| Sei in: Mondi medievali ® Castelli italiani ® Lombardia ® Provincia di Lodi |
TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI LODI
in sintesi
I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.
«Arcagna il cui nome significa
“luogo alto sull’acqua” è frazione di Montanaso. Il nome ricorre più volte
negli antichi documenti dal 1148 in poi. Fu “villa “ infeudata alla corte di
Galgagnano,allora sede vescovile, confermata dal Barbarossa e
successivamente dall’imperatore Arrigo VII nel 1311. Si ha memoria di un
“lago” di Arcagna nel 1361 , sicuramente una palude del lago Gerundo. Sul
principio del secolo XIV, unitamente a Gamorra e Montanaso era annessa al
monastero di S.Giacomo di Pontida. Nel 1600 era commenda degli Olivetani di
Villanova col nome di Arcagna Eugenia. Ad Arcagna dietro la chiesa
parrocchiale c’era un castello ove ebbe sede una congregazione di religiose
Salesiane che officiarono nell’antica Chiesa, divenuta parrocchiale nel
1602. ...».
http://www.comune.montanaso.lo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=28&Itemid=28
«Vicolo Mirabello (fuori dal centro abitato, in posizione dominante), Bertonico (LO). Epoca di costruzione: sec. XIV. Uso attuale: abitazione».
Bisnate (fraz. di Zelo Buon Persico, castello)
«L'origine e il nome di questa frazione sono fatti risalire al IV secolo a.C., durante la dominazione dei Galli Boi. È sempre stato un importante punto di passaggio per l'attraversamento dell'Adda, che qui è più stretto rispetto al suo corso normale. Nell'undicesimo secolo viene innalzata una prima postazione fortificata, per il controllo del passaggio, che darà in seguito origine a un castello. ...».
http://web.tiscali.it/curiosandomax/storia/Agellum.htm
«è attestata la presenza in epoca medioevale di un ospedale sull’attuale territorio di Boffalora d’Adda, una sorta di infermeria e luogo di ricovero per viandanti e pellegrini, così come certamente esisteva un monastero ospitante le monache di clausura dell’Ordine dei servi di Maria Vergine dello Spasimo, osservanti le regole di Sant’Agostino. Vi era infine un castello in località denominata “Castellaro”, il cui ricordo rivive nello stemma del comune».
http://www.comune.boffaloradadda.lo.it/storia.php
Borghetto Lodigiano (palazzo Rho)
«Adesso sede del municipio; fu fatto costruire dalla famiglia Rho nel XV secolo. Non è sicura la data della costruzione, ma si pensa che sia stato eretto quando i padroni divennero signori di Borghetto. L'opera fu ordinata da Alessandro Rho.La facciata ha tre grandi finestre ornate con fregi e rilievi di terracotta. Si notano su di essa lo stemma dei Rho e quello del comune di Borghetto».
http://ospitiweb.indire.it/~mipm0001/lodi/borghetto.htm
«Il paese ha origini antichissime. Pare che i primi stanziamenti nel territorio risalgano all’epoca dell’imperatore Aureliano: nella frazione Monasterolo intorno al 1834 furono infatti ritrovate alcune monete d’oro d’epoca romana contenute in un vaso di terracotta. Circa 250 anni dopo i Benedettini di San Michele al Brembio disboscarono queste vaste zone mettendole a coltura. Intorno al 1051 Adalberto, figlio di Alberico “de loco Brembio”, donò alcune terre al vescovo Ambrogio Ariuno di Lodi, che già possedeva fondi e diritti su parte del paese. Gli Abboni, gli Azzari e i Sacchi, famiglie lodigiane di parte guelfa erano proprietarie della corte di Brembio, ove sorgeva un castello teatro di scontri fra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Infatti dopo la vittoria dell’imperatore Federico II a Cortenuova, quando le truppe imperiali rientrarono in Lodi e ne cacciarono gli avversari guelfi, questi ultimi si fortificarono nel castello di Brembio, ma nel 1243 il podestà di Lodi, Mainerio da Borgo, stabilì che gli Abboni, gli Azzari e i Sacchi non potessero mai più abitare o avere proprietà nel castello e nel territorio di brembio. Il feudo di Brembio, unito a quello di Secugnago, fu donato nel 1499 a Erasmo Triulzi, già feudatario di Casteldidone, che giurò fedeltà al re di Francia Luigi XII. Nel corso del XVII secolo il paese subì l’invasione delle truppe spagnole che, in particolare nell’anno 1618, saccheggiarono e bruciarono le case».
http://www.italynet.it/italiano/lombardia/lodi/brembio/
«Il castello, situato nel piccolo comune di Camairago tra le Province di Lodi, Cremona e Piacenza, si affaccia sulla valle dell'Adda lungo l'antica strada romana che da Milano conduceva a Cremona. Oggi la zona è nota come Parco Regionale Adda Sud. La storia del castello ha inizio nel 1140 quando Filippo Maria Visconti, ultimo duca di Milano, concesse il feudo di Camairago insieme alla licenza di fortificarlo, al Conte Vitaliano Borromeo quale ricompensa delle sue condotte militari e dei prestiti in denaro ricevuti. Nel 1629 il castello, all'epoca dimora abituale di San Carlo, ospitó i famigerati Lanzichenecchi che presero parte all'assedio di Mantova. Da ricordare anche che nell'estate del 1848, durante la Prima Guerra di Indipendenza, il castello fu sede del quartiere generale delle truppe austriache: qui il maresciallo austriaco Radetzky respinse l'offerta di mediazione da parte del ministro inglese, Sir Abercromby, per un armistizio. Oggi la costruzione militare è dimora agricola privata tuttora di proprietá della famiglia Borromeo».
http://www.castellodicamairago.it/la-storia.html
«Il castello ha pianta allungata con corte rettangolare, torri e rivellino. Il lato est si innalza sulla scarpata della valle dell'Adda ed è chiusa agli estremi dalle due torri superstiti. Il lato sud presenta al centro il rivellino separato dal corpo principale da un fossato. Tutte le murature presentano riseghe e cornici in cotto. Il cortile interno è porticato con archi a sesto acuto, alcuni dei quali tamponati. Il fronte nord è stato per un breve tratto demolito. Fronti in muratura stilata delimitate da torri agli angoli e torre in corrispondenza dell'ingresso».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00057/?view=ricerca&offset=5
Casalpusterlengo (torre dei Pusterla)
«Nel documento di investitura
dei Pusterla si parla di un "Castelletum", cioè di un castello difeso
da un fossato. Al suo interno sorgeva una torre, quella esistente tuttora,
simbolo prestigioso della nostra città. Il monumento è stato sottoposto, in
tempi diversi, a isolamento dagli edifici che gli stavano a ridosso (il
palazzo feudale fu demolito nel 1846) o molto vicini e, in più riprese (ad
opera del Comune e della Pro Loco), a restauri alla muratura esterna e nella
parte interna con la ricostruzione della scala di accesso. La stessa corona
merlata, un tempo coperta da un tetto, è stata ripristinata nelle bellissime
linee originarie. Alla massa compatta dei due blocchi sovrapposti
dell'imponente monumento nulla tolgono "né le poche aperture, né la
conformazione a scarpa del basamento. Il forte spessore dei muri (ca. m. 6
alla base e 2 alla sommità, formati da cortine di muratura piena con
intercapedine colma di materiale da riempimento) si sente dall'esterno del
lato sud-est attraverso le quattro aperture, di cui la sola feritoia in
basso sembra originaria. Unica interruzione alla superficie muraria, che si
alza (esclusa la parte a scarpa) con netti tagli verticali fino al
coronamento merlato, è la cordonatura in conci arrotondati che corre
orizzontale a metà della base; mentre il passaggio con forte risega fra i
due blocchi è raccordato da brevi falde di tetto. Nessuna apertura vi è sul
lato prospettante la piazza, quasi a formare baluardo impenetrabile alla
cittadella, mentre su quello nord-est del basamento si trova la porta
d'accesso... attraverso una scala esterna.
L'interno della costruzione si presenta piuttosto interessante: dal piano
d'ingresso si scende per ripida scala in un vano coperto da volta a botte;
l'ambiente è oscuro in quanto poca è la luce che penetra dall'unica
feritoia; forse in origine formava uno spazio unico con la parte
sottostante, completamente buia, a cui si accede attraverso una botola.
Collegati da una scala d'angolo si susseguono gli altri vani, di cui due
ricavati certo in un secondo tempo, probabilmente quando nel XVI sec. la
torre fu trasformata in carcere. Infatti, che la scala interna sia dovuta a
un intervento posteriore alla prima costruzione della torre, appare chiaro
in quanto essa si inserisce interrompendo la continuità delle volte sia al
piano rialzato sia al terzo, dove un'interessante copertura a cupola è
formata da mattoni disposti in file concentriche. Al primo e secondo piano
invece le volte sono a crociera e a botte, non tagliate dal vano della
scala, ma impostate da un lato sul muro di sostegno della scala e dall'altro
su parte del perimetro della torre. I vani ricavati nello spessore dei muri
in corrispondenza delle aperture richiamano le sale dei castelli. Da queste
finestre e dalla copertura a terrazzo si spazia tutto intorno;
particolarmente suggestiva è la visione a nord e a est dei tetti compatti e
della parte vecchia di Casalpusterlengo ... Ora la torre è sede della Pro
Loco e punto di riferimento per manifestazioni artistiche e culturali».
http://centrocultura.weblight.it/TorrePusterla.aspx
Casalpusterlengo (palazzo Lampugnani
«Palazzo edificato nel XVII
secolo, su iniziativa del feudatario Nicolò Lampugnani, si trova nel piccolo
centro di Casalpusterlengo, nella provincia di Lodi. L'edificio presenta una
pianta rettangolare allungata e struttura a pareti in laterizio intonacato,
gli interni sono coperti con volte molto ribassate, nel cortile si apre un
atrio coperto da volte a crociera, con colonne doriche e lesene in granito
grigio. Oggi il Palazzo è di proprietà privata ed è sede di una comunità
religiosa».
http://www.exploro.it/portal/content/?page=place-detail&id=58933&lang=it
Caselle Landi (castello Landi)
«Il Castello medievale è stato
trasformato dai Landi in un palazzo (detto Palazzo Vecchio per distinguerlo
da un altro, appartenente alla stessa famiglia), che conserva ben poche
tracce dell'edificio originario, di pianta quadrata. Conserva ancora una
sola delle quattro torri angolari. L'altro Castello, adiacente al
precenedente, è chiamato Palazzo Nuovo, o più semplicemente Palàsi (dal
dialetto del paese), ed è stato dato in uso dal Marchese Manfredi Landi, ad
alcune famiglie. Fino agli anni '80, ha ospitato i locali dell' unica
Farmacia cittadina, ora trasferitasi in Via Garetti».
http://it.wikipedia.org/wiki/Caselle_Landi
«Il castello è costituito da un
corpo principale a pianta quadrata composto da piano terreno, primo e
secondo piano e da quattro torri angolari, sporgenti e sopraelevate rispetto
al volume del castello, anch'esse di pianta quadrangolare. Due muri interni,
in senso nord-sud, delimitano due ambienti voltati, al piano terra e al
primo piano, che attraversano l'intero edificio e distribuiscono i locali
laterali, con soffitti cassettonati. L'edificio principale è affiancato dai
fabbricati rurali di altezza inferiore che definiscono una corte a "U",
chiusa verso il fronte stradale principale da un alto muro in mattoni, in
cui si apre un monumentale portale barocco. Epoca di costruzione: circa 1647».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00061/?view=ricerca&offset=12
Castelnuovo Bocca d'Adda (palazzo Stanga)
«Fu proprietà della famiglia Stanga che dominò il paese alla fine del Quattrocento. In questo palazzo l'antipapa Giovanni XXIII incontrò l'imperatore Sigismondo (1414)».
http://www.turismo.provincia.lodi.it/TPL_artestoria_02.asp?IDCategoria=615
Castiglione d'Adda (castello Parravicini Serbelloni)
«Secondo lo storico sacerdote Settimo Ghizzoni che nel 1890 pubblicò un interessante studio su Castiglione d'Adda, l'attuale castello ivi esistente sarebbe la riedificazione di un altro più antico: "Quando Alarico, re dei Goti - scrisse il Ghizzoni - avventandosi su Roma, la distrusse, portando in Italia il saccheggio, la strage, la morte: quando Attila, flagello di Dio, stringendole d'assedio, metteva a ferro e a fuoco le Città; quando gli altri barbari, invase le Province e le campagne, col saccheggio, gli stupri e le rovine, spandevano lo sbigottimento, il terrore, la costernazione: tutti impararono ad assicurarsi la vita stringendosi d'assedio nelle fortificazioni. Fu allora che anche i nostri, privilegiati di una posizione speciale per natura, non tardarono a munirsene: fabbricandovi un potente e fortissimo Castello. All'estremità del Colle sul quale or giace il nobil Borgo di Castiglione: solo unitovi per un punto, ove credesi che vi fosse il tradizionale ponte levatoio, alzasi nell'immensa vallata che lo circonda, formante un dì il letto del vastissimo Lago Gerondo, un altissimo Promontorio rivestito di alberi e di prati, della circonferenza di quasi 400 metri. Sulla vastissima Piazza di questo, circondata tuttora dagli avanzi delle castaldiche Case, e probabilmente dove sorge il nuovo, ergevasi il vetusto Castello. Pare ad alcuni, per essere questo assolutamente distrutto, e vedersi in sua vece il Nuovo, poco vera l'esistenza di questo Castello. Ma quando si sapesse che Castiglione e il suo Castello era il primario Feudo dei Vescovi di Lodi, e si fossero viste, come da alcuni lo fu, le immani muraglie delle sue fondamenta, come lo si direbbe uno dei più forti, così dei più antichi del Lodigiano." Nell'anno 1330 - aggiunge il Ghizzoni - essendo agente dell'Illustrissima Casa Busca, proprietaria del nuovo castello, l'egregio nostro concittadino Sig. Ing. Gaetano Quattrini, si praticarono in questo castello delle scavazioni. Fu in quest'occasione che si videro le antiche e gigantesche fondamenta. In pari tempo furono trovate varie monete romane, armi ed altre simili cose, che non lasciano dubitare della sua antichità, le quali furono consegnate alla suddetta Casa. Parimenti si videro dei 'trabocchelli', che poi furono otturati.
L'attuale castello o palazzo
Pallavicino dal nome della nobile famiglia che ebbe il dominio su
Castiglione, fu edificato sul ciglio del terrazzamento dell'Adda. Perduto il
suo ruolo strategico il castello venne trasformato in residenza signorile
quando, a partire dal 1499, vi furono infeudati i marchesi Pallavicino. La
trasformazione da castello a palazzo si deve soprattutto a Girolamo
Pallavicino che nel 1551 lo scelse come sua dimora, ma continuarono
quest'opera i marchesi Serbelloni che lo fecero restaurare ancora nel 1652.
Il palazzo mantiene la pianta dell'antico castello con corte centrale e
torri angolari. Le fronti orientale e meridionale, rivolte verso l'Adda,
conservano ancora l'aspetto di fortilizio con pareti lisce e alta scarpata,
finestre dotate di inferriata e torre cilindrica in corrispondenza dello
spigolo. Profondamente mutato è invece il lato ovest, trasformato in
sontuoso ingresso al palazzo con prospetto a bugnato molto inciso nella zona
inferiore e appena rilevato verso l'alto. Il cornicione del tetto è molto
sporgente e sorretto da una sequenza di eleganti mensole aggettanti fra le
quali trovano posto delle teste in pietra di eroi antichi e personaggi
mitici. Alcuni mascheroni di grandi dimensioni sono poi simmetricamente
distribuiti sulla facciata. Il notevole portale è costituito da un arco
affiancato da due lesene doriche, anch'esse a bugnato, reggenti un classico
architrave con due cornici, triglifi e gocce. Attraversato il portale si
entra in un atrio voltato a botte con decorazioni in stucco, aperto sul
cortile mediante serliana. Gli corrisponde sul lato opposto un portico a tre
campate su colonne binate e volte a crociera, avente funzione di loggiato
panoramico sulla campagna sottostante. Questa parte è la più degradata per
la chiusura di un arco e lo stato di abbandono in cui versa tutto il
portico. Nello spazio tra un arco e l'altro sono inserite delle cornici a
riquadri e lo stesso motivo si ripete anche sulle altre fronti interne del
cortile, così come per lesene ed altre decorazioni architettoniche, secondo
un uso di elementi caratteristici che ricorrono nelle fabbriche cremonesi di
Francesco Dattaro. In particolare il rapporto tra il loggiato di Castiglione
e il portico-diaframma di Palazzo Affaitati a Cremona permettono di
attribuire al Dattaro i rifacimenti cinquecenteschi del castello. Fra gli
ambienti interni, tutti trasformati e ridotti di dimensione, rimane una sala
anch'essa divisa a mezzo in senso orizzontale con volta affrescata a
grottesche e riquadri con vedute di paese, risalenti alla seconda metà del
XVI secolo».
http://www.comune.castiglionedadda.lo.it/V1/storia/storia6castello.htm
Codogno (castello demolito e palazzo Trivulzio)
«In epoca medioevale, la più
antica per la quale si possa tentare una descrizione dell'abitato, al centro
della struttura urbanistica della Codogno antica dominava il paesaggio il
castello, con le sue 4 torri, abbattuto; tutt'intorno doveva svilupparsi con
forma rettangolare il borgo fortificato; oggi rimangono solo tracce
"archeologiche" delle fondazioni del castello e del fossato di
perimetrazione. Rimane senza dubbio la destinazione d'uso della Piazza
centrale, ancora oggi, come allora, Piazza del Mercato. Con la signoria dei
Trivulzio, Codogno si allarga al di fuori delle dimensioni medioevali, data
soprattutto la forte influenza dell'aristocrazia commerciale milanese sul
territorio. Il Castello perde allora la sua funzione centrale nel paese, e
fulcro di tutte le attività, sia amministrative sia giuridiche o commerciali
diviene l'allora Piazza Maggiore, oggi Piazza XX Settembre, mentre sede del
potere diventa il Palazzo Trivulzio».
http://www.comune.codogno.lo.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/240
«Palazzo nobiliare, fatto edificare dalla famiglia dei Trivulzio nel XV secolo, ubicato nel piccolo Comune di Codogno, si presenta come un'edificio a corte chiusa con muratura in mattoni pieni a corsi regolari rivestiti di intonaco. La facciata presenta un portone ligneo centrale, inserito in un motivo architettonico, realizzato in pietra con stipiti a blocchi che terminano in due mensole reggenti un architrave; l'interno è caratterizzato da un loggiato binato con pavimentazione in ciottoli e cotto. Il palazzo oggi è di proprietà privata».
http://www.exploro.it/portal/content/?page=place-detail&id=58989&lang=it
«Il castello Douglas Scotti, placidamente appollaiato su una delle numerose alture della zona un tempo argine dello scomparso lago Barili, sembra quasi vegliare sugli ultimi lembi meridionali della campagna lodigiana. La sua storia secolare è indissolubilmente legata alle vicende di Fombio e, anche se ora appare in uno stato di trascuratezza, in passato è stato il fulcro di vicende storiche rilevanti per l’intero Basso Lodigiano. Le sue origini risalgono al 1299: acquistato il feudo di Fombio, Alberto Maria Scotti Magno, signore di Piacenza, volle erigere un nuovo castello che sostituisse il preesistente, volgarmente noto come “Castellazzo” e posto nella parte più settentrionale del paese, in direzione di Codogno. Dal punto di vista architettonico l’edificio è caratterizzato da possenti mura in mattoni, con pianta ad “U” rivolta a mezzogiorno. Dei fossati e del ponte levatoio un tempo esistenti non restano che vaghe tracce, seppur sia possibile immaginarne le fattezze grazie a linee di demarcazione ancora presenti. Nel corso dei secoli il nucleo centrale del ‘300 ha subito numerosi rimaneggiamenti, sopratutto apportati nel XIX secolo, i più evidenti dei quali sono rappresentati dall'ampio porticato che si affaccia sul cortile d'onore e la veranda che collega le due ali del castello. Nelle sale interne, fra vari elementi architettonici, di particolare pregio è un soffitto a cassettoni lignei risalente al XV secolo nonché i locali di ingrasso al pian terreno ove ancora si conservano sui soffitti e su alcune pareti affreschi del XVII secolo. Teatro di numerose vicende belliche, agli inizi del '500 fu dato alle fiamme dai Landi, nel più ampio scenario delle battaglie tra guelfi, schieramento al quale appartenevano gli Scotti feudatari di Fombio, e ghibellini. Successivamente il castello divenne oggetto di contesa anche dei Trivulzio di Retegno, contrappostisi alla signoria fombiese degli Scotti. Il castello è soprattutto noto per aver fatto da sfondo alla nota “battaglia di Fombio”. Tale scontro armato è ancora ricordato con accenti forse ingiustificatamente epici, tuttavia il combattimento che vide fronteggiarsi, nel paese e nelle sue immediate adiacenze, un’avanguardia di quattromila granatieri francesi al comando del generale Lannes ed un manipolo di austriaci è menzionato come evento-simbolo per il fortilizio fombiese: sciamati nel Lodigiano dopo aver superato il Po, i transalpini si trovarono ad affrontare un gruppo di austriaci al comando del generale Lipthay che, disperatamente, tentarono di arginare l’arrivo dell’esercito nemico. Penalizzati però da una difesa male organizzata e da un esiguo numero di effettivi, questi ultimi furono agevolmente messi in fuga dai soldati napoleonici, riparando nel vicino paese di Pizzighettone, mentre i Francesi riuscirono a raggiungere Codogno».
http://www.bassolodigiano.it/Studi%20e%20Ricerche/Il%20Castello%20e%20la%20Chiesa%20di%20Fombio.htm
«Il complesso presenta impianto
poligonale irregolare su quattro lati, avancorpo d'ingresso, serie di corpi
rettangolari a due e tre piani. Epoca di costruzione: sec. XII».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00071/
«La torre, a tre piani,
presenta pianta quadrata, con base leggermente più larga della sommità. Le
pareti esterne sono in muratura intonacata. Questo edificio è riportato per
la prima volta dal catasto Lombardo Veneto nel 1867, ma il suo impianto
strutturale a base larga che va rastremandosi verso l'alto richiama
tipologie architettoniche più antiche, di epoca medievale. Quale fosse la
destinazione d'uso originaria di questo edificio- torre è solo un ipotesi:
nata forse a scopo difensivo, è probabile che si sia rivelata un ottimo
osservatorio per controllare l'andamento dei lavori nella zona,
caratterizzata da sempre dalla produzione vitivinicola, e dalla natura
collinare del terreno».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO190-00034/
«Accanto alla Cattedrale,
profondamente rimaneggiato, è posto il Broletto, sede del governo della
città. Solo la parete in cotto che si affaccia sull'antico cortile è
testimonianza della sua fondazione, da collocare entro il 1284. Le fonti
antiche forniscono varie attestazioni di una costruzione probabilmente
antecedente all'attuale. Il 19 gennaio di ogni anno, in occasione delle
celebrazioni per la festa di San Bassiano, Patrono di Lodi, la Piazza è
tradizionalmente adibita durante la mattinata alla distribuzione della "buseca"
(la trippa), il piatto tipico lodigiano, mentre al pomeriggio la folla di
cittadini e visitatori può sorseggiare il "vin brulé", vino caldo speziato,
offerto dagli Alpini di Lodi. Presso il Museo Civico è conservata
un'iscrizione che dice: "Questo Palazzo fu fatto sotto il regime di Corrado
Dé Gonfalonieri di Brescia Capitano della Credenza del popolo lodigiano
MCCLXXXIV". Ma Corrado fu podestà a Lodi nel 1293, mentre nel 1284 lo era
Loggo degli Agli, fiorentino. È probabile quindi che la lapide celebrasse la
fine dei lavori iniziati da Loggo. La parete superstite è ritmata nella zona
inferiore da quattro archi acuti poggianti su pilastri ciclindrici dai
capitelli fogliati; a questi corrispondono delle paraste sulla parete
muraria. Il piano superiore presenta tre bifore archiacute con motivo
decorativo a torciglione e colonnina centrale con capitello, simile a quelli
inferiori. Oggi sono tamponate. Ha subito diversi rimaneggiamenti nel corso
del tempo: nel 1656 viene rifatta una nuova loggia dall'architetto Agostino
Pedrazzini e nel XVIII secolo l'edificio muta completamente aspetto. La
facciata, nelle forme attuali, è del 1778 ad opera dell'Ingegnere Castelli
di Milano. Vi si trovano due busti marmorei realizzati nel 1615: a sinistra
Gneo Pompeo Strabone e a destra quello di Federico Barbarossa, copia recente
dell'originale. ...».
http://it.wikipedia.org/wiki/Broletto_%28Lodi%29
«n passato la città era difesa da una cinta di mura nella quale si aprivano tre porte di accesso (solo in seguito venne aggiunta la Porta d'Adda). Due di queste erano poste sul lato sud, in direzione delle principali città alleate: Porta Cremonese e Porta Pavese; la terza era detta Porta Regale ed era la più vulnerabile in quanto si trovava sulla strada per Milano. Per questo motivo, in prossimità di essa, Federico Barbarossa fece erigere un castello al quale si accedeva tramite la Porta Imperiale. Il castello venne riadattato più di cento anni dopo da Napo della Torre, ma l'aspetto attuale è dovuto alla ricostruzione, iniziata nel 1355 e finita nel 1370, voluta da Barnabò Visconti, con un notevole ampliamento e la costruzione di quattro torri e di profonde prigioni nel sottosuolo. Nel 1416 Filippo Maria Visconti rinforzò il rivellino interno con una rocca fortificata fuori dalle mura e più tardi, quando, a causa alle bonifiche dei terreni circostanti, si rese necessario proteggere anche le nuove zone strappate alle paludi, la fortezza fu resa ancora più sicura da Francesco Sforza che nel 1456 fece aggiungere sullo spigolo a nord, una torre rotonda, opera dell'ingegnere Serafino Gavazzi, affiancata a quella di pianta quadrata di cui il castello già disponeva. Il Torrione, che divenne uno dei simboli di Lodi, fu alzato nel 1906 per contenere il serbatoio dell'acquedotto comunale.
Tra il XVI e il XVIII secolo il
castello subì adattamenti nei sistemi difensivi per rispondere adeguatamente
agli attacchi con le nuove armi da fuoco. Le mura divennero più spesse e
furono innalzati baluardi per tenere distanti le artiglierie nemiche. Sotto
la dominazione austriaca di Giuseppe II inizia un vero e proprio lavoro di
demolizione. In questo periodo furono riempiti i fossati, tolti i ponti
levatoi e distrutto un intero lato del castello che venne trasformato in
caserma. Sui tre lati rimasti furono costruiti dei porticati sovrastati da
un doppio ordine di logge, così come si vede ora. Già dai primi anni del XIX
secolo il castello perse il suo vero aspetto e la sua funzione. Oggi il
castello è adibito a stazione di polizia, sede della Questura di Lodi. Al di
sotto del castello, ad una profondità di circa sei metri, sono stati
scoperti alcuni cunicoli appartenenti probabilmente al rivellino esterno.
Alcuni di questi sono alti fino a 2,70 metri, consentendo quindi il
passaggio di un uomo a cavallo, e in alcuni punti si sviluppano anche su due
livelli comunicanti fra loro. L'esplorazione di questi ambienti è iniziata
negli anni duemila grazie all'iniziativa di un'associazione privata,
tuttavia le indagini sono piuttosto difficoltose a causa del fatto che negli
anni cinquanta essi furono in gran parte sotterrati e talvolta murati.
Esiste anche l'ipotesi che in passato Lodi fosse completamente attraversata
da gallerie sotterranee che conducevano sia fuori le mura, attraverso il
rivellino esterno, sia nel cuore della città, attraverso il rivellino
interno, verso il sagrato di Piazza della Vittoria. L'utilità di questi
passaggi era sia difensiva (costituivano infatti la principale via di fuga
in caso di attacco), sia offensiva (consentivano infatti di sorprendere
improvvisamente il nemico che occupava parti della città). La loro reale
esistenza però non può essere provata a causa delle numerosissime modifiche
subite da questi percorsi nel corso dei secoli; al giorno d'oggi inoltre,
alcune parti di essi, potrebbero essere state inglobate dalle cantine e
dalle proprietà private dei palazzi del centro storico. Tuttavia esistono
alcune testimonianze della loro esistenza: ad esempio il Guicciardini nel
XVII libro della Storia d'Italia riporta un fatto avvenuto nel 1526:
" ...venuto l'avviso da Milano, il marchese del Vasto con alcuni cavalli
leggieri e con tremila fanti spagnuoli [...] si spinse a Lodi senza tardare;
e messa la fanteria senza ostacolo per la porta del soccorso nella rocca,
situata in modo che si poteva entrarvi per una via coperta naturale, senza
pericolo di essere battuto o offeso, [...] dalla rocca entrò subito nella
città, e si condusse insino in sulla piazza"».
http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Visconteo_%28Lodi%29
«Delle antiche mura rimangono
pochi scarsi e mal conservati frammenti: la Porta Regale, a pianta
rettangolare, con un arco di accesso a sesto acuto, il Baluardo (o Pusterla)
di S. Vincenzo (un terrapieno di pianta triangolare) e alcuni tratti
rettilinei in via Defendente Lodi e in piazza Zaninelli. Epoca di
costruzione: sec. XII».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00130/?view=ricerca&offset=23
«Il casato dei Sommariva
appartiene alla storia della città di Lodi. Il Palazzo ha avuto ora recenti
restauri. Imponente nella costruzione, mantiene dell'antico splendore un bel
portale sormontato da uno splendido balcone in ferro battuto. La simmetria
delle finestre del piano terra e del primo piano ingentiliscono la facciata
e le conferiscono nobiltà e leggerezza».
http://www.turismo.provincia.lodi.it/TPL_artestoria_02.asp?IDCategoria=615
LODI (palazzo Varesi-Mozzanica)
«...Collocabile tra i monumenti
chiave dell'architettura civile lombarda del Quattrocento nel periodo che
segue la costruzione del palazzo milanese del Banco Mediceo (oggi perduto, a
eccezione del ricco portale ora nei Musei Civici del Castello Sforzesco),
palazzo Mozzanica possiede uno schema tipologico comune ai palazzi dell'età
sforzesca, con particolare riferimento al decennio 1480-90. Il palazzo fu
l'elegante dimora del conte Lorenzo, feudatario di Turano e Melegnano,
personaggio di spicco della corte milanese del Moro, capitano di cavalleria
e poi commissario generale delle regie armate di Luigi XII in Italia.
Probabilmente negli anni Ottanta del secolo, il conte entrò in possesso del
palazzo che era stato fatto edificare nel Trecento dalla potente famiglia
Vignati, cui appartenne Giovanni, signore di Lodi all'inizio del
Quattrocento e di cui restano alcuni stemmi nel portico del cortile. Spetta
dunque a Lorenzo Mozzanica l'ampliamento dell'edificio gotico e la sua
riqualificazione in senso rinascimentale per mezzo di un vocabolario
decorativo che, se attinge da un lato al repertorio del classicismo
quattrocentesco, tra Bramante e Mantegna, affonda dall'altro, e saldamente,
le proprie radici nella secolare tradizione lombarda dell'ornato monumentale
in terracotta. ... Lo schema strutturale dell'edificio è semplice: la
distribuzione interna degli spazi è articolata intorno a due corti
affiancate, di cui una maggiore, con portici su due lati di quattro archi
ciascuno e il piano superiore con tracce di logge su colonnine, chiuse
probabilmente al tempo della trasformazione degli ambienti interni, e un
cortile di servizio di modeste dimensioni. Le attuali colonne della corte
maggiore, piuttosto massicce, senza base e con capitelli ionici,
sostituirono quelle originarie nell'ambito di un 'restauro tecnico' condotto
probabilmente in antico, che falsò la leggerezza dei rapporti metrici
progettuali, testimoniata dall'unica colonna sopravvissuta - oggi semimurata
nel portico del lato sinistro -, con ricco capitello figurato».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO460-00042/
«Palazzo Vistarini si affaccia
sulla Piazza della Vittoria, e appartenne alla famiglia Vistarini, una tra
le più importanti di Lodi, rappresentata da capitani di milizie, magistrati
e facoltosi proprietari di terre nel lodigiano. Il palazzo un tempo correva
da Piazza della Vittoria sino al primo tratto dell’attuale Corso Vittorio
Emanuele. Le traversie politiche e finanziarie fecero sì che il palazzo
venisse acquisito da un congiunto dei Vistarini, Giovanni Paolo Barni, che
destinò il tratto di Corso Vittorio Emanuele a propria residenza,
restaurandola, lasciando intatte le strutture del vecchio palazzo nel tratto
che prospetta l’angolo occidentale della Piazza. La facciata si presenta in
mattoni alleggerita dalla presenza di monofore in cotto e dalla presenza di
archi a sesto acuto nel portico sottostante. Dell’antico splendore rimangono
alcuni affreschi sulle volte e nel portico sottostante, che conserva intatta
l’altezza del soffitto il quale, per decreto dei decurioni cittadini, doveva
essere di altezza tale da consentire il passaggio di un uomo a cavallo.
Attualmente il palazzo è adibito ad abitazione privata».
http://www.visual-italy.it/IT/lombardia/lodi/palazzo-vistarini
«Impianto a pianta trapezoidale
tendente al rettangolo. Il lato meridionale e il lato nord presentano un
tracciato concavo e al centro un torrione merlato. Il lato orientale
presenta invece una torre d'ingresso quadrangolare preceduta da un rivellino
merlato ed è affiancata da un corpo di maggiore spessore a destra. Il lato
nord è inserito fra due torri merlate (angoli nord-est e nord-ovest).
Caratteristico di tutta l'architettura è l'apparato quasi continuo retto da
beccatelli a mattoni digradanti e la cinta merlata che un tempo cingeva
tutta la rocca ora limitata agli angoli sud-est e sud-ovest. Una lunga
balconata sorretta da mensoloni in pietra o legno si estende lungo i lati
nord, sud e parte dell'est, sormontata da un tetto a falda unica a sua volta
sorretto da piccoli pilastri in legno. Sei balconi rientranti e allineati
con la muratura interna contraddistinguono il piano superiore del lato
ovest, in corrispondenza delle stanze da letto degli ospiti. Epoca di
costruzione: sec. XIII - ante 1270».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00041/?view=tipologie&offset=48&hid=1.9&sort=sort_int
MALEO (castello o villa Trecchi)
«Villa Trecchi era l’abitazione estiva dei nobili cremonesi dello stesso casato, ma del ramo cadetto baronale. Sull’origine della sua costruzione poco si sa, in quanto i documenti al riguardo sono andati perduti alla fine del secolo scorso, quando la villa fu venduta e adibita ad altri usi. Comunque si ritiene che la sua edificazione risalga alla fine del XVII secolo o all’inizio del secolo successivo. Ideata e commissionata, negli ultimi decenni del XVII secolo, dai Baroni coniugi Giuseppe Trecchi e Fulvia Pallavicino, la costruzione fu portata avanti e terminata dal figlio Giulio. Edificata forse in luogo di vecchie case, già di proprietà dei Baroni Trecchi, nella zona che veniva denominata “del castello”, non v’è dubbio che la nostra villa presenti caratteri architettonici del primo Settecento e gli elementi decorativi che ancora la ornano confermano tale convinzione. A testimoniare la committenza originaria, vi è lo stemma combinato dei coniugi Trecchi-Pallavicino, che si trova inserito nel camino di una stanza a pianterreno della villa.
La Villa continuò ad essere abitata dai discendenti di Giulio, e solo nel XIX secolo, con l’avvento del regime napoleonico che declassò i nobili al rango di “cittadini”, avvenne una prima modificazione. Infatti, sia per trovare un rimedio alla precaria situazione che si era venuta creando, sia per l’incoraggiamento dei governi d’allora, il barone Trecchi, nei primi anni dell’800, venne nella determinazione di allestire nella sua proprietà, forse nei rustici oppure costruendo nuovi locali, una modesta filanda con pochi fornelli per la trattura serica. Non conosciamo quali siano state le vicissitudini di questa nuova fabbrica; sappiamo solo che, alla morte del barone Sigismondo, avvenuta alla metà dell’800, tutto il complesso della Villa con annesso l’opificio, fu acquistato a “porte chiuse” dai signori Ferri di Corno Giovine, i quali tra l’altro avevano l’obbligo della manutenzione della Chiesa dell’Annunziata, situata nelle prossime vicinanze. I Ferri ne divennero dunque, intorno alla metà del XIX secolo, i nuovi proprietari e pare che proprio in questo periodo sia stato disperso l’archivio del ramo baronale Trecchi, in quanto le carte ivi esistenti furono cedute a mo’ di carta straccia, ai fruttivendoli e ai bottegai malerini che se ne servirono per accartocciare a loro merce.
Incominciò per la Villa un
periodo di decadenza. Pur essendo ancora usata come abitazione, alcuni
locali della gentilizia dimora vennero adibiti ad uffici vari ed altri
vennero aggiunti, per costituire una vera e propria filanda. Cambiarono i
proprietari: prima i dell’Orto e poi la Manifattura di Turro, posseduta dai
Donnagemma, industriali serici di Milano. La parte nobile della Villa venne
usata per ospitare gli uffici ed i laboratori per l’analisi della seta
prodotta dalla vicina filanda, che nel contempo si ampliò per l’aggiunta del
filatoio. Così le strutture dell’edificio subirono trasformazioni e
distruzioni per l’esigenza di adeguare i locali alle nuove necessità. Le
vetrate artistiche, le decorazioni, le pitture, i pavimenti, i soffitti a
cassettone che ornavano con raffinatezza le varie sale di rappresentanza
della Villa, gradatamente si rovinarono sino a subire un danno quasi totale,
quando, durante l’ultima guerra, la filanda cessò la produzione e la Villa
venne occupata prima dalla organizzazione di lavoro TOD e poi dagli
sfollati. Lasciata nel più completo abbandono nel massimo disinteresse di
tutti, ciò che aveva costituito il lusso e lo splendore di un tempo,
l’ultimo proprietario ne decise la demolizione: iniziò ad abbattere i grandi
fabbricati adibiti a filatoio e a filanda, la ciminiera ed il locale della
caldaia, l’essiccatoio e infine le scuderie facenti parte della Villa. In
questa occasione vennero asportati gli oggetti più belli e più preziosi
artisticamente: camini, porte e sovrapporte, cancelli in ferro battuto, ecc.
Il fronte di questo stabile si sviluppa lungo la Via Trecchi con il suo
tipico acciottolato, dove si trova l’ingresso principale: un portale con
strombatura, modellato elegantemente, senza eccessi o minuzie decorative. Su
due spalle di bugnato, che in facciata lasciano posto ad una coppia di
lesene lisce con base e capitello molto semplici, poggia un arco trilobato,
a sua volta sormontato da un timpano, modanato in guisa tale da seguire la
sagoma dell’arco sottostante e limitato ai lati da due lesenette che sono la
continuazione delle due lesene inferiori e presentano in cima due pinnacoli.
Se diamo uno sguardo d’insieme l’intera facciata notiamo che si sviluppa su
tre piani, l’ultimo dei quali corrisponde al sottotetto. Il passaggio dal
pianterreno al primo piano è segnato da una fascia marcapiano che corre
lungo tutti i lati della Villa. Le finestre sono incorniciate da sagomature
d’intonaco che animano la estesa superficie; lo stesso contorno presentano
quelle del solaio, che sono assai più piccole e, per così dire appese al
cornicione in muratura aggettante sotto la gronda, la quale a sua volta
sorregge un canale di scarico dell’acqua piovana, munito di doccioni in
lamiera decorati da leoni e grifi rampanti Attraverso un ligneo portone
chiodato si passa nell’androne delimitato, una volta, da un’artistica
cancellata in ferro battuto. Si trattava di una tipica cancellata barocca,
con ricca cornice inferiore, sulla quale si elevava una serie di sbarre
verticali terminanti a ricciolo e interrotte da pannelli romboidali con lo
stesso tipo di decorazione e con gigli centrali, non mancava la cimasa con
fregio più alto al centro.
Superato l’androne ci si trova
in quello che era il cortile interno della Villa che immetteva nel
vastissimo giardino, esteso fino a Via dell’Annunziata e o Via della Scola,
oggi Via Manfredi, da cui, ora, si accede. Qui lo sguardo del visitatore ha
modo di spaziare da un lato verso l’area adibita a giardino pubblico,
dall’altro verso l’intero complesso dell’edificio. Questo doveva, in
origine, essere un corpo ad U, cioè formato da tre blocchi, uno centrale e
due perpendicolari ad esso che delimitavano un cortile esterno. Purtroppo il
blocco, costituito dalle scuderie, che allora veniva a formare il lato sud
di chiusura del cortile, fu completamente abbattuto dagli ultimi
proprietari. Attira l’attenzione il blocco centrale, sul lato est, ornato
ancor oggi, da uno stupendo porticato di controfacciata a sei fornici, con
archi a tutto sesto e snelle colonne di granito. Esse appoggiano su basi
finemente modellate ed hanno fusto liscio e capitello semplicissimo, da cui
si dipartono volte a crociera che costituiscono la copertura del porticato
stesso, lastricato in beola. Sotto di esso si aprono le finestre dei
mezzanini, destinati un tempo alla servitù. L’interno è stato adeguato alle
esigenze scolastiche. Superbo è il salone d’ingresso, la cui altezza occupa
i due piani della villa, con volta a padiglione; lungo le sue pareti, al
livello del primo piano, sono due ballatoi in granito delimitati da sobrie
ringhiere in ferro con pomoli d’ottone. Attenzione merita il comodo scalone
in beola a due rampe, che porta al piano superiore, con la ringhiera in
ferro battuto con motivi ornamentali tipici dell’epoca: girali elegantemente
allacciati, terminali a ricciolo, foglie stilizzate, viticci che vengono a
creare un gioco di intrecci e di curve che si rincorrono in modo tale da
imprimere all’opera una sciolta leggerezza. Ancora oggi sono ammirevoli le
due grandi sale, una al piano superiore e l’altra al piano terreno, con
soffitti a cassettone dipinti, che costituirono probabilmente i locali più
rappresentativi della villa».
http://www.cantinadipresepi.it/controller/villa_trecchi.php
Marzano (castello o palazzo Carcassola Grugni)
«La storia del castello è molto antica: già nel '200 erano lì presenti delle fortificazioni, primigenia struttura sulla quale venne in seguito edificato il palazzo. La prima notizia certa è però del 1370, e riguarda un personaggio molto noto nel lodigiano proprio per i castelli che vi edificò: si tratta di Barnabò Visconti, il cui nome richiama immediatamente alla memoria i castelli di Sant'Angelo e di Pandino. Ebbene, nel 1370 Barnabò Visconti lo donò alla moglie Regina della Scala, e nelle mani dei visconti il palazzo rimase fino al 1412, quando Filippo Morliano lo ricevette come premio di fedeltà. La struttura fu oggetto di un importante restauro nel corso del '500, quando cominciarono frequenti cambi di proprietà: prima la famiglia Carcassola, poi i napoletani Tarsis, fino ai Trotti, che rimasero i proprietari fino al 1842. Per tutta la seconda metà dell'800 la struttura fu utilizzata per l'allevamento dei bachi da seta, nel periodo in cui fu di proprietà di una famiglia di setaioli bergamaschi: i Frizzoni. Il palazzo passò ai Grugni nel 1912 del tutto spoglio, privo di mobili, arredi e quadri, di cui era stata disposto il sequestro a causa della precaria situazione economica dei Frizzoni. Ma le vicissitudini del castello non erano ancora finite: nel secondo dopo-guerra divenne ricovero di sfollati e la cappella rimase fino alla metà del '900 adibita a scuola elementare. Fortunatamente tutti questi avvenimenti, pur provando duramente il palazzo, non ne hanno pregiudicato la struttura, e perfino gli affreschi e i soffitti a cassettone hanno resistito all'incuria. Nel 1981 il palazzo è stato dichiarato "di interesse particolarmente importante" dal Ministero dei beni culturali. L'edificio è in effetti una villa, una residenza di campagna per famiglia nobile, realizzata con criteri di grandiosità e signorilità, dotata di locali destinati alla residenza e di quelli destinati a rappresentanza e ritrovo. Fanno cornice le aree circostanti che erano in origine sistemate a giardino, frutteto, peschiera e prati. La pianta rettangolare ha le dimensioni di metri 55x30 ed è sviluppata su due piani per un'altezza di 14 metri, oltre ai sotterranei. La torre svetta per 42 metri. ...».
http://www.lodionline.it/mete/schede/marzano.asp
Meleti (palazzo Figliodoni o Gattoni)
«Costruito dal feudatario Dionisio Figliodoni nel XVII sec. su un precedente castello, è composto da due piani sovrastati da una torretta che presenta sulla sommità una banderuola che riproduce la cicogna, simbolo della famiglia Figliodoni. Attualmente è proprietà della famiglia Gattoni e versa in uno stato di preoccupante degrado».
http://www.biciturismo.lo.it/file/29informazioni.pdf
Salerano sul Lambro (castello Ludovico Vistarini)
«Il castello è impostato
secondo un impianto planimetrico a forma di "C" asimmetrica. Ai tre angoli
sono posizionate le torrette. Le strutture verticali sono realizzate in
muratura continua rivestita da uno strato di intonaco; lo spessore murario
dei muri esterni è mediamente superiore agli 80 cm. Le coperture dei corpi
principali sono costituite da tetti a due falde simmetriche, mentre quelle
delle torrette sono a padiglione a pianta quadrata. Il manto di copertura è
in coppi. Epoca di costruzione: sec. XIV».
http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00042/?view=luoghi&offset=5&hid=5.220&sort=sort_int
Sant'Angelo Lodigiano (castello Morando Bolognini)
«Sorto nel XIII secolo, sulle
sponde del fiume Lambro in posizione strategicamente favorevole per il
controllo del traffico fluviale verso Milano, il Castello di Sant'Angelo è
stato realizzato secondo l’architettura militare lombarda, a pianta
quadrilatera e torri angolari. Da struttura militare della Signoria di
Milano, fu trasformato in dimora estiva da Regina della Scala, moglie di
Bernabò Visconti, la quale, nel 1383 fece costruire la torre Mastra e aprire
le belle finestre a bifora, con una spesa di 100.000 fiorini d’oro, come
documentato dalle cronache del tempo. Nel 1452, con il passaggio del potere
del ducato di Milano dai Visconti agli Sforza, il feudo e il Castello furono
donati, da Francesco Sforza, a Michele Matteo Bolognini, che ricevette in
quell’occasione il titolo di Conte. Negli anni successivi il Castello visse
il susseguirsi delle vicende politiche e militari che hanno interessato la
Regione Lombardia. La proprietà rimase comunque della famiglia Bolognini
sino all’ultimo discendente, il conte Gian Giacomo Morando Bolognini, il
quale, all’inizio del 1900, realizzò importanti opere di restauro. Nel 1933,
la contessa Lydia Caprara Morando Bolognini, vedova del Conte Gian Giacomo
Morando Bolognini, creò a nome e ricordo del marito, la Fondazione Morando
Bolognini con finalità di ricerca e divulgazione in agricoltura e destinò il
Castello a Museo».
http://www.castellobolognini.it/storia.html
«L'imponente complesso edilizio che domina la campagna circostante è costituito da un volume architettonico in cui sono chiaramente riconoscibili le varie modifiche avvenute nei secoli. Fu certo ricostruito nel XIV secolo su fondamenti e sotterranei che potrebbero risalire al 1000: il suo antico portone portava una lamiera di ferro con l'anno 1116; tale portone fu sostituito nel 1780. La parte trecentesca opera di Barnabò Visconti è riconoscibile perché in mattoni a vista e conserva nella parte alta "merli guelfi" ad aperture archiacute ora chiuse ed inglobate nella muratura. La parte intonacata è l'ampliamento o meglio la modifica seicentesca voluta dai conti e baroni Cavazzi, sull'onda della moda del tempo, che trasformava contenitori di epoca medioevale in villa-palazzo. I due corpi sono uniti da una torre rettangolare leggermente più alta rispetto agli altri corpi di fabbrica scandita da aperture a ogni livello. La torre ha perso l'aspetto difensivo tipico di questi elementi architettonici ed è oggi adibita a ingresso principale, funzione in passato espletata dall'apertura ad arco acuto posta immediatamente alla sua sinistra. All'interno una piccola corte; su di essa si apre un portico a "serliana" e un portichetto con colonna singola che permette l'accesso all'imponente scalone un tempo decorato da dipinti raffiguranti i ritratti dei nobili Cavazzi e di Barnabò Visconti. Purtroppo l'interno, a causa delle varie vicende storiche e dall'abbandono del complesso, non conserva nessuna traccia dell'antico splendore, solo qualche affresco nella sala detta "d'armi" in quanto custodiva armi da fuoco, lance ed alabarde fino alla meta del XX secolo. Tale complesso durante la seconda guerra mondiale fu adibito a dimora per famiglie prive di abitazione e verso la metà degli anni settanta fu completamente abbandonato. Fortunatamente nel 1980 l'ultima contessa e baronessa Guendalina Cavazzi della Somaglia lo donava al Comune il quale con ingenti sforzi economici e pazienti restauri lo ha restituito alla comunità ed è oggi destinato ad ospitare istituzioni e manifestazioni culturali. Particolarmente significativa è la parte antistante il castello, un tempo adibita a scuderie, che delimitano un ampio spazio denominato "Piazza del Re" a ricordo degli antichi fasti. Nel periodo visconteo il castello era munito di ponte levatoio che collegava l'edifico alla piazza antistante. Nel 1525 va ricordato che, a difesa del maniero e della gente, fu cinto da Ludovico Vistarini da bastioni in parte tutt'oggi visibili (mura di Via IV Novembre e Piazza 28 Aprile)».
http://www.comune.somaglia.lo.it/notizia.asp?Id=187
Turano Lodigiano (palazzo Calderari)
«Splendida dimora del 1600 immersa in un giardino di 3300 mq, con annesso giardino mobile di 650 mq. La sala centrale del palazzo situata a piano terra si affaccia da un lato sullo splendido patio del maestoso cortile interno e dall'altro direttamente sul giardino nobile. Arricchita di splendidi affreschi recentemente recuperati nel rispetto dello spirito originario, questa sala rappresenta il cuore di Palazzo Calderari e si pone al centro di una serie di sale laterali in grado di ospitare complessivamente 300 persone. Al primo piano del palazzo è situata un'altra sala detta "Salone delle Feste" anch'essa riportata al suo antico splendore grazie al recupero degli affreschi. La storia e l'arte di cui le sale ed il cortile del palazzo sono splendidi esempi si sposano con la silenziosa natura circostante, dando vita ad una scenografia unica per ogni tipo di evento».
http://www.turanolodigiano.com/
Zorlesco (villa Bianciardi o "castello")
«Villa Biancardi venne fatta costruire da Serafino Biancardi, sull'area occupata da un preesistente castello ed é per questo conosciuta anche col nome di "castello di Zorlesco". I lavori di costruzione ebbero inizio nel 1911 ed il progetto fu molto probabilmente affidato a Gino Coppedè. Villa Biancardi è in stile Liberty Eclettico, con evidenti riferimenti al Medioevo, al Gotico ed al Rinascimento ed é caratterizzata, come molte costruzioni coeve, dalla presenza di un'alta ed elegante torre terminante con un elegante belvedere. Le pareti esterne della villa sono intonacate e, nella parte corrispondente al piano terra, la decorazione pittorica a graffiti riprende il motivo del bugnato, presente nella torre d'angolo, mentre la fascia sottotetto è dipinta con riquadri in finto marmo. Le grandi finestre sono incorniciate da raffinate decorazioni a formelle in cotto, prodotte dalla locale fornace. La facciata principale della villa è caratterizzata da un ampio portico a sette arcate a tutto sesto. All'interno gli spazi sono razionalmente distribuiti e l'ambito privato, rappresentativo e di servizio sono ben separati fra loro.
Al piano terra le stanze sono
intercomunicabili, mentre al piano superiore, pur rimanendo comunicanti,
possiedono un accesso anche verso il corridoio centrale. Il motivo
conduttore della decorazione interna della casa, che cambia da stanza a
stanza, è dato dalla fascia dipinta sulla parte superiore della parete: un
invito ad ammirare i soffitti a cassettoni. La sala della caccia in origine
era la sala da pranzo ed è una delle stanze meglio conservate della villa.
Deve il suo nome all'importante fascia dipinta con scene di caccia, opera
attribuita ad Angelo Prada, pittore di Casalpusterlengo. La sala del
biliardo, era quasi interamente occupata dal tavolo da gioco. Sulla parete a
sinistra si é conservata la rastrelliera per le stecche, completa della
tabella segnapunti. Nella parte superiore delle pareti la fascia pittorica
presenta una decorazione molto curiosa, degna di essere guardata con
attenzione. Uno degli ambienti più suggestivi della villa è quello che
comprende la grande scala d'onore, a tre rampe in legno di rovere,
interamente realizzato senza sostegni. Le formelle in ferro battuto della
ringhiera presentano opulenti mazzi di fiori tutti diversi fra loro, legati
da nastri svolazzanti. La leggerezza della fattura e l'accuratezza
dell'esecuzione fanno pensare che siano opera del grande battiferro
lodigiano Alessandro Mazzucotelli. La stanza del primo piano con la
decorazione più importante é quella della camera da letto del signor
Biancardi: un grande tondo racchiude un affresco, anch'esso attribuito ad
Angelo Prada, che raffigura una maternità, quasi una natività laica».
http://www.turismo.provincia.lodi.it/TPL_artestoria_NOTIZIA_1.asp?IDCategoria=615&IDNotizia=150
©2012