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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI VARESE
in sintesi
I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.
«Per tutto il medioevo la posizione strategica particolarmente favorevole per il controllo dei traffici del lago determinò l'importanza sia della rocca che del borgo. All'interesse militare la rocca unì la prerogativa d'essere una sicura base di rifugio per molti arcivescovi milanesi in periodi travagliati del loro episcopato. Le successive lotte tra Torriani e Visconti vedono la rocca quale principale testimone. Pur facendo parte dei beni della Mensa arcivescovile, la rocca di fatto viene tenuta dai Visconti. Nel documento di scomunica dell'arcivescovo Cassone della Torre a Matteo Visconti del 1314, figura tra i capi d'accusa quello d'aver occupato illegalmente la rocca d'Angera. Si determina così la presa di possesso di fatto del fortilizio e dei beni arcivescovili di Angera da parte Viscontea, affidandoli alla famiglia collaterale dei Visconti d'Invorio. Sarà con il 1384 che Caterina Visconti, moglie di Gian Galeazzo, otterrà dall'antipapa la cessione anche di diritto della rocca d'Angera, chiudendo così definitivamente la lunga appartenenza del fortilizio alla mensa arcivescovile milanese. Solo alla fine della signoria dei Visconti sul Ducato di Milano anche la rocca passerà ad altre mani: nel 1449 la Comunità della Repubblica Ambrosiana la vende al tesoriere ducale Vitaliano Borromeo. Inizierà così la nuova stagione borromaica, con la rocca angerese e buona parte del bacino del Lago Maggiore in loro possesso. Quando nel 1800 le fortificazioni aronesi vengono demolite dai Francesi, il fortilizio di Angera rimane intatto, ancora nelle sue originarie forme trecentesche, non interessando ormai più ai fini militari.
Dal centro di Angera, per via
Cadorna, si sale a tornanti per il colle sovrastante l'abitato, dominato
dalle imponenti murature della Rocca, in pietra d'Angera. Il castello
mantiene una chiara unitarietà stilistica legata ai sec. XIII-XIV. A
sinistra è la massiccia muratura merlata che chiude il giardino interno; a
metà si intravede la parete di una torre-ingresso con ponte levatoio, ora
murata. Superata la prima porta-torre, si percorre il viottolo nel primo
recinto. Qui si staglia, differenziandosi, la possente parete superstite di
una primitiva torre del complesso, successivamente inglobata nell'ala detta
scaligera. Sulla sua sinistra, anch'essa murata, è una piacevole bifora ad
archi a tutto sesto e colonnina. Al secondo cortile si accede dalla possente
torre d'ingresso, più volte rimaneggiata in altezza. Il portale è sormontato
dallo stemma visconteo. La cortina muraria di destra presenta alla sommità
delle evidenti sopraelevazioni della merlatura. Il secondo recinto offre un
piacevole belvedere a pergolato su colonne. Il cortile, affacciato ad U, è
chiuso ad ovest dalla cosiddetta torre di Giovanni Visconti. A legare torre
d'ingresso e torre di Giovanni Visconti è il corpo di fabbrica coevo, poi
modificato in epoca borromaica. Sul portale a tutto sesto che dà accesso al
settore interno della rocca è lo stemma molto deteriorato di Camillo e
Giovanni Battista Borromeo.
Al cortile interno si affacciano gli ambienti principali della rocca.
L'androne d'ingresso termina con un arco ogivale. Alla destra del cortile è
una bassa tettoia addossata alle mura perimetrali, un tempo adibita a
tinaia. Di fronte è il cosiddetto palazzo scaligero; questa palazzina
duecentesca presenta oggi le ampie alterazioni che subì nei periodi
successivi. Sostanziale fu l'intervento del 1370 circa, che la tradizione
attribuisce a Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, alla quale va
data la denominazione corrente dell'edificio: ala scaligera. All'interno
alle pareti sono ancora visibili tracce delle affrescature di quel periodo.
A sinistra si staglia l'elemento certamente più caratteristico della rocca
d'Angera: la torre castellana. Originariamente di cinque piani (oggi ridotti
a tre), ha piccole aperture centrali, con arco a pieno centro ai piani
inferiori e leggermente archiacute a quelli superiori. L'elemento più
interessante della torre sta nel leggero sporto della parte terminale,
soluzione di transizione tra le torri medievali a canna liscia e le più
sofisticate torri tre-quattrocentesche con il coronamento di beccatelli e
caditoie. Sul lato sinistro della torre si addossa il palazzetto visconteo,
assegnato all'epoca di Ottone Visconti. La muratura è in squadrati blocchi
di pietra d'Angera, disposti in accurati allineamenti regolari. La porta al
piano superiore, oggi aperta su di un ballatoio di collegamento, doveva
costituire l'originario accesso, raggiungibile con una scala poi eliminata.
Gli ambienti al piano terreno sono divisi al centro da tre colonne
ottagonali dai bei capitelli. Il restante lato meridionale della corte
nobile è occupato dall'ala detta borromea, frutto delle trasformazioni
borromaiche ai precedenti corpi tecenteschi. La precede un elegante
porticato seicentesco a tre arcate terrene, con alle chiavi le insegne dei
Borromeo. Nelle sale a pianterreno, che conservano le arcate d'epoca
viscontea, alle pareti sono due ben conservati stemmi con iscrizione. Qui è
ospitato il singolare Museo della bambola, suggestiva raccolta di bambole,
giochi d'infanzia e corredini per bambole provenienti da tutto il mondo e di
ogni epoca.
Sala di giustizia. Il vasto ambiente è suddiviso in due campate separate da un arcone a sesto acuto e coperte da volte a crociera con costoloni torici in pietra d'Angera. Le specchiature delle volte sono decorate ad ornati geometrici, diversi nelle due crociere. Nella fascia centrale delle pareti si svolge il tema principale del ciclo angerese, narrante le gesta ed il trionfo dell'arcivescovo Ottone Visconti su Napo Torriani. Sulla parete di destra è stato collocato l'affresco strappato dall'oratorio castrense di S.Bartolomeo. E' una pittura trecentesca rappresentante al centro la Madonna col Bambino. Da questo salone, per una scala lignea appoggiata alla parete di fondo, si può salire ai vari piani della torre castellana. Dalla sommità incomparabile panorama sulla sottostante città, sull'entroterra angerese e su tutto il medio corso del lago maggiore. Sotto è il giardino interno, non visitabile, il cui perimetro è chiuso a nord-est dall'alto muraglione di difesa con merlatura ghibellina e cammino di ronda, interrotto dalla primitiva torre d'ingresso . Il lato a lago è aperto e strapiomba sulla sottostante cava di pietra d'Angera.
Ala borromea. Nell'ala borromea
sono da ammirare nel primo salone dei notevoli frammenti di affreschi
quattrocenteschi strappati nel 1946 dal palazzo Borromeo di Milano. Di
rilievo è il grande brano raffigurante la Raccolta delle melograne. Altri
frammenti illustrano scene dalle Storie di Esopo ed ai Trionfi del Petrarca.
A destra, nella attigua sala ricavata al secondo piano della torre di
Giovanni Visconti, sulla parete di fondo è parte della antica decorazione
trecentesca formata da disegni geometrici intercalati dallo stemma visconteo
sovrastato dalla mitra. In questa e nelle altre sale sono diversi quadroni
seicenteschi raffiguranti ritratti e fasti di casa Borromeo. Lapidario.
Ridiscesi per lo scalone si ammirano sotto il porticato le diverse are
romane di proprietà Borromeo. Il pezzo più famoso è la base marmorea di una
statua a Giove. Altra ala interessante è quella dedicata anch'essa a Giove
Ottimo Massimo, in pietra d'Angera, con decorazioni a festoni. Nel cortile
sottostante è un coperchio di sarcofago in serizzo, a spioventi con acroteri
angolari, d'epoca medievale. ».
http://www.proloco.net/angera/rocca.php
Bisuschio (villa Cicogna Mozzoni)
«La villa sorge ai limiti del
centro storico del paese: al tempo, la sua costruzione è avvenuta al di
fuori del nucleo medioevale. L'edificio vero e proprio (senza considerare le
dipendenze) ha un impianto a U, tipico delle dimore nobili del rinascimento
lombardo. Vi si accede tramite un vialone alberato, in salita, che si slarga
sul piazzale dove sorge la villa. La facciata è disposta su due piani,
austera, asimmetrica rispetto al portale d'ingresso, in bugnato. Le pareti
che danno sul piazzale, ora fortemente sbiadite, mostrano ancora deboli
tracce di una ricca decorazione ad affresco.
Varcando il portale d'ingresso, si entra nel cortile d'onore del palazzo,
che lo chiude su tre lati, mentre il quarto è rappresentato dal giardino. La
pavimentazione del cortile è in pietra locale: si tratta di ciottoli in
porfido rosso di Cuasso, mentre, al centro, alcuni ciottoli bianchi
delineano lo stemma della famiglia Cicogna Mozzoni (una cicogna con un
serpente nel becco e un sasso nella zampa, accanto a un'aquila, sovrastate
dalla corona comitale). Sui due lati lunghi della villa si apre il
porticato, sorretto da robuste colonne doriche in pietra di Viggiù, mentre
sul terzo lato della casa il porticato è ricreato grazie agli affreschi
eseguiti in trompe-l'œil, ora molto sbiaditi. Tuttavia, lo stato globale di
conservazione degli affreschi del cortile è migliore rispetto a quelli
esterni: si leggono ancora numerose figure e le brillanti variazioni
cromatiche. Sono gli affreschi a livello del piano terra ad avere la peggio,
dato che mostrano numerose efflorescenze per umidità di risalita. Invece,
sono ben conservati gli affreschi delle volte dei portici: il portico e est
(quello d'entrata) mostra alcune scene tratte dalle Metamorfosi di Ovidio,
racchiuse in cornici geometriche e accompagnate da vivaci grottesche; il
portico a ovest, sulle velette, mostra diverse figure mitologiche e
storiche. Interessante vedere come ci sia un'attenta contrapposizione tra
figure maschili e femminili: queste si alternano, in modo che una figura
maschile resti speculare a una femminile e viceversa. Al centro, un altro
affresco in trompe l'œil crea l'effetto di un pergolato, dove si
intrecciano tralci di vite carichi di grappoli, rami di melograno e di
piante di limone carichi di frutti maturi. Tra questi rami, alcuni putti
giocano con pavoni e altri animali. Il tutto serve da cornice per lo stemma
inquartato della famiglia Cicogna Mozzoni. Gli affreschi di questo portico
rappresentano alcune scene di caccia, che rivelano la funzione primitiva di
questa dimora. L'intonaco appare "picchiettato" in più punti: si tratta
della tracce lasciate dai manovali, nel XIX secolo, nell'intento di liberare
le pareti dallo spesso strato di calce, che era stato applicato durante la
peste del '600 in modo da evitare il propagarsi della malattia
Non si sa con certezza in quale
anno nacque la villa. Certamente, all'inizio, doveva essere una cascina di
caccia che la famiglia Mozzoni, milanese, utilizzava per questo scopo. I
Mozzoni, diretti dipendenti del duca di Milano, avevano ottenuto dal ducato
stesso il permesso di cacciare nei territori circostanti a Bisuschio. Il
primo documento che parla di una dimora bisuschiese, utilizzata dalla
famiglia Mozzoni come casino di caccia risale al 1463. Un altro anno
fondamentale per la storia della villa è il 1476, in cui il duca di Milano
Galeazzo Maria Sforza, grande appassionato di caccia, visitò Bisuschio e la
dimora dei Mozzoni. Questo fatto indica che la dimora di caccia doveva
essere in certe condizioni per ospitare una persona del rango di un duca
che, tra l'altro, in occasione della battute di caccia, amava circondarsi di
un imponente corteo. Durante la caccia, era il 2 novembre, il Duca rischiò
di finire tra le fauci di un orso, ma uno dei mastini di Agostino Mozzoni,
il padrone di casa, salvò la vita del duca affrontando l'orso. La povera
bestia morì per le ferite riportate, ma il suo sacrificio non fu vano:
infatti, il Duca, riconoscente, concesse numerosi privilegi alla famiglia
dei suoi ospiti. La vicenda sembra avere un che di fantasioso e leggendario,
ma è autentica ed è testimoniata da un diploma di esenzione ducale, datato 4
novembre 1476. Fu forse grazie a questi numerosi privilegi che i Mozzoni
ampliarono la loro fortuna, permettendo loro così di proseguire le modifiche
alla dimora. Si stima che intorno al 1530 si cominciarono consistenti
rimaneggiamenti architettonici che diedero grssomodo all'edificio l'impronta
attuale. ... Dal 1958 la villa è aperta al pubblico. Sono visitabili 12
ambienti riccamente arredati e affrescati fra cui una Biblioteca con 5000
volumi, camere da letto, una stanza per la musica con un fortepiano
costruito da Anton Walter di Vienna nel 1798».
http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Cicogna_Mozzoni
Caidate (fraz. di Sumirago, castello Confalonieri)
«Di origine viscontea e
risalente al 1300 circa, il Castello Confalonieri a Caidate (Sumirago),
domina tutta la vallata dell'Arno. Edificato dai Visconti come luogo dove
svagarsi nel nobile passatempo della caccia, ha struttura massiccia a pianta
quadrilatera, cortile centrale e una torre robusta e quadrata sull'angolo
che guarda verso la valle. Nel 1614 il castello passa alla famiglia Bigli,
grazie al matrimonio dell'ultima Visconti di Caidate: a questo secolo
risalgono le prime trasformazioni con il portico a colonne binate che
muteranno il castello in villa residenziale, conservando tuttavia alcune
caratteristiche castellane. Nell'Ottocento con i nuovi proprietari, i
Confalonieri, avviene l'aggiunta di torri cilindriche con coronamento di
merli dovuta all'architetto Balzaretto, al quale si attribuisce anche il
rifacimento del parco».
http://www.univa.va.it/varesefocus/vf.nsf/web/466C8B26C26DF192C1257147003BEE1A?OpenDocument
Caiello (fraz. di Gallarate, castello visconteo)
«A Gallarate ci sono i resti di
due fortificazioni: la prima nella frazione Caiello, probabilmente costruita
nel XV secolo e successivamente trasformata in villa».
http://www.naviglilombardi.it/Articoli/TERRITORIO/Parco-Ticino/569-Torri--Castelli-e-Fortezze.asp?ID_MacroMenu=
«Benché ormai in rovina, la
Rocca di Caldè resta comunque il simbolo dell’omonima frazione di
Castelveccana: dove un tempo sorgeva maestosa la fortificazione è stato
successivamente innalzato un faro votivo ai caduti. Il luogo merita però
senz'altro una visita per il grandioso spettacolo offerto dalle rocce a
strapiombo sulle acque del Lago Maggiore e per il panorama aperto sul
paesaggio circostante. Il sentiero che porta agevolmente sulla sommità è
percorribile da chiunque in poco più di quindici minuti: il percorso è assai
panoramico e premia ogni passo della salita con vedute sempre più ampie sul
lago e sui monti circostanti. Il punto di partenza è S. Pietro, una frazione
di Castelveccana situata più a nord: nella piazzetta adiacente alla chiesa è
possibile parcheggiare l'automobile per poi proseguire a piedi. Costeggiando
il fianco destro della chiesa di San Pietro si raggiunge la fine della
strada Capitano Barassi: qui ha inizio il sentiero pedonale. Durante la
passeggiata si incontrano alcune croci che, come l’obelisco finale, sono
stati dedicate ai Caduti di tutte le guerre, il sentiero è altresì
fiancheggiato da dimore signorili circondate da ampi giardini privati.
Partendo invece da Caldè è possibile recarsi alla duecentesca chiesa di
Santa Veronica: edificata a strapiombo sul lago nella parte inferiore della
Rocca consente di godere di una suggestiva veduta delle frazioni di Castello
e Caldè, della cui fortificazione era un tempo parte integrante. La
chiesetta ospita al suo interno pregevoli affreschi da poco restaurati. La
Rocca, risalente al Medioevo, fu espugnata e demolita dagli Svizzeri nel
1513: dell’imponente castello restano purtroppo solo il fossato utilizzato
come difesa e alcune porzioni dell’antico muro di recinzione. La sua
posizione dominava il lago: il promontorio è ben visibile anche dal lago,
per es. dal traghetto che da Laveno porta a Verbania e viceversa».
http://www.lagomaggiore.net/40/rocca-di-calde.htm
Castello Cabiaglio (villa-castello)
«La villa nasce come casa di
caccia degli Sforza-Visconti alla fine del '500 e nel '600 diviene dimora
della famiglia Ronchelli: Giovan Battista Ronchelli (1715 - 1788) era un
pittore rinomato dell'epoca. Entrando nel cortile si può ammirare un glicine
il cui tronco supera il metro e mezzo e i suoi rami da oltre duecento anni
seguono le arcate del porticato e si attorcigliano sulle colonne del
loggiato al primo piano. All'interno della villa si possono ammirare
pavimenti in mosaico e cotto lombardo tipici dell'epoca, volte dipinte da
elementi decorativi in finto bassorilievo, ampi camini di marmo arricchiti
da stucchi che rappresentano putti e aquile, il particolare soffitto del
salone a lacunari in legno rosso scuro ricco di rosoni e stemmi gentilizi
dei proprietari di casa».
http://www.miragu.com/index.php/annunci/location/locanda-del-glicine-antico-castello-cabiaglio/630
Castelseprio (rovine del castrum)
«Le difese che la rocca
possedeva al momento della loro distruzione, avvenuta nel 1287, derivavano
da un recupero effettuato circa un secolo prima della cerchia murata
superiore del castrum tardoantico. Il saliente che scendeva verso
Torba era stato abbandonato a se stesso già in età longobarda. Con il
termine distruzione non si intende che le mura furono rase completamente al
suolo, ma soltanto danneggiate in modo da risultare inservibili. Ciò accadde
soprattutto per ciò che riguarda il tratto occidentale della cortina, quello
rivolto verso il borgo, il solo da cui la rocca potesse essere assalita.
Successivamente, il luogo venne utilizzato come cava di pietra, e questo
servì a ridurre ulteriormente i resti che ancora si reggevano in piedi. Le
rovine di mura e di torri oggi esistenti non rappresentano che le fondazioni
o la parte inferiore della cinta tardo antica. La cinta muraria che circonda
il pianoro del castrum seguendone il profilo doveva avere, in
origine, uno svolgimento di circa 900 metri di cui soltanto un terzo è stato
attualmente tratto in luce. Oggi sono visibili i resti della porta
principale con il torrione d’ingresso, i tratti di mura conservati a sud di
essa, alcuni tratti sul lato orientale e su quello nordoccidentale e parte
del saliente che scendeva verso la torre di Torba.
Il castrum presenta poi al suo interno alcune torri isolate, una
delle quali utilizzata come torre-campanile per la Basilica di San Giovanni.
Dell’ingresso del castrum, situato in corrispondenza della stretta
lingua di terra che lo ricollega alle alture circostanti, si conservano
quattro muraglioni che avevano, verosimilmente, la funzione di appoggio di
un ponte ad impalcato e che, con ogni probabilità, dovettero essere rifatte
nel XIII secolo. Della porta, impostata sul declivio, si conserva a destra
una struttura semicircolare alla cui sinistra si innesta una struttura
rettilinea che piega poi verso l’interno. All’interno della rovina sono
state rinvenute alcune pietre di evidente reimpiego che hanno consentito di
datare la struttura alla fine del V – inizi VI secolo. A circa 50 metri
dalla porta d’accesso, lungo il ciglio sudoccidentale del pianoro, è stato
messo in luce un tratto di mura che si diparte da una torre rettangolare. Il
muro corre rettilineo fino ad una seconda torre, di dimensioni inferiore
alla precedente, che sembra essere crollata a valle già in età tardo antica.
Le mura si estendono poi per un altro tratto mostrando punti di evidente
rifacimento dovuto ad antichi crolli. Dopo una lacuna di 2,50 metri, si
trova, in posizione arretrata rispetto al precedente, un tratto di mura che
si estende per 14,20 metri seguito da un ulteriore vuoto. Il muro riprende e
piega verso sud ad angolo retto, seguendo la morfologia del pianoro. Dopo
un'interruzione di circa 28 metri il muro riprende e corre lungo tutto il
tratto meridionale del pianoro per circa 110 metri e poi risale lungo il
ciglio orientale. Questo tratto di mura ingloba tre torri, di dimensioni
inferiori alle precedenti, di cui soltanto la terza conserva tutti e quattro
i lati. Retrostante a questo grande tratto ad ansa della cinta murata si
trovano i resti quadrangolari di una torre-dimora, sostenuta verso sud da
due poderosi contrafforti. Si trattava, con ogni probabilità, di un
burgus, di un corpo di guardia, della sede del comando del sistema
fortificato di Castelseprio e risale alla seconda metà del IV secolo.
Proseguendo, si riconoscono i
resti delle mura lungo tutto il ciglio del pianoro fin dietro il lato nord
della Cascina San Giovanni. Solo per due tratti sono in vista elementi
dell’apparato e per uno di questi è riconoscibile una piccola parte di muro
di imposta sul ciglio di una delle balze che movimentano il pendio. Nel
rilievo eseguito dal Bertolone nel 1947 a quest’altezza delle mura vi è
indicata una torre, forse una porta fortificata di accesso da e per il
pendio, in posizione di primo avvistamento sul vallone. Il tracciato delle
mura a nord e a nord-ovest non è ancora stato verificato, anche se, la
posizione di un piccolo tratto di mura posto poco più a sud della torre
interna di nord-ovest, spinge a pensare che la cinta non avesse torri su
questo lato perché utilizzava quella già esistente all’interno. Ritornando
al pendio orientale, che porta alla postazione di Torba, è doveroso
segnalare un tratto di muro conservato sotto il monastero e due tratti che
corrono verso il castrum dal fianco nord della grande torre, l’unica
che conserva l’elevato originale coronato da aggiunte posteriori.
All’interno del castrum si ergono poi le tre torri isolate risalenti
probabilmente al IV - VI secolo d.C. Queste torri sono disposte nei punti
più alti della collina e, mentre la Torre I (riutilizzata come torre
campanaria adiacente alla basilica di San Giovanni) si trova al centro della
zona, le altre due, Torre II o di nord-ovest e Torre III o di nord-est, sono
prossime al declivio.
La torre I, di esatta costruzione quadrata, ha il lato di 6,85 metri ed è la
più piccola delle torri note a Castelseprio. Il muro mostra al di sopra
della risega parecchi conci di riporto in serizzo: due loricae (copertine di
strutture murarie), due elementi di imboccatura di pozzo, una pietra
circolare, probabilmente uno zoccolo. Questi elementi di riporto hanno
permesso di attribuire la torre all'epoca gota (VI sec. d.C.). La torre II è
anch’essa perfettamente quadrata e presenta un tratto del muro interno del
lato nord a piccole pietre disposta quasi per taglio. La torre III è
anch’essa quadrata con lati di 7,86 X 7,85 metri e mostra la struttura
interna del muro fatta di ciottoloni disposti con un certo ordine a strati e
con tendenza a porli per taglio un po’ inclinati».
http://www.castelseprio.net/info_tur/monumenti/monpage.htm
Castiglione Olona (castello di Monteruzzo)
«Immerso in un verde parco, il
Castello di Monteruzzo sorge su di una collinetta che domina il borgo.
Presenta i caratteri tipici del maniero medioevale con le sue le alte torri
e le merlature in cotto che dominano tutto il bianco profilo. Nato
originariamente come residenza agricola nel XVI sec., deve il suo aspetto
odierno agli interventi apportati tra il '700 e l’800 quando furono inserite
le due torrette, fu allungata l’ala nord e furono aggiunti i caratteri
tipici del maniero medioevale (merli e caditoie) svuotati però di qualsiasi
reale funzione. Nel 2005, dopo un lungo ed attento lavoro di restauro, è
diventato sede della Biblioteca Civica di Castiglione Olona, di un Centro
Congressi, di spazi espositivi per mostre ed è spesso utilizzato come sede
per eventi e manifestazioni».
http://www.comune.castiglione-olona.va.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idArea=17361&idCat=17371&ID=17387&TipoElemento=categoria
Castiglione Olona (palazzo Branda)
«è
composto da due corpi di edificio ben distinti. Il primo fu costruito nel
XIV secolo; ampliato e abbellito nel XV secolo per volontà del Cardinale
Branda. La seconda parte di edificio fu fatta erigere dal Porporato nei
primi decenni del XV secolo. Fu poi ampiamente rimaneggiata nei secoli
successivi. L'elemento di raccordo tra i due corpi di edificio è la parte
che contiene al piano terra la Cappella Cardinalizia e al piano superiore la
loggetta rinascimentale. Epoca di costruzione: prima metà sec. XV».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LMD80-00051
Cislago (castello Visconti Castelbarco)
«Il castello Castelbarco Visconti di Cislago nella sua forma attuale corrisponde al palazzo che fu costruito nel corso del Seicento sui resti dell’antica fortezza medievale. Disposto su una pianta a U, presenta sulla facciata principale, rivolta a nord-ovest, due torri d’angolo in mattoni a vista che costituiscono l’unico elemento di richiamo alla struttura del castello antico, mentre sul lato opposto i tre corpi di fabbrica chiudono il cortile privato su cui si affaccia un portico a tre archi con colonne binate posizionato nell’ala centrale. L’aspetto generale del complesso è stato modificato progressivamente dai lavori di restauro compiuti tra il Settecento e l’Ottocento. Sono il prodotto di interventi posteriori la copertura a intonaco della facciata; le merlature che coronano il fronte principale del palazzo e le sommità delle torri, sostenute da beccatelli e rifatte secondo un orientamento neomedievale; il giardino alla francese che occupa lo spazio antistante l’ingresso. Gli ambienti interni del palazzo conservano ancora decorazioni ad affresco di epoca barocca e dell’Ottocento, arredi originali e numerosi dipinti che ritraggono i membri della famiglia Visconti. All’esterno, è degno di nota l’oratorio annesso alla proprietà, dedicato a Santa Maria Assunta e San Martino e decorato all’inizio del Quattrocento, mentre l’attuale parco comunale, adiacente ma separato dalla proprietà del castello, in origine costituiva il parco collegato al maniero, in ideale prosecuzione del giardino che introduce al palazzo.
Le origini del castello
Castelbarco Visconti di Cislago risalgono probabilmente al X secolo.
Fonti storiche testimoniano della presenza in epoca feudale di una rocca
fortificata, a prova del fatto che il passaggio di Cislago occupava già
una posizione strategica sulla via che dalle Alpi discendeva in
direzione di Milano. Nella seconda metà del XIII secolo Cislago entrò
nell’orbita della Signoria milanese dei Visconti quando Uberto Visconti,
fratello del Signore di Milano Matteo Magno, acquisì la proprietà. Da
quel momento Cislago fu stabilmente tra i possedimenti del ramo di
Cislago del casato visconteo fino agli inizi del Settecento. Nel 1510 il
castello fu però distrutto dal passaggio delle truppe svizzere del
vescovo di Sion Matteo Schiner. Solo un secolo più tardi, sui resti
dell’antica fortezza, fu costruito per volere del marchese Cesare
Visconti un nuovo palazzo con caratteri di residenza signorile. I lavori
iniziarono nel 1620 e si protrassero per tutto il secolo XVII. Nel 1716,
all’esaurirsi del ramo dei Visconti di Cislago, il castello passò ai
Castelbarco, famiglia della nobiltà trentina che legatasi per vincolo di
parentela agli ultimi eredi dei Visconti prese il nome Castelbarco
Visconti. Tra il Settecento e l’Ottocento la nuova proprietà dispose
numerosi interventi. Con il rifacimento delle torri e della facciata, la
riorganizzazione degli appartamenti interni, il riempimento del fossato
e la sistemazione dei giardini, il castello assunse l’aspetto che
conserva ancora oggi. Il castello è tuttora residenza privata, di
proprietà degli eredi della famiglia Castelbarco Visconti».
http://www.castellidelducato.eu/struttura.php?id=41
«Posto sulla cima della collina
dominante la valle dell'Arno, il castello di Crenna fu eretto nell'alto
medioevo e citato per la prima volta nel 1160. Dominava tutta la piana di
Gallarate dalla stupenda posizione sullo sperone della collina. Dal sec. XIV
diventò proprietà dei Visconti fino al 1722. Con i sec. XVI e XVII il
castello subì trasformazioni ed adattamenti a seguito delle divisioni
famigliari. Oggi è difficile distinguere le varie fasi costruttive dei vari
edifici che si affacciano sul terrazzo di Crenna, pesantemente trasformati
durante la fine del secolo scorso ed il primo trentennio del nostro.
Attualmente si distinguono tre costruzioni che si susseguono sull'antico
sito del castello: il palazzo più antico, la torre ed un rosso edificio a
foggia di castello, riadattamenti moderni dovuti ai De Rizzoli».
http://newslaghi.iobloggo.com/43/ville-castelli-e-residenze
Cuasso al Monte (castello di Cuasso)
«Il Castello di Cuasso, noto
anche come Castelasc in dialetto lombardo occidentale, è un importante
edificio difensivo di fondazione altomediovale della Provincia di Varese e
dell'Insubria. Esso occupa l'intero crinale di un colle il cui nome è
divenuto eponimo dell'intero comune di Cuasso al Monte, all'interno del
quale sorge la struttura. Ne rimangono oramai solo imponenti ruderi. La
costruzione occupa per intero la collina di Cuasso, seguendo la direttrice
nord-sud, e occupa un'area di circa 3500 metri quadri, con un perimetro che
si sviluppa su circa 400 metri. L'altimetria va dai 430 metri s.l.m del
mastio ai 455 della rocca di nord-est. Il mastio, in posizione di controllo
della gola proveniente dalla valle, risulta visibile, per chi proviene da
sud, anche da una decina di chilometri, pur essendo localizzato in una
posizione defilata: questo ne attesta l'importanza strategica. Il castello
era in origine composto da quattro piani distinti con un tetto merlato, alla
guelfa, mentre sulla parete ovest si appoggiava una piccola torre al cui
interno correvano le scale per raggiungere tutti i piani. Il mastio si
presentava come la prora di una nave e probabilmente sulla scomparsa parete
sud non vi erano accessi, ma solo finestre. Da quel punto poteva facilmente
controllare la sottostante strada con un indubbio vantaggio strategico
dovuto alla maggiore altezza. Alle spalle del mastio in direzione nord il
castello si apriva a ventaglio, con un angolo di circa 15°, con un cortile
pianeggiante nel cui interno in successione si ergeva ad ovest la Chiesa di
San Dionigi, santo di origine franca attuale patrono di Parigi, e a est
forse la chiesa di Sant'Ambrogio, i cui ruderi non permettono una chiara
identificazione. La chiesa di San Dionigi aveva due accessi, uno, quello
ovest principale, che si apriva all'esterno del castello ed un altro sulla
parete sud che dava nel cortile. Questo fa supporre che la tale chiesa fosse
la parrocchiale di un villaggio di legno, oramai scomparso, che sorgeva
intorno e ai piedi della collina. La parte ovest era anche quella meglio
difendibile. Sulla parete sud-est poco più a nord della presunta chiesa di
Sant'Ambrogio, si apriva invece la porta carraia principale il cui ingresso
era probabilmente accompagnato da una rampa di legno fissa o mobile, in
considerazione del dislivello di parecchi metri che la separava dalla antica
strada. Proseguendo verso nord si trovano ruderi di edifici non meglio
identificati, forse magazzini o botteghe. La parte orientale si eleva quindi
fino all'altezza di 455 metri. Il culmine del poggio è interamente occupato
dalla poderosa rocca di nord-est. Essa è la parte più antica del castello,
sicuramente di epoca romana faceva parte del sistema delle torri di
segnalazione di cui era disseminato l'Impero. I Longobardi non fecero che
ampliarla in seguito. Dalla parte più alta del poggio è possibile osservare
tutta la porzione meridionale del Lago di Lugano, operazione non fattibile
dal mastio. L'accesso alla rocca di Nord Est rimane difficoltoso per il
dislivello e per la presenza di una fitta vegetazione che ne ostacola il
cammino. La rocca fungeva da privilegiato punto di osservazione, tanto da
essere utilizzata anche nel corso della prima guerra mondiale, inserendola
nella linea Cadorna e di una virtuale imprendibilità. La parte occidentale
invece rimane al livello del mastio, con un ulteriore cortile protetto da
mura da quale si accede poi a settentrione a Porta Nord, sicuramente munita
di ponte levatoio. Tra il cortile nordoccidentale e la rocca di nord-est si
sviluppavano una serie di terrazzamenti, in parte ancora presenti, sui cui
pavimenti sorgevano probabilmente costruzione di legno ed anche di pietra.
Per la frammentarietà di fonti scritte la sua storia è ancora avvolta in
gran parte dal mistero. Si ipotizza sia stato cruciale nello scontro tra
guelfi e ghibellini nel XIII° secolo quando fu probabilmente possedimendo
della famiglia dei da Besozzo come caposaldo orientale dei loro possedimenti
al confine con quelli dei Torriani. Al termine di tali conflitti, in cui
trionfarono i Visconti, con la costituzione di un unico stato che poi
sarebbe diventato il Ducato di Milano, il castello perse progressivamente di
importanza tanto da finire nella lista di un'ordinanza di Francesco Sforza
in cui si ordinava di abbattere un determinato numero di fortificazione. In
quel tempo tuttavia già versava in stato di abbandono tanto che tale
ordinanza non fu portata a termine per mancanza di una funzione esercitata.
Di certo dai pochi scavi e studi condotti in loco hanno appurato che si
trattava di un castello posto sull'antica via che portava da Milano ai
valichi alpini del San Bernardino e del San Gottardo. La sua edificazione al
vertice di una gola in forte pendenza lo rendeva di fatto inespugnabile e
chiave dell'intera viabilità dell'epoca romana e medievale. La sua
prossimità al fiume Cavallizza, nelle cui vicinanze si trovavano miniere di
argento, di piombo e, in misura molto minore, d'oro fanno supporre anche una
sua importanza economico nel controllo delle risorse telluriche.
L'attuale castello risulta costruito in più tappe. La torre più antica di
epoca gallo-romana venne ampliata in epoca longobarda secondo una insolita
pianta, i cui unici raffronti si possono trovare nel Castello di Warkworth
in Northumberland (Regno Unito) e nell'oramai scomparso Castello di Trecate.
Si sa per certo che l'attuale castello inglese sorge su un preesistente
insediamento sassone ricalcandone la forma. Per tale motivo, è stata
ipotizzata una edificazione da parte di maestranze sassoni. Paolo Diacono
nella sua Historia Langobardorum narra di circa 20.000 sassoni discesi
insieme ad Alboino nella primavera del 568. I Sassoni vantavano una comune
ascendenza con i Longobardi, avendo risieduto entrambi nel I secolo d.C.
nella zona estrema settentrionale della Germania romanizzata, lungo il corso
del fiume Elba. Nel 734 una parte di ventimila arimanni, a causa di
disaccordi con il potere centrale longobardo, si allontanarono dall'Italia.
Il Castello fu sicuramente un presidio militare della via che conduceva da
Como al Gottardoin quanto, prima della costruzione del ponte di Melide la
strada principale passava attraverso di esso. Fu parte poi del Contado del
Seprio per essere poi abbandonato definitivamente verso il XIII secolo. Fu
in seguito sede della parrocchiale di Cuasso fino a metà del XVI secolo per
essere poi ridotto a cimitero nei secoli successivi. Ebbe nuovamente
funzione di punto di osservazione e di stalla all'epoca della costruzione
della Linea Cadorna. ...».
http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Cuasso
Fagnano Olona (castello visconteo)
«Costruito in prossimità del corso del fiume Olona, il castello di Fagnano Olona è posto a settentrione dell’abitato del paese, verso il quale rivolge la facciata principale, mentre il lato posteriore domina la valle in cui scorre il fiume. La parte più antica del palazzo è costituita dall’ala nord, formata da un quadrilatero chiuso di edifici che presenta una corte centrale e due torri angolari sul fronte anteriore. Delle due, la torre orientale conserva l’aspetto in muratura, la struttura e l’altezza originali, con la decorazione delle merlature ancora visibile, mentre la seconda è stata ribassata e intonacata in epoca successiva. Quest’area del complesso corrisponde con tutta probabilità al perimetro della rocca medievale, ed è il prodotto dei lavori di rifacimento che furono effettuati alla metà del Quattrocento per volontà di Filippo Maria Visconti, di cui resta testimonianza in uno stemma visconteo siglato dalle iniziali FM visibile nel cortile principale del palazzo. È invece relativamente più recente l’insieme degli edifici che occupano la parte meridionale e costituiscono l’attuale facciata del castello. Alla fine del Cinquecento furono infatti giustapposti alla struttura esistente nuovi corpi di fabbrica che si allungavano in direzione sud. Essi furono chiusi a formare un cortile d’ingresso minore da una struttura muraria che presenta al centro un portale di stile barocco, con colonne e cornice a bugnato. Dal portone di accesso si diparte il ponte in muratura che sormonta l’antico fossato difensivo. Sul fronte esterno, alla sinistra del portone d’ingresso è possibile osservare un bassorilievo in pietra di soggetto mariano che risale alla fine del XVI secolo.
Il castello di Fagnano Olona fu
edificato nel corso del Medioevo a presidio di un territorio che per la sua
posizione geografica rivestiva un’importanza strategica all’interno del
contado del Seprio, soprattutto per il controllo della valle dell’Olona e
della via che univa Castelseprio a Milano. Il fortilizio fu coinvolto nel
Trecento nelle lotte che opposero le famiglie dei Della Torre e dei
Visconti, e verso la fine del secolo entrò di fatto tra i domini della
Signoria viscontea. Alla metà del Quattrocento, Filippo Maria Visconti conte
di Albizzate, che aveva ottenuto il possedimento di Fagnano Olona in dono da
Francesco Sforza, promosse importanti interventi nell’ottica di una
trasformazione residenziale della fortezza. Agli inizi del Cinquecento il
castello subì però pesanti danneggiamenti nel contesto dello scontro fra
spagnoli e francesi successivo alla fine del Ducato milanese. Nel 1551
l’imperatore Carlo V conferì il titolo di conte di Fagnano a Vitaliano
Visconti Borromeo, e fu un suo erede, Gaspare Visconti, che nel 1585
successe a Carlo Borromeo come arcivescovo di Milano, a disporre il restauro
e l’ampliamento della struttura originaria, con l’aggiunta di nuovi edifici
e la costruzione di un cortile d’ingresso che precedeva la corte principale
quattrocentesca. Fagnano Olona fu in seguito controllata dai Visconti fino
al 1798, data dell’abolizione napoleonica dell’istituto feudale. Passato
attraverso diversi passaggi di proprietà, il castello, restaurato, ospita
attualmente la sede del Comune di Fagnano».
http://www.castellidelducato.eu/struttura.php?id=43
«...Già in età romana, dove ora sorge Frascarolo, esistevano alcuni insediamenti, come documentato dai numerosi reperti archeologici dell’epoca ritrovati e conservati in alcuni piccoli musei locali. Tra il 924 e il 942 si cominciano ad avere notizie del borgo ad opera del vescovo di Lodi Ogglirio che fece dono a suo fratello Aldramano e al conte Alberico di alcuni terreni e borghi, tra i quali compare, appunto, anche Frascarolo. Attorno al X secolo il borgo fu dominio dei conti Palatini di Lomello che risiedevano però a Pavia, ma nel 1024 detti conti vennero cacciati dalla città e dovettero ritirarsi nei loro possedimenti lomellini, dando origine a un piccolo Stato nel quale fecero erigere numerosi fortilizi creando un notevole sistema difensivo: il castello di Frascarolo fu uno dei più importanti dal punto di vista strategico. Ma ecco che un’altra famiglia, i Beccaria, avanza pretese sulla Lomellina, intraprendendo aspre battaglie con i Palatini che sono costretti nuovamente nel 1295 a rientrare a Pavia da dove sono definitivamente cacciati dalle truppe dei Visconti alleatesi con quelle dei Beccaria: era l’anno 1315. Il paese divenne poi feudo dei Varesini e dei Bellisoni attorno al XIII secolo, e rimase loro possedimento fino alla proclamazione della pace di Costanza. Dopo questo Trattato, però, i milanesi avanzarono pretese sui possedimenti dei pavesi e iniziarono aspre battaglie al punto tale che le soldatesche di Milano invasero Sartirana, Breme e Frascarolo. Nel 1323, Marco Visconti prese in mano la situazione e proseguì l’assedio dei paesi lomellini compreso Frascarolo, e per molti decenni diede impulso alla zona costruendovi anche un castello nelle immediate vicinanze dei ruderi di due piccole fortezze. Ma come sempre è avvenuto in altre circostanze, si verificò che anche il castello di Frascarolo divenne teatro di cruenti battaglie combattute fra vari eserciti per il possesso della Lomellina. Nella zona, il segno delle più violente devastazioni lo diede Facino Cane, che a capo di soldati di ventura, si accanì anche nei confronti di Pieve del Cairo e Olevano. La fine definitiva del castello di Frascarolo avvenne nel 1404, quando esso fu incendiato e irreparabilmente distrutto.
In effetti, Frascarolo, per la sua vicinanza al Po (importantissimo confine naturale fra le terre lombarde e quelle piemontesi), aveva un interesse strategico di rilevante peso per le battaglie che si succedevano con una notevole frequenza durante quasi tutto il XIII secolo. Si cita come guerra di una certa importanza quella che intrapresero i duchi di Savoia per tentare di assoggettare tutta la Lomellina, ma alla fine essi dovettero sottostare ai voleri degli Sforza e il 30 agosto 1454 firmarono un trattato con il quale si impegnarono a desistere dalle loro mire e a riconoscere la supremazia dei Signori lombardi che durò fino al 1535. Nel frattempo (1512) venne riedificato anche il castello. Dopo la dominazione sforzesca, il paese passò di mano in mano tra le più significative famiglie dell’epoca, tra le quali si possono citare i Cairoli e i Beretta. Giunti alla metà dell’800, il castello e gli annessi possedimenti terrieri divennero proprietà della famiglia Vochieri e rimase loro fino agli anni ’60 del XX secolo. Il maniero venne trasformato, nell’attuale aspetto, nel 1882 per opera dell’architetto Vandone di Vigevano, su incarico di Giovanni Vochieri. L’originaria struttura prettamente bellica del castello venne radicalmente trasformata in una sorta di residenza dal carattere signorile. Sostanzialmente il Vandone creò un complesso dall’elegante impatto scenografico e con un discreto gusto architettonico.
Struttura del castello.
L’edificio si presenta a pianta quadrata ai cui quattro angoli si erigono
altrettante torri cilindriche. Ammirando nella sua totalità la costruzione
non si può fare a meno di notare gli evidenti rifacimenti ottocenteschi
(anche nelle torri) soprattutto nelle parti superiori, sovrastanti le
antiche strutture. Sul fronte orientato ad ovest si apre l’ingresso
principale del castello sormontato da un’elevazione muraria che si innalza a
quota superiore a quella del resto della costruzione; nell’osservare tale
ingresso si possono notare ancora le tracce delle sedi delle leve necessarie
per il sollevamento del ponte levatoio, ora sostituito da uno in muratura
che scavalca il fossato che circonda l’intera costruzione. Il fossato
naturalmente non ha più le funzioni difensive (con riempimento d’acqua), ma
è stato trasformato in un elegante e austero giardino. Il castello venne
dichiarato monumento nazionale agli inizi del ‘900, e per merito dei
Vochieri prima e degli attuali proprietari ora, se ne può constatare la
perfetta conservazione. I suoi pregi architettonici si possono annoverare
nella serie di loggette, senza soluzione di continuità, alternate da
balconcini su quali si affacciano le finestre, alcune praticabili, altre
affrescate a trompe-l’oeil, rappresentanti serramenti e tende, come era
nello stile ottocentesco. Tutto ciò si può ammirare su tre dei quattro lati
del castello , mentre il quarto, quello rivolto a nord, è costituito
solamente da un alto baluardo che unisce le due torri e costituisce il
quarto lato del quadrilatero.».
http://www.museodelcontadino.it/Il_castello_di_Frascarolo_e_la_citt%C3%A0.htm
Gallarate (palazzo del Broletto)
«Il Broletto (termine che in
passato designava ovunque il palazzo municipale) sorge su un'area adibita
fin dalla metà del '200 al convento di San Michele, edificato dall'Ordine
degli Umiliati. Dopo la soppressione dell'ordine (1570), conseguente
all'attentato del Farina a San Carlo Borromeo, il convento ospitò altri
religiosi (monache Benedettine ed Agostiniane, frati Francescani). Sotto
Napoleone, l'edificio perse il carattere di convento per essere adibito a
pubblici uffici, sia pure con funzioni diverse nel tempo. Dal 1859 al 1861,
crollata la torre già campanile della chiesa, esso venne ristrutturato su
progetto dell'architetto Leone Savoia; dell'antico convento rimane l'ampio
cortile con il porticato coperto da volte a crociera poggianti su colonne in
granito. Ospitò fino al 1929 il Municipio, poi trasferito nel palazzo di via
Verdi (costruito nel 1907 come sede della Sottoprefettura) ed ora denominato
Palazzo Borghi, dal nome della facoltosa famiglia proprietaria in origine
dell'area e, fino agli anni 60, la pretura, le carceri, il commissariato di
P.S., la Biblioteca Civica. Agli uffici amministativi rimastivi se ne sono
aggiunti nel 1995, dopo l'ampliamento del Broletto stesso verso largo
Camussi, parecchi altri. Le fonti locali danno risalto, più che ai valori
architettonici del complesso, alle funzioni pubbliche esercitatevi (sede di
circondario, Sottoprefettura, ecc), quasi a rivendicare alla città un ruolo
primario e irrinunciabile sul territorio».
http://www.comune.gallarate.va.it/mambogal/index.php?option=content&task=view&id=26&Itemid=87
«Posto su un'altura della Valle
dell'Arno, poco lontano dal paese, è collegato a Somma Lombardo attraverso
le fortificate Arsago Seprio e Besnate. La sua costruzione risale
probabilmente al XIII secolo, ma la presenza di affreschi risalenti al X
secolo nell'attigua chiesetta di San Giacomo (ritenuta la cappella del
castrum) fa pensare che il luogo fosse già fortificato in epoca precedente.
Per la sua posizione strategica il castello faceva parte della linea di
fortificazioni a Nord di Gallarate del Ducato di Milano. Nel 1248 il feudo
di Jerago venne assegnato dall'arcivescovo di Milano Ottone Visconti al
fratello Gaspare e al nipote Pietro, che diede vita al ramo dei Visconti di
Jerago. Alcuni discendenti della famiglia ebbero stretti legami con i
Visconti di Milano e si imparentarono con famosi personaggi. Antonia
Visconti di Jerago sposò nel 1417 Francesco Bussone, detto il Carmagnola,
capitano di ventura e Elisabetta fu moglie del segretario ducale degli
Sforza Cicco Simonetta. Il castello, abitato soltanto nell'ala nord, si
presenta come un edificio compatto e chiuso sui quattro lati, senza torri,
con mura costituite da pietre intervallate a mattoni; intorno al 1500 gli
venne aggiunta la parte dei rustici. Dal 1300 al 1700 appartenne alla
famiglia Visconti di Jerago, come testimoniano anche gli affreschi
quattrocenteschi all'interno di S. Giacomo in cui è rappresentata una figura
di offerente inginocchiato davanti alla Madonna in trono, con a lato lo
stemma visconteo e una poco leggibile dedica. Nel 1751, con l'estinzione dei
Visconti a seguito della morte di Antonio, l'edificio passò di proprietà
alle famiglie Bossi e Bianchi assumendo l'aspetto di vera e propria
residenza grazie all'apertura di nuove e ampie finestre e con la decorazione
affrescata dei soffitti a motivi naturalistici di Carlo Antonio Raineri.
Verso Sud fu sistemato il giardino in due terrazze come è visibile
attualmente. Nel secolo scorso, dopo essere stato acquistato e restaurato da
una famiglia fiorentina, è stato venduto all'attuale proprietario che ha
apportato nuovi miglioramenti negli anni '60. Oggi il castello è una dimora
privata immersa nel verde in cui si possono organizzare matrimoni ed eventi».
http://castelliere.blogspot.com/2011/04/il-castello-di-lunedi-18-aprile.html
Laveno Mombello (torre del castello)
«Il Forte Castello,
ribattezzato Forte Garibaldi, è quanto rimane della torre di segnalazione
eretta sul golfo di Laveno nel sec. XV e ripristinata dagli austriaci nel
1855. Il forte fu testimone dello scontro tra il corpo di volontari
"Cacciatori delle Alpi" e gli austriaci, durante la guerra d'Indipendenza
del 1859. Il forte, che si erge isolato all'interno del parco pubblico di
Laveno, è a base rettangolare, con orlo merlato».
http://newslaghi.iobloggo.com/43/ville-castelli-e-residenze
«Documentato nel Basso Medioevo
come appartenente al Contado del Seprio, il borgo di Orago segue le vicende
di quello di Gallarate: nella zona vi erano stanziate popolazioni
preindoeuropee, appartenenti al ceppo ligure, più propriamente della Liguria
padana. In un secondo tempo, a partire dal 1000, con conclusione verso il
500 a.C., ecco l'occupazione da parte dei Celti insubri. Ben presto i Celti
entreranno in conflitto con i Romani che occuperanno la zona intorno al 200
a.C. Successivamente il cedimento della romanità provoca un autentico trauma
civile, il Varesotto fu via via occupato, a cominciare dal IV secolo d.C.
dalle popolazioni barbariche scese dal Nord, dagli Eruli, Ostrogoti,
Bizantini, Longobardi e Franchi. Perno organizzativo e polo di riferimento
per questa strutturazione territoriale fu Castelseprio. Posto
sull'itinerario della valle dell'Arno che portava da Milano verso i valichi
alpini, il Castello di Orago faceva parte del sistema fortificato a difesa
del percorso. Appartenente ai Visconti del ramo di Orago, il castello è di
pertinenza del milite Antonio Visconti e di suo figlio Gentile all'inizio
del Quattrocento quando il "Castrum de Urago" venne distrutto da
soldatesche di Busto e di Gallarate. Presumibilmente riadattato dopo i danni
del 1402, il Castello di Orago rimase ai Visconti fino alla metà del
Cinquecento. Quando Bianca Visconti sposerà un Lampugnani legnanese il
Castello con relative proprietà passerà a tale famiglia. A testimonianza
della antica origine fortificata si può notare ancora oggi la torre
quadrangolare posta sul lato meridionale del palazzo. ...».
http://www.polisportivaorago.it/Archivio/orago.htm
«Considerando le caratteristiche strutturali dell'edificio ed i pochi dati archivistici e storici disponibili, si ritiene ora generalmente che il nostro castello sia stato edificato attorno al XII secolo, quando la Valcuvia faceva parte del Seprio: il colmo della collina, costituita da rocce calcaree in strati, venne spianato sul lato Nord-Est e il materiale ricavato impiegato nella costruzione; la parte occidentale, più alta, fu utilizzata per erigervi il mastio. La costruzione sembrerebbe collegabile alle lotte che in quel XII secolo impegnarono i Comaschi e i Milanesi, interessando anche la zona della Tresa e i suoi castelli. In quel contesto appariva essenziale la realizzazione di un forte in Valcuvia in grado di evitare che truppe, superato il fiume Tresa, potessero, per la Valcuvia, portarsi su Besozzo e la pianura o su Varese. Tutto questo non esclude che sul luogo non sorgesse, in tempi ben più remoti, qualche antecedente fortezza, magari di epoca pre-romana, o, abbastanza verosimilmente, una delle tante torri di avvistamento di epoca tardo-romana od alto medievale sparse nel nostro territorio
Si tratta di un antico castello
sito in mezzo ai boschi a nord-est del paese di Orino. La rocca servì a
diverse popolazioni, sempre a scopi militari; venne smantellata ed
abbandonata per oltre tre secoli, fino al 1912 quando fu restaurata e
parzialmente ricostruita. La Rocca è un complesso di imponenti e suggestivi
resti di un’antica fortificazione, che sorge isolato tra i boschi a quota
525 metri su un rilievo appena a nord di Orino, nel Parco del Campo dei
Fiori, in posizione dominante sia gran parte della Valcuvia, sia il
territorio verso il lago Maggiore e Laveno.Attorno ad essa vi era un ampio
recinto fortificato probabilmente destinato al temporaneo ricovero di truppe
e di colonne di passaggio o all’alloggiamento di presidii armati durante
contingenze belliche. La posizione di questo castello, oltre che adattissima
per controllare le invasioni provenienti da nord, risultava anche felice dal
punto di vista difensivo, occupando la cima di un colle non imprendibile, ma
certo non facile da espugnare. Scaglionate lungo il percorso da Angera a
Ponte Tresa, si sono individuate per il Medioevo diverse testimonianze di
fortificazioni a controllo della strada (Brenta, Cuvio, Cuveglio). Tuttavia
la Rocca di Orino rappresenta oggi la fortificazione della valle che meglio
delle altre ha resistito alle ingiurie dei tempi.
Localmente denominata “castel d’arian”, è da sempre legata alla storia
lombarda. Sebbene l’attuale costruzione non dati prima del sec. XV, è
ipotizzabile una presenza fortificata sul territorio anteriore a questa
data, anche se attualmente mancano adeguati supporti documentari. La
costruzione è costituita da un vasto quadrilatero cinto da un muraglione e
difeso da torri; all’interno dell’ampio ricetto si trovano la cisterna e,
all’angolo nord – ovest, la Rocchetta, probabilmente ricavata dal
riattamento quattrocentesco della precedente fortificazione, oggi ormai in
rovina, con una torre a sud – ovest. La merlatura sopra il muro di cinta
all’ingresso principale, fa parte dei riadattamenti all’inizio del secolo,
così come la rettangolare torre all’angolo nord-est e la torretta
rompitratta a nord, pur mantenendo nel complesso inalterate le forme
originarie».
http://www.istitutosup-gavirate.it/studenti/ipertesti/castelli/Orino/orino.htm
«Il palazzo è di origine
cinquecentesca, di proprietà dei Visconti. Nel Settecento, passata la
proprietà ai Rubini, questi ne modificarono in parte l'assetto strutturale,
trasformandolo in villa con cortile. La proprietà passò successivamente agli
Schenardi e quindi a Giuseppe Morandi, che nella metà dell'Ottocento, ne
fece un collegio. Sul finire del secolo (1882) il Comune divenne il nuovo
proprietario e vi insediò il Municipio. Ma, a far capo dal 1926, dopo il
trasferimento nella Villa Comunale in via Roma (Villa Gianetti), lo stabile
venne utilizzato per uffici della Pretura. E ciò fino al 1985. Da allora,
senza che l'Amministrazione Comunale abbia ancora definito la sua
ristrutturazione e destinazione, il Palazzo Visconti attende di essere
rimesso a nuovo. La struttura è abbellita da alcune colonne di granito di
Baveno. Alcuni soffitti del Palazzo sono impreziositi da significativi
affreschi attribuiti al pittore Giovanni Antonio Cucchi».
http://www.comune.saronno.va.it/servizi/menu/dinamica.aspx?idArea=16417&idCat=16464&ID=18610
Somma Lombardo (castello Visconti di San Vito)
«Il castello di Somma Lombardo risale al nono secolo. Proprietà della famiglia Visconti, era sorto a difesa dei confini del Ducato di Milano. La nobile famiglia lo elesse a stabile dimora solo a partire dal 1448, quando i fratelli Francesco e Guido avviarono lavori di ricostruzione, ampliamento e scavo di fossati. Nel 1473, a causa di dissapori familiari, i due fratelli divisero il castello e il paese di Somma (dando origine Francesco al ramo dei Visconti di San Vito e Guido ai Visconti di Modrone), mentre una terza ala venne aggiunta in epoca successiva, tanto che oggi il castello si presenta come un agglomerato di tre strutture diverse, ciascuna dotata di un proprio ingresso indipendente. All’interno, le stanze conservano l’aspetto originario. Al piano terra si può ammirare l'ingresso detto sala del rame, la sala da pranzo e il sontuoso salotto, con il camino affrescato dalla leggenda di Prometeo e, alle pareti, i ritratti dei Visconti che governarono Milano. Un imponente scalone conduce alle sale del piano nobile, dove si può ammirare un prezioso ciclo di affreschi cinquecenteschi attribuito ai Procaccini, forse dono di nozze del cardinale Taverna alla nipote Margherita e al suo sposo Ermes Visconti. Il salone centrale introduce alla “sala delle stagioni” riservata alla collezione di piatti da barba, una raccolta unica, originale e, molto probabilmente, la più fornita al mondo, composta com'è da quasi 500 pezzi di ogni materiale, foggia, provenienza e colore. Il piatto da barba, che un servitore sosteneva sotto il mento del signore mentre il barbiere lo rasava, serviva per recuperare gli inevitabili residui del rito mattutino. Autore della bizzarra collezione fu Carlo Ermes Visconti, uomo colto e illuminato vissuto nell'Ottocento che fu l’artefice di un’altra raccolta esposta nel castello: quella di 155 pezzi fittili e 200 monili appartenuti alla civiltà di Golasecca, importante insediamento archeologico fiorito a pochi chilometri di distanza da Somma Lombardo tra il nono e il quinto secolo avanti Cristo. Interessanti anche la collezione ornitologica con 360 uccelli imbalsamati e quella di armi e armature spagnole cinquecentesche. Dal salone centrale si accede alla piccola e graziosissima cappella, impreziosita da una bellissima pala centrale, da una Madonna su tavola di legno di scuola ferrarese e da un prezioso reliquario ligneo del 1574.
Nell'ala opposta del castello
il ciclo degli affreschi prosegue con le rappresentazioni delle attività o
delle età dell'uomo. Accanto alla stanza delle vanità, così chiamata per la
nudità femminile velata da un rimaneggiamento successivo che troneggia sul
camino, troviamo la camera del papa, ovvero di Gregorio XIV, nato proprio in
questo castello da Francesco e Anna Visconti l'11 febbraio 1535. Notevole
anche la torre, dove si trova una delle sale più sontuose di tutto il
maniero. Si tratta della camera reale, dove troneggia un imponente letto
ligneo del Seicento corredato da colonne tortili di gusto manierista. Tutto
intorno è un trionfo di ricchi arredi e di dipinti che ritraggono i
componenti della famiglia Visconti di San Vito. La camera era destinata ai
reali d'Italia, che talora soggiornavano nel castello sommese per guidare
manovre militari o dedicarsi alle battute di caccia. Interessante anche la
camera da letto in cui i Visconti di San Vito dormirono fino alla fine del
secolo scorso. Un'ultima sala è dedicata alla figura del conte Gabrio
Casati, legato per parentela ai nobili di Somma. Stampe, quadri, fotografie
ricordano la sua figura di stimato uomo politico, che partecipò ai moti
risorgimentali e fu a capo del governo provvisorio della Lombardia,
istituito nel 1848 in seguito alle Cinque giornate. Qui è conservata la
raccolta originale delle firme dei milanesi che ne riconobbero l’autorità.
Dal 1853 al 1860 Casati ricoprì la carica di ministro della pubblica
istruzione, facendosi ricordare per il famoso decreto (la legge Casati,
appunto) che stabiliva l'obbligo di istruzione elementare per tutti i
bambini. Oggi il castello, retto da una fondazione, è aperto alle visite e
agli eventi privati e pubblici».
http://www.vareselandoftourism.it/,,,
«Il torrione del V-VI secolo è
un esempio di architettura militare di importanza non comune. I contrafforti
e le murature si assottigliano salendo e traducono in forme architettoniche
il diminuire degli sforzi sopportati dalle strutture. Nella zona inferiore
le aperture sono a feritoia, al secondo piano si aprono invece belle
finestre a fungo (cioè con arcata di base più larga della luce della
finestra). Superiormente una fascia decorativa in cotto segna l'originale
altezza della torre, prima che si costruisse il sopralzo».
http://www.fondoambiente.it/beni/il-torrione.asp
Tradate (castello Pustella Melzi)
«Il castello Pusterla Melzi è posto su un’altura che si innalza a est di Tradate, sopra la valle dell’Olona, e si presenta attualmente nella veste di palazzo signorile di epoca secentesca che poco ha conservato della sua storia medievale e rinascimentale. L’unico residuo delle antiche funzioni difensive della struttura medievale è rintracciabile nella porzione di mura esterne ancora visibile da via Melzi. Nella parte settentrionale del palazzo è conservata una serie di dipinti che rendono omaggio alle personalità di spicco del casato dei Pusterla a partire dal XII secolo. La galleria di ritratti risale alla fine del XVII secolo, ed è opera dei pittori varesini Salvatore e Francesco Maria Bianchi da Velate e Federico Bianchi. Un’ulteriore testimonianza della storia antica della dimora principale dei Pusterla di Tradate si può rinvenire nella chiesa di Santa Maria in Castello. Integrata nel complesso di edifici dell’antico castello, la chiesa risale alla metà del XIV secolo ma fu sottoposta alla fine dell’Ottocento, su iniziativa di Barbara Melzi, a importanti lavori di recupero e a un restauro di gusto neogotico. Al suo interno è conservato il monumento funebre di Tommaso Pusterla, un’arca marmorea utilizzata come pala d’altare che fu realizzata da maestri campionesi alla fine del XIV secolo. Fra i palazzi di Tradate riconducibili alla proprietà dei Pusterla, è degna di nota la villa Sopranzi Stroppa, che occupa un’altura a breve distanza dal castello. Il palazzo fu ricostruito nell’Ottocento dall’architetto Giuseppe Jappelli per conto dei Sopranzi, probabilmente mantenendo l’impianto di un antico castello dei Pusterla. L’edificio attuale, sede di una scuola media privata, è stato rinnovato ulteriormente nel corso del Novecento e ha conservato scarse tracce delle forme neogotiche ottocentesche.
La storia di Tradate e del suo
castello è stata legata a lungo alle vicende della famiglia Pusterla, casata
nobiliare milanese la cui presenza in Tradate e nel territorio dell’Olona è
attestata fin dal XIII secolo. L’edificazione di un castello, che
probabilmente sostituì un antico forte medievale nella posizione più elevata
del borgo, e della contigua chiesa di Santa Maria in Castello, ricavata
dalla ristrutturazione di una cappella preesistente, si collocano intorno
alla metà del Trecento e si devono alle figure di Guglielmo Pusterla,
arcivescovo di Milano, e del nipote Tommaso, vescovo di Brescia. Nel tempo i
Pusterla radicarono la propria presenza in Tradate dotandosi di diverse
abitazioni nobiliari che ancora oggi recano le insegne del casato, ma la
storia dei possedimenti dei Pusterla a Tradate è condizionata dai prolungati
contrasti che li opposero alla famiglia dei Castiglioni e dai rapporti
conflittuali che essi intrattennero con i Visconti di Milano. Tensioni che
esposero le proprietà di Tradate a ripetute confische, rimaneggiamenti e
rifacimenti, tali per cui lo stesso castello, nel corso del Seicento, fu
ricostruito pressoché integralmente. L’influenza dei Pusterla su Tradate si
prolungò comunque fino agli inizi dell’Ottocento, quando il casato si esaurì
e i beni dei Pusterla passarono alla famiglia Melzi. Verso la fine del
secolo, Barbara Melzi, ultima erede dei nuovi proprietari, dispose la
donazione della proprietà del castello di Tradate all’ordine delle Suore
Canossiane. Negli anni Sessanta del Novecento l’istituto religioso ha deciso
l’abbattimento della parte meridionale del palazzo secentesco a causa del
suo cattivo stato di conservazione».
http://www.castellidelducato.eu/struttura.php?id=53
Varese (castello di Masnago o Castiglioni Mantegazza)
«Nei secoli XI – XIII interessi
economici e strategici richiesero la difesa ed il controllo della zona di
Masnago attraverso apparati ben vivi ed operanti. Tra questi apparati
difensivi si può citare proprio il Castello di Masnago, ma anche un’antica
torre mozzata, databile ai secoli XI – XII, in piazza Francesco Ferrucci
(vedi le due foto qui sotto), il Castellaccio di Faido, il Fortilizio di
Belforte, che ebbe un ruolo di particolare importanza negli avvenimenti
delle lotte tra Milano e Impero. A Masnago ci è nota anche l’esistenza di un
castrum nel 1015 ed ancora nel 1122; questo doveva comprendere
un’area abbastanza vasta con case e spazi coltivati, tale da assimilarlo ad
una fortificazione di villaggio. Altre antiche case quattrocentesche
attestano la vetustà del sito.
Il Castello di Masnago è un complesso architettonico costituito da una serie
di stratificazioni avvenute in epoche diverse: al Medioevo appartiene la
torre, il primo elemento a essere stato costruito; quattrocentesco, invece,
è il corpo di fabbrica adiacente ad essa, famoso per i suoi splendidi
interni affrescati; di costruzione più recente, sei-settecentesca, è infine
l'ala che, inserita sulle già esistenti strutture del forte medievale,
conferisce al complesso, un tempo edificato solo a scopo difensivo,
l'aspetto di una vera e propria dimora di campagna. La torre medievale
presenta alla base una zoccolatura, di 1.30-1.50 m, che riconduce ad una
risega di appoggio (diminuzione dello spessore di un muro in corrispondenza
di un piano superiore), che fa pensare ad un livello originario del terreno
più elevato. E’ difficile stabilire se fin dall’inizio la torre fosse o meno
saldata ad una cinta muraria. Sicuramente, se non dall’inizio, poco tempo
dopo venne eretta una muratura a oriente e successivamente un’altra muratura
annessa all’angolo sud-est. La stanza al pianterreno presenta infatti nella
parete sud una feritoia strombata (con lo stipite tagliato obliqua- mente)
che ci fa capire che inizialmente il muro sud si volgeva all’esterno del
complesso, in seguito occupato da altre costruzioni. Sul lato occidentale
del corpo sud-est poi venne aperto nel Quattrocento un porticato, di cui
ancora si vedono le tracce delle arcate: questo all'epoca era l'ingresso al
castello, a cui si poteva accedere anche dall'androne nord o da un altro
accesso a sud, poi eliminato per permettere di completare l'ala meridionale
della villa sei-settecentesca, corrispondente all'ultima fase evolutiva del
complesso. ...».
http://www.istitutosup-gavirate.it/studenti/ipertesti/castelli/Masnago/Masnago.htm
«Eretta nel XI secolo allo
scopo di proteggere la parte sud della cinta di Velate (borgo fortificato
fin dall’epoca tardoromana denominato “castrum de Vellate”), la
solenne mole di quella che solitamente si chiama la Torre di Velate. La
Torre di Velate sorge a sud dell’abitato, vicino all’antica chiesa di S.
Cassiano. Il luogo è in posizione elevata e controlla la via d’accesso al
borgo per chi proviene da Varese, oltre a dominare il percorso Varese / lago
Maggiore che corre lungo il crinale a nord del lago di Varese. Della
costruzione rimangono solamente le pareti a nord e ad est e sono visibili
all’interno le tracce di cinque piani oltre al piano terra. Si aprono qui
sul lato sinistro quattro monofore a doppia strombatura con profili di conci
di pietre. La Torre di Velate venne resa inutilizzabile durante le lotte fra
Milano e Como, nel XII secolo. Del poderoso quadrilatero originario, alto 25
metri, resta un intero lato, reso più resistente dal corpo della scala che
gli è solidale, e parte di un altro».
http://www.blog.varesehotels.it/varese/torre-di-velate
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