Sei in: Mondi medievali ® Chiese, abbazie, monasteri, edifici religiosi italiani ® Lombardia


a cura di Danilo Tancini

pag. 1

Le immagini:  pag. 1    vicende e forme della basilica    forme e vicende del battistero


 

Veduta della Basilica

  

    clicca sulle immagini in basso per ingrandirle

  

       

 

     

     

  

     

LA SCHEDA

Chi fosse passato distrattamente per Galliano, in quel di Cantù provincia di Como, alla fine del 1836, non avrebbe notato niente di strano nella casa colonica posta sulla collina. Con le stalle e i magazzini al piano terreno e i locali di abitazione posti sullo stesso piano ed al piano superiore, non era molto diversa dalle case coloniche sparse per la pianura padana in quel periodo.

Tuttavia, giunti sulla sommità della collina ed ammesso che la famiglia Beretta allora proprietaria del luogo lo avesse consentito, un più attento esame avrebbe fatto emergere alcune stranezze che sicuramente non si addicevano ad una casa colonica.

Anzitutto, poco distante dalla casa, si ergeva una costruzione stranamente somigliante ad un battistero; sul retro della casa, inoltre, si notava facilmente una propaggine che si poteva facilmente identificare con la parte esterna di un’abside.

Chiaro che il nostro viaggiatore distratto s’incuriosisse non poco di tanta stranezza e decidesse di approfondire la questione.

Vicende e forme della basilica

Occupata da popolazioni di stirpe gallo-celtica, la località di Galliano si trova all’estremo nord della Brianza in una posizione favorevole dal punto di vista strategico e pratico in quanto dominante la pista che da Milano conduceva a Como quindi, prendendo la via del lago, ai valichi alpini.

I ritrovamenti archeologici attestanti culti pagani, sono numerosi e indicano che l’arrivo dei Romani nei 196 a.C. non impedì alle popolazioni di continuare a perpetuare i propri culti.

La prima attestazione della presenza del cristianesimo è una lapide sepolcrale di una certa Maria datata al 465 della nostra era. Al VI secolo risalgono le prime attestazioni della presenza a Galliano di un clero regolato sullo schema della chiesa cattedrale: si tratta di due lapidi relative alla sepoltura di un Savino diacono sepolto nel 485 o nel 522 e a un Adeodato presbitero deposto nel 522.

La basilica, in quel periodo, era composta di un unico locale per i fedeli chiamato aula. Ad esso era collegato un piccolo presbiterio con un alto arcone trionfale rivolto ad oriente e con l’altare maggiore addossato alla parete, cosicché l’officiante volgeva le spalle ai fedeli. Il presbiterio era sopraelevato di due gradini e pavimentato a opus sectile con formelle bianche e nere; probabilmente esisteva già un campanile. Attorno alla chiesa vi erano gli edifici destinati ad ospitare le infrastrutture necessarie allo svolgimento della vita del nucleo religioso.

Nel corso del VIII secolo, in considerazione del crescente numero di fedeli, l’edificio divenne insufficiente e si rese necessario il suo ampliamento; si aggiunsero due navate minori e si aprirono delle arcate per collegarle alla chiesa esistente.

La lapide più famosa è quella di Ariberto d’Intimiano del 1007; ancora suddiacono, si occupò di far ampliare e affrescare la chiesa dedicandola a san Vincenzo e vi fece traslare i corpi di Savino, Adeodato, Manifredo ed Ecclesio per consacrala, secondo l’uso, con spoglie di santi. In questa occasione fu demolita l’abside maggiore della chiesa, sostituendola con una più grande all’interno della quale fu collocato il presbiterio, rialzato rispetto all’aula dei fedeli e raggiungibile tramite una scala in pietra. L’altare fu posto al centro del presbiterio in modo che l’officiante non voltasse le spalle ai fedeli e le pareti dell’abside furono affrescate con le vicende del martirio di San Vincenzo e con l’immagine del Cristo pantocrator. Sotto il presbiterio fu ricavata la cripta con tre altari per accogliere le spoglie di Adeodato, Manifredo ed Ecclesio.

Il primo scritto che fa esplicito riferimento alla basilica, è un breve del 907 conservato all’Archivio di Stato di Pavia. Con esso i fratelli Guideperte e Orso, aldii del monastero di Nonantola, abitanti a Galliano, promettono all’abate Piero di recarsi a Balbiano per dei lavori.

L’uso di donazioni da parte di privati, arricchirono sempre di più la pieve tanto che da un documento del 1548 si sa che a Galliano vi furono fino a 19 canonici, ognuno con una propria rendita più o meno cospicua.

Gli anni difficili dello scisma protestante si fecero sentire anche a Galliano; nel 1500 la basilica era ormai abbandonata tanto che molti atti ufficiali del capitolo erano rogati in San Paolo o in San Teodoro; le facce esterne erano ricoperte di piante e rampicanti, le campane erano senza funi e non si potevano suonare, dalle finestre senza infissi pioveva all’interno. La cripta era spesso allagata e piena di fango e gli affreschi sulle pareti di tutta la chiesa apparivano già parzialmente rovinati dall’incuria; il cimitero esterno alla basilica rimase abbandonato con tombe aperte.

I continui richiami del cardinale Carlo Borromeo mostrano un clero dedito più alla cura dei propri interessi che a quella delle anime, spesso più pratico a maneggiare armi e dadi piuttosto che a leggere la bibbia o a celebrare la messa. Il cardinale Borromeo visitò più volte la diocesi e si convinse della necessità di traslare la pieve in altro luogo, dato lo stato di abbandono in cui versava Galliano. Il 10 luglio 1582 il cardinale firmò il decreto di trasferimento del capitolo e delle prerogative plebane da Galliano alla chiesa di San Paolo di Cantù, trasferimento che fu portato a termine nel 1584 con la traslazione delle reliquie e delle spoglie depositate da Ariberto nelle varie chiese canturine. Nonostante tutto questo, il Borromeo cercò di far sopravvivere il complesso di Galliano imponendo al Capitolo di provvedere alle necessarie opere di manutenzione e alle liturgie nel giorno di San Vincenzo. Come era facile prevedere le prescrizioni cardinalizie furono completamente disattese tanto che, nonostante le continue esortazioni, nel 1682 il canonico metropolita monsignor Francesco Franchedino dovette constatare il completo abbandono dell’edificio e il grave degrado delle strutture.

In questo periodo storico, segnato dalle scorribande degli eserciti di mezza Europa in Italia, dalle carestie e dalle epidemie, il territorio canturino e tutta la brianza fu colpita dal blocco dell’economia che soffocò le attività agricole e artigianali. Lo spopolamento dei borghi e delle campagne, già parzialmente abbandonate nei secoli precedenti, si accentuò; le pesanti imposizioni fiscali dei governatori spagnoli impoverirono le città e tutto questo influì sicuramente sul definitivo abbandono della pieve tanto che il Capitolo di Cantù finì per celebrare una messa l’anno nella basilica e tre nel battistero giusto per giustificarne il possesso.

Nell’anno successivo alla creazione della Repubblica Cisalpina, il 1798, fu soppresso il Capitolo di San Paolo di Cantù e si provvide all’alienazione dei beni ecclesiastici. In seguito al sopraluogo degli ingegneri Ripamonti e Giani, i quali giudicarono il complesso di Galliano di nessun interesse artistico, lo stesso fu venduto a tale Manara di Milano che lo acquistò per conto dei signori Fioretti e Beretta.

Nonostante le vivaci rimostranze dell’allora parroco di San Paolo don Giacomo Calderoni, secondo cui la vendita non era avvenuta in modo irregolare in quanto la basilica non era stata sconsacrata mediante la rottura dell’altare, la compravendita fu avvallata dalla Direzione Centrale dei Beni Nazionali dopo che una commissione formata dal pittore Andrea Appiani e dall’architetto Giacomo Albertolli nonché dallo storico Luigi Bossi affermò nella relazione conclusiva al loro sopraluogo che: «…ci sembra di poter dire, non essere la chiesa di San Vincenzo di Galliano né un capo d’opera, né un monumento d’arte».

Il 15 maggio 1801 l’antica pieve fu dunque sconsacrata distruggendone l’altare e mentre il battistero di San Giovanni rimase legato, come la cripta di San Vincenzo, ad un uso cultuale popolare, la basilica fu ristrutturata ad uso di casa colonica.

Nei primi anni dopo la sconsacrazione, l’organismo architettonico rimase sostanzialmente completo nella sua struttura, ma reso ulteriormente più fatiscente dall’utilizzo come magazzino colonico.

L’ex basilica rimase in possesso delle famiglie Fioretti e Beretta fino al 1806 dopodiché i Beretta rimasero proprietari unici del complesso.

Nessun documento chiarisce la situazione del battistero, né i Beretta lo citano mai tra i loro possedimenti; l’ipotesi più probabile è che rimase di proprietà della parrocchia di San Paolo così come dimostrato dai documenti relativi ai restauri conservativi intrapresi sul battistero dalla Sovrintendenza ai Beni Archeologici nel 1883 nei quali il parroco di Cantù è indicato come custode dell’edificio.

Nel 1831 don Carlo Annoni, subentrato a don Calderoni quale parroco di San Paolo appassionato d’arte e di cose antiche, incaricò l’ingegner Montanara di redigere il rilievo delle strutture della ex basilica e del battistero. Questo rilievo, pubblicato nel 1835 nel libro dello stesso Annoni Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo canturino, è oggi l’unica fonte grafica che documenti il complesso monumentale in pianta, negli alzati, nelle sezioni nonché nelle decorazioni pittoriche, documentando lo stato dell’edificio prima delle rilevanti ristrutturazioni promosse dai Beretta.

I proprietari, infatti, modificarono completamente l’assetto della ex basilica per far fronte alla mancanza di locali di abitazione per i propri coloni.

Tale rilievo mostra una situazione alquanto compromessa dal crollo (o dalla distruzione, non esistono documenti che ne indichino l’esatta causa) della navatella meridionale e della relativa absidiola intitolata ai santi Abdon e Sennen; risulta ancora in piedi la torre campanaria (della quale da questo momento non si hanno più notizie). Le arcate che separavano la navata centrale dalla navatella meridionale distrutta, erano state lasciate aperte verso l’esterno per facilitare l’accesso al magazzino delle bestie dei carri.

Gli affreschi risultavano, nel loro complesso, ancora leggibili: le tavole a colori inserite nel libro dell’Annoni costituiscono l’unica testimonianza precisa dell’aspetto originale dell’intero ciclo pittorico prima della perdita parziale avvenuta in seguito agli interventi di ristrutturazione operati dalla famiglia Beretta a partire dal 1835.

Le ristrutturazioni furono tali da modificare quasi completamente la struttura dell’edificio, così come si può notare dal raffronto delle fotografie e dei rilievi pubblicati nelle varie parti di questa breve relazione.

Dal marzo 1850, a seguito di contrasti sorti attorno alla gestione delle loro proprietà, uno dei fratelli Beretta, Domenico, si separò dagli altri ed ottenne il possesso della ex basilica che poi passò in eredità alla sorella Giuseppa e, alla sua morte, al marito di lei, Carletto Arconti.

L’immobile rimase di proprietà degli Arconti fino al novembre del 1896 quando fu venduto a Giovanni Mariani di Como per passare poi ai suoi eredi.

Intanto il clima culturale e politico era cambiato. Dopo il risorgimento rifiorì l’interesse dello Stato unitario per la storia e per l’arte quale elemento unificatore sovraregionale tanto che, nel 1902, la basilica di Galliano fu inserita nell’elenco ufficiale dei monumenti nazionali pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Nel giugno del 1906 gli eredi Mariani cedettero tutte le loro attività, tra qui l’ex basilica, a Giuseppe Foppa Pedretti ultimo proprietario privato di San Vincenzo.

Dopo laboriose trattative, intralciate dal fatto che nella ex basilica abitavano alcuni coloni con le loro famiglie, finalmente nel maggio del 1909 l’edificio fu venduto al Comune di Cantù per la somma di lire 15.000.

I primi lavori di restauro, consistenti nel recupero delle strutture originarie ed alla demolizione degli edifici rurali, iniziarono nel 1910 e si protrassero fino al 1913: si tolsero dall’immobile tutte le strutture aggiunte nel secolo precedente, si demolirono le stalle addossate all’abside, i solai e i tramezzi interni, i serramenti e i portichetti esterni.

Nel dicembre del 1910 la struttura originale della basilica era stata riportata in luce, compresi gli affreschi considerati sino ad allora perduti. Successivamente si sostituì il tetto, si chiusero le finestre aperte dai coloni e si rinsaldò la struttura muraria, si ricostruì la chiusura delle arcate meridionali con una parete in mattoni.

Dopo il febbraio 1930, l’architetto Annoni, iniziò una generale opera di rinsaldo e di restauro delle murature, chiuse la navata settentrionale con l’absidiola ancora oggi esistente e ricostruì l’altare maggiore in base ai disegni dell’Annoni.

Contemporaneamente alle opere sulle strutture architettoniche, si rinsaldarono e si pulirono gli affreschi sotto la direzione di Mauro Pelliccioli. Al termine dei lavori la basilica di San Vincenzo comparve ai canturini come oggi la vediamo.

   

      

©2002 Danilo Tancini

    


 su  Chiese della Lombardia Home avanti