Sei in: Mondi medievali ® Castelli italiani ® Veneto ® Provincia di Verona

TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI VERONA

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

Fermando il puntatore del mouse sulla miniatura di ogni foto, si legge in bassa risoluzione (tooltip) il sito da cui la foto è tratta e, se noto, il nome del suo autore: a loro va riferito il copyright delle immagini.


  = click image to enlarge / clicca sull'immagine per ingrandirla.
= click also image to enter / puoi entrare nella pagina anche cliccando sull'immagine.
= click image to castelliere.blogspot / clicca sull'immagine per castelliere.blogspot.
= click image to wikipedia / clicca sull'immagine per wikipedia.


ARCOLE (arco dei Croati, resti del castello)

Foto di ildici, dal sito www.comune-italia.it   Dal sito www.comunediarcole.it

«Si tratta di una struttura architettonica con merlature ghibelline che va ad inserirsi in un precedente scheletro murario di origine medievale. Il volto a tutto sesto in pietra e mattoni è inserito in breccia nella muratura preesistente caratterizzata dall'uso di mattoni e ciotoli a spina di pesce. Viene definito dei Croati perché vi sostarono i Croati austriaci nei giorni della battaglia dell'ultimo Settecento».

http://www.itesoriveronesi.it/public/edizioni/2010/pdf/tesoriveronesi_arcole.pdf


BARDOLINO (borgo, mura)

Dal sito www.matteobovetti.com   Dal sito www.scaligeri.com

«...In una mappa del 1439 esistente all’Archivio di Stato di Venezia, risulta già nettamente delineata la topografia locale con la cinta muraria quadrata aperta verso il Lago, quattro torri ai quattro lati, due porte (porta 5. Giovanni verso Garda e porta Verona a Sud) le chiese di S. Severo dell’ 893 (l’attuale costruita su di un tempio preesistente, come indicano le fondazioni absidiche messe allo scoperto), S. Zeno fuori delle mura (costruzione questa che presenta evidentissime analogie col Mausoleo di Galla Placidia in Ravenna: stessa struttura architettonica, medesimi elementi e persino anche qui materiali provenienti da costruzioni del periodo ellenistico); le frazioni di Calmasino (Cal Masin) e Cisano (Zisan) già delineate. Già nel 1100 è ricordato il Comune autonomo di Bardolino, e nel 1222 sì rammenta una “corporazione” di famiglie che aveva l’esclusiva della pesca lungo la spiaggia del territorio comunale. Questa attività ha dato al nucleo abitato la forma tipica del villaggio dei pescatori: a pettine. Le case cioè vengono costruite una dietro l’altra a partire dalla prima che sorge sulla spiaggia. Le vie sono perpendicolari al litorale e ciò agevole il trasporto delle barche al sicuro davanti casa. Successivamente Bardolino seguì le sorti delle signoria Veronese degli Scaligeri, poi subì il dominio Visconteo e dal 1405 al 1797 quello della Serenissima Repubblica di Venezia. Durante quest’ultima epoca Bardolino fu il centro della dura lotta tra i Visconti e Venezia, per le battaglie navali nel Garda».

http://www.comune.bardolino.vr.it/index.php?idmenu=30


BARDOLINO (resti del castello)

Dal sito www.gardatourism.it   Dal sito ww.tuttogarda.it

«Del Castello di Bardolino oggi purtroppo resta ben poco da vedere. Non c'è molta documentazione in merito a questo castello. Si pensa che verso la fine del IX secolo, re Berengario, incapace di respingere gli Ungari, abbia permesso di costruire rocche e fortilizi a difesa dei paesi sul lago di Garda. Con gli Scaligeri, il castello fu rifatto ed allargato nella sua forma organica. Il castello si ingrandì fino a costituire con gli Scaligeri un unico fortilizio per tutto il paese, quando assunse la forma ancor oggi visibile nella torre, nelle porte e nell’andamento delle strade. Vennero erette delle mura robuste rinforzate da torri, spalti e merlature: circondato da un fossato, comunicava, attraverso porta San Giovanni (o superiore) a nord con Garda e Porta Verona (o porta inferiore) a sud-est. Una delle più antiche carte topografiche del lago di Garda illustra Bardolino con una struttura quasi quadrata, che comprende il porto fra due speroni che si protendono verso il lago, una torre nell'angolo sud-est sopra porta Verona del castello, la piazza caseggiata e nel fondo il campaniletto acuspidato di San Nicolò. Oggi sono oggi visibili del castello soltanto le due porte d'accesso e la mozza torre rettangolare sul lungolago» - «Ad oggi del Castello di Bardolino rimangono visibili le due porte, poste a nord (Porta san Giovanni) e a sud (Porta Verona) del paese, ma ampiamente restaurate e rimaneggiare nel corso dei secoli; visibili sono inoltre i resti delle mura e una delle torri difensive della cinta, posta nelle vicinanze del porto e molto suggestiva per la forte pendenza sul lato sinistro a causa di un naturale cedimento del terreno. Restauri conservativi nella zona a nord del paese hanno posto in luce lacerti delle mura e delle altre strutture difensive, ormai conglobate in edifici posteriori».

http://www.tuttogarda.it/bardolino/bardolino_castelli.htm - http://smp.provincia.vr.it/castelli/Bardolino-Castello


Bevilacqua (castello)

a cura di Fernando Giaffreda e Miresi Cerato

  


Bionde ("Il Castello" o Corte Dominicale Campagna)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Foto di Luca Golfré, dal sito http://viaggi-in-caravan-sul-lago-di-garda.blogspot.it   Foto di Luca Golfré, dal sito http://viaggi-in-caravan-sul-lago-di-garda.blogspot.it

«La Corte Dominicale Campagna [è] in Via Bionde, proprietari attuali le famiglie Chiaramonte e Scipioni. Nel 1581 Girolamo Campagna propose ai Provveditori sopra li Beni Inculti di irrigare un appezzamento di terra, situato di fronte alla sua corte sul lato destro della Chiesa Parrocchiale, utilizzando l'acqua proveniente dalla Sanuda. Tale iniziativa prova che i Campagna di S. Pietro Incarnario erano insediati in questa corte già da tempo. Nel 1653 vi abitava Laura Becelli, vedova di Perseo Campagna, figlio di Girolamo. Oltre alla corte con casa padronale essa possedeva a Bionde 60 campi. Una descrizione più completa della tenuta è quella che ci propone Lodovico Campagna, figlio di Perseo e residente nella contrada veronese di S. Pietro Incarnario, nel 1696: "Una possessione in villa di Bionde con Casa Dominicale e parte rusticale de campi 48, 10 prativi e gli altri con vigne e morari quali pagano la decima. Tengo a mia mano e si può cavar d'entrata d. 80". Il fondo venne ereditato dai nob. Perseo e f.lli Campagna, figli di Lodovico, che nel 1740 disponevano a Visegna "della Casa Dominicale con c. 4 prativi serrati di muro e fosso", di un'altra casa, di due casotti e di c. 60. Nel 1813, quando apparteneva a Gianbattista Campagna, l'antica casa padronale era classificata come "casa da massaro" e nel 1849, quando era intestata al conte Girolamo Campagna, figlio di Luigi, come "fabbricato per azienda rurale". Nel 1863 la corte e l'annesso fondo di c. 85 vennero trasferiti a nome di Girolamo e Paolina Campagna. Quest'ultima si unì in matrimonio con Giorgio Portalupi e portò la proprietà della tenuta nel patrimonio dei Portalupi. Con un testamento del 1873 Paolina nominò erede dei suoi beni il figlio conte Giulio Portalupi; tali beni passarono nel 1890 in proprietà alla contessa Maria Giustiniani Barbarigo, moglie di Giulio. L'anno successivo vennero acquistati da Stefano Chiaramonte. Una bella visione prospettica eseguita da Antonio Benoni nel 1685 mostra la corte tutta recintata di muro e divisa in due parti da un muro interno. Nella parte settentrionale, di fronte alla Chiesa Parrocchiale, sono compresi la casa padronale con torre colombara verso la strada e un piccolo edificio rustico, ambedue disposti sul lato nord, e la barchessa con un'altra torre colombara posizionata sull'angolo sud-ovest. La parte recintata meridionale è priva di fabbricati. La planimetria realizzata da Marco Cristofoli nel 1801 conferma la stessa disposizione. Queste testimonianze cartografiche, le definizioni contenute nei catasti Napoleonico e Austriaco e le osservazioni stilistiche che si possono fare oggi, suggeriscono l'ipotesi che l'antica casa padronale vada identificata con l'edificio di belle forme cinquecentesche e con il maestoso portale a bugnato, mentre il corpo dei fabbricati ad esso adiacente sormontato da merlature, con portali ogivali e includente un torrazzo di pianta circolare, sia il frutto di una ricostruzione in stile neogotico-castellano eseguita secondo il gusto imperante nella sesta e settima decade dell'Ottocento. Anche la torre prospiciente la strada, con il coronamento ad archetti e merlato, tradisce l'intervento di sopraelevazione di gusto neomedievale e comunque il complesso edilizio rappresenta un interessante e insolita trasformazione di un'antica "casa da paron" in una residenza di villeggiatura realizzata dai Portalupi nella seconda metà dell'Ottocento quando ne entrarono in possesso».

http://www.vicenzabionde.it/cosa_vedere.html


BONAVIGO (Villa Fantoni, già castello)

Dal sito www.comune.bonavigo.vr.it   Dal sito www.comune.bonavigo.vr.it

«Seguendo pigramente il corso dell'Adige scopriamo come molti fossero state le presenze architettoniche di rilevo lungo gli argini: case, dimore padronali, ponti, ma soprattutto castelli o luoghi fortificati che permettevano agli occupanti di controllare l'afflusso delle barche imponendo un pedaggio per il transito. Così come a Badia Polesine esistevano le Rocche Marchesane, a Castelbaldo un castello e due rocche anche a Legnago, Bonavigo non era da meno e dove oggi si trova Villa Fantoni, un tempo vi era un castello. Villa Fantoni sorge sul luogo di un castello «circondato di mura e fossato con una cappella fuori detto castello» che Milone, figlio di Ugone dei Sambonifacio, donò nel 1062 alla chiesa di San Giorgio in Braida a Verona. L'intera corte di Orti fu successivamente donata dal vescovo di Verona ad alcune monache e, infine, concessa nel 1123 ai Canonici di Sant'Agostino. Dalle scarne fonti documentarie si rileva che l'originario castello non aveva solo funzione prettamente militare ma di corte fortificata con diritto pubblico, del cui apparato difensivo, cessate le esigenze, non rimangono tracce. Oggi il maniero si compone di un possente corpo padronale al quale si affiancano un portico a colonne e numerose dipendenze rustiche disposte a quadrilatero intorno al cortile interno, al quale si accede per mezzo di un alto portale ad arco in bugnato rustico. Nel 1668 si provvide ad allungare il corpo padronale verso il cortile con un breve porticato a massicce colonne in cotto intonacato, terminanti con eleganti capitelli ionici, e la costruzione del grande portale bugnato ad arco a tutto sesto. Dal 1685 sino al 1828 i beni di Orti furono posseduti dal monastero di Santa Caterina di Venezia, che scelse come propria sede il corpo padronale del complesso. Attualmente villa Fantoni si presenta con un possente corpo padronale caratterizzato da una serie di aperture rettangolari disposte su tre ordini, con cornici e davanzali modanati mentre, sul fronte verso il cortile, da un loggiato continuo in corrispondenza del piano nobile. Sebbene parzialmente murato, il loggiato presenta tuttora elementi originari: le colonnine in cotto con capitello in pietra, gli archi a tutto sesto e l'elegante cornicione in pietra modanato. Al pianterreno cinque archi a tutto sesto poggianti su massicci pilastri rettangolari, che si trasformano in contrafforti per il piano superiore, scandiscono la parte sinistra della facciata senza però ripetere la cadenza delle aperture superiori. In corrispondenza del sottotetto piccole aperture rettangolari disposte asimmetricamente e un lungo cornicione modanato concludono la facciata. Internamente la disposizione planimetrica conserva ancora alcune interessanti strutture cinquecentesche, tra cui il porticato ad archi del pianterreno che immette nell'atrio dell'abitazione. Al corpo padronale si può accedere anche dall'esterno della corte attraverso due interessanti portali ad arco posizionati agli estremi del fronte in corrispondenza dei due ultimi assi di aperture».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_bonavigo&cat=4&gru=39&idpagina=327 (a cura di Dino Coltro)


Borghetto (borgo)

a cura di Stefano Favero


BOVOLONE (castello medievale non più esistente, corte castello vescovile)

Dal sito www.bovolone.net   Dal sito www.bovolone.net

«La presenza di un castello o di un fortilizio nel paese di Bovolone è testimoniata da vari documenti ad esempio in un dipinto situato nella galleria delle Carte Geografiche presso i Musei Vaticani. Tuttavia di esso oggi non rimane alcuna traccia materiale. Venne eretto nell'attuale zona di Prato-castello e la sua costruzione ebbe inizio verso il 1160. Fu ultimato verso il 1179 e rappresentava una sicura difesa contro i nemici specialmente in queste zone poste a ridosso delle paludi e fu eretto dai cittadini bovolonesi in difesa della libertà comunale i quali non sempre erano in sintonia con il potere del Vescovo-Conte. Non si hanno notizie sicure della sua edificazione ma vi sono notizie della costruzione, nel 1179, di una strada attorno ad esso larga circa otto metri con la relativa spianata decisa dai Bovolonesi nel corso di una riunione tenuta con i loro Consoli. La sua esistenza terminò molto probabilmente tra il 1233 ed il 1234 quando il conte Rizzardo di S. Bonifacio in contrasto con Ezzelino da Romano, allora signore di Verona, attaccò e distrusse Bovolone ed il suo castello. Una volta abbattuto, i materiali del castello furono utilizzati per fabbricare altri edifici, essendo venuta a mancare la motivazione per la quale era stato costruito. Sempre in quegli anni a Bovolone esisteva anche un altro castello o casa merlata di proprietà del Vescovo-Conte dove ora c'è l'attuale palazzo Vescovile, con tanto di mura perimetrali e bastioni, difeso come una fortezza. Questa corte-castello era il centro nevralgico di tutta l'organizzazione preposta alla gestione del patrimonio vescovile e qui confluivano e venivano conservati tutti i prodotti agricoli, frumento, cereali minori, uva e fieno derivanti da decime, censi e livelli e anche dalla gestione diretta dei numerosi campi. Di essa si hanno notizie già in epoche antiche, infatti il Vescovo di Verona vantava in questi luoghi possedimenti fondiari già nel IX secolo.

Un successivo "Privilegium" rilasciato da Eugenio III al vescovo Tebaldo, l'11 maggio 1145, menziona tra i vari possedimenti anche la "Plebem Bodoloni cum cappellis, decimis et curte" (Remo Scola Gagliardi, Le corti rurali tra Menago e Tregnon dal XV al XIX secolo). Con molta probabilità quindi il Vescovo aveva proprio in questo sontuoso edificio la propria residenza, anche se si ha solo la certezza dell'esistenza della corte-castello nella descrizione del palazzo contenuta nella "legittimazione" del 1540. L'appartenenza del palazzo al vescovato pare fosse già acquisita nel 1460 quando il vescovo Ermolao Barbaro procedette al restauro ed alla ristrutturazione di gran parte degli edifici vescovili tra cui quello di Bovolone che conserva ancora oggi un portale di forme gotiche, in marmo di Verona simile ad altri sistemati in quegli anni. Ed è probabile che il palazzo coincida con la "Casa Merlata" citata nel 1279 dal notaio della Curia Vescovile Bongiovanni che lesse davanti ad essa una condanna contro alcuni rissosi. Con la fine del 1700, il vescovo Giovanni Andrea Avogadro ne decise una radicale ristrutturazione per renderla più bella e sontuosa. Ecco quindi che le torri e i merli tipiche dei castelli medievali lasciarono spazio al portale d'accesso ornato di obelischi e vasi mentre sui pilastri vennero sistemate delle statue. La torre colombara e l'antica palazzina divennero parte integrante del nuovo edificio mentre la facciata assunse l'aspetto dell'elegante dimora davanti al grande parco. Il tetto fu quindi abbellito da una balaustra e da obelischi mentre il portale cinquecentesco a bugnato trovò sistemazione nel cortile posteriore. La dimora rimase del Vescovato di Verona fino al 1862 per poi divenire centro amministrativo e di rappresentanza dell'intero paese. Il palazzo è ora sede del Municipio e della Biblioteca Civica. Al suo interno, presso le Cantine del Vescovo, è stato allestito un Museo chiamato "Percorso degli stili del Mobile" dove è possibile ammirare mobili che ricalcano le forme tipiche dal 1400 al 1900 eseguiti con il metodo antico dagli allievi della Scuola di Ebanisteria. L'ufficio Informazioni Turistiche con sede presso Palazzo Salvi, nel centro al paese, organizza su richiesta visite guidate ad alcune botteghe di restauro, al Museo degli stili del mobile e alle realtà storiche ed architettoniche del paese. Le mostre e le strutture espositive legate al mobile sono aperte anche alla domenica».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_bovolone&cat=4&gru=3&idpagina=443


Caldiero (fortificazioni di Monte Rocca)

Dal sito http://veronanascosta.blogspot.com   Dal sito www.facebook.com/iluoghidellabbandono

«Il colle: il Monte Rocca è in verità un parco di 5 ettari al quale si accede dalla strada che conduce alle terme. La quota del colle è di 81 metri, il parco è racchiuso da alte mura di forma vagamente ellittica e all’interno sono presenti ulteriori due terrazzamenti concentrici. Il castello: è il risultato di un’opera di ricostruzione di un insediamento più antico, operata dal dott. Luigi Parisi (medico chirurgo) nella prima metà dell’Ottocento. Si tratta di un corpo costituito da una torre con due ali inclinate che seguono l’andatura delle mura. Contrapposto a questo, vi è un piccolo corpo di fabbrica rettangolare, le cui origini e funzioni non sono chiare. Sulla facciata una lapide porta la data MCCXXXIII. La rocca: il dott. Parisi, dopo aver fatto ricostruire il “castello”, ha commissionato la costruzione di una villa a “torre” in stile goticheggiante, sulla porzione ovest della terrazza sommitale del colle. L’edificio, a schema ottagonale, fu costruito su disegno di Guido Gaspari nella seconda metà del XIX secolo, sui ruderi di un antico edificio di forma ottagonale. La villa è costituita da un piano interrato che si raccorda ad una scala centrale a struttura circolare, tramite la quale è possibile raggiungere il piano rialzato ed il primo piano. Ogni piano è suddiviso in quattro stanze, tutte collegate tra loro e raccordate da salette a pianta triangolare. Le decorazioni pittoriche all’esterno presentano una trama dipinta a losanghe ad imitazione del laterizio e tufo; gli interni sono dipinti a tempera con elementi decorativi e figurativi culturalmente riferibili a motivi di origine cinquecentesca e di imitazione vagamente pompeiana. Le stanze hanno le pareti con decorazioni imitanti tappezzerie stampate o con disegni di tendaggi; pregevoli sono gli inserti architettonici e plastici riprodotti sulle pareti e sul soffitto. Il complesso era inserito in un giardino romantico, con viali alberati e percorsi nella “natura” in cui erano collocati balaustre e sedute in pietra e forse statue. Nei primi anni del ‘900 il banchiere Bardi completò l’opera, attrezzando gli interni in stile neogotico e utilizzando esperti artigiani. Il complesso della Rocca divenne poi di proprietà di un commerciante, Alcide Cassetta, che usò la villa per le vacanze e il castello come fattoria, continuando i lavori di restauro e cedendola, infine, nel secondo dopoguerra, all’Amministrazione Comunale».

http://diforidi.it/dalla-storia/  (a c. di Priscilla Maron)


Castel d'Azzano (resti del castello)

Foto di nutoraga, dal sito http://rete.comuni-italiani.it   Dal sito www.ilcastellodeisorrisi.org

«...Rimane ancora la mole maestosa della principesca residenza dei conti Nogarola, che acquistarono il fondo di Azzano e i diritti sulla campagna circostante dagli Scaligeri. Il castello era circondato da ampi porticati, folti boschetti, viali ombrosi, peschiere, fiumicello e ponte, come ricorda nel 1820 Giovan Battista da Persico. La residenza venne elogiata da numerosi scrittori dell'età umanistica, che avevano in essa un ameno luogo di incontri e di raffinate conversazioni. La villa fu particolarmente amata da Isotta Nogarola, fine poetessa, che in essa trascorse gran parte della sua vita e che della dimora immortalò le lodi in un elegante poemetto in distici elegiaci latini. In quel poemetto Isotta Nogarola rievoca le visite di uomini illustri che onorarono con la loro presenza la dimora dei conti Nogarola. Il castello si presentava con una planimetria a struttura rettangolare, a breve distanza dal laghetto pure di proprietà dei conti Nogarola e circondato interamente da un largo fossato recinto da alti pioppi. Vi si accedeva dal fianco sud-orientale mediante un ponte. Esso si presentava con quattro torri d'angolo, una torricella all'ingresso, il mastio e due case di abitazione. Evidentemente, come tutte le residenze feudali, anche il castello dei Nogarola, sorto in origine con un prevalente scopo difensivo, con il trascorrere del tempo era stato riconvertito in sontuosa dimora della nobile famiglia. Nel secolo XIX il grande maniero subì un radicale restauro, nel corso del quale l'edificio venne ancora ingrandito e decorato da statue scolpite da Pietro Muttoni, ma oggi scomparse. Fu il conte e generale Dinadano Nogarola a commissionare i lavori, quasi certamente all'architetto ticinese Simone Cantoni.

Il rinnovamento della residenza era in corso attorno al 1820, anno in cui il da Persico, già menzionato, pubblicò la sua Descrizione di Verona e della sua provincia: l'edificio venne rifatto, a quanto pare da quella testimonianza, in stile neoclassico; particolare maestosità fu conferita alle due facciate del corpo centrale della fabbrica. Al piano inferiore tre grandi archi a tutto sesto aprono ancora la vista sul verde giardino retrostante; al piano superiore un loggiato, che ripete il motivo dei tre archi terreni, separati da semi-colonne a capitelli ionici; il tutto dominato da un frontone a timpano triangolare, ornato da bassorilievi con decorazioni ispirate a tematiche militari e a figurazioni mitologiche. Lo stesso vescovo di Verona, monsignor Innocenzo Liruti, nella visita pastorale compiuta nel 1812, rimase colpito dall'amenità e dall'eleganza del luogo, tanto da annotare nel suo diario: "Nogarola: sessanta campi chiusi entro un muro di tre miglia di giro... Nel recinto di tre miglia canali d'acqua, viali coperti di salici marini, pioppe cipressine e piante esotiche, statue, Peschiera, tutto disposto senza apparenza d'arte, come all'inglese". All'interno della residenza spiccava il grandioso soffitto a copertura del salone centrale: oltre centosedici metri quadrati di superficie interamente affrescati da Domenico Mancanzoni, il quale si ispirò alle pitture di analogo soggetto che si trovano nella loggia del Seminario vescovile di Verona (quello antico di Via Seminario), opera del suo maestro Marco Marcola. Sullo sfondo di un cielo azzurro e di stelle dorate vi si ammiravano una sessantina di costellazioni, tra cui spiccava quella del Toro, eseguita con abile tecnica illusionistica. La conservazione della storica dimora rimase legata nei secoli alla discendenza della nobile famiglia dei Nogarola. Ultimo discendente diretto fu il conte Antonio Nogarola, il quale, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, ricoprì l'incarico di sindaco di Castel d'Azzano tra il 1871 e il 1889. Da quell'anno al 1917 fu sindaco colui che ne aveva raccolto l'eredità, il conte Ludovico Violini Nogarola. Alla sua morte incuria e uso militare - siamo nel periodo più critico e cruciale della prima guerra mondiale - precipitarono la residenza in uno stato deplorevole: adibita a carcere per prigionieri di guerra, essa conobbe lo sfogo vandalico dei reclusi. ...».

http://guide.travelitalia.com/it/guide/verona/castel-d-azzano


CASTELNUOVO DEL GARDA (castello visconteo, torre merlata viscontea)

Dal sito www.visitgarda.com   Dal video www.youtube.com/watch?v=SeR7rnyxY_8   Dal sito www.comune.castelnuovodelgarda.vr.it

«Il Castello. Si erge in posizione dominante sul centro abitato di Castelnuovo; fu costruito nel 1387 quando Giangaleazzo Visconti, sconfitti gli Scaligeri, smantellò Peschiera e per assumere il controllo di Verona costruì in fretta la fortezza di Castelnuovo, la Cittadella di Verona e il Ponte di Borghetto. Allora la costruzione sul primo poggio portava una torricella da cui partivano le mura di prima cinta rettangolari, fin oltre la chiesa e includeva un pozzo.
Torre Viscontea. Al centro della seconda muraglia i visconti fecero costruire l'attuale gran torre, sulla quale spiccava la Bissona dei Visconti; nell'Ottocento sono stati poi aggiunti la merlatura e successivamente l'orologio a pesi».

http://www.comune.castelnuovodelgarda.vr.it/include/mostra_foto_allegato.php?servizio_egov=sa&idtesto=49&fogliaClick=root1_1...


CASTELNUOVO DEL GARDA (castrum o rocca)

Dal sito www.localidautore.it   Particolare dell'immagine precedente, dal sito www.localidautore.it

«L'antico castrum sorge su un rilievo ampio, conosciuto col toponimo di "Rocca", inaccessibile per tre lati e difeso ad est da una cospicua fortificazione edificata con grandi pietre squadrate disposte su filari più o meno regolari (tecnica edilizia comune ai ruderi della fortezza di Monselice, VI/VII sec. d.C.). Sulla sommità del rilievo è stato posto recentemente in luce un edificio di grandi dimensioni risalente all'epoca tardo antica (V/VI sec. d.C.), al quale afferiscono almeno quattro fasi d'uso. La fase più antica è caratterizzata da strutture murarie di buona qualità con doppio paramento intonacato. La seconda fase, che sulla base dei reperti individuati è databile al VII/IX sec. d.C., testimonia, invece, un ampio rivolgimento dell'edificio, che viene ridefinito planimetricamente. Si riconoscono almeno tre vani il cui uso però non si riesce a specificare con precisione. Questa seconda fase dell'edificio presumibilmente viene abbandonata nel IX sec. d.C. e l'area risulta occupata, nella porzione settentrionale, da inumazioni; al contrario la parte meridionale della struttura è sfruttata da una struttura con base in pietra e, presumibilmente, alzato ligneo, una sorta di capanna, la cui reale funzione però sfugge. La fase quattro segna la fine dell'occupazione sommitale della rocca. Si documenta, infatti, la distruzione della capanna per incendio e ciò che rimane è ricoperto da nuove inumazioni e da successivi strati di terra che contribuiscono a sollecitare interventi di tipo agricolo fino al XVI/XVII sec. All'antico edifico della sommità si accedeva almeno attraverso due porte, delle quali una è stata recentemente indagata. Presso di essa si è scoperto un edifico di culto ad unica navata e abside semicircolare. La tecnica edilizia della piccola chiesa è composta da due paramenti esterni di pietrame calcareo appena sbozzato e da un riempimento interno di malta e ciottoli. All'interno dell'aula si può distinguere la zona del presbiterio evidenziato da un arco trionfale che poggia su due pilastri e da una recinzione, di cui rimangono solo tre grosse pietre. Nei pressi del coro il pavimento era decorato a mosaico a tessere policrome, poggianti su uno strato di calce giallo-rosata. Contemporaneo al mosaico (VI sec. d.C.) doveva essere anche il ciclo d'affreschi absidale, del quale rimane poco o nulla. L'aula godeva di pareti intonacate di bianco e di un pavimento costituito da uno strato compatto di calce. All'interno della chiesa si sono rinvenute anche tre deposizioni tombali (altre sono state trovate all'esterno dell'edificio). Lungo il fianco meridionale è stata, inoltre, posta in luce una necropoli longobarda risalente al VII sec. d.C. Questi elementi fanno propendere per una datazione della fortezza compresa tra il V e gli inizi del VII sec. d.C. I Purtroppo altri elementi concreti sfuggono per mancanza di ulteriori studi. Si sconosce il periodo esatto in cui il castrum di Garda venne eretto a iudiciaria, nè tanto meno si è certi che esistesse oltre al castrum, anche una "civitas" distinta ove risiedesse la guarnigione longobarda, così come si osserva presso Sirmione. Lungo le pendici meridionali del colle "Rocca" trova posto una chiesa di S. Colombano, presso la quale doveva trovare posto la corte dell'omonimo monastero di S. Colombano; similmente, non lontano dal castrum di Garda, in località Baesse doveva trovare posto la corte di Cervinica, alle dipendenze dirette del monastero di S. Giulia. Alcune analogie accomunano i due castelli di Sirmione e Garda. Rappresentano importanti nuclei fortificati, con frequentazione longobarda dal VI al VII sec. d.C., sebbene presentino tracce insediative di epoca tardo antica e romano imperiale».

http://www.icastelli.it/castle-1256856510-castello_di_garda-it.php (a cura di Giuseppe Tropea)


CAZZANO DI TRAMIGNA (resti della fortezza di Bastia)

Foto di Zen41, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito http://hellasmonteforteciclobike.blogspot.it   Dal sito http://static.panoramio.com/photos/original/37837638.jpg   Dal sito https://comune.info/comune-montecchia-di-crosara

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)   Foto di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna (VR)

«...Le vicende politiche riguardanti il castello d'Illasi che, possente, guarda dall'alto, verso oriente, la Val Tramigna portarono scompiglio anche a Cazzano: si sa che quando i da Carrara (che avevano strappato il dominio della terra veronese ai Visconti) vennero minacciati dalle truppe veneziane, bruciarono il castello e con esso gran parte delle case nei dintorni (e Cazzano non è così lontano). Venezia, instaurando il suo dominio plurisecolare sul veronese (1405- 1797) fece restaurare il castello illasiano il quale, nella guerra tra la Serenissima e i Visconti milanesi, fu circondato da questi ultimi; il capitano Tobiolo del Borgo o di Ledro, insediato dalla potenza lagunare nella fortezza, fu costretto a cedere di fronte alle truppe nemiche per il tradimento del suo castellano Antonio da Bresello (1439). L'esercito visconteo, comandato dal condottiero Niccolò Piccinino, riuscì ad impadronirsi di Soave ed occupava la val d'Alpone; Giovanni Pompei d'Illasi, già distintosi per servigi resi alla Repubblica veneta, raccolti dei contadini e riunitili a Tregnago, penetrò nella val Tramigna a nord riuscendo così a piombare sul nemico nei pressi del monte Bastia (dove si trovava un castello). Il condottiero veneziano riuscì così a dar battaglia a Roncà e a costringere il Piccinino a ritirarsi. ...» - «Il castello medievale di Bastia (in nota: si tratta di un castello privo di attestazioni documentarie e sul quale, precedentemente, non sono mai state svolte indagini archeologiche riferite al periodo medievale) è stato eretto su di una lunga e stretta dorsale, orientata nord-sud, che separa la val Tramigna da quella dell'Alpone, a controllo di una sella naturale che mette in comunicazione le due vallate sottostanti. ... L'elemento maggiormente percepibile è l'imponente cortina muraria che cinge il lato ovest e che, in alcuni punti, raggiunge un'altezza superiore ai quattro metri, proiettando un'ampia ombra che rende difficoltosa la lettura [delle foto aeree] e la comprensione delle tracce esterne. Soprattutto diventa difficoltoso seguire un fossato con relativo terrapieno ubicato subito a ridosso delle mura perimetrali del castello. ... È stato possibile cogliere l'andamento delle difese esterne nel lato ovest, che proseguono senza soluzione di continuità, finché non si congiungono ad una traccia rettangolare dovuta a microrilievo, corrispondente ad una torre che, in parte, sporge dalle mura del castello. Ni lati nord, est e sud, il muro di cinta è percepibile seguendo il microrilievo essendo quasi completamente crollato. Si noti a nord-ovest la presenza di un'ulteriore torretta rettangolare, in parte distrutta, anch'essa sporgente, ma che in questo caso non interrompe il fossato. Anche nei lati nord ed est si notano i resti del vallo esterno ... Lungo il versante ovest, proprio quasi a metà della cortina muraria, è possibile notare una depressione in coincidenza della terminazione del vallo: si tratta dei resti di una torre le cui murature sono ancora affioranti. ... Il castello è genericamente databile al periodo tardomedievale, probabilmente presente a partire dal XIII secolo, sulla base di pochi frammenti ceramici rinvenuti, quando anche l'area a nord, più a valle, sembra essere stata frequentata (materiale sporadico di superficie, non proveniente dalla sommità»: N. Mancassola - F. Saggiadoro, Il contributo della fotografia aerea alla comprensione dei paesaggi antichi medievali, in "Archeologia Medievale", XXVI (1999), pp. 287 ss.

http://www.comune.cazzanoditramigna.vr.it/web/cazzanotramigna... - https://books.google.it/books...

P.S. Attualmente i ruderi della fortezza - che si trovano quasi al confine tra Cazzano di Tramigna e Montecchia di Crosara - sono oggetto di approfondite ricerche, anche di materiale documentario scritto, da parte di Alberto Ciocchetta, di Cazzano di Tramigna, che è anche autore delle "foto degli amici di Castelli medievali" su presentate. Più specificamente, Ciocchetta intende verificare l'ipotesi che il castello scaligero "sia stato demolito dai Veneziani in seguito alla cacciata dei Visconti dalla provincia di Verona, favorita dalla vittoria di Giovanni Pompei nel 1439 nella battaglia che ingaggiò contro Niccolò Piccinino, iniziata alle pendici del Monte Bastia e conclusa nei pressi di Roncà, un Comune poco lontano".


COLOGNA VENETA (castello)

a cura di Stefano Favero


Dolcè (corte Capetti Rizzardi, già villa Rambaldi)

Dal sito www.gardatourism.it

«La corte Capetti Rizzardi, antica villa Rambaldi, viene a trovarsi al limite sud del paese di Dolcè, sul lato ovest della strada Trentina e aderente a nord al resto dell'abitato. Il complesso può essere annoverato tra le corti rurali di antica origine (in questa corte ma anche nell'edificato più a nord, vi sono manufatti che in parte potrebbero risalire al Trecento) che nelle diverse epoche hanno subito innumerevoli interventi di adeguamento dei fabbricati, nonché modifiche per fini abitativi o agricoli. Tali interventi nella corte hanno alterato l'aspetto originale degli edifici. Il complesso doveva originariamente appartenere ai Vassalini, facoltosa famiglia della Val Lagarina dai quali passa, già nella prima metà del Cinquecento ai Rambaldi. Nel 1589 ne sono proprietari gli eredi del nobile Nicolò Rambaldi ...» - «Palazzo Capetti-Rizzardi si trova, come la maggior parte dei Palazzi di Dolcè, a sud del paese sul lato ovest della Strada Tridentina. Palazzo antico presenta manufatti che risalirebbero al Trecento, ma che hanno subito numerosi interventi. I primi proprietari furono i Vassalini, poi nel primo Cinquecento passa alla famiglia Rambaldi, poi alla metà del Seicento il palazzo passa provvisoriamente in mano al conte Galeotto Nogarola come dote della moglie la contessa Lisca Rambaldi, nipote di Nicola Rambaldi. Nell'Ottocento la maggior parte della proprietà appartiene ai Rambaldi, che già all'epoca aveva provveduto alla costruzione dell'attiguo palazzo, molto più grande e spazioso, mentre il complesso dominicale viene ceduto con buona parte dei terreni a Leonardo quondam Luigi Capetti. Il palazzo presenta un grande portale, a sinistra vediamo un grande edificio quadrangolare con due piani e il granaio, mentre alla destra un edificio a pianta rettangolare, più alto, con un portico, loggia e granaio. Il portico presenta tre arcate a tutto sesto, una pavimentazione a due filari di lastre in pietra alternate ad acciottolato. Sulle arcate un affresco che raffigura un putto forse del Cinquecento. La terza costruzione ha subito molte modifiche tanto da non avere più niente dell'edificio originale. I tre edifici sono collegati tra loro da due archi costruiti in un secondo tempo e sono realizzati in mattoni e pietre».

http://www.comunedolce.it/index.php/ville-e-palazzi - http://www.gardatourism.it/palazzo-capetti-rizzardi/


Dolcè (palazzo Guerrieri-Rizzardi)

Dal sito www.gardatourism.it   Dal sito www.comunedolce.it

«Nel cuore del centro storico di Dolcè, si trova un imponente ed elegante palazzo di residenza dallo stile sobrio: palazzo Guerrieri. Esso è situato dove l'antica strada Trentina (oggi via Trento) si incrocia con la ancor più antica strada comunale del Molino (oggi via Molino) che va dal paese al fiume. L'edificio è all'angolo dell'isolato, al cui vertice c'è un cippo di pietra bianca, in cortina con gli altri fabbricati lungo la strada principale. Il palazzo - a tre piani - con adiacente un fabbricato poco più basso, con il granaio dalle finestre ovali, che lo collega al resto dell'isolato, ha i prospetti "liberi" a est, nord e ovest. L'edificio è stato restaurato e tinteggiato di un vivace colore ocra gialla; il tetto, a capanna solo verso sud, è a padiglione con le falde sporgenti, coperto di bei coppi dalle tinte in gradazione. La pianta è trapezoidale, con il lato est, base maggiore, affacciato su strada e piazza principali e il lato ovest, base minore, rivolto verso un grande parco preceduto da un cortile e un modesto giardino. Dalla parte ovest si trovano anche gli annessi rustici, uniti all'edificio signorile nell'allineamento al lato sud, staccati nel lato nord. Anche nell'attuale assetto è riconoscibile l'impostazione a corte. La facciata ovest del palazzo presenta un classico portale archivoltato a conci lisci, tipico cinquecentesco, decentrato verso sinistra. Le due facciate lato strada non hanno porte e sono di concezione "urbana", diversamente dal prospetto del portale, più da casa padronale di corte rurale anche se raffinata. Tale facciata, come accennato, è rivolta verso il giardino e il cortile con gli annessi rustici che precedono il parco - o giardino all'inglese - dalle secolari essenze arboree, quali cedri e cipressi in duplice filare. Il parco, arricchito da canne di bambù e da alcune palme, si estende in direzione dell'Adige fino alla strada statale (n. 12 dell'Abetone e del Brennero), occupando un'area di circa 5.000 metri quadrati. Del prospetto occidentale, va detto che le finestrature rettangolari del piano intermedio e quelle quadrate degli altri due scandiscono ordinatamente e ritmicamente simmetriche la facciata, eccezione fatta per il portale. Le altre due facciate, nord ed est, non presentano alcuna interruzione in tale ordine ritmato delle aperture. I finestroni dei lati ovest e nord, al piano nobile, hanno l'architrave coronato da una pregevole cimasa a trabeazione, tipica del XVI secolo. Tra due finestroni del piano nobile (sopra al portale e alla fascia che collima con i davanzali) si trova una targa in marmo bianco con scolpito il trofeo ornamentale con lo scudo in cui è raffigurato lo stemma gentilizio della famiglia dei conti Guerrieri. Da un'analisi degli interni, a partire dalla disposizione e dalle dimensioni delle murature in sasso, è ipotizzabile un nucleo risalente al Tre-Quattrocento (come in edifici ubicati nello stesso isolato, anche in adiacenza) ...».

http://www.comunedolce.it/index.php/ville-e-palazzi


Dolcè (palazzo Ruzzenenti detto il Casermaggio, palazzo Mondini)

Palazzo Ruzzenenti, dal sito www.gardatourism.it   Palazzo Mondini, dal sito www.gardatourism.it

«Palazzo Ruzzenenti è ubicato nella parte sud-est del centro storico di Dolcè in un complesso a corte in cui si accede dalla vecchia strada postale del Tirolo. L'ingresso, sul lato est della strada nella parte di fabbricato occidentale della corte, è formato da un portale arcuato da cui, attraverso un sottoportico, si entra nel cortile squadrato di ciottoli, in cui si affacciano gli edifici componenti la corte stessa. Palazzo Ruzzenenti è posto a settentrione, con la facciata rivolta a mezzogiorno, mentre a est, ovest e sud sono situati attorno al cortile gli altri fabbricati, dei quali appaiono più manomessi e di scarso interesse quelli su due livelli del lato sud e parte del lato ovest. Il palazzo è imponente, a pianta rettangolare e tre piani, con semplici contorni dei fori di porte e finestre, con una grande copertura in coppi a falde aggettanti, del tipo a padiglione verso la strada. Dal lato nord è addossato o adiacente a fabbricati intricati e contorti del centro storico, come pure dal lato est, mentre dalla parte del lato ovest il prospetto è sulla strada Trentina. La facciata sud è caratterizzata al secondo piano da un ballatoio (con ringhiera in ferro) formato da lastre e mensole di sostegno in pietra della Lessinia (lastame) che si estende a tutta la facciata dei fabbricati occidentali. Sulla parte destra della facciata sud di palazzo Ruzzenenti si nota un residuo di porticato che, a parte stratificazioni-sovrapposizioni di interventi più che altro successivi al Settecento, ricorda le origini quattro-cinquecentesche dell'edificio. All'interno del palazzo esistono camini di valore artistico che possono paragonarsi a quelli della splendida villa Del Bene a Volargne ... La facciata con il ballatoio sul cortile di palazzo Ruzzenenti ha un'impostazione da prospetto secondario interno, di servizio, non ha elementi decorativi come le facciate principali delle case padronali o dominicali, ma ciò potrebbe essere conseguente alle ristrutturazioni settecentesche. I lati ovest ed est della corte sono formati da due edifici, le parti più alte dei quali si innestano ai fianchi di palazzo Ruzzenenti. La corte in origine era impostata a schemi tipicamente rurali, avendo casa padronale a nord e annessi rustici sugli altri lati a racchiudere l'aia; parte dei fabbricati est, con tetto a leggio, e quelli a sud, con tetto a capanna, sono staccati tramite un vicolo cieco dall'edificato circostante ...».

«Palazzo Mondini. Provenendo da sud attraverso la strada statale n. 12, è possibile entrare nel paese di Dolcè dalla vecchia strada Trentina, a ridosso della quale si attestano i fabbricati del centro storico disposti a cortina e contornati all'esterno da coltivazioni e secolari sempreverdi dei parchi delle antiche ville. Sul lato orientale di tale via, l'ultimo edificio prima di piazza Roma è Palazzo Mondini, disposto ad angolo tra la strada e piazza stessa. Il manufatto, assai rimaneggiato e modificato, rivela la sua origine quattrocentesca solo da alcuni particolari (percepibili da un occhio molto attento) sulla facciata ovest, ovvero quella minore verso la strada. Si tratta di tracce di affreschi murali sull'intonaco, tra le quali è possibile scorgere le parti dipinte di uno stemma araldico. Nient'altro è rimasto visibile dell'antico fabbricato, se non le murature esterne manomesse dall'apertura o chiusura dei fori di porte e finestre, compreso un balcone. Il tetto è in parte a padiglione con falde sporgenti, analogamente a quelli vicini alla piazza descritti in altre schede (Guerrieri-Rizzardi e Tommasini). Peraltro è possibile constatare che nonostante le trasformazioni l'edificio riesce ancora a inserirsi senza troppi contrasti nel contesto del tessuto edilizio. La disposizione della costruzione è una indicazione della sua origine basso medievale, visto che gli edifici più antichi erano rigorosamente disposti - soprattutto se rurali - lungo un asse est- ovest, vale a dire con la facciata maggiore (o principale) rivolta verso mezzogiorno ... Di fatto il palazzo si apre ancora da tale lato affacciandosi su di un piccolo cortile, mentre in parte aderisce ad altri fabbricati. La facciata di dimensioni maggiori è rivolta a nord (ed è la più alterata), verso la piazza che esiste dalla fine degli anni Venti. In precedenza, tale facciata al posto della piazza guardava un orto, circondato da un tipico muro, con un piccolo fabbricato. In merito a Palazzo Mondini è interessante notare che a poca distanza, dall'altro lato della strada, è situata all'interno dell'isolato una casa con portico e loggia di incalcolabile valore storico (e in stato di conservazione preoccupante) risalente al più tardi al Quattrocento. Tale prezioso manufatto è disposto est-ovest come palazzo Mondini, confermando la regola in precedenza citata, e anche le origini antichissime di Dolcè. ...».

http://www.comunedolce.it/index.php/ville-e-palazzi


GRISO (fortino)

Dal sito www.corrillasi.it   Dal sito www.corrillasi.it

«Immerso nella campagna tra gli oliveti in prossimità di San Colombano, dopo una breve deviazione in salita dalla strada comunale, si incontra questo piccolo, ma assai interessante, edificio. Si presenta di forma circolare del tutto inusuale rispetto alle torri o ai punti di vedetta tipiche delle fortificazioni scaligere. La sua pianta è circolare e caratterizza il suo volume in altezza, formando un cilindro. L'aspetto esteriore si fa notare per il rigore formale delle pietre che lo compongono, poiché determinano un reticolato ordinato che si sviluppa su moduli regolari nell'altezza e nella larghezza di circonferenze concentriche e sovrapposte. La cromia dei lapidei è grigia e pone in risalto le modanature e i piccoli archi a tutto sesto che formano le monofore a feritoia, caratterizzate da una forte strombatura verso l'interno. I conci, unici nelle parti, sono levigati in superficie e descritti nella loro forma da una semplice scanalatura, che non accentua effetti chiaroscurali. Alla monocromia della muratura, si contrappone la gronda, quasi una "trabeazione" decorativa che nel diverso materiale e nelle diverse forme, crea una fascia scura alla vista di particolare effetto visivo e architettonico. Formata da dei laterizi concavi sui quali si innestano ad appoggio altri convessi, che creano una linea curva sporgente e rientrante che va a delimitare l'imposta della copertura. Sono laterizi originali nella forma e unici per un edificio di modeste dimensioni. La copertura all'esterno leggermente a falda è formata da otto pietre triangolari che mimetizzano e non fanno intuire la cupola interna. è sormontata da un basamento circolare sul quale poggia una sfera con croce in ferro, in parte leggibile nella sua forma originale, che sollecita ad ulteriori indagini. Il portale d'ingresso non presenta nessun tipo di bugnato, ma segue nella sua composizione la superficie curva. è ad arco a tutto sesto e ci introduce in questo piccolo spazio circolare caratterizzato dalle aperture e nella parte alta dai resti di doppie mensole che dovevano presumibilmente alloggiare le travi della soffittatura. Opposto all'ingresso, l'incàvo della sagoma di un probabile camino prosegue nella cappa che degrada con un canale verso la copertura. Dal punto di vista costruttivo è assai interessante la cupola interna, che partendo dall'imposta circolare, si suddivide in spicchi verso l'alto, attraverso una distribuzione metodica e graduale delle pietre che la compongono, degradando al centro. La struttura interna e quella esterna formano una doppia copertura con un probabile spazio di areazione tra le parti murarie. Il fortino circolare poggia su un terrapieno dalla base più ampia che è caratterizzato dallo stacco sul piano terra da una corona in laterizio. Rivolto alla valle di Cazzano, il terrapieno, nella sua funzione di sostegno, ripresenta in altezza la stessa tessitura dei materiali e aperture a monofora, molto probabilmente per lo scolo delle acque, vista la non identificazione di un probabile passaggio al piano inferiore. Al di sopra dell'apertura d'entrata una lapide reca la seguente scritta: BONIFACIUS. SPREA. F. / ANDREAE. LATIORUM. F. / COLLE. SECTO. IMPLETA. VALLE / OLEAS. POSUIT. HANC. CONDIVIT / ANNO. SAL. M.D.CCC.XVII. Molti interrogativi rimangono sulla sua fruibilità e funzionalità ad uso civile o religioso, visto i diversi segni che lo compongono».

http://www.corrillasi.it/turismo-e-cultura/illasi-e-dintorni.html (a cura di Mariano Dal Forno)


ILLASI (castello)

Dal sito www.lorett.info   Dal sito http://laveja.blogspot.it   Dal sito www.esoterismoemisteri.com

«Collocato sul crinale di una collina, il castello aveva il compito di contribuire, assieme al castello di Soave, al controllo dei percorsi di fondovalle. Se ne ha notizia certa dall'anno 971. Nel 1004 un documento lo indica proprietà privata del diacono Moisè; e nel 1223 risulta in possesso della potente famiglia dei Montecchi, che dieci anni più tardi lo consegnò a frate Giovanni da Schio, il quale, pacificate le città venete in continua lotta, vi pose un presidio di truppe vicentine. Nel 1243 fu occupato da Ezzelino da Romano, quest'ultimo indicato da una bolla di papa Nicolò IV come ricostruttore del complesso, che allora si trovava in un non felice stato di conservazione. Datato 27 giugno 1289, il documento attesta una donazione ad Alberto I della Scala e suoi discendenti da parte del pontefice, riconoscente verso lo Scaligero per la cattura da parte di questi, a Sirmione, di un numeroso gruppo di eretici "patarini". Oggetto della donazione erano "la torre con il palazzo e le macerie che dal detto castello si dicono restare, con tutti i diritti e le sue pertinenze in quanto si conoscono appartenere alla Chiesa romana". Proprietà privata dei Della Tavola nel corso del XIII secolo, nel 1269 il castello venne occupato da Pulcinella delle Carceri, in lotta con Mastino I della Scala, che lo adibì a proprio rifugio. L'anno successivo lo statuto detto Albertino registra l'atto di cessione del complesso da parte di Umberto della Tavola ad Alberto I della Scala assieme al castello di Soave e altre rocche. Dagli scaligeri il complesso ricevette nuovo vigore ed interventi di consolidamento vari. Nel 1280 un'incursione padovana gli lasciò i segni del suo passaggio. Più seri però furono i danni recatigli dal ritorno delle truppe veneziane (giugno 1405) inviatevi per strappare il castello ai Da Carrara, alleatesi con Guglielmo, ultimo dei figli illegittimi di Cangrande della Scala. Il capitano delle truppe carraresi, accortosi che gli Illasiani si dimostravano favorevoli alla riconsegna della rocca alla Dominanate, appiccò il fuoco al maniero che ne riportò gravi ferite. Il castello tornò ad essere teatro di guerra nel 1439. Il 28 marzo di quell'anno Nicolò Piccinino, celebre capitano di ventura al servizio di Filippo Maria Visconti, pose le tende ad Illasi, dopo aver inflitto una severa sconfitta alle truppe veneziane e occupato il castello di Soave. Spenta la stella viscontea e ritornato il vessillo di S. Marco, il castello andò via via perdendo importanza in campo militare, anche in conseguenza della politica di pace perseguita da Venezia. Nel 1509 questa decise di concederlo in feudo ad un valoroso condottiero Girolamo Pompei, detto "Malanchino", la cui famiglia vantava da secoli diritti in quel di Illasi. L'investitura rappresentò per i Pompei non solo un atto di splendida e doverosa generosità ma costituì anche la loro reintegrazione in un possesso goduto da secoli e che, attraverso una serie di avvenimenti storico-militari, era finito in mani "estranee". Invero nel possesso del loro feudo i Pompei entrarono veramente solo dieci anno dopo, una volta conclusa la guerra fra l'imperatore Massimiliano d'Austria e Venezia. Nel castello di Pompei tennero la loro residenza anche nel corso dei secoli XVII e XVIII; nel Settecento la sostituzione con la villa costruita al piede dello stesso colle.

Struttura architettonica. Dal punto di vista edilizio il castello si articola secondo un modello di organizzazione distribuita (mastio ovvero residenza castellana affiancato dal cassero dormitorio delle milizie) che sarebbe in seguito stato applicato anche in molteplici altre fortificazioni scaligere. In esso predominano le forme dell'impostazione originaria altomedioevale, particolarmente evidente nella cinta ad andamento pressoché ellittico, per circoscrivere la sottostante collina. Ben curate sono, qui, le tecniche murarie di realizzazione delle strutture del mastio e del cassero, sia per la finitura dei paramenti esterni che per la qualità dell'apparecchio delle murature, tutte dello spessore medio di circa tre metri, realizzate con grandi conci rettangolari di tufo duro. Alto 32 metri, il mastio possiede una pianta quadrata di 10 metri di lato, con un alto zoccolo scarpato (l'originaria inclinazione è stata modificata dalla riparazione cinquecentesca), destinato a cisterne, magazzino e servizi vari. Sembra preesistere alla trasformazione scaligera, cui probabilmente si deve, in particolare, il grande cassero che lo affianca. L'accesso si presenta a quota elevata; e le finestrelle sono numericamente scarse e arcuate a tutto sesto. Il cassero, costruito a poco più di 15 metri di distanza dalla torre, unito al mastio da una cortina che si distacca dall'altra all'altezza della torricella di sostegno, presenta anch'esso un accesso elevato su di uno zoccolo altro circa 8 metri, di base rettangolare (20x25 metri), con un'altezza di 26 metri, suddiviso su due piani. è coronato con merlature attorno ad un terrazzo sommitale, praticabile. La cinta è contraddistinta anche da una sola porta d'accesso, sul lato meridionale, e non esibisce alcuna torricella di sostegno sporgente altre il filo del muro esterno».

http://www.corrillasi.it/turismo-e-cultura/illasi-e-dintorni.html


Isola della Scala (borgo fortificato, torre scaligera)

Dal sito www.prolocobassoveronese.it   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«La storia del comune di Isola della Scala risulta direttamente collegata con quella della torre scaligera che da secoli svetta a guardia dell'antico passaggio tra il territorio veronese dominato dagli Scaligeri e quello mantovano di cui erano signori i Gonzaga. Di sicuro la torre era parte integrante del famoso serraglio che difendeva la parte sud del potentato veronese, ma il nome e la vita di Isola della Scala furono sempre legati alla storia delle acque. E' infatti proprio alla loro abbondanza che Isola deve il proprio nome: terra affiorante in mezzo al bosco e alle paludi. La specificazione "della Scala" venne data dai signori di Verona agli inizi del 1300. Prima ancora si chiamava Isola Cenense, cioè "fangosa" ed il riferimento era legato alle particolari condizioni dell'ambiente. I veneziani, una volta divenuti padroni di queste terre, cercarono di cambiarne il nome chiamandola Isola di San Marco, ma inutilmente. Infatti gli isolani tennero fede alla denominazione che meglio evidenziava la loro veronesità, legata alla famiglia dei Della Scala. Oggi infatti la popolazione di Isola si riconosce nella cosiddetta Torre Scaligera, fatta erigere da Mastino Il Della Scala a guardia del Tartaro contro le incursioni mantovane, e lo stesso stemma vede, sulla destra in campo di cielo, tre spighe emergenti dalle acque mentre, sulla sinistra, una scala d'argento in campo rosso. La torre a guardia del Tartaro fu eretta prima che la famiglia Della Scala dominasse la zona. La presenza dell'antico castello era già documentata nel 1011; esso venne distrutto dai mantovani nel 1230-1232 e rafforzato da Mastino II (1329-1351) che volle potenziarlo costruendo un avancorpo. La sua presenza costituiva la conclusione del serraglio che iniziava a Valeggio sul Mincio e proseguiva per 16 km, a protezione dei mantovani. La zona sud del paese rappresentava una barriera naturale costituita dalla natura paludosa del terreno e dalla mancanza di strade la quale così si trasformava in una sicurezza per il possedimento. Oggi quel castello è giunto a noi con una torre mozzata, affiancata da un rivellino munito di due ponti levatoi. L'edificio, nel dettaglio, è formato da due corpi quadrangolari, il più alto diviso all'interno in tanti pianerottoli dove alloggiavano i soldati, mentre l'altro corpo è fornito di un doppio ponte levatoio (un tempo il Tartaro circondava completamente la torre) che permetteva il controllo dell'ingresso occidentale del paese. I due corpi che formano la torre sono accostati senza nessun innesto e questo probabilmente per permettere una maggior speditezza nella realizzazione della torre principale alla quale è stata in seguito aggiunto il rivellino. Soltanto il secondo solaio e quello di copertura erano voltati in muratura con soffitto a tutto sesto, mentre l'accesso alla torre avveniva dal cammino di ronda a mezzo di scale retrattili. I merli erano a coda di rondine (ghibellini). Il secondo e l'ultimo piano hanno il soffitto a botte. L'attuale struttura muraria, in cotto, è stata in gran parte restaurata nel 1839 ed una lapide murata sopra il lato ovest del rivellino, ci ricorda quell'intervento. L'iscrizione recita: MDCCCXXXIX HOC COLLABEFACTURO RENOVATUM COMUNITATIS AERE. L'attuale struttura muraria è visitabile anche da persone diversamente abili».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_isola_della_scala&cat=4&gru=12&idpagina=446


Lazise (castello scaligero e borgo)

a cura di Stefano Favero

  


LEGNAGO (cinta muraria, torrione)

Dal sito www.aialegnago.it   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«Durante l'Alto Medioevo Legnago assume il volto di una vera e propria roccaforte militare. La cittadina venne conquistata prima dai Longobardi e successivamente dai Franchi, fino a diventare attorno al Mille proprietà del vescovo di Verona il quale la cede al Comune in cambio di Monteforte d’Alpone. Successivamente, Legnago diventa un possedimento di Ezzelino IV da Romano per poi passare sotto la dominazione scaligera dal 1207 fino al 1387. Si susseguirono poi le dominazioni dei Visconti e dei Carraresi. Fondamentale per l’assetto urbanistico di Legnago fu l’annessione voluta dal popolo nel 1405 alla Repubblica di Venezia poiché fu proprio il governo della Serenissima ad affidare all’architetto Michele Sanmicheli l’arduo compito di consolidare le fortificazioni (in particolare una rocca) che vennero distrutte durante la guerra dei Cambrai, ridisegnandole a pianta stellare. Le fortificazioni furono però in gran parte smantellate nel 1801 per volere di Napoleone. Legnago, all'epoca, era considerato uno dei nodi fluviali più importanti del Veneto per la presenza sulle rive dell’Adige di un porto, di un ponte mobile progettato per il passaggio dei natanti ed una lunga catena di mulini. Era altresì un rinomato polo culturale grazie alla presenza di scuole, un’accademia letteraria e un teatro. Alla sconfitta di Napoleone, la cittadina tornò in mano agli austriaci, i quali stavano regnando nel Lombardo-Veneto e resero Legnago uno dei capisaldi del Quadrilatero nel 1814 assieme a Verona, Peschiera e Mantova. Soltanto con l'annessione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866 le cose parvero cambiare, nonostante le molte servitù militari che ancora continuarono a sussistere. Nei decenni successivi, per permettere al paese di espandersi al di fuori dai confini della fortezza, vennero abbattute interamente le mura, i bastioni e le porte, di cui rimangono oggi solo pochi resti. ... In piazza della Libertà, a pochi passi dal Duomo, fa bella mostra di sé il Torrione; unico esemplare rimasto delle mura che circondavano la cittadina. Esso viene altresì considerato il simbolo della città di Legnago proprio perché ricalca la storia architettonica e militare autoctone. Anticamente è stato usato con la funzione di prigione (qui sono stati incarcerati alcuni patrioti tra i quali il conte Emilei di Verona e il poeta Aleardo Aleardi). Le mura cittadine (e quindi anche il Torrione) sono state costruite a partire dal 1525 durante il dominio della Serenissima, in seguito alla rovinosa guerra della Lega di Cambrai. La costruzione delle mura bastionate terminò solamente nel 1559 e, negli anni, vide il susseguirsi di architetti illustri quali sono Bartolomeo d'Alviano, Fra' Giocondo, Michele Leoni e Michele Sanmicheli. L'opera veneziana venne successivamente ammodernata dai francesi prima e dagli austriaci poi (si ricorda che Legnago faceva parte del cosiddetto Quadrilatero). Le mura perderanno il loro ruolo difensivo dopo l'annessione al Regno d'Italia e saranno demolite nel 1887 per quanto riguarda la parte destra dell’Adige e durante gli anni Venti nella parte sinistra del fiume per lasciare il posto all’espansione delle cittadine di Legnago e Porto. Il torrione è stato più volte restaurato subendo, nel corso degli anni, pesanti variazioni rispetto alla sua architettura originale (numerose sono state le critiche anche durante l'ultimo restauro per l'aggiunta di una parte superiore che originariamente non esisteva). Altri frammenti delle mura sono oggi visibili presso il cortile dell'istituto Canossiano in via Leopardi e nei pressi dell’ex ospedale militare austriaco (oggi trasformato nel Centro Ambientale ed Archeologico)».

http://it.wikipedia.org/wiki/Legnago


MALCESINE (castello scaligero)

Foto Gardaview, dal sito www.lagodigardamagazine.com   Dal sito www.magicoveneto.it

  

«Secondo alcuni studiosi, la Rocca di Malcesine risalirebbe agli ultimi secoli del primo millennio a.C. Più attendibile risulta la notizia che un castello sia stato costruito dai Longobardi, verso la metà del primo millennio d.C. Il castello venne distrutto dai Franchi nel 590. Fu da loro stessi riedificato ed ospitò nel '806 il re Pipino, giunto a Malcesine per visitare i Ss. Benigno e Caro. Dopo le invasioni degli Ungari, entrò a far parte dei feudi vescovili veronesi. Nel 1277 divenne dominio di Alberto della Scala. Rimase sotto il casato fino al 1387. Interventi risalenti a questo periodo diedero origine all'attuale denominazione: "Castello Scaligero". I Visconti di Milano lo occuparono dal 1387 al 1403. La Repubblica di Venezia lo incorporò nel 1405. L'Impero lo riconquistò nel 1506. Ritornò alla Repubblica fino dal 1516 al 1797. Poi passò ai Francesi. Nel 1798 ai Francesi subentrarono gli Austriaci, i quali eseguirono consistenti lavori di consolidamento all'interno del Castello ed ivi rimasero fino al 1866. Da quell'anno seguì le sorti del Veneto. Il 22 agosto del 1902 venne dichiarato Monumento Nazionale.

Breve guida. Si entra nel cortile. Sulla sinistra appare la "Casermetta": palazzo inferiore che alloggiava la guardia del Castello. Al piano interrato e al piano terra essa ospitava i due Musei di Storia Naturale, rispettivamente del Baldo e del Garda. Una scala esterna conduce al piano ultimo, dove sono situati gli uffici della Direzione. Spingendosi in fondo al cortile, si raggiunge un poggiolo che, sporgendo a picco sopra le acque del lago ad un'altezza di 24 metri dalla superficie, consente una visione ampia e suggestiva del lago stesso e dei monti circostanti. Si può quindi risalire per una rampa a gradinate, sino ad una polveriera costruita dagli Austriaci, oggi "Sala Goethe". Vi si trovano esposte le immagini che il Visitatore ha tratteggiato del lago e del Castello stesso nel suo Viaggio in Italia. Sono riprodotti i colori della regione, così come si erano presentati al suo sguardo e secondo quella che diventerà poi la sua Teoria dei Colori. Oltre la sala, presso un piccolo giardino coltivato a macchia mediterranea, troveremo il busto del Poeta, collocato in un angolo contemplativo di rara suggestione. Da qui si può salire al secondo cortile, detto "Rivellino", sino ad uno spalto merlato da cui si ammira il paese, il lago, ed il fianco occidentale del Baldo, che dai duemiladuecento metri delle cime scende in un solo balzo sino alle acque, affondando ripido in esse. Scesi dalla gradinata, sul muro orientale potremo scorgere ancora resti di affreschi, probabili residui di una Cappella Scaligera. Oltre il portone, solitamente precluso ai visitatori, si spalanca improvviso ed ampio uno spazio verde detto "Lacaòr", probabilmente uno degli insediamenti protostorici più antichi di Malcesine. Ben visibile dagli spalti del Castello, il "Lacaòr" viene adibito nella stagione estiva a teatro all'aperto per spettacoli, concerti, ecc. Il terzo cortile, il più alto e più settentrionale, si raggiunge per una rampa e attraverso un portale scaligero. In passato esisteva una scala aerea addossata al muro occidentale della Residenza Scaligera che permetteva di accedervi, come testimonia tutt'oggi su questo lato dell'edificio la presenza di un ingresso, attualmente sbarrato da un'inferriata per motivi di sicurezza. Oltrepassando il portale scaligero, dopo una breve rampa si presenta un pozzo. Alla sua sinistra, nell'angolo nord orientale del piazzale sottostante la Torre, si osserva un affresco che rappresenta una Madonna con Bambino presenza che forse testimonia l'esistenza, un tempo in questo punto, di una antica cappella. Costruita dagli Austriaci, ma recentemente riadattata, una scala sale direttamente dal pozzo e conduce alla Sala Congressi della Residenza Scaligera e, quindi, alla Torre.

Dai pressi del pozzo, nel cortile, si può accedere direttamente al piano terra della Residenza, sede del Museo della Pesca, delle attività del lago e "delle Galere veneziane". Architettonicamente esso presenta nel mezzo un forte pilastro, su cui poggiano due archi che sostengono le travi del solaio superiore, oggi Sala Congressi. Sotto il pavimento si estendono due vani, ben illuminati e delimitati da balaustre: secondo alcuni essi rappresenterebbero l'accesso alle "segrete" del Castello, luoghi di cui da tempo si favoleggia ma di cui nulla si sa ancora in concreto, mentre certo è il collegamento sotterraneo fra i due vani e la Torre, passaggio scoperto in seguito alla recente apertura della botola nel pavimento del primo locale della Torre stessa. Nel salone d'entrata sono stati esposti oggetti del Museo relativi alla pesca ed alla caccia sul lago. Sul lato orientale del salone stesso un visore a muro trasmette in continuazione una serie di filmati che illustrano storia e bellezze turistiche di Malcesine, del lago e del Monte Baldo. Nell'attiguo locale, più piccolo, sono illustrati da un lato il celebre trasporto delle navi da terra (attraverso la Val d'Adige e la Sella di Loppio) compiuto dai Veneziani nel XV secolo nel corso della guerra contro i Milanesi e, dall'altro, il tentativo di recupero di una galea veneziana affondata nel lago dinanzi al porto di Lazise, operato nel 1968 dall'Amministrazione del Museo. Per salire al piano superiore dove sono la Sala Congressi e l'accesso alla Torre occorre uscire sul piazzale e salire la scala. Si accede quindi alla Torre: fu aperta a nord una porta che immette al suo primo locale, poiché prima si transitava su un ponte aereo esterno. Una finestra con inferriata nella parete ovest indica il luogo di accesso al ponte aereo. Era, questa, l'altezza della Torre, costruita dai Longobardi. Il materiale cambia infatti da questo luogo, così come muta la foggia di costruzione. La Sala Congressi, inaugurata nel 1989, ha una capienza di circa 150 persone ed ospita mostre, convegni, corsi universitari, ecc.; è però generalmente interdetta al pubblico. Dinanzi all'ingresso di questa ha inizio la salita alla Torre (o Mastio). Cinque locali si aprono al livello alto ed al penultimo un graffito, oggi cancellato, recava il nome di Corrado II e la data del 1131: ciò lascia supporre che questa parte della Torre sia stata terminata proprio in quell'anno. La quinta stanza fu denominata "della Vedetta": con sei finestre che si aprono sul muro spesso 80 cm, era in origine coperta di tegole. Nel 1909 il pavimento venne cementato ed al suo centro fu posta la Campana Comunale, risalente al 1442 e adorna d'impronte di monete comunali. La Torre (o Mastio) sovrasta con la sua forma pentagonale irregolare Malcesine, erigendosi sul lago per 70 metri ed alta sulla sua base 31 metri».

http://www.comunemalcesine.it/cultstoria-edifici-castello.php


MALCESINE (palazzo dei Capitani)

Dal sito www.iloveverona.eu   Foto di Werner, dal sito www.paesionline.it

«Fu costruito dagli Scaligeri a cavallo tra il XIII e il XIV secolo sopra resti romani e romanici. Ridotto a semplici mura, forse a causa di un terremoto o di un incendio, divenne proprietà del veronese Francesco Mercanti e da lui passò ai figli. Costoro, il 18 dicembre 1473, lo vendettero ad Alessandro Miniscalchi. Da atti di compravendita del 1477, l'edificio appare già ricostruito in stile veneziano e sontuosamente decorato. Nel 1618 Verona, su invito della Serenissima, comperò il palazzo per adibirlo a dimora del Capitano del Lago. In questo periodo subì vari lavori di rifacimento. Il 20 marzo 1854 il comune di Verona lo cedette in affitto al comune di Malcesine che nel 1897 ne divenne esclusivo proprietario. Nel 1902 è stato dichiarato monumento nazionale.
PIANO TERRA. Entrando, fatti pochi gradini, ci si trova in un ampio salone sul cui soffitto un affresco riproduce gli emblemi della Gardesana dell'Acqua (Rocca di Malcesine e leone di S. Marco), lo stemma di Verona e quello del Capitano del Lago Lodovico Giusti. Sulla parete settentrionale una lapide in latino ricorda le benemerenze del Capitano Domenico Becelli che preservò la riviera dalle vicende della guerra di sucessione spagnola, ai primi del '700. Dal portale situato sulla parete est si esce su un giardino in riva al lago dove era l'approdo della "ganzarina", la barca del Capitano. Le stanze ai due lati del salone erano adibite ai servizi di guardia, alla segreteria, nonché ai magazzini e alle scuderie.
PRIMO PIANO. Dall'atrio, per una ripida scala di pietra, si sale al piano nobile. Girando a sinistra, si entra in un salone con ampie finestre veneziane e un poggiolo che guarda verso il lago. Il soffitto a cassettoni è decorato con gruppi di foglie e fiori alternati agli stemmi dei Miniscalchi e dei Lodron, famiglia trentina imparentata con i Miniscalchi. Sotto la travatura corre tutto intorno un cornicione dipinto di mascheroni, putti, cavalli marini e uccelli. La porta di ingresso del salone è di pietra scura locale finemente lavorata in bassorilievo. L'architrave porta scolpito il motto "Stat sine morte decus" (La magnificenza non manca mai). Nell'arco soprastante, affrescata probabilmente nel 1618, si legge la scritta latina "La città di Verona nel 1618 comprò ed assegnò questo palazzo ai Capitani del lago Benaco". La porta sul lato nord porta in quella che un tempo era l'anticamera per le udienze che il Capitano teneva nel salone. Dalla saletta un tempo si entrava nelle sale per il soggiorno del Capitano e quindi nella cappella dedicata a S. Zenone.
SECONDO PIANO. Dal salone di mezzo, una scala di pietra ci porta al piano superiore dove erano le stanze della servitù e del cappellano».

http://www.comunemalcesine.it/cultstoria-edifici-palazzocapitani.php


Marcemigo (castelletto o torretta)

Dal sito www.residenzedepoca.it   Dal sito www.ebay.fr

«Data la mancanza di documentazione precisa su un eventuale castello di epoca medievale posto a Marcemigo, allo stato attuale delle ricerche si possono solo fare supposizioni sulla sua effettiva esistenza e localizzazione. Di un non meglio identificabile castrum di Marcemigo si parla in documenti del XII secolo: Federico I nel 1154 e nel 1185 assegnò e confermò come dipendenze del vescovo Adelardo II un locus qui dicitur valle Longazeria cum castris qui vocantur Caculo (Cogollo), Massemanitus (Marcemigo), Taureniacus (Tregnago). Il sito più probabile per un castello potrebbe essere quello dove si trova ora la chiesa di San Dionigi. Qualche studioso ha creduto anche di poter scorgere nel basamento del campanile qualche traccia di una costruzione precedente. Il sito potrebbe essere il più indicato per posizionare un castello con scopi militari. Dal colle della chiesa, infatti, si può scorgere, oltre al castello di Tregnago, anche quello di San Pietro di Badia Calavena. Chi arriva a Marcemigo scorge sul colle della chiesa, una torre restaurata da qualche anno, “el casteleto”. Per anni la torre è stata considerata da alcuni – in modo piuttosto frettoloso e superficiale – una parte di un antico castello, uno dei tre che, secondo qualche studioso, danno origine al toponimo “Tregnago” con quello di Tregnago e quello di Cogollo. In realtà in un attento esame della mappa del catasto austriaco del 1847 che riporta le costruzioni allora presenti, la torre non compare. La sua costruzione è quindi più recente, forse di fine Ottocento».

http://www.tiraccontotregnago.it/wp-content/uploads/2015/11/Milli-Marsemigo-tera-santa.pdf


MONTORIO VERONESE (castello)

Dal sito www.carnetverona.it   Dal sito www.croponline.org

  

«Fuori dalle mura di Verona e non facente parte integrante del sistema difensivo cittadino è il castello di Montorio. Sorge sulla collina che separa la Valpantena dalla VaI Squaranto e apparteneva per territorio al "colonnello" della Valpantena (il colonello era una suddivisione territoriale destinata in prevalenza a fini fiscali) ma la sua funzione era quella di avamposto per la difesa dell'area urbana verso oriente, presso una strada di primaria importanza qual è la Postumia. Si hanno notizie di tale manufatto sin dal X secolo quando il vescovo Audeberto lo edificò su preesistenti fortificazioni forse romane. Scrive l'Orti, che sostiene tale tesi, di un pezzo di muro "... grosso più di 7 piedi (circa due metri e mezzo), costruito a cassa, cioè con due muri angolari esteriori, e nel mezzo riempito di calce, e di sassi uniti alla rinfusa, modo di edificare molto usato presso gli antichi romani nelle fabbriche militari, e di cui Vitruvio ci dà piena contezza". Sempre secondo l'Orti, furono trovate sul posto sei iscrizioni romane, trentotto monete consolari e tre imperiali. Il Perbellini, riportato in luce il tratto di muro "romano", lo ritiene invece altomedievale per fattura, materiali e qualità delle malte impiegate. Sempre feudo vescovile, il castello, che fu teatro di lotte fra i Crescenzi e i San Bonifacio, venne ceduto dal vescovo Adelardo al Comune di Verona nel 1207 e passò poi in mani scaligere che lo ingrandirono e ristrutturarono. Al massimo della sua potenza era articolato in tre recinti, il "castellano", la cittadella e la "rocchetta", che ne facevano uno dei più formidabili fortilizi scaligeri a difesa avanzata della città. Non mancava certamente una adeguata parte residenziale se nel 1405, caduta la Signoria, vi si incontrarono le ambascerie veronesi e veneziane per stipulare il patto di dedizione di Verona alla Serenissima. Il castello era circondato su tre lati da un fossato profondo una diecina di metri, ottenuto in parte scavandolo nella roccia o sopraelevando il cortilone di manovra. Delle sette torri, che secondo l'Orti lo coronavano, rimane il mastio, una seconda torre centrale, due angolari scudate ma in cattivo stato e qualche traccia di quella che sovrastava l'ingresso più interno. Nel castello di Montorio si riscontra, nel rapporto fra il cassero e il mastio, la stessa soluzione adottata in quelli di Malcesine, Illasi e Soave. Il grande recinto di accesso può ritenersi destinato alla raccolta, l'addestramento e la custodia di parte degli equini necessari alla cavalleria scaligera, come avveniva nel castello di Villafranca. Il Rossini è indotto a immaginare una disponibilità permanente di almeno 2.000-2.500 cavalli addestrati e custoditi. Non si dimentichi inoltre che nel Medioevo, presso il vicino convento di San Michele in Campagna, si teneva quella fiera dei cavalli trasferita poi, ai primi del XIII secolo, in Campo Marzio a Verona, e da cui deriverà più tardi l’attuale fiera dei cavalli, istituita nel 1892».

http://www.verona.com/it/guida-verona/castello-di-montorio


Nogarole Rocca (castello)

Dal sito www.prolocobassoveronese.it   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«L’edificio che caratterizza il paese di Nogarole è senza dubbio la Rocca: costruita dai Nogarola, passata agli Scaligeri, ai Visconti, a Venezia, al Conte Bevilacqua Lazise e alla famiglia Barbieri, è oggi di proprietà della Provincia di Verona. Il primo riferimento storico di un certo valore risale all’anno 1232, riportato sia dalle antiche cronache veronesi che da quelle mantovane, quando il castello fu circondato e danneggiato dalle milizie mantovane comandate da Balduino, podestà di Mantova. Agli inizi del ’300 il castello conobbe un periodo di grande notorietà, per essere stato dimora di un illustre esiliato: il signore di Milano Matteo Visconti, il quale venne allontanato dai Torrioni che si impadronirono della città meneghina, e ne divennero i nuovi signori. Il Visconti, lasciata la città ambrosiana, si rifugiò a Verona sotto la protezione degli Scaligeri, con i quali, tra l’altro, era imparentato. Accogliendo successivamente l’invito di Bailardino Nogarola, anche per le incomprensioni con i signori di Verona, il Visconti si trasferì nella rocca di Nogarole e vi rimase per cinque anni. Trovandosi a ridosso del confine mantovano, il castello fu per secoli teatro di numerosi scontri bellici: durante la prima metà del 1300 furono memorabili le battaglie che vedevano contrapposti i signori di Verona e i Gonzaga di Mantova. Cagnolo Nogarola morì senza eredi e le sue proprietà, insieme alla rocca, passarono agli Scaligeri (1387) che fecero erigere all’interno delle sue mura una nuova residenza signorile. Durante la campagna militare condotta dall’imperatore Carlo IV di Boemia contro Cansignorio della Scala, tutta la zona di confine tra Nogarole e Villafranca di Verona fu ancora al centro di scontri bellici che danneggiarono le fortificazioni della zona e la rocca. Negli anni che seguirono la fortificazione cambiò diversi proprietari: Galeazzo Visconti, Alberico di Barbiano, Bruno e Antonio della Scala, i Carraresi, ancora i Gonzaga e, nel 1405, Jacopo Verme che la occupò per conto dei Veneziani. Conquistata dai Francesi, agli inizi del ’500, e riportata qualche anno dopo sotto il dominio veneziano, nel XVI secolo, con l’avvento di nuove e più sofisticate armi da fuoco che rivoluzionarono le tecniche costruttive e di difesa, la rocca – insieme a tanti castelli medievali – cadde in abbandono. Nel 1545 la Repubblica di Venezia deliberò di vendere il castello di Nogarole. Il nuovo proprietario fu il conte Giovanni Battista Bevilacqua Lazise, che modificò quasi radicalmente l’originaria struttura della fortezza, facendola diventare la dimora signorile della famiglia e centro agricolo. La serena attività agricola fu disturbata da alcuni episodi, come lo scontro nel 1799 all’interno del castello fra le armate austriache e francesi e il suo utilizzo, da parte degli austriaci, come insediamento per un contingente di 1500 uomini. Alla fine del XIX secolo il castello passò in eredità al conte Alessandro Lando, il quale vendette castello e terreni (nel 1878) a Benedetto Barbieri, che ne rimase proprietario fino al 1973, anno in cui morì Maria Barbieri, ultima discendente di questa famiglia. All’interno del castello vi è una chiesetta intitolata a San Carlo Borromeo, con dipinti ed oggetti di valore. Sopra l’altare in marmo, si può ammirare una pala della Vergine con Bimbo, San Giovanni Battista e San Carlo Borromeo».

http://italireland.net/2012/04/rocca-di-nogarole/


OPPEANO (resti del castello)

Dal sito www.comune.oppeano.vr.it   Dal sito www.comune.oppeano.vr.it

«Dopo la rotta della Cucca (589 d.C.) e la deviazione del corso del fiume Adige, gli abitanti si trasferirono sulla fascia di terra prosciugata, e così nell’alto medioevo nasce il Castrum Euppedanum, un campo trincerato che in età feudale e comunale verrà rinforzato e completato con un modesto castello. Di questo rimane ad ovest della piazza odierna la torre mutilata e quasi irriconoscibile. Dopo aver vinto il Barbarossa, Verona diventa libero comune e include nel proprio distretto Oppeano e Mazzantica e nel 1100 decide di bonificare la palude che da Vallese, lungo il Bussè, giungeva fino a Ronco. Nel 1230 Ezzelino da Romano, condottiero di Federico II, occupò Verona e tre anni dopo vinse ad Oppeano i mantovani. Nel maggio del ’34 i mantovani diedero però alle fiamme il paese, assieme a molti altri del circondario. Scomparso poi Ezzelino da Romano, Verona passò sotto gli Scaligeri. Il distretto Veronese era suddiviso in comuni rurali, amministrati da un massaro e gli abitanti erano considerati non cittadini ma rustici. Nel 1384 Oppeano con le sue frazioni Cadeglioppi, Mazzantica, Vallese fu incluso nel capitanato di Zevio. La signoria Scaligera quando aveva bisogno di prestiti si rivolgeva ai cittadini più ricchi e, non potendo poi ripagarli, concedeva ad essi parte dei propri territori. E così avvenne per Mazzantica, Cadeglioppi e Vallese, dove le famiglie Maffei, Pompei, Fracastorio, Bongiovanni e Mocenigo divennero di buona parte del territorio. Dal 1405 al 1796 il territorio fu dominato dalla Repubblica Veneziana e uno dei principali aspetti di questa epoca fa bonifica dei terreni ancora incolti, paludosi o boscosi, da destinare alla coltivazione. ...».

http://www.comune.oppeano.vr.it/conoscere/castrum.asp


PRADELLE (palazzo de' Merli)

Foto di Alessandro1978, dal sito http://italia.indettaglio.it   Dal sito www.palazzodemerli.it/

«Nel comune di Gazzo Veronese, precisamente in località Pradelle, svetta la figura di un palazzo merlato; un palazzo-castello di origine quattrocentesca denominato villa Montanari-Merli-Bocciarelli, più comunemente conosciuto come Palazzo De' Merli. è un edificio di grande bellezza la cui tipologia sovrappone due stili e due concezioni di dimora completamente diversi cioè la villa, ovvero la residenza con riferimenti tardo gotici, ed il castello medioevale con le merlature e le torri. Ed è proprio con le merlature ghibelline che la simbiosi tra i due stili si fa unica. L'origine di questo castello-villa è confermata da uno stemma e da una scritta legati a Zenone Andrea Montanari, vissuto nella seconda metà del Quattrocento, mentre le tracce dell'antico maniero sono ancora oggi riscontrabili a pian terreno del palazzo L'intero complesso è bello ed affascinante ed è uno tra i più interessanti del Basso Veronese. Presenta un fronte principale costituito da una parte centrale rettangolare a tre livelli e due ali laterali degradanti, a due piani. Sull'asse centrale si apre a pian terreno il portale d'ingresso ad arco a tutto sesto, mentre al primo spicca un'elegante trifora con archetti trilobati in marmo rosso di Verona. Lateralmente si possono notare finestre architravate e monofore con archetti trilobati al piano nobile e ad arco a sesto acuto nell'ultimo livello. La villa termina con i caratteristici ed inconfondibili merli ghibellini e con due camini circolari di impronta veneziana. Durante un restauro del palazzo sono venuti alla luce nel salone centrale del primo piano alcuni affreschi risalenti al 1480 circa. Tra le decorazioni, rappresentate da tralci e figure mitologiche, emergono i dipinti degli stemmi delle casate, famiglie importanti del territorio che in passato strinsero legami di parentela con i Montanari. Sono raffigurate le famiglie Verità, Nogarola, Maffei, Bevilacqua-Lazise, Banda, Sanguineda, Giusti, ed altre. Tra gli affreschi presenti in villa, di particolare interesse è la figura del Signore Iddio benedicente con cherubini, posta di fronte all'ingresso della scala, e i due medaglioni che rappresentano un profilo di donna con diadema e un gentiluomo cinto di alloro, posti sui pennacchi della trifora. Un altro elemento di rilievo è costituito da quattro fori originari di porte in dimensioni ridotte i cui architravi sono sorretti da mensoline in cotto che portano tracce di un affresco marmorizzato. Oggi il palazzo è in buono stato di conservazione; l'interno è visitabile, quando il ristorante è aperto, anche a persone diversamente abili».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_gazzo_veronese&cat=4&gru=11&idpagina=445


Pressana (Villa Querini Stampalia detta castello)

Dal sito www.villevenete.net   Foto di Graziano Massignan, dal sito www.comunepressana.it

«Un storia millenaria fa da sfondo al sito monumentale di Villa Querini Stampalia di Pressana, chiamata 'Il Castello'. Il luogo si inserisce in mezzo al corso di due fiumi: il Guà e il Fratta, che nei secoli passati erano navigabili e portarono in queste zone fertilità e ricchezza. Fin dall'epoca romana tutta la zona circostante era abitata e collegata ai territori vicini tramite la Via Imperiale Porciliana (o Porcilana). Di tale epoca si trovano importanti reperti nel vicino Museo archeologico di Cologna Veneta. Intorno all'anno Mille sul terreno denominato 'Gazo' di Pressana (gazzo = bosco), attraversato dalla Via Imperiale, i monaci benedettini edificarono un capolavoro: un immenso monastero, destinato alla coltivazione delle fertili terre alluvionali, ma soprattutto all'accoglienza di cavalieri e pellegrini in partenza o in arrivo dalla Terra Santa. L'epoca delle crociate rese il Monastero un punto strategico tanto da essere denominato 'Ospitale' e passare in commenda agli ordini cavallereschi dei Templari e di San Giovanni di Rodi. Passata l'epopea delle crociate, sul finire del 1400, il monastero fu ceduto alla nobile famiglia veneziana Querini Stampalia, che lo trasformò in una stupenda dimora signorile, in un punto sempre e comunque fondamentale per la Repubblica di Venezia in quanto situato nei pressi del confine con i possedimenti delle altre Signorie. Francesco Querini Stampalia, primo proprietario, fece progettare la Villa e le strutture adiacenti da Giovanni Maria Falconetto (1468-1535), importante architetto veronese, alle cui opere si ispirò anche Andrea Palladio. Le due facciate, anteriore e posteriore, ornate da una bella merlatura ghibellina, troneggiano sull'ampio cortile e sono orientate perfettamente l'una a sud e l'altra a nord donando quindi alle stanze interne un'illuminazione naturale nel corso di tutto l'anno. All'interno della Villa, disposta su tre piani, si trovano due ampi saloni (dai quali si accede alle sale laterali) e una soffitta monumentale a tre navate. Infatti il tetto è sostenuto da due file di archi in mattone a vista, che la rendono simile, come struttura, ad un'antica chiesa romanica. All'esterno si trova il pozzo, anch'esso del 1500 e la chiesetta, tuttora consacrata, dedicata a San Giovanni Battista: era l'antica chiesa del monastero, che i Querini Stampalia ristrutturarono e fecero affrescare dal Falconetto e da artisti della scuola del Morone. Gli affreschi rappresentano la Madonna in trono con il Bambino, i Santi Pietro, Paolo, Sebastiano, Felice e Fortunato, Caterina d'Alessandria, Bernardino da Siena e Biagio. Sull'altare era posto uno stupendo polittico del Giolfino che si può ora ammirare nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia. Si accede al complesso tramite un arco merlato monumentale sul quale si possono ancora riconoscere i segni degli affreschi che lo ricoprivano. Villa Querini Stampalia offre uno spaccato di cinque secoli da un punto di vista storico, artistico, culturale e religioso e merita di essere visitata con qualsiasi tempo: il sole dona luce alle sue strutture e ne abbellisce l'ampio parco e giardino; la nebbia, nei lunghi pomeriggi autunnali, la avvolge in un'atmosfera di fiaba e di mistero; il tramonto la ammanta di luce rosata e nelle ombre fa risaltare le sculture esterne poste ad ornamento delle facciate; nel buio della sera la sapiente illuminazione accentua i contrasti e completa l'opera magnifica degli artisti del nostro passato. Villa Querini Stampalia viene considerata uno dei primi esempi di Villa Veneta in terraferma. La Villa, ora di proprietà della famiglia Baldisserotto che vi abita, è aperta alle visite...».

http://www.magicoveneto.it/Verona/Pressana/Villa-Querini-Stampalia.htm (a cura di M. C. Rizzi)


Rivoli Veronese (resti del castello, forte Rivoli o forte Wohlgemuth)

Dal sito http://smp.provincia.vr.it   Foto di Adert, il forte Rivoli o Wohlgemuth, dal sito it.wikipedia.org

 

«Allo sbocco della valle dell'Adige, sulla sommità della Rocca, si collocano i resti di una fortificazione altomedioevale. I materiali residui di questo Castello sono stati riportati alla luce grazie alle indagini archeologiche, iniziate nel 1963 e proseguite fino al 1968. Il Castello della Rocca di Rivoli, come tutte le altre fortificazione del suo tempo, era parte in muratura e parte in legno, e si venne sviluppando sulla cima della collina, spianata artificialmente, in successivi periodi. Nato con precise funzioni militari contro le incursioni dei Franchi, il Castello era posto a controllo del tratto stradale che, dal Brennero, percorreva la sponda occidentale dell'Adige, passando ad ovest della Rocca stessa. La fortificazione fu sottoposta a vari processi di ampliamento e, solo nel XII secolo, venne ad assumere una configurazione più importante, ricevendo delle strutture più salde e robuste. Cessata la minaccia franca, il sito fu abbandonato fino alla metà del XII secolo quando riacquistò importanza strategica per il frequente passaggio degli eserciti imperiali di Federico II Barbarossa. Completamente ricostruito e seguito da un periodo di insediamento nella seconda metà del XII secolo, il castello risulterà nuovamente abbandonato. L'ultima fase d'uso coincise con la guerra tra Milanesi, Veronesi e Veneziani per il controllo della Val D'Adige tra il 1380 e il 1410. Gli scavi archeologici effettuati sulla Rocca alla fine degli anni '70 del secolo scorso, promossi dalla ProLoco locale e realizzati dagli archeologi inglesi dell'Università di Lancaster, hanno attestato la presenza della chiesetta, della quale è stato riportato alla luce qualche resto, come le mura perimetrali e parte della pavimentazione. Caratteristiche. Edificio quadrangolare con base in muratura, sulla quale si doveva elevare una capanna o una piccola torre di legno, coperta di paglia e frasche. All'esterno di questa torre, un piccolo recinto doveva ospitare animali da cortile e cavalli. La Rocca risultava circondata da una palizzata di legno difesa, sul lato meridionale da un fossato».

«Il Forte Rivoli, chiamato anche Forte Wohlgemuth, è una fortezza situata nel comune di Rivoli Veronese nella stretta del fiume Adige, su di un'altura del monte Castello a 227 m di quota. Edificato a difesa del confine austriaco, prese il nome di un generale dell'impero distintosi nella prima guerra di indipendenza. Con l'annessione del Veneto al Regno d'Italia è passato sotto il controllo del Regio Esercito, cambiando il nome in Forte Rivoli. Oggigiorno il forte è stato recuperato e aperto al pubblico. Ospita il museo di storia militare Walter Rama. ... L'edificio è stato edificato tra la seconda metà del 1849 e il 1852 allo scopo di proteggere le strade che da Affi si dirigono verso Rivoli e l'Adige. Insieme al Forte Hlawaty (Ceraino) e al Forte Mollinary (Monte) creava uno sbarramento su tutta la valle. Il luogo in cui sorge è dove, nel 1797, si svolse una battaglia nella quale Napoleone Bonaparte sconfisse gli austriaci».

http://smp.provincia.vr.it/castelli/Rivoli-Veronese-Castello - https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_Rivoli


SALIZZOLE (castello scaligero)

Dal sito www.comune.salizzole.vr.it   Dal sito http://en.db-city.com

«"è da Legnago a Cerea miglia 5, et miglia 6 Salizuol, dove son doe torri, le qual furon de li Boromei, et ora di Bortholamio Squarzato, et è 800 campi". Così Marin Sanudo descrive, nel suo Itinerario per la Terraferma Veneziana del 1483, il suggestivo castello-residenza che fu dimora, come vuole la tradizione, della moglie di Alberto I e madre di Cangrande, Verde dei Salizzoli, discendente di una ricca famiglia locale (de Salicoelis), il cui patrimonio andò ad incrementare sensibilmente la "fattoria scaligera". L'interessante complesso, caratterizzato ancor oggi dalle due alte e massicce torri di cui riferisce il Sanudo, collegate tra loro da un corpo orizzontale in seguito trasformato in residenza e in gran parte rifatto nel XVIII secolo, sembra esser Frutto - da quanto ancora si può legger dopo le varie demolizioni e trasformazioni - di un intervento attuato recuperando in parte una preesistente struttura fortificata, probabile dimora di quei Salizzoli di cui s'è detto. Talché par opportuno diversificare la cronologia delle due torri e non solo per l'irregolare assetto planimetrico - la torre occidentale è arretrata e ruotata di qualche grado rispetto all'asse principale del complesso - ma pure per le differenti caratteristiche costruttive e tipologiche dei rispettivi apparecchi murari. La più antica delle due, quella ad ovest contraddistinta alla sommità da belle merlature angolari a coda di rondine, rivela una più marcata funzione difensiva: le uniche aperture dei primi piani erano infatti costituite da strette feritoie, mentre solo più in alto sono visibili tracce di piccole aperture ad arco, oggi tamponate e in parte sostituite da più grandi finestre architravate o ad ogiva, frutto di qualche tardo intervento ottocentesco di riutilizzo della torre, che ha pure sconvolto l'originario assetto interno dei solai. Sul lato ovest son visibili ancor oggi alcune tracce d'aggancio con altri corpi di fabbrica - purtroppo scomparsi - che probabilmente completavano la struttura del più antico castello, di cui la torre fungeva forse da mastio.

Può essere interessante annotare, al riguardo, che nel 1233, i mantovani, come riporta Paride da Cerea, guidati da Balduino conte di Casaloldo, cavalcarono contro i veronesi bruciando e guastando varie "ville", tra cui anche Salizzole e il suo antico maniero. Quanto all'intervento compiuto in epoca scaligera, certo dettato dalla volontà di rimarcare l'ascesa economico-sociale della famiglia dei Salizzoli dopo il matrimonio tra Verde e Alberto I della Scala, ad esso possono ricondursi la massiccia torre orientale (alta oltre 30 metri), nonché parte dell'adiacente fabbrica che collega le due torri e un corpo simmetrico sul lato opposto, di cui oggi restano solo alcune tracce - tra cui un bel portale con ghiera ornata da una fascia in cotto con motivi geometrici - negli attuali edifici. Protetto a sud-est dalla linea difensiva del Lungotione, ed arretrato rispetto alla strada mediana che collegava Mantova ad Este - sulla quale insistevano invece i centri di Nogara, Sanguinetto, Cerea e Legnago - il castello di Salizzole non svolgeva, per la sua posizione geografica, un particolare ruolo di difesa nella complessa macchina bellica messa a punto dalla Signoria veronese: del resto le strutture scaligere di Salizzole palesano apertamente parecchi tratti peculiari delle residenze urbane, con ampie aperture ornate da ghiere in cotto e tufo, secondo moduli che - come ben ha annotato la Romanini - sono caratteristici delle squadrate architetture civili del periodo tardo romanico veronese. E a rivelare, ancora, la funzione prevalentemente residenziale delle nuove aggiunte al complesso fortificato sono pure alcune raffinate soluzioni architettoniche dell'interno, come la bella volta a crociera con costoloni marcati da nervature ogivali, che si trova al pian terreno del mastio scaligero.

L'accesso al castello, ricavato nel corpo di fabbrica occidentale annesso alla torre (e ora murato), è caratterizzato da un ampio portale ad arco ornato da ghiera, la cui ricca decorazione a motivi floreali mostra strette consonanze e analogie con quella della porta-torre in capo al Ponte Pietra di Verona, eretta da Alberto I nel 1298: elemento, questo, che potrebbe suggerire una datazione non molto lontana. Dal portale, che si ipotizza protetto da una saracinesca e forse da un fossato - di cui però non rimane traccia alcuna - si accedeva ad un "corridoio" d'entrata in origine coperto da una complessa struttura a volta lunettata, da cui si passava poi al grande recinto retrostante, adottato nei secoli successivi a funzioni agricole. Della cortina continua che doveva chiudere la corte, e di cui oggi si indovina il perimetro nell'amplissima area destinata ad aia, non rimane più traccia. Così neppure si ritrovano elementi che confermino l'esistenza di altre due torri che il Bresciani ha supposto esistessero agli angoli meridionali del quadrilatero, e che si vorrebbero distrutte nel settembre del 1441, quando le milizie di Francesco Sforza, capitano di Venezia, misero a sacco il castello. Ma a smentire, almeno in parte, tale ipotesi è la nota mappa dei Frari del 1439 - e dunque anteriore all'incursione dello Sforza - nella quale il castello di Salizzole viene raffigurato con due torri congiunte da un corpo orizzontale. Schema che, con lievi variazioni, vien ripetuto nelle successive rappresentazioni cartografiche dei secoli XVII e XVIII dove, accanto al maniero, compaiono edifici rurali - portici e barchesse - che denunciano le varie trasformazioni subite dal complesso fortificato per adattarlo a funzioni agricole. Alla fine del Settecento - la data (1798) è leggibile sopra una porta del sottotetto adibito a granaio - risale invece la sistemazione definitiva del corpo che congiunge le due torri, al cui interno non mancano soluzioni originali: come il bel salone coperto da volta a botte. Il pregevole complesso che, assieme al castello di Sanguinetto, costituisce una delle più interessanti architetture fortificate della bassa veronese e rappresenta tra l'altro un'emergenza di gran lunga più significativa del nucleo abitato di Salizzole, versa purtroppo ormai da vari decenni in uno stato di totale e deprecabile abbandono. Completamente scoperta e svuotata dalle strutture dei solai è la massiccia torre scaligera - ch'è poi una delle parti più interessanti del castello -, mentre le ampie lacune e fori visibili nella copertura della parte residenziale di collegamento fra le due torri stanno portando ad un rapidissimo degrado dell'intero complesso. Alla fine degli anni ’80, l'amministrazione comunale di Salizzole, che dal 1980 è divenuta proprietaria del castello, ha ritenuto opportuno cercare di porre rimedio a tale stato di cose facendo studiare un piano di restauro e di recupero per bloccare il pericoloso degrado, salvare le strutture e restituire questo splendido oggetto architettonico ad un pubblico riutilizzo».

http://guide.travelitalia.com/it/guide/verona/salizzole-il-castello


San Bonifacio (villa Scudellari, resti del castello)

Villa Scudellari, dal sito www.comune.sanbonifacio.vr.it   Dal sito www.google.it/maps

«La villa è situata in località Motta, sulle pendici di un piccolo colle di origine vulcanica (si tratta di una lingua di rocce magmatiche effusive di natura basaltica, un rilievo isolato nella pianura, ma di eguale derivazione di quelli della fascia collinare lessinea). In questo luogo, il cui toponimo Motta indica appunto un rialzo del terreno, era situato il castello di San Bonifacio della omonima famiglia, possente maniero sito in posizione rilevata e protetto dal fiume e dalle estese aree paludose circostanti, ciononostante preso nel 1243 da Ezzelino da Romano e successivamente (dopo il 1276) demolito dagli scaligeri in ottemperanza alle disposizioni di pace sottoscritte con i Padovani che prevedevano la demolizione di tutte le fortificazioni ad oriente della val d'Alpone verso Vicenza e Padova. Attorno al castello era sorto il primo nucleo abitato di San Bonifacio e ancor oggi l'impianto urbanistico di questa zona è assai interessante perché ricalca chiaramente quella antica disposizione. L'attuale aspetto della villa ci suggerisce di datarla verso la fine del 1700-inizi 1800, anche se molto probabilmente il suo impianto è molto più antico. Sarà utile sottolineare come oggi essa si trovi su un piano assai più rialzato rispetto alla chiesa di Sant'Abbondio, quando invece in immagini d'epoca (una antica cartolina) essa appariva sullo stesso livello della chiesa. La stranezza deriva dal fatto che durante dei lavori di restauro della antica pieve di Sant'Abbondio effettuati nel 1900, ci si accorse che il livello del pavimento originario della chiesa si trovava almeno un metro e mezzo più in basso. Si provvide perciò a operare uno scavo che riportasse l'altezza della costruzione ai valori primitivi, cosicché la villa adiacente risultò sopraelevata nei riguardi della chiesa. Probabilmente il rialzo fu dovuto alla distesa di rovine del castello demolito per ordine di Alberto Della Scala, macerie che avevano riempito l'antico vallo situato attorno ad una delle tre cinte di mura del Castello, ove oggi passa la strada, seppellendo parzialmente anche la chiesa che comunque, anche se in certa misura invasa dalle rovine, continuò a essere utilizzata dal momento che subì altri interventi come dimostrano gli affreschi della zona absidale (bella annunciazione della fine del 1300) e i numerosi ex-voto successivi ad un ripristino strutturale avvenuto nel 1491. Attualmente il palazzo è di proprietà della famiglia Burato che la acquisì dal amministrazione comunale di S. Bonifacio. ...».

http://www.comune.sanbonifacio.vr.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idArea=21558&idCat=21565&ID=21699


San Pietro di Morubio (Castello del Conte Panico o Corte Dominicale Guarienti)

Dal sito www.numeria-eng.it   Dal sito www.numeria-eng.it

«L'antica corte Guarienti è situata a poca distanza dalla sede municipale di San Pietro di Morubio e prende il proprio nome dalla famiglia che la possedette. L'attuale più conosciuta denominazione di "Castello del Conte de Panico" deriva da un antico proprietario. Posto all'imbocco di via Motta, quello che oggi rimane è infatti solo il residuo di un castello e in esso si legge: "Si magna queris disce pati MCCCCLXXXXIII" (Se aspiri a grandi imprese impara a sopportare i sacrifici, anno 1493). Questo permette di risalire all'antico proprietario quasi sicuramente un conte de Panico che nel 1239 si era schierato con l'imperatore contro i comuni. A distanza di 4 anni, nel 1243, venne fatto decapitare da Ezzelino da Romano e tutti i suoi beni diedero nome al fondo che si estendeva da nord di San Pietro di Morubio fino a alla confluenza del fiume Bussè. Oggi, purtroppo, di questa dimora caratterizzata un tempo da numerosi edifici annessi e circondata in tutti i suoi lati da una possente cinta muraria, è visibile solo la torre colombara ed è quel poco che rimane del castello del conte de Panico. La data di costruzione è impressa quasi sulla sommità ed è il 1493. Il complesso non presenta particolari pregi, ma viene ad essere un edificio ben conservato e di notevole interesse storico. Il portale d'accesso alla torre è bello e impreziosito da una fine decorazione mentre, poco sopra l'ingresso, si trova una finestra rettangolare. Altre piccole aperture illuminano l'interno di una torre che aveva di sicuro, almeno in origine, mansioni difensive. Poco sotto il tetto si trova un artistico fregio visibile solo in parte e non lungo la cordonatura. Sul tetto campeggia un abbaino mentre, addossati alla villa, si trovano edifici di minor importanza adoperati durante le feste. La dimora è abbellita da un viale alberato che termina con la casa dei nobili proprietari. Della torre colombara già si parla in un disegno del 1589 e in successivi che ne documentano i vari ampliamenti. Le opere più particolareggiate sono però quelle che vanno dal 1687 al 1717, realizzate da Francesco Cuman e da Michiel Angelo Cornale. Nei loro disegni la corte è cinta da un alto muro in parte merlato che comprendeva al suo interno l'orto e la corte con i suoi fabbricati. Al centro svettava la casa padronale con la torre colombara ed una barchessa ad archi. Sul lato sud era allocata l'abitazione per i lavoranti ed un porticato con pilastri. L'intero complesso fa parte di una residenza privata e lo si può ammirare esternamente».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_san_pietro_di_morubio&cat=4&gru=22&idpagina=448


SANGUINETTO (castello scaligero)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«Situato nel cuore del paese, la notevole mole del castello di Sanguinetto richiama i fasti e le memorie di avvenimenti storici che dal Medioevo lo vedono protagonista fino al XIX sec. Innalzato per volere degli Scaligeri nel XIV secolo, il maniero fu donato al luogotenente Jacopo dal Verme, che lo passò al figlio Alvise, il quale nel 1416 ricevette da Sigismondo il titolo comitale. Il titolo fu confermato dal Senato della Repubblica di Venezia nel 1430. Nel 1452 il Castello venne confiscato ai discendenti Dal Verme accusati di tradimento e ceduto al Capitano della Serenissima, Gentile Della Lionessa. Alla sua morte gli succedettero le tre figlie: Nilla, Tirsa e Battistina sposate rispettivamente a Francesco Lion di Padova, Alessandro Venier di Venezia e Leonardo Martinengo di Brescia. In conseguenza di ciò il Castello fu frazionato in "carati" e trasmesso ai discendenti. Gli anni seguenti il monumento conobbe diverse vicissitudini. Il 15 novembre del 1509 alcune truppe della Lega di Cambrai si impadronirono della fortezza e la misero a ferro e fuoco. Il castello è costituito da un imponente complesso a pianta quadrata di circa 55 metri di lato ed è giunto fino a noi nello stato attuale di configurazione perimetrale, dagli ultimi anni della dominazione scaligera. Siamo alla fine del 1300, precisamente attorno al 1375, quando il maniero si pone come una delle opere di difesa rivolte verso i mantovani. In origine esso era costituito da un grande cortile difeso da mura merlate con accesso al centro del lato ovest del quadrato. Le mura erano a loro volta protette da un fossato tuttora esistente, alimentato dalle acque che provenivano dal Tregnon e si scaricavano poi nella fossa Sanuda. Quattro torri angolari ed altre quattro intermedie ancora oggi esistenti, testimoniano l'importanza del manufatto che è impreziosito anche da una torre d'ingresso ed una casa-torre merlata, contemporanea dalla costruzione del castello e da qualificarsi quindi come torre delle milizie. La torre posta sull'angolo sud-ovest ha invece caratteristiche diverse dalle altre che erano in origine scudate, ossia aperte all'interno ed era una torre vera e propria con una pianta più larga delle altre e forse destinata ad essere un mastio. Come già ricordato il castello fu donato nel 1376 a Iacopo Dal Verme da Antonio e Bartolomeo Della Scala e fu proprio questa famiglia che provvide ad eseguire vari lavori, soprattutto dopo la caduta della signoria scaligera, mutando il castello da edificio militare a residenza signorile. è quindi databile agli inizi del 1400 la prima trasformazione con loggia terrena retta da colonne marmoree posta di fronte all'ingresso principale. Oltre alla loggia, al pian terreno sono visibili dei locali voltati a crociera mentre, al piano superiore, si può ammirare una gran sala con belle finestre adornate da formelle in cotto, rivolte tanto all'interno come sull'esterno del castello.

Nel corso dei secoli all'edificio originario venne aggiunto, nella prima metà del secolo XV, un altro manufatto altro edificio che adesso ospita la sede municipale e alla quale si accede da una scala a doppia rampa che, nel corso dei restauri effettuati prima del conflitto mondiale, si voleva distruggere. Risulta però difficile seguire le tante trasformazioni che si sono succedute nel tempo e che hanno portato ad abbattimenti, sopraelevazioni, alterazioni ed altro. Nel giro di quattro secoli il castello venne diviso in tante proprietà, ciascuna con le personali esigenze abitative. Persa la funzione di castello, non trovandosi più in una posizione strategica, la costruzione divenne residenza prima dei vari discendenti di Gentile Da Leonessa (Avogadro, Banda, Lion, Martinengo, Venier, Malaspina, Aleardi, Benaglio, Della Torre, Cappello, Medin) e poi di altri. Alla fine dell'Ottocento il castello era ancora diviso fra numerosissimi proprietari: successivamente Comune di Sanguinetto riuscì via via ad entrare in possesso di quasi tutto il complesso. Dalla sua erezione ad oggi il castello ha trascorso una vita difficile e travagliata ed oggi buona parte dell'edificio è sede municipale. Nel 1962 purtroppo, un furioso incendio ha causato gravissimi danni distruggendo tutti gli interni. La vita del maniero è costellata di ospiti famosi e di leggende. Nel 1520 Federico Gonzaga giunse a Sanguinetto scortato da 200 cavalieri e, per accogliere degnamente l'ospite, venne fatto sfoggio di drappi e tappezzerie pregiate. Altro personaggio illustre fu Carlo Goldoni che, sembra, abbia tratto spunto da alcune vicende successe all'ombra del maniero per scrivere la commedia "Il feudatario". Osservando il castello, sulla torre sono visibili tre stemmi gentilizi, oltre alle feritoie, testimonianza della presenza di un ponte levatoio. Sulla destra si colloca il passaggio pedonale. Tra il portale a tutto sesto del ponte e la porta per i passaggi ordinari è presente la "bocca di leone" per le denunce segrete. Il cortile è costituito da un bel porticato quattrocentesco, sorretto da colonne che recano lo stemma dei Dal Verme. Attorno alle finestre archiacute, un bellissimo fregio a tribole su peducci al di sopra del quale si nota un motivo floreale a garofani. Attualmente il Castello è per la gran parte di proprietà Comunale. L'antico mastio è invece ancora privato. Al suo interno, nel bellissimo salone d'accesso, è presente un grandioso camino in stucco del XVII secolo, con arabeschi, zampe leonine e zampilli d'acqua. Al di sopra lo sguardo protettore del leone di S. Marco e di Erasmo Da Nardi, detto il Gattamelata. Ben tre sono le leggende legate alla vita del castello. La prima che vede la tradizione attribuire al maniero due passaggi segreti che permettevano il collegamento del fortilizio con altre fortificazioni presenti nella zona; la seconda che riconduce ad alcuni episodi di sangue avvenuti al suo interno tra il 1300 ed il 1400 ad opera di Jacopo dal Verme proprietario del castello, e la terza legata a Goldoni e alla commedia Il feudatario il cui spunto e la cui ambientazione è legata ad avvenimenti accaduti proprio a Sanguinetto. Sede del comune di Sanguinetto è visitabile, per la parte che riguarda la proprietà pubblica, nei giorni apertura uffici. è visitabile anche da persone diversamente abili».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_sanguinetto&cat=4&gru=23&idpagina=451


SOAVE (castello)

Dal sito www.castellodisoave.it   Dal sito www.lamescaligere.it

  

«Il castello di Soave è un tipico manufatto militare del Medioevo che sorge sul Monte Tenda dominando la pianura sottostante. È costituito da un mastio e da tre cortili con dimensioni differenti, e sorge probabilmente sulle rovine di una precedente rocca romana. Il primo cortile (su cui si apre una porta con ponte levatoio), misurante 1163,90 m², fu l'ultimo in ordine di costruzione, opera della Repubblica di Venezia nel '400. Nel cortile si scorgono i resti di una chiesetta a tre absidi probabilmente risalente al X secolo, il tempo delle scorrerie degli Ungari (e, dunque, probabile luogo di rifugio per la popolazione anche se fuori dalle mura dell'originario castello) Attraverso una porta con saracinesca si passa al secondo cortile (il primo dell'antico castello), il più grande (2921,60 m²), detto della Madonna per un affresco (Vergine che protegge i fedeli inginocchiati) del 1321 presente sopra la porta d'ingresso ad occidente. Nello stesso cortile è presente una porta di soccorso in quanto destinata al rifornimento degli occupanti il castello in caso di difficoltà. Inoltre s'intravedono tracce di edifici (alloggi per i soldati) nei lati ovest e sud. L'ultimo cortile, il più piccolo (972,18 m²) e il più elevato, si raggiunge tramite una scaletta di legno: la soglia della porta è così elevata per ostacolare i nemici in caso di attacco. Oltrepassata la porta s'intravede un affresco del 1340 raffigurante un soldato scaligero (affresco che documenta come era armato un soldato degli Scaligeri a quei tempi); la scritta Cicogna (o Cigogna) se si riferisce al pittore richiama affreschi dello stesso presenti a San Pietro in Briano e a San Felice di Cazzano di Tramigna. Ciò che colpisce l'occhio è il grande mastio nel quale si entra tramite un'apertura nel basamento; era il luogo di estrema difesa ma il mucchio di ossa trovate in questo luogo fa immaginare che sia stato anche luogo di tortura e prigione. Al centro della corte si trova una vera da pozzo antica (si vedono i segni dell'usura delle corde) mentre un po' a destra abbiamo la stanza destinata al corpo di guardia dove troviamo armi di offesa e difesa usate dai soldati scaligeri. Anche nel cortile interno si ritrovano resti di caserme. Una scala esterna permette di entrare in quella che era l'abitazione del signore o del suo rappresentante (il Capitano, in epoca scaligera). La stanza centrale è detta “la Caminata” per via del grande camino presente. Sulla tavola son presenti (in alcune cassette) oggetti trovati nel restauro (o prima) del castello come monete romane, frammenti di armi ma anche strumenti di guerra provenienti da altri castelli e monete e medaglie ritrovate in più tempi a Soave.

Dalla “Caminata” si accede ad un cortile piccolo aperto in epoca veneziana. La stanza centrale comunica poi con la camera da letto (in cui è da notare l'affresco duecentesco del Crocefisso tra la Madonna e la Maddalena) e con la sala da pranzo con tavola imbandita con stoviglie riproducenti quelle dell'epoca. Da questa sala si giunge ad una stanzetta con cinque ritratti: Mastino I, il fondatore della fortuna e della potenza scaligera; Dante Alighieri (di cui si presume un soggiorno nel castello); Cangrande, il più importante tra gli Scaligeri; Cansignorio della Scala, il quale restaurò ed ampliò il castello, fece circondare Soave dalla cinta muraria e fece costruire il Palazzo di Giustizia e quello Scaligero; Taddea da Carrara, moglie di Mastino II. Da documenti che risalgono al secolo X e da un diploma di Federico Barbarossa si apprende che apparteneva ai Conti Sambonifacio di Verona. Nell'anno 1237 ne era in possesso l'illustre famiglia feudale dei Greppi, i quali trasferitisi in Lombardia lo cedettero nel 1270 al Comune di Verona, il quale vi stabilì un capitano. Il Castello crebbe d'importanza sotto la dominazione degli Scaligeri, i quali, considerandolo una solida fortezza militare in posizione strategica, lo restaurarono e lo rinnovarono; per questo si usa chiamarlo, impropriamente, "scaligero". Lotte assai aspre si accesero spesso per il suo possesso: eccone qualche notizia. Nel 1338 Rolando de' Rossi da Parma, generale dei Veneziani, messa a soqquadro la terra soavese, si impadronì del Castello. Dopo breve, ma strenua lotta, nella quale perirono 400 soldati scaligeri, fu ripreso da Mastino Il della Scala. Spentasi la gloriosa dinastia scaligera, il 18 ottobre 1387 Soave passò ai Visconti di Milano e quindi ai Carrara, signori di Padova. Costoro lo perdettero nel 1405 ad opera di Galeazzo Gonzaga, che con l'aiuto degli abitanti vi instaurò il dominio della Repubblica di Venezia. Nel 1439 Soave subì nuovamente l'assalto e la conquista dei Visconti. Passò quindi agli alleati della lega di Cambrai (1508) contro Venezia ed ospitò l'imperatore Massimiliano. In questo periodo la terra di Soave fu teatro di aspre lotte e di scontri sanguinosi. Il Castello e il paese vennero incendiati e 366 Soavesi passati a fil di spada; l'eroismo del capitano Rangone e degli abitanti liberò nel 1511 il Castello dai nemici di Venezia. Nel 1517 il paese venne simbolicamente consegnato al Provveditore veneziano Andrea Gritti, non ancora eletto Doge. La "Serenissima", a ricordo di queste gesta di eroismo, donò alla comunità di Soave un'Antenna e lo Stendardo di San Marco, da innalzarsi nelle feste civili davanti alla casa del Comune. Cominciò allora un lungo periodo di pace che durò quasi tre secoli fino a Napoleone Bonaparte (1796). Nel 1556 la famiglia Gritti divenne proprietaria del Castello (il rogito formale dell'acquisto del Castello fu fatto però solamente nel 1696), il quale perse in seguito d'importanza e fu trasformato in fattoria. Da questo stato di rovinoso abbandono venne risollevato e restaurato (1889 - 1897) nelle sue "pristine forme" dal nuovo proprietario, senatore del Regno d'Italia, Giulio Camuzzoni, che ispirato da un preciso scopo archeologico, riattò e rifece quelle parti della cui esistenza non si poteva dubitare».

http://www.lamescaligere.it/pages/Castello%20di%20Soave.php (a cura di Marco Venturini)


TerRazzo (torre castello)

Dal sito www.prolocobassoveronese.it   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«Nel paese di Terrazzo, ai confini con la provincia di Padova, si trova un'antica torre inserita in un complesso difensivo di grande importanza strategica specie durante le signorie e che vide veronesi (Scaligeri) e padovani (Carraresi), contendersi questi territori in occasione di continui combattimenti. Lo stesso nome del paese di Terrazzo deriva, con molta probabilità, dal latino "turris" documentato anche dallo stemma comunale nel quale è riprodotta una torre, proprio la stessa torre-fortezza con merlature ghibelline oggi inserita in un importante complesso di grandi dimensioni con villa, rustici, aia e barchesse racchiusi da un muro in cotto alto circa tre metri il quale protegge l'intera proprietà. La villa Nani-Mocenigo, in seguito Graziani-Pesarin, vede al centro un palazzo quattrocentesco e poco lontano la torre. Nel corso dei secoli, nonostante alcuni interventi, l'intera struttura ha mantenuto l'originaria distribuzione volumetrica con tre stili architettonici a caratterizzarla: quello originario della torre, quello del palazzo che presenta un loggiato con volta a botte e quello più recente della barchessa, costruita con molta probabilità su di un edificio preesistente. La torre-fortezza venne eretta nel 1200 a difesa dell'intera zona e risultò subito un baluardo difficile da superare. Nel 1234 Ruberto de' Pii, podestà di Verona, tentò di prendere Legnago e Porto senza riuscirvi; per vendicarsi cercò di spianare il forte di Terrazzo, ma fallì per la tenacia dei difensori. Alto circa 40 metri, il forte è attorniato da una cinta muraria di 3 metri d'altezza. La torre, maestosa, è abbellita da alcune decorazioni nella parte superiore mentre termina con merlature chiuse in un periodo successivo con un tetto in cotto. Attualmente la torre è adibita a magazzino, ma a pian terreno è ben visibile il soffitto a botte che presenta al centro un piccolo fiore. A dividere gli accessi a nord e a sud, sono presenti due grandi portoni in legno. Una rampa di scale conduce al piano superiore dove è ben visibile una bella finestra a forma di loggetta. Al primo piano si trova un grande camino con alcune scritte ancora oggi visibili: "Ostilivs de lazzaris Verbaniensis 1664" mentre più in basso troviamo un'altra scritta "Iusis: bati: Brunello fece piantare il stradon MCLVIII il mese marzo MCLVIII". Sulla torre medioevale aleggia anche una leggenda. Si dice infatti che sotto terra corra un cunicolo segreto, che un tempo costituiva una comoda via di fuga in caso di attacchi esterni, in questo antro i proprietari avrebbero nascosto parte delle loro ingenti ricchezze. Di questo cunicolo si conosce l'uscita posta a varie centinaia di metri di distanza sotto il ponte che attraversa il fiume Terrazzo nella proprietà Cucina-Ferri, ma non si conosce la botola d'accesso posta nei pressi della torre. In passato l'imbocco, ancora oggi ben visibile, fu anche nascondiglio di partigiani e qualcuno ebbe il coraggio di percorrerla per alcune decine di metri, ma il cunicolo, interrotto da alcune frane, non risulta oggi più accessibile. La leggenda quindi resta, come restano celate le ingenti ricchezze. La torre e la grande villa si trovano dentro una proprietà privata e sono visibili solo dall'esterno».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=terrazzo&gru=25


TORRI DEL BENACO (castello scaligero)

Dal sito www.comune.torridelbenaco.vr.it   Dal sito www.magicoveneto.it

  

«Quando, nel I sec. a. C., le legioni romane occuparono la costa veronese del Benaco, la loro prima preoccupazione fu di fortificare le posizioni strategiche, tra cui Torri, a metà strada sullo rotta lacustre Peschiera-Riva. Con molte probabilità Torri divenne quindi un castrum, sede di guarnigione, e, grazie ad una strada che scavalcava lo collina di Albisano, fu collegata con l'entroterra. Alcuni fanno risalire al periodo romano l'attuale torre ovest del costello, nettamente distinta dalle oltre due quanto a tecnica costruttiva; secondo altri autori, invece, risalirebbe ai primissimi anni del X sec., con lo presenza a Torri di Berengario I, re d'Italia. Costui, allo scopo di difendere gli abitanti dalle scorrerie degli Ungari, che in quei tempi funestavano la Pianura Padana, fece restaurare il maniero e costruire le mura, resti delle quali sono ancoro visibili tra la strada Gardesana e il centro storico; a Berengario è pure attribuito la torre che porta il suo nome, in piazzo della Chiesa. Il castello fu quindi ristrutturato da Antonio dello Scala, l'ultimo signore scaligero, il quale nel 1383 affidò i lavori a un certo Bonaventura Prendilacqua, come si legge su una lapide murata nel lato ovest dello torre «romana». Ma le nuove fortificazioni non impedirono che anche Torri fosse investita dalle truppe dei Visconti di Milano, che la espugnarono dopo solo sei giorni di assedio: ormai le artiglierie avevano reso inutili le vecchie mura a cortina. Quindi, subentrati poco dopo i Veneziani (1405), il castello si ovviò verso un lento ma inarrestabile declino, che culminò nel sec. XVIII con l'abbattimento della cinta muraria più esterna per far posto all'attuale serra di agrumi. Quando, nell'inverno del 1980, un gruppo di volonterosi diede un'occhiata all'interno dell' area del costello, lo spettacolo che si offrì loro era desolante: macerie dappertutto, infissi cadenti e la limonàra quasi in abbandono. Da qui partì l'idea di riportarlo o nuova vita, avviando un'opera di pulizia e quindi di restauro, che venne affidato all'arch. Arrigo Rudi. Grazie poi alla collaborazione dell'amministrazione comunale e all'entusiastica partecipazione della popolazione, nel 1983 venne inaugurato il Museo de! Castello Scaligero. La maggiore attrazione è certamente lo serra di agrumi, risalente al 1760 e praticamente l'unica aperta al pubblico su tutto il lago. Nelle sale sono illustrati aspetti della cultura materiale di Torri e di tutto l'Alto Garda in generale: vi è una sezione dedicata all'olivicoltura con la ricostruzione, con le parti in pietra originali, di un torchio per olive; una è riservata alla pesca, con ben tre sale; un intero piano dell'edificio museale è dedicato alle incisioni rupestri del lago di Garda; in una sala poi possiamo ammirare un pregevole plastico del centro storico di Torri, come doveva presentarsi fino agli inizi del nostro secolo, mentre due grandi mappe settecentesche ne illustrano il territorio; infine, un piccolo orto botanico ospita tutte le principali piante della costa e dell'entroterra gardesano».

http://www.museodelcastelloditorridelbenaco.it/castello_scaligero.htm


TREGNAGO (castello)

Foto di Francesco Passoni, dal sito www.scaligeri.com   Foto di Midpa, dal sito it.wikipedia.org

  

«Di Tregnago, splendido borgo della val d'Illasi, il segno scaligero più evidente è sicuramente il castello. Ormai rudere in pessimo stato di conservazione, il castello di Tregnago deve la sua origine al vescovo Walterio che nell'XI secolo lo fece erigere in cima al promontorio roccioso denominato "Limba" sul monte Precastio dove già c'era un castrum romano citato in un documento del 1239. Gli scaligeri lo rafforzarono, per poi donarlo al comune di Tregnago (Cangrande I nel 1328) quando la sua funzione difensiva venne ridotta d'importanza dalla posizione arretrata rispetto agli allargati confini veronesi. La donazione venne poi rinnovata l'anno successivo e nel 1385. Il motivo di tanta generosità da parte del signore di Verona è da ricercarsi nel fatto che, in tale posizione, il castello non rappresentava più un punto di difesa fondamentale, ma conservava un'eventuale forma di deterrente per possibili penetrazioni da nord, attraverso l'altopiano dei Tredici Comuni. Nel 1891 uno spaventoso terremoto distrusse gran parte della struttura, lasciando pochi ruderi che l'incuria umana degli ultimi due secoli ha contribuito a ridurre. La struttura del castello, che ancora oggi si può apprezzare in parte, era composta da un tipico castello-recinto scaligero di forma approssimativamente quadrilatera con lati di circa 150 mt intervallati da torri scudate. Al centro della cortina orientale, la più alta, in una posizione dominante si erge il mastio a base pentagonale. Su questo lato della recinzione la muratura è doppia creando così uno stretto corridoio che probabilmente ospitava strutture abitative o di deposito. L'ingresso conserva ancora una torre, in parte ricostruita nel 1893, e parti di un rivellino».

http://www.scaligeri.com/index.php/tregnago (testo da Gianni Perbellini, Castelli Scaligeri, Rusconi)


Valeggio sul Mincio (castello scaligero)

redazionale

  


VERONA (Castel San Felice, Castel San Pietro, Castelvecchio)

Dal sito www.veronafortificata.it   Dal sito it.wikipedia.org  

Dal sito www.verona.net   Dal sito www.fotografieitalia.it  

Dal sito www.travellingbazaar.com   Dal sito www.veronainfoto.it  

«Fortificazioni Viscontee. Antonio della Scala fu l'ultimo signore di Verona e gli anni della sua signoria furono percorsi da sempre più fitti ed evidenti presagi dell’ineluttabile fine: ma le sorti precipitarono dopo la disfatta del 2 marzo 1387, quando, nella battaglia combattuta tra le località di Castagnaro e Castelbaldo, Antonio perse cinquemila uomini, duemila dei quali morti in combattimento. Nei mesi che seguirono s’infittirono le trattative dei fuoriusciti con gli alleati anti-Scaligeri per cercare di evitare alla città inutili stragi. E Verona si consegnò quasi spontaneamente ai nemici d’Antonio, che vanamente aveva corso la città gridando «Viva La Scala!» appena seppe che gli eserciti erano alle porte. Era il 18 ottobre 1387; tre giorni dopo Verona era nelle mani del duca Giangaleazzo Visconti, che si affrettò a realizzare una poderosa e complessa serie di fortificazioni e di adattamenti di quelle già esistenti, ben conscio che, cessato l'odio dei cittadini nei confronti d’Antonio della Scala, sarebbero risorte le antiche rivalità interne, e all'esterno si sarebbero rifatti vivi i propositi dei suoi attuali alleati. A Giangaleazzo dobbiamo, quindi, una serie d’interventi che è opportuno riassumere, prima di analizzarli partitamente: sulla destra-Adige la costruzione di quella che anche allora si chiamò "Cittadella" e interventi minori ad alcune porte; sulla sinistra-Adige la costruzione di una seconda cittadella, che non assunse mai, però, questa denominazione, nel punto molto strategico rappresentato dal colle di San Pietro e dalla valle della chiesa di San Giovanni; la costruzione, a monte di questa zona, di un altro castello, intitolato a San Felice, dal nome di una chiesetta che, per allora, n’ostacolò i lavori; e una serie minore, ma non meno importante, d’aggiustamenti intorno soprattutto al più tardo bastione di Santa Toscana.

Di tutte queste opere fortificatorie rimangono imponenti resti com’è il caso di quanto rimane di Castel San Pietro, che era parte portante della seconda cittadella e che, abbattuto in parte dai Francesi nel 1801, mostra ancora oggi le sue poderose mura e le sue massicce torri. O come il caso di Castel San Felice che, essendo tutt'oggi una servitù militare, per ovvi motivi di sicurezza è precluso sia al restauro artistico storico, sia alla visione di studiosi o anche di semplici visitatori. Partiamo proprio da questa costruzione, per analizzarla nelle sue forme finali, ricordando che ad esse è arrivata attraverso una lunga serie d’interventi protrattisi, praticamente, fino ai nostri giorni. Dal rapido schizzo a penna di Marin Sanudo (B.U.PD. Ms. 996, c. 77), nel quale già si può individuare la futura forma del castello, ai disegni progettuali del '500, alla splendida incisione in rame di P. Frambotto del 1648, alle varie piante di Verona come quella che compare nella Verona illustrata di S. Maffei (ora nel retro-frontespizio dell'edizione anastatica dell'edizione milanese del 1826), alle preziose e documentate pagine che V. Jacobacci dedica al Forte-Castello San Felice (V. Jacobacci, La piazzaforte di Verona sotto la dominazione austriaca 1814-1866, Verona, 1980), questo Castello ha occupato gli interessi degli addetti ai lavori per la singolarità della sua planimetria che si allunga a Nord in quei due puntoni, quasi immani chele di un mostruoso scorpione acquattato sulle colline a ridosso di Verona a sua inespugnabile guardia, che i Veronesi ben conoscono e ammirano e ad una delle quali, per l’evidente somiglianza, hanno dato la denominazione di "la nave". Dell'antico castello iniziato e lasciato incompiuto da Giangaleazzo per l'opposizione della città all'abbattimento della chiesetta di San Felice, non resta pressoché nulla, e anche delle quattro torri indicate nelle successive progettazioni o raffigurate nei disegni e nelle pitture più tarde, nulla rimane: restano, invece, i muri perimetrali interni e rimane intatta la struttura settecentesca che gli Austriaci, a partire dal 1837, rinforzarono con la costruzione di un rivellino dotato di quattro bocche da fuoco, collegato al castello da un corridoio protetto, mentre addossarono altre caserme d’acquartieramento alle antiche mura viscontee. Oggi dal vallo, in gran parte percorribile a piedi sia a nord sia a sud, è possibile ammirare esclusivamente la potenza degli interventi austriaci oltre alla solida porta veneziana aperta fin dai primissimi tempi della dominazione veneta. Passata, infatti, Verona dai Visconti alla Serenissima, i Veneziani ruppero ogni indugio causato dalla necessità di demolire la chiesetta di San Felice: la chiesetta fu ricostruita presumibilmente nelle antiche forme all'interno del castello, dove rimase in piedi fino al XVIII secolo, e terminarono rapidamente i lavori lasciati incompiuti da Giangaleazzo. A questo primo periodo di lavori, seguiranno una serie d’interventi di rafforzamento in momenti successivi: nel 1523 fu aggiunto a Nord un grosso bastione; nel 1528 fu costruito quel punto che è oggi chiamato "la nave"; e nel 1546 si costruì anche il secondo puntone, che sarà interamente rimaneggiato dagli interventi austriaci dopo il 1837. Tutti questi lavori, se si esclude il puntone de "la nave", non hanno alterato la struttura iniziale del castello e sono rimaste intatte la sua posizione e la sua funzione all'interno del periplo urbano, così come la individuano le carte e i disegni già ricordati e come si può, ad esempio, vedere nelle numerose vedute settecentesche o nella copia di A. Bisesti: un prezioso ingrandimento di quella particolareggiata pianta di Frambotto che abbiamo sopra menzionato.

Strettamente collegato con questo castello, attraverso il sistema murario di Cangrande e, successivamente, attraverso anche i rinforzi veneziani, è il Castello di San Pietro, che prende nome dalla chiesetta un tempo in esso incorporata. Il colle di San Pietro era stato la sede della Verona pre-romana e ai piedi di esso, non lontano dalle declinanti magnificenze del Teatro, il re Berengario aveva fatto costruire la sua reggia-fortilizio. Certo, sulla rocca che guarda tutta la città, sin dall'antichità dovevano esserci costruzioni, più o meno pacifiche, secondo le necessità e le possibilità dei vari momenti, e non è improbabile pensare anche ad una fortificazione, il cui ricordo, mescolato alla leggenda, è presente nell’errata denominazione di "castel di Teodorico" dato ai resti della costruzione viscontea. è appunto questo il castello che Giangaleazzo fece costruire appena divenuto padrone di Verona: era un potente fortilizio dotato di una solida cinta esterna quale ancora oggi si può ammirare per i tre lati rimasti in piedi, e munito di ben dieci torri, alcune delle quali poggiavano direttamente sullo zoccolo tufaceo del colle. Il castello, come incuneato tra le muraglie di Cangrande, fu ulteriormente rafforzato dalla costruzione di un muro che ne univa la parte a sud con Il muro scaligero nel punto in cui questo deviava il suo tracciato da sud ad ovest. Veniva così a crearsi un'altra zona recintata a difesa della città, alla quale si poteva accedere da una porta protetta, detta "Bacola" (il termine rimanda all'idea di un fossato con dentro "baculi" appuntiti) che ancora oggi si può vedere alla fine di salita San Carlo, superati gli ostacoli degli orti e delle varie costruzioni private che ne impediscono da anni l'accesso. Con questa seconda "cittadella», altro spazio utile per un altro acquartieramento di truppe, Verona era circondata, presa in una ferrea tenaglia, a Nord e a Sud, in modo tale da evidenziare senza ombra di dubbio sia le intenzioni del Visconti sia le sue reali probabilità di tenere a lungo il dominio sulla città. Che Giangaleazzo avesse comunque più di un motivo per diffidare, ce lo dimostra la turbolenza degli anni del dominio visconteo, in vario modo segnati dai tentativi degli Scaligeri di tornare (1388 e 1404), dalla rivolta del 1390 e da una serie di eventi naturali come il terremoto del 1397 e la pestilenza che nel 1400 uccise un terzo degli abitanti di Verona.

Sono dunque ben tre i castelli a disposizione del Visconti per dominare su Verona: Castel San Felice e Castel San Pietro, molto uniti tra di loro, e Castelvecchio, per il quale Giangaleazzo dovette pensare alla sistemazione di quella vasta parte di suolo urbano che, recintata, divenne la vera e propria "cittadella". Si trattava di un accampamento munito pressoché quadrato, ottenuto sfruttando al massimo le fortificazioni già esistenti: a nord il doppio muro comunale ed ezzeliniano che permetteva il passaggio protetto di truppe e, attraverso camminamenti sopraelevati, di arrivare direttamente a Castelvecchio; ad est basta l'Adige a difendere, insieme con le parti di muraglia protettiva intorno alla torre della Paglia; a sud c'era il muro di Cangrande nel quale fu necessario aprire una porta per eventuale ritirata o ingresso: fu aperta tra le precedenti Porta Nuova e Porta S. Croce, nella zona della chiesetta del monastero delle suore di Sant'Antonio, quivi esistente fino al 1416, quando i Veneziani sposteranno il tutto in Valverde. Ad ovest dovette invece costruire un muro nuovo e lo protesse con un fossato, l'interramento del quale darà origine a Corso Porta Nuova. Un altro fossato difendeva la "cittadella" a nord, lungo le attuali via Roma e via Pallone. Contro queste opere di fortificazione si ribelleranno i veronesi nel 1390 e la loro rivolta sarà domata nel sangue nei giorni dal 25 al 27 giugno, in cui la città fu abbandonata al saccheggio delle truppe mercenarie. Giangaleazzo operò anche altre modificazioni minori, ma sempre di notevole importanza per la difesa della città: rinforzò il muro di Santa Toscana, nel punto in cui la muraglia di Alberto della Scala si congiungeva con quella di Cangrande: si trattava di un muro di ciottoli e di mattoni di cui è possibile rintracciare significativi resti nella zona di salita Santa Toscana. Più in alto, sempre nella muraglia di Cangrande, provvide alla chiusura della porta di San Zeno in Monte, chiusura resa necessaria per la difesa della "cittadella" di monte, quella tra Castel San Felice e Castel San Pietro. Il muro costruito nella zona di Santa Toscana sarà abbattuto dai Veneziani nel 1516, ma tutte le altre opere fortificatorie di Giangaleazzo rimasero a lungo, ed è significativo, comunque, che nei suoi quindici anni di signoria il Visconti abbia sfruttato a pieno il precedente sistema fortificatorio, rinforzandolo dove gli sembrò necessario, ma riconoscendone contemporaneamente la validità, ed adattandolo ai suoi bisogni senza snaturarne la sostanza. è un po', questo, il destino del sistema difensivo veronese fino quasi ai nostri giorni».

http://www.verona.com/it/guida-verona/fortificazioni-viscontee


VERONA (forti e territorio fortificato)

Il bastione Santo Spirito, dal sito www.facebook.com/Il-Parco-delle-Mura-e-dei-Forti-di-Verona-329437907135666/?   Il bastione delle Maddalene (1527), dal sito www.fondazione-fioroni.it

  

«Il territorio veronese è stato storicamente un centro strategico e militare di primaria importanza per il controllo dell’area padana e per il suo collegamento con l’area germanica. È in quest’area che si concentrò l’enorme impegno finanziario e militare dell’impero austro-ungarico (1814-1866) con Verona al centro della regione fortificata del Quadrilatero (Verona, Peschiera, Mantova e Legnago). Nel 1834 si stimava in circa 6.000 uomini la numerosa manodopera necessaria alla costruzione del poderoso sistema fortificato di Verona. La città divenne una grande caserma in cui trovarono insediamento tutti i servizi civili e militari necessari per il mantenimento nella piazzaforte di una guarnigione che avrebbe potuto raggiungere i 15.000 soldati. Verona si trasformò nel centro logistico di tutto il Quadrilatero dove era stanziata un’armata di più di 70.000 uomini che raggiunse le oltre 110.000 unità durante le vicende militari del 1859. Gli edifici militari erano costituiti da caserme di fanteria e cavalleria, da stabilimenti e da magazzini per i viveri (panificio militare), per il vestiario, per i finimenti dei cavalli, ecc.; da un arsenale di artiglieria, da polveriere, da stabilimenti pirotecnici, da officine, da comandi militari, da ospedali, da tribunali, da prigioni, dalla direzione del genio, ecc. Il generale von Scholl elaborò un piano difensivo da attuarsi in più fasi, spesso concomitanti con gli eventi bellici che videro Verona protagonista nelle tre guerre di indipendenza italiana, 1848, 1859 e 1866. La prima fase riguardò l’aggiornamento ed il rafforzamento delle mura urbane disegnate dai Veneziani; tra il 1833 e il 1844 vennero rifatti i bastioni della cinta sanmicheliana e rafforzata quella collinare. Tra il 1837 e il 1844 vennero costruiti sulla dorsale collinare tre forti e quattro torri dette ‘massimiliane’, nonché altri due forti staccati dalle mura in destra e sinistra Adige. Dopo la campagna bellica piemontese del 1848 venne invece costruita una prima cerchia di undici forti (1848-59), posti ad una distanza variabile dal fronte bastionato compresa tra 1 e 2,4 chilometri. Con la perdita della Lombardia nel 1859, Verona diventò per l’Austria il cardine difensivo più importante: venne quindi realizzata la seconda cerchia di nove forti staccati (1860-66). L’intero territorio veronese venne fatto oggetto di uno straordinario piano difensivo che vide la realizzazione del campo trincerato di Peschiera con diciassette forti, di Pastrengo con quattro forti e una torre del telegrafo e di Rivoli con quattro forti.

Nel corso del Risorgimento, Verona rappresentò sempre l’obiettivo ‘centrale’ di ogni campagna militare; la conquista della città avrebbe permesso il controllo di tutta la pianura padana. Il 16 ottobre 1866, con la conclusione della terza guerra d’Indipendenza, le truppe italiane entrarono in Verona ponendo fine al dominio asburgico della città, iniziato nel 1814. Il plebiscito di annessione chiuse una fase fondamentale nell’evoluzione del sistema difensivo dell’area veronese per aprirne un’altra con nuove prospettive. Il confine con l’Austria venne a trovarsi sulla linea dell’attuale demarcazione tra il Veneto e il Trentino Alto Adige, ponendo la città di Verona praticamente sul limite territoriale del Regno. Le fortificazioni asburgiche pensate per un ‘nemico’ proveniente prevalentemente da ovest e sud vennero considerate obsolete e inefficaci; per questo si rese necessario ripensare e riorganizzare le difese a nord della città. Lo sbarramento di Rivoli a chiusura della valle dell’Adige, realizzato nel periodo 1849-1852, venne ritenuto ancora valido sotto il profilo tecnico. Si decise per il suo aggiornamento (1880-1885) prevedendo l’inversione (da sud a nord) del fronte dei forti (forte di Ceraino, batteria bassa del Forte di Rivoli). Inoltre, allo scopo di interrompere l’accesso alla riva destra dell’Adige, venne costruita la batteria della Tagliata di Incanal (1884). Tra il 1880 e il 1885 vennero realizzati anche i forti S. Marco e Masua, successivamente aggiornati nel primo Novecento. Sul lato nord-orientale di Verona, sulle propaggini dei monti Lessini – con l’obiettivo di controllare le valli alpine che si aprono verso la pianura – si costruirono forte Castelletto (1885, rinnovato nel primo Novecento), forte San Briccio (1885) e la batteria Monticelli (1888) e, nei primi del Novecento, i forti S. Viola e Monte Tesoro. Anche con l’avvento dello stato unitario italiano l’area veronese mantenne quindi la sua funzione strategico-militare fino allo scoppio della prima guerra mondiale. ... L’area veronese che va dal Lago di Garda alle prealpi del Baldo e dei Lessini, ai fiumi Adige e Mincio può essere definita proprio in ragione di questo grande sistema difensivo un ‘territorio fortificato’ che costituisce un patrimonio storico che per la sua estensione e diffusione, nonché per la sua qualità architettonica ed ambientale non ha eguali in ambito nazionale. ...».

http://www.fondazione-fioroni.it/index.php/mostre/il-territorio-fortificato-veronese.html


VERONA (mura e porte comunali)

Dal sito www.hotelfirenzeverona.it   Dal sito it.wikipedia.org

  

«Agli inizi del XII secolo, prima che la nuova cinta muraria, che possiamo chiamare comunale, la cingesse e la proteggesse ancora da nuovi nemici, Verona presentava il seguente assetto. Il terremoto del 1117 aveva fatto crollare, insieme con il periplo esterno dell'Arena, quasi tutte le costruzioni in muratura; restavano probabilmente in piedi, anche se lesionate, le mura teodoriciane che tagliavano la città da ovest ad est all'altezza degli attuali Portoni Borsari fino alla piazzetta Mura di Gallieno. Questo sulla destra dell'Adige; sulla sinistra, stando a quello che oggi possiamo decifrare dal percorso e dalla disposizione delle vie più antiche e dalle costruzioni ivi esistenti, il periplo teodoriciano doveva essere rimasto pressoché intatto. Ma la città non doveva certo presentare un aspetto "turistico": la maggior parte delle abitazioni erano "terranee", ad un solo piano e coperte di scandole di legno ("scandolitiae") o di paglia ("paliaritiae"), rarissime quelle con il primo piano ("solariatae") e con una scala lapidea o una loggia ("laubia"). A questo stato di fatto architettonico bisogna aggiungere il dato di fatto giuridico e cioè che una considerevole parte del suolo cittadino più antico era appena uscito, o stava uscendo, da una serie di vincoli regi e feudali che n’aveva impedito lo sviluppo urbanistico: così per le zone della Corte Regia, della Cortalta, del vescovo e del Capitolo canonicale con case ed orti. AI di sopra dei tetti può darsi che ancora si alzasse, insieme con i campanili e la longobarda Torre del Gardello, qualcuna di quelle quarantotto torri ricordate dal Versus de Verona ... A queste torri si aggiungeva forse già qualcuna di famiglia potente e ambiziosa e altre se n’aggiungeranno, e molte, se Ezzelino molte ne fece abbattere. E intorno le borgate, con nuova vitalità e nuove esigenze. Un esame dei più importanti avvenimenti politici del XII secolo, in relazione ai rapporti di Verona con l'Impero e con le città viciniori, convincerà che è opportuno attenersi, per l'epoca della costruzione della nuova cinta murarla, agli anni indicati da Mor, accettando il 1157 quale data approssimativa per la parte di cinta che correva dall’attuale prima arcata del ponte di Castelvecchio fino all’altezza del Ponte Aleardi ad oriente, e il 1193 per a cinta sulla sinistra dell'Adige; invece le indicazioni di Barbetta per il muro di Campo Marzo: intorno al 1037. Queste date ci riconducono agli avvenimenti legati alla guerra con Mantova della metà del XII secolo, e alle ostilità con Vicenza della fine dello stesso secolo: due complessi episodi di una vivace vita politico-militare di Verona che, tranne la parentesi della Lega della Marca Veronese e della più grande Lega Lombarda della Concordia, fu di fedeltà imperiale, in lotta e lizza, quindi, con le città vicine nella ricerca d’equilibri che proteggessero insieme interessi economici nuovi e antiche ambizioni territoriali e di prestigio.

è necessario anzitutto soffermarsi sul "muro vecchio di Campo Marzo" databile intorno al 1037 (indicazioni di Barbetta) del quale tuttora esiste, incorporata in una casa di Salita XVI ottobre, la "Porta S. Sepolcro". Si tratta di un unico arco a tutto sesto, in conci di tufo regolari, sostenuto da stipiti di marmo che si appoggiano ad una muraglia di ciottoli di fiume. L'occlusione del fornice risale agli anni della prima cinta comunale; per quest’apertura si usciva in direzione della Valpantena. Il muro di Campo Marzo proseguiva quindi lungo la linea delle attuali via Cantarane, via Don Mazza e via Museo, fino al fiume. Si trattava di una cinta di prima difesa che comprendeva i borghi sorgenti intorno all'antichissima Chiesa di San Giovanni in Valle e al più recente monastero benedettino di Santa Maria in Organo; già esistevano, inoltre, le chiese di San Nazaro, San Paolo, San Vitale. Nello stesso muro che abbiamo detto del tempo di re Arduino, si aprivano altre due porte: Porta del Vescovo, all'incrocio delle vie San Nazaro e XX Settembre (il nome è poi rimasto alla più avanzata attuale porta) sulla direzione della via Postumia; Porta di Campo Marzo, nei pressi della Chiesa di San Paolo, in via dell'Artigliere. Pur non molto adatta a lunga resistenza, questa cinta muraria dovette restare fin verso la fine del XII secolo, se non crollò, in parte più o meno consistente, nel terremoto del 1117; si trattava in ogni caso di un intervento di carattere esclusivamente difensivo, che non presenta le più complesse caratteristiche socio-politiche della recinzione comunale. Le mura comunali vengono alzate - come già detto - intorno al 1157, appoggiandosi, come par logico ed ovvio, a costruzioni poderose già esistenti, quali la rocca romana che fiancheggiava l'Arco dei Gavi, con le strutture che non riusciamo ad immaginare molto diverse dalle consimili dei "castella" alpini. La tecnica edificatoria di questa muraglia, di cui oggi possiamo osservare la notevoli resti che indicheremo, è sempre la stessa: dove è possibile, uso di recuperi romani (vedasi il lato sud della torre dell'orologio di Castelvecchio), e blocchi di tufo abbastanza sagomati ma non regolari, uniti con malta mescolata con pietrisco, per uno spessore che supera il metro di larghezza e, da quello che si può ancora arguire, i dodici/tredici metri d’altezza media. Di questa abbastanza poderosa cinta, che inglobava i già abbastanza antichi borghi di Fratta, Feraboi, Capitani, la Bra’ con le chiese pubbliche e private che vi erano state erette dal X secolo in poi e il porto, rimangono significativi resti nel muro interno del cortile settentrionale di Castelvecchio fino all'altezza del mastio, nelle cantine di palazzo Carli, sul retro del palazzo dei Mutilati, dove è pure visibile il basamento circolare di una torre in seguito rimaneggiata, in via Adigetto fino all'edicola romana infissavi all’altezza del Ponte Rofiolo. La linea della cinta seguiva la depressione naturale dell'Adigetto, forse allora ancora asciutto, o comunque non ad arte collegato con l'Adige.

Data la sua considerevole lunghezza, in essa si aprivano cinque o sei porte quasi in riva all'Adige, la Porta del Morbio (ora all'interno di Castelvecchio), così denominata dal nome di un personaggio che aveva possedimenti in questa zona: si tratta di un elegante fornice a tutto sesto, in piccoli conci regolari di tufo compattamente saldati insieme: è un tipo di postierla che possiamo ritenere nelle forme ancora sostanzialmente tardo-romane, facendo riferimento alla non dissimile postierla di Corte Farina. Poco più avanti si apriva l'Arco dei Gavi che venne trasformato in porta essendo costruito sull’importante via Postumia e prese il nome di Porta San Zeno: non solo la posizione, la forza e l'altezza dell'edificio concorsero a farne una porta di città, ma, forse, anche il fatto che era un naturale e storico corrispondente con la ormai più arretrata Porta Borsari; sappiamo quanto il mondo culturale comunale ci tenesse a questi rimandi e a questi parallelismi (basti solo ricordare i consoli). Un'altra porta si apriva più avantI, all’altezza dell’attuale via Manin all'incrocio con via Roma: Porta Orfano; quindi la Porta della Bra’, praticamente dove anche oggi si aprono i Portoni della Bra’; seguiva, alla posizione dell'attuale Ponte Rofiolo, la Porta San Fermo, da non confondersi con l'altra Porta San Fermo-Porta Leona; e infine, prima di chiudere la città con la riva dell'Adige in una zona vicina al Ponte Aleardi, una probabile apertura: sarebbe questa la sesta porta. L'andamento della cinta, seguendo la naturale depressione dell'Adigetto, era quasi ondulato, così come si nota ora nel più tardo muro ricostruito dopo il crollo dovuto all'inondazione del 1239, iniziando dai tempi di Ezzelino fino a quelli degli Scaligeri. Verso la fine del secolo venne completata anche la fortificazione muraria della città a sinistra dell'Adige, partendo dalla cima del Colle di San Pietro e scendendo verso il piano, come dimostrano i resti negli edifici dei padri Comboniani, dove è riconoscibile il basamento e la sagoma squadrata di una torre, e quelli, pure consistenti, di vicolo Case Rotte: in questo tratto, in via Fontana del Ferro, si apriva una porta nota con il nome di Porta Nuova del Castel San Pietro. Giangaleazzo Visconti trasformò questo tratto in base di un terrapieno girato all'esterno della città, sicché oggi appare muro di tenuta.

Il secondo tratto di recinzione partiva dai tufi di San Zeno in Monte, e per la zona del Giardino Giusti (nel muro di cinta del Giardino rimangono i pilastri laterali di una porta a due fornici che si apriva sulla via Postumia ad oriente) arrivava fino all'Adige. Di questa parte rimangono resti consistenti in via Porta Organa, laterali a questa omonima Porta ad unico fornice con largo arco a tutto sesto, in cotto e tufo: il nome completo di questa apertura era Porta Organa Nuova, per distinguerla dalla Porta Organa ricordata anche nell’Iconografia Rateriana. Può darsi che si sia dovuto edificare un muro difensivo anche sull'Isolo di San Tomaso, ma di esso non ci sono rimaste sicure e puntuali testimonianze, al di là dell'ambiguo toponimo di via Santa Maria Rocca Maggiore. Sul lato nord-ovest la cinta nuova si staccava dal muro teodoriciano circa all'inizio di via San Carlo in asse con via Madonna del Terraglio e includeva la chiesa e il quartiere di Santo Stefano, come mostrano i resti, poveri e rimaneggiati, di vicolo Carbonai, e raggiungeva il fiume ad ovest della chiesa, prima del Rio di Valdonega, lasciando quindi fuori il nascente borgo di San Giorgio. In questo tratto occidentale si aprivano quasi sicuramente due porte: quella che sostituiva l'antica Porta romana di Santo Stefano sulla strada per la Valdadige, e un'altra all'attacco tra il nuovo muro e il muro teodoriciano, come passaggio per la Valdonega: Porta San Pietro, ricordata nei documenti dell'epoca ma della quale non rimane traccia alcuna in loco. Come si può vedere almeno un borgo, quello di San Zeno, è rimasto fuori di questa prima cinta comunale; ma non indifeso, perché, e non sappiamo da quando, vennero costruiti terrapieni, muraglie di difesa pur se non collegate col resto, nelle quali si apriva anche una porta per il passaggio verso la campagna: Porta Fura, ricordata in documenti della fine del secolo. Anche in questo caso si tratta di un solo arco a tutto sesto, in tufo, su pilastri di marmo misto di conci, questa volta regolari, di tufo e ciottoli di fiume: era la prima linea difensiva del grande e importante borgo. Anche uno sguardo superficiale dimostra l'ampio allargamento di Verona con questa recinzione comunale. che rompe definitivamente, soprattutto per la parte destra della città, gli schemi delle difese romane. Tuttavia anche questa cinta è da considerarsi sostanzialmente provvisoria, non solo per le successive ricostruzioni e ulteriori ampliamenti, ma proprio in considerazione dell'eccezionale sviluppo urbanistico che non molti decenni dopo trasformò Verona in gran centro, uno dei più importanti dell'Italia Settentrionale».

http://guide.travelitalia.com/it/guide/verona/mura-e-porte-comunali-verona/


VERONA (mura e porte veneziane)

Dal sito www.skyscrapercity.com   Dal sito www.skyscrapercity.com

  

«Dopo momenti d’incertezza e di tentativi vari, sempre comunque infelici, di recuperare l'antica libertà, il 22 giugno del 1405 Verona fece atto di dedizione a Venezia, e il giorno dopo accoglieva solennemente i nuovi signori. I patti di sottomissione furono confermati con la "Bolla d'oro" del 16 luglio 1405, essendo doge Michele Steno. Venezia si riservava il diritto di nomina dei Rettori (il Podestà e il Capitano) che sarebbero stati le massime autorità della città, affiancati dai più antichi organismi istituzionali del "Consiglio dei XII" e del "Consiglio dei L", che sostituirono definitivamente il pletorico "Consiglio dei Cinquecento" o "Consiglio Maggiore". La "Bolla d'oro" fu aggiunta agli "Statuti" riformati nel 1450 (stampati nel 1475), e costituì la "carta" fondamentale del diritto cittadino in Verona fino alla caduta della Repubblica di Venezia nel 1797. In questi quasi quattro secoli di sudditanza, per quanto riguarda la pianificazione urbana di Verona, soprattutto dal punto di vista delle costruzioni difensive, bisogna distinguere, per opportunità descrittiva, almeno tre momenti che, sinteticamente, si possono così enunciare: opere di completamento e adattamento dell'esistente nei primissimi anni della dominazione veneziana (la pace di Lodi segna un po' il punto fermo di questo primo periodo); opere di rafforzamento e sistemazione durante il periodo d’occupazione imperiale dal 1509 al gennaio 1517 (bisogna ricordare che all'occupazione di un esercito mal pagato, e quindi predatore e insolente, si aggiunse nel 1511-1512 il flagello della peste con annessi e connessi; carestie ed epidemie varie, del resto, avevano durante il '400 variamente spazzato la popolazione veronese: una stima non pacifica dà, infatti, una popolazione di 14.800 abitanti del 1409 (altri n’afferma 20 mila 100) e bisognerà attendere la metà del XVI secolo per superare la soglia dei 40.000); organizzazione e programmazione completa della definitiva strutturazione del sistema fortificatorio e, di rimando, urbanistico, dopo la pace di Bruxelles, comprendente un periodo che va, grossomodo, dal 1517 al 1578: prendendo quest'ultima data come segno provvisorio di un discorso che dovrebbe essere molto più complesso. Su quest'ultimo periodo sarà comunque necessario articolare più partitamente l'analisi, perché in esso sono concentrati tutti i lavori più importanti dell'operazione fortificatoria veneziana, e in esso compare la fondamentale figura di Michele Sanmicheli.

è inoltre necessario sottolineare il fatto che, mentre il primo secolo di dominazione veneziana non vide sostanziali modifiche al sistema difensivo, la prima metà del secondo secolo conobbe, invece, la radicale trasformazione di tutto il settore meridionale delle mura con la scomparsa pressoché totale delle strutture scaligere, e sostanziali interventi anche sulla sinistra del fiume. è evidente che il fatto è dovuto alle cambiate necessità di difesa e d’offesa venutesi a creare con la diffusione e il perfezionamento delle armi da fuoco. A noi interessa inoltre sottolineare che, nonostante fossero pur presenti intendimenti diversi anche negli stessi architetti militari che sovrintesero ai lavori più importanti e complessi (leggi: Sanmicheli), tutto il tessuto urbano di Verona ne risultò stravolto, soprattutto nelle zone dei "borghi " e si fissò il "destino" militare della nostra città: un "destino" che Venezia giocò sapientemente, sia nel periodo per lei assai critico della guerra della Lega, quando preferì lasciar cadere Verona nelle deboli mani degli Imperiali, sia dopo, quando centrò su questa città tutto il sistema difensivo occidentale. Veniamo dunque alla descrizione particolareggiata dei tre momenti sopra ricordati. Con un "ducale" del 22 ottobre 1408, viene istituito in Verona l'ufficio dei "provisores ad fortilicia": una specie di collegio ispettoriale con compiti anche di programmazione, creato per accelerare e consolidare l'integrazione non solo di Verona, ma anche delle altre province che via via passavano sotto Venezia: il programma prevedeva, dunque, un vero e proprio sistema difensivo organizzato per punti forti. A questo scopo, gli ispettori ufficiali della Repubblica compiranno viaggi periodici e sistematici per rendersi conto de visu della reale situazione fortificatoria delle singole città. A partire dal 1413 fino al 1428, sotto la direzione dell'”inzegnario” Picino o Pecino o Pincino, viene attuata la ricostruzione su base molto più completa e organica della "cittadella" di pianura: oltre al rafforzamento delle mura e delle porte d’accesso, si studia un vero e proprio piano d’autonomia alimentare interna, con la creazione di quei "broli" e di quegli "orti" che sono ricordati anche da Corna di Soncino e da Sanudo.

è un'altra prova delle difficoltà di realizzare in modo pacifico il passaggio di Verona dalla sua posizione di "signora" del Veneto, a quella di soggetta di Venezia. Se Sanudo chiama questa "cittadella" "ochio" di Verona, è pur vero, invece, che questo "ochio" spiava: più pronto all'offesa contro la città che alla difesa in generale. E corpo estraneo fu sempre sentita questa "cittadella" per tutto il secolo, fino a che lo stesso doge, all’epoca Leonardo Loredan, darà il suo consenso alla proposta di Giovanni Mocenigo di sopprimere questa gran caserma cittadina. Bisognerà però attendere i progetti di Sanmicheli per vedere attuata la sistemazione urbana di quest’importante e vasta fetta di città. Ancora oggi sono leggibili i segni di questa storia: gli spazi di piazza Cittadella, della zona ex-Stadio, il cortile del collegio Alle Stimate, gli spazi intorno alla caserma Mastino e la suddivisione dei lotti nella zona palazzo Inps e palazzo del Tesoro non possono non rimandare alla situazione particolare di questa parte di Verona. Sistemata la "cittadella" di pianura, probabilmente sempre lo stesso "inzegnario" provvide ad ultimare i lavori della "cittadella" di collina: in quest’occasione Castel San Felice trovò il suo primo completamento: le sue strutture, infatti, saranno soggette ad una serie multipla e complessa d’interventi che possiamo considerare provvisoriamente compiuti, forse, con gli adattamenti di questo secondo dopoguerra. Ci sembra di poter dire che intorno ad esso si esercitò particolarmente la perizia (e qualche volta anche lo sfizio) architettonico di tutte le generazioni fino a noi: invitava a ciò la sua posizione e la più vasta struttura difensiva offensiva consolidatasi negli ultimi decenni del XIV secolo. Altri interventi su questo complesso difensivo (comprendendo dunque anche Castel San Pietro e il muro della "Bàcola") verranno attuati fra il 1451 e il 1452: due date che segnano a tutti gli effetti come una specie di spartiacque nella politica architettonica in generale, e quindi anche difensiva, di Verona: non sarà un caso, infatti, che proprio in questo decennio (ca. 1460) uno Statuto cittadino vieti, comminando gravi pene per i trasgressori, di continuare ad usare i blocchi dell'Arena per edificare. L'Arena, di fatto e per secoli (soprattutto dopo i terremoti del 1117 e del 1183), era stata adibita come una vera e propria comoda cava cittadina, in cui il materiale era già bello e pronto, nonché squadrato! I blocchi del nostro anfiteatro, che nel ricordato Statuto viene ora definito "aedificium memoriale et honorificum" grazie ad un vero e proprio recupero archeo-filologico, si ritrovano proprio anche nelle costruzioni testé ricordate di Castel San Felice e Castel San Pietro.

Per il secondo momento, basterà ricordare l’elevazione di un bastione in terra battuta, là dove sorgerà pochi anni più tardi il Bastione di Santa Toscana: l'urgenza non permetteva altro. Questa stessa urgenza e necessità indusse gli Imperiali a mozzare le torri che s'alzavano sopra l'antica Porta San Giorgio (che verrà rifatta tra non molti anni) e sopra Porta Vescovo, che sarà la prima delle nuove porte veneziane. Inoltre venne reso più massiccio e compatto il muro di Cangrande prospiciente Valdonega, chiudendone e incorporandone le merlature, come ancora oggi si può ben vedere. Come si vede, tutte operazioni rapidi e facili, richieste esclusivamente dalla guerra in atto: non si tratta assolutamente di un piano organico d’interventi. Riconquistata pacificamente Verona con la pace di Bruxelles, i Veneziani entrarono ufficialmente in città il 18 gennaio 1517: in quella domenica, durante la messa solenne celebrata in Duomo, venne letta la "Patente della Signoria" nella quale si concedeva il perdono dogale a tutta la città. Ma Venezia non era affatto tranquilla, se la prima operazione che volle fu quella che potremmo chiamare delle "spianate": due "ducali" del 18-19 novembre 1517 e del 22 gennaio 1518 ordinavano, infatti, l'abbattimento di tutte le costruzioni e il divieto di coltivare alberi da fusto per uno spazio di un miglio tutto intorno alla città. Le case che già allora univano il centro con le borgate suburbane di San Massimo e Santa Lucia vennero spianate: Verona risultò così completamente isolata dentro la sua compatta cinta muraria, una specie di gran fortezza, un "bello arnese" (come lo avrebbe chiamato Dante) isolato, alla fine della pianura prima dell'alzarsi delle colline. L'iconografia in proposito è ricca e significativa. Nello stesso anno 1518 un'altra disposizione del Senato della Repubblica fissa in 6.000 ducati annui la spesa necessaria per il progetto fortificatorio.

Per il terzo momento è necessario ora operare un'ulteriore distinzione di periodi e di responsabilità. Dalla rioccupazione fino al 1523 dirige e sovrintende a tutta l'operazione, il comandante militare Teodoro Trivulzio, insieme con un'equipe d’esperti e d’ingegneri, quali Gian Maria Fregoso, Troilo Pignatelli, Zuan Maria Gomito e Filippo da Monselice: a loro dobbiamo un piano sostanzialmente organico di risistemazione di tutto il complesso fortificatorio, con una serie d’interventi, diciamo così, d’ordine generale, attraverso due strutture che resteranno fondamentali anche nelle altre operazioni d’architettura militare in Verona e fuori: le "rondelle" e i "bastioni". Una massiccia torre che costituisce il perno difensivo del sistema murario, la prima; più complesso il secondo, formato da un saliente a due facce, due fianchi (con o senza semigole e orecchioni), scarpata, rivestimento, cordone, parapetto e terrapieno: una muraglia molto più complessa di quella dei secoli di Cangrande! A questo punto va ricordato almeno il bastione delle "Boccare" (dì fronte a via Nievo), anche perché la sua attribuzione è stata recentemente (1978) riportata proprio a Teodoro Trivulzio, togliendola a Michele Leoni. Si tratta di un vero e proprio capolavoro d’ingegneria in senso assoluto: un grande ombrello marmoreo aperto su di un "manico" poderoso che si lancia sul soffitto piegato e girato, aperto quattro volte nelle quattro bocche da fuoco: le "boccare". C'è da augurarci che questo bastione venga presto pulito e liberato da tutti gli intralci d’ordine vario (fisico e burocratico) che ne rendono inagibile la visita: sarà a dir poco sorprendente per i veronesi entrare in questa specie di grande circo in muratura, sotterraneo! Meno interessante, ma non meno importante, il bastione di "S. Spirito". Viene infine ricostruita in questa prima fase di lavori la Porta del Vescovo: sul fronte esterno è leggibile la data del completamento dei lavori: 1520. Il progetto era iniziato nel 1517, dopo un'ispezione del futuro doge Andrea Gritti e Giorgio Cornaro e fu ultimato sotto la rettoria di Pietro Marcello e Andrea Magno. Il disegno è chiaramente riferibile al gusto rinascimentale veneziano, ma la sua armonia è stata notevolmente alterata da una serie di lavori, alcuni consigliati da Sanmicheli a cui questa Porta sembrava sguarnita e poco adatta al suo uso di "cavaliere" tra il bastione delle MaddaIene e il torrione dl Santa Toscana, altri compiuti dagli Austriaci nel 1860. Qualcosa della Porta del 1520 è possibile vedere nel disegno fine Settecento dell'ingegnere Adriano Cristofali. La lapide sulla facciata interna ricorda che attraverso questa porta il 16 ottobre 1866 entrarono in Verona le truppe italiane. Tra il 1523 e il 1525, in un intrecciarsi di non chiare operazioni e intendimenti, viene ultimata la serie delle rondelle e dei bastioni soprattutto del lato sinistra-Adige: sono tre anni di "disordine", come si può leggere nelle relazioni degli ispettori veneziani. Un "disordine" che durerà fino al 1532, anno in cui tutta la direzione dei lavori verrà definitivamente affidata a Michele Sanmicheli. Intanto, in questi dieci anni, troviamo al lavoro, variando più volte impostazione, Bernardino da Treviso e Michele Leoni, con la presenza attiva, sia a livello culturale che a livello più rigidamente militare (ed è una presenza che durerà anche dopo), del duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere. Vengono quindi compiute almeno due grandi strutture: Porta San Giorgio (la data 1525 è chiaramente leggibile sul fronte esterno) a cavaliere tra l'omonimo bastione e il fiume, e il bastione delle Maddalene nel 1527.

Vale la pena di soffermarci almeno un attimo su entrambe queste costruzioni. La Porta San Giorgio veneziana venne aperta più a fiume rispetto alla più antica Porta medievale, al posto della quale era stato costruito il bastione: si tratta di una compatta, ma armonica costruzione di tipo, diciamo così, romano: un fronte "ad agrum" ricoperto di lastre di marmo chiaro con un grande arco centrale e quattro porticine laterali ad architrave (le ultime esterne sono murate). Diversamente dalle Porte Romane il complesso è interamente coperto, senza cioè cortile interno, così come cinque anni prima era stato fatto a Porta Vescovo. I sei scudi, quattro grandi e due piccoli, le due grandi targhe sulle porticine laterali, la scansione in tre larghi spazi realizzata per mezzo di quattro lesene. la "lettura" classica dello spazio di questa facciata confrontata con le architetture affrescate sui muri interni del Duomo di Verona, hanno suggerito di attribuire il progetto di Porta San Giorgio e anche quello di Porta Vescovo all'architetto veronese Giovanni Maria Falconetto. Certamente non sono sanmicheliane. Il fronte interno di Porta San Giorgio è più semplice, ma non meno armonico: si compone di tre fornici, i due laterali con ghiera interna, in una cortina di leggero bugnato disegnato. Gli Austriaci interverranno su questa Porta nel 1838, abbattendo un torrione che era stato costruito nel 1620 ed aveva ospitato la cappella detta "del Cristo". Il bastione delle "Maddalene", che possiamo ritenere iniziato nel 1527, rivela nella sua struttura poligonale l'influenza dell'architetto militare Francesco da Viterbo, uomo di fiducia di Francesco Maria della Rovere: si alza tra Porta Vescovo e il più complesso bastione di "Campo Marzo". è a pianta pentagonale e capovolge nella sua realizzazione il compito originario del bastione: da difensivo ad offensivo. Sono innovazioni che si ritrovano anche nelle fortezze dell'Italia centrale e sono dovute all'équipe d’architetti e alle idee che portava con sé il duca d’Urbino. Così dicasi per i "puntoni" di Castel San Felice, di questo torno di tempo: quella maestosa prora di nave (e i Veronesi la conoscono con il nome di "nave") che punta a Nord: alle colline e alle montagne, dell'ostile Impero. L'altro "puntone", più ad oriente, è austriaco. Nel 1528, a Bernardino da Treviso succede nella direzione tecnica dei lavori Michele Leoni, che rimase per circa quattro anni avvalendosi, forse, dei consigli di Nicolò Tartaglia: un tempo venivano attribuite a Leoni costruzioni singolari e innovative, come ad esempio i bastioni delle "Boccare" e delle "Maddalene"; una più attenta lettura del suo procedere non innovativo gli ha tolto molti dei meriti antecedentemente attribuitigli. Il 1532 segna una svolta per la storia urbanistica di Verona...».

http://guide.travelitalia.com/it/guide/verona/mura-e-porte-veneziane-verona/


VERONA (palazzi)

Dal sito www.magicoveneto.it   Dal sito http://veronacityguide.altervista.org

«Il basso medioevo ha lasciato a Verona pochi ricordi, a causa del devastante terremoto del 3 gennaio 1117 che ebbe come epicentro proprio il veronese, e vide la città fortemente danneggiata. A causa del terremoto crollò addirittura parte dell'anello esterno dell'Arena, lasciandone in piedi solo una porzione, che fu danneggiata ulteriormente in un successivo terremoto nel 1183, creando così l'attuale suggestiva forma dell'Arena con la sua "ala". Inoltre molti palazzi e quasi tutte le chiese, i monasteri e i monumenti vennero seriamente danneggiati, se non distrutti: questo fatto ha lasciato lo spazio per una forte diffusione del romanico come stile della ricostruzione. I principali monumenti sono dunque databili successivamente al XII secolo. ... Quello scaligero è stato un periodo positivo per Verona sotto il profilo urbanistico: esso infatti ha visto la costruzione di molti edifici e monumenti tutt'oggi visibili. Il centro storico, (in particolare piazza Erbe, piazza dei signori e piazza San Zeno), presenta edifici nati durante la Signoria, come il palazzo del Podestà, che venne abitato certamente da Alberto I della Scala, e fu probabilmente adibito a dimora dei signori della città. Nel palazzo trovarono ospitalità anche molti uomini illustri, tra cui spiccano personalità di primo piano come Dante e Giotto, che durante il suo soggiorno eseguì, secondo Giorgio Vasari, alcuni ritratti di Cangrande I, che però sono andati perduti. Altro importante palazzo scaligero è il palazzo di Cansignorio, la cui costruzione venne decisa da Cansignorio, terminato probabilmente nel 1363. Questo edificio originariamente era un palazzo-fortezza, dotato di tre grandi torri agli angoli del fabbricato. In alcuni scritti è chiamato anche Palazzo Grande, proprio per la sua imponenza. Del palazzo originario rimane un solo torrione, risistemato durante i lavori del 1882, mentre il resto dell'edificio risale al XVI secolo. ... L'epoca della dominazione veneziana a Verona fu molto feconda soprattutto per l'edilizia privata e militare. In particolare, protagonista assoluto del XVI secolo fu l'architetto veronese Michele Sanmicheli, che abbellì Verona di numerosi palazzi, e venne scelto dalla Serenissima per la costruzione delle porte d'ingresso alla città. Porta Nuova è un esempio dello stile sanmicheliano: eretta tra il 1535 e il 1540, la sua posizione andava a generare l'importante corso Porta Nuova, che si conclude ai portoni della Bra. Le due facciate sono costruite in ordine dorico: quella verso la città in tufo, mentre la facciata rivolta verso la campagna in pietra bianca. La porta è importante anche storicamente perché durante una serie di rivolte, dette pasque veronesi, contro le guarnigioni napoleoniche, rimasero intrappolati all'interno circa duecento soldati francesi, che avevano cercato di difendere la porta. ...

Sempre opera del Sanmicheli sono palazzo Canossa, palazzo Pompei, palazzo Bevilacqua, e palazzo Della Torre. Quest'ultimo, però, secondo alcuni critici è ritenuto opera di Domenico Curtoni nel XVII secolo. L'autore più probabile potrebbe essere però Bernardino Brugnoli, un parente del Sanmicheli, che lavorò spesso con lui, e dunque prese in parte il suo stile e la sua tecnica. Sicuramente opera di Michele Sanmicheli fu invece palazzo Canossa, costruito su commissione della famiglia dei marchesi di Canossa, una delle famiglie più antiche e illustri d'Italia. L'edificio ospitò tra l'altro, nel 1822, il celebre congresso di Verona, a cui parteciparono quasi tutti gli stati d'Europa. Sanmicheli cercò di allineare, mediante la facciata monumentale, i fondali opposti di porta Borsari e dell'arco dei Gavi, dando un'impostazione scenografica alla via che permane tutt'oggi. Un soffitto fu affrescato dal famoso Tiepolo, ma è andato perduto durante i bombardamenti che colpirono la città durante la seconda guerra mondiale. Palazzo Bevilacqua è uno dei palazzi più raffinati e ricchi di particolari della città, con una facciata realizzata in due ordini, quello inferiore più massiccio, e quello superiore maggiormente slanciato ed elegante. Il palazzo accoglieva celebri dipinti, tra cui La pietà della lacrima di Giovan Francesco Caroto, il Paradiso del Tintoretto, un ritratto di Donna con bambino di Paolo Veronese. Palazzo Pompei segue lo stile neoclassico di Sanmicheli, e grazie alla donazione dai proprietari, alla loro morte, al comune di Verona del palazzo, l'edificio ospita oggi il museo civico di storia naturale, con oltre due milioni di reperti geologici, paleontologici, zoologici, preistorici e di botanica. Una storia particolare ha poi palazzo Turchi, commesso dal cavaliere Pio Turchi, e costruito pochi anni dopo la battaglia di Lepanto del 1571, dove la flotta della Serenissima sconfisse la flotta ottomana; Pio Turchi fu portavoce della comunità veronese alle grandi celebrazioni della vittoria a Venezia. Il palazzo era decorato da statue di personaggi turchi, facenti parte del bottino della battaglia di Lepanto, e ad alcune di queste venne decapitata la testa, che fu esposta in piazza delle Erbe, proprio nel luogo dove venivano solitamente mostrate le teste dei condannati a morte. Altri palazzi, situati rispettivamente in piazza dei Signori e piazza Erbe, sono la loggia del Consiglio e palazzo Maffei. La loggia del Consiglio possiede colonne di marmo, molte sculture e affreschi, tra cui due altorilievi bronzei raffiguranti l'Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata, tolti però nell'Ottocento. La loggia può considerarsi uno dei simboli maggiori del rinascimento veronese. Palazzo Maffei è un palazzo del XV secolo, ingrandito nel 1629 su decisione di Marcantonio Maffei. Costruito in stile barocco, è allo stesso tempo imponente ed elegante, su tre piani, con una facciata talmente bella da catturare l'attenzione del turista occasionale e non. Di fronte al palazzo si trova una colonna sormontata dal leone di San Marco, a cui i veronesi sono particolarmente legati».

http://it.wikipedia.org/wiki/Verona#Epoca_medioevale


VERONA (torre dei Lamberti)

Dal sito www.veronissima.com   Dal sito www.hotelfirenzeverona.it

«Iniziata nel XII secolo e varie volte innalzata, sin dal 1464 è la torre più alta di Verona. Dalla panoramica cella campanaria, accessibile attraverso una lunga rampa di scale o utilizzando un comodo ascensore. si gode di un'impareggiabile veduta che dal centro città si dirama sino alle montagne circostanti. Sul lato nord-est di piazza delle Erbe, il romanico Palazzo della Ragione (primo a destra arrivando da via Mazzini o via Cappello) è sovrastato da una imponente torre, che con i suoi 84 metri di altezza pare sorvegliare paternamente la piazza e vegliare sui commercianti che in essa lavorano. è la Torre del Comune, più conosciuta come Torre dei Lamberti a ricordo della potente famiglia veronese che la fece erigere. La sua costruzione iniziò nel 1172 seguendo lo stile romanico tipico dell'epoca ed ancor oggi visibile nella parte bassa, realizzata con MATTONI ALTERNATI a TUFO. Nel corso dei secoli ha subito vari innalzamenti, in un susseguirsi di materiali e stili sempre tra loro felicemente intonati, sino al 1464 quando, con l'aggiunta della cella campanaria ottagonale sopra le finestre trifore è diventata la torre più alta di Verona. Un ultimo intervento a fine settecento per inserire l'orologio tutt'oggi funzionante e visibile anche da piazza Brà. Dal 1972 è aperta al pubblico, che dal cortile del Mercato Vecchio può accedere alla sua sommità attraverso le scale o un comodo ascensore. Dalla panoramica cella campanaria si gode di un'impareggiabile veduta che dal centro città si dirama sino alle montagne circostanti. Al suo interno già nel 1295 erano state collocate due le campane che, rintoccando le ore, regolavano i ritmi della vita cittadina: IL RENGO e LA MARANGONA. Il Rengo (da "arengo" il luogo che durante il medioevo era destinato alle pubbliche assemblee) era la più grande e veniva utilizzata per chiamare il popolo a raccolta durante i momenti più importanti della vita cittadina o per dare l'allarme in caso di pericolo per la città. La Marangona (da "marangon" che in dialetto veronese significa falegname) serviva per scandire gli orari di lavoro degli artigiani del centro città e dava l'allarme nel caso vi fosse un incendio».

http://www.verona.net/it/monumenti/torre_dei_lamberti.html


VERONA (torre del Gardello o delle Ore)

Dal sito http://laveja.blogspot.it   Dal sito www.flickr.com

«La Torre del Gardello è un alto edificio in mattoni situato sul lato nord occidentale di piazza Erbe, tra corso Porta Borsari ed il rinascimentale PALAZZO MAFFEI; semplice nell'aspetto e quasi anonima, è spesso dimenticata dai turisti che nel mordi e fuggi quotidiano affollano l'antico Foro Romano, distratti dalle opere in esso presenti. Ed in effetti essa offre poche suggestioni allo sguardo, che sale senza distrazioni sino alla cella campanaria, su cui si apre una bifora con colonna centrale, sovrastata da merlature ghibelline a coda di rondine. Molte guide turistiche, lasciandosi ingannare dalla targa murata sul lato di vicolo Monte, succintamente riferiscono che fu realizzata nel 1370 da Cansignorio della Scala per collocarvi il più antico orologio a campana della città. In realtà la costruzione è MOLTO PIù ANTICA e quasi certamente risale al XII secolo, come confermato da una pergamena del 1206 in cui viene descritta una casa "iuxta Turrim Gardelli". Di certo nella seconda metà del trecento gli Scaligeri disposero pesanti interventi su questa torre, tipica appendice delle case-fortezza di epoca medioevale: fu restaurata ed elevata, divenendo un edifico di riferimento per la comunità locale, in quella gara verso il cielo che spesso coinvolgeva il potere politico e quello religioso. Con i suoi quaranta metri divenne visibile da ogni angolo della città e signora della piazza Grande, in cui la torre dei Lamberti non aveva l'attuale altezza e gli sguardi rivolti verso questo lato non venivano rapiti dal monumentale Palazzo Maffei, che solo nel XVII secolo ebbe le attuali seducenti forme. Conclusi i restauri nella Torre fu effettivamente collocato il primo orologio a campana della città, e nel 1379 vi fu inserita una GRANDE CAMPANA in bronzo di mirabile fattura (opera insigne del magister Jacobus, il maggior fonditore dell'epoca), su cui erano impressi lo stemma scaligero, l'immagine di San Zeno ed iscrizioni in caratteri gotici. I rintocchi della campana iniziarono a regolare gli affari pubblici e privati dei veronesi; la Torre divenne "delle Ore" e poi "dell'Orologio" quando nel 1421 fu realizzato un quadrante esterno che permetteva di conoscere sempre l'ora esatta. Nel 1626 fu elevata a 44 metri realizzando quello strano apice a forma di cono tronco che ancora oggi è visibile sopra la CIMA MERLATA, in cui venne spostata la campana per consentire alla sua voce di raggiungere tutti gli angoli di una città che andava crescendo; fino al 1661, quando l'orologio si guastò irreparabilmente. Durante la dominazione francese la Torre fu venduta ai privati e la campana del Gardello iniziò a girovagare per la città, ornando palazzi pubblici e finendo per alcuni anni anche sulla Torre pentagona di piazza Bra, prima di trovare adeguato riposo nel Civico Museo di Castelvecchio».

http://www.verona.net/it/monumenti/torre_del_gardello.html


VERONA (torre della Catena)

Dal sito www.ilcondominionews.it   Dal sito http://murawp.aliaswebgis.it

«La Torre della Catena è un edificio militare costruito sul letto dell'Adige come parte del sistema difensivo della città di Verona. La torre, ora in disuso, si trova tra il Ponte Catena ed il Ponte Risorgimento. Fu costruita nel XIV secolo circa, contemporaneamente al Mezzo Bastione della Catena Superiore. Si chiama "della Catena" perché fu costruita, in mezzo alle correnti dell'Adige, per agganciare una catena che collegava e chiudeva le due sponde del fiume. Essendo collocata proprio dove le mura di Verona giungevano sulle sponde dell'Adige, la torre aveva il compito di impedire i traffici commerciali sul fiume di notte, e quindi il contrabbando, oltre che ad assumere un compito difensivo, dal momento che al suo interno era stanziata anche una guarnigione di militari. Inoltre la torre fungeva anche da controllo doganale per le merci che entravano a Verona e che scendevano il corso del fiume. La Torre della Catena diede il nome prima a Porta Catena, presente nelle vicinanze sulla riva destra dell'Adige e poi al Ponte Catena, che si trova presso l'Ospedale maggiore di Verona, sebbene la torre ora si trovi più vicino al Ponte Risorgimento, costruito in seguito.La torre è attualmente pressoché abbandonata e non è possibile visitarla, ma vi ci si può avvicinare tramite l'attività di navigazione fluviale (rafting, canoa)».

https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_della_Catena_(Verona)


VIGASIO (torre)

Dal sito www.prolocobassoveronese.it   Dal sito www.prolocobassoveronese.it

«Il primo documento attestante la presenza del castello di Vigasio è del 1004 dove una casa con il suo terreno viene indicata come vicina al "castro"; una conferma di tale presenza viene da un documento del 1034 il quale indica un'altra casa posta nelle vicinanze del castello. Oggi quello che rimane di esso è una torre posta sulla riva sinistra del fiume Tartaro, poco prima di entrare in paese. Ad ulteriore conferma della sua esistenza in epoche passate, vi sono vari documenti legati alla presenza di un fossato quale elemento costituente la struttura di un castello. è quindi da considerarsi come una struttura difensiva, costruita su di un'area probabilmente rialzata artificialmente come sembrerebbe indicare l'espressione "supra fossatum", secondo quanto riportato in un libro su Vigasio; tale era infatti la caratteristica di queste strutture nella fascia della pianura che poteva costituire un elemento di facile realizzazione e sufficientemente affidabile per il presidio di un luogo. Siamo nel 1184 ed altri documenti dell'epoca sembrano dare le stesse indicazioni. L'accesso all'area del castello di Vigasio veniva garantito da un ponte che lo separava dall'area della villa anch'essa difesa da un fossato presente nel XIII secolo. Alcuni documenti risalenti al primo Quattrocento attestano la presenza di due rocche, di cui una dotata di torre e l'altra di un complesso di edifici fortificati; una presenza di case viene indicata in parte dal 1284. La superficie del castello era dunque sufficientemente ampia da permettere spazi per aree edificabili e coltivabili all'interno dei quali si sarebbe distinta la parte dominica. è possibile indicare la posizione del maniero con una certa precisione da un disegno del 1569, in cui sono raffigurate, all'interno dell'abitato di Vigasio, due aree circondate da un fossato di cui una definita "bastia", che sta ad indicare una fortificazione delle popolazioni locali con funzioni di difesa occasionale. è ragionevole ipotizzare che nell'attuale area in via di urbanizzazione, a ridosso della zona sportiva, si allocasse una parte del castello. I suoi limiti sono stati rilevabili per secoli per la presenza di un rilievo artificiale di cui oggi non c'è però più traccia. Di come fosse fatto il castello e delle ricchezze in esso conservate, nulla è dato sapere. Tutto ciò che rimane oggi è la torre con merli ghibellini (a coda di rondine), trasformata in torre colombara in epoche successive, dopo la perdita della sua funzione difensiva. Per il resto si possono fare solo delle supposizioni avvalorate da scritti e varie attestazioni che aiutano, ma solo in parte, a chiarire il mistero del castello di Vigasio. La torre si trova nei pressi della riva sinistra del fiume Tartaro ed è visibile solo l'esterno».

http://www.prolocobassoveronese.it/index.php?t=castelli_vigasio&cat=4&gru=26&idpagina=453


Villafranca di Verona (castello scaligero)

a cura di Stefano Favero

  


Volargne (villa del Bene)

Dal sito www.pescantinarafting.canoaclubpescantina.it   Dal sito www.irvv.net   Dal sito www.comunedolce.it

«La villa è un grande complesso che si articola in diversi corpi di fabbrica, ultimati entro il 1560. Fu costruita a Volargne nel XV secolo, collegata da un filare di cipressi al fiume Adige. Questo palazzo con fabbricati e terreni circostanti, nella prima metà del XVI sec. era proprietà di Antonio Malfatti che lo vendette a Giovanni del Bene nel 1538-9. Questi rifece completamente il palazzo originario facendolo dipingere anche all'interno. Un maestoso portale d'ingresso che attesta interventi di Michele Sammicheli, è decorato da una testa che simboleggia Cristo e da un disco solare, sul cui retro è incisa la data 1551. Simbolo della villa, di ospitalità e di rappresentanza, questo portone non solo dà sulla via Trentina, ma anche sull'Adige (con doppio filare di cipressi), ov'era un pontile privato dei Del Bene. Il portale è doppio, con una funzione esterna di rappresentanza ed interna privata, simboleggia anche il passaggio dall'uomo a Dio. La villa ospitò nel XVI sec. numerosi prelati del Concilio di Trento, nonché nobili e personaggi per conto della Serenissima. Il primo cortile presenta sul lato nord l'edificio più antico, con la facciata a portico e loggia sormontata nel sottogronda da tre aperture ovali. Un arco in pietra immette nel secondo cortile dov'è la torre colombara con merli, sovrastante un portico con sei arcate a pilastri bugnati. Qui vi sono le stalle, un forno per la bachicoltura, la cucina ed un pozzo ottagonale. Notevoli gli affreschi dipinti nella scala interna (pergolati d'uva con putti che vendemmiano, attribuiti a Domenico Brusasorzi), nella loggia (scene di paesaggi dell'Adige e della Chiusa, attribuite a Nicola Crollanza, episodi di storia romana e telamoni, attribuiti a Brusasorzi, nel salone nobile (otto sibille e quattro scene dell'Apocalisse ed in alcune stanze (scene della sacra Scrittura, tra cui la Sacra Famiglia, il Battesimo di Gesù, il sogno di Giacobbe, il banchetto del ricco Epulone, Cristo sul lago di Galilea, attribuiti a Domenico Brusasorzi, Nicola Crollanza e Bernardino India). ...».

http://www.comunedolce.it/index.php/ville-e-palazzi


Zevio (villa Sagramoso detta castello)

Foto di Luigi F.D.V., dal sito www.flickr.com   Foto di threecharlie, dal sito it.wikipedia.org

  

«Il territorio di Zevio, abitato già in epoca preromana da popolazioni celtiche, presenta numerose testimonianze dell'epoca romana, durante la quale l'insediamento si trovava sulla via di comunicazione verso est sulla diramazione per Montagnana-Este. È tuttavia a partire dalla seconda metà del V secolo che il territorio veronese, e Zevio con questo, assume importanza militare come fronte di difesa orientale contro le invasioni barbariche del periodo. Nonostante per un lungo periodo la linea dell'Adige avesse rappresentato la difesa definitiva per le invasioni, con l'insediamento della popolazione Longobarda nel territorio veronese Zevio diventò uno degli insediamenti posti a difesa delle invasioni delle popolazioni di origine germanica nella seconda metà del '500. Dopo i Longobardi, verso l'800, nella zona si insediarono i Gepidi, che sul finire del secolo dovettero affrontare l'arrivo degli Ungari. È proprio in questo periodo che è presumibile far risalire la rinascita del presidio militare a Zevio con la costruzione del castello. Ciononostante, la prima testimonianza pervenutaci relativa al castello di Zevio si ritrova in un atto di permuta del 976-977. Notizie successive risalgono al XII secolo, durante il quale ebbe luogo una ribellione contro Tomasino degli Erzoni o Lendinara con l'assalto del castello, che fu incendiato. Il castello ritorna poi nelle cronache relative alla contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini che infuriò nei primi decenni del 1200 e che provocò anche la distruzione di Zevio. Dopo la fine della dinastia scaligera al termine del XIV secolo, vi fu il dominio visconteo seguito, all'inizio del 1400, dalla dominazione veneziana. Proprio durante il governo della Serenissima, tra il 1435 e 1442, venne presa la decisione di smilitarizzare il castello e l'edificio divenne una villa residenziale di proprietà della famiglia Sagramoso, una delle più antiche e potenti dinastie di Verona. Non esiste una datazione certa relativa al passaggio di proprietà, che tuttavia risulta confermato nel 1620, grazie ad un documento che attesta la richiesta da parte di un Sagramoso di demolire alcune case che impedivano la visuale davanti al castello.

La villa resta possedimento della famiglia per lungo tempo e nel corso del Settecento diventa un rinomato luogo di soggiorno e svago. Nel corso dell'Ottocento l'edificio inizia il suo declino, probabilmente dovuto alla perdita di importanza della tenuta per la famiglia Sagramoso, e nel 1868 il complesso diventa proprietà comunale. A partire da questo momento l'ampia struttura viene utilizzata per gli scopi più diversi: da abitazione privata a scuola elementare prima maschile e successivamente femminile, da teatro ad abitazione di suore, ma anche asilo e caserma dei carabinieri. A partire dal 1990 diventa la sede municipale del Comune di Zevio. Villa Sagramoso sorge nelle vicinanze di un guado in una delle anse del fiume Adige. Nonostante oggi il castello appaia come un complesso piuttosto eterogeneo, per le irregolarità del terreno ma soprattutto per le profonde modifiche apportate nel corso dei secoli, l'impianto della struttura riflette le origini militari dell'edificio. Su di un'area circoscritta da una cinta ellittica è tuttora visibile il tozzo mastio circondato da edifici di servizio. Il complesso è formato da tre parti che si distinguono per l'epoca di costruzione e per il valore architettonico. La parte più antica sembra essere quella occidentale, che corrisponde all'ingresso principale della villa e che comprende un corpo a quattro e tre piani, la torre, gli interrati e il ponte in mattoni. In questa parte sono ben visibili le strette finestrelle con funzione di difesa e più ampie finestre sormontate da timpani. Grazie ad alcuni disegni risalenti al 1562 risulta evidente che a quell'epoca la struttura aveva già quest'aspetto. La parte centrale a due piani richiama i lavori di ampliamento dell'edificio risalenti al Settecento, che tuttavia sembra non furono portati a termine. Risale infine alla fine del XIX secolo la parte orientale ad un piano. Alla fine degli anni ottanta, il complesso è stato sottoposto ad un importante intervento di recupero e di restauro conservativo, in seguito al quale è stato insediato il Municipio. Durante la lunga storia del castello gli edifici che lo compongono sono stati più volte danneggiati, distrutti e ricostruiti. L'intera struttura ha subito numerose e importanti trasformazioni nella seconda metà del XVII secolo che hanno tuttavia mantenuto alcuni elementi retaggio dell'originaria funzione militare come il fossato, la torre, i sotterranei con copertura a volta, il ponte e il ponte levatoio. Altri elementi sono andati invece persi, come i grandi saloni interni e il giardino botanico antistante la villa, un tempo sede di un orto botanico per la sperimentazione di nuovi frutti. Con l'insediamento della famiglia Sagramoso e l'utilizzo della villa come residenza privata, il castello divenne il centro dell'importante proprietà fondiaria della famiglia, che ne fece un rinomato luogo di soggiorno e di svago per importanti figure dell'epoca. A testimonianza di questo periodo rimane una epigrafe posta sul lato meridionale del ponte che ricorda il matrimonio di Bianca Sagramoso con Luigi della Torre».

http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Sagramoso     


      

 

 

©2012 ss.

     


su   Veneto  provincia di Verona

Home