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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI LECCO
in sintesi
I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.
Abbadia Lariana (la Torraccia)
«Rudere di torre medioevale,
probabilmente resto di fortificazione del XII secolo a guardia di Lecco, di
cui si sono perse le tracce delle mura con la costruzione dello svincolo
della SS36. Rimangono intatte due pareti e in quella Nord si vedono in
stretta diagonale due monofore e la scossalina esterna che serviva ad
allontanare l’acqua dai muri; originariamente era suddivisa in vari piani
con copertura a capanna e le falde rivolte verso nord e sud».
http://prolocolario.it/index.php/Articoli/abbadia/
«Risalendo il fiume si incontra su piazza Carlo Frigerio il Castello, noto fin dal 968, poi via via dei conti di Lecco, dei vescovi di Bergamo, dei Visconti milanesi, nel ’400 dalla Serenissima. Con la rivoluzione industriale, Cesare Cantù ne fece trasformare un’ala in filanda. Gli appartamenti verso l’Adda erano stati, tra 1835 e 1856, carceri pretorie. Il castello è visible solo dall'esterno».
«Il castello di Brivio domina
ancora il paese con la sua struttura a pianta quadrata. Sui due angoli
meridionali del castello sono inserite torri a pianta circolare, all'angolo
nord-est è situato il maschio a pianta quadrata fronteggiato da un baluardo
triangolare; il quarto angolo è privo di torre».
http://it.wikipedia.org/wiki/Brivio#Castello
Calolziocorte (castello di Rossino)
«Il castello di Rossino, tradizionalmente conosciuto come il castello dell’Innominato di manzoniana memoria, è ubicato in posizione dominante su un’altura che sovrasta Calolziocorte. Con ogni probabilità sorgeva lungo il tracciato della antica strada che fin dall’età romana collegava i "municipia" pedemontani di Brescia, Bergamo e Como e presidiava il passaggio di persone e merci. Stando ad un presunto documento riferibile alle visite pastorali, un tempo conservato presso l’archivio parrocchiale di Rossino, la fortificazione in origine era forse munita di più torri (quattro o addirittura sei), collegate da mura difensive, poi distrutte (con parte del materiale recuperato in alcuni rifacimenti presso la Parrocchiale). Purtroppo l’assetto medioevale del castello, a causa del riattamento in forma di maniero operato nel corso dell’Ottocento riscontrabile soprattutto nel recinto merlato, risulta attualmente compromesso e di difficile lettura.
Significativo elemento del
complesso originario resta, dunque, l’unica torre a cinque piani
sopravvissuta al tempo e alla distruzione. Questa rocca è stata attribuita
alla famiglia Benaglio, che la deteneva nel corso del Trecento. Poi passò
nelle mani della famiglia Rota e nel Settecento la ritroviamo, ormai però in
degrado, nel novero della proprietà dei marchesi Solza. Si tratta di una
solida costruzione con finestre trilitiche, ad arco a tutto sesto e con
copertura a capanna. La sua muratura è costituita da corsi non molto
regolari di pietre e ciottoli locali spaccati o leggermente sbozzati, di
diversa tipologia e dimensioni; gli spigoli invece sono costruiti con pietre
rifinite ma della medesima qualità petrografica. La stessa tecnica si può
osservare anche in altre torri della Valle San Martino. Sulla base di questi
e altri confronti si può ipotizzare per la torre di Rossino una probabile
datazione all’età comunale».
http://www.prolococalolziocorte.info/castelloinnominato.htm
«A Ceregallo, località posta su un’altura dalla quale è possibile osservare un ampio panorama, ancora oggi sono visibili i resti di un’antica torre-osservatorio ed è presumibile che il sottosuolo ne nasconda altri. Le fortificazioni di Ceregallo consistono in una sovrapposizione romana a strutture galliche già esistenti. Il nome stesso del luogo, deriverebbe da agger gallicus che significa terrapieno gallico; in epoca romana, narra sempre lo stesso libro, il paesaggio naturale subisce innumerevoli trasformazioni sia per motivi militari che economici. Si realizzano terrazzamenti e livellamenti per adattare il terreno collinare alle attività agricole, i cui prodotti principali risultano essere il grano, la vite, il miglio e l’orzo. Con l’espansione dell’impero romano Sirtori diventa conosciuto in quanto situato lungo la famosa via Ulteria che rappresenta un passaggio obbligato per raggiungere località importanti. La località è probabilmente di origine romana, derivando il toponimo dalla “gens sertoria”, dedita nella Gallia Cisalpina al commercio ed alla vita militare. Infatti in due iscrizioni del I secolo a.C. è fatta menzione di Caio Sertorio Tertullo, veterano della XVI legione e responsabile dei cittadini romani a Monza, e di Lucio Sertorio, pure veterano; le due iscrizioni portano l’emblema della famiglia Sirtori».
www.green-building.it/Progetti/Urbanistica/Sirtori/index.htm
Cernusco Lombardone (resti del castello)
«Sull'altura in cui si ergono
le rovine del castello doveva esistere una fortificazione edificata dai
Romani e riutilizzata dai Longobardi. I resti che possiamo ammirare
risalgono alla prima metà del XIV secolo. La torre situata sullo spigolo
sud-est è di origine trecentesca edificata con pietre sagomate. L'altra
torre, mancante di due lati, situata sullo spigolo nord, fu edificata con
pianta rettangolare e ha un'altezza di dieci metri. Il palazzo baronale vero
e proprio, costruito in ciottoli e mattoni disposti a spina di pesce,
presenta finestre monofore e un loggiato».
http://www.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c
«Nel 1602 a Milano ( il giorno 16 settembre), dopo alcuni governatori spagnoli di sbiadita personalità, arriva in sostituzione di don Giovanni Ferdinando Velasco, l'anziano Pedro Enriquez de Acevedo conte di Fuentes. È reduce da vittoriose battaglie e raffinato diplomatico. L'astuto governatore avverte subito che i confini alla sommità del Lago di Como sono minacciati dai vicini popoli grigioni. Nell'ottobre del 1603, dopo aver ottenuto l'aiuto finanziario dal re di Spagna, il conte di Fuentes da inizio ai lavori di costruzione di un forte sulla sommità del colle di Monteggiolo a Colico, zona strategica per il controllo degli sbocchi di Valtellina e Val Chiavenna. La decisione provoca una violenta reazione diplomatica da parte dei grigioni, alleati di francesi e veneziani, che però non ottenne risultati positivi. Dopo tre anni di febbrili lavori, condotti da duemila operai-guastatori agli ordini dell'architetto militare Gabrio Brusca e protetti da otto compagnie di soldati con venti pezzi d'artiglieria, la colossale fortezza è ultimata nelle sue parti essenziali. I contorni verranno eseguiti negli anni successivi.
La fortezza, di pianta irregolare, misura in lunghezza 300 metri ed in larghezza 125 metri, è dotata di una costruzione a "U" che comprende gli alloggiamenti dei soldati, il palazzo del governatore, la chiesa, il mulino con il forno, alcune cisterne per l'acqua e, nei sotterranei, i magazzini. "...La si può raggiungere seguendo un ripido sentiero oppure una strada carraia che, partendo dal gruppo di case del Monteggiolo s'inerpica lungo le falde del colle e, lasciando a destra la torre rotonda di guardia, oltrepassa le opere esterne di difesa e passa davanti alla tenaglia in cui è aperta la porta vecchia difesa dai posti di guardia; svoltando a sinistra si raggiunge la porta nuova che immette sulla piazza d'arme". Costituivano opere accessorie del Fuentes la torre di Sorico, la torretta del Passo, il fortino d'Adda, il torrino di Borgofrancone, la torretta di Curcio e la torre di Fontanedo.
Nel 1620 inizia in Valtellina la rivolta che prenderà il nome di "Sacro Macello" con conseguenze guerresche che dureranno per un ventennio. In questo periodo il Forte di Fuentes funziona da valida sentinella. L'opera di controllo e protezione del territorio da parte del Forte di Fuentes continua senza scosse per decenni. Le uniche eccezioni si verificano al passaggio di alcuni eserciti di mercenari barbari (così ben descritti da Alessandro Manzoni ne "I Promessi Sposi") che terrorizzano la popolazione. Nel 1735 il ducato di Milano, dopo tanti travagli, cambia definitivamente padrone: agli spagnoli subentrano gli austriaci e Carlo VI d'Austria diventa duca di Milano. Nel 1769 è duca di Milano l'imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa. Dopo una visita al "forte", lo dichiara militarmente inutile. Nel 1782 il "Fuentes" viene soppresso e il "colle", messo all'asta, diventa proprietà privata. Nel 1796 Napoleone Buonaparte entra in Milano. L'imperatore, per richiesta dei grigioni, ordina la distruzione del "forte" ormai pacifica dimora agricola. Da Como salgono centinaia di guastatori diretti dal generale francese Rambeau e la colossale fortezza cade a pezzi.
Negli anni compresi fra il 1820 e il 1859 trovano rifugio fra le rovine del forte e nei suoi sotterranei gruppi di banditi che la gendarmeria Austriaca, non riuscendo a sgominare, si limita a controllare. Nei primi decenni del nostro secolo lo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano ipotizza la costruzione di un'opera fortificata in "Pian di Spagna" a sbarramento delle direttrici Adda e Mera. Per la sua ubicazione non ottimale è scartato il Forte di Fuentes la cui collina è però inserita quale ipotesi di osservatorio e postazione sussidiaria delle artiglierie in appoggio al "Forte Montecchio Nord" o "Forte Lusardi" realizzato fra il 1905 e il 1914. Durante il conflitto 1915 - 1918, nel quadro sella linea difensiva "Occupazione Avanzata Frontiera Nord" sulla collina di Fuentes è costruita una cannoniera per artiglieria campale pesante a nord della tenaglia spagnola di settentrione, e per togliere al nemico ogni punto di riferimento i genieri demoliscono la torretta rotonda spagnola che si erge ancora sul lato ovest.
Oggi il forte spagnolo,
divenuto proprietà della Provincia di Lecco, chiaramente leggibile nelle sue
strutture e infrastrutture, affascinante nelle sue imponenti "rovine", è
immerso nella pace del maestoso paesaggio alto lariano».
http://lnx.vis.it/index.php?option=com_content&view=article&id=19&Itemid=27
Colle Brianza (borgo di Campsirago)
«Importante centro rurale e
artigianale, viene citato dalle fonti documentarie a partire dal 1329,
allorché la comunità di Campsirago venne chiamata a versare la decima alla
chiesa di Brianza. L'abitato si distingue in tre settori, il più antico dei
quali risulta quello allungato a fianco della chiesa di San Bernardo verso
oriente, caratterizzato da corpi di fabbrica dalle murature massicce
attribuibili ai primi secoli del basso medioevo. Nel nucleo di nord-est
sopravvivono invece strutture dei secoli XIV e XV fra le quali spicca un
arco ogivale in pietra che introduce in una splendida corte. Su di essa si
affaccia la cosiddetta "Casa del forno", costituita da tre lati di fabbrica
disposti intorno al cortile. La chiesuola di San Bernardo, costruita forse
sulle rovine di un piccolo edificio di culto e attestata in un documento del
1607, si presenta oggi in forte degrado. Si notano comunque il presbiterio a
crociera ribassata di inizio Seicento, la campata anteriore di pieno
Settecento nonché resti di stucchi e affreschi nei pressi del coro».
http://www.comune.collebrianza.lc.it/cultura_storico_campsirago.asp
Colle Brianza (torre di Campanone di Brianza)
«Oggi proprietà della famiglia Bassetti , ha ben conservato il volto architettonico del complesso. Molti sono i manoscritti antichi e i riferimenti soprattutto medioevali, che addirittura gli attribuiscono una Università (dal punto di vista artigianale), ma rari riscontri concreti. Pochi infatti sono stati i ritrovamenti archeologici che confermerebbero questa o quella tesi. Probabilmente gran parte della storia del Monte di Brianza è ancora conservata sotto terra. Parecchi elementi attestano l'importanza delle sue fortificazioni addirittura già in età tardomedioevale. Dal 1200 fino a tutto il Medioevo la Chiesa di S. Vittore esercita una forte autorità tanto da avere un rettore, molti possedimenti e una notevole supremazia sulle Chiese circostanti. Nel corso dei secoli a partire dall'invasione spagnola la parrocchia di Brianza (così è denominata nei manoscritti), conosce un lento ma incessante declino fino all'abbandono. Da qui si può ammirare un meraviglioso paesaggio, costellato di monti e laghi. Il giardino e i boschi oggi ben tenuti , sembrano coronare un sogno d'altri tempi. Nelle giornate limpide, la catena delle Alpi, e in particolare il Monte Rosa, appaiono come stupenda cornice a quella torre che su tutto domina piena di mistero, di leggenda e di sacralità, diventata il simbolo dell'intera Brianza.
Da vedere : 1. L'intero
complesso è antecedente al 900 ed è di enorme interesse archeologico. La
Chiesa di S. Vittore risale al XIII secolo. Sotto il suo altare nel 1500 fu
ritrovata un'importante epigrafe probabilmente del V secolo che parla di un
certo Merebaudo lì sepolto. La Chiesa di Brianza era quindi un ambito centro
di potere, di prestigio e con una forte tradizione. 2. Il Campanone è un
rifacimento sicuramente posteriore al XVI secolo di una precedente torre
della cui funzione ci sono tutt'oggi pareri discordi. 3. Nel giardino che
circonda gli edifici si può notare un coperchio di sarcofago romano di tipo
Ravennate».
http://www.comune.collebrianza.lc.it/storia.asp
(a cura di Valerio Sala)
Corenno Plinio (fraz. di Dervio) (castello Andriani)
«Nel X secolo venne meno
l'unità territoriale determinata prima dall'Impero Romano, poi dal Sacro
Romano Impero; le singole comunità, in modo indipendente, si fornirono di
nuove fortificazioni nei possibili punti di attacco. In questo periodo a
Corenno venne edificato il castello attorno al quale sorse tutto il paese.
Durante la lotta tra l'Arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano e
l'Imperatore Corrado, nel 1040 Corenno e Dervio, legati a Milano, subirono
un assedio da parte dell'armata delle Tre Pievi Lariane (Sorico, Gravedona e
Dongo) unita ad un centinaio di abitanti della Valsassina. Pur cercando di
resistere, per mancanza di provviste gli assediati nella rocca di Corenno
dovettero arrendersi. Il Castello è costituito dal solo recinto con due
torri ed è posto vicino alla Chiesa Parrocchiale di san Tommaso di
Canterbury (xii−xiii sec.)
con uno dei monumenti funebri Andriani (xiv
sec.) addossato alle mura. La torre a sud−ovest è del tipo detto a vela con
l'ingresso rivolto verso la piazzetta di Corenno e sormontato dallo stemma
Andriani. Invece la torre a nord−est fu realizzata in un momento diverso.
Con il tempo il Castello perse ogni funzione difensiva e secondo il Catasto
Teresiano del Settecento il terreno interno (segnato al n. 20) era destinato
alla coltivazione a vigna; inoltre l'abbattimento della muratura verso ovest
permise una magnifica vista sul Lago di Como».
http://www.dervio.org/vedere/visita/corenno.pdf
CRIPPA (fraz. di Sirtori, castello o villa)
«L’intero edificio, di ragguardevoli dimensioni, è stato recentemente ristrutturato e parcellizzato in numerose unità immobiliari adibite ad abitazione privata per villeggiatura. I corpi di fabbrica si organizzano intorno ad una corte completamente chiusa sui quattro lati dalle abitazioni e da edifici accessori un tempo destinati a fienile o deposito mentre oggi sono a disposizione del condominio per riunioni o altre attività sociali. L’edificio si sviluppa su due e tre piani seguendo il crinale del colle su cui si attesta. Sul lato a nord oltre all’accesso alla corte vi sono alcuni accessi a locali seminterrati. La corte si trova infatti ad un livello superiore rispetto a quello dell’entrata del complesso. Dal portone una rampa di mattoni e cordoli di pietra supera il dislivello e raggiunge il piano della corte dal quale si accede alle varie unità immobiliari. La cascina faceva parte delle dipendenze della grande villa nobiliare adiacente, e aveva sviluppato delle strutture difensive, come le ridotte finestre ad arco a sesto acuto e la grande torre angolare con funzione di maschio. Sulle pareti esterne, che non sono intonacate, è possibile leggere la storia degli interventi di trasformazione e ristrutturazione. L’intorno è caratterizzato e nord da un’edilizia residenziale rada a villette mono-bifamiliari, ad ovest invece incide la presenza di alcuni insediamenti industriali, con grandi capannoni in calcestruzzo; ad est e a sud la cascina è immediatamente adiacente al parco privato della villa e a boschi e prati. L’edificio è stato completamente ristrutturato. La strada di accesso è stata allargata per consentire il parcheggio delle autovetture degli inquilini. Per la sua posizione dominante il colle, definita dall’antica funzione di presidio militare difensivo, la vista della cascina è una costante percettiva da tutto l’intorno».
http://www.green-building.it/Progetti/Urbanistica/Sirtori/index.htm
«Su uno sperone di roccia che domina la piana di Dervio, è ben visibile la torre del Castello di Orezia, anche se sarebbe più esatto chiamarlo mastio, dato che la fortificazione attorno alla torre era data dalle mura degli edifici circostanti. La prima citazione risale al 1039−40, quando subì un lunghissimo assedio. Non si conosce l'origine del nome di Orezia, ma con tale nome la località era già citata alla fine del '200 insieme alla vicina Chiesa di san Leonardo ("In plebe deruio loco castrum goleza ecclesia sancti leonardi"). Nei documenti latini il nome aveva alcune varianti: orezia, oretia, horetia, holetia, olletia. Il luogo era legato alla famiglia Cattaneo; nel 1397 un Giacomo Cattaneo del fu ser Anselmo cedette vari terreni e beni a Dervio, molti attorno a Castello: vigne e campi, piante (fichi, salici, marroni e castagni) e parte di una costruzione; proprio a Castello un'intera casa con tetto in pietra e con una loggia. I vicini di queste proprietà erano tutti Paruzzi o Cattaneo. Agli inizi del XV sec., durante un periodo di lotte tra Milano e Como, gli abitanti acquistarono una bombarda per difendere il Castello. Con una processione del giorno 8 dicembre 1954, sulla sommità del Castello venne posizionata una statua della Madonna».
http://www.dervio.org/vedere/visita/castello.pdf
«In località Mai (detta ad Mayum già nel '400), in posizione dominante su Dervio e il Lago di Como, sono ancora visibili i resti di un antico recinto (V-VI sec.). Viene considerato parte del sistema di difesa creato sulle sponde del Lario a causa delle scorrerie di barbari dalla Rezia: tramite numerosi castelli, erano trasmesse segnalazioni da Colico a Como o a Lecco. La fortificazione già all'epoca dello Statuto era considerata antica: in un atto di vendita del 1405 è indicato un bosco con molte piante di castagno posto ad castrum vetus. La storpiatura di questa dizione latina portò al nome di Castelvedro. Si stima che coprisse circa 1500 metri quadrati, con a sud una muratura arrotondata, base di una torre da avvistamento. In alcuni tratti sono ancora visibili murature alte anche 4 metri».
http://www.dervio.org/qd/luoghi/visite/vedro.htm
«L’impianto di vedetta che vede in questa costruzione sicuramente un baluardo di difesa della valle e del corso dell’Adda, ha un aspetto che ci riconduce alla lotta tra guelfi e ghibellini. Gli spalti a paniere della sommità con la corona di merli sono dichiaratamente di foggia ghibellina. Modificata attraverso i secoli, la forma massiccia della odierna torre viene ingentilita da bifore e da uno stemma gentilizio in pietra. Fondamentale e interessante risulta la sua collocazione geografica che vedeva sull’altra sponda bergamasca una analoga torre detta “Torre dei Musei” che si ergeva, a Calusco d’Adda, sulla sommità del colle. Questa torre venne distrutta nell’anno 1953 per dare posto alle cave del cementificio».
http://www.comune.imbersago.lc.it/sa/sa_p_testo.php
«Villa Mombello, costruita dai conti Andreotti nel XVII sec., era stata posta su una precedente costruzione abitativa che la famiglia Airoldi aveva edificato nel XVI sec. L’impianto di questa splendida costruzione è caratteristico delle grandi dimore patrizie disseminate nella verde Brianza. Posizionata sopra un alto poggio, estende le sue ali sui quattro punti cardinali e da questi prende rilievo nelle vedute a cannocchiale dei suoi fronti. L’accesso d’onore, posto sul fronte ovest, è preceduto da due braccia parallele nelle quali si trovano le funzioni di servizio delle stalle, delle cucine, degli alloggiamenti della servitù. Il fronte principale è costituito al pianterreno da sale affrescate affacciate su un ampio portico colonnato con volte a crociera, ingentilito al centro da colonne binate. Il piano superiore è caratterizzato da un ampio balcone sormontato dall’orologio affrescato sulla facciata mentre le due grandi ali laterali racchiudono il giardino di rappresentanza “all’italiana”. La caratteristica architettonica delle strutture del verde, nelle quali si riconosce la sapiente opera dell’uomo nel piegare a schemi geometrici i bossi, i cipressi, i tassi, è uno degli elementi di estrema bellezza di questo complesso monumentale. Dal giardino di rappresentanza, attraverso una scalinata scenografica a due braccia, si scende degradando nel giardino con il labirinto e infine nel giardino “segreto” e delle rose».
http://www.comune.imbersago.lc.it/sa/sa_p_testo.php
«Fu costruito dal marchese Giacomo Locatelli nel 1773 su un preesistente edificio. Successivi proprietari furono i principi Belgiojoso d’Este che, dopo aver comprato il palazzo nel 1794, apportarono delle modifiche al vasto giardino sotto le direttive dell’architetto Pollak. Nel 1830 fu poi acquistato dagli Stampa di Soncino. Presenta la tipica pianta a U aperta verso il giardino, con corpo centrale porticato e ala orientale incompiuta. Negli anni Trenta il palazzo ospitò l’allora liceo scientifico -A. Manzoni-, sede distaccata di quello classico e recentemente, L’atrio porticato d’accesso al palazzo e il cortile che immette nell’ampio giardino servirono da vero scenario per rappresentazioni teatrali di buon livello. Dal 1928 vi sono ospitati due importanti musei della città: il Museo di Storia Naturale ed il Museo Archeologico».
http://www.larioonline.it/lagodicomo/lagodicomo.asp?name=Palazzo%20Belgioioso
«Fu edificato tra il 1336 e il 1338, per volere di Azzone Visconti, per facilitare il collegamento fra Lecco, la Valsassina e il nord con il ducato di Milano. Originariamente era una struttura ad otto arcate, con torri alle estremità e ponte levatoio. Nel 1349 e nel 1354 furono aggiunte delle arcate per agevolare il deflusso delle acque fluviali. L’undicesima arcata fu costruita dai comaschi nel 1440. Il ponte fu più volte manomesso per allargarlo e rinforzarlo e, dopo questi ampliamenti presenta diciotto arcate, due torricelle alle testate ed un ponte levatoio distrutti nel 1799. Nel periodo del dominio del Medeghino fu rovinato da Francesco II Sforza, ma nel 1609 il Conte di Fuentes provvide a farlo ristrutturare. A tutt’oggi lo storico ponte, detto ponte Vecchio, permette ancora l’ingresso l'ingresso in città a chi giunge dalla Brianza, da Como o da Milan».
http://www.larioonline.it/lagodicomo/lagodicomo.asp?name=Ponte%20Azzone%20Visconti
«Intorno al 1450, la
fortificazione di Lecco, aveva un andamento pressoché triangolare, con la
base sul lago e il vertice un po' sopra l’odierna biblioteca, costituite da
un cinta esterna formante lo spalto e dal bastione: così rappresentavano la
prima difesa, cui seguiva la fossa, e in fine le mura. Queste ultime erano
formate da due muri pressoché paralleli e congiunti tra loro da aperture
comunicanti con un corridoi circolare, dove si distaccavano, verso la fossa,
alcuni piani inclinati, di dimensioni variabili. Per il riempimento del
fossato si utilizzava l’acqua della Fiumicella e del Gerenzone, che in
corrispondenza della “Porta Nuova”, al vertice del triangolo, si dividevano
in due rami, e li vi erano dei muri traversi che servivano per non farli
scorrere troppo rapidamente verso il lago. Il Fiumiciella attraversava anche
il borgo per tutta la via Nova, muovendo con la sua acqua tre mulini posti
all’interno del borgo stesso, veniva infatti anche chiamato "Acqua delli
molini".
Le mura partivano dal lago, in corrispondenza dell’attuale molo dove sorgeva
la “Porta di S. Stefano” con un ponte levatoio, proseguivano verso l’odierno
oratorio maschile e raggiungevano la prima torre, detta torrione, la cui
parte inferiore esiste ancora e sulla quale si innalza il campanile. Le mura
piegavano quindi per un breve tratto verso la punta del triangolo, poi si
spingevano verso l’attuale Via Bovara, raggiungendo al vertice la “Porta
Nuova o Porta del Soccorso”, difesa da due ponti levatoi, quì sorgeva la
casa del comandante della piazzaforte. Da quel punto aveva inizio l’altro
ramo della fortificazione, Stemma presente nella Torre che con un andamento
regolare discendeva attraverso le attuali via Volta e via Cavour fino a via
Mascari per poi ripiegare verso il lago, dove si trovava la terza porta
detta “di Milano o del Castello o di San Giacomo”, munita anch’essa di ponte
levatoio e rivellino antistante. Per entrare nel borgo si dovevano superare
ben due ponti levatoi, difesi da un sistema di torrioni. Un terzo ponte
levatoio proteggeva il vicino castello, circondato dall’acqua che nella
parte verso il lago formava un porto difeso per le barche. Al suo interno si
vedeva il Maschio del Castello, la torre ancora esistente, posta tra il lago
e la piazza XX Settembre. Essa subì diversi restauri e l’attuale è un
ingrandimento di una precedente. Con un progetto dell’architetto Bovara, nel
1820 fu addirittura adattata a carcere.
La torre controllava la principale porta aperta verso Milano ed al suo
fianco era presente un corpo di guardia, nonché una cappella della Madonna
di Loreto, ora completamente trasformata in locale con attività commerciale.
Il Castello occupava un’area di mq.1150, con un fronte di m.53,50 circa
verso l’attuale Piazza XX Settembre, dove s’apriva la porta del castello.
Sulla destra della torre si riscontrava un magazzino grande e un cortile
verso l’interno del borgo per i soldati . Lateralmente v’erano tre botteghe,
con retrostante entrata, fossa e scala di entrata ai quartieri. Sulla
sinistra della torre vi era corpo di guardia che sorvegliava la porta del
borgo, e dal quale a mezzo Pianta castellodi scala, si accedeva al bastione
del molo dove vi era la garrita della sentinella. Verso il lago si trovava
il molo militare, che poteva essere sorvegliato e difeso attraverso feritoie
che si aprivano da una galleria che occupava tutta la lunghezza del
castello.
Nel castello c’era un luogotenente o castellano, che aveva ai sui ordini una
ventina di soldati. Nel 1533 c’erano 25 fanti; nel 1578 15 erano nel
castello, mentre 6 erano di ronda sulle mura del borgo; nel 1587 erano 29 e
muniti di 5 cannoni, e 33 moschetti di bronzo; nel 1608 erano 27 più un
bombardiere. Però nei momenti difficili il numero saliva di molto, per
esempio nel 1624, quando cominciavano le calate dei Lanzichenecchi, c’erano
200 moschettieri armati di cannoni. A testimoniare la permanenza di famiglie
di soldati spagnoli sono alcuni cognomi che ancora oggi sono presenti come:
Anghileri, Bodega, Crespi, Verga ecc. Poche modifiche si ebbero nei secoli
futuri, anche con l'arrivo degli spagnoli, che si preoccuparono solo di
chiudere le porte del borgo e di estendere gli spalti fuori le mura,
ponendovi un governatorato, dove oggi sorge la biblioteca comunale, e una
forte guarnigione. In questo periodo le vecchie torri e i vecchi castelli o
vanno in rovina oppure si trasformano in abitazioni o ville. L'introduzione
dell'artiglieria a fuoco fece lentamente cadere l'importanza delle mura di
Lecco, così nel 1782 l'imperatore austriaco Giuseppe II abolì ufficialmente
la Piazzaforte di Lecco. ...».
http://www.scoprilecco.it/fortificazioni/le%20mura.html
«Il Palazzo Prinetti si trova nel cuore di Merate e si affaccia sulla più importante piazza della città che porta lo stesso nome. Il palazzo è stato costruito sulle rovine di un antico castello che fu di Ariberto d’Intimiano, distrutto nel 1275 durante la lotta tra Torriani e Visconti insieme a quello di Sabbioncello, altra frazione del comune di Merate. L’antico maniero aveva sicuramente un fossato e un ponte levatoio, come testimonia una lapide murata sulla attuale facciata: “Qui vi era il ponte levadore e dal muro fino alle colonnette vi era la fossa”. Il Palazzo Prinetti nella sua forma attuale è stato edificato all’inizio del Settecento dall’abate Ercole Visconti secondo la tipologia del palazzo abbaziale. L’aspetto complessivo è severo negli esterni lavorati a bugne. Sembra che nel progetto iniziale fossero previste quattro torri angolari, ma alla morte di Visconti solo una era stata edificata: quella che vediamo ancora oggi. Si tratta di una torre cilindrica, a sette piani, con basamento in pietra e fusto in mattoni che culmina con una loggetta Neorinascimentale. Nel 1796 il palazzo è stato acquistato da privati e nel 1810 dalla famiglia Prinetti. L’edificio è a due piani e si sviluppa attorno al cortile nobile, al centro del quale c’è un pozzo. Nel 1892 l’Onorevole Giulio Prinetti, più volte Ministro del Regno, vi apportò notevoli modifiche fra cui la realizzazione del salone d’onore con soffitto in legno a cassettoni. Un cortiletto più piccolo, comunicante con il primo, introduce alla cappella dedicata a San Dionigi. Nel 1946 fu acquisito dalla Parrocchia di Merate, alla quale appartiene attualmente. Oggi viene utilizzato soprattutto per mostre e concerti. La Torre che si ammira anche prima di raggiungere la Piazza è diventata l’emblema della Città».
http://www.italiamappe.it/arte_cultura/palazzi_ville_castelli/104969_Palazzo--Prinetti
ROBBIATE (palazzo Brugnatelli)
«Nell’antica contrada di santa Teresa, al limite dell’abitato verso Terzuolo, i Corio diventati feudatari di Robbiate nel 1647, avevano già da tempo una loro dimora. Di fronte ad essa, nel 1638 il conte Giovanni Antonio fece erigere un oratorio dedicato alla santa, più tardi incluso nel nuovo palazzo. Nel Settecento l’edificio aveva già la conformazione attuale ad alle, anticipato dal viale che proseguiva oltre l’androne nel retrostante giardino all’italiana. Il palazzo ha veste neoclassica riferibili agli ultimi anni del Settecento».
http://www.prolocorobbiate.org/aboutme.htm
Vercurago (castello dell'Innominato)
«Venendo da Calolzio, sul confine con la provincia di Bergamo, si ammira subito lo sfondo manzoniano e lo sguardo si sofferma su uno sperone del Magnodeno, sul quale giace l’eremo di S. Gerolamo. Vi si giunge da Vercurago per una stradicciola, erta ma comoda fino a Somasca. Costeggiando un sentiero fiancheggiato da cappellette, si arriva fin sopra l’eremo, ove la tradizione colloca il castello dell’Innominato. L’antica bicocca ha una torre residua, alta sul lago di Olginate, da cui si contempla la placida distesa nel suo svariato panorama».
http://www.larioonline.it/lagodicomo/lagodicomo.asp?name=Itinerari%20manzoniani
«Tra le tredici località che compongono il comune di Perledo, la frazione di Vezio è una delle più interessanti sia dal punto di vista turistico che sotto il profilo storico. è un piccolo agglomerato di case costruite per la maggior parte in sasso ed e' abitato da una cinquantina di persone suddivise in 20 famiglie. Ha mantenute le antiche caratteristiche e nel centro dissimula, tra gli edifici ristrutturati, le vestigia di un periodo che si perde nella notte dei tempi. ... A Vezio, dunque, venne eretta una fortificazione che facilitava il controllo della via della Riviera e delle sponde del sottostante lago, sul cui promontorio, nel frattempo, era sorta Varenna, punto d'attracco del naviglio commerciale e militare della zona. Il perimetro delle mura e delle opere difensive di Vezio si estendeva presumibilmente dalla Foppa allo sperone a strapiombo su cui si erge il castello. All'interno di questo perimetro sorgevano le abitazioni ed i magazzini delle cui fondamenta sono visibili tutt'oggi l'imponenza e la perfezione muraria in molte cantine del centro storico. Che fosse stato teatro di cruenti ed accaniti scontri lo dimostrano i rinvenimenti di armi e di resti umani di varie epoche ed origini. I reperti pù importanti si trovano nei musei di Como, Sondrio, Lecco ed Esino. Nel 1891 vennero alla luce alcune tombe dell'età del ferro e nel 1955-56, durante i lavori di ricostruzione del castello ad opera della famiglia Greppi, attuale proprietaria, affiorarono punte di frecce in ferro con cuspide triangolare, spade ed elmi.
La torre presenta una merlatura quadrata uguale a quella del castello di Cly in Valle d'Aosta. A detta del Prof. Bodo Abcard, esperto in materia, essa è uno degli esemplari più tipici nel suo genere. Nulla si sa di Vezio e delle vicissitudini ch'ebbe a superare dalla calata dei barbari all'affermarsi dei Longobardi prima e dei Franchi poi. Certo è che non poté sottrarsi al susseguirsi degli avvenimenti incalzanti e luttuosi di quei tempi calamitosi. La rocca seguì verosimilmente le sorti di Varenna, alla quale era stata unita da mura che, come due lunghe braccia, scendevano fino al lago a difesa del borgo lacustre. La leggenda raccontata da Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico nel suo libro Larius provvede alla mancanza di informazioni riguardanti quel citato periodo. Egli narra che la famosa Teodolinda, regina dei Longobardi, trascorrendo i suoi ultimi anni a Perledo, avrebbe fatto costruire la chiesa di San Martino con l'antico campanile a forma di torre, ed il castello di Vezio unitamento all'oratorio di Sant'Antonio per lasciare una traccia visibile della sua fede nel Cristianesimo. In Lombardia molte sono le località che rivendicano tale tradizione, tuttavia si deve tener conto che l'ordinamento longobardo doveva munirsi di migliori difese militari. Nel caso di Vezio è evidente l'interesse alla ricostruzione del castello andato distrutto a seguito di eventi bellici non precisati.
L'edificio, così comè giunto ai nostri giorni, presenta caratteristiche costruttive di epoca medievale. Ogni comune allora era cinto da spesse mura, e i castelli e le torri, disseminate sulle alture, avevano per lo piu' funzione di avvistamento o di punti obbligati per la riscossione dei pedaggi. Il fatto che l'Anonimo Cumano non citi il castello di Vezio nei suoi commentari relativi alla guerra decennale (1118-1127) tra Milano e Como a causa della nomina del vescovo di questa citta', non significa che il castello non fosse precedentemente esistente. è evidente che quando le soldatesche avverse cercarono di penetrare in Varenna, provenendo dal lago, non trovare nessun castello davanti a sé, bensì solide mura e validi difensori. Il castello non si trovò coinvolto, se non marginalmente, nemmeno nel 1244, quando per la prima volta Varenna fu distrutta dai comaschi, ai quali si era ribellata. La popolazione trovò rifugio nel maniero che, per la sua posizione, era inespugnabile ed in esso i varennesi ritemprarono gli animi e la forza per ribellarsi di nuovo, quattro anni dopo, durante il giogo comasco. Anche in questa occasione Varenna venne messa a ferro e fuoco, ma il castello resistette.
Vezio vide trascorrere le Signorie dei Visconti e dei Torriani, le dominazioni dei francesi e degli spagnoli, così come sopportò i decreti dei veneti e dei signori di Bergamo. Divenne, con Varenna, un feudo vescovile, quindi passò ai Dal Verme e ad altri ancora sinché non ne vennero investiti il conte Francesco Sfondrati ed i suoi eredi. L'investitura della costruzione passò nel 1631 a Giovanni Antonio de' Tarelli e l'affittanza, venticinque anni dopo, ad Antonio Tarelli. In questo periodo il castello venne addirittura riedificato più che riattato. Lo si deduce da due iscrizioni, dettate dal poeta Parlaschino, le cui ceneri si trovano tuttora a Riva di Gittana, nel territorio perledese. ...».
http://www.castellodivezio.it/storia.php
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