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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI VITERBO

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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Acquapendente (cinta muraria, porte)

Porta San Leonardo, dal sito http://acquapendente.artecitta.it   Porta della Ripa, dal sito it.wikipedia.org

«Acquapendente è posta sopra un'altura che domina la valle del fiume Paglia, all'esterno della cinta craterica del lago di Bolsena.La sua posizione a cavallo tra il Lazio e la Toscana ne fanno un centro di grande interesse turistico, infatti, oltre alle bellezze locali, in pochi minuti è possibile raggiungere il Lago di  Bolsena, Orvieto, Siena e tanti altri luoghi interessanti. Dell'antica e turrita doppia cinta muraria, ormai in gran parte distrutta, conserva ancora tre porte, fra cui porta Romana, detta Torre Julia de Jacopo in memoria di una donna coraggiosa che nel 1550, mentre le milizie del conte Orsini attaccavano Acquapendente, riuscì, sotto il fuoco nemico, a chiudere la porta impedendo l'accesso alla città. ... Nel centro storico di Acquapendente si possono ammirare numerosi palazzi signorili risalenti al XV-XVII sec., fra cui palazzo Fidi-Taurelli, palazzo Viscontini e il Palazzo Vescovile. ... La cinta muraria di Acquapendente: prima del 1198, data della storica e disastrosa guerra contro il Comune di Orvieto, Acquapendente era dotata di forti e solidissime mura, in alcuni tratti raddoppiate e dotate di ben sei porte, anch'esse doppie. Esse erano state più volte danneggiate, a causa della posizione strategica in cui il paese si trovava (era divenuta una pericolosa zona cuscinetto sottoposta alle mire espansionistiche di Siena ed Orvieto), ma mai completamente distrutte. Dopo quella data, però, i Consoli Senesi, assurti ad arbitri di pace, ordinarono un loro notevole ridimensionamento, attraverso l'abbattimento di tutta la fascia superiore. Solo le porte furono salvate e fu dato l'ordine categorico di non ricostruirle senza il permesso dei Consoli d'Orvieto. Nel Rinascimento le mura vennero nuovamente fortificate attraverso l'edificazione di torri e bastioni ma purtroppo, nei secoli successivi, esse andarono incontro ad un lento ma inesorabile deterioramento fino a quando, nel XIX secolo, non ne rimasero che pochi ruderi. In questo periodo esse furono nuovamente ristrutturate e sfruttate a scopo abitativo».

http://www.infoviterbo.it/provincia-di-viterbo/acquapendente.html


Acquapendente (torre del Barbarossa)

Dal sito www.francigenaitalia.com   Dal sito www.orvietocountry.it

«Vuole la tradizione che sia l'ultima vestigia dell'antico castello di Federico I Barbarossa in cui risiedeva il suo governatore Guelfo VI, scaricato dalla popolazione in seguito alla ribellione del 1166. La torre compare fin dalla prima stampa della città (1572) proprio in cima al colle che domina sulla sinistra il paese mentre è assente sulla stampa a volo d'uccello del Guicciardi (1582) per poi ricomparire con tanto di orologio nella riedizione del De Rossi (1686). Orologio che già esisteva nel 1588 come annota lo storico locale P. P. Biondi "li quattro colli che sono inclusi si domandono, uno dell'oriolo, per causa dell'orilogio che vi sta, ma anticamente si chiamava castello dell'imperatore, perché ivi habitava già l'imperatore, che fu padrone di detta terra". La forma attuale della torre è dovuta ai rifacimenti dell’Ottocento che hanno aggiunto la cella campanaria ed i merli. Il parco che si sviluppa tutto intorno alla torre si è venuto formando nel secondo dopoguerra dopo esser stato per tutto l'ottocento coltivato ad orto, a seminativo ed a vigneto da parte di vari proprietari tra cui i frati di S. Francesco e S. Agostino, la confraternita della Buona Morte, del S. Sacramento ed altri enti e privati cittadini. Le specie arboree presenti sono in prevalenza pino domestico e marittimo, con numerosi cipressi, ippocastani e cedri del libano; non è inconsueto scorgere sulle cime alberate anche degli scoiattoli ed è il luogo più adatto per ammirare delle panoramiche sul paese. Negli ultimi mesi nel parco è stato allestito un percorso sportivo, ideale per chi vuole mantenersi in forma all’aria aperta senza troppi disturbi».

http://www.comuneacquapendente.it/info-turistiche/monumenti/itinerario_rinascimentale/Torre_Barbarossa


Acquapendente (torre Julia de' Jacopo)

Dal sito www.canino.info   Dal sito http://maps.google.it

«La Torre Julia de' Jacopo, già P.ta S. Sepolcro, fu così chiamata in onore della fanciulla aquesiana, che il 18 gennaio1550, con la sua prontezza, riuscì a bloccare l'ingresso ai soldati nemici. Oggi, la Torre, che sembra ancora posta a guardia del paese, ospita al piano terra il centro visite della Riserva Naturale Monte Rufeno, un punto informativo e un punto vendita di prodotti tipici e dell'artigianato locale. Al piano superiore della Torre Julia de’ Jacopo, si trovano dei locali in cui sono stati raccolti ed esposti reperti di ceramica medievale frutto degli scavi condotti nel centro storico di Acquapendente dalla sede locale dell'Archeoclub d'Italia. Gli scavi effettuati nel centro storico, hanno portato alla luce reperti che testimoniano quella che fu l’antica tradizione ceramica aquesiana, sin dal XIII secolo. Il museo ospita gli importanti, e tipologicamente vari, reperti di maiolica arcaica, dipinti in ramina e manganese con stemmi araldici, figure umane e antropomorfe, motivi vegetali e geometrici, che sono stati rinvenuti negli scavi dell’ex convento di S. Agostino in Acquapendente. L’esposizione dei numerosi reperti è preceduta da una sezione che illustra la storia e le tecniche ceramiche aquesiane».

http://www.comuneacquapendente.it/info-turistiche/monumenti/itinerario_medievale/Torre_Julia_de_Jacopo


Bagnaia (borgo fortificato, torre, porta del castello)

Dal sito http://wikimapia.org   Dal sito http://wikimapia.org

«è una frazione di Viterbo, situata sul tratto della Via Francigena che passa tra i Monti Cimini, celebre per il suo giardino manieristico di "Villa Lante". La prima menzione storica specifica di questo centro risale all'anno 963, quando il villaggio era noto come Bangaria, successivamente evolutosi in Balnearia, Bagnaja ed infine in Bagnaia, quando tale Leo fa da teste ad un atto di compravendita che interessa l'abbazia di S. Maria della Palanzana. Nel XIII secolo il territorio di Bagnaia divenne oggetto di un donativo assegnato dal papa al vescovo della vicina Viterbo; tuttavia fino al XVI secolo non vi fu edificata alcuna residenza vescovile. Durante il Medio Evo il villaggio presenta già alcune interessanti architetture, ma più importanti risulteranno quelle risalenti al Rinascimento; dopo la costruzione di Villa Lante, Bagnaia aumentò notevolmente la sua popolarità come luogo di riposo. Nel 1576 l'architetto senese Tommaso Ghinucci riorganizzò l'assetto urbanistico del paese, in procinto di divenire una piccola città: tali aggiustamenti sono particolarmente visibili nei pressi di Piazza XX Settembre, ispirata a Piazza del Popolo di Roma. Le facciate degli edifici della piazza sono fregiate di stemmi papali e cardinalizi. Nel 1928, perde il titolo di Comune a favore di Viterbo e diventa una frazione. Successivamente evolutisi in Balnearia, Bagnaja ed infine in Bagnaia. ... A Bagnaia "di dentro" come dicono gli abitanti del luogo con riferimento alla parte più antica si accede ad una porta-galleria incastonata nelle mura del vecchio Castello. Esso domina Valle Pierina ed è al centro del primo nucleo abitativo su promontorio roccioso detto Castrum. Le prime notizie del castrum. Dentro le mura vicoli, palazzetti, di costruzione medievale o rinascimentale, richiami di arte saracena danno ancora oggi una splendida atmosfera dal sapore antico. Nel 1567 concrete svolte nel sistema di vita del centro si ebbero grazie al nuovo piano regolatore di Tommaso Ghinucci architetto senese che dette spazio alla così detta Bagnaia di fuori, il cui fulcro è oggi come allora la Piazza XX Settembre come le tre vie ispirate al "tridente" di Piazza del Popolo a Roma. Non va dimenticato che Bagnaia si trova sulla via Francigena, in passato percorsa da centinaia di migliaia di pellegrini, mercanti, cavalieri, ed eserciti in viaggio da tutta Europa per raggiungere Roma. ... La porta del Castello: aperta nel 1541 al tempo della signoria del cardinal Ridolfi nello stesso tempo fu alzata a sua difesa la "torretta" che la fiancheggia. Lo stemma sull'arco della porta è di papa Alessandro VII Chigi che nel 1654 diede in enfiteusi, a terza generazione maschile, ai Lante Della Rovere il palazzo del castello e la Villa».

http://www.cittadibagnaia.it/bagnaia.html


Bagnaia (palazzo della Loggia, palazzo del Comune)

Palazzo della Loggia nella foto di Valerio Giulianelli, dal sito www.geolocation.ws   Dal sito www.ebay.it

«Palazzo della Loggia. Originariamente detto Palazzo delle logge perché ve ne erano due: quella ancora esistente e e l'altra "tappata" su Piazza Castello. È il risultato di una serie di ampliamenti del primitivo palazzetto comunale medievale iniziato con cardinal Riario (1510) e proseguito sotto cardinal Ridolfi (1545), il cardinal Gambara (1574) ed il cardinal Montalto (1590) in un aggiramento da ovest a sud della matrice chiesa di S. Maria. Il piano nobile è ricco di affreschi ignoti al mondo culturale ed in via di disfacimento. Il soffitto della loggia raffigura scene dell'Eneide mentre sulle pareti sono raffigurate vedute di Firenze, Siena e Bagnaia insieme ad un ignoto porto di mare e il gioiello della Pianta di Roma attribuita ad Antonio Tempesta. Nelle numerose stanze sono ancora visibili scene bibliche e bucoliche con i pannelli della semina dell'inverno, della vendemmia e ritratti di pontefici benefattori della famiglia Gambara, tra i quali quello di papa Paolo III Farnese perfetta copia di quello conservato a Napoli e attribuito a Sebastiano del Piombo. ... Il Palazzo del Comune: eretto intorno al 1515 al tempo della signoria del cardinal Raffaele Riario, nel 1576 fu ceduto dalla romana famiglia Gallo alla comunità di Bagnaia che ne fece la proprio sede comunale. All'interno interessanti affreschi del 500; nel portico lo stemma del cardinal Antonio Barberini, "signore" di Bagnaia dal 1632 al 1645, fiancheggiato dalle immagini della giustizia e dell'abbondanza recuperato nel 1979 dal professor Sergio Donini».

http://www.cittadibagnaia.it/bagnaia.html


Bagnaia (villa Lante)

Dal sito http://mirabiliatour.blogspot.it   Dal sito http://mirabiliatour.blogspot.it/

«Su progetto attribuito al Vignola, con le sue simmetriche palazzine, il giardino all’italiana ed il gioco fantasioso delle acque, costituisce una delle più significative creazioni del tardo Rinascimento italiano. Si trova a Bagnaia, a circa 4 chilometri da Viterbo comune a cui appartiene. Nel 1498 il cardinale Riario, vescovo di Viterbo e nipote di Sisto IV della Rovere, decise di accorpare i terreni esterni alle mura del borgo al fine di crearne un "Barco" atto alla caccia, recintato da un muro e successivamente completato da un casino. Nel 1568 il cardinale Francesco Gambara, imparentato con i Farnese, di cui aveva seguito la costruzione del palazzo di Caprarola, ebbe l'idea di trasformare questo parco in un'artistica villa con giardini, boschetti e giochi d'acqua. Affidò quindi i lavori a Tommaso Ghinucci (su progetto di Jacopo Barozzi da Vignola) iniziando parallelamente i lavori di costruzione di una delle due palazzine (la Gambara) affrescata poi da Raffaellino da Reggio e Antonio Tempesta (entro il 1578). Successivamente, il cardinale Alessandro Damasceni Peretti-Montalto, nipote di Sisto V, fece erigere tra il 1590 ed il 1612, la seconda palazzina decorata questa volta da Agostino Tassi, Marzio Ganassini e dal cavalier d'Arpino. Il prelato fece sostituire infine la primitiva fontana piramidale con l'attuale fontana detta "dei quattro Mori" sormontata dai simboli araldici Peretti. Nel 1656, sotto Alessandro VII, il complesso passò al duca Ippolito Lante della Rovere e nel 1772 il cardinale Federico Marcello Lante sistemò la nuova piazza dinanzi all’ingresso centrale della villa e ricostruì il portale di accesso. Descrizione. Fuori del recinto del giardino di Villa Lante è la Fontana del Pegaso, formata da una grande vasca ovale con al centro il cavallo alato, da cui prende il nome, con un fondale a parete ricurva coronata da una balaustra a colonnine. Sulla parete di fondo i busti delle nove muse. Al centro della vasca quattro amorini emergenti dall'acqua dando fiato ad una tromba mandano zampilli verso Pegaso in atto di far sgorgare acqua da una roccia con un colpo di zoccolo. Il giardino all’italiana, a disegno geometrico, risale scenograficamente il pendio della collina. Al centro del quadrato antistante gli edifici è la monumentale Fontana del Quadrato che ha al centro un triplice cerchio di vasche sormontate dal gruppo dei Quattro Mori, opera attribuita a Taddeo Landini. Nel fondo sono le due Palazzine, eleganti costruzioni simmetriche aperte al piano terra da logge a tre grandi arcate ciascuna. ...».

http://www.provincia.vt.it/turismo/SchedeDett.asp?Id=7


BAGNOREGIO (castello delle Rocchette)

Dal sito http://eppursimuoveroma.blogspot.it   Dal sito www.castellodellerocchette.it/

«Antico castello, le cui prime notizie storiche risalgono al 1400. Sorge al centro di due verdi vallate percorse da ruscelli. Originariamente era costituito da una rocca. In epoche successive sono state aggiunte altre costruzioni in modo da formare un piccolo borgo composto da un edificio principale, due casette e una cappella che si affacciano su una piazzetta interna, cui si accede percorrendo un lungo ponte».

http://www.castellodellerocchette.it


Bassano in Teverina (torre dell'Orologio)

Foto di Croberto68, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.latuscia.com

«Di fronte alla Chiesa di Santa Maria dei Lumi, una porta fiancheggiata dalla cinquecentesca Torre dell'Orologio introduce nel suggestivo borgo medievale, che accurati e sapienti restauri stanno riportando all'antico splendore. La Torre, munita di un orologio dal quadrante in maioliche settecentesche decorate a mano, al suo interno - caso finora unico - ingloba l'antico campanile della Chiesa dei Lumi, provvisto di bifore con insolite figure antropomorfe».

http://www.latuscia.com/it_tuscia_46_bassano-in-teverina_torre-dell-orologio.php


Bolsena (palazzo del Drago, già Crispo)

Dal sito www.futouring.it   Dal sito www.latuscia.com

«Il palazzo, posto in posizione dominante ai piedi della Rocca Monaldeschi della Cervara, nei pressi della porta nord del Borgo Sotto, fu costruito in varie fasi per volere del cardinale Tiberio Crispo (1498-1566), figlio di Giovanni Battista Crispo e di Silvia Ruffina, divenuta in seguito amante del cardinale Alessandro Farnese, poi papa Paolo III, al quale diede, intorno al 1500, Costanza, di cui Tiberio era dunque fratellastro. Il complesso è frutto di due fasi edilizie (1533-1544 e 1554-1561), corrispondenti in parte ai periodi nei quali Crispo detenne la carica di governatore di Bolsena. Il futuro cardinale, tuttavia, risiedeva nella cittadina, in una casa di sua proprietà, fin dal 1527, probabilmente incaricato come vicario di Alessandro Farnese, che fu a sua volta governatore di Bolsena dal 1525 al 1534. ... Il palazzo venne ultimato nel 1561. La decorazione ad affresco e stucchi di numerosi ambienti dislocati sui due piani del Torrazzo fu avviata a partire dal 1559 e fu interrotta nel 1562, quando i bolsenesi, scontenti dell’amministrazione di Crispo, lo fecero rimuovere dalla carica di governatore. In epoca più recente l’edificio fu diviso in due differenti residenze, quella verso la rocca divenuta prima proprietà della famiglia romana Spada, poi dei Cozza, e quella verso la piazza divenuta proprietà Caposavi; un matrimonio tra esponenti di queste ultime due famiglie del patriziato bolsenese riunificò la fabbrica, ma, intorno al 1930, essa fu nuovamente divisa e attualmente la parte più rilevante, verso la rocca, è proprietà Del Drago, mentre la restante rimane ai Cozza Caposavi. Il palazzo unisce le caratteristiche della fortezza e della dimora di delizia essendo dotato di giardini e terrazze che si aprono sul versante dell’affaccio sul lago. La facciata verso il giardino è priva di elementi decorativi, la parete è segnata da una semplice cornice marcapiano con poche finestre e un coronamento aggettante sorretto da beccatelli; la stretta parete verso il lago è invece caratterizzata dalla loggia a serliana che lascia intravedere la decorazione interna. Secondo fonti d’inizio Settecento sulla facciata si vedeva dipinto il ritratto di Crispo (G. Marangoni, Thesaurus Parochorum…, Roma 1726, t. I, p. 196)».

http://www.futouring.it/web/filas/ricerca?p_p_id=RICERCA_WAR_FilasPortlets_INSTANCE_a6O6...


Bolsena (rocca Monaldeschi della Cervara)

Dal sito www.comunebolsena.it   Dal sito www.latuscia.com

«La storia della rocca di Bolsena segue le vicende di confine tra due territori, la Tuscia Viterbese e con essa lo Stato Pontificio da una parte e Orvieto dall’altra. L’abitato di Bolsena fu nell’VIII secolo uno dei primi borghi nel Lazio a passare dai Longobardi al costituendo Stato della Chiesa. Nel 1186 la città fu presa dagli Orvietani che la tennero fino al 1267 quando per breve tempo tornò alla chiesa, fino a ripassare ad Orvieto dopo il cruento assedio del 1294. è in questa epoca che si stabilisce la costruzione della rocca. Il Trecento sarà un secolo non privo di bellicose vicende con l’ascesa della famiglia di origine orvietana dei Monaldeschi della Cervara che fu artefice della ribellione contro la Chiesa, ribellione che causò le ire del pontefice, Gregorio XI, che nel 1377 ordinò la presa della città e l’abbattimento delle mura urbane. Diventata agli inizi del XV secolo contea dei Monaldeschi, questi persero verso la metà dello stesso secolo ogni diritto sul feudo che, abbandonato, ritornò sotto il ferreo governo pontificio. Il castello venne costruito dalle milizie orvietane che occupavano Bolsena tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo nella parte più alta dell’abitato di Bolsena, a controllo del lago di Bolsena e della via Cassia che vi scorreva sotto. Ha una pianta quadrata con alte mura con agli angoli quattro torri quadrate angolari. Sia le mura che le torri culminano con robusti archetti su mensole a sporto, frutto di restauri, che originariamente dovevano terminare con merlature, oggi scomparse. L’accesso alla rocca era protetto da un fossato e da un rivellino con ponte levatoio in legno e saracinesca. All’interno della corte prendevano forma gli alloggi, oggi sostituiti da un più moderno fabbricato che ha completamente alterato la fisionomia del cortile. I restauri furono apportati in seguito alla quasi completa distruzione della rocca da parte degli stessi abitanti di Bolsena che nel 1815 preferirono distruggere il fortilizio invece che consegnarlo a Luciano Bonaparte».

http://www.castellidelazio.com/castellodibolsena.htm


BOMARZO (palazzo Orsini)

Dal sito www.lazionauta.it   Foto di Cosmin latan, dal sito it.wikipedia.org

«Bomarzo rappresenta, nel vasto panorama Italiano di piccoli centri da riscoprire, un importante esempio di ricchezze architettoniche, archeologiche e naturalistiche. Elemento caratterizzante del paese è il Centro Storico, in cui spicca Palazzo Orsini: gioiello di architettura Rinascimentale. Alle fasi costruttive del palazzo Orsini di Bomarzo sono legate anche le vicende del sottostante Sacro Bosco di Pier Francesco, ovvero Vicino Orsini nato a Bomarzo il 4 luglio 1523. Il padre Giovanni Corrado Orsini, già vedovo di Lucrezia Anguillara, il 29 aprile 1520 si sposò con Clarice Orsini, figlia del cardinale Franciotto. Già il 29 dicembre 1519 l'architetto e pittore senese Baldassarre Peruzzi aveva progettato la prima ala del nuovo palazzo, vicino alla chiesa, e caratterizzato da un cortile, una loggia, una scala e altre divisioni. Il Peruzzi fu anche impresario avvalendosi della presenza sul cantiere del fratellastro pittore Pietro Antonio di Andrea. Dal 1520 al 1524 le opere di scalpello fino al primo piano si devono a Pier Domenico Ricciarelli; quelle dopo il 1524, cioè dei mezzanini e del cornicione, a Bartolomeo di mastro Giovanni da Morco nella diocesi di Corno. Per evitare le strettoie del borgo medioevale, il Peruzzi disegnò e realizzò il percorso di una nuova strada di accesso, documentata anche da una veduta contenuta nel taccuino senese S.IV.7. Tra il 1521 e il 1533 sotto il castello, il palazzo e il borgo, fu acquisita una vasta area per realizzarvi un giardino terrazzato, degradante verso valle e collegato al nuovo sistema viario. Nel 1526 la nuova ala del palazzo, non era ancora finita, tanto che Giovanni Corrado Orsini ai figli prescrisse di terminarla, poi eventualmente di intervenire sulla contigua ala più antica. Uno schizzo del Peruzzi conservato agli Uffizi (U 579 retto) fa vedere la pianta del palazzo con la loggia, il cortile e la scala alla congiunzione delle due ali, quella nuova in parte realizzata e quella vecchia ancora da trasformare. Morto Giovanni Corrado Orsini il 21 settembre 1535, fu il figlio Pier Francesco, ovvero Vicino, a far terminare la nuova ala del Peruzzi. Così in corrispondenza del cortile coperto due finestre del primo piano e il portale d'ingresso al pianterreno portano inciso il nome di Vicino.

Sposatosi a Giove l'il gennaio 1544 con Giulia, figlia di Galeazzo Farnese, Vicino Orsini, al primo piano dell'ala antica, realizzò il proprio appartamento detto della Galleria, oggi residenza comunale, e ulteriormente ampliato dopo la scomparsa della moglie, tra il 1560 e il 1583. La loggia, a squadro su due lati contigui, oggi è utilizzata come sala del consiglio. A Bomarzo sono presenti lo scultore e architetto Francesco Moschino soltanto nel 1552 e molto più tardi il figlio Simone Moschino e un gruppo di scalpellini fiorentini, tutti al servizio dell'Orsini. Il seminterrato dell'ala del Peruzzi era destinato alle cucine e ai servizi, il pianterreno ai rapporti col pubblico e alla giustizia; il primo piano e il mezzanino ad abitazione. Dopo la morte di Giulia Farnese, Vicino Orsini abitò nell'appartamento della Galleria; il pianterreno dell'ala del Peruzzi fu utilizzato dal figlio Corradino Orsini e da Margherita Sabella, mentre il primo piano fu destinato all'altro figlio Marzio Orsini e a Porzia Vitelli. Infatti intorno al 1575 la sala media al primo piano fu dipinta, forse dal viterbese Orazio Bernardo di Domenico, con un fregio contenente gli stemmi Orsini e Vitelli e vedute dei castelli dell'una e dell'altra famiglia. Nel 1564 per una loggia del palazzo Annibal Caro fornì le istruzioni per dipingere la favola dei Giganti, forse ancora nascosta se non distrutta. Nel 1645 Bomarzo e palazzo Orsini furono venduti al duca Ippolito Lante della Rovere, che fece realizzare il grande salone al primo piano nella cui volta, nel 1660-1661 il pittore cortonese Lorenzo Berrettini eseguì l'allegoria della Guerra e della Pace. Le porte in pietra al primo piano sono del XVII secolo; quelle del Peruzzi sono tutte al pianterreno. Nel 1836 il palazzo passò alla famiglia Borghese, alla quale si deve la saletta con le vedute dei castelli di Mugnano, Chia e Attigliano. Soltanto nel dopoguerra la maggior parte di palazzo Orsini è pervenuta al comune di Bomarzo, che per i propri uffici utilizza l'appartamento della Galleria con le iscrizioni di Vicino Orsini e Giulia Farnese».

http://www.comunebomarzo.it/palazzo_orsini.html


Borghetto (rovine del castello Andosilla)

Dal sito www.visitsabina.com   Dal sito www.romeartlover.it

«Le spettacolari rovine del castello di Borghetto nei pressi della moderna via Flaminia risalgono almeno al XII-XIII secolo quando era menzionato un Burgus o Burghettus S. Leonardi. Esse sono situate su un alto sperone roccioso a dominio della valle del Tevere nei pressi di un importante approdo commerciale fluviale, tra la vicina via Flaminia e non lontano dalla via Cassia, quindi in posizione strategica molto importante. Forse i primi costruttori furono gli abati dell’abbazia di Santa Maria di Faleri a presidio delle loro cospicue proprietà. Alla fine del Trecento viene ceduto insieme all’abbazia da papa Bonifacio IX in favore dell’Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia. Da questo momento iniziò a sorgere un piccolo agglomerato di case nei pressi della rocca che lentamente iniziò ad essere abbandonata. L’Ospedale tenne il castello fino al 1538 quando passò alla Camera Apostolica e poco dopo, per volontà di papa Paolo III Farnese venne venduto al nipote Pier Luigi Farnese entrando di diritto nello stato di Castro. Nel 1790 infine fu nuovamente ceduto dalla chiesa alla famiglia Andosilla, quando Giuseppe fu creato marchese del feudo di Borghetto da papa Pio VI alla fine del XVIII secolo. Pochi anni dopo, nel 1798 fu incendiato e distrutto dalle truppe napoleoniche. Il castello sorge nella parte più alta di uno sperone tufaceo ed è composto essenzialmente di due parti divise tra loro da un profondo fosso naturale. L’ingresso al castello avveniva attraverso una rampa scoperta che conduceva ad un portale aperto tra le murature. Il castello ha pianta quadrangolare con un’altissima torre di oltre 40 metri posta su un lato del recinto fortificato ma crollata nel 1950. All’interno del recinto trovavano posto una cappella ed una parte adibita forse a corpo di guardia. Fuori del recinto del castello si imposta il piccolo villaggio, oggi completamente distrutto, tra cui la chiesa di San Leonardo con alcuni affreschi ed un bel portale in stile cosmatesco».

http://www.castellidelazio.com/castellodiborghetto.htm


Canepina (castello degli Anguillara)

Dal sito www.comune.canepina.vt.it   Dal sito www.paolosantini.it

«Il Castello, chiamato degli Anguillara (ultima potente famiglia ad averne possesso), fu costruito intorno alla metà dell’XI secolo dagli esponenti della potente famiglia Di Vico, come presidio su un dirupo allora inaccessibile, proprio per vigilare, con la sua Torre d’Oriente, sulla piana del Tevere, da dove si temevano attacchi offensivi. Del Castello resta uno sperone del torrione occidentale e la torre orientale, probabilmente torrione di difesa. Dopo alterne vicende storiche diverrà proprietà della famiglia Anguillara, di cui vediamo lo stemma sull’antica porta d’ingresso. Sul piazzale d’ingresso del Castello vi è un ambone in peperino di forma semicircolare, che nella parte superiore contiene una piccola nicchia con immagine sacra, è concluso da timpano con cornice. Il corpo della bigoncia, superiormente bordato, poggia su una base appena sporgente, ornata da nastri intrecciati e terminante con appendice a forma di ghianda. Nella parte centrale c’è un sole irraggiante che circoscrive la sigla IHS, simbolo bernardiniano. Secolo XV- XVI» - «Quello che oggi si chiama Castello degli Anguillara perché fu l’ultima potente famiglia ad averne il possesso, fu costruito intorno alla metà del XI sec. dagli esponenti della famiglia Di Vico, potenti Ufficiali Prefetti di Roma. Il castello, nella funzione propriamente detta (da castrum, cioè accampamento militare), fu eretto come presidio su un dirupo allora inaccessibile, proprio per vigilare, con la sua torre d’oriente sulla piana del Tevere, da dove si temevano attacchi offensivi. Come tutti i castelli nelle alture vicine aventi le stesse funzioni, anche questo di Canepina subisce, nelle alterne vicende, i vari domini. Quando poi, alla fine del 1800 la famiglia degli Anguillara si trova in difficoltà economiche, una parte del castello viene frazionata in appartamenti civili e venduta direttamente aUna veduta del Castello degli Anguillara singoli privati; la parte restante, forse in cambio di qualche favore ricevuto, viene donata alla famiglia Rem - Picci come vitalizio. Ai primi del 1900 anche Rem - Picci fraziona in appartamenti civili l’altra parte che vende, donando la torre d’oriente, la più piccola, al comune di Canepina, il quale allestirà all’interno un museo della flora e della fauna, ora chiuso. Sul piazzale d’ingresso del castello, dove si immagina chiaramente vi fosse un tempo il ponte levatoio, vi è tuttora un pulpito da dove si dice (la notizia è tramandata solo verbalmente), che predicò san Bernardino da Siena».

http://canepina.museodiffuso.net/castello-degli-anguillara/ - http://www.comune.canepina.vt.it/davisitare.php


Canepina (palazzetto Farnese)

Dal sito http://canepina.museodiffuso.net   Dal sito www.comune.canepina.vt.it

«Fatto costruire da Alessandro Farnese (papa Paolo III) per il figlio Pierluigi come sede di amministrazione dei beni del territorio di Canepina ha dimensioni contenute e una struttura solida tipica dell’architettura del XVI secolo. Ampliato successivamente nel lato sinistro, ha nella parte destra un enorme muro di sostegno abbellito da una fontana quasi a semicerchio e da simboli. Nella sala delle riunioni rimane l’antico soffitto a cassettoni decorato con piastrelle variopinte e caratterizzate dal giglio dei Farnese. è ormai da tempo sede comunale».

http://www.comune.canepina.vt.it/davisitare.php


Capodimonte (rocca Farnese)

Dal sito www.turismocapodimonte.it   Dal sito www.roccafarnese.it

«La maestosa rocca ottagonale si erge sulla scogliera vulcanica del promontorio di Capodimonte, dove un tempo si trovava il palazzotto dei Signori di Bisenzo. Fu trasformata in Palazzo dal cardinale Alessandro Farnese, futuro papa, il quale affidò il progetto ad Antonio da Sangallo il Giovane, architetto di famiglia. Egli dette miglior forma al cortile interno, costruì l’avancorpo che sorge alla testata del ponte levatoio, ora in muratura a due arcate, rinsaldò la struttura dell’alta mole con spigoli massicci. Le quattro arcate classiche della facciata, formanti un magnifico loggiato decorato, furono in seguito chiuse per metà, allo scopo di formare un ampio salone. Fu recinta da potenti bastioni, muniti di cannoniere e, tutto intorno, fu realizzato il magnifico giardino pensile. Alla fine del XVI sec. la Rocca si trasformò in residenza per villeggiatura di papi e varie personalità, con l’apertura al paesaggio di logge ariose quasi sempre affrescate. Oggi un giardino con alberi monumentali gira intorno alla Rocca con il suo disegno “all’italiana” di aiuole di bosso creando piacevoli angoli per rilassanti riposi. Anche le piante esotiche, introdotte nell’Ottocento, costituiscono un importante patrimonio arboreo: una grande magnolia, un’altissima palma, una Sofora del Giappone, oleandri e piante nostrane. Attualmente la Rocca è di proprietà privata e la visita è consentita su richiesta, una parte dell’edificio è inoltre destinato alla ospitalità turistica».

http://www.turismocapodimonte.it/turismo/il-di-capodimonte-sul-lago-di-bolsena/la-rocca-farnese.html


Capranica (resti del castello Anguillara, ponte dell'Orologio)

Dal sito www.comune.capranica.vt.it   Dal sito www.tusciaunicard.it

«Capranica è arroccata su una rupe a schiena d'asino e, come un tempo, vi si accede dai due attuali ingressi. Gli Anguillara dominarono a lungo il paese ed erano in perenne conflitto con altri potenti per contendersi il dominio sulle terre circostanti. Una volta cacciati gli Anguillara il paese di Capranica fu guidato da varie signorie come avveniva ad ogni nomina di un nuovo papa tra cui i Barberini, gli Aldobrandini, gli Altemps ecc. Il centro storico di Capranica ancora ben conservato conferma l'importanza che assunse il paese quando la via Cassia venne spostata su questo versante dei Cimini da Papa Urbano VIII, ma il periodo di massimo splendore venne raggiunto verso la fine del XVI sec., quando il card. Altemps, allora governatore pontificio, fece costruire nuovi palazzi e chiese tra cui villa Sansoni-Montenero, probabilmente del Vignola. Capranica si trova tra i monti Cimini e i colli Sabatini su una rocca tufacea che domina la Cassia. ... Posta su una rupe a schiena d'asino Capranica si raccoglie tutta intorno a una via centrale e l'accesso, come un tempo, è possibile attraverso due ingressi contrapposti. Caratteristico il borgo antico, formato prevalentemente da case e palazzetti del XVI secolo, ma dove è possibile ammirare edifici anche più antichi. Da sempre sotto il dominio degli Anguillara, in perenne conflitto con altre famiglie per contendersi il dominio sulle terre circostanti, il paese fu guidato dopo la loro estinzione da varie signorie, alle quali venne affidato dai diversi papi. Sotto il papato di Urbano VIII, che deviò il percorso della via Cassia spostandola su questo versante dei Cimini, Capranica acquisì una buona posizione strategica. Il periodo di massimo splendore si deve però al cardinale Altemps che, verso la fine del XVI secolo, mise a punto un piano di ristrutturazione urbanistica ed architettonica, facendo costruire palazzi, strade e chiese. Nel corso dei secoli l'antico borgo di Capranica si estese notevolmente senza subire gravi sconvolgimenti e l'assetto urbano si divise in tre zone; la più antica, con il vecchio castello Anguillara al quale si accede dalla Porta del Ponte, il quartiere rinascimentale incastonato tra le due porte e la zona più recente, fuori delle mura» - «Ciò che resta della rocca di Capranica, fatta smantellare dal papa Sisto IV nel 1484, è la splendida porta urbica sistemata durante il pontificato di papa Urbano VIII, ed alcune altre strutture dell’antico castello. Il Ponte, detto dell’Orologio, è stato realizzato nella prima metà del sec. XVIII su progetto dell’arch. Cristoforo Spinedi».

http://www.infoviterbo.it/provincia-di-viterbo/capranica.html - http://www.comune.capranica.vt.it/interna.asp?idPag=3


Caprarola (palazzo Farnese)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito http://agriturismo.agraria.org

  

«La costruzione del palazzo – con la sua caratteristica forma pentagonale – fu affidata da Alessandro Farnese (divenuto papa Paolo III) ad Antonio da Sangallo che iniziò i lavori intorno al 1530 e, dopo un’interruzione, fu terminata da Alessandro Farnese (nipote di Paolo III) che ne commissionò l’esecuzione a Jacopo Barozzi da Vignola. Recenti ricerche hanno portato alla luce vari disegni, risalenti alla prima metà del ’500, attribuiti al Sangallo ed a Baldassarre Peruzzi, nei quali è possibile individuare la “Rocca di Caprarola“. Lo studio del Vignola, come si evince da una serie di scritti e progetti, iniziò prima del 1555, pertanto l’edificio risulta un insieme di architettura militare e civile. Bastioni, fossati, recinti e ponti levatoi danno l’idea della fortezza militare; giardini, architettura elegante e capolavori artistici, danno l’idea del palazzo signorile. Esso può considerarsi terminato nel 1575, anche se ulteriori lavori di rifinitura si protrarranno fino al 1583. A molti anni dopo risale la definitiva sistemazione della parte antistante il Palazzo ed il completamento dei giardini, finiti infatti da Jacopo Del Duca e da Girolamo Rainaldi. Numerosi pittori ed artisti lavorarono nell’arco di un ventennio alla realizzazione del ciclo iconografico. Federico e Taddeo Zuccari, Antonio Tempesti, Jacopo Bertoia, Raffaellino da Reggio, Giovanni Antonio da Varese, Giovanni de Vecchi e tanti altri meno conosciuti, eseguirono fedelmente le indicazioni di quei grandi letterati che furono Annibal Caro, Fulvio Orsini ed Onofrio Panvinio. L’edificio si compone di 5 piani: i Sotterranei, il Piano dei Prelati, il Piano Nobile (l’unico visitabile), il Piano dei Cavalieri ed il Piano degli Staffieri.

Sotterranei: vi si accede dall’ampio piazzale antistante il Palazzo, tramite un grosso portale chiamato “del Facchino” o da un corridoio sotterraneo che parte dal “Cantinone” (con ingresso nell’area chiamata “Peschiera”); erano adibiti per lo più a cucine, forni, mulino, magazzini e dispense. Piano dei Prelati: vi si accede dal portone principale, mediante un ponte che un tempo era levatoio o dalla Scala Regia che inizia dai Sotterranei. Si compone di vari ambienti: Sala d’Ingresso, Cortile con porticato, Sala di Giove, Appartamento dell’Estate, Gabinetti dei Prelati ed Appartamento d’Inverno. Escluse le due sale, tutte le altre stanze sono affrescate solo nella volta. La Scala Regia, capolavoro del Vignola, è del tipo elicoidale con 30 colonne doriche; tutta in peperino grigio, è totalmente affrescata e termina con una cupola pure affrescata. Piano Nobile: vi si accede dalla Scala Regia passando nel secondo ordine di porticato e dopo una cameretta detta “Seconda Guardia“. Gli ambienti di questo piano si suddividono in due tipi: sale di rappresentanza ed appartamenti privati; la loro denominazione deriva dal soggetto del ciclo iconografico. Le sale di rappresentanza, totalmente affrescate, sono: la Sala d’Ercole, la Cappella, la Sala dei Fasti Farnesiani, la Sala del Concilio, la Sala degli Angeli e quella del Mappamondo. Gli appartamenti sono composti: dalla Camera dei Sogni, la Camera dei Giudizi, la Camera della Penitenza, la Stanza del Torrione (unica con soffitto in legno), la Camera della Solitudine, la Camera dei Lanifici e la Camera dell’Aurora. Queste stanze sono affrescate solo nella volta, in quanto le pareti venivano arricchite con arazzi e quadri. Piano dei Cavalieri: vi si accede dalla balconata sovrastante il porticato e si compone di 61 stanze. Piano degli Staffieri: vi si accede dalla scala detta “del cartoccio” e si compone di 26 stanze con piccole finestre proprio sotto il cornicione del Palazzo. Questi ultimi due piani non hanno nulla di artistico e da ciò si desume che fossero utilizzati dal personale di corte. Di grande importanza artistica sono i giardini all’italiana, all’interno del parco del Palazzo. Essi si dividono in Giardini Bassi e Giardini Alti. I primi sono due grandi giardini pensili quadrati (detti dell’Estate e dell’Inverno) che si trovano all’altezza del Piano Nobile e sono raggiungibili mediante due ponti, rispettivamente dalla Camera dei Lanifici e da quella dei Giudizi. I Giardini Alti sono un superbo esempio di giardino all’italiana; con una serie di fontane, ripiani, statue ed una elegante Palazzina, creano una profonda suggestione nel visitatore il quale si trova immerso in una cornice di un verde intenso».

http://www.caprarola.org/origini-di-caprarola/palazzo-farnese-di-caprarola/#3


Carbognano (castello Sciarra o Farnese)

Dal sito www.futouring.it   Dal sito www.carbognanonline.it

«Il castello di Carbognano è costituito da un fabbricato a pianta quadrilatera irregolare intorno a un piccolo cortile decentralizzato, di notevole possenza plastica e su cui fa perno l’intero tessuto urbano dell’abitato. La facciata principale di rappresentanza, che dà sulla piazza del comune, presenta due ordini di finestre disposte in maniera irregolare di cui le tre superiori recano nella cornice la scritta IVLIA FARNESLA. è coronata, come d’altronde tutti gli altri lati, da un filare di beccatelli reggenti una sorta di camminamento di ronda con merli a sagoma dritta e con feritoie a croce. Domina dal retro un possente mastio a base quadrata orientato non in asse con la facciata e coronato anch’esso dai medesimi beccatelli e merlatura. Altre due torri di diversa forma e altezza fanno parte dell’emergenza architettonica. Quella posta a nord è di pianta circolare scandita in due piani da un toro a modanatura semplice. Nella parte superiore ha due finestre a cornice quadrata mentre nella parte inferiore e percorsa. attraverso una foratura ad arco, da una strada che collega la piazza del comune con la parte inferiore del paese. L’altra torre e situata a est, ha base quadrilatera e sporge dal fabbricato creando con la precedente torre una sorta di ali che racchiudono come quinta teatrale la facciata situata a nord-est, presentante anch'essa un doppio ordine di finestre. Quella al centro dell’ordine superiore corrisponde al salone di rappresentanza e presenta una foratura di modulo raddoppiato rispetto alle compagne, ma col medesimo tipo di cornice.

Il lato a sud-est si affaccia su una strada interna ai nucleo del paese e presenta anch’essa una serie di finestre di diverse epoche ma disposte in maniera del tutto irregolare su una cortina che termina in basso con un leggera inclinazione a mo' di scarpatura. Solo due di esse, quelle più vicine alla sporgenza della torretta a est, presentano il medesimo tipo di cornice. Quella superiore ha nel fregio la scritta IVLIA FARNESIA e nella prossimità della cortina muraria è situato uno stemma in marino con lo scudo a sei gigli Farnese, circondato da una corona di frutti e foglie. L’ultimo lato, situato a sud-ovest, è la facciata interna di ingresso. Unici elementi che emergono sono: il portale d’ingresso ad arco con situato, in corrispondenza della chiave, lo scudo a sei gigli Farnese ed evidenziato da una cornice a bugnato, in peperino; e un ambiente sporgente su beccatelli. La cortina presenta anch’essa, come il lato precedente, un’ inclinazione a scarpa e vi è ancora, come elemento separatore tra la muratura a piombo e quella inclinata, un toro che tuttavia non impegna che un terzo della intera facciata. L’edificio è raccordato al palazzo del comune mediante un corpo unito con un rapporto di continuità alla facciata principale, che tuttavia è interrotto al centro da un’arcata che permette di collegare mediante una rampa la piazza del comune con la soprastante piazzetta del castello. ... La datazione del castello in base ai suoi dati stilistici, non calcolando gli evidenti interventi successivi, è da porre tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento. ...».

http://www.carbognanonline.it/html/il_castello_farnese.html


Castel Sant'Elia (castelli)

Nella foto di Giovanni Arcangeli, i ruderi di Castello d'Ischi, dal sito www.sentieroverde.org   Dal sito www.romeartlover.it/Civita4.html

«Poggiato su di un pianoro tufaceo delimitato ai lati da due profondi burroni, Castel S. Elia si trova ai confini della provincia di Viterbo. Deve il suo nome all’antichissimo Cenobio di Sant’ Elia, mentre viene detto "Castello" dai suoi stessi abitanti, forse per la sensazione che da il luogo di sentirsi raccolti e protetti. La cittadina è conosciuta per la produzione di nocciole ed olive, ma soprattutto per l’artigianato legato alla lavorazione del legno e della ceramica. Il paese trae il nome da una basilica romanica intitolata a S. Elia che sorge nei suoi pressi, le sue origini sono però molto più antiche. Nel territorio comunale sono riconoscibili almeno tre siti etruschi: Pizzo Jella, S. Anna e Castel d'Ischi o Castellaccio. I tre "pagi" etruschi, abbandonati in epoca romana, furono rioccupati nel medioevo per la loro notevole difendibilità, sono ancora visibili infatti i resti di fortificazioni, torri e mura. L'attuale centro storico, anch'esso di origine etrusca, fu riorganizzato al tempo di papa Gregorio Magno come avamposto difensivo di Roma dalla minaccia dei Barbari. Nel Medioevo furono edificate nuove opere difensive, mura e torri, che furono ampliate e consolidate nel 1540 ad opera dei Farnese, allora signori di Castel S. Elia».

http://www.paesionline.it/lazio/castel_sant_elia/comune_castel_sant_elia.asp


Celleno (castello Orsini)

Foto di Andrea Di Palermo, dal sito http://rete.comuni-italiani.it   Dal sito www.lagodibolsena.org

«Il Castello Orsini, posto all’ingresso della Celleno antico, è sicuramente la costruzione più bella e suggestiva da visitare all’interno del borgo. Circondato da un fossato, il castello è munito di un imponente fortilizio e di una grande torre di guardia. Dalla piazza sotto il castello (Piazza del Mercato), denominata “il Torracchio” si accede alla piazza principale (Piazza del Comune) salendo una scalinata (Via del Ponte). Dalla Piazza del Comune si può salire al castello superando un ponte in muratura ad arcata unica. Alla fine del ponte si trova un bel portale, oltrepassato il quale si trova l’accesso agli ambienti, non tutti visitabili a causa di alcune parti frananti. Proprio nei settori non visitabili si trova una serie di cunicoli che mettono in comunicazione un vano con l’altro. Questi cunicoli, di cui è difficile stabilirne il numero e l’esatta posizione a causa delle varie demolizioni nel corso dei secoli, risultano il più delle volte di difficile acceso. Infatti, interpretare i vari percorsi e le vie che accedevano ai camminamenti, è impresa piuttosto difficile. Il castello, restaurato recentemente per opera del pittore Enrico Castellani, fu confiscato dal comune di Celleno ed utilizzato come ufficio per l’amministrazione, come ambulatorio e come scuola fino a quando non si costruirono gli edifici nel paese nuovo. Nel muraglione che si innalza dalla piazza inferiore del castello si possono notare due pietre bianche: nel corso della seconda guerra mondiale queste due pietre sorreggevano una targa marmorea con su scritte le sanzioni che venivano applicate all’Italia dagli invasori. Sempre in Piazza del Comune si innalza il bel campanile dell’ex parrocchia, a pianta quadrangolare con tre ordini costruiti con materiale tufaceo. A sinistra della torre troviamo un edificio che si presenta allo stato di nude mura, caratteristica di molte altre costruzioni all’interno del borgo. A sinistra del castello sorge la Chiesa di San Carlo di cui restano solo le mura mentre, nelle vicinanze della piazza, troviamo la Chiesa di San Donato. Questa chiesa, risalente all’anno mille e quindi in stile romanico, è abbellita da un bel portale d’ingresso in pietra basaltica. Un bel colpo d’occhio del portale si può avere dalla piazzetta antistante la chiesa stessa. Nel visitare il borgo della Celleno antica, quello che colpisce di più è la presenza di case costruite in tufo rosso e senza intonaco che formano il nucleo centrale del paese. Così, percorrendo le anguste viuzze, troviamo case ristrutturate che si presentano nella loro struttura originale e case completamente diroccate, che rendono il paesaggio particolarmente suggestivo. Attualmente il borgo di Celleno antica è in via di ristrutturazione e il passaggio è momentaneamente interdetto. Per non trovarsi quindi nella condizione, una volta giunti in loco, di dover rinunciare alla visita, è consigliabile contattare preventivamente il comune per avere maggiori informazioni sulle condizioni di accessibilità».

http://darkgothiclolita.forumcommunity.net/?t=50930826


Cellere (rocca Farnese)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.comune.cellere.vt.it

«La Rocca fu trasformata in residenza dai Famese; già agli inizi del secolo XIV appartiene ai Farnese. La famiglia era originaria del Castrum Farneti. Dopo varie ribellioni tentate, a seguito della restaurazione operata nel viterbese dal cardinale Egidio Albornoz per conto del papa Innocenzo IV, Cellere presta ancora una volta giuramento di fedeltà, tramite i suoi rappresentanti Puccio, Pietro, Ranuccio, e Francesco Farnese nel 1354. Attraversando la porta del Castello, sormontata dal settecentesco orologio, ci si imbatte nella maestosa mole della Rocca, imponente edificio addossato ad una preesistente torre di avvistamento in passato assai sviluppata in altezza. Lo stabile, costruito con grossi blocchi di tufo squadrato, nel corso degli anni ha subito numerosi rifacimenti. Esso si erge su di un basamento a scarpa posto a difesa del primigenio insediamento abitativo al quale è collegato attraverso il 'Ponte della Rocca' ancora in parte visibile. L'edificio rappresentava una delle residenze dei Farnese. Al suo interno vi dimorava stabilmente un castellano al quale era demandato il compito di amministrare i possedimenti di Pianiano, Arlena e Tessennano. La Rocca fu trasformata in residenza dai Farnese già agli inizi del secolo XIV appartiene ai Farnese. La famiglia era originaria del Castrum Farneti. Dopo varie ribellioni tentate, a seguito della restaurazione operata nel viterbese dal cardinale Egidio Albornoz per conto del papa Innocenzo IV, Cellere presta ancora una volta giuramento di fedeltà, tramite i suoi rappresentanti Puccio, Pietro, Ranuccio, e Francesco Famese nel 1354. Nel 1537 quando Paolo III Farnese costituisce lo Stato di Castro concedendolo al figlio Pier Luigi, Cellere parteciperà come bene patrimoniale già in possesso dei Farnese alle alterne vicende del Ducato con il nome di Cellere di Castro».

http://prolococellere.sitiwebs.com/page20.php


Chia (borgo fortificato)

Dal sito www.lazionascosto.it   Dal sito www.lazionascosto.it

«Abitata fin dal periodo pre-etrusco, Chia sorge su una collina tufacea, nel cuore della Tuscia, intorno alla quale sono stati rinvenuti diversi siti archeologici tra cui l’affascinante sito di Santa Cecilia. Questi siti, ricchi di tombe a grotta, pozzi e case ipogee ci danno testimonianza della lunga dominazione etrusca fino al loro contrasto con la potenza di Roma. Passata così ai romani nel III secolo a.C. e successivamente decaduta in concomitanza delle invasioni germaniche, ebbe una netta ripresa nel periodo medievale dove assunse carattere prettamente difensivo. Il vecchio borgo, che nelle carte più antiche è denominato Cheggia o Icea, si presentava con un nucleo centrale percorso da strette e difeso da grandi bastioni che scendevano fino ai piedi della collina. Come accaduto a molti altri feudi anche quello di Chia passò nel periodo medievale di mano in mano diventando possedimento prima della Camera Apostolica e successivamente di nobili famiglie come gli Orsini e i Colonna e in età moderna come i Lante della Rovere e i Borghese. Il paese attualmente si presenta diviso in due zone sia per tipologia che per aspetto. In un tempo relativamente breve alle case che formavano l’antico abitato se ne sono man mano aggiunte altre senza soluzione di continuità tra in nuovo e il vecchio nucleo. La visita dell’antico borgo di Chia inizia nella parte rinascimentale del paese e più precisamente da Piazza Garibaldi. Lasciata sulla sinistra la Chiesa Madonna delle Grazie, iniziata nel 1617 e completata nel 1623, si percorre la Via Ripetta per immergersi negli angusti vicoli che caratterizzano il borgo. Così, proseguendo, si entra nella parte più antica di Chia dove si apre la Piazza Giordano Bruno. Nei dintorni della piazza, oltre agli archi, alle scalette e alle strette viuzze, possiamo osservare le interessanti rovine dell’antica parrocchiale posta in un angolo della piazza dedicata al grande filosofo. La visita si conclude poco oltre la chiesa dove la parte più antica del borgo termina con case ridotte perlopiù a nude rovine».

http://www.lazionascosto.it/chia.html


Chia (torre)

Dal sito www.iluoghidelcuore.it   Dal sito www.newscamp.it

«La Torre di Chia è alta 42 metri ha una originale pianta pentagonale. Insieme al Castello e ad un sistema di mura merlate di stile ghibellino, difendeva uno sperone tufaceo già ben difficile da conquistare. Alla base dello sperone sono ancora ben visibili i resti di abitazioni e mulini. Nel 1970, Pier Paolo Pasolini acquistò la Torre, decise subito di provvedere al suo restauro e anche del Castello. Successivamente vi soggiornò per lunghi periodi negli ultimi anni della sua vita».

http://www.iluoghidelcuore.it/torre-di-pasolini


CIVITA BAGNOREGIO (borgo, porta Santa Maria)

Dal sito www.youtube.com/watch?v=Sa4oEdF2RVs   Porta Santa Maria, dal sito www.borghitalia.it

danni dai sismi dell'ottobre 2016

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Laura Gi (https://www.facebook.com/laura.giangamboni)   Foto di Laura Gi (https://www.facebook.com/laura.giangamboni)   Foto di Laura Gi (https://www.facebook.com/laura.giangamboni)   Porta Santa Maria, foto di Laura Gi (https://www.facebook.com/laura.giangamboni)

«Civita e Bagnoregio erano originariamente collegate da un lembo di terra, ponte naturale tra i due quartieri, che crollò con il terremoto del 1794. Venne sostituito in seguito da un ponte in muratura, il quale venne distrutto dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nel 1964, forse a causa dei frequenti smottamenti del terreno o forse i lavori non erano stati fatti correttamente, ancor prima di essere inaugurato il nuovo ponte appena ricostruito crollò. Un anno dopo, nel 1965 finalmente il collegamento tra le due cittadine vide la luce ed è tutt’ora in uso. L’unica via d’accesso a Civita passa dall’attuale Bagnoregio ed attraversa il ponte, lungo circa 300 metri e con alcuni tratti in forte pendenza. Percorso faticoso, ma comunque, non proibitivo, con una splendida vista panoramica sulla valle dei Calanchi. Cosa c’è da vedere a Civita. Quando si varca la splendida porta d’ingresso alla città, sembra quasi di fare un salto nel passato di qualche centinaio d’anni. Le case basse tipiche del medioevo, la pavimentazione, gli edifici, l’atmosfera. Tutto sembra raccontarci com’era la città che muore quando era “viva” e popolata. ... La porta Santa Maria, l’unica rimasta delle cinque originali, immette direttamente in città. Trovandosi ad osservare la porta rimanendo fuori dal borgo, sui lati si possono vedere due bassorilievi molto simili tra loro. Entrambi raffigurano un leone che tiene tra le zampe la testa di un uomo. Gli abitanti della città lì dedicarono alla rivolta della città, insorta per cacciare gli allora padroni, i Monaldeschi, colpevoli di frodi finanziarie nei confronti del popolo, evento importantissimo nella storia di Bagnoregio che divenne da quel momento libero comune. Di grande interesse, il duomo: la chiesa di San Donato che si trova nella piazza principale della città in cui è contenuto il crocifisso di legno utilizzato per la processione del Cristo Morto, e le reliquie di Santa Vittoria che fino a metà del 800 era la patrona della città. Da vedere anche i vari palazzi rinascimentali, le botteghe ed i bellissimi panorami. L’attenzione ai particolari rende l’escursione in Civita una vera passeggiata nel tempo».

http://www.sulletracce.it/sito/localita-del-lazio/civita-di-bagnoregio-storia-e-leggende-della-citta-che-muore.html


Civita Castellana (forte Sangallo)

Dal sito www.civitacastellana.it   Foto di Croberto6, dal sito it.wikipedia.org

«La poderosa rocca a pianta pentagonale rappresenta uno degli esempi più notevoli dell'architettura militare a cavallo dei secoli XV-XVI. Secondo i propositi di papa Alessandro VI, che ne affidò il progetto ad Antonio da Sangallo il Vecchio, la costruzione doveva munire Civita Castellana nel lato più aperto ed accessibile e costruire nel contempo una base strategica nel sistema difensivo dello Stato Pontificio. Sull' impianto di un preesistente castello medievale, il Sangallo innalzò una fortezza adeguandone la struttura alle innovazioni della tecnica militare. Questa era stata rivoluzionata dall' impiego di nuove armi, sopratutto delle artiglierie, che avevano rivelato una micidiale potenza di fuoco. Per ridurre gli effetti distruttivi, l'architetto elaborò soluzioni di contromisura come "l'alternarsi di cortine e bastioni secondo un tracciato poligonale o a linee spezzate, costituito da grossi muri a scarpa e da terrapieni; mentre secondo un avveduto sistema di tiri incrociati si dislocavano le postazioni delle artiglierie, delle casematte, dei cunicoli di contromira" (F. Sanguinetti). La fabbrica iniziata tra il 1494 e il 1497, dovette procedere piuttosto speditamente, anche perché Sangallo era coadiuvato da una équipe di provetti mastri costruttori tra i quali Cola di Caprarola, Perino da Caravaggio, Jacopo Scotto. Nel 1501 doveva essere in buona parte compiuto anche il cortile maggiore con duplice ordine di loggiati, sui quali si aprono gli appartamenti papali. Successivamente papa Giulio II della Rovere fece aggiungere da Antonio da Sangallo il Giovane il mastio ottagonale, fece costruire al centro del cortile maggiore il puteale di marmo e adornare il portale di accesso di grosse bugne di pietra grezza. La rocca doveva essere abbellita da affreschi, di cui si conservano in discreto stato soltanto quelli che occupano le volte e le lunette del piano inferiore del cortile, databili tra il 1501 e il 1503: dietro l' apparente ispirazione al genere antiquariale, più precisamente al filone delle grottesche, si ravvisa immediatamente un programma di celebrazione dinastica, un'affermazione di potere e di magnificenza. Il messaggio si esplicita nella combinazione dell' emblema araldico (il toro borgiano) con un repertorio di simboli di derivazione mitologica (sfingi alate, centauri, sirene, ippocampi, putti, delfini, cornucopie, ermafroditi). Nelle decorazioni, contenute mediante finzioni prospettiche ed architettoniche entro riquadri raccordati in simmetria, compaiono targhe che inneggiano ai Borgia, a papa Alessandro VI e al duca Valentino. Il ciclo, che alcuni studiosi attribuiscono al pennello di Pier Matteo d' Amelia, realizza un elaborato progetto, nel quale i motivi classici assurgono ad allegoria del trionfo. Dopo una serie di interventi di consolidamento e recupero, la Rocca del Sangallo è divenuta sede del Museo dell' Agro Falisco. Nelle varie sale sono esposti in ordine cronologico e topografico reperti che documentano la vita, l'arte e la cultura dell' antico popolo italico, con un corredo di notizie utili per approfondire la conoscenza storica ed archeologica dell' intero territorio».

http://www.civitacastellana.it/fortesangallo/index.htm


Civitella Cesi (castello Torlonia)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal video www.youtube.com/watch?v=3zBG236RYNk

«Civitella risulta già esistente nel 1256 e sottomessa dai condomini di Tolfa Vecchia a Corneto (Tarquinia) e più tardi nel 1283 e 1300. Nel XIV secolo Giovanni di Capranica dell'Anguillara aveva diritti su metà del feudo, come rilevabile in un atto del 1363, di conferma di tutela a Francesca sua vedova anche se di lì a poco divenne proprietà degli Anguillara di Ceri e ben presto decadde. Nella prima metà del sec. XVI fu ereditata come tenuta (casalis) da Caterina di Fabio dell'Anguillara, sposata a Stefano Margani, che il 24 agosto 1554 (istr. Curtius Saccoccius) la vendette insieme a Monte Monastero - anch’esso ormai tenuta - al cardinale Federico Cesi. Costui restaurò e ripopolò il castello di Civitella ottenendo nel 1557 da Paolo IV alcuni privilegi come quello per l’acquisto del sale. La frazione di Civitella Cesi prende il nome proprio dall'illustre cardinale. Il l2 maggio 1678 Federico, Angelo e Pier Donato Cesi vendettero Civitella a Giovan Battista Borghese, che il 4 giugno dello stesso anno la cedette a Nicolò Pallavicini. Innocenzo XI il 6 giugno 1678 l'eresse a principato. Nei primi anni del XIX secolo, Civitella Cesi passò in possesso della famiglia Torlonia, che ne curò il completamento e l'assetto urbanistico, restaurò la chiesa e ristrutturò completamente il castello, riprendendone lo stile medievale. L'edificio è ancora oggi di proprietà privata. La conformazione della fortezza e il perimetro murario che la difendeva risalgono all'originario impianto medioevale e seguono l'andamento del pianoro. Caratteristico è l'arco merlato d'accesso, che immette alla piazzetta dove si erge la facciata principale del castello, difesa da un piccolo fossato. L'aspetto attuale è frutto dei rifacimenti eseguiti nel corso dei secoli; la parte retrostante, invece, parrebbe rispettare maggiormente l'impianto originale. Sul fronte si ravvisano ancora tracce di una decorazione a graffito, secondo una moda in voga dalla metà del XV secolo che permetteva di creare con poca spesa e rapidamente effetti coloristici e architettonici, eseguiti togliendo parti di intonaco fresco apposto sui muri. Gli spazi si distribuiscono intorno a una corte interna, che doveva essere anch'essa decorata: sono stati notati infatti resti di decorazioni floreali e lo stemma della famiglia Cesi. Le decorazioni hanno permesso di datare i rifacimenti come eseguiti poco dopo l'anno 1554, quando la famiglia Cesi acquisì il castello e dovette probabilmente trasformarlo da maniero difensivo a dimora signorile».

http://castelliere.blogspot.it/2012/10/il-castello-di-martedi-9-ottobre.html


Fabrica di Roma (palazzo dei Prefetti di Vico, castello, mura)

Il palazzo dei prefetti nella foto di Archeofalisco, dal sito www.flickr.com   Dal sito http://img.iluoghidelcuore.it

«L'antico palazzo si affaccia su di uno stretto vicolo (via della Fontanella), ha una facciata semplice ma abbellita da splendide bifore finemente scolpite nel peperino, adorne di motivi floreali e rosoni. Altre aperture invece a monoforo sono decorate con cornici arabeggianti di chiaro influsso meridionale risalente ai primi anni del XV secolo. Lo stemma dei Prefetti di Vico, l'aquila, appare al disopra dell'elegante portale, anch'esso abbellito da numerosi rilievi di pietra» - «...Torniamo di nuovo a piazza Duomo, scendiamo per le scalette costruite negli anni Venti e giungiamo in piazza Marconi, dove possiamo ammirare la bella fontana del 1865. Di fronte alla fontana, il palazzo del Municipio. Attraverso il basso arco entriamo nella cosiddetta Piazzaccia. Qui, in via della Fontanella n° 37, troviamo il palazzo con bifore trecentesche dei Prefetti di Vico. Le mura e le porte di accesso. Se percorriamo la via della Piazzaccia usciamo in fondo a via delle Sorgenti, una porta del vecchio castello medievale. Difatti sulla sinistra, in via Carbognano, notiamo il rifacimento di un torrione e tracce delle antiche mura. Poco più avanti sulla destra si erge il Palazzotto Bacchettoni, costruito dai Della Rovere nel 1500 e dotato di mura proprie perché fuori della cinta muraria del paese. Arriviamo così a Piazzale Garibaldi (Fordiporta), dove all'angolo con via di Porta vecchia, fino ai primi del Novecento, v'era appunto la principale porta di accesso o di uscita per il paese. Il primo nucleo di mura intorno alla Rocca è coevo alla nascita del castello di Fabrica. Mentre un perimetro più largo di mura, che segue l'abitato della Piazzaccia e si congiunge con la chiesa di San Silvestro, risale al 1400 circa».

http://img.iluoghidelcuore.it/palazzo-dei-prefetti-di-vico - http://members.xoom.virgilio.it/acifabrica/index1/menu/fabrica/percorsi.htm


Fabrica di Roma (rocca Farnese)

Dal sito www.canino.info   Dal sito http://castelliere.blogspot.it

«La rocca di Fabrica di Roma svetta, con la sua alta torre sull’abitato. Una prima struttura fortificata venne probabilmente realizzata durante l’XI secolo quando il fondo di Fabrica fu donato da Ildebrando di Odelerio al potente monastero di Farfa, per passare dopo il 1177 tra i possedimenti dell’abbazia di Castel Sant’Elia. è in questo periodo che si colloca la ricostruzione dell’attuale rocca, forse da parte dei potenti prefetti di Vico. Nel corso dei primi del XV secolo papa Eugenio IV ne fece dono all’Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia che lo annoverò da quel momento tra i suoi tanti possedimenti nell’Alto Lazio e provvedendo ad una prima ristrutturazione del vecchio fortilizio del XI-XII secolo. Agli inizi del XVI secolo fu rocca e borgo vennero dati per breve tempo in enfiteusi a Lucrezia della Rovere per poi passare ai Farnese, entrando a far parte del ducato di castro. Sarà il cardinale Alessandro Farnese a provvedere a sua volta ad alcune migliorie apportate alla rocca. La rocca ha forma quadrangolare e la severa mole fortificata si erge al centro del piccolo borgo. Venne originariamente costruita su uno sperone di rocia viva ancora visibile sul lato occidentale della rocca. Dopo le trasformazioni dei secoli XV e XVI, dell’impianto medievale rimase visibile solo l’altissima torre - tra le più alte del Lazio -, e parte delle rampe interne del cortile. Il lato verso il borgo venne cinto da due poderosi torrioni circolari angolari, mentre l’ingresso venne posto sul lato opposto. Oltre il portale si accede alla corte, caratteristica per la presenza di rampe e profferli originari dei secoli XIII e XV. Sulla destra, per mezzo di rampe si accede alla torre mentre in basso, al livello del cortile, alla cappellina. Sul lato di sinistra si entra nel primo piano che conduce, per mezzo di una moderna scala interna, al piano nobile. Qui sono stati rinvenuti in seguito a recenti restauri, intere pareti affrescate che erano non visibili perché coperti da strati di intonaco. Si tratta di quattro sale che recano curiosi affreschi eseguiti probabilmente alla fine del XV secolo, probabilmente durante il periodo di gestione dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia. Gli affreschi, a tutta parete entro eleganti fregi, raffigurano muse, busti alla romana e falsi tendaggi rinascimentali».

http://www.castellidelazio.com/castellodifabricadiroma.htm


Faleria (castello Anguillara)

Dal sito www.comunedifaleria.it   Dal sito www.comunedifaleria.it

  

«Il castello è costruito su un basamento di roccia tufacea che affiora visibilmente lungo tutto il suo perimetro ed i locali del seminterrato sono in gran parte scavati nel masso. La costruzione è realizzata, per la maggior parte, in blocchi di tufo regolarmente squadrato con alcuni corpi costituiti da pietrame caotico e malta. La pianta dell'edificio è trapezoidale e al piano terra, gli ambienti sono disposti a lato di un blocco di roccia sul quale poggia il mastio. La facciata sud è inserita nella difesa muraria medioevale tra la porta di accesso al borgo e i caseggiati del nucleo primitivo, mentre l'ingresso del castello è situato sul lato nord e si apre sulla piazza del borgo prospiciente la chiesa di S. Giuliano. Tramite una rampa si raggiunge il cortile interno che presenta, sul lato ovest, un loggiato a doppio ordine al quale si accede mediante una scala posta accanto all'ingresso. Nel cortile come nei prospetti, sono visibili le tracce delle modifiche che il castello ha subito durante i secoli. L'impianto originario è realizzato dalla famiglia Anguillara nel XIII secolo, la costruzione si è inserita nella preesistente difesa muraria tra la torre di avvistamento e la porta di accesso. Il primitivo castello, che poggia direttamente sulla roccia, comprende un recinto merlato di cui rimane traccia nella facciata nord, al centro sorge il mastio che gli ampliamenti successivi hanno completamente inglobato nella parte basamentale. Le due torri poste sul lato ovest sono state demolite nel XIX secolo a causa di cedimenti strutturali. Il primo ampliamento subito dal castello può essere fatto risalire al XIV-XV secolo ed interessa alcuni vani realizzati sui lati est ed ovest. Sempre al XV secolo è da attribuire la piccola cappella privata al piano terra. La cappella ha le pareti interamente affrescate e l'esame dei dipinti dimostra una iconografia quattrocentesca sono raffigurati S. Agostino e S. Giacomo Maggiore. Le figure sono state riprese nei secoli successivi come mostrano alcuni punti del panneggio degli abiti e la decorazione dei gigli francesi in omaggio alla famiglia Farnese.

Nel XVI secolo periodo di maggior splendore per il casato il castello assume il definitivo aspetto di palazzo residenziale. Vengono eseguiti importanti lavori che trasformano radicalmente la struttura dell'insediamento medioevale. Sul lato sud, all'interno, del recinto, sono realizzati gli ambienti che inglobano il mastio e delimitano l'attuale cortile; al primo piano si apre una piccola loggia di tre arcate, che disimpegna la scala d' accesso al secondo piano. Sull'angolo nord-ovest viene costruita la torre circolare, mentre sulla facciata nord si aggiungono i contrafforti. Sul lato est viene costruito il corpo esterno al recinto primitivo comprendente un vano scala che permette un agevole disimpegno degli appartamenti residenziali. Con la realizzazione di questa nuova ala viene attuata la sistemazione, al primo piano, del grande salone di rappresentanza ribassando il livello del pavimento e tamponando la preesistente finestra per permettere la costruzione del monumentale camino, infine vengono aperti i tre balconi che si affacciano sulla piazza sottostante. Nel XVII secolo decade l'importanza della famiglia Anguillara che vende i suoi possedimenti al principe G.B. Borghese. La famiglia Borghese non ha mai risieduto nel castello ed anche se verranno eseguiti alcuni lavori di sistemazione, il palazzo inizia da ora la sua decadenza che lo porterà, nei primi anni del XIX secolo ad un avanzato stato di fatiscenza. Al XVII secolo risale la costruzione del loggiato a doppio ordine e contemporaneamente viene realizzata la scala a doppia rampa d' accesso al piano nobile. La sistemazione definitiva del cortile avviene, molto probabilmente, nei primi anni del secolo successivo, con la realizzazione delle finestre su tutti e quattro i lati comportando la chiusura del loggiato cinquecentesco».

http://www.comunedifaleria.it/castello%20anguillara.html


Faleria (ruderi di Castel Fogliano)

Dal sito www.comunedifaleria.it   Dal sito www.naturainviaggio.it

«Immerso nella macchia di Fogliano di mezzo è situato sopra una stretta sella tufacea tra le forre del fosso della Mola e del fosso della Banditaccia, in un area molto interessante dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, in prossimità dell'area protetta del Parco suburbano valle del Treia. Si tratta di un villaggio fortificato, abitato già in epoca preromana e rioccupato nel Medioevo durante le invasioni barbariche, abbandonato poi in epoca moderna perché lontano da importanti vie di comunicazione. Le sue rovine rappresentate dalla torre, dalla chiesa, dalle mura e abitazioni rupestri, emergono dalla vegetazione e dalle rupi di tufo in modo imponente conferendo a questo luogo un carattere misterioso. Il sito di questo villaggio rappresenta uno dei modelli più tipici della cosiddetta "posizione etrusca" inaccessibile sui due lati più lunghi e facilmente rinserrabile entro brevi mura sul lato più corto, dove è localizzata la porta di accesso principale, che attraverso una stradina tortuosa scavata nel tufo conduce nel fondovalle. I resti del villaggio sembrano delle ulteriori precisazioni delle forme naturali delle rocce tufacee ed è situato in modo da sottolineare i lineamenti strutturali del paesaggio come il promontorio stretto e allungato sul quale è situato».

http://www.comunedifaleria.it/fogliano.html


Faleria (ruderi di Castel Paterno)

Dal sito www.comunedifaleria.it   Dal sito http://nuke.polizialocalefaleria.it

«è situato sopra un colle tufaceo in una posizione dominante la valle del Treia alla confluenza del fosso della Mola e del fosso Stabia, in mezzo ad un fitto bosco. Attualmente la sua posizione risulta decentrata rispetto alla viabilità principale ma nell'antichità, questo promontorio isolato e particolarmente protetto, era considerato un importante roccaforte difensiva. Questo sito già abitato in epoca preromana rappresentava uno dei tanti pagi che costellavano il territorio dell'Agro Falisco, come dimostra la presenza di una modesta necropoli, le cui tombe a camera furono utilizzate come abitazioni rupestri nel Medioevo. Intorno all'anno mille l'importanza del sito aumentò, in quanto fu scelto come dimora temporanea dall'Imperatore Ottone III, che vi morì nel gennaio del 1002. Le poderose rovine sono inoltre una delle testimonianze del sistema difensivo della Tuscia immediatamente a Nord di Roma. Posto nel punto centrale della maglia difensiva intorno a Civita Castellana a poca distanza dalla via consolare Flaminia controllava questo accesso verso Roma. Sul pianoro tufaceo emergono, seminascoste dalla vegetazione, le rovine della costruzione principale del castello, che aveva una forma triangolare con il lato est di circa 70 metri mentre il lato nord ne misurava una sessantina. è tuttora sufficientemente conservata la grandiosa porta di accesso al castello».

http://www.comunedifaleria.it/paterno.html


FARNESE (rocca, centro storico)

Dal video www.familylifetv.it/video/farnese   Dal sito www.farneseonline.it

«L’attuale centro storico di Farnese sorge su un grande masso tufaceo posto tra il fosso di “Vanghera” e quello delle “Piagge” ed è percorso da una strada principale che gli gira intorno lambendo, in qualche punto, i contorni della rupe. Dalla strada principale si dipanano una miriade di vicoli che attraversano, in buona parte, arcate molto suggestive realizzate con blocchi di tufo magistralmente squadrati. L’accesso principale al borgo è costituito dalla “Porta Nuova” realizzata nel 1613 dall’architetto Ettore Smeraldi sulle strutture di una porta preesistente. Su questa vecchia porta passa il viadotto che collegava la “Rocca”, residenza dei “Farnese”, alla “Selva”, giardino all’italiana di notevole estensione oggi scomparso. La “Rocca” fu trasformata tra il XIII e il XVII secolo da edificio fortificato medioevale a palazzo signorile la cui elegante facciata è dominata da un imponente portale con colonne in peperino e bugnature in travertino attribuito allo Smeraldi. All’interno una rampa di scale in basaltina, conduce alla coorte e da qui, attraverso una scalata semicircolare, si accede al cuore della Rocca. Una serie articolata di corridoi e cortili conducevano alle abitazioni della servitù collocate al piano rialzato e agli appartamenti privati situati ad un livello superiore oggi adibiti ad abitazioni civili. Lungo uno di questi corridoi ancora oggi è visibile lo stemma degli “Anguillara” una della famiglie imparentata ai “Farnese”. Dalla coorte è possibile scorgere al di sopra dei tetti una piccola cupola, testimonianza dell’esistenza di un’antica cappella, al cui vertice è posto lo stemma della famiglia Chigi. All’esterno, murato su un fianco del palazzo che domina la Porta e il viadotto, il più antico stemma della famiglia Farnese raffigurante uno scudo con sei gigli sormontato da un cimiero avente alla sommità l’unicorno. Di fronte alla Rocca si trova la chiesa parrocchiale del Santissimo Salvatore (XV sec.) fulcro della vita religiosa del paese e scrigno di preziose opere d’arti tra cui dipinti di Antonio Maria Panico e Orazio Gentileschi. Percorrendo la strada principale in direzione “Elcetello” ci si imbatte in spazi antichi caratteristici mantenuti allegri e vivi da un gioco di colori di piante e fiori che rendono particolarmente caldo e accogliente il “Dentro” (così è chiamata la parte più antica del centro storico dagli abitanti di Farnese). ...».

http://www.comune.farnese.vt.it/libri/ConoscereFarnese.pdf


Gallese (arco di Porta, palazzo Massa, palazzo Comunale)

Dal sito www.halesus.it   Dal sito www.halesus.it

«Arco di Porta. Costruito nel XVI secolo, l'Arco di Porta rappresenta l'unico punto di accesso al centro storico della Città di Gallese (si pensa che in passato ce ne fossero almeno altri tre). Costituito da un portale bugnato in travertino, l'imponente struttura presenta reca – sulla sua sommità – lo stemma della città e quello della famiglia Altemps. ... Palazzo Massa. Il palazzo (normalmente non visitabile) prende il nome dal suo originario propietario e inquilino Antonio Massa, noto giureconsulto, vissuto nel XVI secolo e operante presso la famiglia Farnese (lo stesso casato di papa Paolo III) a Roma. Antonio Massa, nato a Gallese nel giugno del 1500, fu anche storico e letterato, autore di un'importante opera di storia locale, il De origine et rebus Faliscorum liber, monografia in latino sui Falisci pubblicata nel 1546, nonché primo volume dell'età moderna che sappiamo dedicato a questa antica civiltà. Nel centro storico del paese, è ancora possibile vedere il cinquecentesco palazzo Massa e osservare, dal cortile d'ingresso in via Santa Chiara, gli stemmi nobiliari della città. Palazzo Comunale. Sede storica dell'Ammistrazione di Gallese e recentemente restaurato, il palazzo fu fatto costruire nel 1474 da Marco Galassi, “scindicus” della Città. Ad informarcene, un'antica maiolica conservata sopra il portone di ingresso al primo piano del palazzo. Sulla facciata spiccano, inoltre, i resti murati di un altare reliquiario del XV secolo e la significativa ed emblematica iscrizione latina SAECULA DUM VIVENT, DURABIT VITA FALISCI (per quanto dureranno i secoli, continuerà la vita per i Falisci), a testimoniare le antiche origini della Città di Gallese».

http://www.halesus.it/index.php/gallese/cosa-vedere


Gallese (castello Altemps o palazzo Ducale)

Dal sito www.giuliadigallese.com   Dal sito www.comune.gallese.vt.it

«Con gli Altemps Gallese trovò una certa continuità e stabilità. Pietro, il terzo duca, in occasione delle sue nozze con Angelica Medici figlia di Cosimo, fece portare l’acqua in città e iniziare la costruzione del palazzo attuale sul sito dell’antica rocca. Il progetto era già stato fatto dal Vignola, ma furono i fratelli Fontana a realizzarlo. Purtroppo nel Settecento iniziò un lento decadimento, dovuto a vari motivi, sia sociali che ambientali: dissidi interni tra famiglie divisero la cittadinanza, le casate aristocratiche lasciarono Gallese per altre loro residenze e si diffuse la malaria, anche perché i campi venivano abbandonati e restavano incolti. La popolazione diminuì e anche il duca lasciò il castello, che andò lentamente in rovina. Gallese sembrava dover seguire il destino della famiglia Altemps, che andò incontro a un lungo periodo di decadenza, al punto tale che l’ultimo duca, Marco Aniceto, trovatosi in grandi ristrettezze, fu costretto a vendere la preziosissima collezione di oggetti d’arte antica e medaglie. Morto a soli 27 anni, lasciava un figlio adolescente, Giovanni, erede del titolo, e la moglie Lucrezia, nel palazzo avito di piazza Sant’Apollinare a Roma. ... Oggi il palazzo ducale (non normalmente visitabile), nella sua elegante imponenza, si staglia in fondo ad una larga piazza, alla quale fa da cornice. L'area nella quale sorge fu, sin dal periodo falisco, riservata alle strutture difensive. Il monumentale edificio fu modificato, e ulteriormente fortificato, nel XV secolo, per volere di papa Alessandro IV, che incaricò l'architetto Antonio da San Gallo di cingere la rocca di mura dagli altri torrioni merlati. Successivamente gli stessi Altemps, signori di Gallese, lo trasformarono in palazzo, seguendo un progetto che fu del Vignola ma che fu eseguito dai fratelli Fontana con Giacomo della Porta. Se l'esterno è monumentale, l'interno è ricco di opere d'arte e di antichi cimeli. Tutt'oggi il palazzo è abitato dal suo proprietario, il duca di Gallese don Luigi Hardouin, che ne mantiene intatto lo splendore di un tempo».

http://www.halesus.it/index.php/gallese#altemps - http://www.halesus.it/index.php/gallese/cosa-vedere


Gradoli (palazzo Farnese)

redazionale

  


Graffignano (castello Baglioni)

Foto di Franco Crestoni, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.latuscia.com

«Del suo passato Graffignano conserva il castello medievale costruito nel XII secolo e il bel Santuario della Madonna del Castellocchio. Sicuramente una delle bellezze artistiche maggiori di Graffignano è il castello costruito dai Baglioni sopra un antico maniero, intorno al XIV secolo, per volontà dello Stato Pontificio. La rocca è fiancheggiata da una imponente torre cilindrica edificata sopra una torre rettangolare che, per l'altezza considerevole, doveva costituire il mastio (o cassero) della fortezza. La sua struttura fu probabilmente modificata perché la torre tonda consentiva un ampio campo visivo e di tiro ed una notevole resistenza alle grosse artiglierie da lancio. Oggi questa torre non ha più l'altezza originaria, come dimostrano i fori presenti nella muratura che contenevano le travi per sostenere l'ultimo solaio. Il castello era dotato anche di una seconda torre, più piccola della precedente, che venne però inglobata nella facciata intorno al XX secolo. Il castello è impreziosito da un grande portone, probabilmente originale, e dalle caditoie che formano un elegante ricamo. L'edificio è ben conservato e questo si deve probabilmente al fatto che è situato in una posizione molto particolare, dietro le nuove abitazioni, che lo ha preservato dalle orde di turisti e gli ha permesso, inoltre, di arrivare ad oggi senza subire gravi interventi di recupero, anche se in stato di abbandono» - «Il Castello di Graffignano risale al sec. XII ed è stato dichiarato monumento nazionale nel 1929. Graffignano era inizialmente feudo dei Baglioni, i signori di Castel del Piero, nel 1351 se ne appropriò, per tre anni, Giovanni di Vico. Nel 1331 si impadronisce di Graffignano Lando della nobile famiglia dei Gatti; nel 1351 l'occupò Francesco dei Prefetti Di Vico al quale fu tolto tre anni dopo da Simonetto di Castel Piero, riconquistandolo alla Chiesa. Successivamente il cardinale Albornoz ne concedeva una metà a Simonetto e Giovanni, tale concessione fu confermata dal papa Urbano V. Nel 1431 Graffignano fu eretta a Contea. Il Castello di Graffignano passò dai Baglioni, che lo avevano ereditato dai discendenti di Simonetto, ai Cesi e da questi ai Borromeo poi ai Santacroce ed infine fu acquistato dalla famiglia Paparelli. Nel 2002 il Castello è stato acquisito dall’Amministrazione Comunale ed è entrato a far parte del patrimonio cittadino».

http://www.paesionline.it/lazio/graffignano/da_visitare_graffignano.asp - https://www.finesettimana.it/Scoprire/Dettaglio/1332/Il-Castello...


Grotte di Castro (castello di Santa Cristina)

Dal sito www.facebook.com/Santacristinacastle   Dal sito www.facebook.com/Santacristinacastle

«Il Castello di Santa Cristina è situato al centro dell’ altipiano dell’Alta Tuscia, tra Lazio, Umbria e Toscana, nel mezzo di una campagna incontaminata in uno dei territori meno abitati d’Italia, a metà strada tra Roma e Siena, a soli 10 minuti dal Lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d’Europa. Una regione quella dell’Alta Tuscia, con una natura ancora intatta e un territorio ricco di spunti interessanti per magiche escursioni tra castelli, antichi palazzi rinascimentali, affascinanti paesini arroccati su rupi impervie e necropoli etrusche perse nelle campagne. Dalla ristrutturazione del borgo sottostante il Castello, effettuata negli ultimi anni, sono stati ricavati 8 appartamenti con servizio di self-catering e 14 stanze B&B per un totale di 42 posti letto, per la maggior parte arredati con mobili provenienti dal Castello. ... In posizione strategica tra Lazio, Umbria e Toscana, tra il Monte Amiata e il Lago di Bolsena sorge il Castello di S. Cristina, nei pressi di Grotte di Castro in provincia di Viterbo. Immerso nel verde dei boschi della tenuta, adagiato su una collina di roccia tufacea, spicca il Castello del XVII secolo. Tutt’intorno l’antico borgo contadino, oggi restaurato per accogliere gli ospiti nei comodi appartamenti dell’antica struttura ancora intatta. Il Castello di S. Cristina ha ospitato nel passato illustri prelati, come il cardinale Prospero Caterini, importante consigliere di papa Pio IX e figura insigne durante il risorgimento nel passaggio dallo stato della chiesa al regno d’Italia. Infatti durante il 1848 a seguito della cacciata del papa da Roma ad opera dei rivoltosi guidati dal triumvirato Mazzini-Armellini-Saffi, Pio IX fuggì da Roma e si rifugiò a Gaeta sotto la protezione del re di Napoli. Intanto il cardinale Caterini fu incaricato dal papa stesso di salvare il tesoro di S. Pietro con importanti documenti. Allora il cardinale Caterini con dei carri effettuò il trasporto dei valori fino al suo possedimento di S.Cristina, per poi raggiungere il papa a Gaeta via mare dopo una sosta in Corsica. Nel 1848 il cardinale si stabilì definitivamente nella tenuta, che già era tranquilla residenza estiva di tutta la nobile famiglia Caterini nonché tenuta di caccia. Oggi il borgo attende i suoi visitatori per offrirgli un piacevole soggiorno».

http://www.santacristina.it - http://www.santacristina.it/storia-del-castello


Ischia di Castro (borgo medievale)

Dal sito www.maremmalaziale.it   Dal sito www.comune.ischiadicastro.vt.it

«Le origini di Ischia di Castro risalgono agli etruschi, dei quali rimangono preziose testimonianze. Ma ancora prima l’uomo preistorico visse lungo il fiume Fiora, dove sono stati rinvenuti asce di silice, punte di frecce e tanti altri oggetti. Intorno all’anno Mille, Ischia compare nell’elenco dei borghi del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, su cui governavano gli Aldobrandeschi. Fu poi uno dei primi feudi dei Farnese. Nel periodo medievale, il borgo si estese sul piccolo pianoro a ridosso dell’antica Rocca, dove più tardi gli stessi Farnese costruirono il loro palazzo. Per comprendere meglio la storia del paese, si consideri che esso si è evoluto in due centri urbani distinti. Nel 1537, infatti, quando Paolo III Farnese costituì il Ducato di Castro, affidandolo al figlio Pier Luigi, fu istituita come capitale la città di “Castro”, costruita secondo una specifica pianificazione urbanistica, progettata e realizzata da Antonio da Sangallo il Giovane. Quando, nel 1649, Castro fu distrutta dalle truppe pontificie, il suo territorio fu unito a quello di Ischia di Castro che, nel 1661, fu poi definitivamente incorporata ai beni della Chiesa, fino all’annessione al Regno d’Italia. Il nucleo abitativo più antico, sfuggito agli interventi di recupero che hanno alterato, altrove, molti piccoli centri, conserva tutt’ora l’impianto urbanistico e la fisionomia tipica dell’epoca medievale, con il castello e le sue solide porte, i resti delle mura, le viuzze strette e tortuose, le abitazioni addossate le une alle altre, che rivelano per caratteristiche architettoniche la condizione sociale degli antichi proprietari. Domina il borgo la possente Rocca Farnese, progettata da Antonio Sangallo il Giovane agli inizi del XVI secolo. Attraverso la Porta dell’Orologio, che si apre a sinistra della Rocca, si accede al nucleo antico e, in breve, si raggiunge la chiesa parrocchiale di S. Ermete, la cui facciata settecentesca svetta alta nell’intrico dei vicoli medievali».

http://www.stradadelloliodopcanino.it/Ischia.html


Ischia di Castro (rocca Farnese)

Dal sito http://eventiculturalimagazine.wordpress.com   Dal sito http://giornale.ilsettimosenso.com

  

«Edificata nel XIV secolo, la Rocca è stata una delle più antiche residenze di casa Farnese, una tra le famiglie più importanti e potenti dell’epoca. Si presenta oggi nella forma datale dalla ricostruzione incompiuta del ‘500, attribuibile ad Antonio da Sangallo il giovane, l’architetto di fiducia dei Farnese. Nella struttura si evidenziano tipologie costruttive diverse, connesse alle varie fasi di edificazione del castello. La struttura più recente infatti risulta addossata e in parte sopraelevata su quella originale risalente al XI secolo, la quale venne ulteriormente fortificata nel XIV secolo. Di questa fase rimangono in parte tre torri incorporate nell’opera rinascimentale. A quella dell’orologio a sud-est, venne tolta la parte superiore, per poi sopraelevarla nel XVIII secolo, per installarci l’attuale orologio (restaurato nel 2010). Durante il Medioevo era difesa da un ponte levatoio, trasformato in seguito in una porta d’ingresso al centro storico. La torre centrale fu riempita per sostenere la spinta della nuova costruzione, l’ala destra del palazzo rinascimentale. Anche la terza, dove si trova l’accesso al palazzo, si presenta mozzata. La ristrutturazione del Sangallo determinò una trasformazione tipologica ed estetica della costruzione medioevale, dando alla primitiva struttura il nuovo aspetto di palazzo nobile ed elegante del Rinascimento. Questo aspetto era connotato da un’ampia loggia, poi tamponata, raffinato esempio di residenza civile di una delle famiglie più importanti dell’epoca. L’edificio è oggi [2012] in corso di ristrutturazione».

http://www.comune.ischiadicastro.vt.it/ischiacastronew/Rocca.aspx


Isola CONVERSIna (resti del castello dell'Isola o torre Stroppa)

Dal sito http://illaziodeimisteri.files.wordpress.com   Dal video www.youtube.com/watch?v=hMuZjkXv74Y

«La scenografica Torre dell’Isola Conversina, presso Nepi, è sulla sommità del promontorio tra il fosso dell’Isola e il Fossitello, protetto da un profondo vallo; nei pressi, tratti della cinta muraria, con il borgo e la chiesa di S. Pancrazio. Il Castrum Insulae, a protezione della via Amerina, fu abitato sin dall’antichità, ma nel periodo romano il sito fu abbandonato, sino alla ripresa medievale, coincidente probabilmente con la fortifi cazione bizantina del distretto nepesino. L’Insula Conversina, affidata al monastero dei SS. Cosma e Damiano (989) insieme al mulino annesso, si consolidò durante l’incastellamento; il Castrum Insula Conversina, dalle tassazioni del XIV secolo risulta però in decadenza, tanto che nel 1427, dopo essere stata feudo degli Orsini e dei Colonna, viene definito inhabitatum, con gli edifici e le torri dirute. Attualmente, dell’originario insediamento, sono ben visibili i resti della Torre, con modanature in terracotta, che si staglia con forte evidenza nel paesaggio circostante: la vegetazione spontanea, alla base del pianoro, fornisce adeguata cornice all’antica struttura, memoria emblematica degli insediamenti castellani del comprensorio».

http://www.viaamerina.eu/interna.asp?idPag=55


Isola Martana (resti della torre quadrata)

Dal sito www.canino.info   La fortificazione in una stampa del 1725, dal sito www.bolsenanew.it

«L’isola Martana si staglia verdissima sull’azzurro cristallino del lago di Bolsena a poco più di un chilometro dal centro abitato di Marta. La sua origine geologica risale allo stesso periodo della Bisentina: anch’essa infatti si è formata da un cono eruttivo manifestatosi sul lago circa 132.000 anni fa. Sull’isola non è possibile l’attracco e tantomeno la visita, essendo di proprietà privata. Chi avesse la fortuna di visitarla potrebbe godere lo spettacolo della natura incontaminata, con alte pareti rocciose e sentieri disseminati di fichi d’India e maestose piante di agave, ed ammirare ruderi di indiscusso interesse storico-monumentale: la torre di un’antica fortezza che si dice sia stata la “malta” di dantesca memoria e quelli della chiesa ed insediamento monastico di S. Stefano (IX secolo). Ancor più spettacolare una grandiosa tagliata che originando da un tunnel scavato nella roccia scende da uno dei punti più alti dell’isola al bagno di Amalasunta, attraverso una lunga gradinata ricavata nel masso. All’isola Martana sono anche legate antiche memorie storiche e di tradizione popolare che la ricordano come prigione e luogo del martirio di Santa Cristina, qui portata dal padre per punirla della sua conversione al cristianesimo; e così di Amalasunta, la sfortunata regina dei Goti che qui fu rinchiusa dal marito Teodato per usurparne il potere e poi farla strangolare nel 535. Notizie di maggior valenza storica risalgono al periodo delle invasioni saracene del IX secolo, quando nell'isola – come pure sulla Bisentina - si rifugiarono le popolazioni rivierasche per sfuggire alle persecuzioni e vi fondarono un piccolo centro divenuto poi comune indipendente. Il conte Guittone di Bisenzio, nel 1254, fu podestà dell'isola, ma le condizioni di vita che impose agli isolani furono tali che in breve tempo la comunità residente si vide costretta ad abbandonare l’isola. L’interevento armato della Chiesa scacciò i Signori di Bisenzio e nel 1537 l’isola entrò a far parte del ducato di Castro».

http://www.canino.info/rubriche/reportage/47/index.htm (a cura di Giuseppe Moscatelli)


Latera (castello Orsini e palazzo Farnese o "la Rocca")

redazionale

  


Lubriano (resti del castello di Seppie)

Foto di Tiziano Muzzi, dal sito www.facebook.com   Dal video www.youtube.com/watch?v=T8k-L5usaPk

«Il Castello di Seppie sorge su uno sperone tufaceo proteso nella valle dei Calanchi, a tre chilometri ad est di Lubriano. Il nome "Seppie", secondo l'erudito prof. M. Cagiano de Azevedo, deriverebbe dal longobardo Saepis, termine usato per indicare una barriera muraria oppure una recinzione. L'origine del castello, risale al V-VI secolo d.C. Finite le vicende della guerra greco-gotica, venne ampliato in età longobarda, ma la grande ristrutturazione di Seppie avvenne nel 1074, per opera degli antenati dei Monadelschi. Il castello rimase per tutto il Medioevo in mano ai Monaldeschi della Cervara che qui trovarono spesso rifugio, nei periodi in cui venivano cacciati da Orvieto a causa delle lotte intestine di questa città per la presa del potere. Un documento orvietano del 1341 cita il Castello di Seppie "…tunc fuit bandita obsidio ad Seppiam. Et illi de Seppio tenebant ibi malandrinos, qui cpiebant cives comitatenses, et extrahebant dentes,incidebant auricola et faciebant eos redimere". Seppie era dunque diventato un covo della prepotenza monaldesca, che da qui spesso tentava di riappropriarsi del potere nel comune orvietano. Nella metà del XV secolo, i Monaldeschi vendettero il castello a monsignor Angelo Geraldini di Amelia. Il nipote di costui, Antonio, nella biografia dello zio, descrive il castello di Seppie: "Eit quoque castellum Seppi, in aprico clivo prope Balneumregium et Lubrianum sito, quod principium dominii fuerat et sede nobilibus de Cerbaria Monaldensibus cognomitatis. Magna profecto eiusdem castelli fortuna, quod semper in celebre nobilium dominum iure esse debeat.". In seguito il castello passò alle suore del monastero di San Bernardino di Orvieto, che avevano in custodia la chiesa pievana del castello dedicata ai SS. Valeriano e Cecilia. Nel XVII secolo il castello ritornò ai Monaldeschi dell'Aquila, per poi passare ai Bourbon del Monte e dunque ai Boncompagni-Ludovisi. Subì ingenti danni con il terremoto del 1695, in seguito al quale il castello venne adattato ad abitazione per i contadini. Attualmente restaurato, è di proprietà privata essendo stato adibito a miniappartamenti per vacanze».

http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Lubriano/Castello_di_Seppie


Lubriano (torre dei Monaldeschi)

Dal video www.youtube.com/watch?v=T8k-L5usaPk   Dal sito www.francigenaitalia.com

«Sorge nel punto più alto del centro storico nel quartiere dell'Ortale e rappresenta ciò che rimane dell’antico castello medievale. La sua costruzione è databile intorno al XII secolo, e tradizione vuole che prima del disastroso terremoto del 1695, che distrusse il paese ed il castello, la sua altezza fosse il doppio di quella attuale rendendola un’importante punto di segnalazione alla pari delle torri dei castelli circostanti come quello di Seppi, Castelluzzo, Castel Pizzo, S. Michele e Civitella d’Agliano, tutti territori posseduti dai Monaldeschi della Cervara».

http://www.restipicalazio.it/I_comuni/Viterbo/Lubriano.html


Lubriano (torre di Santa Caterina o del Sole)

Dal video www.youtube.com/watch?v=T8k-L5usaPk   Dal video www.youtube.com/watch?v=T8k-L5usaPk

«La Torre del sole, detta più comunemente di Santa Caterina per la vicinanza della chiesa dedicata a questa Santa, si erge su un colle, delimitato su tre lati da alti dirupi, che si inoltra nella Valle dei Calanchi, a circa 5 km ad est di Lubriano. Venne costruita a partire dal 1576, sui pochi resti di un edificio precedente, e conclusa nel 1590, per volere del nobile orvietano Sebastiano Febei. L’edificio si potrebbe definire “un esempio di abusivismo edilizio” rinascimentale. Infatti venne costruito sui terreni appartenenti alla parrocchia della vicinissima chiesa di Santa Caterina, impropriamente occupati dai Febei. Alcune cause civili tra le due parti ne sono testimonianza. Venne poi acquistata dai Bourbon del Monte che inclusero la torre e le terre intorno nella loro immensa proprietà, seguendo poi le sorti della tenuta e del palazzo Feudale di Lubriano. Fino agli anni ‘60 era stata trasformata in abitazione colonica, poi venne abbandonata. è stata restaurata di recente dai nuovi proprietari, che hanno così salvato questa splendida costruzione rinascimentale da un sicuro degrado».

http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/236359


Marta (ruderi di Castell'Araldo)

Dal sito www.radiogiornale.info   Dal sito www.gentilirestauri.it

«Nel territorio di Marta c’è il più importante sito Templare della Tuscia, denominato Castell’Araldo. A pochi chilometri dall’abitato di Marta, in direzione Tuscania, sotto la sede stradale e prospicienti l’argine del fiume Marta si possono subito scorgere i resti del complesso del castello e la piccola chiesa annessa, dedicata a Santa Maria delle Grazie. Anche se fino ad oggi non è pervenuta documentazione esauriente sulla sua edificazione, si può con certezza affermare che, durante il XIII sec d.C. i territori di Castell’Araldo erano proprietà dell’Ordine dei Cavalieri Templari ed i complessi architettonici eretti dagli stessi. Ma quale fu il motivo che spinse i Templari ad edificare una loro sede proprio li? La risposta è semplice e consiste nella posizione strategica degli assetti stradali. Oltre ad essere punto centrale tra Mar Tirreno e Lago di Bolsena è anche nodo di congiunzione tra le due strade consolari romane: Aurelia e Cassia; e da non trascurare il fatto che la strada consolare su cui risiede, in quel tratto, aveva lo stesso percorso della Via Francigena (percorsa dai pellegrini, provenienti dalla Francia e dal Nord, diretti a Roma e non solo, da li si poteva proseguire poi verso la Sicilia per raggiungere i porti di partenza per la Terra Santa). Un luogo così strategicamente importante, per il controllo della zona e dei traffici, non poteva che sottostare alla tutela e vigilanza dei Cavalieri Templari. ... Dopo lo scioglimento dell’ordine non passò, come per altre precettorie, all’ordine degli Ospedalieri (Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, conosciuti poi come Cavalieri di Rodi e Cavalieri di Malta), ma fu spinosamente contesa tra la potente famiglia dei precettori di Vico e la Curia di Roma. Il castello fu più volte distrutto e riedificato. Nel corso dei secoli il suo stato non fu ottimale, il risultato di guerre e lotte portò alla sua decadenza, fino ad arrivare alla completa rovina. Passò sotto molte mani e per l’estensione della sua tenuta fu utilizzato per le semine di cereali e pastorizia. Mentre il castello era oramai distrutto, la chiesa fu restaurata e continuata ad essere utilizzata. Nell’800 le mutate e ridotte condizioni economiche delle produzioni, portarono alla cessione delle terre al comune di Marta. La piccola chiesa di Santa Maria delle Grazie venne officiata fino ai primi anni ’60 del XX° Sec. dove la popolazione martana si recava due volte l’anno (maggio e settembre) in pellegrinaggio. ...».

http://www.radiogiornale.info/2013/01/09/il-sito-templare-di-castellaraldo  (a cura di Laura Tamagni)


Marta (torre dell'Orologio)

Dal sito www.moveaboutitaly.com/lago_bolsena   Dal sito www.moveaboutitaly.com/lago_bolsena

  

«La Torre dell'Orologio è posta nel centro storico del paese, alta circa 21 metri. Il monumento è stato restaurato negli ultimi anni, dove è possibile nel periodo estivo entrarvi e godere del meraviglioso panorama del Lago di Bolsena da quella altezza. La torre, simbolo di Marta almeno quanto la Barabbata, è antichissima e potrebbe ben risalire ad epoca anteriore al XII secolo: ne abbiamo conferma dalle fonti storiche e in particolare dal Bussi che, nella sua storia di Viterbo, racconta che i viterbesi se ne impadronirono nel 1197, dopo averla espugnata uccidendo in battaglia Janni Macaro, che ne era il signore. Dalle vicende belliche la torre uscì probabilmente distrutta o alquanto malconcia: abbiamo infatti notizia dall'Annibali di una sua ricostruzione avvenuta nel 1323, sotto papa Giovanni XXII. Non trascorse un decennio che la torre fu nuovamente riedificata, nell'ambito dei lavori di ristrutturazione e consolidamento difensivo della rocca: dal che si deduce che nel frattempo era rovinata o era stata demolita. Quando in questa zona arrivarono i Farnese, nel quindicesimo secolo, la torre fu quasi certamente restaurata. Ciò è testimoniato dal fatto che Pierluigi Farnese vi appose il suo stemma: il liocorno sovrastante un cimiero piumato e uno scudo con gigli seminati».

http://it.wikipedia.org/wiki/Marta_%28Italia%29#Torre_dell.27Orologio


Montalto di Castro (centro storico, torre)

Dal sito http://giornale.ilsettimosenso.com   Dal sito www.occhioviterbese.it

«Piccole piazze, vicoli sovrastati da archi, mura di cinta, lo stesso assetto urbanistico del centro storico evidenziano con particolare suggestione l’origine medioevale. L'abitato è dominato dal Castello Guglielmi, il cui nucleo più antico è costituito dall'imponente torre quadrangolare. ... Percorrendo via Vulci si giunge a una porta ricavata nel tratto settentrionale delle mura; da qui si accede alla piazza Felice Guglielmi, su cui prospetta la facciata neoclassica di Santa Croce. ... In piazza Giacomo Matteotti si trova il Palazzo del Comune. La struttura, sorta in origine come convento francescano, venne successivamente trasformata in fortezza dai Farnese e inglobata nella cinta muraria. Fuori del centro storico, in prossimità della via Aurelia, si incontrano le settecentesche fontane delle Tre Cannelle e del Mascherone, entrambe con lunghe epigrafi sormontate dallo stemma del Comune. ... Percorrendo l'Aurelia, dopo aver superato la frazione di Pescia Romana, si arriva al Palazzo del Chiarone, l'ex dogana pontificia. Munito di circa 90 stanze, con tanto di appartamento papale, stalle e prigione, risulta oggi, purtroppo, completamente abbandonato. Nei dintorni del centro abitato è possibile ammirare i settecenteschi Archi di Pontecchio. Infine, nei pressi del Castello della Badia (Vulci) è conservato il Casale dell'Osteria, pregevole esempio di architettura colonica risalente al tempo della riforma fondiaria».

http://www.comune.montaltodicastro.vt.it/CategoriaMedia.aspx?idc=148&explicit=SI


Montalto di Castro (rocca Guglielmi)

Dal sito www.maremmalaziale.it   Dal sito http://giornale.ilsettimosenso.com

«Il castello Guglielmi di Montalto di Castro sorge a poca distanza dal mare sul luogo dell’antica città etrusca di Regas, non lontano dal Forum Aurelii. Il borgo ed il castello fu, per la vicinanza al percorso dell’Aurelia e del mare, conteso tra i potenti prefetti Di Vico, gli Orsini e nel Cinquecento i Farnese. Scarse e frammentarie sono le notizie sul castello. L’origine del fortilizio è da ritrovarsi nel Trecento epoca a cui risalgono anche parte delle fortificazioni delle mura del paese. Il castello sorge nella parte meridionale dell’abitato e si addossa alle mura su cui poggiano le fondamenta e dalle quali prende la forma irregolare leggermente convessa. La pianta è formata da due distinti corpi di fabbrica, uno rivolto all’esterno e l’altro all’interno della piazza. Il primo e quello più antico è formato da una lunga facciata rivolta verso l’esterno del borgo di forma curvilinea appoggiato sulle mura del paese, composto da torri, contrafforti a scarpa e nelle mura, una volta chiuse e compatte, si aprono oggi finestre di ogni periodo e forma, da una trifora trecentesca a tre finestre rinascimentali e numerose altre aperte invece nell’Ottocento. La sommità, diversa per altezza, è coronata in alto da merlature guelfe aggiunte nel XIX secolo che proseguono per tutto il versante delle mura. Il secondo corpo di fabbrica, interamente in laterizio venne aggiunto successivamente e ulteriormente trasformato nel XIX secolo. è composto da un edificio a due piani di finestre fiancheggiato da due torri, quella orientale in laterizio con inseriti grandi blocchi di pietra, con una finestra bifora e terminante con arcatelle su beccatelli e merlature guelfe; l’altra con una deliziosa loggetta in legno e coronato da merlature ghibelline. L’ingresso all’interno avviene per mezzo di un modesto portale a bugne».

http://www.castellidelazio.com/castellodimontaltodicastro.htm


Monte Romano (rocca Respampani o rocca Nuova)

Dal sito www.roccarespampani.it   Foto di Carlospengos, dal sito it.wikipedia.org

«Il nome del maniero deriva da quello di una precedente rocca, la rocca Vecchia, eretta a poca distanza da questo sito. Come si apprende da una targa posta sulle pareti del castello, la sua costruzione fu avviata, nel 1607, da Ottavio Tassoni d'Este, Precettore del Santo Spirito, che aveva commissionato tali lavori all'architetto Canio (o Ascanio) Antonietti. L'idea iniziale era ambiziosa: un palazzo/fattoria, abbastanza dignitoso per ospitare il governatore e il suo seguito di funzionari, ma un grado anche di accogliere le famiglie contadine qui operanti; un nucleo che, quindi, doveva mantenere una propria autonomia. Negli anni successivi il castello verrà tenuto, con maggiore autorità, da un nuovo castellano, fra' Cirillo Zabaldani, che uno storico locale del XIX secolo (Campanari), descrive "uomo insolente e di mala condizione misleale [...] spergiuro e traditore"; si racconta che fu lui a munire la Rocca Nuova con "gagliarde fortificazioni e spingarde gettate di ferro [...]"; questo antico fucile da posa, che secondo lo storico doveva essere ancora presente all'interno del fortilizio nel 1854, era però a quel tempo "monco della sua culatta, che tagliata da quello strumento da guerra passò a fare ufficio di mortaro ne' di festa". Ben presto, la storia dell'edificazione del castello si intreccerà con quella del nascente paese di Monte Romano: Fra' Cirillo Zabaldani, ne farà sospendere i lavori per dedicarsi maggiormente alla costruzione della Chiesa dell'Addolorata sita nel piccolo borgo. Avanzava seri dubbi sulla validità del progetto, voluto dalla Chiesa Romana, di avviare una riorganizzazione agricola del territorio tutta incentrata sul nuovo castello che ormai risultava tagliato fuori dalle importanti vie di traffico, e ad esso veniva favorito quel piccolo nucleo urnano che nel frattempo stava nascendo nel sito dell'attuale Monte Romano; qui, inoltre, c'era l'osteria, c'erano i campi di lavoro; qui la gente lavorava e viveva, e non aveva alcun motivo di spostarsi a Respampani. Così, venute meno le motivazioni che avevano sostenuto l'edificazione del maniero, i lavori vennero interrotti a metà del XVII secolo, lasciando l'immobile in quello stato incompleto che ancora oggi conserva».

http://www.comune.monteromano.vt.it/index.php?option=com_content&view=article&id=23&Itemid=24


Monte Romano (rocca Vecchia o Roccaccia)

Dal sito www.ilceramista.com   Dal sito www.roccarespampani.it

«Nonostante manchi uno studio completo sull’insediamento, si può osservare che questo sorse su un impianto antico, forse etrusco o romano - come denuncerebbero le strutture preesistenti in tufo su cui poggia - e accanto ad una Pieve antica, che, oggi fuori dalle mura, si erge su una pianta rettangolare, di cui restano alcuni lacerti del muro perimetrale e della calotta absidale; su questa sono presenti tracce di colore che testimonierebbero la presenza di antichi affreschi ormai perduti. Difficile è arrivare ad una datazione precisa dell’edificio, mai ricordato dai documenti, che tuttavia potrebbe risalire al periodo paleocristiano, tenendo conto che la tecnica costruttiva dell’abside si avvicina molto a quella degli edifici di culto medio-orientali del VI secolo d.C. L’insediamento presenta un andamento a «schema focalizzato», una delle forme più antiche di organizzazione del territorio, che corrisponde generalmente ad insediamenti di forma piramidale disposti intorno ad un fulcro, che qui è rappresentato dalla Rocca; è intorno a questa che verranno costruiti altri edifici, alcuni dei quali possono essere ancora oggi apprezzati all’interno del circuito murario, come ad esempio la Chiesa di San Giovanni, di cui rimane un arco a sesto acuto, parte dei muri perimetrali e la fronte del campanile, con la cella campanaria delineata da una cornice aggettante e illuminata da monofore accoppiate. La costruzione rientra tipologicamente tra quelle con scansione interna ad arconi di origine cluniacense, diffusa in Italia dagli Ordini Mendicanti, e riproposta in numerosi edifici religiosi presenti sul territorio di Tuscania, come nelle chiese dirute di S. Pantaleo e San Potente poste lungo il percorso della Clodia, e in San Silvestro (XII-XIV secolo). Tuttora rimangono delle testimonianze più o meno conservate dell’antico abitato, quali delle strutture a forma di fiasco con imboccatura quadrata o circolare scavate nel tufo ed internamente intonacate, identificabili come pozzi o cisterne, e granai, e un forno con copertura a cupola, rivestita da mattoncini, collocato vicino a quella che doveva essere un’abitazione».

http://www.roccarespampani.it/index.php?option=com_content&task=view&id=15&Itemid=30


Montecalvello (castello Balthus)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.castellidelazio.com

«Montecalvello è un piccolo borgo che dista circa 5 km da Grotte Santo Stefano, frazione del Comune di Viterbo, ed è caratterizzato dalla presenza di un castello di medie dimensioni ma di grande bellezza. Il castello risulta costruito tra il 774 ed il 776 dal re longobardo Desiderio, e nella prima metà del 1200 era proprietà del signore ghibellino Alessandro Calvallo, dal quale deriva il nome del borgo. Antichi possessori del castello sono stati anche i Monaldeschi di Montecalvello, appartenenti al ramo di una potente famiglia dell'epoca. Interessante è la minuziosa ricostruzione storica e genealogica, fatta dallo storico viterbese Mario Montalto proprio su questa nobile e potente famiglia, in un libro intitolato appunto I Monaldeschi di Montecalvello. Nel 1664, la proprietà passa nelle mani del marchese Macello Raimondi e dopo un decennio alla famiglia Doria-Pamphili Successivamente è stato feudo di Donna Olimpia Maidalchini potente nobildonna, cognata del papa Innocenzo X. Il castello di Montecalvello pur essendo di proprietà privata, può essere liberamente visitato al suo esterno, infatti entrando dalla porta delle mura, si può passare sotto una breve galleria che porta fino al sacrato della piccola chiesa rimasta quasi intatta, salendo ancora verso sinistra, si arriva al piccolo cortile davanti all'ingresso del castello, dove al centro è situata una fontana, al lato ci sono delle piccole case che costituivano la corte e di fronte, una specie di terrazza dalla quale si può vedere l'intera macchia di Piantorena, al centro della quale si riesce ad intravedere la piccola chiesa del S.S. Salvatore ed i ruderi del piccolo convento antistante. In passato, è stato periodicamente aperto al pubblico e chi ha avuto la fortuna di poterlo visitare è rimasto incantato dalla sua bellezza. A poche centinaia di metri, prima di arrivare al castello, a destra della Provinciale si può vedere la piccola chiesa rurale di San Rocco formata da due parti, quella posteriore risalente al Quattrocento e quella anteriore al Seicento. Dall'esterno, non desta particolare interesse ma all'interno, oltre alla statua del Santo, custodisce antichi affreschi particolarmente interessanti. ...».

http://ilcastello.jimdo.com/acenni-storici-del-luogo/il-castello-di-balthus-a-montecalvello/


Montefiascone (rocca dei Papi)

Dal sito www.francigenalazio.it   Dal sito www.trivago.it

«La Rocca dei Papi si trova a Montefiascone, cittadina situata sulla S.S. Cassia a 15 km da Viterbo, in cima ad un colle sul fianco del cratere del Lago di Bolsena. Situata in cima ad un colle, in posizione strategica e dominante, la Rocca di Montefiascone fu scelta dai pontefici quale sede del Rettore del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia e, successivamente, destinata a loro temporanea residenza, con ampliamenti e fortificazioni che ne accrebbero il prestigio. Dal 1058 fin quasi alla fine del 1500 qui si susseguirono papi, imperatori e personaggi illustri che vi soggiornarono per periodi più o meno lunghi, vi convocarono parlamenti o vi si recarono in villeggiatura. Dell’originaria struttura purtroppo non rimane che una parte esigua. Il complesso presentava una pianta trapezoidale con gli angoli occupati da imponenti torri delle quali oggi si conserva intatta solo quella di nord-ovest dalla quale si diparte un corpo di fabbrica a forma di L che costituisce l’attuale Palazzo, strutturato su due piani ed un sotterraneo. Alcune soluzioni architettoniche adottate nelle parti ancora conservate del castello testimoniano la sua aderenza alle tipologie proprie del linguaggio architettonico diffuso per tutto il XIII secolo in area viterbese. La bifora che, aprendosi sul cortile interno, illumina il salone al primo piano è quanto resta delle membrature architettoniche del nucleo primitivo della struttura mentre non esiste più alcun riscontro materiale della loggia a due piani voluta da Leone X e realizzata da Antonio da Sangallo il Giovane. La Rocca, dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, è stata oggetto di un totale restauro che, nel rispetto dell’antica forma, ha consentito di mutarne la destinazione in spazi ideali per ospitare eventi, esposizioni e manifestazioni culturali».

http://www.provincia.vt.it/turismo/SchedeDett.asp?Id=53


MUGNANO IN TEVERINA (palazzo Orsini)

Dal sito www.residenzedepoca.it   Dal sito www.residenzedepoca.it

«Mugnano in Teverina è oggi una piccola frazione del comune di Bomarzo collocata su un’altura prossima al Tevere e alla sua valle a 133 m s.l.m. e abitata da quasi 200 persone. Attorno al 1267 entrò a far parte dei beni della famiglia Orsini, assumendo la funzione di avamposto per il controllo dei traffici lungo il Tevere e per la difesa dell’entroterra. Probabilmente a questo periodo risale la costruzione dell’alta torre cilindrica voluta dagli Orsini: caratterizzata da feritoie per il tiro di fiancheggiamento, da originali finestre trilobate per l’avvistamento e da un coronamento a beccatelli per il tiro piombante su tutta la circonferenza. Con l’elezione al soglio pontificio di papa Martino V, membro della famiglia Colonna, nemica degli Orsini, nel 1427 Mugnano veniva concessa ad Antonio Colonna. Al tempo dei Colonna, il palazzo-rocca degli Orsini posto a difesa dell’ingresso del paese venne trasformato inglobando altresì la strada di accesso. Agli inizi del 1500, quando il castello tornò agli Orsini, la facciata verso il Tevere fu ampliata ed ingentilita con un loggiato disegnato forse dal Peruzzi, mentre la facciata rivolta al paese venne ridefinita con l’aggiunta di elementi architettonici rinascimentali quali le finestre e la cornice marcapiano e con la collocazione simmetrica del portale d’ingresso su cui compare la scritta “Carolus Ursinus”. A questo periodo risale pure la realizzazione del sottopasso, controllato dagli affacci interni del palazzo, che regolava l’entrata e l’uscita della popolazione dal borgo attraverso due porte d’accesso ancora ben conservate».

http://www.canino.info/inserti/tuscia/luoghi/mugnano/  (a cura di Paola Panetti)


MUGNANO IN TEVERINA (torre Orsini)

Foto di Clemente Giorgi, dal sito www.italiainfoto.com   Dal sito www.canino.info

«Mugnano in Teverina è oggi una piccola frazione del comune di Bomarzo collocata su un’altura prossima al Tevere e alla sua valle a 133 m s.l.m. e abitata da quasi 200 persone. Attorno al 1267 entrò a far parte dei beni della famiglia Orsini, assumendo la funzione di avamposto per il controllo dei traffici lungo il Tevere e per la difesa dell’entroterra. Probabilmente a questo periodo risale la costruzione dell’alta torre cilindrica voluta dagli Orsini: caratterizzata da feritoie per il tiro di fiancheggiamento, da originali finestre trilobate per l’avvistamento e da un coronamento a beccatelli per il tiro piombante su tutta la circonferenza».

http://www.italiainfoto.com/gallery/viterbo/p7188-mugnano-in-teverina-latorre.html


Nepi (palazzi gentilizi)

Palazzo Celsi, dal sito www.facebook.com/pages/Palazzo-Celsi/329443980413782   Palazzo Savi, dal sito www.myspace.com/contradasanbiagio

«Palazzo Celsi (via Garibaldi). Edificato dal nobile Ascanio Celsi durante il periodo farnesiano. Notevole esempio di architettura sangallesca, con la sua spendida e lineare facciata. La pianta è quella del palazzo a blocco con corte aperta. Il portale d'ingresso è decorato da un elegante bugnato, mentre le finestre del piano terra sono un tipico esempio di inginocchiata. Al piano nobile, a cui si accede con una monumentale scala in peperino, numerose sono le sale affrescate da artisti della seconda metà del XVI secolo. Rimarchevole il salone principale, con le raffigurazioni degli dei dell'Olimpo e con l'enorme camino, sulla cui cappa è affrescato il dio Vulcano che forgia nella sua fucina. Palazzo Sansoni (via Garibaldi). Elegante edificio cinquecentesco caratterizzato dal loggiato a quattro arcate in mattoni di cotto sulla facciata corta che guarda verso la piazza del Comune, elemento architettonico aggiunto nel XVIII secolo. Notevole il cortile, porticato su un lato e arricchito da una pregevole fontana. Il portale bugnato è in peperino. La struttura rinascimentale è sovrastata dalla parte terminale di una torre medievale, poco visibile in realtà per via delle successive superfetazioni. Palazzo Pisani. Attiguo a Palazzo Sansoni, si trova quest'altro bell'esempio di architettura civile della metà del XVI secolo. Vi si accede tramite un ampio portale bugnato che dà accesso ad un cortile porticato sul lato in fondo. Uno scalone dà accesso al piano nobile. Una targa sul pianerottolo, ricorda l'ospitalità che la famiglia Pisani diede a papa Pio VII nel 1805, mentre ritornava a Roma, dopo essere stato prigioniero in Francia durante l'ultimo periodo napoleonico. Palazzo Savi (via Termo Larte). Posto lungo il ciglio della forra a sud della città. L'edificio di epoca medievale, è stato arricchito nel XVI secolo di decorazioni architettoniche in linea con il nuovo stile che si andava affermando. Ariosa la loggia, sostenuta da beccatelli che la fanno sporgere dalla parete. Palazzo Floridi (via Tor di Floridi). Ancora un palazzo d'epoca medievale, di cui addirittura si conserva la svettante e compatta torre in blocchi regolari di tufo. Nel '500 l'architettura sangallesca si impone a ridisegnare la lineare facciata, col suo portale bugnato e le aperture simmetriche. Palazzo Melata (via Tor di Floridi). Raro esempio di barocchetto romano nell'architettura civile a Nepi. Il portale e le altre aperture sono arricchite di stucchi a formare cornici, ghirlande e stemmi».

http://it.wikipedia.org/wiki/Nepi#Architetture_civili


Nepi (palazzo Comunale)

Dal sito www.windoweb.it   Dal video www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=DCffjTni_qY

«Il palazzo fu fatto costruire da Pierluigi Farnese nel 1542, nell'ambito dei lavori effettuarti a Nepi per migliorare la struttura architettonica ed urbanistica della città. Realizzato con la supervisione di Battista Sangallo, su disegno di Antonio da Sangallo il Giovane, non era ancora terminato alla partenza di Pierluigi per Parma e Piacenza: terminato negli anni successivi, fu nel tempo più volte rimaneggiato. Dalla facciata del palazzo spicca la maestosa torre civica, con orologio e campana. Nel 1727, per celebrare il nuovo acquedotto, venne chiuso un arco del portico per incastonarvi l'emblema della città una preziosa fontana, progettata dal Barigioni. Ancora tra il 1743 e il 1749 subì ulteriori modifiche. Oggi il Palazzo Comunale ospita un museo archeologico che espone reperti provenienti dalle necropoli della zona: ceramiche etrusche, falische e romane dal IV al I secolo a.C.».

http://www.paginesi.it/viterbo/nepi/storia.htm


Nepi (rocca dei Borgia)

Dal sito www.stagioneborgiana.it   Dal sito www.lecatacombe.it

«Della poderosa fortezza di Nepi rimangono ben visibili le due torri, i ruderi dei due principali palazzi ed i quattro baluardi. La torre quadrata fu, probabilmente, costruita nel periodo romano su resti ancor più antichi. La torre rotonda fu invece costruita tra il 1455 ed il 1503 sotto la dominazione della famiglia Borgia. Nel 1479 il cardinale Rodrigo Borgia fece erigere il palazzo che collega le due torri ed anche i baluardi semicircolari ai quattro angoli, su disegno dell’architetto Antonio da Sangallo il Vecchio. Dal baluardo sud si stacca un braccio fino allo strapionbo di Cavatera, dove è aperta la porta Trionfale o Nica, che immette direttamente sulla via Amerina. è ancora visibile la caditoia per la saracinesca e le cannoniere, il salto d’acqua per alimentare il mulino e lo stemma del Gonfaloniere (la Basilica con le chiavi decussate ed i gigli farnesiani). Dal baluardo nord il braccio giunge al punto dove era la porta Falisca. La porta principale, detta porta Grande o Romana, è situata quasi al centro del rettilineo ed immetteva nella direzione degli altri centri del Ducato: i paesi di Ronciglione, Caprarola, il lago di Bolsena e Castro. Nelle vicinanze di questa porta restano visibile le vestigia di una muraglia falisco-etrusca ricavata da grandi blocchi di tufo sovrapposti (Tito Livio: “Loca opposita Etruriae et velut claustra inde portaeque”). La Fortezza sorge alla confluenza del rio Puzzolo e del rio Falisco, dove si formano le cascate perenni. Nel 1499 ne era castellana la duchessa Lucrezia Borgia, mentre nel 1503 vi soggiorno Cesare Borgia, detto il Valentino. Il papa Leone X cedette il castello al poeta aretino Bernardo Accoliti, detto L’UNICO, che eresse una porta con la seguente incisione: “Unicus custos procul hinc timores” (L’Unico è qui custode, lungi ogni timore). Durante il pontificato di Paolo III, il duca Pierluigi Farnese, investito del Ducato, fece eseguire il progetto dell’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, relativo all’estensione delle mura castellane, dall’architetto Torchiarino da Parma ed in seguito dall’architetto Battista Calvi. Ancor oggi sono ben visibili gli stemmi dei Farnese sugli spigoli dei baluardi. Nella Rocca dimorarono per vari motivi i Prefetti di Vico, i Colonna, gli Orsini, i Gaetani, i Borgia, i Medici, i Farnese e gli Sforza. Nel 1895 fu eseguito il progetto preparato dalla Camera Apostolica con l’apertura del nuovo ingresso in Via Galvaligi (ieri Viale Roma). Nei sotterranei del castello si notano vestigia della via Amerina ed una porta di origine etrusca, alcuni affreschi del secolo XV ed un arco medievale, ove si riconosce San Benedetto. Qui vennero rinvenute ceramiche del castello, oggi esposte nel museo civico. Il panorama dalla torre rotonda spazia dai Monti Cimini ai Sabatini, dai Monti Sabini fino al Terminillo ed ai Colli Albani. All’interno di essa sono raffigurate 20 iscrizioni che vogliono tramandare le vicende della fortezza nella storia di Nepi».

http://nepi.miacitta.it/i-nostri-suggerimenti/la-rocca-dei-borgia


Nepi (torri, bastioni)

Torre dei Floridi, dal sito www.myspace.com/contradasanbiagio   Bastione farnesiano, dal sito www.tesoridellazio.it

«I Bastioni Farnesiani, progettati intorno al 1540 da Antonio da Sangallo il Giovane. Il Vasari nelle sue Vite, definì quest'opera "inespugnabile e bella". ... Le torri medievali. Numerose sono le torri sopravvissute ai secoli e agli sventramenti rinascimentali. In molti casi quindi, queste alte strutture sono quanto resta delle cosiddette "case torri" d'epoca medievale, periodo nel quale le varie famiglie si osteggiavano l'un l'altra per l'acquisizione del potere in città e le loro residenze divenivano quindi segno di prestigio e potenza. Le torri a noi giunte, sono tutte a pianta quadrata, costruite con blocchi regolari di tufo di rilevanti dimensioni. Oltre alle già citate torri dei palazzi Sansoni e Floridi, ben visibile è la cosiddetta Tor di Valle, nella parte iniziale di via Garibaldi e la cosiddetta Torre di Corte, posta a metà di via del Corso, unico resto dell'antico palazzo di corte un tempo sede dell'amministrazione di giustizia della città. A ricordo di questo edificio resta ancora nella toponomastica il nome della via di corte. Altre due torri, sono sopravvissute essendo state inglobate nella struttura di due chiese: la prima è visibile sul fianco est della chiesa di San Pietro, l'altra invece sul fianco est della Chiesa di San Silvestro o del Carmine».

http://it.wikipedia.org/wiki/Nepi#Architetture_civili


Norchia (ruderi del castello dei Di Vico)

Dal sito www.tesoridellazio.it   Dal sito www.lazionascosto.it

«Da Vetralla, percorrendo per circa 9 chilometri la S.S. Aurelia bis verso Tarquinia, si stacca sulla destra, in località Colle Cinelli una stradina che dopo altri 6 km termina in corrispondenza del parcheggio del sito archeologico. Per chi proviene da Tarquinia invece, dopo aver superato Monte Romano e percorso circa 20 chilometri, troverà questa stradina sulla sinistra. Arrivati quindi al parcheggio si prosegue a piedi lungo la mulattiera che si inoltra la necropoli rupestre di Norchia. ... La presenza di un centro abitato nel medioevo è testimoniata, nei pressi del Fosso di Pile, da alcuni resti del borgo, del castello della famiglia Di Vico e della chiesa di San Pietro risalente al IX secolo d. C. e costruita su un preesistente tempio etrusco-romano. Sono inoltre ben visibili i resti di una porta d’accesso e il tracciato della Via Clodia. Questo tracciato si inoltra per circa 400 metri in una “tagliata” che, in epoca etrusca, serviva come via di comunicazione per muoversi all’interno della città. Il centro abitato, denominato Orclae nel periodo romano, era situato su un pianoro nella parte più alta dell’emergenza tufacea e le tombe, quasi tutte a dado o finto dado, venivano scavate nel tufo rosso e arricchite con svariati accorgimenti architettonici che tutt’ora possiamo ammirare. Alcune di queste, proprio per la loro caratteristica e per il loro stato di conservazione risultano essere tra le più importanti del mondo etrusco. Possiamo citare per esempio la Tomba Ciarlanti, la Tomba Smurinas, la Tomba Prostila e la Tomba Caronte nella necropoli del Fosso di Pile, e la Tomba dei Lattanzi in quella del Biedano. Le tombe, alcune delle quali usate nel medioevo come abitazioni a grotta e ricoveri, risalgono a due periodi differenti: l’arcaico, tra il VI e il V secolo d. C. e le ellenizzanti tra il IV e il II secolo d. C. Questa importante città, che visse periodi di splendore alternati a periodi di profonda decadenza, fu definitivamente abbandonata nel 1453 a seguito di una grave epidemia di malaria».

http://www.lazionascosto.it/norchia.html


Onano (castello di Onano o palazzo Madama)

Dal sito www.lazionauta.it   Dal sito www.restipicalazio.it

«Il Castello di Onano fu fatto costruire intorno alla prima metà del Quattrocento dai Monaldeschi della Cervara. Sorse sullo stile dei palazzi comitali di allora, austero ed elegante, di forma quasi quadrata, a conci di schietto tufo ben levigati e connessi. Le sue mura, molto spesse alla base, in alto sono coronate tutt’intorno da una teoria di mensole ad archetto (beccatelli), che oltre a fungere da elemento decorativo servono a sostenere l’estremo parapetto dei merli rettangolari di tipo guelfo con i quali culminava l’intera fabbrica. Il palazzo nel suo disegno originale, privo di aggiunte, risultava sicuramente più snello e più elegante nelle sue linee. I Monaldeschi, a sigillo della loro opera, vollero subito farvi apporre lo stemma gentilizio in pietra nera. Nella prima metà del Cinquecento fu fatta costruire un’aggiunta sul lato occidentale del palazzo. In alto questo torrione terminava con un ampio terrazzo. Dallo stemma gentilizio sullo spigolo di questa costruzione, si desume che fu edificato da Luca III di Gentile della Cervara, e può quindi essere datato tra il 1524 e il 1561. Verso la fine del XVI secolo fu fatta una ulteriore aggiunta che si eleva a levante con lo spigolo a caratteristica lama da taglio. Questa costruzione a tricuspide fu fatta costruire dalla casa degli Sforza. In essa si trovano delle feritoie per bocche da fuoco e sappiamo che le prime armi da fuoco vennero usate nella seconda metà del Cinquecento. Questo stupendo baluardo ha l’ingresso principale nella piazza della Rocca. Probabilmente in questa piazza esisteva anticamente un fosso e un ponte levatoio come ultima difesa del castello stesso. Gli Sforza apportarono anche modifiche interne che consistevano più che altro nella personalizzazione di alcune stanze e appartamenti con maioliche e pitture parietali. Nel 1712 torna ad essere della Camera Apostolica. Nel 1725, per ordine del Tesoriere Generale Vaticano, vennero eseguiti lavori di consolidamento e ristrutturazione del palazzo. Nella seconda metà del Settecento fu concesso a Giuseppe Denham e questi fece togliere dalle pareti interne le pregiate maioliche e gli stemmi araldici dalle pareti, per cui purtroppo di queste non v’è più alcuna traccia se non qualche frammento. Dopo essere stato della figlia di Denham, Carlotta Denham (detta Madame Carlotta dagli onanesi, motivo per cui da lì la costruzione prese anche il nome di Palazzo Madama), il castello andò per successione ai Bosquet (eredi del marito). Dal 1870 al 1908 la famiglia Pacelli acquistò parte del castello e qui Eugenio Pacelli, futuro papa Pio XII, passava le estati della sua infanzia. Poi tornò ad essere per intero dei Bosquet. Attualmente il Castello attraverso varie donazioni è di proprietà del Comune di Onano, nonché sede municipale. Le opere di consolidamento e di restauro hanno portato alla luce alcuni dipinti su muro di scuola francese fatti eseguire dalla famiglia Bosquet nell’Ottocento».

http://www.latuscia.com/it_tuscia_141_onano_palazzo-madama.php


Oriolo Romano (palazzo baronale Altieri)

Dal sito www.facebook.com/Palazzo-Altieri-di-Oriolo-Romano-1431560963766388/?fref=photo   Dal sito www.itineraricristiani.it

  

«La storia del Palazzo Altieri e del borgo di Oriolo sono intimamente legate in quanto frutto di un unico disegno che conseguì all’insediamento della famiglia Santacroce in questo luogo boscoso, spopolato ed incolto, avuto in concessione dagli Orsini. I Santacroce avevano ricevuto in donazione dagli Orsini queste terre ai primi del 1560 e Giorgio III Santacroce chiamò molti contadini e boscaioli dalla Toscana e dall’Umbria per disboscarle e metterle a frutto, concedendo loro anche un’abitazione. Fu allora infatti che il Santacroce ideò (e, negli anni Settanta dello stesso secolo, realizzò) un progetto complessivo che vedeva il suo Palazzo come elemento di vertice di un borgo geometricamente regolare ad esso facente capo. ... Il borgo, che si ergeva dentro le mura (che fungevano anche da fortificazione e sostegno al palazzo lungo l’antica Via Clodia), era quindi destinato ai lavoranti dei Santacroce che erano adibiti al disboscamento e alla messa a coltura dei terreni circostanti. I Santacroce fecero anche realizzare, ai margini del borgo e del palazzo un grande giardino alberato, disposto secondo un ordinato schema geometrico, che inizialmente era destinato a ’barco’ da caccia. Fu il primogenito Onofrio che fece realizzare i ricchi cicli di affreschi che ancora oggi impreziosiscono il Palazzo. Con l’estinzione della famiglia Santacroce nel 1606 la proprietà di Oriolo tornò di diritto agli Orsini che però nel 1671 la vendettero agli Altieri insieme al feudo di Viano. L’aspetto esterno attuale del Palazzo è dovuto agli interventi voluti dagli Altieri che si servirono dell’ architetto Carlo Fontana,il quale prolungò l’originaria struttura sui due lati perpendicolarmente alla facciata, determinando l’attuale struttura ad U. Papa Clemente X Altieri volle traslocare qui la collezione dei ritratti dei papi, già iniziata dal cardinale Paluzzo Albertoni Altieri, che ancora oggi costituisce il vanto del Palazzo. Il Palazzo è attualmente affidato alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Lazio mentre il Parco, di otto ettari, è stato donato al Comune ed è aperto al pubblico.

Il palazzo Altieri ed il borgo di Oriolo Romano costituiscono un armonico complesso coordinato secondo criteri di pianificazione urbanistica da definirsi molto ‘moderni’. L’edificio signorile troneggia su una grande piazza (cui si accede con una doppia rampa di scale dalla sottostante Via Clodia), dalla quale si diparte un perfetto tridente di strade rettilinee lungo cui si allineano le case del borgo (qualcosa di molto simile al tridente che di Piazza del Popolo a Roma). Al centro della piazza si trova una bella fontana realizzata da un allievo del Vignola (N.d.R. su questa piazza ogni anno si svolge una spettacolare ‘Sagra del fungo porcino’). Il Palazzo è una tipica residenza tardo manierista, ha una pianta ad U con una facciata che si eleva per tre piani sul livello della piazza, con al centro un loggiato. Alla sinistra del prospetto inizia un immenso parco (Parco delle Olmate), collegato alla residenza stessa da un ponticello: esso è ricco di essenze arboree anche rare (non è un giardino all’italiana, come andava di moda all’epoca, ma piuttosto un giardino’naturalistico’). Gli ambienti di pregio del Palazzo si sviluppano partendo da un grande atrio che immette nell’alto salone centrale (Sala degli Avi); da un lato dell’atrio uno scalone riccamente affrescato conduce a sale altrettanto abbellite; dall’altro lato si accede a diverse sale altrettanto decorate. Molti degli affreschi murali sono attribuiti alla scuola di Taddeo Zuccari. Il ‘pezzo forte’ del palazzo è costituito dalla Galleria dei Papi: un corridoio (composto da salette contigue, allineate in successione) della lunghezza di 65 metri, alle cui pareti è raccolta una collezione di ritratti di papi da San Pietro ai nostri giorni. Le raffigurazioni antecedenti all’ ‘invenzione’ della pittura furono realizzate nel ‘600 sulla base di antiche fonti iconografiche mentre le altre sono in genere originali ovvero copie di famosi ritratti coevi ai personaggi rappresentati. Questi ritratti furono un prezioso riferimento per il rifacimento dei medaglioni murali dei papi in San Paolo Fuori le Mura a Roma, distrutta dall’incendio del 1823».

http://www.lazioturismo.it/asp/scheda_archeo.asp?id=148


PIANIANO (castello)

Dal sito http://prolococellere.sitiwebs.com   Dal sito www.lungolagocapodimonte.it

«è un piccolo abitato (frazione di Cellere) che sorge a poca distanza: lungo la strada secondaria per Canino. in boschi di querce e campi di grano. Il centro, di impianto medievale. è riunito intorno al vecchio Castello (completamente trasformato) e alla chiesa di San Sigismondo, in gran parte ristrutturata. Comune autonomo fino al 1729, Pianiano viene ricordata per un episodio singolare, quando era un covo di briganti che stranamente trovavano protezione presso l'allora parroco Vincenzo Danti. L'intraprendente prete, raccontano le cronache, il 14 agosto 1867, per legittima difesa, accoltellò a morte d terribile Luigi Scalabrini, detto 'Veleno". Le origini del piccolo borgo, situato sulla strada che dalla zona di Vulci conduce a Ischia di Castro, sono probabilmente da ricercare nell'antico culto di Apollo/Diana connesso alla caccia (Plandianum, Plandiana, Castrum Planiani, Pianiano). Al patrono S. Sigismondo è dedicata la chiesa di origini medievali. Essa venne ampliata dopo l'arrivo degli immigrati di origini albanese che là si stabilirono nel 1757 per volere del governo Pontificio. L'edificio di culto conserva al proprio interno una pregevole acquasantiera in nenfro decorata con i tre gigli farnesiani che denunciano l'appartenenza del borgo alla casa Farnese e al Ducato di Castro. Pianiano ha in linea di massima condiviso le vicende storiche di Cellere. A quest'ultimo il borgo, nel 1729, per volere della comunità, venne annesso tramite un Breve emanato da Bendetto XIII. La struttura del Castello (anticamente esisteva anche un borgo esterno alle attuali mura), è stata quasi interamente ricostruita dagli albanesi dopo un lungo periodo di completo abbandono. Ad esso si accedeva tramite un ponte che immetteva al portale di ingresso difeso da una torre e dalla Rocca adiacente (quest'ultima già distrutta nel XVIII sec. e mai più ricostruita)».

http://prolococellere.sitiwebs.com/page20.php


Piantorena (torre)

Dal sito https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com   Dal sito https://dalmignoneallafiora.blogspot.it

«Piantorena è un borgo abbandonato della Tuscia rupestre, situato in un bel bosco di lecci nei dintorni di Grotte Santo Stefano. Chi lo visita resta colpito dalla sua capacità di sopravvivere al tempo. Una sorta di borgo dalle sette vite. Cominciarono gli Etruschi a sfruttare questo pianoro allungato, sollevato tra due fiumi: ne vediamo ancora le tombe in cui deposero i loro morti, scavate nelle pareti scoscese. Fu poi la volta dei Romani, provenienti da Ferentum, a frequentarne il plateau tufaceo e a lasciare le loro epigrafi sulle rocce e sui cippi. Nel Medioevo delle invasioni e delle scorrerie, divenne sede di un borgo che accoglieva famiglie in cerca di sicurezza: furono costruite torri di avvistamento e strutture di difesa; si ampliarono le cavità etrusche e romane per ricavarne abitazioni, certamente spartane, ma almeno occultate agli sguardi rapaci dei molti nemici. In età moderna e in epoca post-unitaria i dirupi di Piantorena divennero il sicuro rifugio di una banda di briganti capeggiata da un certo Luigi Rufoloni: i fitti boschi erano la base di partenza per le loro imprese spesso commendevoli. Oggi è rinato come parco attrezzato per feste popolari, messo in sicurezza per visite e picnic. Le vie cave e le tagliate etrusche sono state segnate e sono diventate sentieri-natura. ... Tra le 37 grotte censite si possono osservare alcune cavità interessanti per la loro destinazione d’uso. Vi sono abitazioni ipogee a due vani, accuratamente squadrate e rifinite, con un muro divisorio tra il vano-notte e il vano-giorno, che mostrano ancora la pavimentazione a piastrelle, le nicchie per deporvi gli oggetti casalinghi, l’alcova, le cisterne per l’acqua, il foro sul soffitto per la dispersione dei fumi del focolare, i fori per gli stipiti della porta. Altre grotte sono state invece utilizzate come stalle per gli animali. Si riconoscono facilmente per la presenza di mangiatoie e di vasche per l’abbeverata. È anche ipotizzabile l’uso di alcune cavità per lo stoccaggio degli attrezzi di lavoro e il deposito di prodotti: lo si intuisce dall’abbondanza di fori sulle pareti interne, atti ad accogliere assi e travi orizzontali di sostegno. Particolarmente suggestivo è il bilocale a nicchiette che ospitava un consistente allevamento di piccioni. La colombaia è sistemata in una zona impervia che rendeva difficoltoso l’accesso agli spazi interni e la difendeva dalla possibile intrusione di predatori. Dopo aver percorso un sinuoso sentiero nel bosco si giunge infine alla Torre di avvistamento, costruita sull’estremo sperone del banco di tufo. Ci si può affacciare con precauzione sulla spettacolare parete di calanchi argillosi. Bel panorama sulla valle del Tevere e sul Castello di Montecalvello. A fianco della torre, una scalinata rupestre, una tagliata e una via cava scendono sul fondo del fosso: si tratta di un’antichissima strada di collegamento tra la valle del Tevere e le località della Tuscia interna».

http://www.camminarenellastoria.it/index/rup_it_La_2_Piantorena.html


Proceno (castello Cecchini)

Dal sito www.dimorestoricheitaliane.it   Dal sito www.dimorestoricheitaliane.it

«Il borgo medievale di Proceno si trova quasi al confine con la Toscana, a breve distanza dal passaggio dell'antica via Cassia e della via Francigena, in un'area di straordinario interesse archeologico e paesaggistico. Il castello di Proceno è di proprietà della famiglia Cecchini già dal XVIII secolo ed ancora oggi ne è la dimora. Il maniero sorge ai margini dell'abitato, vicino le mura e le porte cittadine. Questo castello risale con probabilità all'XII secolo, di proprietà dei Moladeschi. La pianta è poligonale, con alte mura munite di robuste torri e un'alta torre centrale. le murature e le torri sono tutte in tufo locale che conferiscono all'intero complesso un colore ambrato. L'esterno è dotato di merlature su archetti pensili e becatelli. L'ingresso è vigilato da un arco sormontato da caditoie di difesa. Varcato l'ingresso si apre l'irregolare corte che circonda la torre centrale. Gli spalti sono dotati di camminamenti di ronda con accesso alle torri perimetrali di difesa e, attraverso un ponte levatoio ancora funzionante, anche all'alta torre. Questa è composta da 4 piani in solai lignei più terrazza sommitale. Al piano interrato un'ampia cisterna per l'acqua e ai piani superiori, attraverso ripide scale lignee, i vari piani con finestre con armi d'epoca, camini e trofei. Sulla terrazza, che reca un piccolo campanile a vela con campana, si ha la possibilità di godere di un incantevole panorama sulle vallate circostanti. Il castello è circondato da un piccolo ma incantevole giardino con siepi e pini, curato in ogni dettaglio. Fanno parte del castello anche alcuni ambienti, collegati al castello per mezzo di un elegante camminamento aperto, nel quale è possibile dormire. Le vecchie cantine del castello, poste nella parte più bassa, vennero ricavate scavando un banco di roccia dove è presente anche una sepoltura etrusca. Le cantine sono state oggi trasformate in un accogliente e raffinato ristorante dove gustare ottime pietanze».

http://www.castellidelazio.com/castellodiproceno.htm


Roccalvecce (castello Costaguti)

Dal sito www.castellocostaguti.it   Dal sito www.residenzedepoca.it

«Il paese medievale di Roccalvecce, deliziosamente conservato, domina una delle colline che caratterizzano lo splendido panorama della zona compresa tra Viterbo ed Orvieto, il lago di Bolsena ed il Tevere. Al centro del paese, situato nella parte più alta si erge il Castello Costaguti. Il nucleo più antico del castello Costaguti risale certamente al Medioevo, come testimoniato dall'analisi dei documenti e delle murature. Queste ultime lasciano intravedere, nella parte posteriore della facciata rispetto alla piazza del borgo ed anche in alcuni tratti interni, antiche fondamenta databili con probabilità al XI-XII secolo. Antichi feudatari del luogo furono due note famiglie, quella dei Gatti e quella dei Baglioni. Prime notizie certe si datano al 1119, anno in cui Rinaldo del Vecchio venne ucciso durante la battaglia tra viterbesi e romani. A partire dal 1579 la famiglia Baglioni divenne proprietaria di buona parte del territorio di Roccalvecce, mentre una parte più piccola era ancora proprietà dei Chigi che avevano ricevuto in eredità da Battistina Gatti parte del feudo. Nel 1642, la famiglia Baglioni vendette, grazie all'importante mediazione di papa Urbano VIII Barberini, il feudo di Roccalvecce a Prospero Costaguti. Nel 1685 Lorenzo Chigi vendette a Giovanni Giorgio Costaguti l'ultima parte ancora nelle mani della famiglia senese. Passato dunque alla famiglia Costaguti l'intero edificio subì una radicale trasformazione atta ad ingentilire il vecchio maniero, trasformandolo così in una sorta di castello-palazzo dalle forme aggraziate. La stessa chiesa, anticamente cappella del castello ed oggi chiesa parrocchiale, venne ingrandita e trasformata con una nuova facciata, senza però trasformare l'antico rapporto di contiguità chiesa-castello.

La facciata che si apre maestosa sulla caratteristica piazza del paese di Roccalvecce, ristrutturata e completata nel 1700, si presenta intonacata, a tre piani culminanti con merlature su beccatelli in peperino, con sontuoso portale centrale ad arco con bugne sormontato da un elegante balcone. Sulla destra si imposta perpendicolare al castello la bella facciata dela chiesa. L'intero complesso è stato recentemente accuratamente restaurato nel rispetto della tradizione della famiglia Costaguti, che lo possiede da diversi secoli. Il piano nobile è costituito da una bella sala, decorata con un grazioso camino in marmo e soffitti a cassettoni lignei a lacunari. Un'altra sala reca nel fregio una serie di stemmi nobiliari e il baldacchino della famiglia Costaguti. Un'altra sala è completamente affrescata con alle pareti scene di paesaggi e sulla volta è dipinto un gazebo con altri stemmi nobiliari. Il piano sotterraneo, composto da ampie sale medievali, una parte del quale era utilizzato quale deposito e cantina, conserva le più antiche strutture murarie, un'armeria, ed oggetti antichi, straordinariamente recuperate con un'attenta opera di restauro. In questi spazi possono essere ospitate, oltre duecentocinquanta persone. Le antiche cisterne romane, collocate nelle vecchie segrete della struttura, offrono l'occasione per degustare i prodotti della fornitissima cantina. Le suites ai piani superiori del palazzo, appartamenti abilmente decorati ed arredati nel rispetto dello stile dell'epoca, possono accomodare oltre cinquanta persone. Al piano nobile, le camere da letto affrescate e lussuosamente arredate, oggetto di un attento recupero, rendono omaggio alla tradizione permettendo di rivivere l'atmosfera degli antichi castelli».

http://www.castellidelazio.com/castellodiroccavelce.htm


ROCCHETTE (castello)

Dal sito www.comune.gallese.vt.it   Dal sito www.comune.gallese.vt.it

«Rocchette è un piccolo lembo di terra distante circa 15 chilometri dal centro urbano di Gallese. Comprende il Castello delle Rocchette, che si presenta alla vista come un adorabile borgo in miniatura, ed una parte dell'omonimo bosco fino alla località 'Pietrini'; il territorio di Rocchette si incunea nel Comune di Magliano Sabina, spezzando la continuità di questo in direzione Nord. Ad Ovest, il fiume Tevere separa il Castello delle Rocchette dal territorio di Gallese, che si trova sulla sponda destra del fiume. Nonostante la notevole distanza geografica, Rocchette appartiene territorialmente al Comune di Gallese. Questa anomalia geo-amministrativa è derivata da fatti che hanno visto contendere il territorio di Rocchette, nei primi anni dell'800, tra la Comunità di Magliano Sabina ed il duca di Gallese Marco Sitico Altemps. Per 13 scudi in più... Il Castello delle Rocchette, sin dal XV secolo, apparteneva alla famiglia Solimani de'Orsini ed aveva una giurisdizione separata da quella della Comunità di Magliano Sabina. Dopo varie vicissitudini, fra cui addirittura una 'guerra' contro Magliano da parte di Giovan Battista Solimani (primi decenni del secolo XVI) nel 1584 il Castello delle Rocchette, con tutti i suoi possedimenti, viene venduto da Alessandro Solimani, indebitatosi all'inverosimile, al cardinale Cesi. Questi lo rimette subito in vendita e tra i papabili acquirenti si fa subito avanti la Comunità di Magliano. Questa però deve fare i conti con un'altro compratore, il potente cardinale Marco Sitico Altemps, feudatario del Castello di Gallese, che, grazie alla sua grande influenza nelle stanze Vaticane, lo acquista in barba alla Comunità Maglianese. Così, Rocchette diventa nel 1585 un feudo del duca di Gallese con una postilla voluta da Sisto V: la giurisdizione sul territorio di Rocchette era del duca, ma il territorio rimaneva nella Diocesi Sabina. Non per altro, l'accatastamento dei beni del duca era nel territorio di Magliano, sede della Diocesi Sabina. Ragion per cui che il cardinale Marco Sitico Altemps versa la 'Dativa' di 13,80 scudi alla Camera Apostolica e non alla Comunità Maglianese; questo a significare che i suoi beni non dipendono da Magliano, ma da Gallese. Ma l'amministratore del duca D'Altemps, certo Settimio Paluzzi, aveva già versato alla Comunità Maglianese i 13,80 scudi per conto del duca. Quindi il 26 dicembre del 1806 il Buon Governo ordina ai responsabili di restituire il denaro della Dativa pagata due volte dal duca d'Altemps alla Comunità Maglianese. Se ciò non fosse avvenuto, il duca d'Altemps poteva accatastare i suoi beni come se appartenessero al territorio del suo feudo, cioè a Gallese. E così avvenne. La Comunità di Magliano non restituì i 13,80 scudi al Duca, anche perché ciò avrebbe significato il riconoscere al duca il diritto di non pagare i tributi al'esattore di Magliano, ed il territorio di Rocchette venne attribuito a Gallese. Come dire, per qualche scudo in più....».

http://www.comune.gallese.vt.it/gallese... (da Guido Poeta, Un feudo scomodo, Edizione Incontri 1995)


Ronciglione (rocca della Rovere)

Dal sito www.viterbotv.eu   Dal sito www.francigenalazio.it

«Un solo accesso naturale portava al centro abitato. Era il punto più debole del sistema difensivo e per questo, vi fu eretta a protezione la mole della rocca. Originariamente fu di proprietà dei Prefetti di Vico. Successivamente fu dei conti degli Anguillara (feudatari di R.) e dei Della Rovere, il cui stemma marmoreo (chiavi decussate e pianta della rovere) campeggia sull'alto delle pareti esterne. Dal 1526 al 1649 fu appannaggio di Casa Farnese che fece della città la capitale di un suo stato incluso poi nel Ducato di Castro e Ronciglione. Il castello risalente all'Alto Medioevo subì alcune sostanziali ristrutturazioni, l'ultima delle quali per mano dell'architetto fiorentino Giovanni Dolci. Su commissione di papa Sisto IV Della Rovere, l'architetto aggiunse tra il 1475 e il 1480 il mastio di forma circolare e le quattro torri d'angolo da cui è derivato certamente l'appellativo popolare "i Torrioni". I mutamenti più importanti a livello strutturale avvennero dopo la cacciata degli Anguillara. Vi soggiornarono eminenti personalità tra le quali è doveroso ricordare papa Paolo III Farnese (i frontoni dei camini infatti, portano incisi il suo nome), i duchi Pierluigi e Ottavio Farnese, i cardinali Alessandro e Odoardo Farnese. Ritornato proprietà della Santa Sede dopo l'infelice guerra di Castro del 1649, il castello fu ceduto nel 1756 in enfiteusi al genovese Girolamo Marè per uno scudo l'anno. Il nuovo proprietario si impegnò ad assicurare ed a migliorare lo stato di conservazione del maniero. Ebbe inizio invece il degrado dell'insigne monumento. Il Marè lo smantellò delle strutture di marmo di cui era riccamente dotato (sembra che una balconata vi corresse all'interno) e lo ridusse ad una "fabbrica di pastume"».

http://www.comune.ronciglione.vt.it/la-citta/la-rocca-i-torrioni.html


San GIOVENALE (ruderi del castello Di Vico)

Dal sito www.lupacchiotti.it   Dal sito www.lupacchiotti.it

«A circa 7 km da Blera una sterrata porta alla zona archeologica di S. Giovenale. L’antica città etrusca sorge su un ripido pianoro tufaceo, difeso naturalmente dalla confluenza di due torrenti e con un solo lato protetto da fossato e mura. A testimonianza della continuità della frequentazione del sito rimangono, lungo i 2 corsi d’acqua, estese necropoli, mentre nel pianoro si trovano gli scavi del borgo etrusco (una delle poche testimonianze dell’architettura civile etrusca con case a blocchi di tufo), i ruderi del Castello, della metà del XIII secolo, dei prefetti Di Vico, ed i resti della chiesetta altomedievale, dedicata al vescovo martire S. Giovenale da Narni. Con molta probabilità la terribile pestilenza del 1476 spopolò quasi completamente S. Giovenale, così come avvenne nel 1348 per le vicine Luni sul Mignone e Piantangeli, definendo l’inizio dell’inesorabile oblio. Del Castello, costruito su resti di mura del IV secolo a.C., oggi rimane la dritta facciata occidentale con le 2 torri sui lati, una parte del muro ad essa collegato a forma di semicerchio e resti del corpo centrale».

http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=I+tesori+del+Lazio&cat=Castelli+e+fortezze&pag=Blera+%28VT%29+-+San+Giovenale...


San Martino al Cimino (palazzo Doria Pamphilj)

Dal sito www.innmare.it   Dal sito www.turismoitalianews.it

«Il Palazzo Doria Pamphilj si trova a San Martino al Cimino, a circa 4 chilometri da Viterbo. San Martino al Cimino è una graziosa località alle porte di Viterbo. Il suo gradevole clima, rinfrescato dalla presenza di fitti boschi, e la posizione geografica con vista panoramica sulla piana viterbese ne fanno un apprezzabile luogo di villeggiatura. L’antico centro medioevale, cresciuto intorno all’abbazia cistercense, è stato riadattato nel XVII secolo in seguito alla costruzione del Palazzo Doria Pamphilj ed è accessibile mediante due porte collegate da una strada che attraversa tutto il piccolo paese. La costruzione di Palazzo Doria-Pamphili, sugli antichi ambienti dell’Abbazia, si deve alla principessa Olimpia Maidalchini (1594-1657) che, intorno alla metà del XVII secolo, affidò all’architetto Marcantonio De Rossi la trasformazione radicale del tessuto urbano di San Martino al Cimino. Il centro urbano fu strutturato con case addossate le une alle altre e schierate in funzione della grande Abbazia e del Palazzo usato originariamente dai monaci e trasformato, in quest’occasione, in un sontuoso palazzo signorile utilizzando materiali provenienti dalla ristrutturazione del palazzo di famiglia in piazza Navona a Roma dove donna Olimpia abitò fino alla morte del cognato, papa Innocenzo X, che le aveva procurato il titolo di principessa di San Martino al Cimino e fatto costruire il borgo. L’imponente costruzione è oggi sede dell’Azienda di Promozione Turistica ed ospita un elegante centro congressuale. Il cantinone, che è la parte più antica del Palazzo ed è diviso da grandi pilastri su cui poggiano le volte cistercensi della primitiva abbazia, è destinato ad attività espositive, mostre, sfilate di moda, concerti, ricevimenti. Il piano rialzato con sei sale didattiche, la réception e la Sala Aldobrandini, costituisce l’ambiente adatto per seminari e corsi di formazione. Il Piano nobile, invece, innalzato su progetto degli architetti della scuola romana facenti capo al Borromini (Spada, De rossi, Marucelli), si articola in una serie di sale per meeting e convegni, con eleganti soffitti a cassettone, che confluiscono nella sala Donna Olimpia impreziosita da un grande camino con raffinate decorazioni. Tutti gli spazi hanno il pregio di una grande luminosità. Dal livello superiore, adibito a comodo spazio per il coffee-break, si può godere di uno spettacolare panorama: dalle ampie finestre lo sguardo spazia dai tetti a coppi delle caratteristiche case a schiera alla piana viterbese e, a perdita d’occhio, al mare. Un comodo ascensore occupa il «vuoto» della ardita scala elicoidale a doppia rampa che collega tutti i piani. Il giardino-cortile viene spesso attrezzato per spettacoli all’aperto, ricevimenti e parcheggio riservato. Nelle immediate adiacenze si aprono la Sala dei Monaci, con volte a crociera, per party e concerti, e la Sala del Granaio, già occupata dal dormitorio dell’abbazia ed oggi un utile spazio per riunioni. Si dice che, all’interno del Palazzo, il soffitto a cassettoni della stanza da letto di donna Olimpia abbia una particolarità comune soltanto ad altri due palazzi in Europa: si può abbassare tramite un sistema di carrucole per ridurre il volume totale della stanza, favorendone il riscaldamento».

http://www.provincia.vt.it/turismo/SchedeDett.asp?Id=49


San Michele in Teverina (castello di Santa Maria)

Foto Lidio, dal sito www.castellosantamaria.it   Dal sito www.festeaziendali.it

«Sui resti di un tempio pagano, dedicato a Giove dardeggiante - il luogo era tanto alto da attirare i fulmini - e le cui colonne si trovano attualmente presso la Casa Comunale di San Michele in Teverina, esisteva un luogo di preghiera che, ai primi del 1400, venne meglio edificato e costituì un eremo per alcuni frati camaldolesi, che lo detennero fino alla metà del 1550. L'antica famiglia del conte Ottaviano, il quale aveva sposato donna Virginia Baglioni che, a sua volta, era imparentata con i discendenti dei Medici, in lotta con i Monaldeschi di Orvieto, ottenne dalla Camera Apostolica di Roma il feudo di Castel di Piero (antico nome di San Michele in Teverina). Pertanto esercitava il diritto di patronato oltre che sul Convento francescano di Santa Lucia, ivi esistente, anche su questo luogo di preghiera detto "Chiesa di Santa Maria in Capisano". Il conte volle donare alla Congregazione religiosa dei Servi di Maria la suddetta chiesa: questa fu da loro ampliata e al tempo stesso venne realizzata la costruzione di un seminario adiacente per accogliere religiosi e laici. La donazione comprendeva anche tutti i terreni confinanti e fu accettata e sancita dal Padre Maestro Francesco, figlio di Francesco Canetali, Provinciale per il suddetto Ordine della Provincia Romana, assistito anche dal Padre Fanti di Todi e dal Priore Gerolamo Milesi di Castel della Pieve, Priore di Santa Maria della Verità a Viterbo. La famiglia Ottaviano, con la donazione, impose alla Congregazione dei Servi di Maria l'obbligo di tenere per i primi due anni nella Chiesa di Santa Maria in Capisano due frati dello stesso Ordine: in seguito avrebbero dovuto mantenere tanti frati quanti potevano vivere con la rendita della medesima chiesa e dei terreni circostanti. Nel 1652, il papa Innocenzo X decretò la soppressione di tutti i piccoli conventi in Italia perché per la scarsezza delle rendite e il ristretto numero dei religiosi questi divenivano case di dissipazione più che di preghiera; inoltre i conventi di campagna permettevano a molti facinorosi di eludere la giustizia. ... Tale stato sì protrasse fino agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, precisamente fino al 1922 ... Il terreno e il fabbricato con l'annessa chiesa di Santa Maria, furono ceduti dalla Diocesi alla famiglia Cesari-Bazzichelli che, a sua volta, lo rivendettero nel 1970 alla famiglia Sarra di Roma e da questa passata alla Società Agricola San Michele in Teverina, attualmente proprietaria, che ha riportato il complesso all'antico splendore. ... Con la recente ristrutturazione dell'ex Seminario (ora denominato Castello di Santa Maria) e della Chiesa, gli attuali proprietari hanno ottenuto dalla Curia Arcivescovile di Viterbo l'autorizzazione all'apertura della stessa al culto dei fedeli».

http://web.tiscali.it/csmaria/csm_lastoria.html


Soriano nel Cimino (castello Orsini)

redazionale

  


Sutri (castello di Carlo Magno)

Dal sito www.comune.sutri.vt.it   Dal sito www.eremonedizioni.it

«La storia del castello di Sutri è molto antica ed è strettamente collegata alla figura dei pontefici romani. Notizie risalgono a prima dell’anno Mille quando viene citato un castrum negli atti di cessione del territorio di Sutri da parte di Liutprando in favore di papa Gregorio II. Sutri fu scenario di fondamentali eventi storici, militari e politici della storia dello Stato della Chiesa. La formazione del potere temporale della Chiesa nel Lazio inizia nell'VIII secolo, con la donazione al papa, da parte del re longobardo Liutprando, del Castello di Sutri nel 729. Luogo di investiture, incontri, concilii. Nell’800 si ricorda lo storico incontro avvenuto a Sutri tra Carlo Magno e papa Leone III prima della solenne incoronazione a Roma. Nel 1046 l’imperatore Enrico III fece eleggere papa Clemente III e nel 1111 vi venne ospitato il celebre concilio tra papa Pasquale II e l’imperatore Enrico V che metteva fine alla lotta per le investiture. Nel 1166 la città venne assediate dalle truppe del Barbarossa in marcia verso Roma. Nel 1244 vi si rifugiò papa Innocenzo IV in lotta con Federico II di Svevia. Il Duecento vide l’ascesa del potere, dopo un breve periodo di dominio durato fino al 1264 dei di Vico, della famiglia degli Anguillara che con Pandolfo si insediò nel paese, auspice la chiesa. Furono con probabilità questi ultimi a trasformare il vecchio edificio fortificato che, secondo tradizione, dovette ospitare l’incontro tra papa Leone III e Carlo Magno. è oggi di proprietà privata».

http://www.castellidelazio.com/castellodisutri.htm


Sutri (centro storico, mura, palazzi)

Mura, dal sito www.passeggiatenellastoria.it   Palazzo vescovile, dal sito www.comune.sutri.vt.it

«...Collegato al sistema di difesa era quello degli accessi alla città, per il quale si pongono alcuni problemi di ordine topografico e cronologico, sia in relazione all'articolazione interna dell'area urbana, sia in rapporto alla rete viaria extraurbana. Occorre, in proposito, ricordare che il tracciato romano della via Cassia correva leggermente discosto dalla città, attraversando prima la zona di fondo valle lungo i costoni tufacei del Colle Savorelli, contrapposto al centro abitato, per salire poi sul Colle Francocci e da qui dirigersi verso nord con un percorso costante di crinale. Lungo questo tratto, dove sono ubicati la necropoli urbana e l'anfiteatro, dovevano staccarsi uno o più diverticoli di raccordo con l'area urbana. Cifre alla Cassia, di primaria importanza erano le vie di collegamento con Nepi, e quindi con l'agro falisco, a est, e quella verso i M.ti Cimini a nord ovest. Sopravvissute in parte e ricalcate dagli attuali tracciati stradali, le vie si collegavano alla città rispettivamente all'estremità orientale e a quella occidentale del pianoro. L'attuale Porta Moroni, al limite ovest del centro storico, occupa con ogni probabilità il sito di un precedente accesso in relazione con l'antica via Cimina, munito forse di un profondo fossato antistante. All'estremità est del lato settentrionale, invece, si conservano i resti, ormai fatiscenti, della Porta Furia, databile al II sec. a.C., che consentiva l'ingresso all'area urbana sia dalla strada proveniente da Nepi, sia da un probabile diverticolo di collegamento con la via Cassia. Dal versante meridionale si sale oggi alla città tramite Porta Vecchia (o Franceta) e, poco più a ovest, dalla lunga cordonata di via Porta S. Pietro. Nella struttura della prima, risultato di più fasi costruttive da rincondurre ai diversi momenti di edificazione e restauro del successivo sistema difensivo (XV e XVI-XVII secolo), sono inglobati grossi blocchi squadrati di peperino, verosimilmente appartenenti ad una porta di età romana, necessaria su questo lato per consentire rapidi collegamenti con il percorso della Cassia. Una porta ad arco semplice, ancora conservato all'inizio del secolo, lungo la salita di Porta S. Pietro e inserita nel circuito murario seicentesco, era forse coincidente, in considerazione della posizione topografica, con un accesso antico.

Del tutto recente, e non sopravvivenza di una porta più antica, deve considerarsi l'entrata orientale all'area urbana da via IV Novembre, che sale con notevole gradiente fino a congiungersi con via XXIV Maggio, dove fino a quaranta anni or sono si apriva la Porta Romana, costruita probabilmente alla fine del XVI secolo o poco dopo, così detta per la posizione in direzione di Roma. L'area urbana, larga mediamente m 200 e lunga m 550, presenta a partire dal sito della chiesa cattedrale, una fascia centrale in piano, che digrada dolcemente verso il margine settentrionale del pianoro, scendendo invece con sensibili salti di quota sul lato opposto. Il forte dislivello esistente tra la parte centrale e il versante sud sembrerebbe suggerire, almeno per questo settore della città, una sistemazione urbanistica a terrazze digradanti, ricavate nella stessa massa tufacea e forse integrate con muri e terrapieni, ad ampliamento delle superfici edificabili. Il tessuto viario, coordinato alla morfologia del luogo, è ancora in parte leggibile nell'organizzazione attuale. Una doppia viabilità longitudinale, che sfruttava la fascia mediana, si può riconoscere nella via V. Veneto - Via Roma, via san Pio V, via Statilio Tauro. Un maggior condizionamento orografico è evidente per la viabilità nord-sud, che non esclude però l'esistenza di assi ortogonali nella parte centrale, con raccordi a quote sfalsate nel settore meridionale. Due di essi delimitavano l'area del Foro, da riconoscere nell'attuale Piazza del Comune. ...

Il nuovo insediamento abitativo, dotato sul lato non munito, verso meridione, di un proprio sistema difensivo con mura e torri, venne così a collegarsi senza soluzione di continuità con l'area urbana più antica. Nell'attuale strutturazione del centro storico di Sutri risulta particolarmente difficoltoso cogliere, nella loro interezza e in una precisa sequenza cronologica, le fasi salienti di evoluzione dell'impianto urbanistico e del tessuto edilizie. Solo singoli episodi, per di più isolati, marcano alcune tappe del percorso storico della città. Lo schema di età romana, almeno nelle linee generali di impianto e proprio per i caratteri fisici del luogo, non dovette subire trasformazioni radicali. Adattamenti, modifiche e cambiamenti furono però attuati in connessione alle mutate esigenze della comunità, divenuta ben presto sede vescovile e, soprattutto, dopo la cosiddetta donazione di Liutprando, centro fortificato della nuova autorità religiosa e politica. Episodio centrale della fase medioevale è la costruzione della chiesa cattedrale, che incise però sulla fisionomia della città più dal punto di vista ideologico e simbolico, che formale ed urbanistico. L'impianto del complesso, infatti, all'estremità sud orientale dell'area urbana, pur ponendosi come polo di attrazione ed elemento direzionale principale dell'organismo urbano, non alterò il tessuto viario precedente, né costituì il punto di partenza di una diversa articolazione topografica o di una nuova razionalizzazione degli spazi edificabili. Gli assi principali sono ancora rappresentati dalla viabilità longitudinale, con una maggiore incidenza del percorso perpendicolare alla facciata della chiesa, oggi solo in parte intuibile nella via san Pio V, obliterato dalla edilizia di completamento del XVII e XVIII secolo. In connessione con l'edificio ecclesiale, ma in rapporto funzionale con le nuove strutture dell'organismo urbano e con il borgo nella valle, è l'asse costituito dall'attuale via Statilio Tauro, che collegava la chiesa con le aree periferiche del versante meridionale della città. è stato più volte rilevato come nella strutturazione del centro storico di Sutri manchino quasi del tutto, se si escludono i complessi ecclesiali, edifici di qualità architettonica rilevante anteriori al XV secolo ed anche spazi urbani fortemente caratterizzati. Questo dato di fatto è stato spiegato con l'ipotesi di una particolare organizzazione della città medioevale che, come si è detto, si estendeva complessivamente su tre speroni tufacei e nella valle interposta. L'organismo così articolato sul piano topografico sarebbe stato impostato anche dal punto di vista politico su poli ben distinti: quello rappresentato dall'attuale abitato, come sede dell'autorità religiosa, e quello costituito dai colli Savorelli e Francocci e dalle zone di fondovalle, come sede del potere laico.

Nella forma e nella qualità dell'organizzazione urbana si rispecchierebbero, dunque, le alterne fortune delle diverse forze di potere. Del sito della città romana l'autorità religiosa fece la propria roccaforte, sino a quando non fu in grado di affermarsi saldamente e definitivamente, con funzioni prettamente difensive, edificandovi simboli più morali che formali del potere della Chiesa. Alla fase di decadimento e di debolezza del papato, che coincide con le lotte per le investiture prima e gli scontri tra le fazioni all'interno del Patrimonio di S. Pietro, poi, si deve assegnare l'affermazione del potere laico, con il potenziamento del borgo, i cui resti seppur minimi quantitativamente, denotano un livello architettonico di notevole rilevanza. Occorre, d'altra parte, sottolineare che i documenti relativi agli avvenimenti di cui la città fu teatro e protagonista, sempre menzionano di Sutri il castello e il borgo. Un'idea dell'importanza e delle dimensioni dell'organismo urbano si ricava, in particolare, da un documento del XIII secolo, riferito da Cencio Camerario, che reca "consuetudinis et lura quae habet dominus Papa in burgo Sutrino". Esso, oltre a ricordare che il borgo occupa la valle tra i pianori e che era luogo di fermata dei pellegrini romei, ne sottolinea la qualità delle attrezzature ricettive (sei ospedali, dodici ospizi, con annesse 15 chiese), particolarmente significative della destinazione funzionale e d'uso delle strutture edilizie. La perdita del castello e del borgo, con l'incendio del 1433, nonostante i tentativi di ripristino da parte di Eugenio IV e Innocenzo VIII, segna irreparabilmente l'avvio della decadenza. La forzata contrazione dell'abitato all'interno di un solo pianoro nel corso del XV secolo rese necessaria la costruzione di un nuovo sistema difensivo; il circuito murario, seguendo l'andamento orografico del colle e potenziando con opere fortificatore di maggiore impegno i punti naturalmente meno muniti, definisce il nuovo perimetro dell'area urbana. All'interno di questa, prende gradualmente forma l'organizzazione edilizia, coordinata all'ossatura viaria, che non sembra subire profonde trasformazioni, ma piuttosto una serie di adattamenti funzionali al reperimento e alla razionalizzazione delle aree edificabili. In particolare, il tessuto edilizie che conserva alcune espressioni architettoniche di un certo rilievo, nel settore occidentale della città, sembra impostato su una maglia abbastanza regolare, che ha come elemento portante l'antico asse centrale longitudinale. ...».

http://www.comune.sutri.vt.it/web/articles.php?lng=it&pg=42


Sutri (Porta Vecchia o Franceta, Porta Moroni)

Dal sito www.latuscia.com   Dal sito www.comune.sutri.vt.it

«Porta Franceta. Era la porta d'ingresso alla parte della cittadina medievale nonchè meta principale dei pellegrini che percorrevano la Via Francigena e giungevano a Sutri come ultima tappa prima di Roma. Gli elementi che la compongono partono dalle murature etrusche, alle fortificazioni romane fino ai bastioni del XV secolo. Sopra la porta (che nel corso dei secoli ha cambiato nome, da Antica Porta della Vittoria, a Porta Franceta e Porta Vecchia) c'è lo stemma cittadino con il saturno a cavallo. L'assetto attuale della porta è stato dato dal cardinale Altieri che la fece sistemare tra il 1453 ed il 1472. ... Porta Moroni. Ingresso da nord della città di Sutri. Porta cinquecentesca, prende il nome dal cardinal Giovanni Morone che ha promosso l’opera in quanto governatore perpetuo di Sutri. La porta con il tunnel è opera recente e risale al 1909 ottenuta sacrificando un piano del palazzo conventuale del monastero della S. Concezione. Restaurata di recente ed illuminata a dovere si presenta come uno stoico guerriero a guardia della Città».

http://www.comune.sutri.vt.it/web/articles.php?lng=it&pg=56 - http://www.comune.sutri.vt.it/web/articles.php?lng=it&pg=136


Sutri (torre degli Arraggiati)

Dal sito www.latuscia.com   Dal sito www.naturainviaggio.it

«È il primo antico edificio che si incontra da Viterbo sull'antico tracciato della via Cassia, anche se ridotto in ruderi. Detta anche Torre di San Paolo, in origine era la torre campanaria dell'omonima chiesa con attiguo convento, che ospitò i frati dell'ordine dei Carmelitani. Questi, provenienti dalla Sicilia e cioè da un luogo assai distante da quello di destinazione, furono per questo motivo denominati localmente come "arrabbiati" che in dialetto siciliano si dice "arraggiati". Eretta tra il XII e il XIII secolo, la torre è a pianta rettangolare, con struttura portante in blocchi squadrati a mano in pietra tufacea e malta di calce e pozzolana. Il suo portale è a triplici archi ogivali acuti e concentrici con nervature multiple poggianti su pilastrini con capitelli a fogliami. Alle spalle del rudere, tra la vegetazione incolta si possono intravedere i resti di cortine murarie, forse relative ad un sistema di difesa che sorgeva nel punto di passaggio della via Cassia la quale attraversava longitudinalmente il soprastante pianoro. La torre è anche una delle ultime tracce dell'antico abitato del borgo medievale di Sutri, messo a ferro e fuoco da Nicolò Fortebraccio nel 1433 e completamente distrutto da un'alluvione nel 1493. Dovevano esservi presenti diversi edifici simili alla torre come chiese, ospizi, pensioni e laboratori artigiani, tra la Porta San Pietro e l'Anfiteatro di Sutri per tutta la lunghezza della vallata».

http://www.naturainviaggio.it/stradedeiparchi/home~nomepagina-archeologia_arte+id-73+id_tappa-30+oldp-tappa+extra.htm


Sutri (torre Fortebracci)

Dal sito www.comune.sutri.vt.it   Dal sito www.comune.sutri.vt.it

«Sutri palesa memorie etrusche e romane ad ogni angolo, mentre della città medievale è rimasto ben poco a causa del rovinoso incendio che distrusse il borgo nel 1433. Uno dei pochi elementi, scampati all'incendio, è proprio una torre inserita sul circuito delle mura basso medievali e che oggi prende il nome da quel Fortebraccio, capitano di ventura, che mise fine alle lotte tra guelfi e ghibellini con il distruttivo incendio. Questa torre del XIII secolo è una delle poche rimaste a Sutri appartenenti alla categoria delle case-torri. Il termine spiegherebbe perfettamente l’uso sia abitativo che difensivo di queste tipiche strutture».

http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=I+tesori+del+Lazio&cat=Rocche+e+torri&pag=Sutri+%28VT%29++La+Torre+Fortebracci


Tarquinia (palazzo Comunale)

Dal sito www.infoshops.it   Dal sito www.informazione.it

«Di stile romanico, con elementi che preludono al gotico, venne edificato nel secolo XIII sopra il tracciato della vecchia cinta muraria quando questa si era allargata verso sud a comprendere nuclei urbani edificati intorno ai compiessi monastici già esistenti, Si sviluppa orizzontalmente presentando sul retro, nella via di San Pancrazio, un corpo massiccio a tre piani mosso da una serie di arcate a tutto sesto, cieche, poggianti su pilastri. Le finestre del secondo piano furono realizzate, a seguito della radicale ristrutturazione dell'edificio nel secolo XVI, chiudendo le preesistenti bifore con arco a tutto sesto delle quali rimangono tracce nella muratura. Un grande arco ogivale che passa sotto l'intero edificio congiunge via San Pancrazio alla Piazza del Comune sul quale si affaccia il fronte principale che, seppur strutturalmente omogeneo, è in realtà composto da due corpi di fabbrica contigui che, fin dal secolo XIV, vengono indicati come Palazzo del Podestà, dove risiedeva appunto il Podestà con poteri giurisdizionali e militari e Palazzo dei Priori, dove risiedevano il Gonfaloniere, il Capitano dei Cinquecento ed i Consoli ai quali spettava il potere amministrativo. Come quello posteriore, il fronte principale presenta una serie di arcate a tutto sesto che un tempo incorniciavano bifore, chiuse nel XVI secolo, sostituite da finestre. La loggia della quale si ha notizia sin dall'anno 1366, era originariamente priva della scala di accesso esterna e della copertura: la scalinata, impostata su due grandi archi rampanti, in origine a sesto rialzato, venne realizzata nel XIV secolo, mentre la copertura è documentata a partire dalla metà del XVI secolo. La torre civica ed il corpo di fabbrica ad esso contiguo, verso nord, costituisce la fase saliente degli interventi. II portone principale dell'edificio e posto all'estremità destra di questo. A meta della prima rampa di scale si apre un piccolo chiostro dove un tempo era situata la cisterna dell'acqua ad uso del palazzo. Le pareti della sala che si apre al termine della scalinata, un tempo adibita ad aula consiliare, sono coperte di affreschi, databili intorno ai secoli XVI e XVII, con scene e personaggi che si riferiscono ad episodi salienti della storia Cornetana. Nell'attuale sala consiliare, che venne utilizzata dal XVII secolo sino ai primi anni del '900 come teatro comunale, si notano, in alto sulla parete di fronte all'ingresso, tracce di un affresco rappresentante la crocifissione, databile al secolo XIV. Alle pareti si trova collocata una serie di tele dipinte dal celebre Maestro cileno Sebastian Matta e un affresco del XV secolo, proveniente dal Convento Agostiniano di San Marco».

http://www.comune.tarquinia.vt.it/pagina3344_il-palazzo-comunale.html


Tarquinia (palazzo dei Priori, palazzo del Marchese)

Palazzo dei Priori, dal sito www.lextra.info   Palazzo del Marchese, dal sito www.infoshops.it

«Palazzo dei Priori e il Museo della Ceramica in Via delle Torri. Palazzo dei Priori è uno dei complessi medioevali più caratteristici di Tarquinia, da alcuni ritenuto l'antica sede del governo cittadino prima che fosse costruito l'attuale Palazzo Comunale. Eretto nel XII secolo con l'accorpamento di fabbricati già esistenti, ha la struttura di una massiccia e inespugnabile fortificazione con le alte torri poste su ogni lato. Il Museo della Ceramica, allestito nel dicembre 1993 dalla Società Tarquiniense di Arte e Storia, espone reperti dalla collezione "Giuseppe Cultrera". La Mostra raccoglie inoltre produzioni locali e reperti provenienti da altri centri italiani e stranieri, dal XIII al XVIII secolo. I pezzi esposti testimoniano la vita quotidiana in epoche diverse, l’importanza economica rivestita da Corneto nei secoli, i suoi rapporti e gli scambi commerciali con altri centri, le tecniche di produzione dei vasai del luogo, e delle vicine città quali Tuscania, Viterbo, Orvieto o di altre più lontane quali Roma, Deruta, Bagnoregio, Castro, Montelupo e della Liguria. Palazzo del Marchese. Magnifico edificio con bella corte interna a loggiato con un pozzo centrale».

http://www.etruscanplaces.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=231:tarquinia


Tarquinia (palazzo Vitelleschi)

Dal sito http://giornale.ilsettimosenso.com   Dal sito www.sdamy.com

«Autentico capolavoro architettonico del Rinascimento con elementi in stile gotico e catalano, venne realizzato per volontà del cardinale Giovanni Vitelleschi tra il 1436 ed il 1439 su progetto di Giovanni Dalmata. II palazzo appartenne alla nobile famiglia, senz'altro la più insigne tra quelle che, tra alterne vicende, dominarono la vita politica, economica, sociale e religiosa di Cometo, sino al XVII secolo, allorché, ritiratisi definitivamente a Roma, gli ultimi eredi posero in vendita tutti i loro beni. Il palazzo venne posto all'asta nel 1892, a seguito del fallimento dell'ultimo proprietario, il conte Soderini, e comprato dal Comune che in seguito lo cedette allo Stato. Attualmente ospita il Museo Nazionale Etrusco, considerato tra i più importanti d'Italia. Il portone principale sulla piazza Cavour immette in un arioso cortile a pianta trapezoidale il cui lato di fondo e quello destra sono caratterizzati da un porticato a duplice ordine ad arco acuto con decorazioni bicrome in macco e nenfro. Nel mezzo del cortile si trova un pozzo ottagonale, sul cui lato posto verso l'ingresso, è scolpito in bassorilievo lo stemma dei Vitelleschi. In due ambienti posti al pianterreno, immediatamente a destra dell'ingresso al cortile sono stati collocati importanti sarcofagi, preziosi documenti della scultura funeraria del lII-I secolo a.C. tra i quali, notevoli, quello di Laris appartenente alla famiglia Partunus, quello di Velthur, anch'esso della famiglia Partunus, e quello dell'Obeso. Nella saletta a fianco si trovano i sarcofagi di membri delle famiglie Pulena e Camna.

Al primo piano è esposta una ricca collezione di reperti, dal periodo villanoviano a quello romano, che documentano l'evoluzione della pittura vascolare greca ed etrusca nelle sue varie forme. Di notevole bellezza il corredo della tomba del vaso di Bocchoris (VII-Vl secolo a.C.), i vasi greci a figure nere del VI secolo a.C. la famosissima coppa dipinta con raffigurazioni delle massime divinità greche, il calice plastico di raffinata arte ionico-attica a testa di giovinetta ed una bellissima coppa con le figure di Elena e Priamo. Al secondo piano sono collocate la cappella e l'anticappella, con interessanti affreschi del ciclo delle Storie di Lucrezia, databili al XV secolo. Nella sala, interamente restaurata e aperta al pubblico dal gennaio 2002, si può visitare l'esposizione "Tarquinia Etrusca: una nuova Storia" che accoglie l'elegante scultura fittile dei cavalli alati, famosa in tutto il mondo, rinvenuta nel 1936 nella località denominata Ara della Regina, e facente parte della decorazione del frontone del tempio dell'Acropoli. Adiacente all'anticappella si trova la magnifica Sala delle Armi, da cui si gode di uno splendido panorama, utilizzata per mostre e convegni. Sotto il loggiato è collocato lo splendido monumento funebre del 1500 appartenente ad Aurelio Mezzopane, traslato in questa sede dopo la sconsacrazione della vicina chiesa di san Marco. In fondo al loggiato, sulla sinistra sono state collocate le pitture di quattro tombe (delle Bighe, del Triclinio, delle Olimpiadi, della Nave), provenienti dalla Necropoli di Montarozzi, distaccate per motivi di conservazione».

http://www.comune.tarquinia.vt.it/pagina3218_il-palazzo-vitelleschi.html


Tarquinia (rocca di Corneto, torre quadrata)

Dal sito www.futouring.it   Santa Maria in Castello e la sua torre, dal sito www.viterbotv.eu

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)   Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)

«La mura della rocca inglobano e fanno parte del grande e monumentale perimetro in pietra calcare delle mura urbane, lunghe oltre 3 km, datate al XI-X secolo e che cingono ancora oggi quasi tutto il vecchio abitato. Nella seconda metà dell’XI secolo Tarquinia, anticamente chiamata Corneto, entrò per breve tempo nell’orbita dei possedimenti controllati dalla contessa Matilde di Canossa che promosse la costruzione di una prima fortificazione. Nel 1245 il circuito murario resistette egregiamente agli assedi portati dalle truppe di Federico II prima e poi dei romani nel 1283. La rocca sorge nella parte nord occidentale dell’abitato, dal quale è separato per mezzo di un sistema di porte e passaggi a sguincio. Le mura presenti lungo il perimetro esterno hanno altezza e spessore variabile e merlature guelfe. si segnala un torrione circolare a scarpa con avanzi di beccatelli e caditoie che forse doveva essere la fortificazione eretta da Matilde di Canossa. Lo spazio che si apre all’interno delle mura è estremamente irregolare e segue le linee di pendio dell’altura. All’interno del recinto murario sorge la bella chiesa romanica di santa Maria in Castello, costruita su più antiche preesistenze, nel 1121. La chiesa è a tre navate divise da pilastri ed è ornata da un ciborio del 1166, da resti di un pavimento cosmatesco e da un pergamo datato al 1209, l’anno dopo della consacrazione della chiesa. Al lato della chiesa si erge solenne ed isolata un’altissima torre a base quadrata».

http://www.castellidelazio.com/castelloditarquinia.htm


Tarquinia (porta, torre portaia della Maddalena o di Dante)

Dal sito www.americacallsitaly.org   Dal sito www.turismoqr.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)   Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)   Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)   Foto di Vito Cassano (https://www.facebook.com/profile.php?id=100006252105008)

«La porta e la torre portaia della Maddalena prendono il nome dalla chiesa parrocchiale adiacente, non più esistente. La torre è nota anche come torre di Dante; dopo l'Unità d'Italia fu denominata porta Romana. Inserita nelle mura già costruite, è stata realizzata in tre fasi (sec. XVII-XVIII): la prima raggiunge l'altezza del muro adiacente, la seconda (1453 ca., sotto Nicolò V, del quale è in opera lo stemma) arriva a tre quarti dello sviluppo totale, la terza caratterizzata da pietra più chiara, presenta merli e beccatelli. La porta a sinistra (1563-64, arch. F. Laparelli sotto Paolo V) sostituì quella originale, a struttura a baionetta e collegata alla lizza; a destra un varco (aperto nel 1860 da F. Dasti) e in asse con la torre portaia interna non terminata».

http://www.turismotarquinia.net/archivio6_tarquinia-turismo-luoghi-e-strutture_0_326_29_2.html


Tarquinia (torre del Castellaccio)

Foto di tanaquilla, dal sito www.panoramio.com   Foto di tanaquilla, dal sito www.panoramio.com

«Sant’Agostino è una caletta posta al riparo di un capo roccioso, con una pineta alle spalle. Il porticciolo era difeso dalla torre Bertalda, oggi distrutta. Torre del Castellaccio, eretta nel XIV secolo, aveva un recinto fortificato di cui restano solo parti delle mura, e controllava gli approdi sull’Arrone».

http://www.etruscanplaces.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=231:tarquinia


Torre Alfina (castello Monaldeschi Cahen)

Dal sito www.settemuse.it   Dal sito www.residenzedepoca.it    Dal sito www.prolocotorrealfina.it

«Il borgo di Torre Alfina si sviluppa intorno al castello da cui ha avuto origine. Si deve a Desiderio, ultimo re dei Longobardi (756-774), la costruzione della torre centrale, detta del cassero. In seguito sembra che uno dei fratelli di Carlo Magno, sceso in Italia verso 809 si stabilisse ad Orvieto dando origine alla famiglia Monaldeschi che prese il controllo di molti castelli della zona ed estese il suo potere anche su Torre Alfina, almeno fino al 1314, anno in cui la famiglia rivale dei Filippeschi, di parte ghibellina, li costrinse ad abbandonare il territorio dell'Alfina. Ma le numerose lotte tra le due famiglie portarono di nuovo i Monaldeschi al potere e nel 1316 la famiglia di origine tedesca conquistò il controllo su tutte le terre e castelli dell'orvietano. Intorno alla metà del XV secolo, il castello fu improvvisamente assalito da Antonio Colella, detto il "Ciarpellone", capitano del futuro duca di Milano Francesco Sforza e quando Aluisi di Luca Monaldeschi della Cervara seppe che l'espugnatore intendeva distruggere la torre del cassero, gli offrì di riscattarlo, come riportato nei capitoli del contratto che attestano del pagamento di 200 scudi d'oro. Il XVI secolo fu un periodo di relativa quiete, eccezion fatta per i saccheggi compiuti nella zona dal napoletano Fabrizio Maramao durante l'assedio di Roma del 1527. Egli espugnò il castello ma non riuscì a prendere il cassero, difeso strenuamente dalla gente di Trevinano, schierata con la popolazione di Torre Alfina. Degno di menzione in questo periodo è Francesco Sforza della Cervara il quale in veste di capitano, combatté in Germania mandato dal papa Paolo III in aiuto di Carlo V. A lui si devono, come sappiamo dai Comentari historici scritti dal fratello Monaldo, i restauri e gli abbellimenti apportati al castello. Nel XVII secolo Giovanni Monaldeschi, scudiero e favorito della regina di Svezia, dopo l'abdicazione della sovrana, l'accompagnò nei suoi viaggi in Europa. Estinta la casata dei Monaldeschi, il castello passò in eredità ai marchesi Bourbon del Monte, insieme a quello di Trevinano, fino al 1881 quando fu acquistato e salvato dalla rovina ad opera del marchese Edoardo Cahen che nel 1882 iniziò i lavori di restauro ma morì prima di terminarli e fu sepolto, per sua volontà nel bosco del castello in un suggestivo mausoleo di stile neogotico. Il figlio Rodolfo continuò l'opera di ristrutturazione intrapresa dal padre. Su progetto dell'architetto senese Giuseppe Partini, ripristinò le forme medievali e acquistò durante i suoi frequenti viaggi nelle metropoli europee tesori artistici quali statue, quadri e arazzi per abbellirne le sale. Morto anche Rodolfo, il castello fu da lui stesso lasciato in eredità ad un suo governatore e da allora fu più volte venduto dai proprietari sino ai nostri giorni».

http://www.comuneacquapendente.it/info-turistiche/le-frazioni


TREVINANO (castello Boncompagni Ludovisi)

Dal sito www.boncompagniludovisi.com   Dal sito www.boncompagniludovisi.com

«Piccolo centro di probabile origine etrusca, Trevinano si trova a circa 15 Km a nord del capoluogo. Dopo il 396 a.C. passò sotto Roma, ma non si hanno notizie fino a tutto l'alto medioevo. è probabile che il centro abitato originariamente fosse in località Castelluzzo e che e che l'odierna collocazione sia di epoca carolingia. Il primo documento che riporta il nome Trevinano risale al gennaio 1073 ed è un atto di donazione al monastero del SS. Salvatore sul monte Amiata. Il piccolo centro subì per tutto il medioevo la sorte dei vari signori che ne divennero proprietari. Ricordiamo il dominio dei Visconti di Campiglia fino al 1327 e dei Monaldeschi del ramo della Cervara dal 1327 al 1592. Infine fu diviso dalla Camera Apostolica tra la famiglia Simoncelli e gli eredi dei Monaldeschi. Nel 1687 la Camera Apostolica entrò in possesso di tutto il territorio riunificato e cedette il borgo in feudo ai Bourbon del Monte. Da questo momento, la storia di Trevinano sarà sempre più intrecciata con quella di Acquapendente e in generale con quella dello Stato Pontificio. Il Castello, di particolare rilievo dal punto di vista storico-architettonico, ancora oggi reca sul portale lo stemma dei Monaldeschi della Cervara. Le prime scarse notizie risalgono alla metà del XII secolo Attualmente il castello appartiene ai Boncompagni-Ludovisi, dopo essere stato per circa 300 anni di proprietà della famiglia Bourbon del Monte».

http://www.comuneacquapendente.it/info-turistiche/le-frazioni


Tuscania (mura)

Dal sito www.futouring.com   Dal sito www.laterrazzadituscania.it

«Una prima cinta muraria fu costruita in epoca etrusca, a protezione dell'originario insediamento abitativo. Nei secoli successivi, il sistema difensivo subì varie modifiche in epoche diverse, tanto da cambiare sia lo sviluppo perimetrale che l'ubicazione stessa. In epoca medievale, infatti, la città andava sviluppandosi in zone diverse da quelle del primitivo nucleo abitato, portando quindi alla necessità di proteggere l'area su cui si stava sviluppando la città durante quel periodo. Proprio durante il Medioevo, andò definendosi quello che sarebbe stato il perimetro murario definitivo a difesa del centro cittadino, lungo il cui decorso venne ulteriormente fortificato da torri di avvistamento che si elevavano oltre la vetta della cortina muraria per svolgere al meglio le funzioni difensive. La fortificazione medievale della cerchia muraria si verificò prevalentemente quando Tuscania era controllata dagli Aldobrandeschi, che lasciarono testimonianze del loro dominio nei vari centri della loro contea, ben identificabili con imponenti architetture militari. Tuttavia, le mire espansionistiche dello Stato della Chiesa verso nord, il cui confine si trovava a brevissima distanza dalla città, esponevano la stessa Tuscania e le sue strutture difensive alla possibilità di assalti. Durante il Quattrocento, furono condotti due assedi, prima dalle truppe del cardinal Vitelleschi e poi da quelle di Carlo VIII di Francia: durante questi attacchi, furono gravemente danneggiate sia le porte di accesso che le torri di guardia, oltre ad alcuni tratti della cortina muraria. In epoca post-cinquecentesca, iniziò la ricostruzione dei tratti di mura demoliti e la ristrutturazione di alcune strutture danneggiate che potevano essere recuperate. Questa lunga opera di riqualificazione della cinta muraria portò alla ridefinizione della cerchia, tranne una porzione attorno ad un colle che costituisce tuttora una soluzione di continuità del perimetro murario.

Le Mura di Tuscania presentano un perimetro di forma poligonale irregolare, che si sviluppa interamente attorno al nucleo medievale della città, giungendo in prossimità dei resti della primordiale cerchia etrusca nella parte sud-orientale del perimetro murario. I resti delle mura etrusche sono visibili in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore e della chiesa di San Pietro: si presentano sotto forma di blocchi poligonali di tufo, tipici del periodo tardoetrusco. Anche la cerchia medievale si presenta prevalentemente costituita da cortine murarie in conci di tufo, lungo le quali restano alcune strutture fortificate riconducibili alle antiche torri di avvistamento, come la Torre di San Marco presso l'omonima porta ed i più imponenti ruderi del Castello del Rivellino, paragonabile alle coeve rocche aldobrandesche che caratterizzano altri centri controllati in epoca medievale dall'omonima famiglia. Le cortine murarie presentano alcuni tratti coronati da merlature sommitali, soprattutto in prossimità dell'antico castello, mentre le torri di avvistamento si presentano generalmente a pianta quadrangolare se risalenti al periodo medievale e a pianta semicircolare o circolare se erette dall'epoca rinascimentale in po».

http://www.laterrazzadituscania.it/le-mura-di-tuscania.html


Tuscania (ruderi della rocca Comunale o del Rivellino)

Dal sito www.vivituscania.it   Dal video www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YuGwfm6O364

«L’antico palazzo comunale di Tuscania è detto Palazzo del Rivellino poiché, in passato, rappresentò quasi una "fortezza avanzata". Fu innalzato durante il cosiddetto “decennio ghibellino” (1253-1263): si presentava come una costruzione fortificata, costituita da un palazzo, un cortile interno e una piazza d’armi, e realizzata sulle fondazioni di due grandi torri quadrate (datate nel XII-primi XIII secolo) appartenenti ad un primitivo palazzo di proprietà privata ma già utilizzato dal comune nella prima metà del 1200. Il palazzo fu sede del Consiglio e del Priore e, verso la fine del XIII secolo, diventò residenza del Podestà; già alla fine del XIII secolo il Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia e la sua Curia trascorrevano l’inverno all’interno del palazzo pubblico di Tuscania. Nella metà del XIV secolo il complesso subì un’ulteriore ampliamento con la realizzazione di una recinzione fortificata esterna e di una cinta muraria delle sperone roccioso: in tal modo venne realizzata una piccola rocca forse voluta dal governo papale dopo che Giovanni di Vico riconquistò Tuscania nel 1348. Nel 1493, a causa del degrado dell’edificio, il Podestà venne trasferito in altra sede e alcuni anni dopo il sacco della retroguardia di Carlo VIII venne completamente abbandonato. Oggi il palazzo si presenta interamente distrutto fatta eccezione per il solo muro meridionale, caratterizzato da merlature ghibelline e da un camminamento perimetrale superiore al quale si accede tramite una torretta circolare su mensola (unico esempio del genere presente nel Centro Italia). Ormai da molti anni sul colle del Rivellino sono installate delle sculture sonore, le “Arpe eoliche”, opera dell’artista Mario Ciccioli».

http://www.turismotuscania.it/tuscania_tour/4/i_ruderi_del_rivellino


Tuscania (ruderi di Castel Cardinale)

Dal sito www.exploretuscia.com   Dal sito https://illaziodeimisteri.files.wordpress.com

«Sperduto nel solenne entroterra della Maremma laziale a dominare da un promontorio la piana circostante, si scorge da lontano, rivelandosi per le sue mura rossastre incornate da alti pini, Castel Cardinale è uno dei castelli perduti del Lazio più affascinanti e struggenti. Il maniero rientra in quell’articolato complesso di fortilizi che costellavano la grande pianura che si estende fra Viterbo, Tuscania e Tarquinia, un territorio ondulato e frastagliato, morfologicamente poco controllabile che richiedeva pertanto la presenza di numerosi baluardi al fine di impedire scorrerie e facili penetrazioni di eserciti ostili. Quasi assenti sono le fonti documentali a suo carico e pochissimo si conosce delle sue origini. La collina dove sorge l’edificio, data la presenza di grotticelle, fa pensare ad un sito di matrice etrusca o addirittura villanoviana. Il toponimo “cardinale” sembra invece risalire la fatto che il castello fu di proprietà di una famiglia di rango, oppure a quell’Egidio Albornoz che tanta influenza seppe esercitare sulla zona. Secondo altri il castello prenderebbe il nome dal cardinale Parnens, Rettore del Patrimonio di San Pietro, che vi dimorò nel 1265. È molto probabile comunque che si sia trattato di un classico castrum longobardo di fondazione altomedievale. Fece parte dei castelli fedeli a Toscanella e risulta diruto già nel 1433. Realizzato in blocchi di tufo bruno su base arenacea, ai locali è noto anche come “Castello del Marchese”, poiché era compreso in un antico possedimento nobiliare. Si eleva a protezione di un piccolo fosso che scorre quasi parallelo alla Strada Chirichea. La sua peculiarità è di non essere stato edificato sull’orlo di una rupe ma sul sommo di una collina. L’aspetto attuale del castello, a pianta irregolare con porzione semicircolare, sembra il risultato di successivi rimaneggiamenti che lo accomunano ad altre soluzioni di matrice tuscanese risalenti ai secoli XII e XIII. Al suo interno si osservano innalzarsi spezzoni di muratura alti e possenti e questo fa supporre la presenza di un maschio centrale. Nulla è rimasto invece degli altri edifici. Meglio conservate risultano invece le mura perimetrali, dalle quali spicca lo splendido torrione affianco alla porta di accesso.

Non si può escludere che il castello sia stato adibito per un determinato periodo alla funzione residenziale e l’ipotesi potrebbe trovare conferma dall’osservazione degli avanzi dei vani interni. La sua decadenza coincise con ogni probabilità con l’epoca rinascimentale dell’inizio del XV secolo, periodo in cui in Tuscia lo sviluppo architettonico si concentrò nei borghi e nelle città, lasciando abbandonati inutilizzati i fortilizi sparsi nelle campagne. Castel Cardinale può essere raggiunto da Viterbo, seguendo le indicazioni per Tuscanica. Imboccando la Via Tuscanese. Dopo alcuni chilometri, all’altezza di un caseggiato con ristorante sulla destra, si volta a sinistra per la strada sterrata Chirichea. Si procede dritti lasciando un a destra immediatamente un bivio che porta a una fattoria, poi si passa sotto a un elettrodotto, si superano vaste coltivazioni e si giunge ad un punto in cui si fronteggiano due filari di pini che conducono ad altrettanti casali rossi. Si segue la stradiola a sinistra che, pur presentando il cartello “proprietà privata” è accessibile a tutti , si oltrepassa la casa rossa e si inizia a scendere, costeggiando stalle e fienili. Poi appaiono sulla destra ampie recinzioni per il bestiame, si oltrepassa un varco nel recinto, si scende sulla sinistra e finalmente si arriva in vista del rudere, che si raggiungerà a piedi».

http://www.italiainsolita.com/joomla/2013-10-15-21-40-53/castlazio/17-castel-cardinale


Valentano (rocca Farnese)

Dal sito http://giornale.ilsettimosenso.com   Dal sito www.canino.info

«Secondo le notizie storiche conosciute il Castello di Valentano sorse, come struttura difensiva, attorno al 1053. Si può pensare che a quell'epoca una cinta muraria racchiudesse un forte con torre, la chiesa dedicata a San Giovanni e le prime case. La guerra tra Orvieto e Viterbo portò a una serie di distruzioni e di ricostruzioni del castello fino al fuoco che, nel 1252, come narra la tradizione, in parte bruciò il paese che venne salvato da Sant'Agata, protettrice dagli incendi. Il Castello di Valentano, a partire dal torrione ottagonale, fu riedificato, nel 1296, su preesistenti costruzioni difensive medievali. Nel 1327, sotto Ludovico il Bavaro, il paese e le mura di Valentano subirono gravi danneggiamenti e ancora danni vennero causati dalle truppe del prefetto Giovanni Di Vico di Viterbo nel 1350. Anni di pace per il nostro Castello iniziarono con l'arrivo dei Farnese che presero possesso del Castello nel 1354, al tempo del cardinale Albornoz, durante la presenza dei papi ad Avignone. Successivamente divennero signori di Valentano e degli altri centri confinanti. Il Castello venne abitato dai Farnese in modo più assiduo verso il 1400 allorché venne ristrutturata una parte del monumento ed edificata la torretta rotonda, posta verso levante. Ancora diversi lavori vennero eseguiti verso la fine del 1400 allorché si realizzò il cortile d'amore per le nozze di Angelo, figlio di Pier Luigi il Seniore e Lella Orsini di Pitigliano, celebrato nel 1488. I pregevoli capitelli sono opera di un certo Lorenzo, scalpellino di Firenze. Il cortile parla di questo matrimonio attraverso l'unione degli stemmi delle due famiglie e dell'allegoria della fioritura del giglio farnesiano che appare sui capitelli del colonnato inferiore. Successivamente altre trasformazioni avvennero al tempo del matrimonio di Pier Luigi Farnese, junior, con Gerolama Orsini nel 1519, con interventi di Antonio da Sangallo il Giovane (come appare nella vera del pozzo in travertino posto su di un lato posto del cortile, in alcuni elementi come portali, stipiti di finestre e, soprattutto, nel monumentale camino collocato nella superiore "Sala Ducale").

Furono questi gli anni più belli della vita del Castello perché vi nacquero personaggi importanti come: Alessandro e Ranuccio, futuri cardinali, i duchi Ottavio e Orazio e Vittoria, duchessa d'Urbino. Nel 1534 Alessandro Farnese venne eletto papa con il nome di Paolo III. Fu lui a voler costruire la grande loggia, con undici archi superiori, in tufo e mattoni verso ponente, che per questo si chiama Loggia di Paolo III. Pier Luigi, nel 1537, divenne Duca di Castro e, nel 1545, di Parma e Piacenza. Il Castello venne abitato ancora dalla duchessa Gerolama Orsini e dal figlio il cardinal Alessandro Farnese, che fece costruire una grande scalea affrescata per salire verso i propri appartamenti. I Farnese furono costretti ad abbandonare il Castello di Valentano nel 1649, dopo la guerra con lo Stato della Chiesa e la distruzione di Castro, capitale del Ducato. Il monumento venne dapprima utilizzato come granaio e prigioni della Comunità di e, quindi, adibito dal 1731 a Monastero di Suore Domenicane che trasformarono il castello in varie parti e, soprattutto, costruirono una Scala Santa nell'antica scalea di Alessandro Farnese. Durante il periodo risorgimentale un'ala del Castello ospitò una guarnigione di Zuavi, soldati francesi mandati a Valentano da Pio IX per combattere i Garibaldini (dal 1867 al 1870). Quando, verso il 1930, le suore del Monastero vennero trasferite a Gubbio, il Comune destinò il castello ad ospitare le scuole elementari e quindi alcuni ambienti vennero utilizzate come abitazioni. Il Castello, abbandonato nel 1957, è stato restaurato a partire dal 1979. Oggi è sede della Biblioteca (dal 1989) e del Museo della Preistoria della Tuscia, inaugurato nel 1996».

http://www.valentano.org/larocca.htm (a cura di Romualdo Luzi)


Vasanello (castello Orsini Misciattelli)

Dal sito www.trekearth.com   Dal sito www.comune.vasanello.vt.it

«Sulla piazza principale di Vasanello, a protezione dell'antico borgo, si innalza austero il castello baronale. Sino al 1885, il suo "maschio" (il Torrione, alto circa 18 mt.), era unito alla torre d'angolo quadrata (ora campanile della Chiesa di S. Maria), dalle mura castellane (il "Muraglione), percorribili entro il loro spessore da un camminamento aperto. Lungo queste mura difensive, in prossimità del "Torrione", si apriva la porta d'ingresso principale del paese, sopra la quale spiccava un dipinto rappresentante il Protettore S. Lanno. Il Castello è costruito in tufo, ha forma rettangolare, ed i suoi angoli sono difesi da quattro torri cilindriche. I coronamenti merlati, sia delle torri che delle mura perimetrali, attualmente coperti a tetto, sono a balzo su archetti sostenuti da barbacani in peperino. Tanto le torri quanto le mura sono rafforzate da scarpate, al termine delle quali corre un cordone che cinge il torrione e si estende lungo tutta la parte meridionale del castello. Il fossato era scavato lungo tutto il margine esterno del castello, e davanti all'ingresso principale, ai piedi del grande portone in ferro chiodato, sul cui architrave di peperino spicca lo stemma dei Della Rovere (una quercia con le lettere I. R. lì collocato agli inizi del 1500, in occasione del matrimonio tra Nicola Della Rovere e Laura Orsini), sono ancora visibili i cardini del ponte levatoio. Il castello, che attualmente si presenta in forma maestosa , è stato costruito in epoche diverse, seguendo l'evoluzione militare della difesa e, in tempi più recenti, vi sono stati aggiunti i necessari accessori per la dimora dei baroni. Il primitivo nucleo del castello doveva essere un semplice bastione che si elevava non oltre l'attuale primo piano ed insieme alle mura di cinta ed alla torre quadrata (attualmente Campanile) faceva parte di tutto un sistema difensivo all'ingresso del vecchio borgo. L'evoluzione dell'antico bastione ha richiesto un lunghissimo spazio di tempo, dall'epoca Etrusco-Romana, in cui esso veniva innalzato, fino agli inizi del 1500, in cui fu terminato in occasione del matrimonio tra Nicola Della Rovere e Laura Orsini. La storia del Castello è la storia di Vasanello. Nel 1278, Orso Orsini si impadronì di Basanello (antico nome di Vasanello), Palazzolo, e Colle Casale, e li tenne sino al 1882, finché Martino IV lo costrinse a restituirli in quanto questi castelli erano sotto la sovranità della S. Sede. ...

Al principio del 1900 i beni di Bassanello passarono alla Banca d'Italia e da questa alla locale Università Agraria. Il castello fu invece acquistato nel 1907 da Monsignor Luigi Misciattelli. Prefetto dei Palazzi Apostolici, il quale iniziò subito il restauro di questo monumento medioevale con gusto e competenza artistica. Il grande portone d'ingresso del castello, immette nel cortile, non molto grande, pavimentato con mattoni rossi disposti a spina di pesce. Sul lato sinistro un bellissimo pozzo in peperino di epoca rinascimentale, sul lato destro si sviluppa la scala esterna (a profferio) che conduce ai piani superiori, poggiante nel lato centrale sopra due archi sostenuti da un pilastro esagonale. Dall'apertura degli archi si accede al piano terra nella sala d'armi, dove ancora esistono i sedili perimetrali in peperino, ed i lampadari in ferro battuto dell'epoca e nella parte centrale si apre un grandissimo camino cinquecentesco in peperino. Il piano terra è caratterizzato da piccole porte con gli stipiti arrotondati alla sommità e corridoi lunghi e stretti. Bellissimi anche i soffitti a cassettone decorati con varie fantasie geometrico-floreali. Da una porticina, che si apre sul cortile, in fondo alla grande torre, si accede alla prigione, appena illuminata da una finestrella con inferriata, che presenta un'interessante caratteristica: una fessura per passare il cibo. Le pareti della prigione sono affrescate con figure di guerrieri, scene di uccisione e simboli della religione cristiana eseguiti da prigionieri. Le porte del primo piano sono di stile cinquecentesco, come pure il fregio di squisita fattura che corre sotto il soffitto del salone, tutto ciò a confortare la tesi che in quel secolo il primo piano subì adattamenti e restauri. Sopra l'architrave della porta esterna del secondo piano, è scolpito un nome: LAURA. è il ricordo di Laura Orsini, figlia di Orsino Orsini e Giulia Farnese, che come sopra accennato, nel 1505 si unì in matrimonio con Nicola Della Rovere, nipote di Giulio II. Ai Della Rovere si deve lo "Statuto di Bassanello", manoscritto su carta menbranacea dlla prima metà del secolo XVI con firme autografe di Laura, Nicola e Giulio Della Rovere, che è il primo compendio organico delle leggi per la "Terra di Bassanello", attualmente conservato in Comune. Da citare tra gli ospiti illustri del castello il Duca Valentino (Cesare Borgia), che ha tenuto per un certo periodo una non indifferente guarnigione di soldati e sua sorella Lucrezia Borgia (amica intima di Giulia Farnese)».

http://www.vasanello.com/Il%20castello.htm


VASANELLO (centro storico)

Dal sito www.vasanello.com   Dal sito www.vasanello.com

«Vasanello sorge su altopiano tufaceo, posto alla confluenza di due fossi; a quindi una pianta triangolare ed è ai due lati circondato da profondi dirupi, mente il terzo lato si apre su una campagna pianeggiante. E qui, dove erano carenti le difese naturali, i nostri antichi concittadini avevano scavato un profondo vallo che congiunge i due burroni laterali, ed eretto alte e possenti mura. Lo Stretto e lo Steccato, ai due lati della piazza, sono ciò che resta di quel vallo. è ancora ben visibile la parte delle mura ed i bastioni che lì si ergono, mentre la parte centrale delle mura, dove si apriva la porta principale del paese, è stata abbattuta nel 1870 per motivi di staticità e sicurezza; del resto le stesse pareti del castello e di S. Maria facevano parte del sistema difensivo. Altri mozziconi di antiche muraglie sono visibili lungo il perimetro del paese, nei luoghi dove l'attenuarsi della pendenza del burrone rendeva possibile un attacco. Verso est era posta la porta secondaria del paese (un vicolo lì vicino si chiama via della Porticella) che permetteva alle donne di raggiungere la Fontana di Sotto. Questa era posta in uno spiazzo squadrato al di sotto del piano stradale ed era dotata di ampie vasche per il lavaggio della biancheria e dalle sue fontanelle le donne riempivano le brocche d'acqua per gli usi domestici. Dalla fontana si rifornivano d'acqua per le loro fornaci anche i cocciari, come testimonia Ovidio Orlandi (Chicchiolello), i più ricchi caricandoli su bestie da soma, mentre i più poveri affidavano l'ingrato e faticoso compito alle donne che venivano pagate con qualche pignatto o pentola. ... Dalla piazza del castello le due vie principali del paese, via S. Maria e via Roma, che correndo parallele raggiungono i due lati della piazza della Libertà, da dove via Roma prosegue fino a raggiungere l'estremità nord di Vasanello, comunemente chiamato Arghetto (per il piccolo largo che si apre davanti a S. Sebastiano? O Arghetto perché qui c'erano le case degli ebrei?). Piazza della Libertà è pavimentata con cubetti di travertino ed è decorata dai disegni geometrici del filetto. Dalle vie partono i vicoli, gli uni paralleli agli altri, che raggiungono le ripe. Sono tutti in leggera pendenza verso l'esterno e questa conformazione a schiena d'asino permetteva il rapido defluire delle acque piovane e dei liquami. Lungo gli speroni di roccia, sotto le ripe, si aprono molte grotte artificiali, antichi cimiteri e tombe i cui colombari testimoniano l'antichità del nostro centro. Altre grotte all'interno del paese sono state scavate fin dai tempi più remoti fino ad oggi per "seppellire" i nostri vini. ... Tra i palazzi gentilizi che sorgono in un breve spazio intorno a piazza della Libertà, sono notevoli Palazzo del Modio e Palazzo Mercuri Pozzaglia, begli esempi di architettura rinascimentale».

http://www.vasanello.com/Il%20centro%20storico.htm


Vejano (rocca Borgia Santacroce)

Dal sito www.fateviaggi.it   Dal sito www.sentieroverde.org

«Si ha notizia di prime fortificazioni erette nell’VIII secolo, periodo in cui il controllo del territorio passò dal ducato romano alla Chiesa. Intorno al XIV secolo divenne feudo degli Anguillara ai quali si deve l’edificazione di una prima rocca a controllo della strada che giunge da Bracciano. Nel 1493 venne distrutta da papa Alessandro VI e riedificata da Onofrio Santacroce nel 1518. La costruzione nelle sue forme attuali riprende i nuovi criteri dell'architettura militare del Cinquecento, voluti dai Borgia. Tra le altre famiglie che ne hanno avuto il possesso nel corso della storia ricordiamo gli Orsini e gli Altieri, a cui si devono alcune trasformazioni tra cui l'innalzamento di un piano di una torre. La rocca è a forma triangolare e munita di tre torrioni a scarpa, i quali, data la loro ampiezza e la continuità che si è venuta a creare fra essi ed il camminamento che corre lungo tutto il perimetro, anticipano il concetto di bastione. Si distingue da altri castelli della Tuscia in quanto le fondamenta sono scavate nel tufo. Il lato della fortezza prospiciente il paese è munito di un fossato di notevole larghezza e di un ponte ancora conservati, mentre l’esposizione verso la campagna ha la sua difesa nei tre torrioni che controllano con la loro disposizione l’intero arco di 180°. Il piano inferiore, la parte più antica, era adibita a stalle e cantine, gendarmeria e prigioni, mentre la parte superiore in muratura era la residenza dei signori di Viano (antico nome di Vejano). Attualmente il castello è di proprietà del principe Francesco di Napoli Rampolla e alcuni ambienti sono visitabili solo su richiesta».

http://castelliere.blogspot.it/2011/06/il-castello-di-domenica-5-giugno.html


Vetralla (borgo, mura, porte)

Mura urbane, dal sito www.latuscia.com   Porta San Pietro, dal sito www.latuscia.com

«Da Piazza della Rocca prende avvio un interessante percorso turistico alla scoperta del centro storico, inteso come il nucleo medievale racchiuso dalle mura urbane. Sulla piazza troneggia un’imponente torre merlata: sul lato meridionale del paese, a ridosso della cinta muraria, sono visibili altri resti del fortilizio che venne pesantemente danneggiato dai bombardamenti alleati della Seconda Guerra Mondiale. Percorrendo la Via Cassia Interna si ha modo di osservare Palazzo Anselmi (1537) che mostra in facciata tracce della decorazione pittorica che riproduce un finto bugnato. Di fronte, oltrepassato un ampio arco ribassato, si accede a Piazza Franciosoni dominata a sinistra dalla mole del Palazzo Franciosoni di scuola vignolesca al cui interno si conservano pregevoli affreschi attribuiti ai fratelli Zuccari. Proseguendo lungo la Via Cassia Interna si incontra Piazza Umberto I, meglio nota come Piazza del Comune, su cui si affacciano il Duomo dedicato a S. Andrea, il Palazzo Comunale e le Carceri. L’aspetto attuale della piazza è il risultato di un riassetto urbanistico realizzato all’inizio del ‘700 con cui si sono volute inserire nel cuore della città le sedi del potere politico e religioso. Lateralmente alla via principale si aprono numerosi vicoli che portano agli angoli più nascosti e caratteristici del borgo medievale in cui può essere piacevole “perdersi”: profferli, case torri, fontane, portali e facciate finemente decorati danno origine a scorci affascinanti. Alle spalle del Palazzo Comunale si trova Palazzo Zelli, abitazione settecentesca dei conti Zelli; attualmente di proprietà comunale ospita spesso mostre, conferenze ed eventi. Poco oltre un pregevole esempio di edilizia nobiliare tardo-cinquecentesca è Palazzo Vinci (conosciuto anche come Palazzo Brugiotti-Carpegna) che nella facciata mostra influenze stilistiche sia della scuola del Vignola (attivo alla fine del ‘500 a Caprarola) che di quella coeva di area orvietana guidata da Ippolito Scalza. Di fronte è situato Palazzo Piatti, già della famiglia Pieri, i cui interni sono decorati da affreschi. Proseguendo la Via Cassia Interna, in corrispondenza di Largo Don Vittorio Pallini, sul lato sinistro, al numero civico 58 in una torre (XII-XIII sec) si trova una casa museo, allestita dal Museo della Città e del Territorio, che testimonia la casa contadina e popolare (tra ‘800 e ‘900) attraverso arredi e suppellettili originali. Altre tre torri medievali, inglobate in edifici posteriori, si dispongono lungo la via Cassia; tra queste spicca per altezza la Torre del Capitano del Popolo (Via Cassia Interna n.36). Poco oltre, per uno stretto vicolo (Via di Porta Marchetta, 2) si raggiunge il Museo della Città e del Territorio ubicato in un edificio, in parte scavato nel tufo, appartenente alla cinta difensiva (XIII-XV sec.). Esso mira alla conservazione della documentazione della storia locale e dei mestieri tradizionali e l’esposizione si articola in diverse sezioni dedicate alla pietra, al ferro e metalli, al legno, ai laterizi e alle ceramiche. ...

Le mura medievali (XII-XIII sec.) racchiudevano l’area urbana che si estendeva dapprima dalla Rocca fino all’altezza di Piazza Garibaldi, lasciando fuori il nucleo alto-medievale sorto intorno all’attuale chiesa di S. Francesco. Successivamente l’abitato si sviluppò in direzione ovest fino al ponte di Porta Marina. La cinta muraria, malgrado i numerosi interventi di restauro subiti, in più tratti conserva le caratteristiche architettoniche originali. Osservando la tessitura muraria si distinguono diverse fasi costruttive: la più antica è realizzata in blocchetti squadrati di tufo grigio, uniti con poca malta di colore grigio; ulteriori interventi sono distinguibili da una muratura eseguita con blocchetti di tufo giallo, di grandi e medie dimensioni, messi di testa e di taglio e legati da abbondante malta gialla o rosata. Si conservano alcune porte urbiche (ad es. Porta S. Pietro), sebbene parzialmente alterate da più recenti interventi restaurativi. Lungo il circuito, esteso circa un chilometro, si stagliano alcuni torrioni a pianta rettangolare (i più antichi), torri circolari e case torri che si elevano direttamente dalle mura».

http://www.calino.it/Turismo/Lazio/Vetralla.pdf


Vetralla (rocca di Vico)

Foto a c. di Stefano Rosati, dal sito www.pagineveloci.net   Dal sito www.ghaleb.it

«Un mastio accompagnato da stalle e magazzini, alte mura merlate intervallate da quattro torri angolari e infine, scavalcato da un ponte levatoio, un largo fossato: la Rocca di Vetralla nelle sue probabili forme originarie. La costruzione dell'edificio, oggi inserito nel moderno centro abitato di Vetralla, risale all'epoca medievale; i primi documenti relativi all'esistenza della fortezza sono datati fine del XII secolo e citano, insieme alla Rocca, anche un secondo castello, esistito probabilmente nella zona della chiesa di San Francesco, nell'area nord-occidentale dell'attuale Vetralla. La Rocca dominava dall'alto l'insediamento medievale di Vetralla e controllava il territorio circostante e il percorso della via Cassia; la fortezza, a causa della sua posizione strategica, attirò, nei secoli, numerose famiglie aristocratiche, finendo alternativamente nelle mani degli Orsini, dei prefetti di Vico, degli Anguillara, dei Borgia, dei Cybo e dei Farnese. L'edificio, più volte restaurato, fu privato del fossato nel 1574 e trasformato in una caserma per essere poi abbandonato, agli inzi del XVII secolo, e iniziare una lunga fase di decadenza terminata nel 1669 con l'arrivo delle Suore Carmelitane e la trasformazione in monastero. Nuovamente modificata, per adattarne gli spazi all'utilizzo religioso, la Rocca, che esibiva fino al 1925 una fontana in peperino oggi visibile presso Piazza Marconi, fu quasi completamente distrutta (ad eccezione di una torre e poco altro) durante un bombardamento degli Alleati, intenzionati a distruggere una postazione tedesca, nel 1944 e quindi in parte ricostruita sui resti delle antiche fondamenta».

http://www.pagineveloci.net/articoli/vetralla_rocca.html  (a cura di Stefano Rosati)


Vignanello (castello Ruspoli)

Dal sito www.residenzedepoca.it   Dal sito www.chronica.it

«La primitiva rocca di Vignanello fu edificata, secondo la tradizione, dai monaci benedettini che governarono il feudo dalla metà del IX secolo all’inizio dell’XI. Nei secoli successivi essa subì vari attacchi a causa delle aspre contese tra i vari signori che si alternarono al dominio del borgo; ricordiamo ad esempio la distruzione avvenuta nel 1228 ad opera dei Viterbesi.  La forma attuale del castello è dovuta alla ricostruzione, forse su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, avvenuta tra il 1531 e il 1538 e voluta da Beatrice Farnese e dal genero Sforza Marescotti. La rocca medievale si trasformò così nel maestoso castello in pietra grigia che oggi vediamo. La sua imponente mole, circondata da un profondo fossato, serrata da quattro bastioni angolari e coronata dalla merlatura ghibellina, domina il panorama del borgo contrapponendosi al volume solenne della chiesa di santa Maria della Presentazione. Visitando le sale, i ritratti appesi alle pareti ci mostrano i volti di coloro che hanno scritto pagine importanti della storia di Vignanello. Lo splendido fregio monocromo che orna il salone principale risale al periodo di Beatrice e Ortensia Farnese come testimoniano i gigli dipinti negli stemmi, mentre i vivaci affreschi che abbelliscono le volte delle camere con il ciclo pittorico dedicato alle Virtù vennero realizzati in occasione della venuta di papa Benedetto XIII nel 1725, recano infatti lo stemma di Francesco Maria Ruspoli e di sua moglie Maria Isabella Cesi. Nel 1611 Ottavia Orsini, figlia di Giulia Farnese, decise di realizzare un giardino sulla dorsale del promontorio ad est del palazzo, articolato in varie parti: il Giardino di verdura, il Giardinetto segreto, posto ad un livello più basso, il Barchetto e il Barco posti sul lato sud del palazzo e usati per le battute di caccia. Il Giardino di verdura costituisce certamente la parte più interessante e meglio conservata dell’intero complesso. Si sviluppa su uno spazio pianeggiante rettangolare posto in corrispondenza del lato orientale del palazzo. è suddiviso in dodici parterre il cui perimetro è composto da siepi miste di alloro, lauroceraso, viburno tino e bosso, mentre i disegni interni sono formati da siepi di bosso meno alte; i parterre centrali racchiudono le iniziali di Ottavia Orsini e dei figli Sforza Vicino e Galeazzo. Queste aiuole sono tra le meglio conservate che esistano in Italia perché il giardino appartiene tuttora alla famiglia Marescotti Ruspoli che ha tramandato nel tempo le tecniche di coltivazione e di manutenzione. Agli angoli di ogni parterre, negli antichi vasi di terracotta, spiccano le piante di limone. Al centro del giardino si trova una bella peschiera circondata da una balaustra in peperino».

http://www.ilparcopiubello.it/index.php/park/dettaglio/6


Viterbo (castrum Viterbi, mura, porte)

Dal sito www.camperlife.it   Porta della Verità, dal sito www.camperlife.it

«Sono del VII secolo testimonianze dell’esistenza di un castrum Viterbi sul colle del Duomo di nuovo fortificato da Desiderio che ne valutò subito l’importanza strategica, trovandosi ai confini tra Tuscia e Ducato Romano. è in questo periodo che prende inizio il processo di accrescimento del centro storico e tra i secoli XI e XII si assiste al potenziamento del nuovo Comune (1095) che ingloba le zone circostanti e costruisce mura difensive. L’avvicendarsi di alleanze ora con il papato ora con l’impero caratterizzerà l’intera storia medioevale viterbese. Alla metà del XIII secolo la politica guelfa del Comune, rafforzata dall’essere Viterbo sede dei pontefici e dei conclavi, permise alla città di godere di un lungo periodo di potere ed opulenza: i palazzi nobiliari, le chiese, le fontane che rendono così suggestiva l’immagine della Viterbo odierna risalgono per larga parte a quest’epoca. Anche il periodo rinascimentale fu prosperoso per la città grazie alla famiglia Farnese che con nuove strade, chiese e monumenti contribuì alla crescita economica ed artistica di Viterbo. Nel cuore del centro storico è il Palazzo dei Priori che, eretto nel sec. XIII e poi modificato, vanta una ricca serie di affreschi dei secc. XV e XVI. Vicino la Torre dell’Orologio, ricostruita nel 1487, e la Chiesa di S. Angelo originariamente della fine del sec. XI. Proseguendo verso il quartiere medioevale si può ammirare Palazzo Chigi (sec. XV) che rappresenta una notevole testimonianza di architettura primo-rinascimentale; la Chiesa del Gesù teatro dell’uccisione, nel 1271, di Enrico di Cornovaglia, nipote del Re d’Inghilterra; la medioevale Torre del Borgognone. Continuando la passeggiata si incontra Palazzo Farnese, elegante costruzione con bifore decorate da gigli farnesiani, e piazza S. Lorenzo su cui si affaccia il Duomo, imponente edificio del sec. XII con facciata rinascimentale, campanile trecentesco ed uno splendido pavimento duecentesco. Sulla piazza è anche il Palazzo Papale, monumento di stile gotico tra i più insigni della città, eretto nella seconda metà del XIII sec. Da qui si raggiunge il quartiere S. Pellegrino che, gioiello di contrada duecentesca, conserva integro il suo aspetto medioevale con viuzze, torri, e case con i caratteristici profferli che creano un ambiente straordinariamente pittoresco. Non lontano è la Chiesa di S. Maria Nuova, una delle più antiche della città, arricchita da un singolare chiostro longobardo. Proseguendo verso Porta S. Pietro si arriva a Piazza Fontana Grande con l’omonima fontana del XIII sec., la più famosa e forse la più bella delle fontane viterbesi a tazze sovrapposte. Uscendo dalla vicina Porta Romana dove è la Chiesa di S. Sisto, importante edificio romanico con un notevole campanile longobardo, e costeggiando le mura, che con torri a pianta quadrata o poligonale circondano il centro storico, si arriva alla Chiesa di S. Maria della Verità che, edificata nel XI sec., custodisce la Cappella Mazzatosta, mirabilmente affrescata da Lorenzo da Viterbo intorno al 1470. Proseguendo lungo le mura si intravede la cupola del Santuario di S. Rosa, dove è conservato il corpo della santa viterbese, e si arriva alla Basilica di S. Francesco che, eretta nel sec. XIII, ospita i mausolei dei papi Adriano V e Clemente IV».

http://www.provincia.vt.it/turismo/SchedeDett.asp?Id=15  (a cura di C. Chiovelli)


Viterbo (palazzo dei Papi)

Dal sito www.camperlife.it   Il Palazzo dei Papi visto dalla Valle di Faul, dal sito www.camperlife.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Laura Gi (https://www.facebook.com/laura.giangamboni)

«Eretto sul colle di S. Lorenzo, come residenza-fortezza dei pontefici, portò grandi vantaggi alla città di Viterbo, orgogliosa di essere diventata centro e sede del cattolicesimo. Dal cronista D'Andrea si apprende che la costruzione del palazzo, di stile romanico, cominciò nel 1255; nel 1266 il palazzo fu ultimato e nell'anno seguente si completò anche la loggia, di stile gotico. La facciata, preceduta da un'ampia scalinata e sormontata da merlature, si apre con sei bifore unite da una cornice in risalto. La prospettiva è completata dalla splendida loggia che appoggia su un voltone, sorretto da un presunto pilastro che altri non è che una cisterna che porta l'acqua alla fontana sovrastante. La loggia è definita, in un solo lato, da sette archi sorretti da esili colonnine binate che si intrecciano formando una elegante trabeazione; all'interno si apre il salone del Conclave e diversi ambienti utilizzati, ad oggi, per conferenze e mostre. La sala del Conclave è un ambiente molto luminoso grazie alla presenza di dodici bifore a tutto sesto sormontate da piccole monofore rettangolari, che presentano una forte strombatura. La fontana risale alla seconda metà del XV sec. ed è stata realizzata con materiale di spoglio di varie epoche; le specchiature della vasca portano gli stemmi della famiglia Gatti, del cardinale Raffaele Riario, di Sisto IV della Rovere e del vescovo Francesco Maria Settala. Il Palazzo fu sede di importanti elezioni papali, tra cui quella del 1298-1271 in seguito alla morte di Clemente IV: dopo 33 mesi di sede vacante, la più lunga nella storia della Chiesa, venne eletto Tebaldo Visconti, con il nome di Gregorio X. Le cronache raccontano e documentano che i viterbesi, stanchi per la lunga attesa, e con lo scopo di accelerare l'elezione del pontefice, rinchiusero i cardinali cum clave e poi scoperchiarono il tetto del Palazzo».

http://www.comune.viterbo.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/278


Viterbo (palazzo dei Priori)

Dal sito www.lazionauta.it   Dal video www.youtube.com/watch?v=9bfhqoNU1D8

«Iniziato nel 1460 per accogliere la nuova sede del Governatore della Provincia del Patrimonio, ne presero possesso nel 1510 i Priori. Subì numerose trasformazioni e rifacimenti e fu completato nell'aspetto attuale verso la metà del XVI secolo. Sopra il portico di carattere duecentesco costituito da nove archi sostenuti da otto colonne, s'innalza l'imponente facciata rinascimentale con due ordini di finestre: a croce guelfa quelle del primo piano, con mensole ad arco quelle del secondo. Al centro del Palazzo campeggia il grande stemma del papa Sisto V Della Rovere, ultimo sovventore dell'opera (1481). Dalla porta al centro del colonnato si accede al giardino interno delimitato verso la valle di Faul da una bella balaustra in peperino (la tipica pietra delle costruzioni viterbesi) e ornato da un'elegante fontana, scolpita nel 1626 su disegno del viterbese Filippo Caparozzi. Nel 1541 venne costruito il portico interno e nel 1632 il sovrastante loggiato coperto da un tetto e sostenuto da slanciate colonnine con capitelli corinzi. L'ala laterale del Palazzo venne costruita nel 1691. Presso lo scalone interno, che conduce al piano superiore per la visita ai Palazzi, è possibile ammirare un sarcofago etrusco del III secolo a.C. con scene di battaglia e l'antico stemma della città "F.A.V.L.", sorretto da 2 leoni».

http://www.comune.viterbo.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1588 (da Mauro Galeotti, L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo 2002)


Viterbo (palazzo Farnese)

Dal sito www.italy-weekly-rentals.com   Dal sito www.canino.info

«Palazzo Farnese si trova nel cuore della città, subito dopo il Ponte del Duomo che conduce a Piazza S. Lorenzo. L’origine del palazzo è legata alla famiglia dei Tignosi mentre il nome alla potente famiglia Farnese, che se ne impossessò in occasione degli stretti rapporti intercorsi tra questa e Viterbo, quando nel 1431 Ranuccio Farnese venne incaricato di difendere la città dagli attacchi di Fortebraccio e Giacomo Di Vico. La tradizione, non suffragata in realtà da documenti attendibili, vuole che qui sia nato Alessandro, prima potente cardinale poi asceso al soglio pontificio con il nome di Paolo III, ricordato in molte fonti come “cittadino viterbese”, che probabilmente vi abitò con Giulia, bella ed influente sorella. I Farnese abbandonarono il palazzo durante il pontificato di Paolo III e nel 1561 l’edificio passò nelle mani di Ludovico Chigi che fece elevare un muro ed una sorta di tramezzo sulla facciata rivolta su via San Lorenzo. Per le caratteristiche architettoniche del portone d’ingresso e del cortile interno, la fondazione di Palazzo Farnese può essere collocata cronologicamente nella seconda metà del XIII secolo caratterizzata dalla presenza del profferlo, tipica scala d’accesso, assai frequente nell’edilizia civile del quartiere San Pellegrino. La facciata mostra la contrapposizione tra lo stile gotico delle bifore del primo livello e quello romanico del secondo, caratterizzato da finestre con arco a tutto sesto finemente traforate che manifestano un tardo richiamo all’architettura duecentesca. L’abbassamento del davanzale di queste ultime alterò l’originaria articolazione della facciata mentre le bifore, sottoposte anch’esse ad una serie di manomissioni, vennero ripristinate nel loro aspetto originale nel 1925. La balaustra della facciata, sorretta da un’alta colonna in legno, presenta forme piuttosto originali rispetto al gusto architettonico viterbese, dove le balconate sono esclusivamente in peperino, con arcate in muratura. Curiosità. Dal ponte, di fronte al palazzo, è visibile l’unica superstite delle quindici torri che svettavano sul colle del Duomo, la Torre di Messer Braimando, influente cittadino viterbese del XIII secolo. Essendo la torre, alla fine del Quattrocento, in pessime condizioni, i proprietari chiesero ai magistrati l’autorizzazione di abbatterla perché pericolante. Rosato di Matteo e Galeotto Gatti si opposero fermamente a tal punto che il primo volle specificare nelle Riforme che a nessuno sarebbe stato lecito demolire “quelle torri ove sembrano racchiuse la forza e la nobiltà di Viterbo”».

http://www.provincia.vt.it/turismo/SchedeDett.asp?Id=52 (a cura di C. Chiovelli)


Viterbo (rocca Albornoz)

Dal sito www.viterboinrete.it   Dal sito www.viterboinrete.it   Dal sito www.etruriameridionale.beniculturali.it   La rocca in un acquerello del 1875, dal sito www.viterboinrete.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)

«La rocca Albornoz di Viterbo fu costruita nel 1354 per volere del cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz incaricato dal papa di riconquistare alla santa sede i territori che, a causa della lunga permanenza del papato ad Avignone, si erano sottratti al suo dominio . La sua costruzione terminò nel 1357. La costruzione odierna è molto diversa dalla primitiva essendo stata la rocca, nel corso dei secoli, più volte distrutta e ricostruita. La prima volta il complesso fu seriamente danneggiato nel 1375 in seguito alla rivolta capeggiata dal prefetto Francesco di Vico; papa Bonifacio IX la fa ricostruire nel 1395. La pace per questo monumento non durò a lungo, nel 1438 esso infatti fu di nuovo distrutto per ordine di papa Eugenio IV. Nel 1457, papa Callisto III ne ordinò la ricostruzione. Le maestranze viterbesi furono costrette a prestare la loro opera e parte del materiale venne ricavato dalla distruzione del palazzo dei Tignosi. I lavori furono completati da papa Pio II successore di Callisto III. Ulteriori modifiche vennero apportate alla rocca sotto Sisto IV che fece costruire di fianco al complesso anche una grande scuderia, coperta da una volta sostenuta da 24 colonne e capace di ospitare un centinaio di cavalli. Giulio II della Rovere fece fare importanti lavori al complesso della rocca. Su progetto di Donato Bramante, nei primi anni del '500 il palazzo abbandonò l'impronta prettamente militare per trasformarsi in un palazzo rinascimentale. È di quegli anni la sistemazione del cortile con i portici sormontati da loggiati sui due lati minori nonché l'inserimento al centro di una fontana. Il cardinale Alessandro Farnese, divenuto papa con il nome di Paolo III portò a compimento il progetto Bramantesco con la realizzazione di una grande loggia aperta verso la piazza e nel cortile l'accesso ai piani superiori fu modificato con l'inserimento di due semicolonne laterali e un timpano triangolare. La rocca, divenuta così un sontuoso palazzo rinascimentale ospitò diversi papi per periodi più o meno lunghi. Nel 1523 la rocca fu concessa da papa Clemente VII come sede ai cavalieri Gerosolimitani cacciati da Solimano I dall'isola di Rodi. I cavalieri vi rimasero fino al 1527 allorquando la lasciarono per l'isola di Malta che era stata concessa loro dall'imperatore Carlo V. Nel periodo successivo essa tornò ad essere saltuaria residenza dei pontefici fino al 1738 quando vi fu insediato il primo brefotrofio dello stato pontificio. Nel 1848 il complesso fu occupato dalle truppe francesi, ritornò brefotrofio fino al 1860 dopodiché divenne alloggio delle truppe pontificie prima e di quelle italiane poi. Durante l'ultima guerra il complesso ha subito notevoli danni dovuti ai bombardamenti aerei, una volta restaurato, dal 1986 ospita il Museo Nazionale Etrusco. Al primo piano troviamo reperti etruschi provenienti dagli scavi di San Giovenale e da quelli dall'Acqua Rossa, al secondo piano sono esposti reperti di epoca romana provenienti da Musarna e dal teatro romano di Ferento» (testo di Angelo M. Ambrosini).

http://www.viterboinrete.it/joomla/it/monumenti/altri-monumenti/83-rocca-albornoz


Viterbo (torre Di Vico)

Foto di A. Borgna, dal sito www.italianvisits.com   Dal sito www.facebook.com/torredivico.viterbo

«La famiglia Di Vico, di origine longobarda ma stabilitasi a Roma nel X secolo, ottenne il titolo prefettizio romano nel corso del XII secolo. Inizialmente dominatori della valle Tiberina e dei territori intorno al lago che porta il loro nome, i Di Vico nel XIV secolo estesero il loro potere su molte importanti città del Patrimonio di San Pietro in Tuscia: Orvieto, Civitavecchia, Vetralla (nella cui chiesa di San Francesco si trova il sarcofago di Briobris Di Vico), Soriano nel Cimino, Corneto, Bagnoregio e Ronciglione (che era stata fondata da loro). Nel 1329 infatti, quando le fortune furono avverse ai guelfi viterbesi, il ghibellino Faziolo Di Vico fu nominato Signore di Viterbo e la carica fu mantenuta anche dal figlio Giovanni III che approfittando della cattività avignonese dei papi ampliò, anche attraverso conquiste militari, i territori posti sotto il potere della sua famiglia. Il tentativo di creare una signoria autonoma però fu impedito nel 1354 dall'intervento del "cardinale guerriero" Egidio Albornoz, che sconfisse con le armi i Di Vico. Successivamente la famiglia sarebbe riuscita ad ottenere altre volte il controllo della città e dei territori della Tuscia, ma nel 1453 il cardinale Giacomo Maria Vitelleschi fece decapitare nel castello di Celleno Giacomo Di Vico, che aveva tentato una nuova presa del potere in alleanza con la famiglia Colonna. Si estingueva così una delle più influenti dinastie della storia viterbese. Le magioni dei Di Vico a Viterbo sorgevano attorno all'attuale piazza del Gesù, che era allora il centro politico della città. Non lontano da lì infatti si trovano ancora le dimore delle principali famiglie che si disputavano il dominio della città: Palazzo Farnese e Palazzo Tignosi a piazza della Morte, Palazzo Gatti lungo via Cardinal La Fontaine, e il Palazzo degli Alessandri a piazza San Pellegrino. La torre gentilizia che ospita oggi il Bed & Breakfast Torre Di Vico Residenza d'Epoca fu eretta nel XIII secolo e venne acquistata dalla famiglia Granelli, che tutt'ora la possiede, nel 1915 per la cifra di 3000 lire. Nel 1956 la torre fu dichiarata dal Ministero della Pubblica Istruzione monumento d'interesse storico e artistico (in base alla legge n. 1080 del 1° giugno 1939) in quanto giudicata - come recita il risultato della perizia ministeriale - "totalmente conservata" e di "predominante valore storico-urbanistico"».

http://www.torredivico.it/storia_della_torre.html (a cura di A. Della Casa)


Vitorchiano (mura, porte, torre quadrilatera)

Le mura e, a destra, Porta Romana, dal sito https://viaggimedievali.com   La cinta muraria, dal sito www.tusciaunicard.it   La cinta muraria, dal sito http://miniviaggi.blogspot.com

«Tra le strutture militari troviamo la mura di cinta che protegge Vitorchiano lunga ben 250 metri intramezzata da torri quadrilatere e ad ovest e a est da torri circolari, al centro della cinta muraria sorge Porta Romana, sovrastata da una torre quadrilatera è il più importante accesso al paese. All’interno delle mura troviamo l’antica Porta Madonna della Neve, ingresso dell’antico castrum, prese il nome da una abbondante nevicata avvenuta in agosto» - All’interno delle mura castellane [Vitorchiano] conserva la tipica architettura medievale con le caratteristiche case, le torri, le viuzze, le piazzette, le scale esterne. Le sue origini, dati i numerosi reperti archeologici tra cui avanzi di muri a conci di peperino senza malta, sembra risalgano al tempo degli Etruschi. La zona fu abitata anche in epoca romana. Desiderio, ultimo re dei longobardi, circa l’anno 757, edificò e ristrutturò nel viterbese città e castelli e, tra questi ultimi, Vicus-Orchianus o Orclanus, oggi Vitorchiano, per garantire agli abitanti dell’etrusca Orchia od Orcla, un luogo di dimora migliore. Lo stemma di Vitorchiano raffigura una torre merlata sormontata da una corona, un ramo di quercia ed uno di alloro e le lettere S.P.Q.R., (in ossequio alla sua devozione a Roma). La torre è il simbolo del paese ... Le mura che a mezzodì delimitano il paese furono erette “a riparo delle inimiche escursioni” fin dal 1200. Sono intramezzate da torri quadrilatere e delimitate ad est e ad ovest da due torrioni rotondi. In una delle torri quadrilatere, la centrale, si apre la principale ed unica porta d’ingresso al paese: Porta Romana. Le mura complete di merli a forcella, alla Ghibellina, con barbacani e feritoie, sono in pietrella di peperino e si estendono per un fronte di circa 250 metri. All’altezza dei merli lo spessore è di 50 centimetri, al livello del suolo raggiunge il metro e mezzo e due sono le riseghe. Nel corso degli anni nel pomerio interno vi furono addossate abitazioni, sicché ora si notano in più punti aperture che ne deturpano l’aspetto estetico. Le mura nel corso degli anni hanno subito riparazioni e restauri, l’ultimo dei quali quello a cui ha provveduto la Soprintendenza ai monumenti del Lazio nel 1963. Porta Romana. è la principale porta che immette nel castello ed è chiamata così perché rivolta a Sud, verso Roma. La costruzione della torre che sovrasta la porta e dell’intera cinta muraria risalgono al XIII secolo. È quadrilatera, tutta a pietrelle di peperino con un arco a grosse bugne lavorate di notevole bellezza. La torre è stata più volte restaurata perché nel tempo ha dovuto subire l’urto degli assalti e varie e profonde lacerazioni; l’ultimo restauro risale al 1625 come risulta, in cifre romane, alla base dell’arco. È munita di bertesche e cateratte e le fanno da corona merli a forcella, a coda di rondine (ghibellini) completi di barbacani. Sopra l’arco c’è uno stemma identico a quello di Roma con le lettere S.P.Q.R. Anticamente l’ingresso al paese doveva avvenire attraverso un ponte levatoio, come lascia pensare il fossato che separa le mura dal terreno circostante, ora riempito nel tratto prospiciente l’entrata. Entrando ci si trova nella piccola Piazza della Trinità che si collega a Piazza Roma tramite la lunga via Arringa».

https://viaggimedievali.com/2014/03/18/vitorchiano-borgo-fantastico - http://web.tiscali.it/instabile/vitorch/vitorchiano.htm


Vitorchiano (palazzo del Comune, torre dell'Orologio)

Palazzo Comunale, dal sito https://viaggimedievali.com   Torre dell'Orologio e, a destra, il palazzo Comunale, dal sito www.moto-ontheroad.it

«Piazza Roma è la piazza principale del paese. Vi si trovano il Palazzo Comunale, la fontana a fuso, la torre dell’orologio, la casa del podestà ed inoltre la chiesetta rinascimentale dedicata a S. Antonio Abate. La piazza è un punto di congiunzione tra la parte più antica e quella sorta in un secondo momento all’interno della cinta muraria. Si eleva in questa piazza, davanti alla torre dell’orologio, una delle più artistiche fontane in peperino, così dette a fuso, esistenti in provincia di Viterbo, costruita tra il 1200 e il 1300. Ha una vasca circolare contornata da cornice ed esternamente adorna di archetti trilobati entro specchi rettangolari. In mezzo alla vasca si eleva un tronco di colonna con capitello tozzo a larghe foglie arricciate, sul quale posa un cippo parallelepipedo che termina a piramide tronca, il cui finale si svolge in un fiore. Il cippo è diviso in due parti: nella parte inferiore si elevano dalla base quattro colonnine sostenute da quattro archetti da cui sbucano quattro figure che gettano acqua dalla bocca. Le figure rappresentano gli emblemi dei quattro evangelisti ... Palazzo Comunale e torre dell'Orologio. Il palazzo del Comune è uno dei migliori della provincia di Viterbo. La sua costruzione risale agli anni che vanno dal 1400 al 1450. Le finestre verso la piazza principale sono a forma di croce guelfa. Nell’interno c’è una grande sala dove si riunisce il Consiglio comunale e sulle cui pareti vi sono : un piccolo pulpito di forma semicircolare con cornice e tre stemmi a rilievo (uno di Roma e due del Comune), e un caminetto entrambi in peperino ed un fascione affrescato tutto intorno alle pareti. Sugli architravi in peperino delle porte all’interno della sala e all’esterno ci sono scritte in lingua latina che ricordano la fedeltà a Roma. ... Il palazzo comunale è aderente alla torre, alta 16 metri, eretta per difendere il secondo ingresso del castello, comunemente chiamata “la torre dell’orologio”. Sulla torre ci fu collocato un orologio a pesi fin dal 1470. La torre dell’orologio, ha un balcone in ferro battuto dal quale i capi del paese parlavano alla folla radunata nella piazza sottostante. Alla base della torre dell’orologio si trova una lapide in pietra affissa nell’anno 1320 come risulta dalla lapide stessa. Vi è scolpito a caratteri gotici un bando municipale, la cui traduzione è difficile per le forti abbreviazioni, ma che in sostanza dice che è vietata la dimora nel castello di Vitorchiano agli omicidi ed ai traditori sotto pena di una grossa multa.».

http://web.tiscali.it/instabile/vitorch/vitorchiano.htm


Vulci (castello della Badia)

Dal sito www.viaggiareinagriturismo.it   Dal sito www.etruriameridionale.beniculturali.it

«A controllo strategico del ponte della Badia venne edificato, in epoca medievale, il Castello che domina sul lato sud-ovest la scoscesa riva sinistra del Fiora mentre ad est, dove è protetto da un fossato, si affaccia sulla pianura circostante con un muro di cinta munito di quattro torri semiellittiche. Un documento dell'809 attesta come nel IX secolo la rocca fosse un'abbazia benedettina fortificata dedicata a S. Mamiliano. Di questo originario avamposto monastico, sorto a difesa del ponte e della popolazione continuamente minacciata dalle incursioni saracene, rimane un ricordo nel toponimo. Per tutta l'età medievale il castello fu al centro delle contese tra i potenti Aldobrandeschi, i Di Vico e il Comune di Orvieto. A questo periodo (XII secolo) si può far risalire l'attuale aspetto architettonico delle mura e la costruzione del maschio, nucleo più antico del castello. A partire dal 1430, anno in cui fu assegnata in feudo a Ranuccio Farnese, la rocca godette di un lungo periodo di relativa stabilità. Nel 1513 fu concessa in investitura perpetua al cardinale Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, che pare amasse soggiornarvi. È a lui che probabilmente si deve la costruzione del corpo di fabbrica attualmente destinato a struttura museale. Dal 1537 il castello fece parte del Ducato di Castro e alla fine di questo (1649), venne reintegrato nei possedimenti della Camera Apostolica. Nel 1808 tutta la tenuta di tuscia e Musignano fu acquistata da Luciano Bonaparte e dal 1853 fu proprietà di Alessandro Torlonia. Dopo decenni di decadenza e abbandono la rocca, in cui nel corso del XIX secolo si era anche installata la dogana pontificia, è stata acquisita dallo Stato nella metà degli anni ‘60 e dopo accurati restauri destinata a sede del Museo Archeologico Nazionale di Vulci (1975)».

http://www.canino.info/inserti/monografie/etruschi/vulci/cpm/cpm.htm


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