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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI VENEZIA

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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ANNONE VENETO (torre campanaria)

Dal sito www.portogruaro.net   Dal sito www.vegal.it

«La vecchia chiesa parrocchiale di San Vitale ha origini quattrocentesche, ma fu ricostruita nel XVIII secolo e poi ristrutturata nel 1946. Testimone del passato rimane la torre campanaria cinquecentesca, sorta molto probabilmente su una precedente torre castrense. La mole quadrata è interrotta da rare feritoiee, quasi alla sommità da bifore sui quattro lati. Nel restauro del 1763 le fu aggiunta una cuspide ottagonale, sormontata da pinnacolo. All'interno è conservato un monumentale altar maggiore, a struttura architravata con soffitto a cassettoni, timpano e nicchie laterali, opera del lapicida Rinaldo da Portogruaro (1544). ...».

http://www.comune.annoneveneto.ve.it/index.php/patrimonio-artistico


CAORLE (cinta muraria)

Dal sito www.venezia.travel/   Dal sito www.caorlebike.it

«Caorle: una piccola città, però di storia antica. Se le mura di Venezia risalgono al X sec. quelle di Caorle sono antecedenti di almeno quattrocento anni. A circondare la città di Caorle, già verso il 600, c’erano delle mura probabilmente situate dove ora si trova la diga foranea. All’interno delle mura, la città era formata da alcune isole, separate tra loro dal Rio di Palazzo (ora via Roma ) e dal Rio di Mezzo, o di Castello (ora Rio Terrà ). Ad unire le isole c’erano quattro ponti. La Calle Lunga, la lunga e stretta via che si può vedere ancor oggi com’era qualche secolo fa, sbucava esattamente davanti al duomo e rappresentava il principale asse cittadino. Ad interrare i canali, ritenuti insalubri per il ristagno delle acque, e a dare alla città l’aspetto attuale ci pensò la Repubblica Serenissima verso il 1600 anche se i lavori, per mancanza di fondi, iniziarono e terminarono molto più tardi. Negli anni del benessere economico della Repubblica Serenissima, e quindi fino al 1600, i veneziani investirono molto denaro per il rinforzo e la manutenzione della cinta muraria di Caorle che rappresentava pur sempre un baluardo a difesa di Venezia.Quando però la Repubblica iniziò il suo declino anche le mura,come molti altri edifici andarono in rovina, lentamente, con il tempo , e con le pietre che venivano prelevate ed utilizzate per altre costruzioni. Con i secoli le mura e i torrioni scomparvero come sembra sia scomparsa anche una parte di Caorle, quella che si trovava all’esterno delle mura, praticamente davanti all’attuale diga dove oggi c’è il mare».

http://hotelcaorlevenezia.com/caorle/storia/medioevo/la-citta-di-caorle/


CAORLE (torre campanaria)

Dal sito www.magicoveneto.it   Dal sito www.mizaweb.it

«Si esca dal Museo per la porticina sul campo al fine di ammirare il campanile, il simbolo tipico di Caorle. Esso è alto quarantotto metri circa, quasi eguale a quello di Pomposa, con un diametro di 6,50 metri circa, collocato verso il lato meridionale della facciata del Duomo, dal quale dista metri 5,40 circa. è tutto costruito in laterizio, tranne la base a grossi conci di pietra, strutturata in un modo irregolare poiché nella sua circonferenza manca per un tratto di circa 5 metri. La novità è data dalla forma cilindrica sino al piano della cuspide. In tale prospettiva esso rappresenta il momento più orientale dei campanili rotondi, di remota origine ravennate e distribuiti lungo la costa adriatica. In effetti, di poco anteriore al nostro, è quello di Tessera (Mestre) sulla costa lagunare di Venezia, per tacere di alcuni veneziani documentati nel passato e ora scomparsi (S. Secondo, l'Angelo Raffaele, in parte S. Paterniano). Considerando che sul lato inferiore verso il mare la muratura consiste in un agglomerato di ciottoli irregolari e blocchi a pietra bianca, cosa dovuta per una eventuale difesa contro maree eccezionali, si è argomentato che I'attuale campanile sia stato costruito su un manufatto antecedente diroccato, quasi che in precedenza esistesse una torre altomedievale per scolta sul mare. Al momento attuale non possediamo elementi per provare o smentire codeste supposizioni. La torre cilindrica è divisa in quattro zone o rocchi. L'inferiore, sul lato settentrionale, presenta un'arcata cieca, forse motivata da esigenze statiche per sostenere la struttura superiore. Ogni rocchio reca sul lato superiore una corona a dentelli che si cambia alla fine del terzo in una serie di denti di sega o denti di lupo, e nel quarto in motivo a gocce.

La caratteristica specifica del campanile consiste nella distribuzione armoniosa delle aperture in ogni rocchio, rivelatrice della sensibilità estetica lagunare e locale. Esse partono dall'inferiore a monofore, per svilupparsi poi negli altri rocchi, con un criterio rispondente ad un piano prestabilito dall'anonimo architetto. In effetti, dal basso in alto, nel secondo rocchio si alternano bifore e monofore, corrispondenti dall'alto in basso, al quarto e al terzo in cui si succedono ancora bifore e monofore. Il motivo funzionale e decorativo si risolve, in definitiva, nella loggia, al centro della canna con l'elegantissima serie di ventiquattro monofore, alternate o ad arcata cieca, per ragioni statiche, o in arcata aperta, per ragioni coloristiche. In pratica il doppio modo di struttura crea un effetto luministico nel contrasto tra vuoti e pieni, in armonia con la analoga soluzione delle colonne e pilastri della navata centrale del duomo. Ogni monofora è costituita dal tipico capitello a stampella, sostenuta da colonnetta in marmo carsico, lievemente rastremata e a sezione poligonale. Il medesimo motivo è presente nelle bifore. Le ventiquattro monofore possiedono pure un significato simbolico in rispondenza alle ventiquattro ore del giorno. Nelle bifore della cella campanaria o quarto rocchio si avverte la presenza dell'arco a ghiera che è motivo - è noto - del vicino duomo. Sopra la canna si sviluppa la cuspide di diametro minore. Non si sa se essa sia coeva a quest'ultima oppure posteriore di almeno due secoli. Essa poggia su tamburo circolare e sale verso I'alto rastremandosi, lavorata in embrici di cotto, disposti in finissimo aggetto quasi impercettibile, da sembrare un tessuto di stuoia orientale. Le prime due fasce dal basso sono marcate da una cornice dentellata e intrecciata a nodini. La cuspide si conclude al vertice in croce cosmica, cioè a quattro braccia, secondo un tipo frequente in particolare a Venezia nella basilica di S. Marco. Il campanile e suggestivo anche a causa delle sue campane. Nel corso del Seicento erano quattro per un concerto armonioso. Servivano pure per dare segnali ai pescatori durante le bufere marine o nelle giornate nebbiose. Ora sono tre, di suoni morbidi, velati di nostalgici tocchi».

http://www.caorle.com/it/caorle/duomo-e-campanile-caorle.html


CASTELLO DI BRUSSA (castello)

Foto di Stefano, dal sito http://italia.indettaglio.it   Dal sito www.comune.caorle.ve.it

«La piccola frazione di Castello di Brussa conta, insieme alle località limitrofe di Villaviera e Brussa, poco più di 470 residenti ed è sede della delegazione dell'Amministrazione Comunale di Caorle. La località è sovrastata dalla mole del Castello, attualmente di proprietà della famiglia Franchin».

http://www.comune.caorle.ve.it/index.php?area=4&menu=139


Cavarzere (resti delle fortificazioni)

Resti delle antiche mura, dal sito www.cavarzereinfiera.it   Il campanile eretto sulla base di una torre del castello, dal sito www.cavarzerestoriaecronaca.it

«...Scriveva nel 1550 Leandro Alberti, un attento viaggiatore che quasi certamente aveva risalito il fiume verso Verona: “Dentro adunque del Ladice mescolato con le dette paludi, stagni e laghi appare Torre nuova, fatta quivi per guardia acciocché non passino i contrabandi... Poscia evvi Capo di Bastiono, fabricato nel principio della edificatione di Venetia, ai confini di essa, per sicurezza di questo lato...”. Il passo era ripreso da un'opera del 1542 di Flavio Biondo: “...da una parte è una torre nuova posta qui per guardarvi i datj, da l'altra è Capo d'Argere, guardia medesimamente posta qui ne' confini del ducato di Vineggia, nel principio di questa repubblica”. È significativo che l'Alberti non traduca il nome latino di Cavarzere nel modo tradizionale, dando cioè alla parola agger il significato di argine, bensì quello, altrettanto legittimo, di bastione, opera difensiva che implica la presenza di mura. Egli fa derivare il nome del paese non dalla sua posizione rispetto all'argine (che nel Cinquecento in territorio cavarzerano non esisteva ancora, per cui una simile interpretazione gli sarà sembrata, a ragione, priva di senso), ma dalla marcata e antica funzione militare, resa evidente dal castello.  È da notare che negli Statuti del 1401 la parola argine non compare mai, mentre invece in un capitolo si proibiva di depositare legna sulla riva del fiume. E presso la riva sorgeva il castello eretto intorno al 750 in una posizione strategica, in corrispondenza d'una punta di terreno che dalla sponda opposta riduceva la larghezza dell'alveo permettendo di controllare dagli spalti il passaggio di qualsiasi imbarcazione. Il vecchio campanile demolito a fine Ottocento era costruito proprio sulla base di una torre del castello ed oggi si troverebbe a un solo metro dal muraglione. Tanto il fortilizio quanto il borgo erano difesi alle spalle dalla Fossa del castello, che nello spazio di cinquecento metri usciva dall'Adige e vi rientrava senza difficoltà e senza bisogno di argini. I quali, se vi fossero stati, avrebbero costituito un gran vantaggio per un eventuale nemico, dandogli la possibilità di contrastare dall'alto, da una posizione più favorevole, i difensori del castello. ...» - «Il castello, descritto come "gran fortezza e bella, fornita di armi e vettovaglie", fu abbattuto nel XVI secolo per la costruzione della chiesa di San Mauro e degli indispensabili argini sul fiume. Gli argini sono costituiti da un muraglione in mattoni faccia a vista, decorato con porte finte e fornito di scalinate per accedere all'argine. Conserva le testimonianze delle distruzioni della seconda guerra mondiale, con i fori causati dai proiettili delle fucilate».

http://www.cavarzerestoriaecronaca.it/2012/12/il-nome-di-cavarzere.html (testo di Carlo Baldi) - https://it.wikipedia.org/wiki/Cavarzere...


Chioggia (borgo medievale)

Il Palazzo Granaio, dal sito www.turismovenezia.it   Il Refugium Peccatorum, dal sito www.sottomarina.net

«Potrete accedervi attraverso la PORTA DI SANTA MARIA (1530), come si faceva un tempo quando Chioggia era una città murata e questo era l’unico accesso disponibile per chi vi giungeva dalla terraferma. Subito sulla vostra sinistra sul lato sud della Cattedrale, nel cosiddetto Sagraéto (piccolo sagrato) si può ammirare il complesso del REFUGIUM PECCATORUM: uno degli angoli più suggestivi della città. L'interessante gruppo marmoreo di cui si compone, raffigurante la Madonna col Bambino, è sormontato da una cupola dorata. La statua, assieme alla balaustra, era posta fino al 1814 sulla scalinata dell'antico palazzo comunale, successivamente demolito. Si racconta che proprio di fronte ad essa i condannati a morte sostavano per recitare l'ultima preghiera. Immortalato da un quadro di Luigi Nono. ... Oltre il Palazzo comunale ricostruito in puro stile asburgico, si trova PALAZZO GRANAIO, uno degli edifici più antichi della città anteriore alla guerra di Chioggia, di stile gotico molto sobrio, è stato costruito nel 1328. Aveva la funzione di conservare il grano necessario alla comunità e poggiava originariamente e fino al secolo scorso su 64 colonne, che solo in questo secolo sono state cementate ricavando un piano terra. Sulla facciata è visibile un'edicola con un'immagine della Madonna col Bambino, opera attribuita a Jacopo Sansovino (1486-1570). Sotto si può ammirare la suggestiva PESCHERIA cittadina, tappa obbligata per chiunque venga in visita a Chioggia. L'accesso principale è costituito dal 'Portale a Prisca', opera dello scultore padovano Amleto Sartori. Lungo il Corso del Popolo s'incontra la CHIESA DI S. ANDREA. Di antica fondazione (esisteva già nel XV secolo), la chiesa venne rifatta nel 1743 con la facciata è di tipo barocco. Conserva opere ragguardevoli tra cui nella sacrestia una tela raffigurante la crocifissione del Marescalco (Giovanni Buonconsiglio). Accanto la TORRE-CAMPANILE di stile romanico risalente al XI-XII secolo e, un tempo, torre di difesa e di avvistamento militare, che conserva l’orologio da torre più antico al mondo, esistente già nel 1386, contemporaneo di quello della cattedrale inglese di Salisbury. ...».

http://www.chioggia.org/sito/presentazione/index.htm  (a cura di Sergio Ravagnan)


Chioggia (castello della Luppa)

Dal sito www.velaveneta.it   Dal sito www.velaveneta.it   Dal sito http://iluoghidelcuore.it

«Originariamente si trattava di un isolotto emerso nell’area nord dell’antica Clodia Minor, dove si trovava una torre lignea che segnalava l’ingresso alla laguna. Dopo la Guerra di Chioggia fu riconosciuto come fondamentale luogo strategico per garantire la sicurezza della laguna sud. Venne così costruito il Castello della Luppa ( o Lova) tra il ‘400 e il ‘500 e, grazie a successive riedificazioni, che iniziarono subito dopo il termine della Guerra di Chioggia (nel 1384) e si protrassero fin alla caduta della Repubblica Veneziana (1797), si giunse all’attuale struttura dell’Isola di S. Felice che, vista dall’alto, assomiglia ad una stella a cinque punte sul modello del castello di Famagosta di Cipro e di altre fortificazioni veneziane. Questa struttura permette un controllo a 360° sia sulla laguna che sul mare e si è dimostrata un valido ostacolo alle mareggiate che continuavano ad erodere l’isola dal mare e dalla laguna. Molto interessante dal punto di vista architettonico, è ancora visibile il portale in pietra d’Istria progettato da A. Tirali agli inizi del ‘700 e i resti delle fortificazioni militari, ma anche dal punto di vista naturalistico. Attualmente non è visitabile e se ne attende una riqualificazione d’uso che tenga conto e ne valorizzi sia gli aspetti naturalistici che paesaggistici, dopo il trasloco della marina militare che ha occupato l’isola negli ultimi due secoli. Una passeggiata o un giro in bicicletta consente di ammirare paesaggi e scorci assolutamente unici e uno skyline della città di grande effetto, soprattutto al tramonto».

http://www.chioggialive.it/content/lisola-di-san-felice


Chioggia (porta di Santa Maria o Garibaldi)

Dal sito http://mediaffari.it   Dal sito http://wikimapia.org

«è proprio intorno a questo monumento ad oggi perfettamente conservato che si è sviluppata nel corso dei secoli la vita della città. Porta Garibaldi, o Porta o Torre di Santa Maria, nasce come unico accesso alla Chioggia rinascimentale, custodita da uno spesso perimetro di mura che la circondavano, rendendola completamente inaccessibile all'esterno, in un periodo storico ricco di fermenti e di agitazioni. L'unico ingresso per entrare nella città era proprio la porta, che oggi come allora, introduce direttamente in Corso del Popolo, la via principale di Chioggia. Come tuttora testimonia una lapide, tra quelle che arricchiscono l'interno della porta, la Torre o Porta di Santa Maria vide il passaggio di papa Pio VI, arrivato nella città veneta nel marzo 1782 per fare una tappa lungo il viaggio per Vienna, dove il papa avrebbe incontrato il sovrano Giuseppe II per discutere di importanti questioni relative proprio alla Chiesa di Roma: non è un caso che a memoria del passaggio papale sia stata posta la lapide, dal momento che nei secoli passati il Papa non si muoveva mai da Roma. Del suo viaggio, e soprattutto del passaggio e del pernottamento a Chioggia, è conservata una minuziosissima descrizione in una relazione custodita nella curia vescovile della città. La porta, edificata nel 1530, nel complesso delle mura difensive della città, colpisce per la raffinata imponenza che la contraddistingue: massiccia, proprio perché appartenente alle antiche mura, Porta Garibaldi presenta un singolare capitello dedicato all'immagine di una Madonna di marina, cui si deve probabilmente il secondo nome con cui la porta è conosciuta (Porta o Torre di Santa Maria). Sul frontone della lineare struttura a forma di arco, inoltre, spicca il Leone di Sammarco, fiera alata, simbolo di Venezia, all'epoca della costruzione repubblica marinara dominatrice dei territori circostanti, tra i quali la stessa Chioggia. Ancora oggi, fronteggiando il monumento oppure passandoci attraverso, si può intuire la funzione protettiva che ebbe al momento della sua costruzione nel Sedicesimo secolo e per tutti i secoli a venire, proprio grazie all'imponenza della struttura quadrangolare che la caratterizza e che la rendeva in passato inespugnabile: interessante quanto, nel corso dei secoli, questa mera funzione difensiva abbia lasciato il passo ad un quanto mai scenografico ingresso nel cuore della città veneta e, soprattutto, nella via più particolare e commerciale dell'intera Chioggia, quel Corso del Popolo tuttora meta ambita di tutti i turisti che, da ogni parte del mondo, decidono di visitare questa splendida città».

http://www.chioggialive.it/content/porta-garibaldi


Chioggia (torre delle Bebe)

Dal sito www.cavarzereinfiera.it   Dal sito www.chioggialive.it

  

«La Torre delle Bebe si trova in un territorio strategico all’interno di un intricato reticolo di canali che portavano alla laguna e ne costituiva un valido baluardo difensivo dagli attacchi dalla terraferma, a cominciare dalle incursioni longobarde. Il nome Bebe deriva dal latino Fossa Bebia e sappiamo che i romani indicavano i canali navigabili con il termine ‘fossa’, mentre Bebia è riconducibile al nome della gens romana Baebia, di cui si conoscono vari tribuni. La prima fondazione risale al 775, a difesa dalle invasioni dei longobardi e dei franchi, ma nel corso del tempo aumentò le sue dimensioni, visto che oltre alle fortificazioni esistevano due chiese, un convento, varie abitazioni e dei mulini. La gente che abitava il complesso doveva svolgere una vita dal tenore abbastanza agiato, vista la qualità e la raffinatezza degli oggetti rinvenuti attorno al sito. Il complesso rimase attivo fino agli inizi del XVII sec. e poi progressivamente abbandonato. Attualmente è ancora visibile una piccola porzione di una delle torri, ma il territorio circostante continua a far emergere tracce dell’antico insediamento, tanto che all’interno del Museo Civico è possibile vedere oggetti di vita quotidiana e preziosi reperti provenienti dal territorio della Torre delle Bebe per meglio comprendere come si viveva nel medioevo».

http://www.archeosub.it/articoli/laguna/bebe.htm


Chioggia (torre di Sant'Andrea o dell'Orologio)

Dal sito www.chioggia.org   Dal sito www.chioggialive.it

  

«Il campanile della Torre dell'Orologio della Chiesa di Sant'Andrea a Chioggia è stato costruito intorno al 1386, in stile romanico. L'Orologio della torre campanaria nata come faro e torre di avvistamento, è il secondo orologio più antico al mondo, preceduto solo di alcuni mesi dall'orologio Bretone della Cattedrale di Salisbury in Gran Bretagna. La millenaria Torre dell'orologio consente una visione panoramica stupefacente di Chioggia e la sua storia pare sia legata alla famiglia dei Dondi famosi costruttori di meccanismi del tempo. Sebbene il legame con la famiglia Dondi non sia ben documentato, si è propensi a ritenerlo una loro opera, sia per lo stile della costruzione, simile a molti altri orologi da loro costruiti, sia per le conoscenze astronomiche che questa famiglia possedeva.  L'orologio ha uno schema molto lineare presenta un pendolo che è stato applicato nel 700.  Il quadrante rotondo che si staglia dalla Torre Campanaria presenta una numerazione di 24 ore che vanno da I a XII e ancora da I a XII. Al centro del quadrante si può osservare un grande sole con i raggi che si staccano dal fondo e con la particolare lancetta che supera il lunghezza gli altri raggi e che compie un giro al giorno; a sinistra ancora una ruota e dei rotismi. Proprio il meccanismo che sta a sinistra del rocchetto permette a questo di ruotare 8 volte consentendo alla lancetta di compiere il proprio giro giornaliero attorno al quadrante. Ciò che stupisce i visitatori di Chioggia è il movimento dei rotismi per il suono delle ore. Alta oltre trenta metri, poggia su di una base spessa oltre un metro la millenaria Torre Campanaria di Sant'Andrea apostolo, venne restaurata nel 1997, con messa in sicurezza dei vari piani.

A partire dal settembre del 2006 fu inaugurata come "Museo verticale", i piani diventano un percorso attraverso la storia della Chiesa e della costruzione della Torre. Al piano terra il visitatore sarà accolto da alcuni documentari che raccolgono le informazioni tecniche ed artistiche della Torre dell' Orologio; una antica croce che nel 1912 dominava Chioggia dall'alto della torre, ora si trova nella prima sala del Museo. Direttamente dagli archivi storici del comune e della provincia, al primo e al secondo piano sono osservabili originali cartine della Chiesa di sant'Andrea e della Torre. Il terzo piano è custode oltre che di reperti storici anche di testimonianze di "pietà religiosa": molti sono gli ex voto alla Madonna dell'Addolorata. Sempre al terzo piano si può ammirare la stola del patriarca di Venezia cardinale Aristide Naccari, donata al Museo da Papa San Pio decimo che volle ricongiungere Chioggia con il patriarca originario di quelle zone.  Esposta la "Via Matrix" che raffigurano i sette dolori della madonna e l'antica "Via Crucis" del 1906. Originariamente l'orologio si trovava sulla torre nord ovest del palazzo pretorio di Chioggia, per via della ricostruzione di codesto palazzo l'amministrazione donò l'orologio alla Chiesa di Sant'Andrea».

http://www.chioggialive.it/content/torre-dellorologio-s-andrea


DESE (torre)

Dal sito www.bbdream.it   Dal sito www.tripadvisor.it   Dal sito www.terraantica.org

«Questa località, che rappresenta il territorio settentrionale della Municipalità di Favaro Veneto, deve il nome al fiume Dese, che l'attraversa. Il nucleo storico del borgo si sviluppò attorno alla pieve di Santa Maria della Natività, eretta nel XII secolo accanto alla torre di Dese, che probabilmente risale al IX secolo. Alta circa 20 metri, la torre ha pianta quadrata e la sommità provvista di una caratteristica merlatura. La base è in pietra, mentre la parte superiore è costruita in cotto, secondo una tipologia costruttiva impiegata anche nella vicina torre di Tessera. Rimangono incerte le ragioni che originarono l'edificazione della struttura: per taluni consentiva di presidiare i traffici fluviali lungo il Dese, che rappresentava un'importante via di comunicazione soprattutto per le merci, per altri assolveva ad una funzione difensiva e di avvistamento da possibili incursioni, in un territorio reso sovente insicuro. La torre, che nel tempo venne riconvertita con l'inserimento di una cella campanaria, permane ancor oggi, in buono stato di conservazione. ...».

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/D.6f64a0f7ef2a3d165727/P/BLOB%3AID%3D9869/E/pdf


Fratta (resti del castello)

Cortino del castello di Fratta, dal sito www.bibione.com   Cortino del castello di Fratta, dal sito www.isisleonardodavinci.gov.it

«Fratta si sviluppa oggi lungo le principali vie di collegamento stradale che si diramano dalla piazza centrale del paese verso ogni direzione. La visita al piccolo centro rurale può avere inizio proprio dal centrale slargo di via Castello, dove il visitatore può facilmente trovare un agevole parcheggio. ... Ritornando allo slargo di via Castello, il visitatore può subito raggiungere l’ingresso del Parco del Castello Fratta. Un vialetto alberato conduce ad una prima area visitabile, detta “cortino”. Qui si possono notare i resti della prima struttura difensiva voluta dai vescovi concordiesi intorno al IX secolo, ovvero una torre a pianta rettangolare che oggi accoglie al centro delle fondazioni il fusto di un’alta pianta di noce. Ospitato in un’antica casa quattrocentesca, il Museo del Castello di Fratta si apre sul “cortino” con un bel porticato a tre archi acuti. All’interno della struttura museale, attrezzata con tutti i più moderni supporti tecnologici, è possibile ammirare una delle più interessanti collezioni di ceramiche medievali e rinascimentali della regione, affiancata da un’accogliente stanza che vuole ricreare, con oggetti d’epoca e ricordi legati ad Ippolito Nievo, la cucina del castello descritta nelle Confessioni di un Italiano. Le sale superiori del complesso museale ospitano laboratori di restauro e la collezione civica delle opere a stampa riguardanti lo scrittore. Uscendo dal museo, un breve sentiero conduce al Parco di Marte e Flora in luogo del Castello di Fratta. Opera realizzata negli anni Novanta dall’Amministrazione Comunale, il parco comprende un’interessante area verde caratterizzata dalla ricostruzione delle mura di cinta dell’antico castello con partiture arboree e del complesso palaziale centrale con un suggestivo labirinto a raso. Immersi nel verde del parco sono visibili anche i pochi resti archeologici venuti alla luce durante gli scavi: si possono riconoscere due pozzi e un breve tratto delle mura castellane. In base alla documentazione iconografica è stato ricostruito anche l’antico terrapieno, che costituiva la prima cinta difensiva, strutturandone il declivio a spalti per un teatro all’aperto. Chi, uscendo dal parco, volesse raggiungere Fossalta di Portogruaro a piedi o in bicicletta, può farlo grazie ad un’agevole strada campestre detta “stradina di San Carlo”. La strada, circondata da numerose specie arboree recentemente piantate secondo un progetto di riqualificazione ambientale, ospita a metà del percorso un solitario oratorio dedicato a San Carlo, nel quale si possono riconoscere alcuni affreschi del XVII secolo».

http://www.comune.fossaltadiportogruaro.ve.it/c027016/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20004


JESOLO (Antiche Mura)

Dal sito www.comune.jesolo.ve.it   Dal sito www.turismovenezia.it

«Il cronista Marco Corner vissuto dal 1412 al 1464, gli anni del tramonto dell’Episcopato jesolano ci dice, per aver consultato personalmente l’inventario del Vescovado, che in questa vetusta città vi erano allora ben 42 chiese splendidissime, la maggior parte delle quali aveva un pavimento a tessere di mosaico come si può ancora scorgere in San Marco a Venezia. Fra queste chiese, primeggiava la Cattedrale dedicata alla Beata Vergine, ritenuta, nella Repubblica di Venezia, seconda per dimensioni dopo la Basilica di San Marco. Le rovine dell’antica cattedrale di Santa Maria, i ruderi di giganteschi torrioni, le massicce pareti e qualche cuspide, resistettero a lungo nei secoli. Già il patriarca Tomaso Donà nel 1495, autorizzando l’uso dei materiali delle chiese abbandonate e cadenti, escludeva assolutamente la Cattedrale che, se non dal tempo, almeno dagli uomini doveva essere rispettata. Oggi il sito archeologico Antiche Mura conserva i resti dell’antica cattedrale di Santa Maria, appartenente alla scomparsa diocesi di Equilium, sorta presso il sito di un precedente edificio paleocristiano dedicato a San Mauro. Durante le diverse campagne di scavo, è emerso che la cattedrale è stata costruita su una chiesa preesistente del VI-VII secolo, che a sua volta sorgeva sui resti di un antico sacello paleocristiano. Della basilica medievale, dell’antica capitale lagunare, distrutta durante la prima guerra mondiale, restano solo frammenti del mosaico pavimentale a motivi floreali, l'angolo di una parete, la base quadrata del campanile e una cripta».

http://www.comune.jesolo.ve.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/f%252F8%252F0%252FD.0d8a573e48acc3f5a417/P/BLOB%3AID%3D2735


JESOLO (ruderi di torre Caligo)

Dal sito www.acqueantiche.provincia.venezia.it   Dal sito www.jesolo.it

  

«Dell’antica torre altomedievale che sorgeva nei pressi dell’estremità occidentale del canale Caligo ed era stata probabilmente realizzata su una precedente struttura di età imperiale, si conserva il basamento quadrangolare, piuttosto diroccato, costruito con materiale romano di reimpiego, ovvero conci di pietra nella parte più bassa e, a seguire, corsi di mattoni. Il manufatto sembra essere l’elemento superstite di una coppia, dal momento che alcune mappe settecentesche indicano una seconda torre con lo stesso nome, ora del tutto scomparsa, al capo opposto del canale Caligo, in località Lio Maggiore. La costruzione superstite fino al XIV secolo era chiamata Turris de Plave e, secondo quanto riportato dalle fonti antiche, doveva avere una serie di esemplari simili collocati sulle rive del canale Revedoli (“torre da Fine”, “tor de Rodevol”), già distrutti nel XVI secolo. La torre, con funzione di controllo e avvistamento, deve sicuramente la sua importanza alla collocazione in un punto di snodo della navigazione retrostante i lidi, su percorsi attivi già in epoca pre-romana, potenziati all’inizio dell’età imperiale romana e coltivati nell’alto medioevo. Attraverso questa maglia di comunicazioni che utilizzavano i canali lagunari, passò il tracciato acqueo tra Ravenna, Chioggia e Caorle, in qualche modo parallelo alla via Annia, definito dalle fonti fossa Popilliola. I ruderi di Torre Caligo attualmente visibili sono parzialmente invasi dalla vegetazione; quello che un tempo era l’ingresso principale, dalla parte della strada, è chiuso da una rete metallica a maglie larghe che consente di riconoscere anche nelle pareti interne, come sulla muratura esterna, i segni (croci, un piccolo tabernacolo, forse i resti di un altarolo...) di una recente attenzione devozionale per l’edificio».

http://www.acqueantiche.provincia.venezia.it/schede/vediarea.asp?ID=B09


MESTRE (borghi medievali)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.centrostudistoricidimestre.it

«La città medievale aveva sempre, attorno al castello, dei borghi: una sequenza di case poste lungo le strade che uscivano dalle porte della città murata. Le case avevano spesso sul retro cortili e orti. Così fu anche per Mestre, il cui primo borgo al di fuori del Castelvecchio il Borgo detto di Mestre, verrà poi inserito dentro le mura del nuovo Castello e sarà chiamato anche Borgo Palazzo, per via del Palazzo del Podestà veneziano che sorgeva al suo centro. Il suo sviluppo fu favorito dalla vicinanza al castello e dall'approdo sul Marzenego. Le abitazioni più antiche sorgevano lungo l'attuale Via Torre Belfredo, che portava alla strada per Treviso, il Terraglio. Qui aveva dei possedimenti anche il monastero di S. Salvador di Venezia. Nel Borgo di Mestre (o Borgo Palazzo) sorgevano anche la case delle famiglie feudali trevigiane, tra cui primeggiava quella dei Collalto, che dal 1117 avevano in concessione una ripa in prossimità del porto (l'attuale Riviera Magellano). La Torre dell'Orologio era una casa-torre di loro proprietà edificata nel XII secolo e poi inserita nelle mura del Castelnuovo. A sud della Torre, sorgeva il Borgo di S. Lorenzo, grosso modo l'attuale Piazza Ferretto, che si trovava a cavallo dei due rami del Marzenego, in posizione quindi strategica per tutti i commerci. L'abitato sorse attorno alla Pieve di S. Lorenzo, che data al XI secolo, concentrandosi soprattutto sul ramo settentrionale del fiume. Qui sorgeva una Loggia pubblica (per cui la Torre dell' Orologio era detta anche Torre della Loggia) e la dogana portuale del Marzenego. Nel Borgo si teneva il mercato e i banditori leggevano i proclami. Un terzo borgo, più piccolo, sorse attorno alla chiesa e alla scuola di S. Rocco. Al di fuori della Torre di Belfredo, lungo la strada per Treviso sorse il Borgo detto in origine dei Tedeschi, per la presenza di mercanti nordici, e poi di S. Maria della Salute (o più semplicemente della Salute) per la presenza della chiesa e dell'Ospizio costruito dalla Scuola di S.Maria di Battuti, che sarebbe poi diventato l'attuale Casa di Riposo. Qui sorgevano molte case con appezzamenti di terra e insediamenti agricoli. Ad est sorgeva il Borgo di Campo Castello, una zona agricola con orti e mulini di cui però si sa poco. A sud del Borgo di S. Lorenzo, oltrepassato il Marzenego, sorgeva il Borgo delle Monache, così detto dalla presenza delle monache benedettine che nel 1520 vi costruirono un convento e una chiesa, dedicata a S. Maria delle Grazie che divenne famosa per via di un'immagine della Madonna cui i fedeli erano soliti chiedere grazie e fare ex-voti».

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/3%252F7%252Fc%252FD.70a16e0a9f7e6b37cf77/P...


MESTRE (Castelvecchio)

Dal video http://www.youtube.com/watch?v=1ZGI9Jz39ww   Dal sito http://circolobattisti.ve.it

«Uno degli elementi che più fortemente ha contribuito a definire l'assetto cittadino è stata la presenza del Marzenego, lungo il cui corso superiore, nell'arco dei secoli XII-XIV, si sviluppò il più antico insediamento di Mestre, individuabile in un castello e in un borgo. La prima citazione diretta del castello si ritrova in un documento del 1152 con il quale papa Eugenio III conferma al vescovo di Treviso, fra le altre possessioni, anche la Pieve di S.Lorenzo di Mestre, con il castello, il porto e la corte. (...) Il castello sorgeva tra i due rami del Marzenego in prossimità della riva sud del ramo settentrionale. Se ne ipotizza la costruzione su un sito fortificato di età altomedievale o tardoimperiale, tuttavia mancano ancora prove archeologiche a supporto di tale ipotesi. La sua configurazione ed estensione vengono ben evidenziate da un disegno cinquecentesco che lo rappresenta a forma circolare delimitato dagli alvei di un fossato che confluiscono nel ramo superiore del Marzenego. Non era circondato da mura ma semplicemente da strutture difensive in legno che, nel corso del Duecento, verranno sostituite da muraglia continua alla quale si aggiungeranno costruzioni di rinforzo a torre sull'esterno. Era inoltre dotato di due porte-torri, una verso la strada per Treviso e l'altra verso la strada per Venezia, ambedue le porte erano munite di "bettefredo". Non si sa esattamente cosa fosse un "bettefredo": si pensa ad una struttura difensiva di una certa altezza associata a terra, siepi e fosse. Quando nel 1337 Treviso passò ai veneziani, le condizioni del castello erano alquanto precarie. Dal 1342 al 1348 molte sono le notizie rilevabili dai registri del Senato circa le condizioni del sito che richiedeva urgenti interventi di risanamento. Si procedette però a piccoli interventi di riparazione, mai ad un completo restauro. Il castello svolse ancora la sua funzione difensiva in occasione dell'attacco di Francesco da Carrara signore di Padova nel 1378, ma si presentava ormai inadeguato a quelle che erano le nuove esigenze di difesa. Nel 1434 il Senato ne ordinò la demolizione e la vendita all'incanto degli immobili situati all'interno: a quella data nel luogo fortificato esistevano ancora una casa, dove avevano abitato occasionalmente i vescovi trevigiani, i loro gastaldi e successivamente i capitani trevigiani, una chiesa e un deposito per le munizioni. L'area occupata dal castello venne affittata a Andrea Da Mosto, nobile veneziano, e nel 1453 concessa ai frati di S. Salvador di Venezia i quali vi eressero una chiesetta intitolata a S. Giacomo. Il vecchio castello rimase in concessione al monastero fino alla caduta della Repubblica e fu utilizzato talvolta come lazzaretto (testo di Franca Cosmai, al CD-Rom Mestre, la Storia, le Fonti, a cura di Sergio Barizza, Comune di Venezia - Archivio Storico Comunale, 1988)».

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php...


MESTRE (cinta muraria, Castelnuovo)

Dal sito http://circolobattisti.ve.it   Dal sito http://circolobattisti.ve.it

«Nel 1371 il Senato deliberò l'inizio dei lavori al borgo di Mestre atti a renderlo più sicuro da un punto di vista difensivo. Le scarse notizie attualmente a disposizione attestano che il progetto fu perseguito cercando di sfruttare al massimo le preesistenze fra cui, in primo luogo, le due porte-torri: la casa dei Collalto, nobile famiglia trevigiana (cioè l'attuale Torre dell'Orologio) e la Torre Belfredo, che vennero trasformate in torri di difesa. Nel 1385 la nuova rocca (o castello) era costruita. Dalla Torre dei Collalto, procedendo in senso orario verso nord ovest, comprendeva parte del borgo S. Maria e la porta del Terraglio, piegava verso est, all'altezza dell'ospedale dei Battuti, dove cominciava l'antica via per Carpenedo (la zona che sarà chiamata 'gli Spalti'), quindi a sud per raggiungere la zona dei mulini e scendere quindi di nuovo al porto e alla torre dei Collalto. Restavano fuori a nord est il borgo di Campo Castello e, a est, i mulini e i folli attestati sul ramo minore del Marzenego, detto il canaletto di S. Girolamo. Il progetto non era più quello di un castello di concezione feudale separato dal borgo bensì di una zona fortificata in stretta connessione col borgo. Al suo interno, nel 1392, c'era la residenza del Podestà-Capitano; nel 1483 ospita il castellano, mentre era già stato costruito il palazzo del podestà dove ora c'è il palazzo municipale. Il "castrum novum" (il castelnuovo) di Mestre non è che il vecchio borgo di Mestre.

La cinta muraria era stata terminata nel 1405, i muri erano alti, come testimonia il tratto ancora visibile che si conserva nel giardino pubblico di via Torre Belfredo. Le mura non erano comunque puri elementi passivi di difesa: forse anche per garantirne meglio la manutenzione si avvia progressivamente un processo di privatizzazione. Da atti d'archivio che si riferiscono ad affitti concessi in Mestre, si desume che fra il 1490 e il 1497 il governo veneziano decide di affittare le torri, i fossati, gli spalti, i volti del muro e persino autorizza lavori di trasformazione. È grazie a questi atti che si riesce a conoscere sommariamente i caratteri generali, la topografia della città murata in epoca tardo medievale. Prima delle distruzioni avvenute nel 1513 la cinta muraria di Mestre era provvista di tre porte poste alla fine delle tre strade principali del borgo di Mestre, la porta del Terraglio a ovest che immetteva al borgo di S. Maria dei Battuti, la porta di S. Lorenzo a sud che conduceva al borgo omonimo, la porta di Campocastello a est del borgo omonimo. Dopo la ricostruzione successiva alle distruzioni del 1513 le porte assunsero una diversa denominazione, la porta del Terraglio è detta di Santa Maria (poi semplicemente Belfredo), la porta di Campocastello è chiamata porta dei Mulini perché passava in prossimità di un ramo dell'Osellino, la porta di S. Lorenzo è chiamata porta della Loggia (testo di Franca Cosmai, dal CD-Rom Mestre, la Storia, le Fonti, a cura di Sergio Barizza, Comune di Venezia - Archivio Storico Comunale, 1988)».

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MESTRE (torre Civica o dell'Orologio)

Dal sito www.magicoveneto.it   Dal sito http://circolobattisti.ve.it

«I primi documenti che attestano la presenza della torre risalgono al XIII secolo quando a Mestre c'era la famiglia trevigiana dei Collalto. Nel corso dei secoli è stata chiamata Torre di San Lorenzo, Torre delle Ore, Torre Civica e Torre dell'Orologio; assieme alla porta-torre di Belfredo era uno degli accessi al borgo Mestre recintato da una palizzata di legno. In una mappa del 1603 questo ingresso, che metteva in comunicazione l'interno dell'abitato fortificato con il borgo di San Lorenzo, era denominato "Porta della Loza". Nel XIV secolo, con la conquista dei veneziani tra questa torre e la vicina torre di Ca'de Musto furono costruiti due alti muri in modo tale da formare un fortilizio che divenne parte integrante della nuova cinta muraria chiamata Castelnuovo che sostituì nella funzione militare difensiva il Castelvecchio. Alla fine del Cinquecento la torre fu dotata di un orologio che guardava verso Via Palazzo. All'inizio del XVII secolo l'edificio veniva rappresentato parzialmente diroccato, tuttavia in una mappa del 1614 appare già restaurato e parzialmente modificato con la costruzione al suo fianco di un'altra porta, che permetteva di transitare dalla Piazza Maggiore verso il borgo Mestre. Sempre in questo periodo alla torre furono addossate anche delle case e infine si realizzò un altro orologio per far vedere le ore anche dalla Piazza. Prima del 1796 fu abbattuto il muro di cinta del Castelnuovo di cui rimane traccia anche sul muro esterno del lato ovest della torre. Tra l'Ottocento e il Novecento l'edificio subì due interventi di restauro. Con il primo furono aperti tre passaggi al piano terra, per realizzare un porticato, e due piccole finestrelle sul lato ovest; si demolì la torricella che conteneva la campana collocata sul tetto, si costruirono i merli e fu installato un nuovo meccanismo per l'orologio. Chi si occupava di farlo funzionare poteva usare i locali della torre a suo piacimento; fu così che per un lungo periodo venne utilizzata come magazzino, bottega da caffè e abitazione privata. Tra il 1848 e il 1849 fu torre di avvistamento per l'esercito austriaco. Durante il secondo restauro furono asportati i resti degli affreschi antichi che ricoprivano le murature esterne e per l'ennesima volta fu sistemato il tetto e sostituito nuovamente l'orologio che non funzionava. All'inizio del XX secolo vennero aperte due finestrelle a fianco del quadrante dell'orologio rivolto alla Piazza, che dovevano indicare le ore, come quelle della torre di Piazza san Marco. Pochi anni dopo si avanzò l'ipotesi di trasformare la torre in acquedotto. Durante il Ventennio fascista si riunivano tra le sue mura le brigate nere della cui propaganda politica rimane traccia negli affreschi parzialmente visibili al piano terra. Fino al 1950 ripresero le affittanze e in seguito il Comune di Venezia adibì la torre a deposito dell'Archivio cittadino. Nel 1976 un forte terremoto mise a dura prova le strutture e per questo venne svuotata dagli incartamenti in attesa dell'ennesimo intervento di restauro. La Torre, dopo la ristrutturazione, è stata inaugurata il 28 settembre 2003».

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9228


MIRA (villa Foscari La Malcontenta)

Dal sito www.unav.es   Dal sito http://lamalcontenta.com/

«La villa che Palladio realizza per i fratelli Nicolò e Alvise Foscari intorno alla fine degli anni ’50 sorge come blocco isolato e privo di annessi agricoli ai margini della Laguna, lungo il fiume Brenta. Più che come villa-fattoria si configura quindi come residenza suburbana, raggiungibile rapidamente in barca dal centro di Venezia. La famiglia dei committenti è una delle più potenti della città, tanto che la residenza ha un carattere maestoso, quasi regale, sconosciuto a tutte le altre ville palladiane, cui contribuisce la splendida decorazione interna, opera di Battista Franco e Gian Battista Zelotti. Studi recenti hanno documentato un intervento dei fratelli Foscari a favore di Palladio per la progettazione di un altare per la chiesa di San Pantalon nel 1555, che testimonierebbe un rapporto precedente alla progettazione della villa. La villa sorge su un alto basamento, che separa il piano nobile dal suolo umido e conferisce magnificenza all’edificio, sollevato su un podio come un tempio antico. Nella villa convivono motivi derivanti dalla tradizione edilizia lagunare e insieme dall’architettura antica: come a Venezia la facciata principale è rivolta verso l’acqua, ma il pronao e le grandi scalinate hanno a modello il tempietto alle fonti del Clitumno, ben noto a Palladio. Le maestose rampe di accesso gemelle imponevano una sorta di percorso cerimoniale agli ospiti in visita: approdati davanti all’edificio, ascendevano verso il proprietario che li attendeva al centro del pronao. La tradizionale soluzione palladiana di irrigidimento dei fianchi del pronao aggettante tramite tratti di muro viene sacrificata proprio per consentire l’innesto delle scale. La villa è una dimostrazione particolarmente efficace della maestria palladiana nell’ottenere effetti monumentali utilizzando materiali poveri, essenzialmente mattoni e intonaco. Come è ben visibile a causa del degrado delle superfici, tutta la villa è in mattoni, colonne comprese (tranne quegli elementi che è più agevole ricavare scolpendo la pietra: basi e capitelli), con un intonaco a marmorino che finge un paramento lapideo a bugnato gentile, sul modello di quello che compare talvolta sulla cella dei templi antichi. La facciata posteriore è uno degli esiti più alti fra le realizzazioni palladiane, con un sistema di forature che rende leggibile la disposizione interna; si pensi alla parete della grande sala centrale voltata resa pressoché trasparente dalla finestra termale sovrapposta a una trifora. In quest’ultima è chiarissimo il rimando al prospetto di villa Madama di Raffaello, documentando un debito di conoscenza che Palladio non ammetterà mai direttamente».

http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=23&lingua=i


Mirano (villa Belvedere)

Dal sito www.ubijazz.it   Dal sito www.comune.mirano.ve.it   Dal sito http://brenta.tv

«A ridosso del centro storico si trovano i parchi pubblici delle ville Belvedere e Morosini-XXV Aprile (con una superficie totale di cinque ettari) e il parco privato di villa Errera, che formano un polmone verde nel cuore della città seguendo il percorso del fiume Muson all'interno del centro storico. Un elegante cancello con statue attribuite al Marinali immette nel parco della seicentesca villa Belvedere (ora sede degli uffici tecnici comunali) con annessa barchessa (ora teatro comunale). Di fronte alla villa si erge il suggestivo complesso architettonico del Castelletto e delle grotte del Belvedere. Il Castelletto, uno dei rari esempi esistenti di questo genere, è databile alla seconda metà dell'Ottocento e fu costruito dal nobile veneziano Vincenzo Paolo Barzizza seguendo il gusto tardo romantico delle finte rovine. Più che una semplice torre, è un vasto complesso a forma di castelletto, dotato, nella pianta, di quattro locali (due lasciati di proposito a cielo aperto fin dall'origine) accanto ai quali sorge la torre ottagonale a cinque piani, sui resti di un basamento cilindrico, una finta rovina dove si apre una finestra ad arco e sesto acuto. Nella torretta si sale mediante una elegante scala a chiocciola in pietra fino alla stanza del vero e proprio Belvedere, dotata di una bifora neogotica per ogni lato dell'ottagono: stanza dalla quale, appunto, la vista spazia tutt'intorno a 360 gradi. Nel tratto finale una scala a chiocciola porta all'ultimo piano che consta di una terrazza ornata di merli, da cui si ammira un ancor più ampio panorama. La Torretta nasconde sotto di sé una Grotta misteriosa riccamente articolata in più comparti, comunicante con la Villa tramite un cunicolo poi murato, mentre altre vie sotterranee, ora ostruite, si dice conducessero a castelli circonvicini (a Noale e Stigliano; e inoltre a Castelliviero e Salzano). A completare questo insieme, si estende accanto il bel lago artificiale, scavando il quale si è potuta formare l'altura con materiale di riporto, e le cui acque giungono ad affiorare anche sul fondo della Grotta. Il laghetto è alimentato dalle acque del Muson, che in passato muoveva i vicini Molini di Sopra, ora utilizzati come ristorante. Durante il restauro concluso di recente sono stati ritrovati importanti frammenti di un affresco attribuito a Giovanni Demin (1786-1859), che si riteneva perduto, rappresentante "L'Allegoria delle Arti e dei commerci che portano prosperità a Venezia". Per visite guidate al complesso del Castelletto (solo nel periodo estivo) contattare l'Ufficio Cultura».

http://www.comune.mirano.ve.it/turismo/itinerari.htm


Mirano (villa Fassina)

Dal sito www.irvv.net   Dal sito www.irvv.net

«La posizione, quasi sul ciglio della strada e la grande magnolia che protegge la villa non fanno apprezzare in pieno l’elegante costruzione della facciata; l’accesso alla proprietà avviene attraverso un ingresso costituito da tre aperture, sostenute da pilastri in pietra ottagonali. La villa settecentesca, alla quale si accede tramite una piccola gradinata, è disposta su pianta rettangolare con asse parallelo alla strada; orientata con direttrice nord-sud, si sviluppa su due piani; la facciata principale verso meridione, è preceduta da un piccolo giardino che avvolge il visitatore, ripreso in maniera più ampia e curata sul versante posteriore dell’edificio. Il linguaggio architettonico propone in maniera convincente gli elementi tradizionali dell’edilizia veneziana. La disposizione forometrica, caratterizzata da sette assi, oltre a creare un certo ritmo nella lettura architettonica evidenzia la corrispondenza tra interno ed esterno, rilevando già in facciata la disposizione interna. L’asse distributivo principale è in corrispondenza della fascia mediana che è enfatizzata con l’inserimento di un corpo ad abbaino sopraelevato di un piano, raccordato al corpo principale tramite due volute laterali; il timpano triangolare modanato di coronamento è arricchito da elementi acroteriali sui suoi vertici. L’uso della pietra d’Istria, materiale tipico dell’edilizia veneziana, ricorre costantemente sia negli elementi architettonici come le fasce a marcapiano e le cornici di sottogronda, sia negli elementi decorativi, come per esempio le balaustre del balcone del piano nobile o le cornici delle finestre. Tra gli annessi vi è una piccola costruzione, situata a oriente del corpo padronale, che mostra in facciata – lato corto dell’edificio – tre aperture ad arco a pieno sesto, ora tamponate, in cui si può riconoscere l’antica barchessa. Una seconda barchessa, posta a ovest della villa, è resa abitabile dopo un recente restauro. Circonda la costruzione un parco che si sviluppa verso settentrione, su di un lotto rettangolare».

http://irvv.regione.veneto.it/xw/lod/front/file/75753.pdf


Mirano (villa Morosini-XXXV Aprile)

Dal sito http://bicicletta.bonavoglia.eu   Dal sito http://bicicletta.bonavoglia.eu   Dal sito http://bicicletta.bonavoglia.eu

«Il parco di villa Belvedere è collegato da un ponte con quello della splendida villa Morosini-XXV Aprile, seicentesca, di ricordo palladiano, armoniosa e classica con la sua bella loggia a colonne d'ordine ionico, coronata dal timpano e statue. La villa è, tra quelle di proprietà comunale, la più elegante e ricercata, pur nelle sue modeste dimensioni. Già restaurata nelle strutture esterne, è stata fino al 2003 sede della biblioteca comunale. Delle due barchesse parallele presenti nei catasti storici, simmetricamente disposte rispetto alla villa, ne è rimasta una sola, recentemente restaurata e riportata all'antico splendore. Attualmente è adibita a prestigiosa sede di mostre e manifestazioni culturali. Villa e barchessa si trovano immerse in un splendido parco all'inglese, impreziosito da una ricchissima varietà di piante e alberi. I parchi di Villa Morosini e Villa Belvedere sono aperti al pubblico tutto l'anno. Numerosissime altre ville, la maggior parte di proprietà privata, sorgono in città. Si ricordano villa Giustinian, la settecentesca villa Van Axel (ora proprietà delle suore Canossiane), le barchesse di villa Errera (ora ospitanti alcune sale comunali), l'ottocentesco Municipio vecchio. Più esternamente si trovano villa Taccioli (XVI sec.), villa Querini-Magno (XVII sec., con vasto parco ottocentesco), villa Zinelli (XVII-XIX sec., ora sede dell'Asl 13), villa Heinzelmann-Donà delle Rose (XVIII sec.), villa Cabrini-Parolari ora Moore (XVII sec.)».

http://www.comune.mirano.ve.it/turismo/itinerari.htm


Mussetta di Sopra (castello di Mussetta o Mussa, non più esistente)

Dal sito www.mussetta.it   Dal sito www.mussetta.it

«Il primo nucleo di Mussetta si sviluppò in seguito all'anno 1000 attorno a un castello edificato dai Patriarchi di Aquileia, i quali detenevano la giurisdizione sul territorio circostante. All'epoca, Mussetta era parte di un ampio feudo, che comprendeva Fossalta di Piave, Croce, San Donato, Losson della Battaglia, Meolo e Marteggia. Un documento risalente al 1152 cita la soggezione religiosa di Mussetta ai vescovi di Treviso, indicando la chiesa dell'abitato, dedicata a san Biagio, come una "regula" dipendente dalla pieve di San Mauro di Noventa. Nel 1177 Il patriarca di Aquileia affidò "il castello di Mussa con tutte quelle possessioni e terre e boschi che al detto castello appartengono" ad Ezzelino I da Romano (detto "Il Balbo"), di ritorno dalla Terrasanta. Negli anni successivi la giurisdizione civile di Mussetta restò in mano alla casata degli Ezzelini, e nel 1207 il feudo venne assegnato in dote a Palma da Romano (figlia di Ezzelino II il Monaco) per le sue nozze con Valpertino di Cavaso (o di Onigo). Il matrimonio fu celebrato il 16 febbraio dello stesso anno a Mussetta alla presenza di importanti personaggi del tempo. In quel periodo la giurisdizione ecclesiastica apparteneva al Patriarca di Aquileia e il castello era dotato di una chiesa intitolata a Santa Maria Assunta e a Sant'Osvaldo. In seguito alla morte di Palma da Romano (1218), Mussetta ritornò agli Ezzelini. Coinvolta nella guerra tra il comune di Treviso e i Da Romano, nel 1234 il borgo fu saccheggiato e gli scontri portarono alla distruzione del suo castello. Ricostruito ai tempi di Ezzelino III da Romano, il castello subì una catastrofica alluvione del Piave nel 1250. ...» - «...Il Castello sorgeva su una ”mussa” (piccola collina a forma di schiena d’asino, cfr J. Pirona, Vocabolario friulano, 1871) ulteriormente innalzata prima di elevarvi l’edificio che era tutto circondato da un profondo fossato, alimentato, mediante un canale, dalle acque del Piave. Esso era stato pensato come un castello di fiume, con l’intento di controllare e riscuotere proventi sui traffici e i commerci sul Piave, oltre che sul territorio circostante. ...».

http://www.wikiwand.com/it/Mussetta - http://www.mussetta.it/uplpdf/263_iol.pdf


NOALE (castello, torre dell'Orologio, torre delle Campane)

Dal sito www.cuboimages.it   Dal sito http://bettylafeaecomoda.forumcommunity.net

«Alla Rocca si affianca il Castello, ovvero quell'area ancora cinta dai fossati medievali che con forma di quadrilatero irregolare sorge a cavallo della direttrice Camposampiero-Mestre, racchiudendo il centro storico di Noale. All'interno del perimetro (ma una vera e propria cinta muraria non è mai esistita), si elevano la chiesa arcipretale e antiche abitazioni decorate con affreschi nonché l'ampia piazza Castello, già piazza Calvi. Fanno parte del complesso due grandi porte d'ingresso munite di merlature a coda di rondine, cui si affiancano le torri note come Torre dell'Orologio e Torre delle Campane. La Torre dell'Orologio o Grande o Trevisana o Civica costituiva l'entrata a levante dell'antico borgo medioevale; essa è alta 32 metri e, nel 1836, ne è stata decorata la sommità con i merli ghibellini che permangono tuttora, mentre prima la cella campanaria era coperta da un tetto di coppi a quattro spioventi. Essa possiede inoltre due orologi circolari dai quadranti celesti: uno sulla facciata che guarda a Piazza Castello (con numeri arabi) ed un altro dal lato dell'incrocio delle Quattro Strade (con numeri romani). La torre viene infine utilizzata ogni anno, in occasione del Palio, per riproporre uno spettacolo pirotecnico che ne simula l'incendio. La Torre delle Campane o dei Preti costituiva l'entrata a ponente del borgo. Essa era un tempo alta come la Torre dell'Orologio ed era coperta da un tetto di coppi a quattro spioventi, fino a quando, nel 1876, si decise di sopraelevarla aggiungendovi la cella campanaria, anch'essa adorna di merli ghibellini, portandola così ad un'altezza di 43 metri, e divenendo di conseguenza l'edificio più alto del paese. L'interno della torre viene oggi utilizzato per l'allestimento di varie mostre».

http://it.wikipedia.org/wiki/Noale#Castello


NOALE (palazzo della Loggia, altri palazzi)

Dal sito www.venezianow.it   Dal sito http://en.turismovenezia.it

«La prima piccola antica Loggia venne costruita nel 1389 accanto alla Torre dell'Orologio, a ridosso del fiume Marzenego, e al suo interno vi si amministrava la giustizia al tempo del dominio della Serenissima. Attorno al 1525, essendo questa troppo angusta, si decise di costruirne una nuova accanto, terminata nel 1557: comprendeva una loggia composta da tre archi gotici al pian terreno, ed un poggiolo in marmo al piano superiore, sormontato da un'effige raffigurante il leone di S. Marco; il tetto era infine cinto da una sequenza di merli ghibellini. Nel 1848 venne però deciso di demolirla, e, al suo posto, fu eretta l'attuale Loggia. Essa è un palazzo in tipico stile gotico veneto disposta su tre livelli; questo palazzo è stato sede del municipio di Noale fino alla seconda metà del '900. Al pian terreno si trova inoltre un monumento ai caduti e la tomba di Pietro Fortunato Calvi. Il Palazzo Negro, in piazza Castello, è una costruzione dell'inizio del XV secolo ed ha subito molte modifiche nel corso dei secoli. Il recente recupero della facciata ha evidenziato decorazioni vivaci e a forte cromia. I decori risalgono al Quattrocento e appartengono a un artista veneto. All'interno si trova una decorazione parietale ripetitiva tardo-quattrocentesca molto raffinata. La Casetta della scuola dei Battuti è un edificio piuttosto piccolo in piazza XX Settembre: essa è stata riccamente decorata con affreschi nel 599 su commissione dei frati Battuti. Importanti sono l’affresco centrale in facciata de "la Madonna degli Angeli" e l'affresco de "la Madonna dei Battuti", raffigurante la Vergine Maria nell’atto di abbracciare sei frati sotto il suo mantello. Tra gli altri numerosi edifici di pregio, sono da menzionare: il Palazzo Soranzo-Scotto, edificio del XVI secolo ora adibito a biblioteca comunale».

http://it.wikipedia.org/wiki/Noale#Palazzo_della_Loggia


NOALE (resti della rocca dei Tempesta)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.noale.info

«Risale probabilmente al XII secolo e fu eretta dai Tempesta, avogadori del vescovado di Treviso e legati da parentela con l'antica nobile famiglia dei Camposampiero, divenuti Signori di Noale nel 1158. Noale assunse grande importanza strategica, essendo posta nel mezzo tra la strada Padova-Treviso e all'incrocio con la via che da Mestre andava a Camposampiero, questo spiega la necessità di costruirvi una fortezza che venne utilizzata per scopi militari fino al XV secolo e si trovò al centro delle frequenti lotte tra Treviso e Padova. Nel 1180 riuscì a resistere a furiosi assalti portati dalle milizie patavine, mentre nel 1242 rigettò l'attacco sferrato da Ezzelino da Romano. Successivamente nel 1245 divenne feudo di Ezzelino da Romano, a seguito della cattura e della reclusione di Nicolò Tempesta con la sua famiglia; sotto questa signoria furono fortificati il Castello e le torri. Dopo Ezzelino ritornò ai Tempesta finché nel 1343 passò alla Repubblica di Venezia, alla quale rimase, escluso il breve periodo Carrarese, fino alla sua caduta e al definitivo abbandono del 1763. A partire da quello stesso anno molte parti dell'ormai cadente struttura vennero deliberatamente demolite per ricavarne materiali da costruzione "a beneficio della comunità". Nel 1819 divenne Camposanto fino al 1983 quando costruito il nuovo cimitero cominciarono le riesumazioni conclusesi nel 1996. Questo suo utilizzo ha accresciuto ancor più la fama di luogo lugubre e sinistro. Quest'atmosfera si respira tuttora, anche se le tombe sono state rimosse; rimane qualche lapide storica ed alcuni affreschi. E ciò basta ad evocare macabri presagi, specie se ci si avvicina verso sera oltrepassando in solitudine quella porticina d'ingresso dalla punta gotica e ci si sofferma al centro, vuoto, di quella cortina di mura in rovina. Ora la Rocca è visitabile in occasione di visite guidate o manifestazioni. Il fortilizio era stato concepito come una macchina da difesa poderosa ed imprendibile, separata ed autonoma rispetto alla stessa città fortificata. Era circondato da fosse e irrobustito da quattro torri e da una quinta più bassa. Due ponti levatoi erano le sole vie di accesso, uno a sud sopra le fosse e l'altro a nord sul Marzenego».

http://castelliere.blogspot.it/2011/03/il-castello-di-mercoledi-16-marzo.html


Robegano (castello non più esistente)

Dal sito http://cdn1.regione.veneto.it   Dal sito http://cdn1.regione.veneto.it

«Il primo riferimento scritto di Robegano risale al 1154. All'epoca costituiva un villaggio di una certa importanza, più popoloso e florido anche rispetto a Salzano. Lo sviluppo fu favorito dal passaggio della via Mestrina, che congiungeva Noale a Mestre, e dalla vicinanza al Marzenego. Nel 1163 viene citato un Guarniero da Robegano tra i testimoni di un atto. È certo inoltre che sin dal Duecento esistesse a Robegano una fortificazione eretta dai Tempesta, signori di Noale e poi passata alla famiglia dei Da Robegano, provenienti da Treviso. Nello stesso periodo è documentato l'ospedale di Sant'Elena, che sorgeva lungo la strada per Martellago. Ai confini tra i territori di Padova e Treviso, il territorio di Robegano fu sconvolto da vari eventi bellici, specialmente durante il XIV secolo. Dal 1388 passò definitivamente alla Repubblica di Venezia, venendo assegnata alla podesteria di Noale. Il castello di Robegano ai tempi della conquista veneziana era già in cattivo stato, ma fu demolito definitivamente assieme ad altri castelli vicini, a scopo strategico, dopo la sconfitta di Venezia nella guerra contro la lega di Cambrai. La famiglia dei Da Robegano spostò così la propria residenza nella dimora nobiliare di Treviso. Creato comune autonomo dai Francesi (1797), nel 1808 divenne frazione di Salzano, quale è oggi».

https://it.wikipedia.org/wiki/Robegano#Storia


Salvarolo (castello non più esistente)

La chiesa di San Giacomo Apostolo, foto di Livio Collovini, dal sito www.panoramio.com   La chiesa di San Giacomo Apostolo, dal sito www.diocesi.concordia-pordenone.it

«Il castello di Salvarolo era antichissimo e i suoi nobili proprietari occupavano il ventunesimo posto nel parlamento della Patria del Friuli. Salvarolo contribuiva nel 1327 con tre elmi alla difesa dello stato, quanto Lorenzaga, Fontanabona, Sbroiavacca, Maniago ed altri. Un Federico Il di Salvarolo fu abate di Sesto. Distrutto dai signori di Lorenzaga, il castello passò successivamente (1469) alla ricchissima famigila Altan di San Vito, nel 1470 insignita del titolo comitale, e finì con il passare dei secoli e per intervento degli uomini col rovinare completamente. Ora non si sa più indicare con esattezza dove il maniero sorgesse. Anche la famiglia Altan si è estinta. La chiesa [San Giacomo Apostolo] è del 1016 e sia pure con successivi restauri rimane l'originale. Essa apparteneva a S. Giorgio di Chions dal 1500; come Chions in precedenza era soggetta ad Azzano» - «Il castello di Salvarolo fu eretto, alla fine del decimo secolo, dall'omonima famiglia di feudatari patriarcali, che sedevano nel Parlamento della Patria del Friuli, e dalla quale prese il nome la località, oggigiorno sotto il comune di Pramaggiore. Dopo varie vicissitudini, il castello passò il 2 febbraio 1469 alla famiglia Altan di S. Vito al Tagliamento. Con il passare del tempo il castello venne totalmente distrutto mentre la chiesa principale [San Giacomo Apostolo], edificata nel 1016, è tuttora esistente. Soggetta inizialmente alla parrocchiale di Azzano Decimo, dal 1500 dipese dalla matrice di S. Giorgio martire di Chions, a sua volta staccatasi da Azzano».

http://www.diocesi.concordia-pordenone.it... - http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag...


Santo Stino di Livenza (castello)

a c. di Stefano Favero


Stigliano (castello)

a c. di Stefano Favero

  


TESSERA (torre circolare)

Dal sito www.terraantica.org   Dal sito www.arimestre.it

«è una torre cilindrica che si trova lungo la strada (via Triestina) che collega Favaro Veneto a Tessera ed è simile alle torri romanico-bizantine di Caorle, Ravenna e Pomposa. è collocata al limite meridionale della Centuriazione romana Altinum I. Nonostante sia stata eretta tra il X ed il XI secolo, è ancora oggi ben conservata. Fece parte del Monastero Benedettino che venne istituito nel 1139 quando il vescovo di Treviso, Gregorio Giustiniani, consacrò chiesa ed abbazia al nome di Sant’Elena (madre di Costantino) affidandone la cura all’Abate di San Benedetto Po, sotto la regola di Matilde di Canossa. Successivamente il Monastero risulta essere uno degli ospitali dell'Arcipretato di Mestre, per l'accoglimento e ricovero di viandanti e pellegrini. Esso, infatti, viene citato come tale nei quaderni delle decime degli anni 1297-1330. La torre è alta 24 metri ed ha una circonferenza alla base di 14 metri. Ha un basamento in conci di trachite. Si restringe verso la sommità dove si aprono le bifore della cella campanaria nel cui interno si trovano due piccole campane bronzee una delle quali reca incisa la data di fusione 1509. La muratura è fatta con “Altinelle”, mattoni di dimensione ridotte (circa 4,5-5 x 7.8 x 16-18 cm.) provenienti quasi sicuramente dal recupero di materiali dalla distrutta Altino. Le altinelle erano laterizi pavimentali utilizzati in terraferma in tarda età imperiale».

http://www.arimestre.it/old/storiaTTess.htm


VENEZIA (Arsenale)

Dal sito http://bur.regione.veneto.it   Dal sito www.fotomaniac.it

«L'Arsenale di Venezia, fondato nel 1104 per volere del doge Ordelaf Falier, è una grande struttura industriale, portuale e militare dove venivano costruite e riparate tutte quelle imbarcazioni troppo grandi per poter essere lavorate negli squeri sparsi per la città. L'Arsenale di Venezia, sorto sopra due isolette denominate le "Gemelle", col tempo, è stato ampliato in più parti con nuove costruzioni e nuovi scali fino a formare una vasta area industriale, che si snodava anche nel tessuto urbano , protetta da mura e da torri, nella zona nord-est della città, nel sestiere di Castello. La parola "arsenale" trova significato nel termine arabo "darsina" ossia darsena e cantiere: quel cantiere da qui uscirono le navi da guerra e mercantili che fecero di Venezia la città più potente dell'Adriatico e del Mediterraneo. Si accedeva all'Arsenale di Venezia attraverso la "Porta di terra " o attraverso la " Porta d'acqua". Il portale d'ingresso di terra dell'Arsenale fu costruito dall'architetto Antonio Gambello nel 1460 sulla base degli archi di trionfo romani, ed è il primo esempio di arte rinascimentale nella città. Capeggia un grande leone alato simbolo della Serenissima e i lati della porta quattro leoni, due dei quali portati dalla Grecia da Francesco Morosini nel 1687. Davanti al portale venne costruita, nel 1682, una terrazza popolata da divinità mitologiche. Dal mare si accedeva all'Arsenale attraverso il rio dell'Arsenale dove si apre la Porta d'acqua con ai lati due alte torri merlate del XVI secolo, che anticamente reggevano due grandi cancelli. All'entrata dell'Arsenale, l'attuale ponte in legno, ora fisso, era un ponte levatoio che permetteva il passaggio delle imbarcazioni. Attraverso la porta, transitando il rio, si giungeva alla Darsena Vecchia: il cuore più antico del complesso.

L'accesso venne più volte modificato e ampliato per adattarlo alle dimensioni dei navigli che dovevano transitarvi. Furono i Francesi, nel 1810, ad aprire il canale della "Porta nuova", sul lato nord-est della muraglia, per farvi entrare le navi senza dover attraversare il Bacino di San Marco. Verso la metà del XVI secolo venne costruito un fabbricato adibito a rimessa del Bucintoro, la nave di rappresentanza del doge, che qui era sempre curata e sottoposta ai necessari interventi di manutenzione. Nel 1579 veniva ricostruita e ampliata su progetto di Antonio Da Ponte la Casa del Canevo o Corderia adibita alla fabbricazione delle gomene necessarie alle navi. Tutta l'area dell'Arsenale di Venezia ospitava innumerevoli scali, bacini, magazzini, fonderie, officine per le armi e granai. Molti erano gli operai che vi lavoravano, i cosiddetti "arsenalotti ", e solitamente abitavano in quartieri appositi costruiti attorno alle mura. In questi quartieri si svilupparono anche molte attività artigianali di supporto, delle quali ci parlano i nomi di alcune calli: calle delle Vele, calle del Piombo, calle delle Ancore,calle della Pegola. Negli anni gli interventi sulla struttura dell'Arsenale sono stati numerosi, tuttavia il grande complesso produttivo perse sempre più la propria importanza sia militare che mercantile. Durante la dominazione austriaca e poi con il governo italiano, l'Arsenale venne via via adattato a soddisfare le nuove esigenze della moderna forza navale; divenne di pertinenza della Marina Militare Italiana, che vi fece costruire alcune fra le più importanti navi da guerra. Durante la prima guerra mondiale venne quasi completamente svuotato dei suoi impianti produttivi nel timore che potesse cadere in mano al nemico; successivamente riprese la propria attività per la cantieristica militare italiana. Dal 1957 lo si aprì anche ad altri usi e oggi è utilizzato per alcune attività di piccola cantieristica e come sede espositiva della Biennale di Venezia e di altre attività culturali».

http://www.venezia.travel/arte-e-storia/arsenale-di-venezia.html


VENEZIA (forte di Sant'Andrea)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.magicoveneto.it

«Il forte di Sant'Andrea venne costruito nella seconda metà del XVI secolo (tra il 1554 e il 1559) grazie alla collaborazione tra Antonio da Castello, tecnico militare che ricopriva la carica di generale delle artiglierie, e Michele de Sanmicheli, uno dei massimi architetti dell'epoca. Nel 1543, sotto la minaccia dell'espansionismo ottomano in Mar Adriatico, il Consiglio dei Dieci decretò la completa ristrutturazione dei due elementi difensivi di fondazione medievali chiamati Doi Castelli, "dalla vetustà consumpti et del tutto inutili", dei quali uno era situato a sant’Andrea (Castel Nuovo) e l'altro di fronte a San Nicolo (Castel Vecchio) e che chiudevano il porto del Lido, ritenuto da Sanmicheli la via più agevole per colpire Venezia, "perché molte galie potriano entrar a una tratto a passo a passo dentro li Doi Castelli fino alla piaza de San Marco". La vecchia torre venne conglobata nel nuovo progetto e terrapienata per poter sopportare il "travaglio" delle artiglierie, in quanto la fortezza di Sant’Andrea era costruita in funzione delle migliori prestazioni delle artiglierie frutto delle innovazioni del tardo XV secolo, consistenti nell'adozione di bocche da fuoco lunghe e di calibro ridotto rispetto alle precedenti bombarde e nell'uso di palle di terre fuso. La fortezza era fornita di una serie di 40 cannoniere disposte a raggiera e a pelo d'acqua (in modo da colpire le navi sotto la linea di galleggiamento) cui si aggiungevano altrettante batterie poste sopra gli spalti (raddoppio del volume da fuoco) mentre lo spessore delle mura la rendeva invulnerabile al fuoco di una flotta nemica. Il Vasari, riguardo a ciò, narra che per provare la stabilità della fortezza, sotto l'ordine del Sanmicheli, furono "empiute tutte le cannoniere di sotto e di sopra e caricatele anche più che l'ordinario, furono scaricate tutte in un tempo: onde fu tanto il rumore, il tuono ed il terremoto che si sentì, che pareva che fosse rovinato il mondo, e la fortezza pareva con tanti fuochi un Mongibello ed un Inferno", ma in realtà l'opera superò la prova del fuoco senza subire alcun deterioramento. Un'altra caratteristica di Sant’Andrea era la debolezza del versante che dà verso Venezia, poiché solo il fronte verso il mare era armato con le cannoniere, in modo che "se dei nemici l'avessero occupata non l'avrebbero potuto utilizzare per l'ulteriore penetrazione nel cuore del territorio".

I lavori di ammodernamento al castello di sant’Andrea furono ripresi nel 1570, quando si trattò di riassettarlo in vista di un eventuale attacco turco; ne fu affidata la direzione a F. Malacreda, al quale andrebbe imputata. secondo il Gallo, la demolizione della volta della galleria collegante le cannoniere, demolizione che il Temanza riteneva fosse stata effettuata al principio del XVIII secolo; in quell'occasione fu probabilmente costruito anche il terrapieno che cinge il torte alle spalle. lì castello di sant’Andrea poteva così dirsi finito. Sulla torre, unico resto della fortezza quattrocentesca conservato dal Sanmichieli con funzioni di cavaliere perché da esso si potesse dominare il mare. fu posta un'iscrizione commemorativa della vittoria veneziana a Lepanto (1571). ... Il Forte di S. Andrea ha la forma di un trapezio isoscele molto schiacciato, con la terza parte centrale del lato minore molto prominente, con un'ampia curvatura che si protende verso il mare a bastione. Al colmo d’esso si trova un frontone triarcuato formato da bugne di pietra d'Istria. Tommaso Tamanza, nel 1778, faceva la seguente descrizione della fortezza: "la fronte di questo Castello ha cinque facce; quella di mezzo è come un bastione rotondo, con le sue cortine laterali, che sugli estremi ripiegano all'indietro e formano le due testate. Nel mezzo del bastione risalta in fuori una ornatissima porta di tre archi, con colonne a sopra ornato alla dorica di assai elegante e soda struttura. L'arco di mezzo è aperto a uso ingresso; gli altri due sono chiusi, ma tengono cannoniere per due grossi pezzi di artiglieria. Ha il bastione otto cannoniere per parte sette per ciascheduna delle cortine e cinque ad ognuna delle testate. Sicché in tutto vi sono quaranta cannoniere, oltre le due laterali alla porta. Tutta l'opera è di grossi massi di pietra d'Istria lavorati a borze con bel cornicione che le cinge. ...».

http://www.associazionelagunari.it/caserma_s_andrea.htm


Venezia (Palazzo Ducale)

a c. di Vittorio Mastrolilli


VENEZIA (torre dell'Orologio)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.museiciviciveneziani.it

«Sovrastano la Torre i due Giganti (uno giovane e l'altro vecchio a sottolineare il decorso del tempo) che battono le ore e che, anneriti con l'andar del tempo, vengono chiamati popolarmente i Mori. Dalla fine del Quattrocento fino al 1600 inoltrato, iniziano una serie di interventi tesi a modificare la piazza S. Marco, cuore politico e religioso di Venezia. è proprio dalla Torre dell'orologio che inizia questo processo: i lavori hanno inizio nel 1496 e l'ideazione della Torre è da attribuire a Mauro Codussi. In sostituzione di quello a martello di S. Alipio, viene commissionata nel 1493 a Zuan Carlo Ranieri di Reggio Emilia la costruzione di un nuovo orologio. Abbattute due arcate delle Antiche Procuratorie per far posto alla nuova costruzione e rinforzate le costruzioni adiacenti, i lavori terminano verso la fine del 1497. Il primo dicembre dello stesso anno mastro Simone, fonditore, termina la grande campana che troneggia sull'alta terrazza e dieci giorni più tardi vengono posti in alto i due giganti muniti di martello, opera di mastro Ambrogio delle Ancore. Artisti di varia provenienza lavorano contemporaneamente agli ornamenti e ai meccanismi, tanto che il 1 febbraio 1499 la Torre viene inaugurata. Il Senato decide di posizionare l’orologio in "boca de marzaria", cioè allo sbocco delle Mercerie. La scelta non è affatto casuale, ma intende sottolineare l'asse Rialto-S. Marco, il collegamento viario tra il polo della vita politica e religiosa e il polo della vita commerciale. La Torre in questo senso offre un "orientamento" della Piazza verso la merceria e il più lontano mercato, cuore economico di Venezia. L'opera, compiuta così celermente, si presenta nitida, nel suo sviluppo architettonico, ma anche ricca di significati. Al livello superiore il doge Barbarigo, inginocchiato davanti al leone marciano (ora rimasto solo dopo l'eliminazione della statua dogale a seguito della caduta della Repubblica). Nel riquadro sottostante la Madonna con Cristo bambino, attorno alla quale, durante la settimana della Sensa, si svolgeva ad ogni ora l'omaggio dei Magi, preceduti dall'Arcangelo Gabriele (prodigioso e amatissimo meccanismo, costruito in varie fogge in molte città europee).

Il complesso funzionamento del grande orologio esalta la meccanica, la matematica e la geometria. Il quadrante dell’orologio, con il suo apparato astronomico, è rifinito in smalto oltremarino e oro, così come il cielo stellato che fa da sfondo al leone alato. L'orologio che indica le ore, le fasi lunari e quelle dello zodiaco al centro della torre, permetteva ai marinai di conoscere i movimenti delle maree e i mesi favorevoli alla navigazione. E i mori, che alla sommità battevano le ore, erano il segno di un potere che si estendeva sino al Levante: il doge inviava al sultano pittori come Gentile Bellini e importava spezie, damaschi e schiavi. La Serenissima ricompensò lautamente i fratelli Ranieri che costruirono l' orologio, ma poi fece cavar loro gli occhi perché non potessero mai più ripetere una tal meraviglia. La vicenda della costruzione si riaprì nel 1500 quando il Senato decise la costruzione di due ali laterali, in accordo con i Procuratori. Le nuove costruzioni, su 4 piani, conclusi da una balaustra in pietra che rispondeva a quella della Torre, ospitavano abitazioni date in affitto. Nel 1717 i due fabbricati furono venduti a privati unitamente all'area sottostante a sinistra che venne chiusa com'è oggi interrompendo il passaggio sotto le Procuratorie. Nel 1750 le condizioni generali erano tali che si ritenne necessario un intervento complessivo di restauro del meccanismo dell'orologio e dell'edificio. Per l'orologio venne bandito un concorso per il suo rifacimento nel 1751 e nello stesso anno venne affidato al Massari il lavoro di restauro. L'opera fu completata dal Camerata che, oltre ad innalzare le ali di due piani, mantenendo i terrazzini praticabili, provvide a inserire otto colonne per rafforzare i pilastri del piano terra per motivi sia estetici sia statici. Alla caduta della Repubblica la Torre passò sotto la competenza del Comune che, un secolo dopo il restauro settecentesco, nomina una commissione per riferire sulle condizioni del monumento. Individuati degli "sconcerti" nella volta superiore della Torre, viene emessa nel 1857 una ordinanza in forza della quale l'ufficio tecnico comunale dovrà eseguire i necessari restauri "in via economica" a fornitura, trattandosi di lavori troppo delicati per un appalto. Nel novembre dello stesso anno si affidano i lavori, sia per le opere edilizie, sia per il ripristino dell'orologio ad un ingegnere del Comune e la nascente Commissione dell'Ornato sarà tenuta a controllare le opere eseguite. Ad alcuni interventi di restauro, concernenti la pulizia dei marmi e il ripristino dei mosaici si pose mano nel 1975 a cura del locale Rotary Club».

http://www.veneziasi.it/it/luoghi-interesse/torre-dell-orologio.html


VENEZIA (torre di Porta Nuova)

Dal sito www.archilovers.com   Dal sito www.plannetgis.com

«Sono molte le ragioni che fanno della Torre di Porta Nuova un oggetto speciale, pur nel contesto di un ricchissimo panorama architettonico qual è quello di Venezia. L’edificio ha un notevole valore storico e possiede, al tempo stesso, una consistente valenza strategica che si riallaccia sia al periodo in cui è stato costruito, sia alla fase recente in cui è stato restaurato. La torre fu realizzata dagli ingegneri napoleonici in vista di una radicale trasformazione dell’Arsenale, dei suoi flussi in entrata e in uscita. Per la prima volta i vascelli, una volta varati, non dovevano più seguire un complicato percorso che conduceva alla “porta d’acqua” sul rio dell’Arsenale; in quell’occasione le galere dovevano essere disalberate per poter passare sotto il ponte. Come ha ben dimostrato Ennio Concina nel suo insuperato studio sulla storia del grande complesso, questo progetto di “inversione dei flussi” era stato a lungo proposto ma non aveva mai avuto esito per le resistenze e le inerzie legate ad un ciclo di lavorazione che nel tempo non aveva subito sostanziali mutamenti. Saranno gli ingegneri e gli amministratori francesi ad assumersi l’onere di una scelta a lungo rimandata, nonostante la brevità del loro dominio che va dal 1806 al 1813. Una volta presa la decisione di aprire la nuova “porta da mar”, le imbarcazione potevano uscire direttamente in laguna; da qui, grazie all’escavo di un nuovo canale, potevano raggiungere la Bocca di Lido e quindi il mare aperto. Situata vicino alla nuova via d’uscita, la Torre di Porta Nuova veniva dunque a rappresentare simbolicamente e materialmente l’inizio di una fase di rinnovamento dell’Arsenale veneziano. In questo consisteva il suo valore strategico. Quando fu inaugurato nel 1813, il manufatto costituiva l’ultimo, decisivo passaggio lungo una nuova traiettoria tecnologica che dall’iniziale lavoro dei marangoni e dai maestri d’ascia portava fino alla predisposizione del prodotto finito. La torre serviva in particolare ad armare il vascello: era stata infatti concepita per contenere una “macchina ad alberare”, ovvero una gru che permetteva di installare la necessaria alberatura nel guscio ligneo. Si trattava certamente di un complesso dal carattere eminentemente utilitario, dove le componenti legate alla costruzione prevalevano sugli aspetti architettonici: il tratto saliente gli veniva infatti conferito dalle grandi murature in laterizio abbinate ai grandi archi ogivali. Gli elementi di decoro si limitavano alle bugne in pietra da taglio, situate agli angoli del volume e alle volte della facciata. Tuttavia, per la sua stazza e per la sua posizione, la nuova torre acquistava rilievo ed evidenza nel panorama di un Arsenale rinnovato: già nel breve periodo però al peso visuale e simbolico non corrispondeva un’equivalente valenza tecnologica, depotenziata prima dalla partenza degli ingegneri francesi, poi dal processo di innovazione tecnica. A testimoniare la sua rapida obsolescenza è la gru idraulica Armstrong, Mitchell & Co la quale sorge proprio di fronte alla torre: importato direttamente dall’Inghilterra, il grande dispositivo metallico viene qui installato tra il 1883 e il 1885. Le viene assegnata la medesima funzione a suo tempo svolta dalla torre ovvero armare il vascello. ...» (testo di Guido Zucconi, in occasione del recente restauro della torre e del Premio Torta 2011).

http://www.premiotorta.it/la-torre-di-porta-nuova


Vigonovo (villa Sagredo)

Dal sito www.villasagredo.it   Dal sito http://venetoedintorni.it

«Villa Sagredo in via Sagredo, castello romano del IV secolo, fortezza bizantina nel VI secolo, castello del Delesmanini nei secoli X-XIII e trasformata in villa veneta nel secolo XVI dai Sagredo. Vi soggiornarono personaggi celebri, tra cui Galileo Galilei. Negli anni '70 iniziarono i lavori di ripristino del complesso monumentale ed attualmente la villa funziona come struttura ricettiva e ristorante».

http://www.comune.vigonovo.ve.it/dett_galleria.asp?id_doc=2274


      

 

 

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