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SIRE UT... FAMI RE!

Musiche di re e di cialtroni

a cura di Olimpia Amati


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Premessa - Le origini, la storia e i perché della danza macabra - L'Ankou e la leggenda bretone - La danza - Ad mortem festinamus - L’angolo dell’ascolto


Le origini, la storia ed i perché della danza macabra

L’etimologia del termine “macabro” potrebbe trovare le sue origini nel termine arabo makabr (“cimitero”, da kabr: “loculo mortuario”) o nel siriaco marqadta (“danza”) od infine maqabrey (“becchino”).

Già nel secolo XII Giraldo Cambrese descrive nel suo Itinerarium Cambriae una sorta di danza macabra praticata nei pressi di chiese e cimiteri, che sfocia in estasi collettiva4, anche se le più antiche testimonianze musicali ed iconografiche dell’esistenza di tale rappresentazione si hanno intorno alla seconda metà del 1300 circa (sia nel famoso manoscritto spagnolo “Llibre Vermell”che nel Camposanto di Pisa, contente gli affreschi rappresentanti il “Trionfo della Morte”).

Numerosissimi sono i ritrovamenti pittorici che vanno dai primi 20 anni del 1400 alla seconda metà del 1500 e l’Italia settentrionale vanta un gran numero di affreschi di rilevante importanza artistica nelle proprie chiese; per citarne alcune: la Chiesa della confraternita dei Disciplini (Clusone-Bergamo), la Chiesa di Santo Stefano (Carisolo in Val Rendena-Trento) e la Chiesa di San Vigilio (Pinzolo-Trento).

 

Figg. 2-3. Chiesa dei Disciplini Bianchi di Clusone (Bergamo): Trionfo della morte.

Caratteristica fondamentale della scrittura e della pittura medievale è la descrizione materiale e realistica di ciò che non è tangibile; abbondano quindi, fra il Tre ed il Quattrocento, minuziose descrizioni di corpi putrefatti e scheletri che brandiscono la falce5.

Ma la danza della morte nel Medioevo e poi nel Rinascimento non deve essere vista in modo semplicistico come una rappresentazione religiosa legata al tema del “memento mori”, oppure, come descritto chiaramente dal Principe De Curtis nella sua più nota poesia, solo una giustiziera che non fa distinzioni di ceto sociale… La morte è anche e soprattutto LA tragedia da combattere, da ridicolizzare, per scongiurare le innumerevoli crisi e pestilenze che segnano la storia europea in quelle centinaia d’anni.

Un’importante testimonianza poetica, della rappresentazione dei tre morti o tre scheletri che spesso  si ritrova raffigurata nelle iconografie relative ai “Trionfi” è la leggenda rinvenuta in un codice francese del 1200 circa : tre vivi incontrano tre morti e questi ultimi avvisano i primi che presto o tardi faranno parte del loro mondo.

Le rappresentazioni funebri nei vari Paesi europei non sono poi dissimili da quella descritta dal Vasari: la fabulae funeraticiae tedesca è uno spettacolo in prosa con una voce recitante ed un coro di risposta, e l’inglese morality play, per il quale molti studiosi teorizzano la provenienza proprio dalla danza macabra, è una sorta di dramma liturgico “da strada” utilizzato ai fini della predicazione e del pentimento.

Ma, se l’iconografia francese nel corso dei secoli creerà sempre più distanza fra la vita e la morte, inasprendo l’aspetto dei tre scheletri ed alimentando di conseguenza il terrore nello spettatore, in Italia settentrionale apparirà una figura mediatrice tra i due gruppi, una sorta di Caronte, mendicante e consigliere, il quale, come il grillo parlante, mette in avviso la coscienza dello spettatore e ravviva il senso di colpa tipico del pensiero cristiano.

 

Figg. 4-5. A sinistra: Trionfo della Morte di Pieter Bruegel (1560 circa), Museo Del Prado, Madrid (immagine da I Maestri del colore, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1963). A destra: Danza di Pinzolo.

 

L’Ankou e la leggenda bretone

Da bambina leggevo molti fumetti d’orrore, ed il protagonista di queste storie era solitamente la morte raffigurata con la falce in mano, che vagava nella notte bussando di casa in casa alla ricerca della vittima da portar con sé.

Ebbene, è questa la leggenda dell’Ankou!!

Una sera un artigiano che lavorava il ferro si trattenne in bottega a lungo per terminare il suo lavoro. Si presentò quindi un uomo che gli chiese di riparare la sua falce. Una volta riparato lo strumento, lo sconosciuto annunciò all’artigiano che quello sarebbe stato l’ultimo lavoro della sua vita. Il giorno dopo l’artigiano morì.

L’etimologia del termine ha probabili origini bretoni, Ankou significa “angoscia”.

 

La danza

Nonostante siano state rinvenute molte raffigurazioni della danza macabra in Europa (la più importante fra tutte è quella del cimitero degli Innocenti di Parigi, risalente al 1424, poi distrutta ma fortunatamente riprodotta quarant’anni dopo da Guyot Marchant) ed altrettante musiche e leggende, non si sa molto sull’origine del ballo.

Certamente, come ho accennato nella premessa, c’è da azzardare l’ipotesi che se i riti per la notte delle streghe hanno radici ben più antiche, la rappresentazione del cerchio (perché proprio il cerchio?) e del numero degli scheletri (perché proprio tre?) avrà un’origine che va molto al di là del pensiero cristiano.

Fig. 6. Danza macabra.

Le raffigurazioni iconografiche, fra l’altro, dipingono la morte suonatrice non solo di strumenti a fiato, ma anche di arpe e vari strumenti a corde, considerati “angelici”, probabilmente per sottolineare che l’inesorabile evento coinvolge “buoni” e “cattivi”. C’è da supporre dunque che tale danza fosse indifferentemente suonata con pifferi come con salteri.

Il ballo terminerà la sua funzione sbeffeggiatrice della scena carnascialesca nell’Europa del Seicento (periodo buio durante il quale la Chiesa tenterà di far tornare all’ovile le ormai smarrite pecorelle) per trasformarsi in rappresentazione sacra (differente dal dramma sacro medievale sia per la scarsità di libertà degli attori che per l’uso dei neonati artifizi di scena) e ben presto scomparire.

Fra le altre supposizioni, la “carola” ed il “ronde”, entrambi balli in tondo di origine popolare, potrebbero rappresentare due delle trasformazioni che ha subito la danza macabra nel tempo.


4 «…Improvvisamente, essi si gettano a terra come in preda all'estasi e restano immobili… (ed a proposito delle donne:) …Infine si vedono all'interno della chiesa condotte all'altare con offerte, risvegliarsi stupefatte e ritornare in sé». 

5 Fra i personaggi della raffigurazione della Chiesa di Clusone vi è anche una giovane che ammira allo specchio la sua bellezza: un chiaro monito alla vanità femminile.


©2003 Olimpia Amati

 


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