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CACCAMO, CASTELLO

a cura di Vita Russo

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Il castello.

 

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Caccamo  Caccamo


 

 

       

 

       


Epoca: primo impianto datato XI secolo, ampliato e rafforzato nel XIII secolo.

Conservazione: buona nelle parti principali, recentemente restaurate.

Visitabilità: parziale.

Come arrivarci: con l'autostrada, direzione Palermo-Catania, uscita indicata al Km 26.

  

Cenni storici.

Tenacemente aggrappata con le sue ripide stradine scolpite nella roccia, alle pendici del monte San Calogero o Eurako, Caccamo, secondo le ipotesi di scrittori antichi, affonda le sue radici ai tempi dei siculi, tracce dei quali sono state rinvenute sul monte Cane. Agostino Inveges attribuisce ai cartaginesi le origini del castello: in seguito alla battaglia di Imera Gelone, tiranno di Siracusa (480 a.C.), impose come condizione di pace la concessione agli ex prigionieri punici di stabilirsi in una rocca nei pressi del luogo in cui si era svolta la decisiva battaglia, alle pendici del monte. Una ipotesi più accettabile riferisce la fondazione della nuova città, sempre ad opera dei cartaginesi, proprio nei pressi di quella Imera che li aveva visti sconfitti; essi, per dare a questa fondazione un significato di potenza e di attaccamento alla patria lontana, pare che l'abbiano chiamata Cartagine Nuova.

Vaghe notizie di un centro abitato chiamato Cùcumo, identificato da alcuni storici con l'odierna Caccamo, riportano al periodo bizantino (800 d.C.).

Consistenti sono le tracce arabo-saracene rinvenute nel vasto territorio: alcuni casali esistenti nelle immediate vicinanze del maniero stesso, più tardi inglobate nel tessuto cittadino, conservano dei nomi di indiscutibile origine araba; tra le finestre del castello una è di stile moresco, mentre una delle torri conserva il nome di «Gibellina», anche questo di origine araba. Tale affermazione viene convalidata dal geografo Edrisi, che accennando semplicemente al centro palermitano, senza dare alcuna specificazione sulla fisionomia dell'abitato, lo chiama Qaqabus.

Le notizie diventano più certe quando il dominio della Sicilia passò dai saraceni ai normanni: nel 1094 re Ruggero costituì Caccamo baronia cedendola ai nobili consorti normanni Goffredo e Adelasia Sageyo.

Nel 1150 il nobile Bonanno, in seguito al matrimonio con una discendente dei coniugi Sageyo, entra in possesso della signoria e del castello di Caccamo. Il maniero venne ingrandito e fortificato, tanto da divenire rifugio per tutti i baroni del Regno di Sicilia i quali, entro le mura del castello, capitanati da Matteo Bonello, organizzarono una ribellione contro re Guglielmo I il Malo e il suo Gran Cancelliere Majone di Bari, artefice di soprusi commessi sotto l'egida del sovrano.

Raggiunto un accordo tra il re e i baroni e restaurato il prestigio della Corona, la baronia e il castello di Caccamo vennero confiscati ai Bonello e concessi a Giovanni Lavardino, uno dei molti signori francesi chiamati a corte dalla regina vedova Margherita di Navarra, reggente del figlio minorenne Guglielmo II.

Il governo di Lavardino, pessimo sotto ogni aspetto, causò una sommossa popolare in seguito alla quale il signorotto, che si era riparato nella fortezza, fu costretto ad arrendersi. Caccamo fu allora dichiarata città demaniale con delibera del Parlamento riunito a Messina e poté fregiarsi dell'appellativo di «Urbs generosissima».

Dopo il governo del nobile genovese Paolo Cicala, Connestabile di Sicilia, nel 1215 re Federico, essendo il Cicala morto senza eredi, concesse Caccamo all'arcivescovo di Palermo, Bernardo del Castagno, che la tenne fino al 1267, anno in cui subentrò Fulcone Podio Riccardi, figlio del Vicario di Carlo d'Angiò e dopo di lui il genero, Galasso Estendardo, cavaliere francese, scacciato da una sommossa popolare.

Nel 1282, la città partecipò alla rivolta del Vespro: un gruppo di arcieri cinse d'assedio il vicino castello di Vicari ed uccise Giovanni de Saint-Rémy, inflessibile Gran Giustiziere della Val di Mazara.

Con la dominazione aragonese, la contea di Caccamo venne assegnata a feudatari spagnoli: Federico Prefoglio ne ricevette l'investitura dalle mani del re Pietro d'Aragona nel 1392. Frattanto ebbe inizio, in Sicilia, l'ascesa politica di alcune potenti famiglie locali.

       

Le casate. La prima famiglia a reggere la signoria di Caccamo fu quella Chiaromonte, con cui si era imparentata Marchisia, figlia del nobile catalano. Ha inizio per Caccamo un periodo di splendore, di ricchezza e agiatezza (1300-1392). Manfredi Chiaromonte, già conte di Modica e siniscalco del Regno, secondo quanto riportato da Inveges, intraprese, «hereditario nomine», lavori di ristrutturazione e di ampliamento per conferire al castello grande importanza e renderlo sicura fortezza dagli attacchi nemici (le fortificazioni chiaramontane consentirono alla popolazione di respingere, nel 1302, l'assalto a sorpresa di un esercito angioino che tentava di aprirsi un varco verso l'interno dell'isola).

Nella seconda metà del Trecento la fortezza, completato il suo apparato difensivo, acquista sempre più valore di roccaforte feudale chiaramontana, tale da incutere rispetto non tanto agli avversari esterni, quanto ai nemici interni. In questi anni si rinsalda anche la fedeltà degli abitanti alla dinastia dei Chiaromonte tanto da mutare il nome della cittadina con quello della potente famiglia.

In un periodo politico contrassegnato da continui intrighi e profondi contrasti, il declino della famiglia Chiaramonte non tardò a manifestarsi, per culminare nel 1392 con la decapitazione di Andrea, eseguita a Palermo dinanzi allo Steri, il palazzo costruito da Manfredi I, considerato il simbolo della potenza chiaramontana. I beni dei Chiaramonte, compresa la contèa di Caccamo, furono confiscati ed assegnati ad altri signori feudali, fedeli alla dinastia e sottomessi al potere centrale; la cittadina venne affidata al catalano Gueraldo di Queralto.

Presto però i caccamesi, memori del buon governo chiaramontano, si ribellarono al nuovo signore e, assalita la rocca, ne cacciarono e dispersero il presidio. In seguito a questo episodio re Martino il Giovane, con diploma rilasciato a Catania il 19 marzo 1396, dispose che la città di Caccamo non sarebbe stata mai più affidata ad alcun barone.

Nel 1398 la contea di Caccamo fu assegnata a Don Giaimo o Giacomo de Prades, il quale riuscì ad impossessarsi del Castello soltanto dopo aver avuto ragione della aperta ostilità dei caccamesi, in fermento dopo la caduta dei Chiaramonte. La prima preoccupazione del nuovo signore fu la costruzione di fortificazioni particolarmente efficienti, al fine di prevenire eventuali nuove ribellioni dei sudditi, rendendo più sicuro il sistema difensivo del castello.

Alla morte di Don Giaimo, avvenuta nel 1420, la signoria della città si trasferì per diritto successorio alla figlia Violante, che la portò «iure dotis» al marito don Bernardo Cabrera, conte di Modica. Sotto il governo dei Prades-Cabrera, che soggiornarono quasi ininterrottamente nel castello, Caccamo conobbe un periodo di profonde trasformazioni economiche e sociali; furono definiti i confini territoriali con Termini Imerese ponendo fine ad una secolare contesa.

In seguito alle nozze di donna Anna Cabrera con Federico Henriquez, ammiraglio di Castiglia, avvenute nel 1480 per volontà di re Ferdinando il Cattolico, al fine di impedire una eventuale unione di questo grande e potente feudo con un altro di pari entità, la contea di Caccamo passò alla famiglia Henriquez-Cabrera, sotto la cui signoria rimase fino al 1646.

Seguirono così due secoli di illuminato governo, durante i quali non si verificò alcuna rivolta, la città si estese gradualmente assumendo un assetto urbanistico più ordinato, ebbero notevole impulso le attività produttive, fiorì un raffinato artigianato di apprezzabile livello artistico.

Nel 1641, don Giovanni Alfonso Henriquez de Cabrera, signore di Caccamo e di Modica, grande Almirante di Castiglia, ricevette la nomina a viceré di Sicilia ed il 16 maggio dello stesso anno fece il suo ingresso ufficiale in Palermo. Il 12 novembre 1643 Caccamo fu dallo stesso elevata al rango di città, ripristinando il titolo di «urbs generosissima», attribuito alcuni secoli prima dall'imperatore Federico II, caduto poi in dimenticanza, conferendole anche tutti gli onori e privilegi concessi alle altre città del Regno. Al primo magistrato (Judex) della comunità cittadina (universitas) fu attribuito l'appellativo di «magnifico» ed alla civica amministrazione (Judex et Jurati) venne conferito il diritto di farsi scortare da due mazzieri e quattro conestabili recanti le insegne dell'autorità.

Il suo stemma fu quello dell'antica Cartagine, raffigurante una testa di cavallo, secondo il desiderio dei caccamesi che vantavano l'origine punica; ad essa si aggiunse il triscelon della Trinacria.

Pochi anni dopo l'Henriquez, per far fronte ai gravosi oneri finanziari connessi alla nuova carica di viceré di Napoli e soprattutto di ambasciatore di Sua Maestà Cattolica presso la Corte pontificia, fu indotto a cedere la baronia di Caccamo a don Filippo Amato, Principe di Galàti, per la somma ingentissima di 25.000 scudi.

Dopo anni di pace sociale, per i caccamesi si inaugurò un periodo di ingiustizie e di arroganti soprusi tanto da costringere non poche fra le più distinte e cospicue famiglie della città ad emigrare. Alla morte di don Filippo (1653), gli succedette il figlio, don Antonio Amato, signore dotato di spirito liberale e generoso. Questi restaurò il castello e fece erigere all'uscita dell'abitato, sulla strada che conduce a Termini Imerese, una grande porta barocca che da lui prese il nome di Porta Antonia, più tardi demolita.

Tra gli altri successori si ricorda Giuseppe Amato, uno dei baroni a sostenere nel Parlamento siciliano del 1812 l'abolizione dell'ordine feudale in Sicilia, a dimostrazione della quale si spogliò di tutti i diritti goduti quale successore dei compagni d'armi del Conte Ruggero di Altavilla.

Nel 1813, la signoria di Caccamo passò ai De Spuches, che rimasero proprietari del castello fino al 1963, anno in cui verrà acquistato dalla Regione Siciliana. Tra gli esponenti della famiglia De Spuches si distinse, nel secolo scorso, per la profonda cultura umanistica, Don Giuseppe De Spuches, marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna. Appassionato cultore di letteratura greca trasformò il castello in luogo di incontri letterari ove convenivano i più noti esponenti della cultura del tempo.

Al disgregarsi dell'antico potere aristocratico si accompagna la crisi statica dell'edificio: una frana e il terremoto del 1823 rese il maniero un rudere, simbolo della fine della feudalità siciliana.

    

Il castello. Il castello di Caccamo, realizzato in pietra calcarea cavata nel suo stesso sito, sorge su uno sperone roccioso, sul versante Nord-Est del monte Calogero. L'edificio, per l'alternarsi nei secoli delle diverse famiglie signorili, si presenta oggi come un insieme di corpi di fabbrica costruiti in varie epoche.

Si accede al castello salendo un'ampia rampa cordonata, in cima alla quale vi è un primo cancello d'ingresso che immette in una corte su cui si affacciano fabbriche quattrocentesche .Varcato un secondo cancello si giunge in un silenzioso cortile che, attraverso un andito, immette al teatro del castello. Sempre nel cortile, di fronte all'ingresso del teatro, doveva insistere l'alloggio delle guardie del castello, da cui aveva inizio il percorso assegnato alla ronda per il servizio di sorveglianza.

Sul lato destro una apertura sormontata da un arco a tutto sesto, sopra cui poggia un altro arco a sesto acuto, porta ad un terrazzo, in cui sorge la piccola chiesa di corte e in cui vi è l'ingresso alle prigioni. Si tratta di vani dalle pareti umide e annerite, con incisi motti e improperi e figure varie che esprimono lo stato d'animo di chi si trovava lì in attesa di giudizio; tetti bassi e giacigli in muratura che testimoniano l'orrore del luogo di pena.

Un breve vestibolo immette nelle altre ali del castello, nelle cui pareti sono incassate due lapidi: una, posta sul lato destro dell'entrata, ricorda uno strano sogno di don Antonio Amato, duca di Caccamo, secondo cui nel castello esistevano numerosi orci d'olio; l'altra contiene la perifrasi di un distico elegiaco dei Tristia di Ovidio, « Tempore felici omnes gaudent amici dum fortuna perit nemo amicus erit».

Attraversato il vestibolo, ci si trova in un vasto cortile con varie porte tra cui quella che immette nei saloni del castello, distinta dalla lapide sulla sua sommità, posta a ricordo della sconfitta inflitta dai caccamesi agli angioini nel 1302. Un altro percorso per giungere al cortile è un corridoio stretto e modesto, riservato esclusivamente alla servitù.

I vani del castello sono di varie misure, divisi da muri di grosso spessore e comunicanti tra loro attraverso grandi e piccole aperture. Dal portale del cortile si entra nel salone detto «della congiura», perché, secondo la tradizione, fu proprio in questo salone che nel 1160 si riunirono i baroni del reame di Sicilia ribelli a re Guglielmo, capitanati dal signore di Caccamo Matteo Bonello. Dalle pareti pendono diverse armi da guerra: elmi, scudi, pugnali, spade, scimitarre, frecce; il soffitto è a cassettoni dai disegni tardo-rinascimentali.

Da questo salone si accede nelle camere private del castellano, nella sala dei convegni, nelle stanze da letto. Tutti questi vani, a loro volta, immettono su un ampio terrazzo.

Nell'ala opposta vi sono la sala da pranzo dagli affreschi del '600, dai pavimenti a mosaico; e le sale della foresteria. In una di queste un'apertura immette in una piccola stanza che un tempo funzionava da cappella, e in cui, al centro del pavimento, una tavola quadrata fa da caterratta ad una botola.

Nell'ala a levante, non più praticabile, gli ambienti si aprivano su due grandi balconi, uno dei quali viene detto della «bella vista» per il meraviglioso panorama che offre sulla città di Caccamo.

Nel piano sottostante a quello nobile, con accesso attraverso una scala scavata nella roccia, esistono ancora gli appartamenti per la servitù, nonché enormi magazzini per le vettovaglie e altro.

Durante il Medioevo si accedeva al castello dal lato sud-ovest, dove si innalzavano le torri dominanti l'antico quartiere Terravecchia, che rappresentava la cittadella del maniero. A difesa del castello e della cittadella vi erano quattro torri, ciascuna fornita di sottostante cisterna: quella di Pizzarrone, a valle, la torre della Piazza, non più esistente, la torre delle Campane, oggi campanile del Duomo, e infine l'attuale campanile della chiesa dell'Annunziata.

La parte di tramontana del castello venne rimaneggiata e fortificata durante il dominio dei Chiaromonte. Essi fecero costruire l'ala di nord-est, una torre a ridosso del Mastio e la torre detta del Pizzarrone posta allo sbocco delle fogne a valle; fecero restaurare la torre Gibellina.

Ai Prades-Cabrera, si deve, invece, la realizzazione della torre della «Fossa» o del «Dammuso» e del corpo che contiene, nella parte alta,un grande appartamento detto delle «Audienze», più tardi adibito a teatro per le riunioni poetiche che organizzava Giuseppina Turrisi Colonna; e nella parte bassa le scuderie.

Secondo l'Inveges la torre «Mastra», crollata in seguito al terremoto del 1823, fu la più antica e alta torre della fortezza, attorno alla quale si sviluppò il resto del castello e della cittadella. I locali della torre erano angusti con strette aperture e monofore a tutto sesto.

Con la signoria degli Amato il castello da edificio difensivo diviene palazzo baronale seppur arricchito dagli stessi da un'abbondanza di merli. In particolare la parte sud del castello viene arricchita di soffitti lignei dipinti, pareti decorate da fasce affrescate. Il portale d'ingresso al salone principale venne inquadrato da alte colonne, coronato da un sontuoso timpano spezzato. Amplissime finestre con balconi sostenuti da mensoloni di pietra s'affacciano sul quartiere della Terravecchia.

Le coperture dei locali medievali sono a botte, sia a tutto sesto che ogivali, le finestre ogivali per il periodo compreso tra i secc. XIV-XV, a tutto sesto nella parte più antica e in quella del XVI secolo.

  


Per saperne di più:

R. Santoro, Il baluardo del feudo. Il castello di Caccamo; Idem, La Sicilia dei castelli. La difesa dell'Isola dal VI al XVIII secolo. Storia e Architettura; Castelli medievali di Sicilia. Guida agli itinerari castellani della Sicilia, Palermo 2001 (da cui è tratta la terza immagine di questa pagina). 

  
   
    

©2001-2012 Vita Russo. Le prime due immagini sono tratte, rispettivamente, dai siti it.wikipedia.org e www.mondomistery.com; la terza è tratta dal testo citato in bibliografia. I video non sono stati realizzati dall'autore della scheda.

    


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