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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI BARI

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.


Dal sito www.cassarmonica.it

Acquaviva delle Fonti (centro storico)

«All'interno delle vecchie mura cittadine, con una forma quasi circolare, c'è il centro storico, oggetto negli ultimi anni di una riscoperta e rivalorizzazione che è tutt'ora in corso, nelle cui stradine è possibile trovare angoli molto suggestivi. Nel centro storico troviamo la Chiesa di Santa Chiara. La chiesa è a pianta centrale allungata. All'interno si possono ammirare pregevoli tele del pittore bitontino Carlo Rosa. Davanti all'altare maggiore, un gruppo di 16 bellissime piastrelle raffigurano un pellicano che, ferendosi il petto, procura nutrimento ai suoi piccoli. In tempi remoti la chiesa faceva parte di un monastero di clausura. Sempre nel centro storico troviamo la Chiesa di San Benedetto. La chiesa si presenta a pianta centrale allungata con un'imponente facciata di pietra e tufo, con cupola e lanterna centrali e un campanile ricco di influssi arabi. Nell'interno si può ammirare una Pietà fra S. Benedetto e S. Bernardo e un organo positivo del XVII secolo.

Fuori dalle vecchie mura la Chiesa di Santa Maria Maggiore che si colloca fra il XV e XVII secolo. All'interno ha cappelle laterali comunicanti fra loro, campanile, cantoria con influenze andaluse, varie tele del XVII e XVIII secolo e un bellissimo organo barocco. La Chiesa di San Domenico, anche questa fuori dalle mura, è a pianta longitudinale a croce latina, ampliata nel 1617 è ricca di stucchi di pregevole fattura. Sul portale di ingresso, un'iscrizione incisa sull'architrave, testimonia i simboli dell'ordine domenicano (il giglio, la stella, la palma, il cane che reca una fiaccola, la corona della Vergine del Rosario). All'interno, degne di ammirazione, sono le Cappelle laterali. Nella cappella del Rosario si ammirano una grande tela raffigurante la Vergine del Rosario e i Misteri e l'Altare del Crocifisso con tela raffigurante S. Teresa d'Avila e S. Caterina da Siena che adorano la Croce e un Crocifisso ligneo del secolo XVII. Nella Cappella di S. Nicola un imponente altare in muratura e stucco appare unica testimonianza degli arredi del luogo in cui il Feudatario di Acquaviva Carlo De Mari volle eretto il luogo di sepoltura per sé e per i membri della famiglia.

Nei pressi della Cattedrale e di Palazzo de Mari troviamo piazza dei Martiri del 1799, dominata dalla Torre dell'Orologio. La Torre ha il piano terra con un severo bugnato ed il primo piano in cui si ammirano due blasoni che riproducono lo stemma della Città ed al centro la croce Sabauda sormontata dalla Corona Reale inserita nel 1861 quando fu proclamata l'unità d'Italia. Appena fuori dalle vecchie mura si trova Villa De Mari, detta Giardino del Duca perché un tempo circondata da giardini con piante e fiori per tutte le stagioni. Chiesetta di San Rocco Arco in Via San Rocco Residenza preferita del figlio del Principe Carlo De Mari, è un monumento di grande interesse artistico nonché storico, costruito nella seconda metà del '600. A piano terra è situata una ricca fontana con vasca polilobata, in cui sono raffigurati simboli dei De Mari e dei Doria. Di particolare suggestione la decorazione della volta del portico che rappresenta il carro del sole guidato da Fetonte mentre precipita nel fiume Eridano, allusione contro le ambizioni smodate. Di fronte alla villa, si trova ancora oggi l'Arco del Duca, grandioso arco trionfale di villa De Mari che immetteva in un viale fiancheggiato da pini e piante fiorite in ogni stagione, situato sull'antica strada che portava a Cassano delle Murge. Attualmente la villa è un'abitazione privata, il viale una strada ed il giardino una zona residenziale completamente edificata».

http://www.itccolamonico.it/dove-siamo/acquaviva/centro-storico-e-dintorni.html


Acquaviva delle Fonti (palazzo De Mari)

a c. di Luigi Bressan


Adelfia (Palazzo Marchesale di Montrone)

redazionale


Adelfia (torre normanna di Canneto)

redazionale


Dal sito www.sitiunesco.it

Alberobello (centro storico)

«Alberobello rappresenta il cuore della Valle dei Trulli. Alberobello fu fondata nel XV secolo dai conti Acquaviva. Alberobello è un pittoresco centro agricolo e turistico formato in gran parte da trulli che gli conferiscono, oltre ad una vaga aria fiabesca, notevole interesse architettonico riconosciuto nel 1996 Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'UNESCO. Nella sola Alberobello ci sono circa 1.500 trulli di vario tipo. Alberobello, città dei trulli, occupa un terreno ricco di rocce calcaree stratificate, che offrono il materiale di costruzione che rende unica non solo l'immagine della stessa Alberobello ma tutto il territorio prettamente limitrofo ad Alberobello. Le ragioni storiche del trullo di Alberobello come costruzione a secco sono riconducibili all'abuso di potere dei feudatari. Se si pensa che agli inizi del seicento i diversi nuclei familiari che si erano stabiliti nel territorio di Alberobello - attirati anche dalle franchigie concesse dai conti di Conversano - risultavano a tutti gli effetti abitanti della vicina Noci, si comprende benissimo la problematica presente al tempo nella oggi fantastica Alberobello. L'immagine del trullo di Alberobello è da sempre associata alla Puglia, dove affonda le radici Alberobello, come una delle espressioni più tipiche della zona.

Presentandosi nelle province di Bari, Brindisi e Taranto, i trulli trovano la consacrazione assoluta e monumentale nella città di Alberobello.Oggi i trulli di Alberobello sono circa un migliaio, presentando l'importante definizione di monumento nazionale dal 1930 e di recente entrati a far parte del patrimonio mondiale dell'UNESCO. A vederli da lontano i trulli di Alberobello appaiono grandi cumuli di pietre, ma raggruppate in alcune zone, come il centro storico di Alberobello, ci si immerge in una visione fantastica e unica. Dal greco "tholos", il trullo è una costruzione a pianta centrale circolare o quadrata realizzato a secco. Alla sua sommità c'è una cupola a forma di cono realizzata in "chiancarelle", pietre calcaree posate anch'esse a secco in cerchi concentrici e bloccate all'apice da una pietra (serraglia) e da un pinnacolo. La diffusione del trullo nel territorio di Alberobello risale al XVII secolo, durante il dominio del conte di Conversano Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona, detto il "Guercio di Puglia", il quale mirava a sviluppare un feudo indipendente dalla Corte di Napoli senza chiedere l'autorizzazione al Re. A questo scopo, oltre ad erigere nel 1635 una dimora per sé tutt'ora esistente ad Alberobello, fece trasferire un gruppo di coloni cui era concesso coltivare la terra e costruirsi un'abitazione, purché questa fosse realizzata a secco e non con calce, in modo da poter essere abbattuta velocemente in caso di ispezione regia. Nel 1779 la Selva si svincolò dal vassallaggio feudale divenendo comune Regio. Decadde così il vincolo di costruire solo case a trullo. Il villaggio prese il nome di Alberobello, toponimo derivante da "Sylva Arboris Belli" (selva dell'albero della guerra), da un querceto che anticamente ricopriva la zona. La prima costruzione difforme dai trulli (Alberobello) si può ammirare in Piazza Plebiscito: è la Casa D'Amore, eretta con malta e mattoni e persino dotata di un balcone, proprio di fronte alla dimora dei conti. Le mete da visitare ad Alberobello sono numerose: le stradine dei rioni Monti e Aia Piccola si diramano tra una moltitudine di trulli che esaltano lo splendore della semplicità. Il trullo più grande è il Trullo Sovrano, eretto nella seconda metà del 700, l'unico con piano sopraelevato. Fa da sfondo il Santuario dei SS. Medici costruito sul finire dell'800. A forma di trullo anche la chiesa in stile Romanico-pugliese di S. Antonio costruita nel 1926. ...».

http://www.trulliland.com/it/terra-dei-trulli/157-alberobello


Dal sito www.sassiweb.it

Altamura (centro storico)

«All'interno delle mura (oggi abbattute quasi del tutto) si sviluppa il centro storico, avente una forma circolare, con una serie di strade e vicoli stretti e contorti che sembrano quasi ruotare attorno alla cattedrale. L'unica strada quasi perfettamente dritta è Corso Federico II di Svevia, che, passando anche davanti alla cattedrale, taglia in due il centro storico. L'espansione esterna avviene seguendo inizialmente le principali direttrici di traffico, quindi lottizzando secondo uno schema a maglie quadrate. Gli interventi urbanistici più significativi, che caratterizzano la città oltre le mura, sono l'ampio rettilineo di viale Martiri 1799, via Vittorio Veneto, corso Vittorio Emanuele e il collegamento, dopo la costruzione della ferrovia, del centro storico con la stazione. ...

I claustri sono tipiche piazzette o larghi che si aprono sulle vie principali del centro storico altamurano. Nel dialetto locale si chiamano Gnostr e sono unici nell'architettura popolare. Se ne contano circa 80 e rappresentano l'aggregarsi spontaneo di gruppi familiari o etnici (Latini, Greci, Mori, Giudei). La loro conformazione assolveva, oltre che ad una funzione sociale anche ad una difensiva: il claustro, con l'unica entrata, costituiva una trappola per i nemici che, se si fossero avventurati fin lì sarebbero rimasti imprigionati e subissati da lanci di pietre, acqua o altro. Esistono due tipi di claustri: quello di stile greco con il largo tondeggiante e al centro un pozzo o un albero; quello di stile arabo stretto e lungo con una piccola strada chiusa e in fondo un pozzo per le acque piovane. Fra i più pittoreschi e caratteristici ci sono i claustri Giudecca, Inferno, Tradimento. Purtroppo parecchi claustri sono stati abbandonati e quindi oggi sono disabitati e mal ridotti».

http://it.wikipedia.org/wiki/Altamura


Dal sito http://rilievo.stereofot.it

Altamura (masseria fortificata Calderoni)

«La masseria è raggiungibile percorrendo per circa 12 KM la Sp.378 (Altamura–Corato), fino alla Contrada Parisi. Il complesso è costituito da due corpi di fabbrica a due piani e da uno basso, disposti in modo da formare un cortile chiuso su tre lati, mentre il quarto lato libero permette di dominare con lo sguardo la città di Altamura. Data l’assenza di jazzi sia contigui che nei dintorni, è presumibile che la costruzione sia nata come masseria da campo, ossia per gestire i possedimenti della famiglia Calderoni, che si è stabilita proprio qui come si può ben capire dalle particolari caratteristiche auliche del corpo di fabbrica principale. In più qui sono presenti diversi accorgimenti difensivi: primo fra tutti il torrino che presenta nella cupola quattro feritoie per poter controllare meglio il territorio circostante e poter avvisare i lavoratori nei campi di eventuali pericoli. Anche il terrazzino al primo piano è difficilmente raggiungibile per l’assenza di scale esterne, che invece sono presenti nelle abitazioni di campagna della ricca borghesia, segno che quindi la masseria è stata costruita intorno al XV–XVI secolo e non più tardi, come l’importanza della costruzione potrebbe far pensare. Sul retro vi è una garitta pensile con feritoie per controllare il territorio. Infine bisogna notare i muri in pietra a secco, che in alcuni punti raggiungono anche l’altezza di 5 mt e lo spessore alla base di circa 3 mt; in più sono costruiti in modo da non avere cavità o pietre sporgenti dove potersi poggiare per superarlo. L’altro corpo di fabbrica, che ha la stessa altezza del primo, non presenta le stesse raffinate caratteristiche, certamente perché era l’abitazione di coloro che lavoravano nell’azienda: al piano superiore vi era l’abitazione del fattore, ossia di colui che gestiva per conto del padrone la masseria stessa ed aveva diritto ad una piccola percentuale in natura sui prodotti, ma non sul ricavato economico. Al piano inferiore invece abitavano i lavoratori stagionali, che si stabilivano lì nei periodi di più intensa attività agricola (semina, raccolto). A lato, costruito posteriormente, vi è un grande forno per la cottura di alimenti, in primo luogo del pane, per evitare di dover raggiungere ogni giorno il paese per poterne acquistare. Le aperture sono state fatte in epoca recente, quando il forno non è stato più utilizzato, dato che oggi la rapidità dei mezzi permette di arrivare in città in pochi minuti. L’edificio basso, infine, era internamente diviso in due parti, entrambe servite dallo stesso ingresso: la parte più grande era la stalla per gli animali da lavoro (muli, buoi, cavalli), l’altra era la rimessa per i mezzi di trasporto ed il deposito degli attrezzi. L’ambiente è coperto con capriate che sorreggono un tavolato continuo ed il manto di tegole ben conservatosi nel tempo, forse per le continue manutenzioni e riparazioni fatte».

http://rilievo.stereofot.it/studenti/aa02/sanrocco/masserie/calderoni.html


Dal sito www.unibas.it/ruraliasudorientale/

Altamura (masseria fortificata De Angelis)

«Il nucleo originario, rappresentato dall'abitazione dei fattori e dalla gran parte degli edifici produttivi, può farsi risalire agli inizio del XVII secolo, anche se i più significativi ampliamenti edilizi, abitazione patronale, recano la data del 1893. Il Casino De Angelis (Masseria da campo) dal punto di vista funzionale e produttivo, risultava complementare alla masseria da pecora “Corte Cicero” ricadente nella medesima proprietà fondiaria (Famiglia Viti di Altamura)».

http://it.wikipedia.org/wiki/Masserie_fortificate_di_Altamura#Masseria_De_Angelis


Dal sito rilievo.stereofot.it/studenti/aa02/sanrocco

Altamura (masseria fortificata Dominante)

«Il complesso è costituito diversi corpi di fabbrica basso, disposti in modo da formare un unico fronte, ad eccezione del corpo di fabbrica principale, che risulta prospiciente rispetto a tutti gli altri: quella in questione è un esempio di residenza di campagna per famiglie ricche, vista sia la posizione della stessa, sia le strutture di cui si compone corpo centrale; l'abitazione presenta uno zoccolo bugnato ed una muratura in pietra a conci irregolari. A dare importanza a questo corpo di fabbrica vi è un torrino centrale che funge da piccionaia. A destra del corpo centrale vi sono gli alloggi per la servitù e poi le rimesse per carrozze e/o calessi per il trasferimento della famiglia dal paese alla residenza di campagna e viceversa. Oggi purtroppo l'ingresso a questi ultimi non è più possibile, dato che le splendide arcate a tutto sesto sono state murate. Sul lato sinistro del corpo centrale, invece, vi sono un piccolo recinto,peraltro ben protetto con muri a secco alti fino a 2 mt, certamente utilizzato da animali di grossa stazza, e direttamente collegato ad una stalla. Vi è poi l'abitazione dei guardiani, costituita da due piccole stanze e da un forno per il fabbisogno interno».

http://it.wikipedia.org/wiki/Masserie_fortificate_di_Altamura#Masseria_Dominante


Altamura (masseria fortificata Jesce)

redazionale


Dal sito www.masserialaudati.it

Altamura (masseria fortificata Laudati)

«È una delle più antiche del territorio: il corpo centrale è stato edificato nei primi anni del ‘700. Sulla volta a stella della cappella si notano i raggi della croce di Malta con punte a coda di rondine ed al centro lo stemma della famiglia Laudati, rappresentante un leone rampante. Una volta a botte che sorregge la cappella permette l'accesso al cortile delle grotte. Sul fianco occidentale della cappella si sviluppa longitudinalmente il corpo della masseria settecentesca affiancata sul lato nord da una aggiunta ottocentesca. Il corpo centrale della sua configurazione originaria si ispira al modello della masseria Jesce caratterizzato da un corpo superiore ad abitazione signorile sorretto da grandi arcate al piano terra sui lati maggiori. In epoca ottocentesca una serie di corpi di fabbrica a piano terra delimitano la corte caratterizzata da un portale di ingresso con arco».

http://www.masserialaudati.com/la-masseria/


Dal sito www.agriturismomasserialosurdo.com/

Altamura (masseria fortificata Losurdo)

«è nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, nei pressi delle grotte di Pisciulo (insediamento cavernicolo), nei pressi della via Appia Antica, Regio Tratturo Melfi-Castellaneta, in una zona di notevole interesse paesaggistico e archeologico, vicino la masseria Jesce. La struttura è una masseria del XV secolo con, inferiormente, caverne ipogee del IV-V sec a.C. (adibite, attualmente, a Museo della Civiltà contadina). La struttura è “a corte chiusa” con all'interno un'ampia corte, sale per la ristorazione con archi a vela. L'azienda agrituristica, a conduzione familiare, ha un indirizzo cerealicolo-foraggero, con allevamento ovino e animali di bassa corte. I prodotti tipici offerti sono quelli di stagione.

http://www.tipicamentepuglia.net/agriMusei/agrimuseoMasseriaLosurdo.pdf


Dal sito rilievo.stereofot.it/studenti/aa02/sanrocco

Altamura (masseria fortificata Marvulli)

«L'edificio appare molto compatto e ben difeso: è, infatti, un ottimo esempio di masseria fortificata. Sul lato sud vi è l'unico ingresso, con arco a tutto sesto, al di sopra del quale vi è un'apertura con una sorta di balcone: in realtà, osservando più da vicino tale particolare, si nota che è una caditoia, uno degli strumenti più efficaci per la difesa delle aperture, dato che era possibile colpire l'aggressore senza poter essere colpiti a propria volta. A piano terra, l'edificio presenta poche aperture, tutte in posizioni alte e ben difendibili dall'alto, mentre al piano superiore, dove certamente doveva trovarsi l'abitazione del proprietario, vi sono molte più aperture sia sul lato sud, quello principale, che sugli altri lati. Sugli altri tre lati è invece circondata da un complesso sistema di jazzi e da una cappella. Nei pressi della cappella ci sono cavità ipogee, che essendo luoghi freschi e asciutti, servivano da dapositi degli alimenti».

http://it.wikipedia.org/wiki/Masserie_fortificate_di_Altamura#Masseria_Marvulli


Dal sito www.vinix.com

Altamura (masseria fortificata San Giovanni)

«Nel cuore dell'Alta Murgia, dove la loro [della famiglia Moramarco] caparbietà ha permesso il recupero di una delle più grandi masserie del territorio di Altamura, le cui attuali strutture vanno dai secoli XVI al XVIII, posta in sito ove all'età rinascimentale insisteva uno dei più antichi casali della "terra di Altamura", denominato "S. Giovanni delle Matine", prendendo il nome forse da un'antica chiesa ipogea e dagli acquitrini della zona. Essa apparteneva alla famiglia Filo, una delle più antiche casate nobili locali, imparentata poi con i Della Torre di S.Susanna, come è documentato dallo stemma ancora esistente nell'anticamera del salone e dall'ultima discendente della famiglia sposata ad un Sabini, passata poi al figlio del conte Celio. Nata come centro aziendale, divenne ben presto un ameno luogo di soggiorno, trasformandosi nei secoli successivi da masseria fortezza, (ben evidente nella loggetta con feritoie) a casino signorile, anche se continuarono a persistere le strutture portanti e redditizie dalla sua attività agricola. L'enorme importanza storico-culturale oltre che ambientale del complesso è data del ritrovamento di due necropoli risalenti alla fine del VII sec. a.C. e da quattro complessi ipogeici annessi e limitrofi alla masseria, ricavati nella tipica calcarenite (Tufo); proprio su alcuni di questi poggiano con una serie di pilastri ed archi portanti le strutture del complesso. La "Masseria San Giovanni" si articola su tre livelli: il piano terra, con i caratteristici ambienti voltati sede in passato di stalle, depositi e spazi di produzione, oggi adibiti a bellissimi saloni per ricevimenti e meeting; il primo piano con incantevoli saloni affrescati tipici delle dimore signorili; ed infine i meravigliosi ipogei attuale sede di mostre ed eventi culturali. Oggi la "Masseria San Giovanni" è stata trasformata in "Relais"».

http://www.vinix.com/recensioni_detail.php?ID=18#


Dal sito rilievo.stereofot.it/studenti/aa02/sanrocco

Altamura (masseria fortificata Solagne)

«La vera particolarità di questa masseria è il torrino, abilmente mascherato da piccionaia, con merli come cornice: in realtà è un ottimo punto di osservazione sia della zona circostante, ed è costruito in modo tale che sia visibile lo jazzo che sorge a poca distanza. Lo jazzo della masseria è uno dei più grandi della zona. Inizialmente era nato come masseria per pecore indipendente: infatti presenta costruzioni per il ricovero dei pastori,i quali potevano lasciare le loro pecore in uno dei tanti recinti del complesso, attraversato da un tratturo, una sorta di strada in terra battuta per la transumanza delle pecore, che spesso attraversavano masserie di questo tipo, costruite subito dopo l'istituzione della "regia dogana per la mena delle pecore", ed utilizzate fino agli inizi dell'Ottocento».

http://it.wikipedia.org/wiki/Masserie_fortificate_di_Altamura#Masseria_Solagne


Balsignano (casale fortificato)

a c. di Raffaele Macina


Balsignano (castello)

a c. di Luigi Bressan


Bari (castello)

a c. di Luigi Bressan; testo di approfondimento di Stefania Mola


Dal sito http://fabrica.ba.cnr.it

BaRI (cortina centro storico)

«L'isolato [nel borgo antico] sorge su una piazza creata alla fine del secolo XIX, con la demolizione delle mura della città che si sviluppavano dal castello sino alla vicina chiesa di santa Chiara. Le mappe catastali del 1870 e un dipinto del 1866 mostrano chiaramente la disposizione originaria dell'isolato situato a ridosso di strada San Vito e delle mura cinquecentesche. La composizione edilizia dell'isolato è costituita essenzialmente da case medioevali a torre, di cui è possibile vedere alcuni esemplari recentemente restaurati, e da case "palaziate" cinquecentesche caratterizzate da trasformazioni ed adattamenti ottocenteschi attuati mediante l'accorpamento di alcune unità abitative e la trasformazione dei prospetti con la modifica e la creazione di porte e finestre. ...».

http://fabrica.ba.cnr.it/ita/index.php?id=progetto&id2=casi_di_studio&id3=cortina_centro_storico&pag=02


Bari (fortino di S.Antonio)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito rilievo.stereofot.it/studenti/aa03/resta

BaRI (masseria fortificata Tresca)

«Nel territorio del quartiere Picone. Presenta dimensioni notevoli ed è caratterizzata dalla presenza di una torre con recinto di difesa. Il complesso ipogeo è fuori del recinto. Ascrivibile ai secoli XIII-XIV-XVII. Accesso dalla circonvallazione, sullo svincolo Bari-Foggia».

http://puglia.splinder.com/post/4184905/Bari+-+Insediamenti+rupestri


Dal sito http://rilievo.stereofot.it

BaRI (Palazzo del "Sedile")

«La prima notizia circa la presenza di una sede municipale vera e propria a Bari si trova in un documento datato 1466 a firma del notaio Giovanni de Lutiis, citato dallo storico barese Giulio Petroni, nel quale viene riportata l’esistenza in Piazza Mercantile di un theatrum (nel significato di luogo di riunioni e non di spettacoli), dove gli amministratori comunali si riunivano per discutere degli affari della Università. è fin troppo chiaro il riferimento al Palazzo del Sedile che oggi conosciamo e nel quale in quei giorni i decurioni incaricarono tali Tommaso de Cariis e Matteo di Rainaldo di recarsi a Milano per ottenere da parte del Dduca Sforza, al quale la città di Bari era stata di recente donata dal re Ferrante d’Aragona, la conferma dei preesistenti privilegi. Lo storico però probabilmente si contraddisse (o forse si tratta di nuovi lavori da effettuarsi su un immobile preesistente, pratica molto spesso adottata, ndr) quando riferì, in un altro punto della sua Storia di Bari, che il seggio fu costruito dall’architetto Nicolantonio Bonafede, a seguito di convenzione stipulata con i Sindaci, davanti al notaio Vito de Tatiis, in data 28 Settembre 1543. Il palazzo, infatti, nel 1543 già esisteva non solo perché risulta dall’atto del 1466, ma anche perché, il 7 giugno 1532, con un atto dello stesso notaio de Tatijs, l’Università aveva contrattato con altri maestri muratori l’esecuzione di lavori nel Seggio. In questo palazzo risiedeva la Cancelleria comunale e si sbrigavano le faccende pubbliche. Qui prendevano possesso della carica i magistrati comunali neo-eletti: i Sindaci nelle ore del mattino e il mastro giurato – responsabile dell’ordine pubblico – nelle ore pomeridiane. Nelle sue sale si riuniva per deliberare il Parlamento cittadino, convocato con il suono della campana della Cattedrale e per mezzo del pubblico banditore; si svolgevano le pubbliche gare e le udienze della regia corte, ossia il potere politico rappresentato da Governatore della città che amministrava anche la giustizia con l’assistenza di un giudice assessore. ... L’attività del Sedile come sede comunale cessò nei primi anni dell’ottocento, quando il municipio si trasferì nella vicina strada che, da Piazza Mercantile, va verso la chiesa di S.Nicola e che, da allora, prese il nome di Via Palazzo di Città. Il Sedile venne allora adibito a teatro pubblico, funzione che assolse fino al 13 luglio 1835, quando una minaccia di crollo interruppe bruscamente lo spettacolo in corso. ...».

http://rilievo.stereofot.it/studenti/aa03/bottalico/tema.html


Dal sito http://rilievo.stereofot.it

BaRI (torre La Monaca)

«Il nome della torre medievale che ha dato il nome a tutto l’insediamento, probabilmente indicava una fortificazione appartenente alle monache di Santa Scolastica, fuggite dall’omonimo monastero barese dopo le distruzioni operate in città da Guglielmo I detto il Malo (1156). Alcune ipotesi accomunano il sito di Torre delle Monache o Torre Monaca a quello citato in fonti trecentesche come "Torre Longa". In epoche successive la struttura divenne di proprietà della nobile famiglia barese Incuria. Questa famiglia giunse a Bari agli inizi del secolo XVI da Norimberga, divenendo molto in vista grazie ai rapporti con Isabella d’Aragona, duchessa di Bari dal 1501 al 1524, data della sua morte. ... L'elemento più rilevante dal punto di vista storico e architettonico è la torre, molto alta e solida, che risale al XIII secolo. Essa è realizzata per quasi metà dell'altezza con blocchi calcarei, per il resto dell’altezza con blocchi di tufo, e presenta numerose aperture su quattro livelli. Tra le aperture vi sono i due ingressi, entrambi a tutto sesto. Quello al piano terra è realizzato nella muratura della scala con ballatoio che conduce al primo piano dall'esterno; l'altro ingresso, più stretto e incorniciato da una ghiera lunata, si trova al primo piano, raggiungibile dalla suddetta scala, in passato forse attraverso un collegamento con ponte levatoio. Sul terrazzo della torre, non più praticabile perché crollato, è impostata la caditoia in asse con la porta di ingresso. Completano la fortificazione strette feritoie dalla caratteristica forma a croce latina con base triangolare: esse servivano per i lanci di frecce in tutte le direzioni, anche verso il basso, a difesa della torre. In epoche successive furono aggiunte le strutture abitative, più basse e realizzate in tufo, che chiudono la torre ai due lati. In alcuni di questi ambienti erano visibili alcuni affreschi, ormai scomparsi. Oltre ad un ipogeo, alle stalle e ai locali di lavoro, una cappella documentata già nel 1643 completava l’insediamento rurale. ...».

http://www.michelemonno.it/masserie/Lamonaca/comeArrivare.htm


Dal sito www.barisera.it

BaRI (tutte le masserie)

«Interesse e richiamo considerevoli vanno suscitando, da parecchi decenni, gli ipogei, le ville e le masserie di valore storico artistico che, in numero di circa una trentina, sono stati individuati nel territorio barese ad opera di ricercatori e studiosi, i quali, in alcuni casi, operano isolati, mentre in altri preferiscono lavorare organizzati in gruppi ed associazioni. Mentre la Civica Amministrazione ha in fase di avanzata elaborazione un progetto per l'acquisizione di tali insediamenti al patrimonio pubblico per una loro adeguata sistemazione, sempre numerosa si manifesta l'affluenza delle persone alle visite guidate predisposte dai cennati sodalizi privati o dalle circoscrizioni comunali, non essendo agevole rintracciare da soli, in aperta campagna, quegli antichi segni della storia. Per completezza d'informazione, si forniscono qui di seguito alcuni dati sommari intorno agli insediamenti conosciuti. ...».

http://puglia.splinder.com  -  http://www.michelemonno.it/masserie/index.htm  -  http://www.mondimedievali.net/Masserie/Puglia/Bari/indice.htm


Bitetto (palazzo baronale)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.vieniabitonto.it

Bitonto (mura, porte)

«Le mura della città oggi costeggiano gran parte del centro storico e in origine erano dotate di cinque porte e ventotto torri fra cilindriche, quadrate, maggiori e minori. La fortificazione della città risale al periodo normanno. In questo periodo infatti, si ha la costruzione di gran parte del tratto murario che costeggia il centro storico, nonché delle torri a base quadrata e delle cinque porte:
1) porta Pendile, situata nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porta (Santa Rita), nella parte occidentale e così chiamata perché in passato dava su una zona in "pendio";
2) porta Nova, situata al limite nord del centro storico, nei pressi della chiesa di Santa Maria Annunziata, così chiamata perché fu l'ultima porta ad essere innalzata;
3) porta Robustina, che deve il suo nome alla città verso cui è rivolta, Rubis, l'attuale Ruvo, pertanto situata nella parte nord-occidentale;
4) porta la Maja, chiamata anche Porta del Carmine sia perché si trova di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine sia perché è sormontata da una statua della stessa. È situata nella parte meridionale del centro storico, rivolta verso il torrente Tiflis (in dialetto la Maijn, da cui la Maja);
5) porta Baresana, situata nella parte nord-orientale del centro storico, è la più grande e meglio conservata. Il nome deriva, ovviamente, dall'orientazione verso Bari. Il nome originario era "Porta della marina", perché sita in direzione della ex marina bitontina Santo Spirito. Con lo scippo di Santo Spirito nel 1928 da Bitonto a Bari, per opera del podestà fascista di Bari (1926-1928), Araldo di Crollalanza (successivamente anche ministro dei lavori pubblici), la porta assume il nome di "Baresana" in quanto diviene la porta di accesso alla città per chi viene da Bari. Fu costruita presumibilmente nel XVI secolo. Tuttavia un secolo più tardi fu ricostruita in seguito ad un crollo o comunque ad un danneggiamento, conservando, nella facciata anteriore, uno stile rinascimentale. Sempre nella facciata esterna si nota, in cima, la statua dell'Immacolata Concezione, aggiunta nel 1834. Sulla sua base è incisa la dicitura POSUERUNT ME CUSTODEM. Più in basso si nota invece il vano dell'orologio aggiunto nel Novecento insieme all'annessa campana nascosta dietro la statua dell'Immacolata. Agli spigoli si notano gli acroteri seicenteschi. Sotto l'orologio è presente uno stemma dei Savoia che sostituisce uno stemma della città aggiunto nel 1551 in occasione del riscatto della città dal feudatario. Lo stemma sabaudo fu apposto in luogo dello stemma della città dopo l'unificazione d'Italia. L'accesso è costituito da un arco a tutto sesto affiancato da paraste terminanti in un architrave. Su questo è stata aggiunta la copia di una predella policroma, un dipinto rappresentante i santi protettori della città. Ai lati del vano dell'orologio, si notano gli acroteri aggiunti presumibilmente nel XVII secolo. La facciata retrostante presenta un fornice a ghiera affiancato da paraste in bugnato, similmente alla facciata esterna ma con degli zoccoli di basamento più alti. Sull'architrave si erge il timpano in cui è situato, nel mezzo, il secondo quadrante dell'orologio.

Durante il periodo angioino la difesa della città non fu trascurata; furono, infatti, innalzate le torri cilindriche, tra cui il torrione, la torre più imponente e la più resistente, e restaurate porta Pendile e porta Robustina. Tra il XVI e XVII secolo, furono attuati dei restauri e reintegrazioni, interventi si ebbero nel tratto tra Porta La Maja, piazza Castello e Vico Goldoni, portando quest’ultimo tratto di mura in avanzamento rispetto al vecchio allineamento normanno. Fu realizzato il Trione, cioè un torrione, posto sull’estremo orientale della città antica, laddove probabilmente sorgeva una torre più vecchia. Oggi delle mura, rimangono lunghi tratti che delimitano la parte meridionale del centro storico mentre della parte settentrionale rimane ben poco. Delle cinque porte originarie ne rimangono solo due: porta la Maja è comunemente chiamata porta del Carmine per il basso rilievo raffigurante la Madonna del Carmine presente nella parte alta della porta. A porta Baresana sono state aggiunte una statua dell'Immacolata Concezione e due orologi. Infine sono ancora presenti diverse torri, tra cui il torrione angioino».

http://it.wikipedia.org/wiki/Bitonto


Dal sito www.vieniabitonto.it

Bitonto (palazzi)

«Palazzo Sylos-Vulpano. Oggi monumento nazionale, il palazzo fu costruito nella seconda metà del Quattrocento per volere di Giovanni Vulpano, riutilizzando forse una torre medievale del XII secolo. Oltre il portale con elementi tardo-gotici aragonesi, si apre un cortile che riprende lo stile rinascimentale napoletano dove, nel fregio, diversi personaggi del casato sono raffigurati insieme a condottieri ed imperatori romani. Allo stemma della famiglia Vulpano si aggiunse quello della famiglia Sylos, quando con l'estinzione della prima questa divenne proprietaria del palazzo.

Palazzo Sylos-Calò. Edificata tra il 1529 e il 1583 da Giovanni Alfonso Sylos, in stile tardo-rinascimentale, la residenza nobiliare ha una facciata irregolare sulla quale si apre un portale inquadrato da lesene e con due effigi imperiali sotto il cornicione. Il loggiato, realizzato su due livelli, è stato considerato l'espressione più ricca del Rinascimento pugliese. Il porticato si erge su otto colonne; l'androne è coperto da volte ribassate con lunette e presenta colonne lisce con capitelli corinzi, ripresi dal rinascimento fiorentino. Dal 2009 l'edificio ospita la Galleria nazionale della Puglia, che custodisce una ricca collezione di dipinti di arte moderna donata allo Stato da Girolamo e Rosaria De Vanna.

Palazzo De Ferraris-Regna. Il nucleo originario risale al XIV secolo e fu realizzato dai De Ferraris, nobile famiglia genovese che si stanziò nel XIV secolo a Bitonto. Anticamente il palazzo si estendeva fino all'Arco Pinto. Tra il 1586 e il 1639 fu ricostruito per volere della famiglia Regna (giunta a Bitonto nel XIII secolo con Paolo Regna, preso in ostaggio a Milano da Federico II). Il palazzo presenta un portale con colonne di ordine dorico poggianti su un semplice basamento. I loggiati interni sono realizzati in epoche diverse: il primo piano e il cortile risalgono al XIV secolo, mentre il piano superiore è più recente. Le finestre sono state trasformate in seguito in balconi. Il portale è in stile tardorinascimentale, con la data (1586) incisa sul portale stesso.

Palazzo De Lerma. Fu fatto costruire accanto alla concattedrale, in un'area precedentemente inclusa nelle proprietà del vescovo nel XVI secolo, da Girolamo De Lerma, duca di Castelmezzano e appartenente ad una famiglia giunta in Italia dalla Spagna verso il 1500. Sulla sua destra preesisteva la chiesetta della Santa Maria della Misericordia, della quale si conserva il portale principale (risalente al 1586) con, sulla parte superiore, il bassorilievo di una pietà. Il palazzo è coronato da un ricco cornicione ed è in stile rinascimentale anche se successivamente vi furono delle trasformazioni e delle aggiunte in stile barocco, cui seguì l'aggiunta dei balconi nel XVIII secolo. La facciata del palazzo è prospiciente con il sagrato della concattedrale e tra di essi vi è una loggia cinquecentesca chiamata loggia delle benedizioni. Essa è realizzata in stile rinascimentale ed è posizionata ad angolo».

http://it.wikipedia.org/wiki/Bitonto


Bitonto (torre angioina)

a c. di Luigi Bressan


Bitonto (torre dell'Alfiere)

a c. di Pasquale Fallacara


Dal sito www.pugliaindifesa.org

BITONTO (torre di Cesare - Villa Sylos, detta La Contessa)

«Il complesso, noto come "La Contessa", è situato in un lotto di terreno di oltre 5000 mq nel territorio di Bitonto, in località Torre di Cesare ed è di proprietà demaniale. Immerso in un giardino con alberi secolari, è costituito da: una torre di avvistamento a cui è stato addossato un portico ad una campata, un portale di accesso da cui parte un selciato che conduce al fabbricato principale, la Villa Sylos e la piccola chiesa di S. Tommaso. La costruzione del complesso rustico di Torre di Cesare si articola in diverse fasi a partire dal XV sec, sino a giungere al XX sec., con un'integrazione ad opera dell' Ing. Luigi Sylos, motivo per il quale si attribuisce al bene l'ulteriore denominazione di Villa Sylos. Nella seconda metà del XX sec. il complesso risulta bene a disposizione del Ministero di Grazia e Giustizia che lo utilizza come Casa di Rieducazione e, dopo interventi di rifunzionalizzazione, il complesso diventa bene demaniale nel 1975. Il complesso è in stato di abbandono dal 1978 e si presenta in notevole stato di degrado, con architravi e stipiti danneggiati, impianti divelti, apparato decorativo ed infissi asportati.

Il primo nucleo de "La Contessa" è rappresentato dalla Torre Alitti, una torre di avvistamento risalente al XV secolo, posta all' ingresso del complesso: la torre, a pianta rettangolare, realizzata in conci di pietra calcarea irregolari, si sviluppa su più livelli ed è coperta da un tetto a doppia falda rivestito di chiancarelle. A questa struttura di vedetta viene addossato successivamente un portico ad una campata coperta da volta a crociera; esso è caratterizzato da un tessitura muraria in conci abbastanza regolari di pietra calcarea e si sviluppa su un unico livello. L'accesso alla villa è segnato da un portale di ingresso: la struttura presenta un arco che immette in un piccolo passaggio coperto da volta a botte ribassata; dal lato interno del portale si possono ancora notare i cardini in pietra di un perduto portone d'ingresso; particolare risulta la presenza di un selciato che conduce dal portale di ingresso al vano di accesso della villa. La villa, risultato di addizioni nel corso dei secoli, nella configurazione attuale ha una pianta a forma di L ed è costituita da diversi ambienti; il fabbricato presenta un paramento murario a faccia vista e si articola su un solo livello, ad esclusione del volume giustapposto sul lato sud-est che appare invece costituito da due livelli. L'edificio, costituito da diversi vani coperti sia da volte a botte con teste di padiglione, sia da volte a crociera, sia da solai piani con travi metalliche e bubbole in terracotta, presenta un coronamento costituito da una serie di dentelli, concluso superiormente da una gola diritta.

Il prospetto nord-ovest della villa presenta una piccola finestra ricavata nell'angolo a sinistra e una serie di tre finestre più grandi; il vano di ingresso presenta una modanatura lapidea lungo stipiti e architrave e lo stemma della famiglia Sylos-Labini, recante una croce e tre conchiglie in bassorilievo. Il prospetto nord-est presenta a sinistra una finestra e a destra un'apertura, entrambe caratterizzate dalle stesse modanature riscontrate sul lato nord-ovest; il vano d'ingresso, oltre a riportare lo stesso stemma è arricchito da una iscrizione al di sotto della cornice che così recita: "MATHILDIS SILOS LABINA / REST. ANNO DOMINI MCMXXVIII"; ciò ci consente di collocare temporalmente l'intervento effettuato dall'Ing. Luigi Sylos Labini che realizza questi ambienti coperti con solaio piano. Il prospetto sud-est presenta tre grandi aperture da cui sono stati asportati gli elementi decorativi di stipiti e architrave ed una finestra più piccola. Ortogonalmente a questo corpo di fabbrica e accostato ad esso si sviluppa un edificio costituito da due ambienti e un disimpegno su un unico livello: ad esso è addossato un portico, sicuramente di epoca successiva rispetto al resto della struttura, che si articola in cinque campate con copertura piana sorretta da pilastri in muratura. Il prospetto sud-ovest presenta anche un corpo aggettante, sicuramente di epoca posteriore al resto del complesso, che si sviluppa su più livelli e presenta orizzontamenti presumibilmente in laterocemento. A completamento del complesso si segnala la presenza della cappella rurale di San Tommaso: essa si colloca alla fine del viale in asse con la torre di vedetta ed è costituita da un unico ambiente di pianta pressocché quadrata coperto da una volta a crociera; risultano assenti tutti gli apparati decorativi, sia interni, come l'altare di cui resta solo la predella, che esterni, di cui rimane traccia di alloggiamento per un ipotetico stemma o epigrafe al di sopra del portale d'ingresso».

http://www.pugliaindifesa.org/villa_sylos_-_la_contessa_bitonto.html (a cura di Rossella Caggianelli)


Bitonto (torre di Sant'Aneta)

a c. di Pasquale Fallacara


Dal sito www.comuniverso.it

Bitritto (casa-torre, centro storico)

«Casa-torre. è un edificio estremamente rappresentativo delle forme di architettura civile della regione. La costruzione, che può considerarsi tre quelle meglio conservate nell'antico tessuto urbanistico cittadino, occupa una superficie di base alquanto ridotta - com'è tipico negli edifici di questo genere - ma s'impone alla vista per il suo considerevole sviluppo altimetrico, articolato su quattro piani. A Nord e ad Ovest è addossata ad altre costruzioni più tarde, che ne impediscono l'esame, ma fortunatamente il prospetto Est (nella foto) e quello Sud sono liberi, in quanto delimitano l'angolo dell'originaria insula abitativa. Il paramento murario a conci rettangolari di pietra calcarea di dimensioni irregolari, legati tra loro con malta, risponde alle caratteristiche costruttive proprie dell'età medioevale e presenta, poco più in basso della metà dell'altezza complessiva, un motivo a beccatelli lungo le due facciate visibili, e che quasi certamente doveva interessare anche gli altri due prospetti, occultati dalle fabbriche posteriori (supponendo che la costruzione sorgesse isolata). Questo motivo, frequentissimo nelle strutture difensive e nelle fortificazioni, introduce un distacco visivo tra la parte basamentale, più chiusa e compatta, e lo sviluppo superiore del fabbricato. ... Più ampia e spaziosa è la finestra del secondo piano, dalle forme chiaramente rinascimentali, con mensola decorata da motivi a foglia e cornice modanata; essa è arricchita dall'inserto di due mensoline scolpite con forme di creature mostruose sui lati e da uno scudo araldico in basso. Quest'ultimo, molto abraso, è stato identificato con uno stemma analogo, ma meglio conservato, che si trova murato sul fronte di una casa attigua a questa, lungo la Via Giusti, denominata "Casa De Filippis": potrebbe trattarsi, come propongono gli studiosi locali cui va il merito di questa identificazione, di un simbolo religioso (riferendosi al fatto che Bitritto costituiva un feudo ecclesiastico), ma non è da escludere, tuttavia, che appartenesse ad una nobile famiglia locale che possedeva l'immobile

Centro storico. Il centro storico di Bitritto si presenta decentrato rispetto all'intero abitato, il cui sviluppo ha risentito nel secolo scorso (e ancora ne risente) della forza attrattiva esercitata dalla vicina città di Bari. Nell'ambito del centro storico il comparto più antico è quello delimitato dalle vie R. Bonghi, N. Balenzano, Settembrini e piazza A. Moro. Questo é chiuso su sé stesso ed ha una cortina di perimetrazione ad andamento pressoché rettilineo sul lato Nord e prevalentemente curvilineo per il restante sviluppo, interrotta in pochissimi punti da vicoli che consentono l'accesso all'interno, dove la viabilità diventa più ampia. L'elemento più interessante dell'assetto urbanistico del borgo è costituito dall'organizzazione ad isolati paralleli, disposti lungo la direzione Est-Ovest, della fascia più settentrionale delimitata da via Bonghi, piazza Leone, via Guglielmi e via Balenzano, dove sono accentrati gli edifici più antichi, risalenti cioè al periodo compreso tra i secoli XI e XV; il resto dell'edilizia, a parte interventi recentissimi, risale al periodo compreso tra i secoli XVI e XIX. ...».

http://rilievo.stereofot.it/studenti/aa99/Consiglio/files_html/casatorre.html  -  http://rilievo.stereofot.it/studenti/aa99/Consiglio/files_html/borgo.html


Bitritto (castello baronale)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.comune.capurso.bari.it

Capurso (palazzo baronale, villa Venisti)

«Dal punto di vista architettonico, per Capurso, emerge, prima di ogni altra cosa, il suo centro storico, di impianto tipicamente medievale, con i suoi bassi, con le corti, i gaifi o vignali, gli archi, le viuzze lastricate, su cui si affacciano le pochissime case “palazziate”, con bugne (palazzo D'Addosio) e antefisse scolpite con dignità artistica. Gli edifici di maggior pregio architettonico di Capurso sono la Chiesa Madre, del XVI secolo, il convento di San Francesco da Paola, del 1300, i palazzi baronali e il Santuario Basilica della Madonna del Pozzo in stile tardo-barocco ...».

«Villa Venisti. Un tempo “Casa dei Sette Spiriti”, oggi “Villa abbandonata e degradata”, si presenta così la Villa Venisti in zona prolungamento San Carlo. Nel corso degli anni la nostra amministrazione comunale, ha dovuto restaurare (seppur solo esternamente) l’immobile per poi provare per ben due volte a “cedere” al primo che ne facesse richiesta la proprietà, per trasformare la bella “Villa”, donata a tutta la cittadinanza per usi sociali, in usi commerciali. Infatti con la semplice vista, sarà possibile notare due costruzioni iniziate ed abbandonate per la realizzazione di una “Casa di Cura”, anzichè una struttura per “anziani indigenti” come da testamento dell’Avv. Gennaro Venisti».

http://it.wikipedia.org/wiki/Capurso#Edifici_storici  -  http://lnx.capurso-online.it/html/2009/02/02/villa-venisti...


Carbonara (castello)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.comune.casamassima.ba.it

Casamassima (palazzo ducale)

«Dal secolo XII è stato dimora di feudatari che nel corso dei secoli lo hanno sottoposto a continui restauri. L'elemento architettonico più interessante è il portale di ispirazione spagnola del XVI sec. con bugnato a punta di diamante».

http://www.infopointpolignanoamare.com/index.php?pag=luoghi&tipo=&citta_s=Casamassima&action=Filtra


Dal sito www.telenorba.it

Cassano Murge (centro storico)

«Il centro storico è tutto un andirivieni di vicoli e stradine, che si incontrano e si intrecciano, si aprono e si chiudono in corti e cortili. E’ degno di visita il Palazzo Miani-Perotti, costruito nel 1763 su progetto del celebre architetto di Cassano, Vincenzo Ruffo, che fu allievo del Vanvitelli e diresse i lavori alla Reggia di Caserta».

http://www.barisera.it/cassano.htm


Dal sito www.comune.castellanagrotte.ba.it

Castellana Grotte (centro storico)

«I palazzi. Il Palazzo Municipale (ex convento della chiesa di San Francesco: il chiostro interno, le sale, le tele di Sergio Niccolò de Bellis), dove sono in via di ultimazione i lavori di adeguamento;il Municipio Vecchio (XVI secolo); le facciate dei palazzi: i settecentesci di via Roma, gli ottocenteschidicorso Italiae viaRisorgimento (progettato dall' architetto Sante Simone, ospita la biblioteca civica). Il centro storico. Tra le strade lastricate si scorgono chiese, palazzi, archi, e case bianche ristrutturate. Per restituire al centro storico decoro, vivibilità e qualificazione ambientale ci sono agevolazioni tributarie per la ristrutturazione di abitazioni private e per le attività commerciali. L' iniziativa rientra in un più ampio programma di recupero previsto nei tre piani particolareggiati del centro storico, uno per ogni zona: il nucleo più antico (XI secolo), gli ampliamenti del 1300-1400, gli sviluppi fuori le mura del 1700-1800. E si sono appena conclusi i lavori di risanamento della voragine di largo Porta Grande. La zona è stata restituita al paesaggio urbano dopo gli effetti del disastroso crollo del 1968 che inghiottì un antico palazzo (i lavori, dal complesso iter procedurale sono iniziati nel 1997)».

http://www.comune.castellanagrotte.ba.it/turismo/itinerari-e-visite-guidate-castellana-grotte/da-visitare-in-citta--nei-dintorni.html


Ceglie del Campo (castello)

a c. di Luigi Bressan


Cellamare (resti dell'edificio fortificato)

a c. di Luigi Bressan


Conversano (casino di caccia Marchione)

redazionale


Conversano (castello degli Acquaviva d'Aragona)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.agriturismo.net

Conversano (centro storico)

«Su una piacevole altura delle Murge, a soli 8 km dal mare, sorge Conversano, immersa nella fertile campagna che la circonda. Le origini di Conversano si fanno risalire all’età del ferro, quando allora era conosciuta come Norba. Inserita nell’Impero romano ne subisce l’influenza e la conseguente decadenza a seguito delle invasioni barbariche. Intorno al V secolo, su quello che era il territorio di Norba, sorge una nuova borgata chiamata Cupersanum, dominata dai normanni e in seguito dagli aragonesi il cui più importante esponente fu Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, più noto come il “Guercio delle Puglie”, la cui storia si intreccia con le sue leggende. Caratteristico è il suo centro storico diviso in tre parti (la città medievale, Casalvecchio e Casalnuovo) su cui troneggia il Castello Aragonese, in una posizione in grado di dominare l'intero territorio circostante fino al mare, e affacciato sull'antico largo della Corte, un'ampia piazza dalla forma irregolare, da sempre fulcro della vita cittadina».

http://www.gopuglia.it/guida-turistica/bari/conversano/comune-conversano.html


Dal sito www.montepaolo.it

Conversano (torre del Brigante)

«L’agriturismo Montepaolo si presenta come la classica dimora nobiliare di campagna, composto da due corpi: la struttura centrale e, a 200 metri di distanza, la Torre del Brigante, risalente al ‘300 e adibita a resort. ... Edificata nel ‘500 su elementi preesistenti per essere utilizzata come punto d’appoggio durante la stagione di caccia dai Conti Acquaviva D’Aragona, la struttura fu acquistata dal giudice Cataldo Ramunni, antenato dell’attuale proprietaria. Dalla metà dell’‘800, ha subito diverse trasformazioni a seconda dell’uso, di cui attualmente sono ancora visibili le tracce, ma sempre nel rigoroso rispetto dell’originaria architettura. Sull’atrio si affacciano due spazi, attualmente adibiti a sala ristorante: sulla destra il vecchio palmento, l’antico luogo di vinificazione precedente al ‘500, dove è ancora visibile la cisterna utilizzata dai contadini per conservare il vino. Tale ambiente divenne poi la camera residenza della famiglia del massaro (contadino a cui veniva dato in uso parte di un immobile affinchè potesse mantenere viva la struttura e i terreni in assenza dei proprietari). Sulla sinistra la Sala delle Carrozze, costruita alla fine dell’800, presenta ancora le arcate delle mangiatoie per i cavalli, ora utilizzate come nicchie e mensole, e dove venivano conservate anche le botti di vino. Di grande importanza storica la chiesetta rurale con affreschi del 1642, che, secondo l’Archivio Comunale di Conversano, è una delle cinque chiese rupestri meglio conservate del territorio cittadino e con molta probabilità, uno dei quattro eremi di Sant’Antonio da Padova. A circa 200 metri dalla struttura principale, all’uscita del boschetto di macchia mediterranea, si erge la “Torre del Brigante“, risalente al ‘300 e riconosciuta come bene di interesse storico-architettonico. Interamente costruita in pietra locale e ristrutturata seguendo un progetto specifico per i beni storici, approvato dal Ministero dei Beni Culturali, conserva intatto il fascino medievale».

http://www.montepaolo.it/lang/it/il-resort/cenni-storici-agriturismo-montepaolo


Conversano (torre di Castiglione)

redazionale


Dal sito it.wikipedia.org

Corato (arco Ripoli, palazzo De Mattis)

«Nel 1922, anno in cui la falda freatica raggiunse il più alto livello, crollarono, o furono in seguito abbattute a causa dei gravi danni subiti, importanti edifici situati in Piazza di Vagno come il Palazzo della Noya o la Chiesa del Monte di Pietà. Di questo disastro il centro antico di Corato risente le conseguenze ancora oggi: un po’ ovunque si possono vedere costruzioni pericolanti, edifici abbandonati e invasi dalle erbacce. In questo generale stato di abbandono sorprende la sopravvivenza quasi miracolosa di alcune testimonianze architettoniche del passato come, per esempio alcuni archi che fungono da collegamento tra un edificio e l’altro svolgendo la funzione, a volte, di vera e propria “corte”. Uno di questi è l’Arco Ripoli oltrepassando il quale, sulla sinistra, in alto, è possibile ammirare una bella bifora trilobata del primo ‘400 caratterizzata da una decorazione a piccole bugne a punta di diamante che riprende il motivo del rivestimento in pietra del Palazzo de Mattis in via Roma, già ispirato al più famoso Palazzo dei Diamanti di Ferrara. La collocazione originaria della bifora è diversa da quella in cui oggi è possibile ammirarla: si tratta probabilmente di un reperto, poi riutilizzato, proveniente dal castello di Corato, castello che ospitò per circa un mese anche il re Carlo d’Angiò. La bifora, assieme ad altri lacerti sparsi un po’ ovunque nel centro storico, fornisce una testimonianza importante per ricostruire il volto della città tra la fine del ‘400 e la fine del ‘500.

http://www.coratolive.it/City/16/VistaSez.aspx (a cura di Marilena Torelli)

«L’edificio che il Molinini dice eretto da Martius Patroni nel 1579, successivamente passato ai Patroni Griffi, è ora noto come Palazzo de Mattis. Planimetricamente si tratta di un edificio a pianta rettangolare occupante un intero isolato del nucleo antico di Corato ed in particolare del lotto all’intersezione fra gli assi Via Roma e l’omonima Via de Mattis. Il valore architettonico dell’edificio lo si deduce dal tipo di bugnato utilizzato ai piani alti. L’edificio noto anche come “u palazz de re pète pezzate” presenta al di sopra della cornice marcadavanzale un piano nobile totalmente rivestito con Bugne a punta di diamante probabilmente di fattura e derivazione Ferrarese. Ciò lo si deduce dalla presenza di dimostrati rapporti culturali intrattenuti nel 500 fra Ferrara e la terra di Bari, e nello specifico attraversa la figura di Lucrezia Borgia. Lo stesso tipo di decorazione ritorna nelle tredici bugne assai più sporgenti che incorniciano e gerarchizzano il portale d’accesso; nelle diciotto dimensionalmente più raffinate che incorniciano le singole finestre ed infine negli elementi a punta che scandiscono il basamento lungo la via Roma. Tipologie decorative simili sono rintracciabili a Corato in un edificio sulla via Santa Caterina oltre che nel distrutto Palazzo Ducale, oltre che in alcuni edifici biscegliesi. Nello specifico il prototipo base dovrebbe essere costituito dal Palazzo dei diamanti a Ferrara opera di Biagio Rossetti. Sul piano nobile, allo spigolo fra via Roma e via de Mattis campeggia lo stemma patronale della famiglia Patroni Griffi, altre volte presente negli edifici coratini. Lo stemma in questione presenta una divisione netta in due parti, l’una per i Patroni e l’altra per i Griffi, con due simboli differenti, da un lato una mano sorregge un’ancora, dall’altra un grifone. L’effetto visivo attuale è traviato rispetto a quella che doveva essere la vista post edificazione. Le bugne erano tutte bianche e non rosacee, come appare attualmente, ed inoltre la precisa stereotomia ed il combinarsi delle stesse, dimensionalmente diverse, garantiva apprezzabilissimi effetti chiaroscurali e giochi di luce ed ombra sapientemente studiati dall’architetto progettista».

http://www.coratolive.it/City/28/VistaSez.aspx (a cura di Ada Loiodice, Filippo Loiodice, Mario Piccarreta)


Dal sito www.coratolive.it

Corato (Sedile e palazzo Gioia, già castello)

«Palazzo Gioia e piazza Sedile hanno sempre rappresentato il centro della vita cittadina, a partire dal medioevo: il nome stesso di piazza Sedile, ricorda i tempi in cui su questa piazza si governava la città da un punto di vista giuridico-amministrativo. Un bassorilievo, chiaramente visibile ai lati del portale di palazzo Gioia che fronteggia la biblioteca comunale, rappresenta un’antica stadera che riuniva simbolicamente tre significati: era il simbolo dei Carafa, antichi feudatari di Corato; era, in quanto bilancia, simbolo dell’equità della giustizia che veniva amministrata nel palazzo della pretura; ed era simbolo del commercio, in quanto sulla piazza si teneva il mercato cittadino. La leggenda vuole che sull’attuale sito del palazzo sorgesse il castello della Corato medievale eretto dai Normanni assieme alle mura della città che seguivano il tracciato dell’attuale Stradone; è molto probabile che in adiacenza all’edificio fosse collocata una delle quattro porte della città, quella rivolta verso Ruvo, ma nessuna evidenza storico-archeologica ci testimonia la presenza di un castello medievale, sede del potente locale, idea che resta nell’ambito delle supposizioni. Il palazzo nella veste in cui si presenta a noi oggi è ottocentesco, costruito a partire dal 1837, su progetto dell’architetto Mastropasqua di Giovinazzo. Il bellissimo palazzo che si presenta come un unico blocco isolato dalle costruzioni circostanti fu ricostruito a metà ottocento, mentre Corato viveva forti cambiamenti dal punto di vista urbanistico: l’antico tracciato murario venne lastricato per creare un largo stradone cittadino che apriva la città ad una nuova espansione. Tutti i palazzi che si ritrovavano a ridosso della cinta muraria furono ripensati o ricostruiti nell’ottica di questo cambiamento di fronte. La nuova architettura del palazzo ben tenne in conto il fatto che l’edificio, in quella posizione, nei secoli aveva rappresentato un punto nodale nella storia della città.

Si tratta di un’edificio molto complesso nell’organizzazione interna, ma regolare e simmetrico nell’aspetto esteriore; è un fabbricato su tre piani, caratterizzato sui quattro prospetti da un bugnato massiccio che evidenzia tutto il piano basamentale e gli spigoli. I due livelli principali sono ben scanditi dalla successione di pietra e intonaco; del terzo, il mezzanino ricavato tra gli altri due, al di sopra delle alte volte dei locali del pianterreno, si intuisce la presenza dalle piccole bucature nel piano del basamento. Il palazzo si apre con due portali sia sul corso che su piazza Sedile, allineati a coppie; due di questi sono posti in asse anche con via Roma, in modo che quando i portoni sono aperti si crea una interessante prospettiva che partendo da corso Mazzini , passando per piazza Sedile, rende visibile tutto lo sviluppo di via Roma che all’epoca della costruzione, ancor più di oggi, rappresentava uno degli assi portanti della vita della città. I due atri interni sono sostanzialmente asimmetrici, perché in passato erano adibiti a funzioni completamente diverse; il primo a cui si accede dai portali posti in asse con via Roma aveva funzione di rappresentanza e ingresso ufficiale agli appartamenti; il secondo, il cui ingresso avviene dal portale di fronte alla biblioteca, era un atrio di servizio che serviva per aerare e illuminare gli ambienti più interni. Infatti, pur essendo geometricamente in asse, questi due portali non sono tra loro collegati. Il portone principale ha un ampio vano d’ingresso a cui fa seguito una doppia fila di colonne che segna il percorso che conduce dal portone al cortile interno; le colonne, semplici nel loro disegno (che riprende le caratteristiche delle colonne delle monumentali sale ipostile degli antichi tempi egizi), sono tutte in pietra scolpita a blocchi sovrapposti di forma troncoconica conclusi da un sobrio capitello, decorato ad ovoli. I blocchi, inoltre, sono intervallati da fasce più sottili, motivo ripreso anche nel bugnato del cortile. Nel terzo intercolumnio, da entrambi i lati, salgono due ampi scaloni che si incontrano, dopo una rampa, su un unico pianerottolo da cui tramite un’altra rampa si arriva su una loggia che oltre a dare accesso alle residenze si affaccia su un ampio cortile interno di forma trapezioidale. Notevole è l’accorgimento prospettico dell’architetto nel disegno del colonnato: le colonne, infatti, sono lievemente inclinate verso l’interno per accentuare il senso prospettico della vista di cui si poteva godere con l’apertura dei due portoni su via Roma».

http://www.coratolive.it/City/29/VistaSez.aspx (a cura di Vincenzo Tandoi)


Gioia del Colle (castello)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito http://rilievo.poliba.it

GIOVINAZZO (borgo storico, mura, palazzi)

«La nostra passeggiata nel centro storico di Giovinazzo inizia da Piazza Umberto I, l’antica piazza del Governatore, situata a destra del Palazzo di Città. Arrivando da Piazza Vittorio Emanuele possiamo già ammirare, di fronte, il Palazzo Uva o Sagarriga (XVI-XVIII sec.) e, a destra, il Palazzo del Governatore (XV-XIX sec.); una visita al Centro Documentazione della Pro Loco, che ha sede nei locali sottostanti quest’ultimo Palazzo, ci permetterà di ammirare i reperti archeologici di varie epoche che qui sono custoditi. L' Arco Traiano, situato nei pressi di una delle antiche porte di accesso a Giovinazzo (è così chiamato perché ingloba quattro colonne miliari della variante marina della vecchia Via Traiana che da Roma conduceva sino a Brindisi), ci introduce nel cuore dell'antico centro storico. La prima piazzetta che ci appare è Piazza Costantinopoli, già Piazza Maggiore, con la chiesa dedicata alla Madonna di Costantinopoli (anno 1528), un tempo sede dell’antico seggio dei nobili, e prima ancora tempio pagano dedicato alla dea Minerva. Sul lato destro della chiesa è collocata la statua di San Cristoforo; sull’altro lato della piazza, la statua di San Michele; entrambe in pietra, sono state realizzate dallo scultore giovinazzese Antonio Altieri. Proseguiamo su Via Cattedrale (a destra guardando la chiesetta); incrociamo Vico Freddo, con strutture murarie trecentesche ed una graziosa finestra a bifora; subito dopo, sullo stesso lato, la chiesetta di S. Carlo ( o S. Andrea Apostolo - anno 1571) e il settecentesco palazzo De Risis (attualmente della famiglia Marziani). Superato il primo arco, ci appare la chiesa di S. Maria del Carmine (datata fine I millennio), con il suo alto campanile a vela. Attraverso un secondo arco possiamo già intravedere il portale della Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta in cielo. ... Di fronte vi è il Palazzo dei Framarino dei Malatesta (XIV-XIX sec.), mentre addossato alla Cattedrale il Palazzo Vescovile (XIV-XV secolo); vicino si erge il Palazzo Ducale (1657).

Superati alcuni scalini che costeggiano il Palazzo Framarino, arriviamo in piazza Meschino e in Via Lecce. Proseguendo a destra troviamo il Palazzo Vernice (XVI secolo) e il Palazzo dei Sasso. Ritorniamo in piazza Meschino e percorriamo Via Lecce nella direzione opposta; superata la torre medioevale, troviamo a sinistra il Palazzo Morula e, più avanti, il Palazzo Lupis (XIII secolo). Costeggiando a destra, arriviamo in piazza Zurlo (chiamata anche Piazza delle Benedettine), con l'omonimo Palazzo Zurlo del XVI sec. (il capitano Francesco fu uno dei giudici della disfida di Barletta) e la chiesa di S. Giovanni Battista (conosciuta anche con il nome di San Francesco) del IV sec., addossata all’antico Monastero delle suore Benedettine. Proseguiamo a destra per Via Spirito Santo: troviamo il Palazzo Gramegna (1687) e sul lato opposto la chiesa dello Spirito Santo. Fatta edificare nel 1395 dal nobile giovinazzese Pavone Griffi, la chiesa ottenne dalla Santa Sede il privilegio di costituire una Collegiata di Preti direttamente dipendenti dalla Santa Sede. Caratteristiche sono le cupole piramidali, le cui coperture sono realizzate con "chianche" di pietra locale; il campanile è a vela a doppio fornice; alla sommità la facciata termina con una cornice ad archetti trilobati. Costeggiando la scalinata della chiesa e oltrepassato l’arco di Vico dell’Aquila arriviamo in Via Gelso. Quasi di fronte si erge la chiesetta di San Lorenzo (XIV sec. - fu completata nel 1305), con un pregevole bassorilievo incastonato nella facciata. Proseguiamo a sinistra su Via Gelso; sullo stesso lato della chiesa troviamo la rinascimentale corte De Ritiis; quasi di fronte l’elegante dimora dei Pavone Griffi (XIV sec.); a fianco Corte Castiglia (XIV sec.); poco oltre, sul lato opposto, il Palazzo Saraceno (XVI sec.) con un caratteristico bugnato allo zoccolo, una magnifica scalinata esterna, un piccolo giardino pensile ed un grazioso pozzo in pietra scolpita; quasi di fronte l’antica dimora ove nell' anno 1193 nacque il Beato Nicolò Paglia. Proseguiamo su Via Gelso; superato un altro arco, arriviamo in piazza Sant’Anna, quindi in piazza San Salvatore ed infine in Via Santa Maria degli Angeli, con l’omonima chiesa, edificata verso l'anno 1200. Vicino, la Casa-Torre Spinelli (XIII secolo) con le sue famose finestre a bifora e il grazioso giardino pensile. Quì nacque e visse Matteo Spinelli, autore dei famosi "Diurnali" che in prosa volgare narrano gli avvenimenti del Regno di Napoli dal 1249 al 1268. Più avanti, Via S. Lorenzo e infine piazza S Felice con l’omonima chiesetta sconsacrata, diventata prima sede di mercato ortofrutticolo e, solo di recente, centro di attività culturali. Attraverso Arco Municipio Vecchio ritorniamo in piazza Umberto I, il luogo da cui è iniziata la nostra passeggiata che ci ha permesso di conoscere, pure se in parte, i tanti tesori che l'antico centro storico di Giovinazzo, gelosamente, ancora custodisce».

http://www.giovinazzomia.it/Centro%20storico.htm


Dal sito www.giovinazzolive.it

GIOVINAZZO (Palazzo Ducale)

«Il palazzo Ducale fu costruito dai Giudice nel secolo XVII per volontà di Nicolò, duca di Giovinazzo e principe di Cellammare divenne in seguito la dimora del marchese di Rende dopo il matrimonio con una Fanelli. L'edificio fu tutto costruito in blocchi di pietra squadrati di diversa pezzatura (70 metri di facciata - 60 metri di profondità - più di 200 stanze e giardino annesso). Il fronte verso il mare è a nord. Il portale d’ingresso, sul fronte sud, immette, attraverso un androne, nell'ampia corte. Un pozzo, al centro del cortile, raccoglie le acque piovane. Il palazzo, tranne l'ala ad ovest abitata dai Fanelli e l'ala opposta, è in uno stato deplorevole. Il cortile ha una superficie di 490 mq ca., i quattro prospetti interni hanno una lunghezza di circa 20-22 m».

http://fabrica.ba.cnr.it/ita/index.php?id=progetto&id2=casi_di_studio&id3=palazzo_ducale_giovinazzo&pag=02


Dal sito www.giovinazzolive.it

GIOVINAZZO (torre del Tuono e torre Bonvino)

«Torre del Tuono. Bisanzio Lupis, nelle sue Cronache, la chiama Torre de lo Trono. Pare che tale toponimo le derivi dall'essere stata in passato colpita da una folgore; oppure, secondo il Roscini, perché in essa si era acquartierato il famoso Cardinale Vitelleschi, in procinto di porre l'assedio a Giovinazzo. L'intero complesso fu completamente ricostruito dai Sagarriga nel 1663. Sorto nelle vicinanze della strada per Terlizzi, è disposto attorno ad un cortile rettangolare e comprende, oltre all'alloggio padronale, numerosi locali e una torre di difesa, sormontata da un piccolo campanile a vela. Oltre che residenza rurale fortificata, dovette assolvere compiti di coordinamento di attività agricole e sembrano esserne testimoni numerosi ruderi, vasche, stalle e una capace cisterna, disseminati tutt'intorno. Addossata alla facciata principale, una piccola cappella, dedicata all'arcangelo Michele. Sull'architrave dell'ingresso, su una lapide trafugata tempo addietro, Michele Sagarriga aveva scolpito: "Mihi, meis et omnibus" (Per me, per i miei e per tutti).

Torre Bonvino. Sulla facciata un'iscrizione in latino scolorita dal tempo dice: "Queste stanze dei torchi furono edificate nel 1718 da Roderigo Bonvino col proprio denaro"».

http://www.giovinazzomia.it/Torri.htm#tuono  -  http://www.giovinazzomia.it/Torri%20e%20ville.htm


Dal sito www.giovinazzomia.it

GIOVINAZZO (torre delle Pietre Rosse)

«Percorrendo la S.S. 16 per Santo Spirito, girando a destra prima del "Tourist Village", si supera la ferrovia e proseguendo diritto si arriva alla Torre. Torre adibita a vedetta costruita su tre piani. Il piano terra è adibito a magazzino e il primo piano, parzialmente pericolante, è privo di scale per l'accesso. è munita di due caditoie, di merli, di feritoie e di una colombaia. Sull'architrave della finestra, al primo piano, c'è lo stemma della famiglia Paglia. Non sembra proprio che questa torre, ancora in discrete condizioni, possa dirsi una costruzione del XVIII sec. (o XVII sec. forse eretta dalla famiglia Cirillo di Giovinazzo), come asserisce qualcuno. La torre deve essere antica, prima dell'invenzione delle armi da fuoco. La Puglia era attraversata da due importanti strade: la via Traiana e la via Egnazia, quest'ultima si snodava parallelamente alla costa, unendo la Puglia toccando Eca (Troia), Canosa, Ruvo, Brindisi. Fin quando non cominciò la decadenza dell'impero le vie furono sicure; col crollo dell'impero e l'avanzata delle orde musulmane verso l'Occidente le coste non furono più sicure e lungo la costa e nell'interno sorsero le torri. I viaggiatori preferiscono prendere le vie interne per raggiungere Bari da Molfetta e Giovinazzo. Di qui la costruzione della Torre Pietre Rosse. La denominazione non indica un fatto storico. Siccome sorse in una zona argillosa le pietre che si cavavano erano rosse. Di qui la denominazione».

http://www.comune.giovinazzo.ba.it/turismo/patrimoniorurale2.asp?patrimonio=torredellepietre


Dal sito www.giovinazzolive.itt

GIOVINAZZO (torre Don Ciccio)

«Percorrendo la strada provinciale Giovinazzo-Terlizzi, all'altezza del cavalcavia dell'autostrada, a sinistra si trova la Torre. Contro la costruzione , che attira l'ammirazione di chi l'osserva per il leggiadro porticato cinquecentesco che la completa, si è accanita dopo la seconda guerra mondiale, l'opera di devastazione dei nuovi barbari. Il complesso è formato da una Torre ad un piano e da una cappella. La torre, a piano terra, ha locali adibito ad uso agricolo, con vasche sotto il porticato frontale. Il piano superiore, a cui si accede tramite scala esterna, ha locali adibiti ad abitazione; è presente un forno a forma circolare sporgente verso l'esterno; in un ambiente a forma circolare sono presenti quattro nicchie e una volta a cupola; sul terrazzo sono presenti colombaie e resti di altri ambienti a ridosso di una successione di archi a tutto sesto sulla facciata principale. La chiesa adiacente alla Torre, dedicata all'Annunziata, presenta resti di portale quasi completamente trafugato; sul tetto è presente una decorazione a motivi floreali; all'interno sono presenti un cornicione in stucco, volte a botte lunettata, finestre a ventaglio e resti di altare. Dovette sorgere dopo il '200 e fu costruita da un tedesco forse stabilitosi al tempo degli svevi, che il popolo chiamava don Ciccio, dall'originale nome Melciacca Alemanno. La costruzione fu completata in diverse epoche e non siamo certi se fu dapprima una casa Torre e successivamente adattata a casa di campagna signorile con annessa chiesa e giardino. Nella seconda guerra mondiale la Torre fu straziata dalle truppe inglesi ivi alloggiati durante l'occupazione. Fu demolito anche l'altare che era nella cappella, dove esisteva anche una lapide con su scritto "Non v'è asilo per i perseguitati della Giustizia" che era posta sul portale d'ingresso. Nell'autunno 1992 i sei archi frontali a tutto sesto ed i relativi pilastri squadrati in muratura, che costituivano il grande loggiato, una volta coperto a tetto, e crollato vittima dell'incuria umana, del vandalismo e forse depredazioni».

http://www.comune.giovinazzo.ba.it/turismo/patrimoniorurale2.asp?patrimonio=torredonciccio


Dal sito www.giovinazzolive.it

GIOVINAZZO (torre Memoragia)

«Percorrendo la strada di San Pietro Pago e svoltando a destra, si trova il viale che porta alla Torre. Torre a base rettangolare costruita su due piani con recinto davanti all'ingresso e pozzi sul retro; presenta resti di caditoia sormontante l'ingresso. Da un lato presenta un giardino cintato di mura con arco d'ingresso a pieno centro. Di recente è stato trafugato lo stemma della famiglia Framarino che si trovava sulla porta d'ingresso. Si presenta in buono stato di conservazione».

http://www.comune.giovinazzo.ba.it/turismo/patrimoniorurale2.asp?patrimonio=torrememoragia


Dal sito www.giovinazzomia.it

GIOVINAZZO (torre Montedoro)

«Liberata da un alto e massiccio muro di recinzione, la Torre di Montedoro sembra essersi scrollata di dosso la grigia coltre dei secoli, riemergendo in tutto l'antico vigore della sua pietra nuda. Posta in contrada Zurlo, la massiccia costruzione si sviluppa su due piani. Al pianterreno, un impianto produttivo legato all'olivicoltura ed una piccola cappella; al piano superiore, realizzate in epoca più tarda, le stanze d'alloggio. Una di queste, dalla caratteristica volta a forma di stella, immette nelle due garitte, dalla caratteristica copertura a chiancarelle, disposte agli angoli della facciata principale».

http://www.giovinazzomia.it/Torri.htm#montedoro


Foto di Stefania Casalino, dal sito www.terredelmediterraneo.org

GIOVINAZZO (torre Rufolo)

«Soffocata da una natura prepotente e selvaggia, tra cespugli carnosi di fichidindia e macchie di rovi, affiora, come un tormentato relitto di tempi lontani, la Torre Rufolo. Originariamente era un vero e proprio castello, con un piano superiore difeso da quattro torri angolari, i cui ruderi sono evidenti sull'attuale terrazzo. La storia racconta che Ruggero Rufolo di Ravello, abbandonata nel 1307 la sua patria dilaniata dalle fazioni politiche, si rifugiò nell'agro giovinazzese e, desideroso di pace, vi eresse la sua dimora. Messa a sacco e fuoco nel 1529 dal Principe di Taranto, del prestigioso maniero restò salva la parte inferiore, alla quale si accede attraverso un elegante portale a sesto acuto, unico elemento tuttora visibile dell'intera facciata principale, completamente nascosta, da diversi anni, da un brutto muro di tufi, eretto a prevenire un eventuale crollo.Torre Rufolo: particolare dell'interno Numerosi ambienti formano il piano basso del fortilizio, al quale sono annessi alcuni locali periferici, uno dei quali adibito certamente a cappelletta, perché conserva tuttora una parete affrescata con le immagini di S. Girolamo Dalmata, S. Nicola di Bari e S. Leonardo francese. Immense volte ogivali sovrastano ampie masse murarie, una vigorosa evidenza di valori architettonici perpetuati nella pietra che qui regna sovrana. Donata nell'anno 1974 dalla proprietaria sig.ra Rosa Dell'Erba al Ministero della Pubblica Istruzione, ha recentemente subìto numerosi lavori di consolidamento e restauro; dopo un lungo periodo di degrado e abbandono ritornerà nuovamente a vivere: nei suoi ampi locali, infatti, ospiterà ben presto il Museo dell'olio d'oliva».

http://www.giovinazzomia.it/Torri.htm#rufolo


Foto di Nicola Ditillo, dal sito http://rilievo.stereofot.itt

GIOVINAZZO (torre S. Eustachio)

«Il complesso sorge ai limiti del territorio di Giovinazzo ai confini con Bitonto, si compone di una chiesetta, una torre, resti dell’antico casale di Padula e strutture di successiva costruzione: una costruzione abitativa, un trappeto, e giardini murati. Il complesso è chiuso da un muro di cinta con portale del XVII secolo. La chiesa del XI secolo appartiene alla tipologia a cupole in asse: l’aula rettangolare è divisa in due campate uguali coperte da volte a vela su arcate a tutto sesto. La struttura delle cupole ricorda il duomo di Canosa, mentre la tipologia a due cupole in asse è comune alla chiesa di S. Valentino di Bitonto e S. Rocco di Turi. Sulle pareti interne restano le tracce di intonaci settecenteschi, mentre all’esterno il rivestimento conico a chiancarelle delle cupole riporta l’edificio nell’ambito delle architetture rurali. La torre si compone di cinque livelli collegati da un sistema di scale di pietra; gli ambienti del secondo e terzo livello consentivano un presidio costante e l’avvistamento attraverso una loggia posta alla terza quota, mentre al quinto livello è presente una caditoia che sovrasta l’ingresso della chiesa. Questo sistema difensivo aveva, come tuttora si può constatare, un'ampia visuale sulla costa e sull'agro».

http://www.terredelmediterraneo.org/itinerari/giovinazzo.htm


Dal sito rilievo.stereofot.it/studenti/aa04/degennaro

GIOVINAZZO (torre S. Martino)

«...L'edificio è di notevole pregio architettonico oltre che storico. Infatti la chiesa, ad una sola navata, fu costruita nel 1124 e sorgeva al limite con il territorio di Bitonto e ne segnava il confine. Accanto ad essa nel XV secolo sorse la sede estiva del vescovo di Giovinazzo, data la posizione elevata del casale. Con atto del notaio Francesco De Angeli del 10 dicembre 1555, il nobile giovinazzese Giacomo Zurlo, dimorante in Napoli, lascia al vescovo di Giovinazzo mons. Bricianos de Ribera, familiare di Carlo V Imperatore "terre, piscina, edifici, chiesa S. Martino, torre San Martino, ed altro, in cambio di suffragi annuali per l'anima sua e dei suoi famigliari". La "casina" comprende numerosi vani e una alta torre a base quadrangolare. ...».

http://www.giovinazzomia.it/Recensioni/S.Martino/Pagina.htm


Foto di Moondespace, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

GIOVINAZZO (torrione aragonese)

«Costruito per scopi militari (le prime notizie certe della sua esistenza sono datate 1488) si inserisce a guardia della cinta muraria quale opera di difesa del porticciolo e dell’intero borgo. Nel corso dei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti sempre come opera di difesa. La denominazione «il Forte» la assume nel 1500, dopo che in epoca aragonese fu rinforzato per meglio assolvere ai compiti di difesa. La costruzione è ben visibile nelle prime carte topografiche tra cui quella dell’ingegnere militare Carlo Gambacorta (1598) e quella più famosa di Giambattista Pacichelli del 1703. Dagli inizi dell’800 l’intera costruzione diventa ufficio del telegrafo, di questa destinazione se ne ricava traccia in una delibera di un consiglio comunale datato 1871. Cade in stato di abbandono negli anni ’50».

http://www.memoriaeconoscenza.it


Gravina in Puglia (castello svevo)

a c. di Luigi Bressan; aggiornamento di Francesco Mastromatteo


Dal sito www.sudweb.it

Gravina in Puglia (centro storico, palazzi)

«Nel Centro Storico del paese ci sono i due rioni Piaggio e Fondovico, dove la popolazione si spostò, abbandonando le abitazioni rupestri. Camminando lungo il rione Fondovico, si arriva nella Piazza Notar Domenico dove è situata la biblioteca più antica di Puglia, "Finya", sulla destra si trova la Chiesa di S. Maria del Suffragio; nel mezzo della piazza possiamo ammirare la Fontana Pubblica denominata (quattro fontane) per le 4 bocche che erogano acqua. Percorrendo la strada verso P.zza Benedetto XIII, cè il Palazzo ex sede Seminario Vescovile (1500) dove ai giorni odierni si trova il Museo di Arte Sacra, in fondo alla piazza la Basilica Cattedrale del 1700, la statua del Papa BenedettoXIII, e a sinistra il convento Santa Maria delle Domenicane. Molti sono i palazzi storici che troviamo nelle strade del centro storico, come il Palazzo Ducale Orsini, Pelicciari, Gramegna, e numerose chiese , chiesa di San Nicola, chiesa di San Francesco, chiesa di San Basilio, chiesa di Santa Sofia e S. Agostino. Nel mezzo del centro storico è situato il Museo "Ettore Pomarici Santomasi».

http://www.villadelsol.it/hotel_gravina_in_puglia/centro-storico-gravina-in-puglia.html


Dal sito www.comune.locorotondo.ba.it

Locorotondo (centro storico)

«...Ci immettiamo nella piazzetta Vittorio Emanuele Il (già piazza Castello) attraverso l'entrata ove un tempo sorgeva la vecchia Porta Napoli, uno dei due ingressi principali al paese. Davanti a noi si nota una antica struttura muraria con un arco lunato i cui conci sono ornati da vari motivi tardomedievali; di esso s'ignora l'originaria collocazione, probabilmente costituiva la suddetta porta. Girando a destra, scendendo per via Papatodero raggiungiamo largo Soccorso che prende il nome dell'omonima chiesetta. Il vecchio palazzo comunale (Biblioteca Civica). La più antica sede del Comune o dell'Università, come allora si chiamava il governo municipale. era costituita dalla cosiddetta Sala, un edificio non più esistente, ubicato di fronte al castello, sul lato destro dell'ingresso all'attuale piazza Vittorio Emanuele. L'attuale edificio, adibito a Biblioteca civica (intitolato ad Antonio Bruno) e centro di coordinamento di altre iniziative culturali, sorse probabilmente poco prima del `700 e solo successivamente ospitò la sede dell'Università. In occasione della costruzione di questo, venne alterata l'antica via Maggiore, che andava rettilinea da piazza castello (attuale piazza Vittorio Emanuele 11) fino alla Chiesa Madre. La tozza torretta, che si vede in alto a filo col prospetto. venne eretta nel 1819 per collocarvi l'orologio proveniente dal campanile dell'antica Chiesa Madre. Nel 1870 l'originaria costruzione fu rinnovata in alcune parti; venne rifatto il prospetto e la torretta venne ingentilita dalla sovrapposizione di una edicoletta circolare a colonnato tuscanico, che un tempo costituiva uno dei due campanili minori fiancheggianti la cupola dell'attuale Chiesa Madre. Contemporaneamente alcune delle stanze all'ultimo piano continuarono a funzionare come celle carcerarie, tanto che ancor oggi, sul pavimento si vedono i segni e le iscrizioni di coloro che vi furono rinchiusi. Attaccato a quest'ultimo spicca il magnifico palazzo Morelli. è certamente l'unica dimora signorile che ha conservato integra l'impostazione architettonica barocca, di primo settecento, della facciata. Sull'asimmetrico prospetto risaltano lo splendido portale e i ridondanti e graziosi balconcini con ringhiere in ferro battuto a petto d'oca. Nel cortiletto d'ingresso si nota la distribuzione gerarchica degli spazi, intorno alla scala esterna, tipica delle abitazioni dominicali...».

http://www.comune.locorotondo.ba.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/290


Dal sito www.pcase.it

Modugno (centro storico)

«Modugno va soggetta nel corso dei secoli alle varie dominazioni che si sono avvicendate in Italia meridionale, ma già sotto gli Svevi e per un certo periodo sotto gli Angioini (XIII-XIV sec.), essendo feudo degli arcivescovi di Bari, gode di una condizione privilegiata, in quanto è esentata dal pagamento di contribuzioni regie. Nel 1349 l’arcivescovo Bartolomeo Carafa, per difendere il paese dagli assalti delle due frazioni che si contendono la successione al trono angioino, provvede alla costruzione di vere e proprie mura munite di torri e porte, successivamente ampliate nel XVI-XVII sec. .... Il borgo antico di forma quasi trapezoidale, delimitato dalle odierne C.so V. Emanuele, C.so Umberto, C.so Cavour e P.za Sedile, sviluppandosi attorno al castello tra XI e XVII sec., per successivi accrescimenti urbanistici, derivati dall’incremento demografico, si pensi ai profughi del casale di Balsignano, segue il perimetro della muraglia, che dal XVI ingloba un quartiere meridionale il suburbio. Nel XVI sec. Modugno, sotto il ducato degli Sforza di Milano (1501-1557), retto dalla duchessa Isabella d’Aragona e poi dalla figlia Regina di Polonia, Bona Sforza, vive un cinquantennio felice di rigoglio economico e fervore architettonico, grazie alla presenza sul territorio di famiglie nobili e mercanti dell’Italia centro - settentrionale, venuti al seguito delle due donne. Questi, da una parte favoriscono l’arricchimento dei Modugnesi proprietari o conduttori di oliveti, dall’altra reimpiegano i capitali, gareggiando tra loro per rendere il paese più bello con l’edificazione di chiese e palazzi signorili. Anche sotto gli Spagnoli e i Borboni (XVI -XVIII) Modugno si avvale di certe prerogative in virtù del suo status di città regia, che la libera dalla soggezione feudale e le consente di godere di esenzioni fiscali e di una certa autonomia economica. Appartengono proprio a questo periodo la gran parte dei monumenti, ammirabili percorrendo le vie del centro storico, per lo più di tenore tardo - rinascimentale, con qualche esempio di sobrio barocco locale. Piazza del Popolo, infatti, originario contenitore della vita sociale ed economica medievale dell’intera cittadinanza, vede ampliata ed abbellita la medievale Chiesa Matrice in uno stile tardo - rinascimentale, si arricchisce di un’altra chiesa, S. Maria della Croce, con annesso convento di benedettine olivetane (ora sede del Comune) e di case-palaziate aristocratiche, di cui il maestoso Pascale - Scarli costituisce l’esemplare più antico e prestigioso, ma notevoli sono pure i palazzi Cornale, Piepoli e Maranta, questi ultimi settecenteschi».

http://www.modugno.it/archivio/2003/08/per_un_itinerar_1.php (testo di Anna Gernone)


Mola di Bari (castello angioino)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.defontemare.com

Mola di Bari (centro storico)

«Fortificata con una cinta muraria ed un castello da Carlo d'Angiò, divenne feudo nel 1436 di Alfonso I re di Napoli. Successivamente la città fu ceduta dapprima ai Maramaldo, poi ai Carafa ed infine divenne proprietà del demanio. Il centro storico è costituito da un nucleo medievale che si insedia su un promontorio roccioso».

http://www.pugliacitycard.com/it/mola-di-bari/home.htm


Dal sito it.wikipedia.org

Molfetta (cinta muraria, palazzi, porte, centro storico)

«È situato su una penisola dall'estensione di 50.000 mq. La pianta, a forma ellittica, è circondata dal mare e dalle mura. In quasi tutte le città marittime medievali la difesa era affidata all'andamento tortuoso delle vie. L'andamento delle strade parallele è curvilineo, con bruschi cambiamenti di sezione; dall'unica via meridiana via Piazza, si dipartono a spina di pesce innestandosi a due a due a baionetta, tutte poi conducevano dal largo Castello (oggi piazza Municipio) al largo Chiesa Vecchia, cioè al porto, e viceversa. La difesa era praticata al di sopra dei tetti, perciò erano frequenti i "cavalcavia" che univano le case, questo permetteva un passaggio continuo da un abitato all'altro. Quando Molfetta cominciò a trafficare sul mare, dove ora c'è piazza Municipio, fu costruita a metà del 1300 una torre cilindrica "Porta Castello". Il nucleo urbano ebbe due cinte fortificate e la muraglia fu rafforzata da bastioni, torri quadrate e torrione. Con la costruzione del Duomo vi fu un doppio motivo di difesa e fu allestito un terrapieno rinforzato da un bastione che per la forma fu detta "Galera". Accanto alla facciata di ponente del Duomo vi erano altre fortificazioni per l'approdo dei navigli. In piazza Municipio sorgeva la "Rondella", una torre rotonda della quale si scorgono le fondamenta dalla parte del mare. Fino al secolo scorso davanti alle mura vi era un fossato d'acqua (attuale corso D. Alighieri), poiché la città antica era costruita sulla scogliera ed aveva il ponte levatoio. L'ingresso principale era ed è tuttora quello dell'Arco della Terra, in corso D. Alighieri; dove anticamente sorgeva la "Torre dell'Orologio" alta 28 metri e demolita nel 1897 . Anticamente l'ingresso si chiudeva a sera e si apriva alle prime luci dell'alba agli ordini di un guerriero armato; il popolo perciò era costretto a rientrare in tempo per evitare di restare fuori della città. L'ingresso introduce in via Piazza (la principale), da questa si diramano 14 vie perpendicolari. sette da ogni lato. ...».

http://www.molfettanet.com/storia/centrostorico.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Alfiere)

«Il nome della torre deriva dal fatto che il propietario Domenico Nisio, nella battaglia di Bitonto del 24 maggio 1734 per la successione del regno di Napoli fu nominato Alfiere. Torre Alfiere è ubicata in contrada S.Domenico sulla via di Bitonto al confine con l'agro terlizzese. Dai ruderi attuali è difficile precisarne l'origine e la destinazione; si suppone che la costruzione fosse solo una casina turrita per la mancanza di elementi di difesa La torre è alta circa 10 metri e si compone di due piani raggiungibili da scale in pietra. Sembra inoltre che la parte della costruzione priva di arcate sia la più antica rispetto a tutto il resto. I muri perimetrali presentano delle aperture che lasciano supporre che vi fossero degli affacci esterni; i muri interni, divisionali, presentano alcuni stipiti. Nell'interno, in un angolo, vi è un grande focolare con accenno ad una cappa e in un vano una serie di nicchie probabilmente mangiatoie. Le tre arcate esterne, che rappresentano altrettanti ingressi, sono simili fra loro, mentre altre più grandi si trovano all'interno della costruzione».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Talfiere/Talfiere.HTM


Dal sito www.comune.molfetta.ba.it

Molfetta (torre Calderina)

«Tra le città di Molfetta e Bisceglie, solitaria su un promontorio sul mare, si eleva una torre di vedetta chiamata "Torre Calderina", taciturna testimone di quelle che furono per secoli le incursioni e le predazioni subite dalle città costiere da parte di pirati saraceni e turchi stanziati lungo le coste della Dalmazia fino all’Africa del Nord. Nei secc. XV e XVI, aumentarono notevolmente le incursioni dei pirati lungo le coste italiche, specialmente nel Vicereame di Napoli. Già nel 1532 il vicerè Pedro de Toledo prescrisse ad alcune Università di costruire torri di guardia lungo le coste. Ma un piano ordinato per l costruzione di queste torri fu realizzato dal duca d’Alcala de Parafan del 1563. La loro costruzione fu finanziata con una tassa pagata da ogni nucleo familiare delle città costiere e di quelle situate fino a 12 miglia dal mare. La custodia di queste torri fu affidata a soldati spagnoli con il grado di caporale, coadiuvati da uomini a cavallo. Nel 1623 Torre Calderina entra nella toponomastica rurale col toponimo "in loco dieto la Torre Nova". Nel 1628 vi è un’ispezione del "sopracavallaro" sergente Francesco de Guerra, alle torri sostiere messe tra le saline di Barletta e Bari. Egli ordina all’Università di Molfetta di effettuare alcune riparazioni alla torre, in particolare all cisterna d’acqua, per evitare che le sentinelle non si allontanassero dalla torre. Nel 1703 G.B. Pacichelli nella sua opera Il Regno di Napoli in prospettiva raffigurava la città e, sulla costa verso Bisceglie, torre Calderina. Tra i rilievi eseguiti nel 1820 dal tenente colonello Francesco Ferrara, figura anche una pianta della torre Calderina. Da questa risulta che alla torre si accedeva per mezzo di una scala in muratura, distaccata dalla fabbrica, per mezzo di una scala mobile, invece si accedeva al terrazzo, o piano delle caditoie, su questo vi sono due locali, allora usati come corpo di guardia. La torre era priva di artiglieria e custodita da un brigadiere e tre soldati. Nel periodo della prima guerra mondiale intorno alla torre vengono costruite una trincea e una casamatta per la difesa costiera contro la flotta austriaca; nel periodo fra le due guerre mondiali la torre fu abbandonata dalla Guardia di Finanza».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_molfettaA1?from_url


Dal sito www.portale-hotel.com

Molfetta (torre Cappavecchia)

«Questa torre fa parte di una serie di torri dislocate nel territorio la cui funzione antica non è certa. Essa, come le altre, può essere sorta come difesa di un casale distrutto in seguito all’abbandono da parte degli abitanti che preferirono inurbarsi. Oppure può essere sorta come casa-torre di campagna della nobiltà locale che, per lotte interne, preferì lasciare la città. La tipologia della torre induce a ritenere che la sua costruzione risalga ai secoli XIV-XV. Una prima traccia dell’esistenza della torre si rileva dall’Apprezzo del 1542. Il toponimo "Torre di Cappavecchia" viene usato intorno al 1672 in un atto notarile».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_molfettaA3?


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Cascione)

«Cascione in dialetto ricorda le grandi cassapanche in cui gli avi ponevano il corredo delle spose o altre masserizie. Forse il nome si riferisce alla sua forma o a un tesoro rinvenuto in una cassa, o più probabilmente al casato dell'antico proprietario, tale Cascione di Bitonto. La torre è situata in contrada Cascione. Si giunge alla torre percorrendo la via di Bitonto e via del Mino. Da Molfetta dista circa 6 Km e si trova a 130 m sul livello del mare. L'epoca di costruzione della suddetta si aggira intorno al XI secolo. La torre è alta 10 m. circa e si divide in due piani. L'accesso ai piani superiori avviene mediante botole e scale retrattili. Ha pianta quadrangolare. La torre, caratteristica per un alto pino ombrellifero situatole accanto, è costituita da conci appena sbozzati alla maniera antica. Al secondo piano vi è un grande focolare la cui cappa piramidale è cinta da sedili in pietra. La torre col tempo è stata mozzata all'estremità (lo conferma la presenza di gattoni senza saettiera). L'antico ingresso ora murato, si trova a 3 metri dal suolo per motivi di difesa; l'attuale porta d'ingresso è stata ricavata sul lato di mezzogiorno. Con Torre Cicaloria e Torre Sgammirra costituiva l'avanguardia fortificata del Casale Mino e nel sec. XV pare sia stata coinvolta nelle lotte fra Angioini e Aragonesi per la successione del possesso della Puglia».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Tcascione/Tcascione.HTM


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Chiusa della Torre)

«Il suo nome deriva dal fatto che si trova in una chiusa naturale con rilievi circostanti. Con il termine chiusa si indica un luogo recintato per il pascolo. La torre fu anche denominata Turris Furcata poiché nel 848 in quel luogo furono issate delle forche da parte dei bizantini per amministrare la giustizia (furono impiccati centinaia di prigionieri della terra di Bari). Situata nella contrada della Chiusa Vetrana verso Bisceglie, dista da Molfetta 3 Km. Antico complesso rurale, presenta una delle Torri più antiche dell'agro molfettese : IX secolo. La fortificazione, alta circa 18 metri a due piani, oggi è in gran parte crollata; era costituita da due corpi di fabbrica posti ad angolo retto ed era cinta da un alto muro con portale ad arco bugnato sorretto da un'edicola in pietra scolpita che riproduceva la Madonna dei Martiri. E' ancora visibile un tratto della caratteristica scala esterna sorretta da un arco e sormontata dalle saettiere, che raggiungeva il primo piano. Poiché le saettiere sono due e diverse tra loro, si pensa che la torre abbia avuto anticamente un altro ingresso; infatti si scorge in corrispondenza della saettiera più antica, semi sepolta dal terreno e dalle macerie, un accenno di porta ad arco che introduce in altri ambienti sotterranei rispetto al livello del terreno. La torre fu sede del Catapano; subì le incursioni Saracene fra il 980 e il 998. Un affresco al pianterreno, oggi quasi del tutto scomparso, raffigurante un frate che spezzava dei pani, faceva supporre che la torre dovette accogliere un cenobio di frati; l'ipotesi è avvalorata dal fatto che ancora oggi c'è un ampio giardino con alberi da frutta sul lato di ponente».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Tchiusa/Tchiusa.HTM


Dal sito www.comune.molfetta.ba.it

Molfetta (torre Cicaloria)

«Si va alla torre Cicaloria da via Madonna della Rosa; la strada a destra del bivio, quella del Mino, porta alla torre. A sinistra, vi è la stradetta (o entica) di San Gregorio, ove c'era una chiesetta scomparsa da secoli. Proseguendo, a destra c'è la strada della Lama Martina e sopra, a sinistra quella "de Clesciedde", che si riallaccia a quella per Bitonto. Dopo pochi chilometri, dopo la località di "Cimalda" vi è un varco che porta a Torre Cicaloria, distante dalla città`6 km, nell'interno di un folto uliveto. È alta circa 20 metri, a forma quadrata, molto imponente nella sua mole; col tempo fu intonacata e tinteggiata di rosa, facendole perdere quel senso di austerità, che tanto le si addiceva. La costruzione è a tre piani con l'accesso a levante; in alto sono ancora visibili due robusti gattoni in pietra che dovevano reggere una saettiera, come nelle altre torri coeve. Per ogni lato si affacciano due finestre e la sommità è priva di cornicione. È chiaro che nel tempo le fu aggiunto un corpo avanzato al piano terra. La presenza dei gattoni in alto fa pensare che l'accesso doveva essere lo stesso da levante, ma perpendicolare alla saettiera. Dal tetto lo sguardo spazia fino al mare, a Bari, a Trani e Ruvo. Nell'insieme la costruzione si appalesa del XIV secolo sia per la mole che per la fattura e ancor più per la sua funzione di scorta e difesa. Sorge a circa 150 m. sul livello del mare, poco distante da torre Sgamirra e da quella di Cascione, che le è quasi di fronte. E la sua storia è simile a quella della predetta. Le azioni si svolgono nel secolo, in cui la lotta delle fazioni era fomentata dalla guerra fra Aragonesi e Angioini per la conquista del regno di Napoli. Gli Angioini preferirono raggiungere Bari per via terra, addentrandosi nel nostro territorio. le truppe di questi devastarono Torre Sgamirra, Torre Cicaloria e Cascione. La popolazione restò passiva ed ebbe la peggio. Eppure avrebbe potuto difendersi avendo dei caposaldi di difesa: Torre Mino è la più avanzata in alto, integrata da Cappavecchia, Falcone, Villotta a mezzogiorno; da Sgamirra, Cicaloria e Cascione a ponente; da torre Moscarda, ora distrutta, e da torre Arsa a levante. Circa l'origine del nome, pare che potrebbe derivare da una famiglia estinta oppure è probabile che la Torre Cicaloria abbia preso tale denominazione per il gran numero di cicale ivi trasferitesi».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre5.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Claps o San Martino)

«Percorrendo la strada ss 16 verso Bisceglie, dopo il Santuario della Madonna dei Martiri, si imbocca la strada per Corato. Superato la svincolo della stessa SS bis, si gira a destra per la strada che costeggia la SS bis; dopo circa 1 km, un piccolo vialetto a sinistra porta alla torre. Un edificio più alto semicrollato nella parte superiore, un alto muro di cinta con giardino e la parte absidale di una chiesetta formano il complesso noto come San Martino. Una porticina immette in un vasto cortile: sulla sinistra i resti di una chiesetta dedicata a San Martino. La chiesetta, ad unica navata, ha sviluppo lungo l'asse Est Ovest. Il nome deriva dal casato dei Claps cui apparteneva la torre e dal nome della chiesetta adiacente ( San Martino)».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre19.htm


Dal sito www.portale-hotel.com

Molfetta (torre del Capitano)

«Percorrendo la via Molfetta-Ruvo, si gira a destra arrivati alla sottostazione dell'Enel ed al successivo quadrivio si gira a sinistra. Si prosegue fino ad incontrare lo slargo della piscina "Stammita" e si gira a destra; arrivati ad una edicola si prende la strada per Molfetta-Corato dopo 300m a sinistra si giunge alla torre. I Bizantini che la costruirono la destinarono a sede del Capitanio, che dipendeva dal Catapano di Bari e aveva la giurisdizione su tutte le torri di Molfetta. Sorge a ridosso dell'autostrada Bari-Napoli e può ritenersi la prima torre-vedetta costruita nel nostro territorio; è tra le più importanti sia per la sua antichità che per la funzione che ebbe nel corso della storia. Il tipo di costruzione, con pietre rozze e appena sbozzate, ne attesta l'antichità. Maestosa e severa nell'insieme, è illuminata in ogni piano da piccole monofore rettangolari. A piano terra vi è un antico focolare e sul tetto, in corrispondenza della saettiera, un antico argano che doveva servire per tirare contemporaneamente tutte le scali retrattili in caso di assalto. Si pensa che in passato fosse circondata da un fossato ( ora ricoperto dal terreno ) che veniva riempito d'acqua in caso d'allarme. Si narra che questo nome derivasse dal fatto che intorno alla seconda metà del XVIII sec., la torre fosse stata acquistata dal capitano Vincenzo Brayda. Attualmente la torre è proprietà della Piccola Missione dei sordomuti dal 1960».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre23.htm


Dal sito www.portale-hotel.com

Molfetta (torre del Gallo)

«La torre in oggetto, pur essendo già costruita nella prima metà del sec. XVI, non è riportata nelle fonti documentarie sotto forma di toponimo rurale, ma come un immobile anonimo di difficle collocazione nell’ambito del territorio rurale. La torre era situata in un fondo di proprietà di Rocco de la Sparatella in loco S. Lucia. Successivamente si è rintracciato un documento del 1609 dove si afferma che nel 1319 Angelo Chiurleone fondò un beneficio sotto il titolo di S. Pantaleone nella Cattedrale di Molfetta. Nella dote di questo beneficio oltre ad altri fondi vi era una corticella di terra con cinque alberi di ulivi a "Cerculi ossia S. Lucia" In una memoria presentata nel 1609 si fa riferimento a questa corticella, dove si dice che è accanto alla torre degli eredi d’Andrea de la Sparatella, i beni del Seminario, quelli di Galieno de Judicibus e quelli dell’abate Maramonte. Questa circostanza fu motivo di approfondimento: nella S. Visita di mons. Salerni, eseguita nel 1730, tra i beni del Seminaio si rintracciò un fondo a Circoli confinate con uno del beneficio fondato da Angelo Chiurleone. Si può affermare che l’attuale Torre del Gallo era, nel sec. XVI, la torre di Rocco de la Sparatella citata nel Catasto di Molfetta del 1561».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_molfettaA10


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre del Pettine-Azzollini)

«Percorrendo la strada provinciale per Ruvo, giunti alla sottostazione dell'ENEL, si gira a destra per la strada "Parieti Nuove" fino ad arrivare ad un quadrivio; da qui si gira a sinistra per la strada Fondo Favale. Dopo aver superato l'autostrada Bari-Canosa, prosegiure per 2 km circa; da un vialetto a destra si raggiungono due chiesette, poi una casina. Percorrendo questo viottolo dietro la casina, a destra, si incontra una stradina che porta alla torre. La sua struttura ricorda quella di una casetta fortificata; il prospetto presenta un ampio ingresso ad arco ed una finestra sormontata da una trabeazione concava. Al piano superiore si accede per mezzo di una porticina posta a levante e da qui si raggiunge il tetto attraverso una scala pericolante. Sul lato destro di questo vano è situato un cucinino con due fornacette e una botola con scantinato che serviva come deposito di vino e vivande. Proseguendo oltre, si entra in un secondo vano diviso in due alcove e ad un terzo vano, illuminato da una finestra. Lungo il percorso prima della torre si trovano due chiesette a breve distanza tra loro, nella zona denominata "Vascarriedde". La prima del 1733, dedicata a San Salvatore, ha la facciata sormontata da un cornicione e da un campaniletto a vela e la volta a spiovente, a scandole che ricorda le cupole del Duomo. La seconda chiesetta simile alla prima, presenta sull'architrave lo stemma della famiglia Manda e l'epigrafe: "qui non si gode asilo, - 1807", per non illudere i perseguitati della giustizia che cercavano rifugio nelle chiese. Il nome deriva dalle "pedine"che i pirati, sbarcati alla cala San Giacomo lasciavano lungo il percorso dopo aver saccheggiato Ruvo e dal fatto che, dopo i Passari, passò agli Azzollini. Durante la peste del 600, il colera del 1886 e del 1910 e le due guerre Mondiali, molte famiglie si ripararono in questa e nelle casine adiacenti per sottrarsi alle epidemie ed alle offese belliche».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre24.htm


Dal sito www.portale-hotel.com

Molfetta (torre del Tuono)

«Percorrendo la via di Bitonto dopo circa 7,5 km si intravede sulla sinistra la torre che si raggiunge attraverso un vialetto. L'edificio si mostra imponente per la mole nonostante sia semicrollato. Comprende un casale, una torre con campaniletto a vela, una chiesetta del 1607, un alto muro di cinta e, nelle vicinanze, tre costruzioni ad archi che ricordano palmenti e stalle. Il fabbricato è composto da innumerevoli stanze di cui una con focolare e una con pozzo. Il nome sembra derivare dal fatto che durante una tempesta, il 17.02.1678, sia stata distrutta da un fulmine. La torre fu fabbricata dalla nobile famiglia Sagarriga-Visconti come testimonia una scritta sul portale. Pare che qui si siano riparati gli austriaci durante la guerra contro la Spagna per la successione del regno di Napoli».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre10.htm


Dal sito www.comune.molfetta.ba.it

Molfetta (torre Eremo Pezzasapone)

«Percorrere la via di Bisceglie, imboccare, sulla sinistra, contrada Padula, quindi Isabella Maura e Chiusovetrana; nei pressi della SS 16 bis si intravederà la torre. Si accede atraverso una porticina e, a piano terra vi è un antico focolare; una scala a tre rampe conduce al piano superiore (l'antico dormitorio) che ha 4 finestre con sedili a muro (una per lato) e una loggetta situata sulla parte posteriore. Il nome deriva dal fatto che fosse abitata da un frate che vi preparava il sapone con le olive, la cenere dei malli delle mandorle ed erbe profumate. Infatti i contadini chiamano quella zona "Pezzasapone"».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre18.htm


Dal sito http://nuke.iq7ml.com/

Molfetta (torre Falcone)

«Questa torre fa parte di una serie di torri dislocate nel territorio la cui funzione antica non è certa. Essa, come le altre, può essere sorta come difesa di un casale distrutto in seguito all’abbandono da parte degli abitanti che preferirono inurbarsi. Oppure può essere sorta come casa-torre di campagna della nobiltà locale che, per lotte interne, preferì lasciare la città. La denominazione di torre Falcone deriva dall’acquisizione dell’immobile da parte di Nicola Maria del Falconibus, avvenuta tra il 1561 e il 1572. Nell’Apprezzo di Molfetta del 1519-22 è annotata la presenza di un’antica cappella che fu ritrovata in un atto del 1798 e in una relazione. La torre era dimora preferita dell’arciprete Giuseppe Maria Giovene, sacerdote e dotto scienziato morto nel 1837. Il Giovene spesso veniva a villeggiare in questa torre ed in una sua opera così la descrive: "La mia casa di campagna è a due miglia dalla città nel bel mezzo di una grandissima selva di ulivi, alla quale emminentemente sovrasta; in essa allogiato mi trovo signore dell’intero cerchio dell’orizzonte senza frapporsi ostacolo che ne dimezzi la veduta, ed un grandissimo finestrone il quale superiore assai alle più alte cime degli alberi domina tutta la pianura covetta di ogni maniera di alberi, pianura che con dolce pendio scende verso il mare, il quale resta di prospetto come un qualche specchio forma la mia grande delizia". Nel 1798 il Giovene chiese al re il beneplacito per la "rinnovazione di una antica cappella dal tempo resa pressochè diruta o traslazione di essa in miglior sito e più comodo nella masseria, e casino di campagna ove dicesi Torre Falcone". Nel 1809 dallo "Stato delle Anime" della parrocchia di S. Gennaro risulta che Torre Falcone era abitata da una famiglia di cinque persone».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_molfettaA9?


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Gavetone)

«Percorrendo via Giovinazzo dopo circa 3 km, si intravedono sul lato sinistro le rovine dell'antica torre. Poiché l' edificio attuale non presenta testimonianze della sua prima funzione di torre vedetta, si pensa che questa costruzione non è quella originale, ma solo una ricostruzione. Probabilmente la vera torre è quella costruzione del X sec. semicrollata a base circolare che è situata a pochi metri di distanza. Tra i ruderi è possibile riconoscere tre ingressi, una scala in pietra e quattro arcate interne. Usata durante la II Guerra Mondiale come deposito bellico, ha un nome sulla cui origine sono state avanzate più ipotesi. Le più accreditate sono due: la prima dal termine dialettale "gavetà" (guardarsi - fare attenzione); la seconda da un episodio risalente al XV sec. quando durante la guerra fra Angioini e Aragonesi un'imbarcazione si arenò sui bassi fondali nei pressi della torre; lì da allora fu sistemato una gavitello di segnalazione detto "gavitone"».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre2.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Madonna della Rosa)

«La chiesa-torre della “Madonna della Rosa” è un esempio di architettura rurale che risale al xvi sec. (la sua presenza è certamente documentata già dal 1549). Insieme ad altre torri, casali e masserie caratterizza il territorio molfettese e pugliese. La costruzione delle torri risponde al bisogno di sicurezza da parte della numerosa popolazione rurale che, in quel tempo, viveva stabilmente o temporaneamente in campagna, in terre appartenenti alla nobiltà locale o agli enti religiosi e che aveva la necessità di difendersi da attacchi di nemici e predoni. La torre-chiesa è una palazzina a due piani, dotata di pozzo e cisterna per la raccolta delle acque piovane. Il locale della chiesetta si trova a piano terra, è a pianta quadrata (7mt. x 7mt.) E con il locale soprastante fa parte della torre originaria del xvi sec., alla quale, in seguito, furono aggiunti gli altri locali. La porta della torre è sormontata perpendicolarmente da una caditoia, cioè da una finestra riparata da una cappa in muratura. Si tratta di un apparato difensivo che permetteva, a chi si era riparato nella torre, di difendersi dagli assalitori mediante il lancio di pietre. Sul timpano della porta vi è un'immagine della madonna col bambino con l'iscrizione “rosa mistica ora pro nobis”. Attraverso questa porta si accede all'interno della chiesetta che è un vano quadrato con la volta a crociera. Sulla parete di ponente, dietro l'altare, vi è un affresco che raffigura la madonna col bambino. Entrambi hanno una rosa nelle mani; ed è proprio questa immagine che dà il nome alla chiesa-torre. Nel 1932, questo dipinto subì un restauro che ne modificò l'aspetto originale. La torre, alta dodici metri, è sormontata da un campaniletto a vela. La chiesetta è di proprietà del capitolo cattedrale di Molfetta, è luogo di culto ed è utilizzata per le attività pastorali della parrocchia costituita in quel quartiere ed intitolata alla “madonna della rosa”».

http://www.fondoambiente.it/faiscuola/chiesa-torre-madonna-della-rosa-puglia.asp


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Mino)

«Il nome, secondo la tradizione, sembra derivare dal latino minor che vuol dire minacciare per il suo aspetto austero, o da una scultura di Mino da Fiesole (1431-1484) che un tempo era li. è fra le più importanti della zona per mole e ubicazione. è situata, infatti in contrada S.Leonardo in prossimità della provinciale Molfetta-Terlizzi a circa 150 m. sul livello del mare. è una delle torri più antiche di Molfetta, l'epoca di costruzione della suddetta si aggira intorno al XI. Torre Mino è definita anche casale perche' fece parte di un vero e proprio complesso rurale. Nella forma attuale non ha l'aspetto di un casale, ma quello di una costruzione di grandi proporzioni, certamente passata, come molte altre torri dell'agro molfettese, attraverso una serie di rielaborazioni di epoche diverse, anche relativamente recenti. La struttura odierna presenta un corpo di fabbrica originale su base quadrata sviluppato in altezza su quattro piani in discreto stato, con tetto dominante su vasto panorama, a cui si accede attraverso una torretta in parte diroccata, abbinata a un'altra simile di osservazione. La saettiera sovrasta una porta oggi interna al fabbricato per l'aggiunta di alcune stanze (tre più la cappella). Separata dal resto vi è la scuderia integra e interessante di fattura originaria. Il tutto è racchiuso a quadrato nel muro di cinta di un giardino costruito successivamente all'epoca della cappella, che è la parte più recente di tutta la costruzione. Il complesso ha un aspetto imponente, come di castello, sormontato a ponente da un campanile a vela crollato nel 1985. La scala interna che porta ai piani superiori è nuova poiché realizzata in un secondo tempo. L'accesso originario doveva essere fatto con scale volanti».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Tmino/Tmino.HTM


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Molinara)

«La strada più breve per raggiungere la Molinara è quella per Giovinazzo, poco dopo il molino-pastificio "Granspiga", sulla destra trovasi la strada dello "Scrifro". Passato il passaggio a livello ferroviario, poco dopo voltare a sinistra, trovasi la stradetta che porta direttamente alla Molinara. Essa trovasi in un folto uliveto, misto ad alberi da frutta; la torre è cilindrica, alta circa 8 m. e si accede da levante a mezzo di una porticina ogivale, sormontata da due gattoni sporgenti in fuori, che fanno pensare sorreggessero un tempo una saettiera. Il nome dato alla torre spiega la sua forma cilindrica e indica la sua funzione: doveva servire per molire il grano, coltivato nel nostro territorio. Al piano terra doveva esserci la mole di pietra, azionata da un paziente mulo bendato,che girava intorno; al piano superiore c'era la tramoggia per mezzo della quale il grano finiva sotto la mola ed era ridotto in farina. La contrada è olivetata con molti orti circondanti, poiché essa è una delle migliori del nostro territorio per bontà di prodotti. La stradetta è sassosa e ai lati vi sono cespugli di more, di smilaci, di nepta, di camomilla e di altri fiori secondo le stagioni. Al primo sguardo la torre non suggerisce una visione storica di ardimenti e di lotte, bensì distensiva di una vita primitiva, fatta di lavoro e di operosità. Essa fu concepita al solo scopo di molire il grano, perciò a noi non resta che costruire mentalmente la vita serena di quei tempi, in cui agricoltura, pesca e artigianato erano le componenti principali della società molfettese. ...».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre3.htm


Dal sito http://misteriedenigmi.blogspot.com

Molfetta (torre Navarino)

«Il nome Navarino, è di origine incerta poiché quella zona verso Terlizzi viene denominata Masseria di Annamaria, verso Bisceglie di Navario e a Molfetta di Navarino. è situata al confine dei territori di Bisceglie, Terlizzi e Molfetta (cui appartiene) ed è la più lontana dal centro urbano : 8,5 km ,in contrada Macchia di Gadaleta. Il complesso, edificato in più fasi dalla famiglia Gadaleta, comprende il casale con cappella, il palmeto e due torri gemelle con recinto e colombaia. Il fabbricato principale, alto 10 metri su due livelli, presenta a piano terra quattro vani, l'accesso ai sotterranei, un focolare e un pozzo. Una scala in pietra conduce al piano superiore, dotato di due grandi focolari, dal quale si accede alle terrazze ai lati della costruzione e al tetto, provvisto di garritte pensili, barbaramente deturpate. Sono addossati su un lato del casale una stalla e un deposito comunicante all'esterno con una grande cisterna e , sul lato opposto, la chiesetta di S. Francesco di Paola del 1763, ormai priva del campaniletto a vela. Di fronte al casale si trova il vecchio palmento a tre archi. Ancora più dietro un fabbricato in pietra con due torri a cupola con pinnacoli, a base quadrata, alte 10 metri e a tre piani, destinate alla vigilanza dell'agro circostante. Le due torri sono collegate da una singolare colombaia. Questo luogo è legato ad un triste episodio: nel 1749 l'abate Giulio, membro della famiglia Gadaleta, in una notte tempestosa ospitò tre pellegrini (che in realtà erano briganti) i quali lo assalirono e derubarono. L'abate, individuatoli, segnalò l'accaduto al re Carlo III che per giustizia e ammonimento stabilì che fossero impiccati sul posto. Una lapide infissa sul portale, in latino, ricorda l'episodio: IL 4 LUGLIO 1749 RE CARLO III DI BORBONE FECE IN LOCO ALBERINI, IMPICCARE TRE LADRONI: M. ARCERI, A. CARIATI, C. PITURRO, A TRE ALBERI DI ULIVO. Quell'agro, d'allora, fu chiamato Macchia delle Forche».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/tnavarino/tnavarino.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre San Giacomo)

«Percorrendo la via di Bisceglie, dopo circa 1,5 km dal centro abitato, in prossimità di "Cala San Giacomo", si intravedono i ruderi della torre sul lato destro. La torre è sviluppata su un piano, per un'altezza di circa 8 m. La facciata principale è sovrastata da un grande arco; altre arcate più piccole (murate) sono ai lati. In alto sulla destra c'è uno strano fregio di non chiara utilità. La torre è probabilmente ciò che resta dell' antico ospedale di San Filippo e San Giacomo fondato nel 1143 dai monaci Benedettini».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre16.htm


Dal sito www.postecode.com

Molfetta (torre Sgamirra o Sgammirra)

«Si va alla torre per via Terlizzi e per la seconda traversa di Santa Lucia; si passa il cavalcavia dell'autostrada Bari-Napoli e proseguendo per Lama Cupa, poco dopo della quarta traversa ecco torre Sgammirra. Si fanno poco meno di 5 km di strada, passando dinanzi a villini tuffati nel verde. Dall'alto del cavalcavia si abbraccia il panorama della nostra campagna uniforme, ma distensiva. Lo sguardo spazia fino alle prime ondulazioni della Murgia e a Castel del Monte. Torre Sgammirra s'innalza in un folto uliveto, diritta, ma semidiruta ricordando tempi lontani. Sembra costruita nel XIV sec; la parte ancora in piedi, un terzo dll'antico manufatto, è sormontata da un vistoso cornicione, sorretto da gattoni. Un solo lato si presenta intero e privo di finestre; tre affacci, su di un lato semidistrutto, fanno pensare che abbia avuto tre piani sopraelevati e un grosso gattone, rimasto in bilico, lascia pensare che abbia avuto una saettiera. All'interno si notano due grosse mensole in pietra, che dovevano reggere la cappa di un focolare. La torre è maestosa nel suo insieme; raggiunge 20 m. di altezza, è quadrata e massiccia, a poca distanza da torre Cicaloria e da Cascione. Alcuni attribuiscono il suo crollo ad un fatto d'armi, altri ad una scossa tellurgica, cosa più verosimile. Il nome dato alla torre, fa pensare a una famiglia estinta molfettese o terlizzese, poiché è vicina a detta città. Molte località campestri prendono nome da famiglie estinte come Cimalda, Spatula, Cascione, Coletta e Colletta secondo Francesco Samarelli, Isabella Maura, Goliola, Stammita. Il fatto d'armi, al quale alcuni alludono, sarebbe avvenuto durante la guerra fra Angioini e Ungheresi. Il 18 settembre 1345, strangolato ad Anversa Andrea d'Ungheria, marito di Giovanna I di Napoli, scoppiò la guerra, re Luigi venne nel Regno a vendicare suo fratello. I nobili si divisero in fazioni. Giovanna sposò il cugino Luigi di Taranto col quale fuggì in Provenza. I fratelli Pipino di Barletta, uomini senza scrupoli, misero a ferro e a fuoco Andria, Giovinazzo e Molfetta. La soldataglia assalì Molfetta, fedele agli Angioini con Trani, portando con sé gli oggetti sacri, le reliquie e gli ori del Duomo. Il terremoto, che si ritiene la causa vera del crollo, realmente avvenne la notte dell'11 maggio 1560,Sghemeddà in dialetto vuol dire cadere. Torre sghemeddate vuol dire caduta per il terremoto, donde Sgammirra. La torre precipitò solo sul lato destro e ciò fa ritenere accettabile la causa del terremoto; per azioni belliche non è possibile, poiché nel secolo XIV, non essendo stata scoperta la polvere pirica, non esistevano cannoni».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre14.htm


Foto di Mauro Mario Amato, dal sito www.postecode.com

Molfetta (torre Villafranca)

«Percorrendo la strada provinciale per Bitonto, giunti al largo della Madonna della Rosa, si prosegue a destra per contrada Mino e, dopo aver percorso quest'ultima per circa 5,5 km, nel tratto in cui si intravedono le rovine della torre Alfiere, si gira a destra per un viottolo che scende verso un avallamento fino alla torre Villafranca. Si pensa sia sorta dall'affrancamento del servi della gleba ed ha l'aspetto di una masseria fortificata tipo Navarino. La masseria fortificata è una palazzina a due piani a base quadrata e alta 8 m, con giardino, cappella e palmento; il tutto è posto al centro di una vasta area agricola. A piano terra vi sono due ingressi: il principale è sormontato da uno stemma; vi sono tre vani. Sul retro da un portone ci si immette in altri ambienti adibiti a depositi o stalle e, qui vi è un focolare. Da una scala esterna si accede al piano superiore, con 4 vani, ricco di affreschi. Esternamente vi è anche un giardino e una chiesetta ( di Santa Maria dell'Isola) con campaniletto a vela: ha una sola navata con volte a botte, vi sono tracce di stucchi sulle pareti; infondo alla parete di ponente vi è l'altare quasi distrutto. Il nome si pensa che derivi da un'iscrizione posta sull'ingresso principale che riporta "Villa Fraca"».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre9.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (torre Villotta)

«Villotta è sita in contrada Santa Lucia, a due sole miglia dalla provinciale per Terlizzi oltre la 16 bis. Il nome della torre, probabilmente, trae origine dal latino villula, nome con il quale è citato in antiche pergamene fin dal 1130. Non è escluso, però, che si tratti del termine vedotta trasformata in vernacolo in veddotte e successivamente italianizzato in villotta. La parte superstite più antica del casale è certamente la torre: XII secolo; mentre è difficile stabilire se le costruzioni annesse abbiano la medesima antichità. L'attuale complesso aggiunto alla torre è formato da due cameroni centrali intercomunicanti, con grandi volte a botte e ingresso principale a ponente, affiancati da ambienti più stretti dallo stesso schema costruttivo, quello sulla destra per tutta la lunghezza della costruzione, l'altro alla sinistra più angusto fino alla metà, interamente comunicanti con gli stanzoni maggiori. In ognuno di questi e nell'androne laterale destro grandi pozzi in pietra lavorata a forma semicircolare contro le pareti. Pozzi anche nei locali minori. A livello del suolo tracce di sottostanti piscine interrate; un'altra piscina sopraelevata è icorporata nell'ala di destra, con scala laterale di accesso al boccaporto. L'acqua veniva raccolta dall'ampia superficie di copertura di volta attraverso imbocchi perimetrali. La presenza di numerosi e grandi pozzi e cisterne interne ed esterne e il complesso nel suo insieme fanno pensare a una residenza stabile, a un villaggio popolato da parecchia gente. è probabile che almeno una parte dei pozzi interni e delle piscine fosse adibita a raccogliere l'olio. Affiancata a queste costruzioni sorge la Torre a due piani, alta 15 metri (l'unica vera torre di tutto l'agro) con stretta porta e finestra soprastante rivolte a ponente sormontate da archetti di forma ogivale. Sugli altri lati solo feritoie. Aperture interne alle volte per l'accesso ai piani superiori mediante scale retrattili. All'altezza del primo piano, sulla parete nord, ingresso collegato con arco alla costruzione adiacente, una specie di accesso di emergenza alla torre, aperta in un secondo tempo. Da un attento esame della torre sembra essere divisa in tre parti, con pietre di diverso tipo; quella centrale è caratterizzata dalla fitta presenza delle suddette feritoie. Notizie storiche fanno pensare che il complesso sia servito come soggiorno di truppe crociate in attesa di imbarco [si vuole che abbia sostato Boemondo in partenza per la prima crociata]. Durante il Sacco del 1529, accolse una parte della popolazione che fuggiva dalla città».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Tvillotta/Tvillotta.HTM


Foto di Antonio 71, dal sito www.panoramio.com

Molfetta (torre Zappino)

«Percorrere via delle Coppe, quindi imboccare via Spinaruta e dopo circa 2 km si intravede la torre. Il complesso è costituito da un casale mediavale con campaniletto a vela, una chiesetta in stile romanico e una torre situata a poca distanza e raggiungibile tramite una stradina adiacente. Un recinto murario circonda la torre separandola dalla strada. Nel casale si venera tuttora una madonna dal colorito bruno apportatrice di piogge e salubrità ai campi, la cui festa cade la prima domenica dopo Pasqua. infatti quel luogo è anche detto Madonna di Zappino. Il nome deriva dall'omonima contrada su cui si erge».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre22.htm


Dal sito www.comune.molfetta.ba.it

Molfetta (torri in generale)

«Di grande rilevanza storica, culturale ed economica dell'hinterland molfettese, sono state nel Medioevo e all'incirca fino al XVIII secolo le torri disseminate nel territorio rurale di Molfetta e raggruppate lungo tre immaginarie direttrici che sono Molfetta-Bitonto, Molfetta-Terlizzi e Molfetta-Ruvo-Corato. Verso Bisceglie e in prossimità del confine con il suo territorio, si erge a picco sul mare (su uno spuntone di costa rocciosa oggi in erosione) l'unica torre di avvistamento chiamata, sin dal 1569, Torre Calderina o Torre del Porto di San Giacomo, torre costiera del XVI secolo, particolarmente importante in quanto posizionata in un luogo strategico poiché da essa era possibile il collegamento visivo con il Castel del Monte e quindi comunicare per tempo anche agli abitati non rivieraschi più interni (verso Andria e oltre ancora, sino all'altopiano murgiano) il sopraggiungere di eventuali incursioni dal mare. Essa faceva parte del complesso sistema di torri di avvistamento del Regno di Napoli. La sua posizione permetteva la difesa del porto di San Giacomo, approdo medievale di Molfetta. Oggi, questa torre si trova al centro dell'omonima area protetta, proposta come SIC (cioè Sito di Importanza Comunitaria) dalla Unione europea. Sulla SS. 16 è collocata la struttura conosciuta con il nome di Torre della Cera, realizzata nel 1770 per conto del nobile Pietro Gadaleta alias "della Cera" (nonno materno di Pietro Colletti, poi Colletta). Altre strutture adibite a posti di osservazione (avvistamento), inserite nel tessuto urbano, erano: una delle due torri del Duomo (Vecchia Cattedrale) e il Torrione detto del mare che passa, noto come Torrione Passari. Il Torrione Passari, in realtà, era un elemento della cintura difensiva della città.

Le torri dell'agro rurale, utilizzate per villeggiatura o per supporto delle attività agricole, erano caratterizzate da arredo di tipo difensivo (es.: la presenza di caditoie). Delle oltre venticinque strutture ricordiamo Torre Gavetone situata presso il confine con Giovinazzo, di essa resta solo il toponimo che indica una delle più apprezzate spiagge libere superstiti lungo la costa molfettese. Sulla stessa direttrice, ma in posizione arretrata verso l'interno si trova Torre Rotonda della Molinara (1538) il cui nome deriva da Antonio e Bartolomeo, padre e figlio de Molinario, che possedevano un fondo rurale in contrada Venere (prossima al confine con Giovinazzo). Sulla via per Bitonto incontriamo la torre dell'antica chiesa della Madonna della Rosa. Lungo l'asse viario del Mino abbiamo: Torre Cicaloria, il cui nome deriva dal nome e cognome di uno dei suoi proprietari Francesco (Cicco) Loria di Ruvo; Torre Panunzio che coincide con la Torre di don Marcello Passari (1556); Torre Cascione, nome derivato da quello di un proprietario di un fondo rurale prossimo alla torre, tale Joan Francesco de Urbano alias de mastro Leonardo Pappagallo soprannominato Cascione; Torre del Mino, edificata verosimilmente nel periodo 1561-72; Villafranca (in territorio di Terlizzi), risalente al 1631 e il cui nome indica il riscatto dalla tassa catastale detta "bonatenenza". Per ultima l'ormai diroccata Torre dell'Alfiere, nome derivato dal titolo militare di uno dei suoi proprietari ovvero l'alfiere Francesco Paolo Tottola.

Leggermente più spostate a ovest verso la direttrice per Terlizzi della strada Santa Lucia si incontrano: Torre del Gallo, nome derivato dal soprannome della famiglia "de la Sparatella" che la fece edificare, forse, connesso o alla nazione di provenienza (Francia) della famiglia o a un semplice agnome; Torre Villotta, struttura già esistente agli inizi del Quattrocento; Torre Falcone, nome derivato dalla famiglia de Falconibus, originaria di Andria; Cappavecchia registrata sin dal 1526, epoca in cui apparteneva alla famiglia de Vulpicellis; Torre Sgammirra, quest'ultima così detta dal soprannome del suo primo proprietario, Antonio di Nicola de Tamburro alias Scambirro (= asino). Di essa non rimane che il rudere costituito da un'intera parete rimasta in piedi e sostenuta lateralmente dai soli monconi angolari.

A ponente, lungo l'asse della strada comunale Coppe (antica strada per Corato), troviamo i resti di Chiuso della Torre che dà il nome alla omonima contrada, inglobati tra i capannoni industriali della zona ASI (Area Sviluppo Industriale); il Casale ristrutturato nel 1719 dalla famiglia Passari sul sito dove sorgeva l'antico Casale di San Primo (ottobre 1135); Torre di Claps con annessa chiesa di San Martino (1083), donata nel 1731 alla famiglia Claps (originaria di Potenza). In prossimità della direttrice della vicinale di Fondo Favale, si ergono: Torre del Capitano, nome derivato dal titolo militare del proprietario (nel periodo 1781-84) ossia dal capitano Vincenzo Brayda. Questa torre è collocata in prossimità del tracciato autostradale della A14. Altre strutture di questo versante sono: Torre di Pettine, nome derivato dal soprannome di Giuseppe Fontana alias Pettine, figlio del maestro sartore Tommaso Fontana; la masseria fortificata denominata Casale Navarrino o Torre di Navarino, nei pressi del confine sud-occidentale dell'agro, alla confluenza con i territori dei comuni di Terlizzi e Bisceglie. Questa torre, il cui primo nucleo risale alla metà del XVI secolo e che fu ampliata nel 1598 da Cesare Gadaleta, prende il nome della contrada in cui è collocata. Il toponimo Navarino, quasi certamente, ricorda la regione Navarra della Spagna della quale, forse, doveva essere oriundo don Ferrando Briones Yspanus, marito di Costanza Gadaleta, proprietario di un fondo rurale ubicato in questa zona».

http://it.wikipedia.org/wiki/Molfetta#Le_Torri_di_avvistamento


Dal sito www.comune.molfetta.ba.it

Molfetta (torrione Passari)

«Il torrione sporge sul mare, a una svolta dele mura della Città Vecchia. Esso è contiguo all'avito palazzo Passari in via Sant'Orsola n. 7, rifatto dopo il sacco di Molfetta nel 1633. Attualmente vi si accede dal primo piano del palazzo Nisio al n. 13, che fu del nobile Galante-Gadaleta. Il torrione prospicente a nord sul mare, si presenta maestoso e compatto, avente la forma cilindrica di un maschio. Le sue fondamenta sono gettate nell'acqua e sono martoriate senza pietà dai fortunali di tramontana. Guardandolo dal basso è di aspetto maestoso, e truce insieme; si eleva toccando 10 metri a forma di tronco di cono, fino ad incontrare a metà un cornicione o toro, che lo avvolge per tutta la circonferenza. Dal cornicione in poi si eleva diritto, man mano che sale fino alla parte superiore, dove c'è uno spiazzo ampio e confortevole. Nella seconda parte della costruzione sono notevoli ancora le tre cannoniere disposte nelle tre direzioni dell'orizzonte marino e alla sommità è priva di cornicione e di difesa merlata. Alla base le mura sono massicce fino a raggiungere cinque metri di spessore, man mano diminuendo fino al cordone, dal quale sale fino alla sommità, con blocchi della migliore pietra locale, legati da malta. L'interno, specie quello del primo piano, è attualmente tutto invaso dall'umidità marina; la parte superiore dal cordone in poi, è visitabile, ma quasi buia, mentre quella sovrastante, che fa da tetto, presenta una visione spettacolare. Di lassù infatti l'orizzonte spazia a largo raggio sul mare fino a 10 miglia marine; nelle giornate chiare l'occhio spazia fino a Trani e a Bari. Guardandolo dal mare ha un aspetto ancor più severo, perché si staglia scuro dalle vecchie case.

La scoperta della polvere da sparo verso la fine del XV secolo rivoluzionò il criterio difensivo nel campo delle fortificazioni, che, fino ad allora, con la costruzione massiccia si difendevano dalle catapulte, dagli arpioni, dagli arieti, dalle frecce e dalle scalate. Si vide pertanto la necessità di adeguare la difesa alla nuova scoperta per cui le vecchie torri preesistenti furono abbandonate, demolite, adattate alle nuove armi. La torre Passari esisteva da molto tempo prima delle ricostruzione delle mura cittadine dopo il 1529, come difesa sul mare dalle frequenti incursioni degli Uscocchi e dei Turchi che infestavano l'Adriatico. La primitiva torre Passari era a base pentagonale, congiunta al vetusto palazzo Passeri. essa era poco più alta dell'attuale Torrione; con la scoperta dalla polvere da sparo, venne completamente modificata. Da pentagonale fu trasformata in cilindrica, onde non offrire facile bersaglio alle palle di piombo delle spingarde, nascoste nelle murate degli sciabecchi saraceni; allargata alla base e resa molto più spessa, elevata fino a 10 metri, come tuttora si presenta. La torre era stata costruita nel 1515 dal nobile Herricolo Passari posteriormente al suo palazzo in via Sant'Orsola n. 7. Il Casato Passari, oriundo di Giovinazzo, iscritto ai Patrizi di quella città, si trasferì a Molfetta nel secolo XIII. Durante i cinque giorni del sacco, 18-22 luglio, i Passari furono in primo piano. Il torrione aprì il fuoco contro i galeoni veneziani, caricati di francesi e di nobili fuoriusciti, che eludendo la sorveglianza, sbarcarono di fronte all'ex pallazzo della Guardia di Finanza. In tal modo l'intervento dell'artiglieria piazzata sul Torrione, da quel lato fu inefficace, perchè fuori tiro. Invece furono colpiti dai pezzi tenuti nella torre dell'Alcella. Le truppe francesi, guidate dal nostro concittadino Diomede Lepore, attraverso una fogna sbucarono a Largo Chiesa Vecchia e vincendo la fiera resistenza, si resero padroni di Molfetta, mentre il comandante Di Capua delle truppe spagnole di Carlo V faceva buona guardia sulla muraglia. I Francesi si dettero a saccheggiare le vie adiacenti, mentre la popolazione tentava la difesa. Il capitano Carafa, duca di Melfi, che comandava le truppe francesi, fu ucciso da una donna all'angolo dello strettissimo vicolo di Sant'Antonio con un grosso sasso scagliato dall'alto di un tetto; la stessa fine fece il barone Macchia sotto l'arco di via Forno. Furono cinque giorni di somma calamità che videro rifulgere l'eroismo popolare. Ma ogni tentativo di resistenza fu vano. Molfetta fu completamente saccheggiata d'ogni bene. Esemplare resta l'eroico gesto di Rosa Picca la quale preferì il suicidio alla violenza di un milite francese. Su ottomila abitanti ne morirono ben tremila. La difesa organizzata dal Torrione fu superba ma inutile. Una tradizione popolare narra che durante le epidemie di peste e di colera i morti, non potendo trovare sepoltura nelle chiese, erano calati nel Torrione, da dove erano risucchiati dal mare».

http://www.comune.molfetta.ba.it/docs/torre1.htm


Dal sito www.rilievo.poliba.it

Molfetta (villa Pansini o Casale)

«Alcuni storici affermano che il nome deriva da Casale de Scigghie soprannome della famiglia Pansini che ne era propietaria, infatti viene anche chiamata Villa Pansini o semplicemente Casale. Studi recenti hanno indicato come il termine Casale lo si ritrova citato già a partire dal 1175 (molto prima della famiglia suddetta); questo perché il manufatto sorge sul luogo dove anticamente si ergeva il casale di S. Primo. Si trova nella contrada Salmo, verso Bisceglie, e dista dalla citta di Molfetta 3,5 km. Dell'antico casale di S.Primo non sono rimaste che le pietre delle fondamenta via via rimosse dall'aratro e ancora sparse per un vasto raggio, relitti di una distruzione avvenuta, verosimilmente, verso la fine del '600 e il principio del '700, quando con il materiale delle rovine del vecchio casale fu edificata la nuova costruzione detta Villa Pansini. Questa si presenta come un grande corpo di fabbrica a pianta rettangolare con piano superiore, chiusa sui tre lati da un giardino murato, con portale e tre mensole aggettanti sul vertice del muro di nord-est, che sostenevano una torretta o garitta di osservazione e difesa. La porta interna al giardino reca la data 1719. Nel giardino si può scorgere con qualche stupore ciò che resta di un'arcata-belvedere di stile neoclassico con sedili della stessa epoca. Dunque una villa settecentesca fatta sorgere sulle rovine di S. Primo. Di quest'ultimo, quindi, non sopravvive che il nome casale e il sito: una collinetta ancora circondata da una parete-muro, che gira tutt'intorno per due terzi del perimetro con un dislivello di due o tre metri di altezza sui fondi circostanti. Verso nord sul terreno due pile o abbeveratoi di pietra, una piccola e l'altra enorme circolare, di geometria quasi perfetta, sicuramente antichissime».

http://www.rilievo.poliba.it/studenti/aa00/depinto/Tcasale/Tcasale.HTM


Dal sito www.italianbestweddings.co.uk

Monopoli (abbazia fortificata di Santo Stefano)

«Il Castello di Santo Stefano è un'importante fortificazione costiera, posta all'esterno della città di Monopoli. Per tutto il medioevo, è stato componente essenziale del complesso e articolato sistema difensivo monopolitano. Fondato nel 1086 da Goffredo, conte di Conversano, sorse su di una penisoletta protendentesi tra due insenature che formano due piccoli porti naturali, ossia gli attuali lidi Santo Stefano e Ghiacciolo. Con la presenza di un pozzo da cui attingere acqua freatica, fu sede del monastero dei Benedettini, i quali diedero il nome alla rocca per la presenza delle reliquie del santo, poi traslate il 26 dicembre del 1365 da Monopoli a Putignano per difenderle dalle continue aggressioni turche e piratesche. Intorno alla fine del XIII secolo i Cavalieri di Malta, che già possedevano un domus intra moenia adibita ad ospedale, al fine di controllare i traffici verso la Terra Santa con più dovizia, decisero di trasferirsi nell'abbazia rifortificando il vecchio maniero difensivo costiero. Crearono un fossato tuttora visibile e resero utili all'attracco entrambe le calette alla destra e alla sinistra del monastero-fortezza. In pratica, nelle giornate di greco o di greco-levante, l'abbazia-fortezza diveniva tappa obbligata per i naviganti da Bari verso Brindisi. La presenza di due cale forniva, inoltre, la possibilità di riparare più navi contemporaneamente e di rifornirle di tutto l'occorrente per intraprendere il viaggio verso la Terra Santa. La zona circostante, nei secoli XVIII e XIX, venne inglobata nel Capitolo della Cattedrale di Monopoli. Con l'annessione volontaria, prima città in Puglia, l'abbazia con i terreni ed il castello passarono sotto l'amministrazione borbonica. Attualmente il castello è di proprietà della famiglia de Belli».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Santo_Stefano


Monopoli (castello di Carlo V)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.bookingtrulliemasserie.it

Monopoli (centro storico, palazzi)

«.L’itinerario proposto prende avvio dal luogo più significativo della storia più remota della città, la Porta Vecchia, che attualmente si presenta come area pedonale, luogo di incontro dei giovani e meta di piacevoli passeggiate. Subito dopo è possibile costeggiare la cinta muraria, che offre un percorso verso le costruzioni storiche del paese. Proseguendo sul lungomare inizia un tragitto pedonale, subito incontriamo la chiesa di S. Salvatore caratterizzata da un ampio portone; sulla destra c’è il Torrione S. Maria, oggi conosciuto come "cannone" perché in passato era una postazione d’artiglieria utilizzata per difendersi dagli attacchi via mare. Attualmente presenta una scaletta per accedere ad un piccolo ballatoio dal quale è possibile ammirare il caratteristico porto monopolitano. Alla fine della strada si trova il Castello di Carlo che si erge sul promontorio detto Punta Penna. Ristrutturato qualche anno fa è oggi sede di convegni e meeting. È uno dei pochi edifici storici aperti al pubblico e attualmente contenitore culturale e museo di se stesso. Risulta ben conservata anche una grande porta ad arco in blocchi di pietra a forma di parallelepipedi e oltrepassandola è possibile ammirare il porto vecchio. Di gran rilievo è il Palazzo Martinelli, che si affaccia sul mare ed è stato edificato sulle mura di cinta. Caratteristiche sono le grandi finestre ed un loggiato con archi a tutto sesto in stile veneziano, che rimandano al periodo in cui i Veneziani conquistarono Monopoli verso la fine del 400. Proseguendo il nostro percorso, subito di fronte a noi possiamo notare un piccolo arco che presenta un icona raffigurante la Madonna. Svoltando a sinistra e percorrendo Via Porto giungiamo in Piazza Palmieri (preceduta dalle chiese di San Pietro e Paolo e di S. Teresa, attualmente chiusa al culto, ma sede di spettacoli teatrali), dov’è situato l’omonimo Palazzo Palmieri. Proseguendo, possiamo ammirare le vie interne del Centro Storico e giungere così alla chiesa di S. Leonardo sede del Museo della Confraternita di San Giuseppe. Costeggiando la chiesa e attraversando Vico S. Antonio Abate, si giunge in Piazza Garibaldi che ospita la Biblioteca, Palazzo Cacace caratteristico è infatti il suo grande balcone terrazzato mistilineo lungo tutto il prospetto sorretto da due profondi arcani e la Colonna Infame con l’orologio e lo stemma della città. … Costeggiando il Collegio dei gesuiti, si imbocca Via Garibaldi dove possiamo ammirare antichi palazzi monopolitani come Palazzo Guida-Calderaro (XVIII sec.) e Palazzo Accinni (XVI sec.) oggi adibiti ad attività commerciali e abitazioni. Al termine della via si può notare il Palazzo della Città sede dell’amministrazione comunale ed ex convento francescano. …».

http://www.monopoliturismo.it/Home/ScoprireMonopoli/Cittaemonumenti/Centrostorico/tabid/187/language/it-IT/Default.aspx


Dal sito http://spazioinwind.libero.it/ctgmonopoli/Centro%20storico/Mura.htm

Monopoli (mura, torrione del Molino)

«L’abbattimento del castello, durante la rivolta popolare avvenuta sul finire del ‘400, contribuì ad accentuare la debolezza delle posizioni difensive di Monopoli. La svolta, però, si ebbe dopo la conquista della città da parte degli Spagnoli, nel febbraio del 1530. Infatti venne approntato, nell’Italia Meridionale, un piano strategico finalizzato alla costruzione di fortezze, promosso direttamente da Carlo V. Nel 1536 il Vicerè di Napoli, Pedro Alvarez de Toledo (1532 – 53) diede incarico all’ingegnere Giovanni Maria Buzzocarino di provvedere alle fortificazioni delle città di “Calabria, Terra d’Otranto et Bari et Capitanata”. Nell’ambito di questa politica, nell’ottobre del 1544, don Pedro concesse che la rata del “donativo” di 600.000 ducati, dovuta alla Corona di Spagna dall’Università di Monopoli, fosse stornata per il restauro delle fortificazioni cittadine, praticamente distrutte dal lato terra durante l’assedio del 1529. In un solo anno, pertanto, si procedette all’appalto e al completamento dei lavori di restauro e ristrutturazione dell’intera cinta muraria. Il nuovo sistema di fortificazioni apparve ben progettato e aggiornato sulla base della tecnologie dell’epoca, ma privo, ancora di un castello. Nel 1547 vi era solo un “baluardo”, costituito da una torre dell’antica cinta, resti di una torre di epoca romana e del monastero e della chiesa di s. Nicola in Pinna del X secolo. Agglomerato, questo, che costituirà il nucleo dell’attuale Castello. Verso la fine del ‘500, vennero apportate modifiche all’impianto murario, con l’apertura di una nuova porta (Porta Nuova), e la chiusura dell’antica Porta Concili. A partire dal 1660, infine, sempre per ciò che riguarda le strutture difensive, la cortina della Porta Vecchia venne completamente ristrutturata fino al torrione, eliminando l’ingombrante terrapieno. Oggi ben poco rimane delle mura di cinta di epoca spagnola, rintracciabili tra Cala Porta Vecchia e via Papacenere e san Vito, costeggiando le quali, e passando per Largo s. Salvatore, si arriva ai resti delle mura di santa Maria ed al Castello di Carlo V».

«Un vero e proprio museo dell'artiglieria all'aperto, è quanto può essere detto riguardo al percorso che attualmente è possibile fare partendo dal Castello Carlo V. I restauri degli ultimi anni hanno reso fruibile al pubblico il baluardo spagnolo noto come Castello Carlo V edificato nel 1552. Proseguendo lungo le mura fortificate cinquecentesche si incontra il bastione detto "Santa Maria" sul quale sono stati collocati cannoni provenienti dalla fortezza di Gaeta, distrutta dai piemontesi al tempo dell'unità d'Italia. Altri cannoni del genere sono stati collocati lungo tutte le mura rappresentando un vero e proprio museo dell'artiglieria all'aperto che culmina in via dei Mulini infatti il bastione è in foto è detto del Molino».

http://www.itriabarocco.net/web/guest/home/articolo...  -  http://spazioinwind.libero.it/ctgmonopoli/Centro%20storico/torrione_del_molino.htm


Dal sito www.itriabarocco.net

Noci (casale Casavoli, masseria fortificata Barsento)

«Nulla si sa intorno all'origine e poco intorno alla distruzione dell'antico casale di Casaboli, sito a meno di due miglia da Noci, a nord-est dell'attuale strada per Gioia del Colle. ... Casaboli si sviluppò, senza alcun dubbio, nell'alto Medioevo in un territorio di frontiera, posto tra le due città di Mottola e Conversano, sedi di potenti vescovadi e di feudatari prepotenti e litigiosi, spesso in contrasto per motivi di egemonia spirituale, ma anche per interessi economici ed espansionistici. Casaboli, nei secoli X e XI, quando le città dell'Italia meridionale e quindi anche Mottola e Conversano furono scosse da profonda crisi amministrativa, economica e sociale, dovette prosperare insieme con l'altro casale della zona, Barsento, tanto da diventare centro commerciale, come è testimoniato dall'ampiezza della piazza, dai numerosi pozzi e soprattutto dall'assetto viario, centro religioso di rilievo con diverse chiese è la basilica del Padre Eterno, centro civile di una certa importanza, il cui simbolo fu il castello. Agli inizi del XI secolo i rapporti tra Mottola, dilaniata da discordie civili, e Casaboli, cresciuta ormai per numero di abitanti, per floridezza economica, per attività religiose e commerciali, dovettero diventare di anno in anno sempre più tesi. In questo periodo, caratterizzato da disgregazione sociale, dal declino delle città, diversi casali sotto la giurisdizione di Mottola tentarono di rendersi indipendenti, sotto molti aspetti, dalla città egemone. Ma proprio l'aspirazione ad una certa autonomia, lotte tra feudatari, contrasti sulla legittimità d'elezione di vescovi, determinarono la distruzione di Casaboli e di Barsento. In un atto notarile di Campanella di Putignano si legge: la giurisdizione spirituale della chiesa di Putignano era soggetta assieme con le chiese di Casaboli e Barsento al vescovo di Mottola, quando nell'anno 1040, essendo insorti gravi litigi tra le chiese della diocesi e la cattedrale di Mottola per l'elezione del nuovo vescovo e non consentendo Casaboli e Barsento all'elezione dell'arcidiacono Ciliberto de Fumis, fratello del duca Rainero, elessero queste il primicerio Susaninito de Stasio. Il papa Gregorio VI consacrò vescovo l'arcidiacono de Fumis, ma decretò, su richiesta delle tre comunità, che le chiese di Casaboli, di Barsento e di Putignano non fossero più soggette al vescovo di Mottola, ma a quello di Conversano. Sdegnato per questo oltremodo, Rainero fece desolare e distruggere, salvo le chiese, fin dalle fondamenta Casaboli e Barsento, risparmiando Putignano, poiché era un casa di poca importanza. ... Per diversi secoli ancora, comunque, con il nome di Casaboli non solo s'indicò il territorio dell'antico casale, ma anche la gente che crebbe intorno al castello di Noci. Ciò è, da una parte, una conferma della notorietà e importanza di Casaboli, dall'altra delle difficoltà dello sviluppo della popolazione nocese. Di notevole valore storico è il documento del 1481 con il quale il re Ferrante investì Andrea Matteo Acquaviva, conte di Conversano, di diversi feudi. In esso c'è l'espressione cum locis inhabitatis Casabolae (con i luoghi disabitati di Casaboli). Il casale, dunque, è nel XV secolo ormai un deserto, un cumulo di macerie. ... Dove fu Casaboli, oggi è campo. Due trulli, ivi esistenti, recentemente spogliati delle caratteristiche chiancarelle, insieme con la fornace, sono dolorosa testimonianza dell'azione distruttrice dell'uomo. Per fortuna due antiche masserie, Casaboli di Sbiroli e Casabali di Notarnicola, sono ancora espressione di vita e di laboriosità. ...».

http://www.homofelix.it/socciv/Umanesimo/Insediamenti.htm (a cura di Nicola Bauer e Ciccio Giacovelli)


Dal sito it.wikipedia.org

Noci (centro storico)

«Caratterizzato dalle singolari costruzioni in muratura bianco calce con i tipici tetti a pignon di locale pietra calcare (le chiancarelle), il cuore dell'antica Noci si articola tra le linde e tortuose viuzze e le caratteristiche gnostre (da chiostro, dal latino claustrum, luogo chiuso), piccole corti comuni dove un tempo si consolidava la legge del vicinato: vi giocavano i bambini, le donne si disponevano a sbucciare le fave, rammendare, filare, si condividevano gioie e dolori. Che vi si acceda dalla centralissima via Porta Putignano, o dai numerosi accessi dell'anello dell'estramurale, lo spettacolo non cambia: fantasiosi comignoli in pietra, giochi di scale, panche di pietra, boccagli di pozzi, magici abbaini, deliziose loggette con verdi pergolati regalano all'occhio del visitatore atmosfere e profumi arcaici, mentre qua e là, quasi in un involontario gioco del nascondino, si scoprono le tipiche edicole votive, dedicate soprattutto al patrono San Rocco e alle madonne di casa nostra. Non mancano le antiche ed eleganti residenze signorili sapientemente ristrutturate, che si distinguono dai magnifici portali di accesso sormontati dallo stemma di famiglia e dagli artistici balconi in ferro battuto».

http://www.comune.noci.ba.it/citta.php?obj=page&idmnu=10&id=30  (a cura della Biblioteca Comunale)


Dal sito it.wikipedia.org

Noicattaro (palazzo ducale)

«Sebbene l'originaria fisionomia del castello di Noja sia andata perduta con il frazionamento della proprietà e le pesanti manomissioni succesutesi, di esso sono visibili soprattutto il portale principale, su piazza Umberto, sovrastato dallo stemma araldico ducale quadripartito che riporta le insegne delle famiglie Castriota-Skanderberg, Carafa, Pappacoda e Mendoza, e quello di accesso al fossato. Entrando nell'atrio a sinistra sorge l'edificio del corpo di guardia e a destra l'abitazione del castellano, che conserva alcuni affreschi e l'imboccatura dei cunicoli che consentivano l'abbandono dell'edificio in caso di pericolo. Il portone di fronte dà accesso a un atrio e allo scalone che conduce agli originari appartamenti ducali. Da qui si può raggiungere i resti di un bastione difensivo e un residuo dei giardini pensili. Alle spalle di questo edificio si trova l'antica torre normanna di Noja, ormai mozzata. Attorno al perimetro originario del castello sono visibili ampi tratti dell'imponente fossato di epoca normanna, sul quale si affacciano balconate dalle colonne scandite dallo stemma della famiglia Caracciolo».

http://it.wikipedia.org/wiki/Noicattaro#Castello


Foto di Antonio 71, dal sito www.panoramio.com

Palese Macchie (masseria fortificata Triggiani)

«Sorge a ridosso della Lama Balice e del quartiere San Paolo, nei pressi del vecchio ponte abbandonato che collegava le Quattro Strade al territorio di Bari. Risale al XVII secolo e presenta elementi di fortificazioni ed ambienti ipogei. Attualmente è in grave stato di abbandono».

http://www.diloscenter.it/web/sulfilodellastoria/palese_torri_02.htm


Palese Macchie (torre di Brencola o Brengola)

a c. di Vito Ricci


Palese Macchie (torre Campanale)

a c. di Vito Ricci


Foto di Antonio 71, dal sito www.panoramio.com

Palese Macchie (torre Chiancone)

«Nei pressi della Lama Balice, in un podere attualmente non raggiungibile, esistono i resti di Torre Chiancone, da cui deriva la denominazione della località che ospita il ponte dell'Ottocento che attraversa la Lama, collegamento storico di Palese con Modugno».

http://www.diloscenter.it/web/sulfilodellastoria/palese_torri_03.htm


Palese Macchie (torre di Inferno)

a c. di Vito Ricci


Dal sito www.modugno.it

Palese Macchie (torre di Portico Papapiccolo)

«Di origine settecentesca, presenta una volta a crociera con arcate e probabilmente è stata o doveva essere la base di una torre di avvistamento. è stato utilizzato come palmento per la pigiatura dell'uva».

http://www.diloscenter.it/web/sulfilodellastoria/palese_torri_03.htm


Palese Macchie (torre di San Giovanni delle Camere e Palazzo Capitaneo)

a c. di Vito Ricci


Palese Macchie (torre Ricchizzi)

a c. di Vito Ricci


Palese Macchie (torre Siracusa)

a c. di Vito Ricci


Palese Macchie (torre Zanchi)

a c. di Vito Ricci


Dal sito www.palesemacchie.it

Palese Macchie (via Traiana)

«...La via consolare di epoca romana "Minucia" (dal nome del console Minucio Rufo) collegava Benevento con Brindisi, come la via Traiana, passando però internamente anziché sulla costa, in alternativa alla via Appia. Partiva da Bitonto e attraversava l'entroterra peuceta passando per Modugno, Ceglie del Campo Capurso, Rutigliano, Noicattaro e Conversano (Midunium, Caelia, Capursi, Rutigliano, Noa e Norba) per poi riunirsi alla via costiera nei pressi di Egnazia. Un tratto, ancora visibile, passante per la Contrada Caffariello, segnava il confine fra Palese e Modugno, tracciato nel 1928 con il Regio Decreto che sottraeva il territorio di Palese a Modugno, accorpandolo a Bari. Attualmente la Strada di epoca romana è identificabile con le vie vicinali Misciano, S. Andrea e Capo Scardicchio, che a loro volta ricoprono il vecchio tracciato della Strada che collegava Bitonto a Bari».

http://www.diloscenter.it/web/sulfilodellastoria/palese_07.htm


Palo del Colle (palazzo Filomarino)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.pugliablu.it

Polignano (centro storico, palazzi)

«Suggestive stradine, piccole case e corti imbiancate dalla calce, incantevoli terrazze a strapiombo sugli scogli, fanno del centro storico di Polignano a Mare una meta turistica di primordine. Varcato l'Arco Marchesale, l'antica porta della città, ci si immette nella Piazzetta Fulvia Miani Perotti, nobildonna, scrittrice, discendente dei signori di Polignano, proprietari del Palazzo del Feudatario, posto sulla destra. Di fronte ad esso, il Palazzo del Governatore. A sinistra, in via Mulini, il Palazzo Pino Pascali, luogo di incontri culturali ed artistici, e la barocca Chiesa del Purgatorio, costruita sul sito della Cappella di San Martino, luogo di sepoltura di coloro che, per vari motivi, non potevano essere accolti all'interno delle chiese. Piazza Vittorio Emanuele II, l'antica Piazza dell'Orologio, è dominata dalla Chiesa Matrice, in austero stile romanico pugliese, dedicata nel 1295 a Santa Maria Assunta, fu a lungo cattedrale. La Chiesa Matrice vanta un massiccio campanile a forma quadrangolare, la cui superficie è costituita da una cappella che ospita il pregevolissimo presepe artistico di Stefano da Putignano. L'altra grande piazza del borgo antico è San Benedetto ricavata dalla demolizione del monastero benedettino nel 1932. Percorrendo i vicoli si giunge alle logge, balconate a strapiombo sul mare: da Santa Candida, in fondo a via Mulini, fino al bastione Santo Stefano, alle spalle dell'antica Chiesetta omonima».

http://www.barisera.it/polignano.shtml


Dal sito www.territoriopolignanoamare.it

Polignano (torre Incina)

«La torre in località Cala Incina costituisce uno tra gli esempi più interessanti di torri costiere di un organico e razionale sistema difensivo e territoriale fatto realizzare dal vicerè Pedro di Toledo dopo il 1529, in seguito ai numerosi attacchi pirateschi che interessarono questo territorio. Queste torri, tuttora visibili lungo gran parte della costa pugliese, conservano in buona parte integra la struttura delle costruzioni. C. Gambacorta, alla fine del XVI secolo, compì una visita in Terra di Bari e Terra d’Otranto e Calabria che diede luogo a documenti di grande interesse sulle torri costiere, in seguito alla quale si evince che le torri in Terra di Bari dovevano essere sedici. Le torri del territorio di Polignano a Mare erano: Torre Ripagnola, Torre S. Vito, Torre Incina. Tra queste sono sopravvissute all’ingiuria del tempo solo Torre san Vito e Torre Incina. Torre Incina si presenta a pianta quadrata, con basamento troncopiramidale, e si sviluppa su due livelli. Ogni facciata è coronata da quattro robusti beccatelli e tre caditoie in controscarpa. La torre è servita da una cisterna esterna ubicata sul lato Nord–Est. Una seconda cisterna, di più modeste dimensioni è ricavata nello spessore del muro. La torre, regolarmente accatastata nel 1881, è stata oggetto nel 1966 di un intervento di restauro che ha garantito la buona conservazione e il recupero degli elementi strutturali».

http://www.territoriopolignanoamare.it/territori/insediamenti-architettonici/torre/gallery/44-Incina/descrizione/


   Dal sito www.territoriopolignanoamare.it

Polignano (torre San Vito)

«La torre in località San Vito, oltre a far parte dell'ampia rete difensiva istituita da Pedro di Toledo, costituiva con la masseria fortificata detta Vecchio Ovile un vero e proprio sistema difensivo esterno per l'Abbazia di San Vito.Torre San Vito fu presumibilmente completata, o almeno resa agibile, entro il 1569. La torre si presenta a pianta quadrata, su due livelli, con base a scarpa e tre caditoie per lato. Il carattere difensivo espresso nella soluzione architettonica è accentuato dal coronamento a parapetto pieno, munito di grossi beccatelli. Sulla destra dell'ingresso, all'esterno, è murata una lapide in pietra».

http://www.territoriopolignanoamare.it/pdf.php?sessionid=43


Foto Guglielmi, dal sito www.agripuglia.it

Putignano (centro storico, palazzi)

«Caratterizzato da una forma ellittica, il borgo antico è costeggiato da un ampio estramurale realizzato nel 1876, abbattendo le possenti mura ed il fossato di epoca medioevale. Elementi importanti del complesso sono i tre ingressi principali, ovvero “Porta Grande”, “Porta Barsento” e “Porta Nuova”, la “Chiancata” (arteria principale) ed il centro del borgo dove su “Piazza Plebiscito” si affacciano il Palazzo del Principe Romanazzi Carducci, detto anche “Palazzo del Balì”, il Sedile e la chiesa madre di S. Pietro Apostolo fatta erigere agli albori del medioevo e ricostruita nel 1400. ...».

http://www.pugliaevents.it/it/le-location/centro-storico-10


Dal sito www.storiamedievale.net

Rutigliano (torre bizantino-normanna, resti del castello)

«Il castello normanno fu fatto demolire nel 1618 dal priore del Capitolo della Basilica di San Nicola di Bari, in quel tempo utile feudatario di metà territorio rutiglianese. Sopravvivono soltanto due delle originarie quattro maestose torri normanne quadrandolari,di cui una quasi intatta.Rimane ancora integro il portale di accesso alla corte che invece risulta molto manomessa.La Torre Normanna è formata da più piani sovrapposti fino al terrazzo sovrastante ed è di proprietà privata della famiglia Antonelli,per eredità ricevuta dalle estinte famiglie Torres e Ribera».

http://it.wikipedia.org/wiki/Rutigliano#Torre_normanna


Ruvo di Puglia (resti del castello Melodia)

a c. di Luigi Bressan


Sammichele di Bari (castello Caracciolo)

a c. di Luigi Bressan


Sannicandro di Bari (castello)

a c. di Luigi Bressan


Dal sito www.infopointpolignanoamare.com

Santeramo in Colle (Palazzo Marchesale)

«Il Palazzo Marchesale fu edificato nel 1576 dal marchese Ottavio Caracciolo, così come testimonia la scrittura scolpita sulla facciata. Il Castello, addossato alle vecchie mura, era munito di fossato di protezione e complessivamente conserva l’originaria struttura caratterizzata dal tipico bugnato cinquecentesco. La facciata che domina largo Piazzola si distingue per il grande portale a bugne alterne-piatte e a punte di diamante. Sul retro dell’edificio, si apre lo splendido cortile “Cavallerizza”, così anticamente denominato dalla famiglia Caracciolo in quanto adibito al passaggio e ristoro dei cavalli. I due leoni rampanti con bande trasversali sono lo stemma dei Marchesi Caracciolo che entrarono in possesso del palazzo in via ereditaria. Il palazzo conservò il suo aspetto di imponente abitazione marchesale fino al 1826, quando furono aperte le cinque botteghe che tutt'ora si trovano al pian terreno dell'edificio».

http://www.infopointpolignanoamare.com/index.php?pag=luoghi&tipo=&citta_s=Santeramo+in+Colle&action=Filtra


Santo Spirito-Bari (castello o torre di Argiro)

a c. di Vito Ricci


Dal sito http://62.110.208.43/terlizzi/hh/index.php

Terlizzi (centro storico, palazzi)

«La città di Terlizzi si è sviluppata nel tempo in maniera progressiva e concentrica intorno alla Civitas. Dal territorio un tempo coperto di lecci deriva il suo nome più antico, Trilicium e successivamente Terlicium. Agli inizi del secolo VIII, durante la dominazione longobarda in Puglia, Terlizzi visse la sua massima espansione, caratterizzandosi come centro tipicamente militare e agricolo. La notizia più antica sulla città è contenuta nella Donazione di Wacco (VIII sec.), feudatario longobardo, con la quale si cede il casale in Trelicio al Monastero di Monteccasino. Il secolo XI vide Terlizzi sotto il dominio normanno, alle dipendenze del Conte Amico (1073). In questo periodo il feudo da locus divenne castrum e rapidamente acquisì la dignità di civitas (1133). L’unica testimonianza normanna ancora visibile è la Torre Maggiore del Castello. Nei secoli successivi la città subì varie dominazioni: Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli. Nel 1779, dopo aver riscattato la condizione feudale, divenne città demaniale. Nei secoli XIX e XX, la città ha avuto un considerevole sviluppo demografico, urbanistico ed economico, quest’ultimo particolarmente legato all’attività floricola. Terlizzi è nota come “la Città dei fiori, della ceramica e dell’olio d’oliva”. Interessanti da un punto di vista storico e artistico sono: il borgo medievale; la Torre del Castello Normanno; il Portale del XIII sec. di Anseramo da Trani, protagonista del romanico pugliese. ... Degne di nota sono le palazziate sette - ottocentesche: Palazzo di Città con annesso Teatro Millico; Palazzo de Gemmis; Palazzo Scalera; Palazzo San Giorgio; Palazzi de Paù; Palazzo Marinelli, Palazzo de Napoli, sede dell’omonima Pinacoteca. Nel territorio si segnalano anche i santuari mariani di Sovereto e Cesano, ricchi di storia e di fede».

http://www.viaggioadriatico.it/ViaggiADR/rete_interadriatica/pagina-di-descrizione-citta/terlizzi/


Dal sito it.wikipedia.org

Terlizzi (torre normanna o dell'Orologio)

«Già nel 1107 in un atto notarile, la data topica di castellum o castrum e addirittura , qualche decennio più tardi (1133) di civitas, risale la costruzione del castello e della cinta muraria della città iniziata dal conte Amico di origine normanna.Intorno alla stessa epoca risulta essere stata costruita la collegiata in onore di S. Michele Arcangelo abbattuta nel 1782, e poco distante dalla via Appia-Traiana la Chiesa di Cesano di stile preromanico voluta da un altro capo normanno Umfredo affermando così la presenza monastica benedettina nel nostro territorio. Nel castello ebbe dimora dal 1632 e fino al 1639 un cugino dei principi Grimaldi e fu per quella circostanza che il castello, restaurato ritrovò il suo splendore dove lo stesso arciprete prelato, con il titolo di vice marchese, esercitò il governatorato per conto del cugino, principe titolare, Grimaldi. In tempi recenti la torre, residuato del castello, è stata restituita alla città con un restauro mirato tendente a renderla fruibile. Prima degli attuali lavori, era grandemente pericoloso e fortemente gravoso l’accesso ai diversi livelli. Preesistevano scale alte e strette in legno con le quali si accedeva al piano dell’orologio per gli interventi di manutenzione che anticamente aveva un funzionamento meccanico, come un pendolo, la cui carica era data da un sistema di pesi e che ad intervalli uguali di tempo aveva bisogno di ricarica; ma attualmente un meccanismo elettrico ha sostituito quello antico».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_terlizziA6?


Foto di Stefano26, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

Toritto (castello e centro storico)

«Il Castello si erge nella piazza del centro storico. L'epoca della fondazione non è certa e sulle varie fasi di costruzion si possono avanzare solo ipotesi. Mancano infatti, anche per la scarsa accessibilità al complesso, studi specifici. All'unica porta d'ingresso del Castello (su via Carmine) si accede attraverso un ponte in pietra che scavalca il fossato e presenta ai lati due medioevali sculture leonine in granito, aventi tra le zampe delle panelle. Le sculture attestano l'appartenenza di uno dei
feudatari all'antico Casato dei Frangipane. La Torre rotonda (inglobata in una costruzione recente) e la Torre Normanna, dichiarata Monumento Nazionale nel 1938, risalgono al X e XI secolo, mentre altre costruzioni, site in via Carmine e in Piazza Castello ed edificate sul fossato del fortilizio, compresa la Torre Merlata, sono di epoca più recente (XV e XVI secolo). Poiché è probabile che l'origine di Toritto risalga all'epoca peuceta, non si esclude che la Torre Normanna sia stata costruita su resti classici. Sino al XIV secolo il castello era un fortilizio con funzione difensiva, più tardi, come si evince da un documento del 1631, ospitò stalle, cortili, cisterne, appartamenti, mulini, granai e frantoi. A parte la Torre Normanna, sembra che oggi il Castello di Toritto sia di proprietà di vari privati. Il complesso versa nel più totale degrado» (2003).

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getbene&id=107


Dal sito www.baiadeglisciti.it

Torre a Mare (quartiere di Bari, Torre Pelosa)

«Intorno al 1500, allo scopo di difendere la costa dalle incursioni dei pirati e dei predoni che infestavano il mare Adriatico, fu edificata una torre di avvistamento, tuttora esistente al centro della piazza principale. Da allora la località prese il nome di "Torre Apellosa" o "Torre Lapillosa", trasformato successivamente in "Torre Pelosa", e divenne un piccolo borgo di pescatori che vivevano per lo più in trulli e grotte naturali e riparavano le proprie imbarcazioni nel porticciolo alla foce di lama Giotta».

http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_a_Mare_%28Quartiere_di_Bari%29


Dal sito www.comune.turi.ba.it

Turi (masseria fortificata Caracciolo)

«Una costruzione rurale tipica della Puglia è la masseria, residenza estiva dei ceti elevati ma al tempo stesso azienda agro-pastorale. Molte sono fortificate, specie se sui litorali. La masseria Caracciolo nel territorio di Turi presenta tutte le caratteristiche di masseria fortificata, come alcuni particolari architettonici inequivocabili confermano. Nel medioevo c'era un castello, poi nei secoli successivi è diventata una masseria pur mantenendo una funzione difensiva. Di quel passato si riconoscono subito le garitte, le torrette d'avvistamento sui quattro angoli dell'edificio, con cupolette semisferiche. All'interno lo spessore dei muri è già un'altra traccia del castello, ma soprattutto i passaggi di ronda che corrono sui quattro muri e le feritoie strombate; percorrendoli si incontrano ambienti più ampi con pavimento in pietra dove qua e là ci sono tavole in legno: forse celavano trabocchetti. Ad attirare sono, inoltre, gli elementi architettonici settecenteschi che contraddistinguono subito le residenze estive elitarie. Si conservano anche gli ambienti destinati ai servizi della masseria, come le nicchie-mangiatoie sul perimetro di una corte interna. L'attuale facciata è a due piani, con due ampi fornici al piano terra e al centro due finestre ellittiche coricate. Al primo piano una porta-finestra centrale è sormontata da un archivolto, simmetriche altre due finestre laterali. Di fianco una costruzione con il terrazzo coronato da un'elegante balaustra. All'interno uno scalone settecentesco termina con tre grandi arcate di cui una affaccia sulla corte. Costruite nel settecento anche un'ampia stanza da letto con due alcove e una cucina con un tipico focolare coperta da una cappa piramidale».

http://www.itriabarocco.net/web/guest/home/articolo...


Dal sito www.itriabarocco.net

Turi (masseria fortificata Musacco-Gonnelli)

«La Masseria Musacco-Gonnelli, oggi purtroppo in abbandono, nonostante il vincolo posto dalla Soprintendenza, presenta tutte le caratteristiche di un fortilizio. Forse sorto nel '500 ma ampiamente trasformato nel '700 in residenza rurale; il corpo principale, in parte crollato, si presenta ancora imponente, in fondo all'ampio piazzale, delimitato da un'alta recinzione, al quale si accede tramite un arco settecentesco. Nei pressi, i resti di una zona boschiva occupano il letto alluvionale di una lama; interessante, ai limiti della macchia, è la neviera, un raro e quindi prezioso reperto di archeologia industriale ancora in buono stato di conservazione».

http://www.comune.turi.ba.it:8082/Default.aspx?Id=312 (a cura di Giovanni Lerede)


Dal sito it.wikipedia.org

Turi (palazzo marchesale Venusio)

«Presenta alcuni elementi di architettura normanna, risalenti ai tempi di Goffredo, nipote di Roberto il Guiscardo. È stato sicuramente un castello medievale per la sua posizione al margine dell'abitato, e per il grande fornice d'accesso alla piazza interna ed è situato a più di 270 m. sul livello del mare. Durante i lavori di ristrutturazione, i nobili spagnoli Francesco e Beatrice Moles trasformarono nel XVI sec. la corte interna in piazza. L'attuale struttura presenta tutti gli elementi che caratterizzavano le costruzioni settecentesche. Il palazzo ed i corpi feudali di Turi,consistenti in circa duemila ettari di terra nel 1741 furono venduti dai Moles al Barone Ottavio Venusio di Matera che in seguito fu elevato al titolo di Marchese da Ferdinando IV di Borbone. Ha due corpi laterali, appena accennati, e un'altra zona basamentale in blocchi di pietra. Il piano nobile presenta ampie finestre aperte su balconi di stile barocco corredati da ringhiere bombate in ferro battuto. Il maestoso portale di gusto napoletano presenta lateralmente delle lesene ruotate in fuori e presentava, fino a qualche anno addietro, sulla trabeazione uno stemma lapideo araldico dei Marchesi Venusio in fregio. Al cortile interno, di notevole decoro, si accede da un grande androne».

http://it.wikipedia.org/wiki/Turi#Palazzo_Marchesale_Moles-Venusio


Dal sito www.infopointpolignanoamare.com

Valenzano (castello baronale)

«L’edificio, secondo alcuni studiosi, venne costruito incorporando una primitiva torre normanna intorno al IX secolo. Altre fonti suppongono che la sua fondazione sia avvenuta ad opera di Federico II di Svevia nel secolo XII. Successivamente l’edificio fu mantenuto efficiente come fortificazione, sia durante il periodo angioino che argonese, per poi trasformarsi nel periodo del viceregno spagnolo, con un ampliamento nel secolo XVII, in una residenza baronale tutt’oggi efficiente grazie all’intervento degli attuali proprietari, i baroni Martucci-Falagario. L’edificio fu notevolmente ampliato dai Furietti, che vi costruirono anche la cappella e il bel loggione, in sobrio barocco, sostenuto da quattro colonne ed in seguito dai Martucci, proprietari dal 1806, che vi costruirono gli ampi saloni. Da una descrizione del 1734 sappiamo che al pian terreno si trovavano i magazzini, la sellaria, la cucina, la neviera, una stalla capace di quattordici cavalli, i lavatoi, le carceri (ai piedi della Torre) e, sotto i magazzini, una cantina capace di quaranta botti (oggi adibita a Sala conferenze, dove vengono tenuti importanti manifestazioni artistico-culturali); al primo piano la cappella, con un quadro della Madonna del Rosario di buona fattura, e un gran numero di sale e stanze, alcune delle quali con la volta a lamia affrescata (notevoli Le quattro parti del mondo e La storia del figliuol prodigo)».

http://www.memoriaeconoscenza.it/percorsi-identitari/GRPR_INT_1/PI_INT_1/PI_A_INT_valenzanoA1?

            

     

      

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