che è la parte più antica del castello. Non abbiamo notizie certe sulla sua origine, ma sicuramente il mastio risale al tempo dei romani quale punto strategico per sorvegliare le truppe dei Cartaginesi che passavano e ripassavano per la strada Saba Maioris, strada che collegava l’altra valle del sabato a quelle del Calore e dell’Ofanto. La stessa strada serviva da spostamento agli eserciti Romani per evitare a nord i Sanniti, loro acerrimi nemici. Il fortilizio risultava un punto di osservazione molto importante perché aveva ed ha a sud i contrafforti del Terminio, a sud-est il castello di Solfora, a nord-ovest quello di Serpico e a nord-est quello di Montemarano e di Bolofano sul passo di Cruci. La storia ci insegna inoltre che in tempi lontani, il castello di Volturara dipendeva dal castello di Montella dal quale si separò definitivamente nel 1240, anno in cui il fortilizio vigilava una via di grande traffico. Lo storico Francesco Barra in Terra d’Irpinia dice: “(…) la sua posizione naturale, a controllo di una delle più importanti vie di comunicazione tra le valli del Calore e del sabato, fece nel medioevo di Volturara un centro di notevole importanza strategica munito di un forte castello”.

Agli inizi del 1900 la cura del castello e della chiesa di San Michele fu affidata a Fabio Carlucci detto “Masto Fabio”. Il 12 marzo 1940 all’età di 89 anni, “Masto Fabio” lasciò questa terra e la cura del castello e quindi la chiesa fu affidata all’eremita Carlo Alberto Ottorino, che tutte le mattine alle cinque faceva udire, in paese, il melodioso rintocco della campana. ... Dalla morte di Ottorino (9 maggio 1963) non ci furono più custodi al castello che ebbe un buon riassetto solo con la venuta in loco dei frati francescani nel 1971. Gran parte dei lavori di miglioramento e ripristino del castello sono dovuti alla tenacia del rettore reverendo padre Emilio Colucci. Tali lavori riguardano il rifacimento del tetto della chiesa e del campanile, il rifacimento del pavimento della chiesa e la risistemazione in essa di altri banchi, il rifacimento della stanza sottostante la torre nord col terrazzo, il miglioramento delle mura perimetrali del castello, la ripulitura della cisterna situata all’interno della torre ovest, la messa a dimora della fontanella nei pressi della cisterna e lo scavo delle mura ai piedi della torre nord. C’è da dire che queste mura sono state di nuovo interrate nel settembre del 1989. ai nostri giorni una strada asfaltata conduce al luogo sacro e dei cinque pannelli solari che ne illuminavano a sera i ruderi non è rimasto neanche uno in piedi vuoi ad opera del forte vento, vuoi per azioni vandaliche locali avvenute nell’anno1993. Non è del tutto andato in disuso il tratturo che bisognava percorrere a piedi per arrivare al castello».

http://www.proloco-volturara.com/volturarairpina/davisitare/leggi/?art=38


Zungoli (borgo, palazzi, regio tratturo)

Dal sito www.aiellodirezionedidattica.it   Dal sito www.halleyweb.com

«La terra dei Susanna tra il castrum e le sue quattro porte. L'origine normanna di questo borgo, a 640 metri s.l.m. è evidenziata non solo dalle tracce storiche, ma anche dal nome dello stesso paese derivante da un capitano normanno, Curolo, ovvero Leander Giungolo o Iuncolo, che ebbe mandato secondo alcune fonti, di edificare la rocca o di provvedere per primo alla sua occupazione. Il visitatore moderno che arriva in questo centro, a cui, in passato si accedeva attraverso le quattro porte: porta Sant'Anna, porta Castello, porta Palazzuolo, porta di Basso, è accolto nella piazza principale del paese dal castello e dai palazzi Annicchiarico-Petruzzelli e Iannuzzi (uomo di Zungoli a cui si devono gli importanti scritti sui ritrovamenti preistorici nel tratto zungolese del regio tratturo Pescasseroli-Candela, attualmente custoditi nel Museo Irpino di Avellino). ... Scendendo dalla sommità del paese dove si trova il castello, si incontrano case che conservano la struttura delle case pontile, costituite da un passaggio a forma di ponte con struttura abitativa soprastante, memoria della natura difensiva di queste nel castrum. La struttura ascensionale dell'abitato zungolese che ha stratificato gli insediamenti urbani sulle grotte che si riscontrano ancora oggi al di sotto di molte case, è ben visibile passeggiando per le vie del centro. Tra queste una ancora ben conservata, (di fine 800 inizi 900) in via Giudea con conserva la struttura originaria degli ambienti...».

http://www.viaggioinirpinia.it/item_comune.php?IDcomuni=33


Zungoli (castello dei Susanna)

Dal sito www.trionfodisapori.it   Foto di Laura Fortunato, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.comunezungoli.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Michele Cotugno (https://www.facebook.com/michele.cotugno.94)   Foto di Michele Cotugno (https://www.facebook.com/michele.cotugno.94)

«Situato nella parte più elevata del centro abitato, il Castello di Zungoli fu costruito intorno alla metà dell' XI secolo, allo scopo di proteggere il territorio circostante da possibili attacchi delle truppe bizantine. Furono i Normanni a porre le basi dell'attuale Borgo medievale di Zungoli. Infatti, il capitano normanno Leander Juncolo, o Curolo, fece erigere il Castello, citato per la prima volta nell' XI secolo come "Castrum Curoli", Casale della Baronia di Vico. Tale fortificazione, che fungeva da presidio militare del territorio soggetto alle invasioni dei Greci, venne avvolta dal Borgo di Zungoli, citato in documenti a partire dal 1400. Dal XIV secolo divenne feudo indipendente e appartenne a varie famiglie nobili del Regno di Napoli, tra le quali i potenti Loffredo, ultimi Feudatari fino al 1806. Tra l'XI ed il XII secolo fu edificato il donjion, una grande torre circolare, posta ad ovest del complesso, articolata su quattro livelli. La funzione originaria di tale Torre, con ogni probabilità, doveva essere sia militare sia residenziale. In età angioina, tra il XIII e il XIV secolo, furono costruite altre tre torri cilindriche, collegate da cortine murarie, una delle quali - demolita da un violento terremoto avvenuto nel 1456 - non fu più ricostruita. Il complesso fu a pianta quadrata, almeno fino all'epoca aragonese, con quattro torri angolari di forma cilindrica su basi a scarpata (una delle quali, come già ricordato sopra, rimase abbattuta dal terremoto del 1456). Nel XVI secolo, con i marchesi Loffredo, il Castello perse definitivamente l'originaria funzione militare per divenire residenza signorile. Nel 1825, il Castello venne acquistato dai Marchesi Susanna (che tuttora ne sono i proprietari, insieme ai De Miranda di Ariano Irpino): la famiglia Susanna apportò alla struttura alcune significative modifiche. A seguito del terremoto del 1930 furono effettuati alcuni interventi sulla parte superiore delle due Torri angioine, di una torre cui tuttavia fu conservata l'originaria parte inferiore.

Sulla base delle ricerche compiute sul sito, sembra potersi affermare che la più antica delle varie fasi costruttive che hanno interessato il Castello di Zungoli risale all'età normanna. Attualmente, l'ingresso della struttura è costituito da una scalea racchiusa tra due ali semicircolari, che delimitano un grande cancello in ferro battuto, sorretto da pilastri in blocchi di pietra. La facciata principale presenta cinque balconi al primo piano, quattro finestre rettangolari al pianterreno e tre quadrate sotto il tetto. Il portale immette in un androne, sulla cui volta a botte è dipinto lo stemma dei Marchesi Susanna: uno scudo racchiude una quercia, su cui riposa una colomba con un ramoscello di ulivo nel becco, tre stelle e la corona marchionale. Sul lato superiore sinistro della volta si nota una nicchia con l'affresco dell'Annunciazione. Il cortile interno è pavimentato in pietra, con motivo centrale a spina di pesce. Da qui si apre una balconata, che corre lungo i quattro lati. Nell'angolo nord è posta una piccola Cappella con Altare in marmo, una statua lignea raffigurante Sant'Antonio ed un Messale del XVIII secolo. Dall'angolo ovest del cortile, tramite uno scalone, è possibile accedere agli ambienti residenziali dell'attuale secondo piano, tra i quali spicca il Salone con camino monumentale. Le mura di cinta del Castello - disposte parallelamente tra loro e spesse più di un metro - chiudono una superficie di figura rettangolare, avente 20 metri di larghezza e 26 metri di lunghezza. In media, l'intero edificio è alto 20 metri. Il Maniero presenta un cavèdio, la cui superficie è di circa 80 metri quadri. Lo stato generale di conservazione del Castello di Zungoli - posseduto dalla famiglia Susanna sin dal 1825 - sembra abbastanza buono, tanto che gli attuali proprietari vi soggiornano ancora, sia pure saltuariamente».

http://www.avellinoturismo.it/arte-e-cultura/castelli/item/321-il-castello-di-zungoli.html


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