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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI ROMA

in sintesi, pagina 3

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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Roma (mura medievali)

Dal sito http://inbiciperoma.blogspot.it   Dal sito http://en.museodellemuraroma.it

«Le Mura nell'Alto Medioevo. Anche quando la città antica era ormai in rovina e i suoi monumenti crollavano per l'abbandono, la conservazione delle mura urbane di Roma non venne mai meno. Gli avvenimenti drammatici che colpirono la città, a partire dal sec. VI, modificarono la pianta e l'aspetto di Roma: le invasioni barbariche, la dominazione bizantina, le epidemie e le carestie decimarono la popolazione che si concentrò lungo l'ansa del Tevere e nell'antica zona monumentale del Campo Marzio. Il Tevere, pur rappresentando da una parte un rischio costante per le frequenti piene, costituì un elemento essenziale per la sopravvivenza e la continuità della città, rappresentando un insostituibile mezzo di comunicazione con l'esterno e di approvvigionamento di acqua potabile per gli abitanti. Sebbene le Mura di Aureliano nell'Alto Medioevo da un punto di vista difensivo non costituissero più una garanzia, sia perché alcuni tratti versavano in gravi condizioni, sia perché la loro estensione impediva un continua e completa sorveglianza, di fatto esse continuarono ad avere un forte valore simbolico e, per lo meno fino al sec. IX, anche giuridico di definizione topografica della città e quindi della natura sacra di Roma. Gli stessi pellegrini in visita alla città rimanevano impressionati al momento del loro arrivo proprio dall'imponenza delle mura che incutevano rispetto e ammirazione e molti pontefici promossero interventi di restauro delle Mura, sia per proteggere la città e i tesori cristiani in essa conservati dai pericoli (rappresentati soprattutto dal mondo islamico), sia per affermare il potere papale come potere centrale della città. Il Liber pontificalis ricorda i restauri effettuati da papa Sisinnio nel 708, da Gregorio II nel 725 (che fa restaurare il circuito partendo da Porta S. Lorenzo) e da Gregorio III (731-741). Ad Adriano I (772-795) si deve poi un importante restauro delle fortificazioni cittadine (compiuto entro il 791), reso necessario dai danni provocati dall'assedio longobardo del 756. In tale operazione, che riguardò in primo luogo le porte Salaria, Ostiense e Portuense, furono impegnati tutti i braccianti del patrimonio ecclesiastico e tutte le comunità cittadine della Tuscia e della Campagna romana, nonché gli stessi romani. Fu il primo intervento complessivo per la difesa della città operato in epoca medioevale e acquistò anche il significato di una rinascita di una coscienza di sé. Di fatto tuttavia la cinta muraria non proteggeva dagli attacchi via acqua; ben presto si sentì dunque la necessità di fortificare la foce del Tevere (e dunque Ostia) con la costruzione di un campo trincerato, denominato Gregoriopolis, intorno alla borgo. Ma dato che anche questa nuova munizione non riuscì nell'846 a impedire che i saraceni saccheggiassero la basilica di S. Pietro, Leone IV ordinò la fortificazione del Vaticano. Analogamente, i pontefici Gregorio V (996-999) e Gregorio VI (1045-1046) stabilirono la recinzione con mura delle due basiliche extra muros di S. Paolo e di S. Lorenzo e dei borghetti sviluppatisi intorno a loro, che acquisteranno il nome rispettivamente di Johannipolis e Laurentiopolis.

Le Mura nel Basso Medioevo. Tra l'XI e il XIII sec. Roma vide un notevole incremento della popolazione e confermò il suo ruolo di centro amministrativo e sede della massima autorità giudiziaria occidentale, assumendo quella fisionomia urbana che poi manterrà fino al Rinascimento. Il primo intervento consistente di questo periodo sulle Mura si deve ad Alessandro III (1159-1181) che nel 1167 le fece restaurare in vista del pericolo costituito dalle truppe di Rainone, signore di Tuscolo, seguace di Federico Barbarossa. La manutenzione ordinaria fu demandata al Comune, come testimonia il primo Statuto della città giunto fino a noi e datato 1363. Addetti alla manutenzione della cinta muraria erano i Magistri aedificiorum et stratarum i quali, a mano a mano che la città si andava riprendendo, furono particolarmente attenti al suo decoro. Dallo statuto del 1363 si evince inoltre come non si badasse soltanto alla conservazione strutturale della cinta ma anche al suo corretto utilizzo stabilendo per essa norme ben precise: - non si poteva occupare l'area strettamente a ridosso delle mura; - non dovevano essere usurpate, utilizzate per altro scopo se non quello difensivo; - le vigne dovevano essere distanti dalle mura almeno un passo; - niente doveva impedire l'esistenza di una strada larga almeno un passo e chiunque avesse avuto vigna o altro che potesse impedire tale passaggio era tenuto a eliminarlo. Sono gli anni del rilancio delle istituzioni comunali e dunque di grande vitalità per la città che vede crescere sentimenti di forte identità. Con Cola di Rienzo si arrivò anche a ristrutturare la difesa della città sulla base di una milizia organizzata sulla leva rionale e a lui direttamente dipendente. ...».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/mura01.htm (a cura di Elisabetta Berti e Fabrizio Alessio Angeli)


Roma (porte)

Porta Metronia, dal sito www.romanoimpero.com   Porta Cavalleggeri, dal sito www.info.roma.it

«Porta Tiburtina (o S. Lorenzo). La porta come noi oggi la vediamo appartiene ai lavori di consolidamento e rinforzo delle mura attuati sotto l'imperatore Onorio nel 403. Come attesta l'iscrizione nella facciata posteriore (sul viale di porta Tiburtina), egli fece aggiungere un nuovo fornice, con arco a ventaglio e paramento in travertino che ricopre per intero l'insolita altezza dell'attico esterno, dovuta al forzato adeguamento altimetrico con quello di Augusto contenente il triplice acquedotto che vi passa dietro, e ha cinque finestre arcuate: la porta venne fornita di un complesso difensivo, con camera di manovra, su cui si affacciano cinque finestre, con fronte spalleggiato da due torri rotonde. Nella porta sono evidenti i resti della traccia per la saracinesca, i battenti, le imposte, e una iscrizione in marmo moderna dalla parte della città "Bagiando la / S. Croce ci e / cento giorni / d'indulgenza". Papa Adriano I, nell'ambito della vasta campagna di restauro delle Mura Aureliane da lui promossa, fece costruire anche un percorso porticato da Porta Tiburtina fino al piccolo borgo sorto intorno alla basilica di S. Lorenzo, che nell'XI secolo verrà fortificato e prenderà il nome di Laurentiopolis. In epoca medioevale la porta era detta Porta S. Lorenzo dall'usanza di denominare le porte dalla basilica alla quale conducevano: l'appellativo è sopravvissuto dando il nome alla strada e all'attuale attraversamento tagliato nelle mura aureliane. Grandiosi lavori furono eseguiti nel 1917 a Porta S. Lorenzo che era sepolta fino alla metà dell'arco e soffocata dalle fabbriche che ne nascondevano anche le adiacenze. ....

Porta Metronia. Questa porta - il cui nome, forse proveniente da un fondo posto al suo esterno, cambiò spesso nel corso dei secoli in Metrodia, Metaura, Mediana, Mitrobi, Metrovia - si apre nel recinto aureliano, in corrispondenza della Porta Querquetulana della più antica cinta muraria di Servio. Voluta in origine con la struttura e le funzioni di una posterula per dare accesso al Celio attraverso una strada di secondaria importanza, Porta Metronia è fornita solo di un piccolo fornice, privo di qualsiasi rivestimento marmoreo, senza torri di fiancheggiamento. La sua difesa è affidata alla particolare collocazione lungo la cinta difensiva, confinata in un profondo angolo rientrante controllato dalle mura convergenti. La massiccia torre che ancora la sovrasta è pertanto costruzione di epoca tarda. Nel 1122 Callisto II decise di far passare sotto la porta (forse già chiusa da tempo) le acque dell'Acqua Mariana (detta anche Marrana), che giungeva a Roma presso Porta S. Giovanni e, varcata Porta Metronia, scendeva fino alla chiesa di S. Sisto, percorreva la Valle delle Camene e si gettava nel Tevere all'altezza di S. Maria in Cosmedin, alimentando i mulini fortificati che incontrava lungo il suo percorso. ...».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/mura01.htm#005 (a cura di Elisabetta Berti e Fabrizio Alessio Angeli)

Elenco delle porte: http://it.wikipedia.org/wiki/Porte_di_Roma - http://www.info.roma.it/porte_di_roma.asp


ROMA (rocca Savella)

Dal sito http://romeartlover.tripod.com   Dal sito www.romasegreta.it   La fontana, dal sito https://it.m.wikipedia.org

«L'Aventino, intorno all'anno Mille, divenne una roccaforte in funzione delle lotte imperiali cittadine e fino al XV secolo fu la rocca della famiglia Savelli. La costruzione della rocca medioevale fu iniziata probabilmente da Cencio Savelli (noto anche come Cencio Camerario e per essere stato papa con il nome di Onorio III) e proseguì lungo tutto l'arco del Duecento, tanto da arrivare, con varie fortificazioni, fino alla Marmorata. La rocca controllava il passaggio attraverso il "ponte S. Maria" (oggi ponte Rotto) e la strada di accesso all'Aventino dal Tevere, oggi nota con il nome di Clivo di Rocca Savella ma in passato conosciuta con il nome di "vicolo di S. Sabina" (perché conduce alla chiesa di S. Sabina). Del castello rimane solo la cinta muraria, costruita con piccoli tufelli e con torri squadrate disposte a distanze regolari (nella foto sotto il titolo). La rocca terminò il suo ruolo di fortificazione intorno al XVI secolo per divenire un ampio giardino racchiuso da mura, anche se la zona, a causa della sua posizione strategica, non perse mai completamente la sua vocazione bellica. Infatti la rocca fu utilizzata dai romani durante la difesa della Repubblica Romana del 1849 per cannoneggiare le milizie francesi posizionate a porta S. Pancrazio. Il parco, noto anche con il nome di "parco Savelli", fu realizzato nel 1932 su disegno di Raffaele De Vico ed è denominato "Parco (o Giardino) degli Aranci" per la presenza di numerosi alberi di melangoli, ossia aranci amari: non si può lasciare il parco senza essersi affacciati dalla terrazza da cui si gode uno dei panorami più belli di Roma. Due le curiosità degne di essere segnalate: la prima è il portale d'ingresso al Parco situato in piazza Pietro d'Illiria, perché trattasi dell'antico portale di villa Balestra qui murato nel 1937 La villa, situata in via Flaminia e conosciuta anche come Palazzina di Pio IV, fu costruita per il pontefice da Pirro Ligorio nel 1561; dopo essere stata proprietà dei Colonna, fu acquistata da Giuseppe Balestra ai primi anni del Novecento. La seconda curiosità riguarda la fontana addossata al muro del Parco, sulla destra del suddetto portale: si tratta di una fontana ricostruita nel 1936 a cura di Antonio Muñoz unendo un'elegante vasca termale romana di granito egizio ed il mascherone situato originariamente a Campo Vaccino, lì posto ad ornare un'altra vasca di granito grigio con funzione di abbeveratoio per i buoi. Quando nella prima metà dell'Ottocento la fontana del Foro fu smantellata, la vasca fu fatta trasferire da Pio VII a "Montecavallo" (attuale piazza del Quirinale) ad ornare la fontana dei Dioscuri, mentre il mascherone fu trasferito qualche anno dopo al centro della terrazza sovrastante il porto Leonino come decorazione di una modesta fontana-sarcofago. Il mascherone, pregevole opera del barocco romano, fu realizzato nel 1593 dallo scalpellino Bartolomeo Bassi su disegno di Giacomo Della Porta. Quando nel 1897 iniziarono i lavori per la costruzione dei muraglioni, il mascherone fu smontato e trasferito nei depositi comunali e soltanto nel 1936 fu definitivamente posto nella sistemazione attuale, entro una nicchia in laterizio ricavata nel muro».

http://www.romasegreta.it/ripa/parco-degli-aranci.html


ROMA (Tor Carbone)

Dal sito www.medioevo.roma.it   Dal sito www.medioevo.roma.it

«Per raggiungere Tor Carbone si percorre la via omonima per poi imboccare via Papirio Carbone; all’incrocio con via degli Eugenii si svolta a sinistra e si arriva in fondo alla strada, dove, da uno slargo sterrato, si può ammirare la torre distante poche decine di metri; un ulteriore avvicinamento è reso difficile dalla vegetazione incolta. Purtroppo da questo punto è impossibile rendersi conto della magnifica posizione che la torre occupa, un'altura dominante l'ampia pianura percorsa dalla via Ardeatina; soltanto provenendo dall’Ardeatina, ci si può rendere conto dell'effettivo dislivello. La torre risale presumibilmente al XIII secolo e dovrebbe essere costruita sui resti di un'antica villa rustica, di cui sono stati rinvenuti pochi resti nel 1919. Massiccia (lo spessore del muro in basso è di circa m. 1.50) e quadrata (circa 7 metri per lato), Tor Carbone è alta soltanto 8 metri circa, a causa del crollo dei piani superiori. È costruita con blocchetti irregolari di selce e presenta inserti in laterizio e frammenti di tufo, marmo e peperino. Tutte le aperture risultano molto manomesse e in cattive condizioni. L'ingresso è sul lato nord-ovest ed è sovrastato da una finestra (ma potrebbe trattarsi anche di un porta poi ridotta a finestra) oggi quasi completamente tamponata con scaglie di selce e altro materiale erratico. Altre due finestre si aprono al primo piano sulle pareti nord-est e sud-est; a tutte le aperture sono stati tolti gli stipiti. Si scorgono inoltre su tutte le pareti alcune feritoie alte e strette e tre ordini di buchi per le impalcature lignee. All'interno, tre nicchie ad arco rotondo si aprono a circa un metro da terra; una robusta volta sostiene il primo piano, mentre è scomparsa la volta superiore benché se ne veda l'imposta nel lato sud-est. ...

Sappiamo che nel secolo XV era proprietario della Tor Carbone presso l'Appia Nicolò Della Valle, figlio di Lelio Della Valle e Brigida Rustici; questo ha fatto ipotizzare (e tale supposizione si trova citata di frequente) che egli l’avesse ricevuta in eredità dalla madre e che quindi la costruzione della torre (la costruzione - si badi bene - e non solo la proprietà!) si debba ascrivere alla famiglia Rustici. Anche in questo caso però è evidente l'inconsistenza della teoria. In mancanza di fonti documentarie certe, è necessario utilizzare il rasoio di Ockham e prendere in considerazione l'ipotesi più semplice, ovvero che la torre sia da mettere in relazione con la nobile famiglia dei Carboni, che aveva vasti interessi nella Campagna Romana e che in città era acquartierata nel rione Monti; lungo l'attuale via IV Novembre, ancora sopravvive Torre Colonna, che fu costruita sul finire del sec. XII da Gildo Carboni. Nelle immediate vicinanze di Roma esistono altre due tenute denominate Tor Carbone e attestate già in età medioevale: una sull'antica via Labicana (l'attuale via Casilina) e una sulla via Portuense nei pressi del Castello della Magliana. Poiché entrambe le tenute furono per certo di proprietà dei Carboni, l'ipotesi di accreditare anche la tenuta sull'Appia a questa famiglia può essere ritenuta quanto meno pertinente. Oltretutto se un atto del 1403 - citato da Giovanni Maria De Rossi - si riferisse proprio alla torre presso l'Appia, avremmo un punto fermo a favore della sua attribuzione ai Carboni: infatti nel documento è trattato il passaggio di proprietà della torre a favore di Iohannes Bucci Iacquitelli che dovrebbe essere il figlio di quel Buzio di Ianquitello Carboni che nel 1351 è proprietario della Tor Carbone sulla Labicana (e infatti, in alcuni documenti del 1393, proprio Ianni di Buzio di Ianquitello è detto Giovanni Carbone). Successivamente, la tenuta passò per certo in mano al Capitolo Lateranense: nella carta del 1547 di Eufrosino della Volpaia, Tor Carbone è infatti indicata come Torre di S. Giovanni».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/torri-ext/tex-carbone.htm


ROMA (Tor Fiscale)

Dal sito www.citye.it   Foto di Alvaro de Alvariis, dal sito www.flickr.com   Foto di Giorgio Clementi, dal sito www.trekearth.com

  

«Tra il miglio 3° ed il 4° miglio della via Latina, gli antichi acquedotti della Claudia e della Marcia s'incrociavano due volte in 300 metri, formando uno spazioso trapezio di oltre due ettari. Questo terreno si prestava bene a essere trasformato in una sorta di castello fortificato dal quale si poteva controllare la via Latina e la via Appia, cosa che fecero i goti nei primi anni della Guerra Greco-Gotica (535-553). ... In seguito all'occupazione gotica, il luogo assunse il toponimo di Campus Barbaricus: con tale denominazione è ricordato in un diploma del 687 di Sergio I (687-701) e dal regesto di Gregorio II (715-731). L'importanza strategica di questa località è dimostrata dal fatto che, anche nei secoli successivi, se ne giovarono allo stesso scopo gli eserciti che miravano alla conquista di Roma; sappiamo per esempio che nel 1084 le truppe di Roberto il Guiscardo (venuto in aiuto del Papa Gregorio VII, in lotta con l'Imperatore Enrico IV) si accamparono foris muros Urbis prope Lateranense palatium in loco qui dicitur ad arcus. Oggi purtroppo non è facile cogliere immaginare che aspetto avesse questo campo fortificato; infatti, da una parte, l’acquedotto Marcio è stato demolito per far posto all'acquedotto Felice, dall’altra, l'acquedotto Claudio è stato quasi ampiamente smantellato nel corso dei secoli al fine di poterne riutilizzare i materiali in nuove costruzioni. Sull'angolo nord-est de Campo Barbarico sorge Tor Fiscale. La torre è una delle più ragguardevoli costruzioni del genere esistenti nella Campagna Romana ed è visibile anche da molto lontano, percorrendo la via Appia Nuova. Robustissima e piuttosto ben conservata, Tor Fiscale si eleva per circa 30 metri al di sopra di uno degli incroci della Claudia e della Marcia. È quadrata ed è rivestita in tufelli inframmezzati da alcuni filari di mattoni. Ha piccole finestre rettangolari, alcune delle quali conservano ancora stipiti marmorei (due per lato sovrapposte), feritoie, fori delle travature in tredici ordini e, sulla sommità, canali di scolo in marmo. Nell'interno si scorgono le tracce di tre piani coperti con volte ora precipitate, mentre si conserva l’intera volta sulla sommità, in cui si apre un foro circolare sul lato ovest. Sempre sul lato ovest, è da notare in basso un piccolo arco a sesto ribassato, costruito forse per far scaricare il peso dello parete sovrastante sulle fondazioni degli acquedotti antichi.

La torre era circondata da un antemurale, in blocchetti di tufo e mattoni; sino alla metà del XX secolo se ne potevano scorgere alcuni tratti lungo il lato nord. Un tratto di muro in tufelli, con un ordine di fori per le travature, è invece ancora visibile davanti alla torre sul lato ovest, dall’altra parte della strada; difficile a dirsi se si tratti di un resto dell’antemurale o di un edificio annesso alla fortificazione. La costruzione della torre, in base alla tecnica costruttiva, dovrebbe risalire al XIII secolo. In questo senso, i dati architettonici sono coerenti con le fonti archivistiche; infatti, il primo ricordo della torre cade nell'anno 1277, quando Riccardo Annibaldi cedette a Giovanni del Giudice la Tenuta chiamata Arcus Tiburtinus, con torre e renclaustro. Alla fine del Trecento la tenuta era detta Prata eccl. s. Iohannis Lateranensis ed era di proprietà del Capitolo Lateranense. La torre è detta Turris s. Iohannis negli Statuti di Roma del 1363 e Turris eccl. s. loannis in un documento del 1368. Con il nome Turris Brancie è ricordata in un documento del 1385 mentre nel 1397 si parla del Casale olim Brancie et nunc heredum Pauli Bastardelle. Nel 1422, sebbene appartenesse ancora alla famiglia Bastardella, la torre è indicata nel 1422 come Turris Brancie alias dictus Arcus Tiburtinus. La denominazione di Fiscale, attribuita al fondo e quindi alla torre, non compare invece prima del secolo XVII. Tale nome derivò dal fatto che la tenuta appartenne al fiscale, o tesoriere pontificio; sappiamo che intorno al 1650, il monsignor fiscale Filippo Foppi chiese al Capitolo Lateranense una derivazione dell'acqua della Marana per la sua vigna qui posta. Vale la pena di notare che molte delle torri e dei casali medioevali meglio conservate lungo la via Latina sono nelle immediate vicinanze della Marana, il canale medioevale fatto costruire da papa Callisto II intorno al 1122. Questo fa pensare a una sorta di rapporto simbiotico tra il fiume e le torri: se il primo permise per secoli la sopravvivenza delle tenute (e quindi delle torri ivi costruite), fornendo approvvigionamento idrico, irrigazione e forza motrice per le mole, le seconde assicuravano al canale protezione e controllo. Oggi Tor Fiscale è inserita nel Parco omonimo, protetto dalla Soprintendenza Archeologica di Roma e dal Parco Regionale dell'Appia Antica; da diversi anni il Comune di Roma ne sta curando la promozione attraverso interventi di riqualificazione, manutenzione e tutela».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/torri-ext/tex-fiscale.htm


ROMA (tor Sanguigna)

Dal sito www.aarome.org   Dal sito www.romaspqr.it   Dal sito http://inbiciperoma.blogspot.it

«L’area dell’antico stadio di Domiziano (86 d.C.), ove oggi è la famosissima piazza Navona, nel Basso Medioevo fu occupata da palazzi, case e torri di molte potenti famiglie romane. Sul lato sud della piazza attuale sorgeva il Palazzo Orsini (prima metà del ‘400, nell’area dell’attuale Palazzo Braschi); sul lato ovest, il Palazzo Millini e la Torre Malpiglia (scomparsa), e sul lato nord la roccaforte della famiglia Sanguigni, il cui simbolo è la torre denominata Sanguigna. Situata nel rione Ponte, già nel medioevo il suo toponimo indicava tutta la zona circostante compresa tra l’attuale Via Zanardelli, Via dei Coronari e la chiesa di Sant’Agostino. La torre fu costruita nella parte inferiore con piccoli tufelli alternati a mattoni, mentre nella parte superiore la cortina è di soli tufelli. L’antico accesso era sul lato verso via Zanardelli. Questo lato presenta quattro finestre, di cui una con mostra di peperino; l’altro lato invece ha soltanto due finestre con mostre di marmo (sec. XV-XVI). Un terzo lato, appena visibile perché coperto dalle case addossate, presenta nella parte superiore un paramento sporgente che poggia su una cornice a mensole di peperino. Presso un angolo della torre è murata una piccola scultura, irriconoscibile, forse appartenente a un vecchio fregio di preesistenti edifici romani. Alla sommità si trovano tre coppie di ghiere di travertino, che probabilmente dovevano servire a sorreggere o pennoni metallici (per stendardi o per tende), o un’incastellatura lignea o ancora delle balestre per le quadrella, dardi corti a quattro punte. La torre era ornata di graffiti, di cui andò perduta qualsiasi traccia nei numerosi restauri. Risalente forse alla prima torre edificata dalla famiglia Gemini prima dell’XI secolo, l’attuale torre è quanto resta dell’antica roccaforte della famiglia romana dei Sanguigni, di cui fecero parte anche papa Leone VI e alcuni Conservatori del Campidoglio. I Sanguigni furono una potente famiglia baronale ghibellina che rimase in questo rione fino al XVI secolo e risulta estinta già nel XVIII secolo, epoca in cui la torre passò ai Conti e poi ad altri proprietari. Essendo dunque la famiglia di fazione ghibellina, la presenza della torre sul lato Nord della via Recta, è significativa: la via Recta era un’importante arteria di comunicazione tra il fiume e la via Lata; l’area a sud di questa strada risulta nel Basso Medioevo controllata dalla fazione guelfa, capeggiata dalla potente famiglia degli Orsini. La zona più a Nord invece era dominata dalla fazione ghibellina, che aveva la sua roccaforte nel Mausoleo di Augusto (fortificato dai Colonna). Pertanto l’incastellamento dei Sanguigni dovette costituire un importante avamposto ghibellino, quasi una spina nel fianco degli Orsini (che avevano il loro principale insediamento nel vicino Monte Giordano). Nel corso del XIX secolo la torre fu completamente inglobata nel contiguo palazzo passando nel 1860 alla famiglia Sagnotti. Oggi dell’antica torre sono visibili unicamente i due lati esterni, in seguito alla sopraelevazione di un piano del palazzo di cui fa ora parte».

https://piazzaditorsanguigna.wordpress.com/storia/tor-sanguigna


ROMA (torre Caetani o della Pulzella)

Dal sito http://lnx.isolatiberina.it   Dal sito https://romainparticolare.wordpress.com   Particolare con la testa marmorea della Pulzella, dal sito http://lnx.isolatiberina.it

«...Una torre [nell'Isola Tiberina] fa da testata a ponte Fabricio: è quanto rimane di un complesso di edifici costruiti nell'arco di quattro secoli a ridosso del primo elemento architettonico che è appunto la torre eretta dai Pierleoni nel X secolo. La torre è nota come "torre della Pulzella" per la piccola testa marmorea raffigurante una giovinetta inserita nel paramento di mattoni, databile al I secolo d.C. Il palazzo fu residenza della famiglia Pierleoni fino al XII secolo, quando passò ai Caetani che ne fecero la loro residenza dopo averci costruito intorno diversi palazzetti ed aver inglobato nel complesso anche la chiesa di S.Bartolomeo. La famiglia risiedette qui fino al 1470, sottoponendo tutti gli edifici a frequenti restauri perché il complesso era continuamente eroso dalle intemperie e dalle piene del Tevere. La situazione del complesso precipitò con la terribile piena del 1557, che travolse la torre e le annesse costruzioni, nonché la parte destra della chiesa. Degna di menzione la presenza nell'edificio di Matilde di Canossa e papa Vittore III, quando qui si nascosero per sfuggire alle insidie dell'esercito dell'antipapa Clemente II: la torre funzionò pertanto da sede pontificia, anche se soltanto per pochi mesi. Nel 1639 l'edificio fu rilevato dal cardinale Barberini che, dopo averlo restaurato, lo donò al convento dei frati Minori francescani, i quali lo destinarono principalmente all'assistenza dei malati, tanto che negli anni successivi al 1656, dopo la tremenda pestilenza abbattutasi su Roma, l'edificio era comunemente conosciuto con il nome di "Lazzaretto Brutto". Nella seconda metà del XVIII secolo al pianterreno si insediò l'Oratorio dei Devoti di Gesù al Calvario o "Sacconi Rossi", una confraternita la cui attività consisteva principalmente nel dare degna sepoltura a quanti annegavano nel Tevere. Dopo il 1870 il palazzo fu suddiviso: i primi due piani e la torre divennero proprietà dello Stato Italiano che lo cedette poi al Comune di Roma, mentre il piano terra ed il mezzanino divennero proprietà private. Nel 1891 il Comune di Roma affittò la propria parte alle Opere Pie Ricovero Israeliti Vecchi e Invalidi, ospedale presente nel palazzo fino agli anni '60. Dal 1986, a seguito di una delibera comunale, il palazzo è stato designato a sede del Museo Storico dell'Isola Tiberina. ...» - «...L’edificio presenta una cortina di laterizi a vista; dalla parte del Tevere è visibile il basamento a scarpata, con fondazione a scaglie marmoree. I fianchi mostrano i tre ordini di finestre antiche, conservanti in parte le mostre marmoree. Il coronamento è a mensole di marmo, con tetto a quattro spioventi. Nella muratura è inserita una mensola di reimpiego di età romana e, presso l'angolo che guarda il ponte, un frammento di ritratto del tardo impero, una piccola testa marmorea raffigurante una giovane donna, oggi scarsamente riconoscibile, che ha valso alla torre l’appellativo di "Torre della Pulzella».

http://www.romasegreta.it/ripa/isola-tiberina.html - http://www.futouring.it/web/filas/ricerca?item=turismoCulturale_POI_1779


ROMA (torre degli Annibaldi)

Dal sito www.romaspqr.it   Dal sito www.annazelli.com   Dal sito www.365giorniaroma.it

«Questa torre, a base quadrata e oggi scapitozzata, faceva parte del complesso fortificato di S. Maria in Monasterio, una specie di chiesa-castello, in maniera analoga a come possiamo ancora oggi vedere al Monastero dei SS. Quattro Coronati. Il complesso fu concesso da Onorio III (1216-1227) ai Conti di Tuscolo, che poi lo passarono agli Annibaldi. Nel sec. XVI il complesso di S. Maria in Monasterio cadde in rovina e la Torre passò ai Maroniti. La costruzione, realizzata alla base una fascia in tufelli e superiormente in laterizio e poggiante su un basamento di età romana (un ambiente forse in collegamento con il vicino Ninfeo detto appunto di via degli Annibaldi), presenta sul lato sud-occidentale un vano semicircolare utilizzato come scala di collegamento tra i vari piani. La famiglia Annibaldi è stata una di quelle che hanno fatto la storia medioevale di Roma. Emersa nell'XI secolo e divisa in quattro rami (della Molara, di Ceccano, di Montecompatri, di Zancato), conquistarono una posizione di forza ai danni dei Frangipane, che già controllavano tutta quest'area, compreso il Colosseo. Questa torre non era l'unica di proprietà degli Annibaldi: altre ne avevano presso l'attuale piazza Venezia e nella zona del Laterano (scomparsa) e fu costruita in posizione strategica proprio in contrapposizione con i Frangipane, che anzi si narra che cercarono in tutti i modi di ostacolare la costruzione della torre, anche con lanci di proiettili catapultati dal Colosseo. Nel 1240 Federico II (protettore degli Annibaldi) obbligò i Frangipane e consegnare agli Annibaldi la porzione del Colosseo che dà verso i SS. Quattro. Veri e propri baroni, gli Annibaldi cercarono in tutti i modi di ostacolare l'autonomia politica del Comune di Roma. Ma come loro scalzarono via i Frangipane, una nuova potenza aristocratica, i Caetani, scalzò via loro. I Caetani infatti, con l'elezione a papa di Bonifacio VIII (il papa del famoso primo giubileo), andranno ad accaparrarsi buona parte dei possedimenti degli Annibaldi».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/torri-int1.htm#tanni


ROMA (torre dei Capocci)

Dal sito www.trekearth.com   Dal sito http://rometour.org   Dal sito www.medievalists.net

«La torre che si trova oggi quasi al centro della piazza di S. Martino ai Monti, in posizione isolata, è tradizionalmente conosciuta come Torre dei Capocci, anche se in effetti questa torre e quella che le sta di fronte quella dei Graziani (oggi inglobata nel complesso della Casa Generalizia dell'Istituto delle Figlie di Maria Ss.ma dell'Orto) appaiono variamente collegate anche con le famiglie Frangipane, dei Cerroni. degli Arcioni, dei Graziani. Il monumento, attualmente diviso in sette piani più il piano terra e la terrazza, presenta una muratura a cortina laterizia e, con i suoi 36 metri di altezza, costituisce l'emergenza più alta dell'intero settore urbano. La torre, insieme a quella contrapposta, è disposta secondo l'antico orientamento della via in Selci e del suo prolungamento di via di S. Martino ai Monti. Il monumento è di proprietà del Comune di Roma. All'altezza del quarto livello (terzo piano) una netta differenziazione cromatica nella cortina segnala il limite dei restauri della fine del XIX secolo. Infatti la parte inferiore della cortina si rivela chiaramente moderna e dovette essere necessariamente ricostruita a causa del fatto che l'edificio fino a questa altezza era inglobato in strutture che lo circondavano. La parte superiore della cortina è invece per lo più (al di la di alcune ricuciture) il paramento originario ed è databile al XII-XIII secolo. Alla sommità la terrazza di copertura, sulla quale è presente il piccolo vano di uscita della scala, è delimitata da un parapetto in muratura, coronato da una fila di cinque merli pieni per lato: parapetto e merli appaiono di fattura moderna, ma sono visibili, nella sistemazione attuale, già in una incisione databile al 1847. Molte delle aperture (compresa la porta di accesso) sono moderne, mentre alcune delle finestre antiche risultano oggi tamponate: è il caso, per esempio, di tre finestre del prospetto sud-est caratterizzate da una particolare forma poligonale. Il prospetto nord-ovest presenta al piano terreno una finestra, ottenuta dalla parziale tamponatura di una porta. Tutti i prospetti presentano regolarissime serie di fori da ponte».

http://www.romaspqr.it/ROMA/Torri/Torre_capocci.htm


ROMA (torre dei Conti o Torre Maggiore)

Dal sito https://mikiwayconceptstore.com   Dal sito www.wikiwand.com   Dal sito www.romeartlover.it

«La Torre dei Conti, situata in largo Corrado Ricci, è un bellissimo esempio di torre-abitazione e fu fatta erigere nel 1238 da papa Innocenzo III per la sua famiglia, i Conti di Segni. Fu eretta sopra la struttura in opera quadrata di una delle quattro esedre del portico del Tempio della Pace (ancora visibili nelle fondamenta della torre), su disegno dell'architetto Marchionne Aretino. La torre fu poi rivestita con lastre di travertino provenienti dai Fori e che furono poi ulteriormente asportate per essere utilizzate per la costruzione di Porta Pia. Nel Medioevo questa torre era conosciuta anche come "Torre Scura", alludendo alle prospettive belliche che un edificio di questo tipo prometteva, ma, secondo alcune tesi, soltanto abbreviativo di "Torre Secura", in riferimento alla sicurezza che la torre avrebbe garantito in caso di necessità. Era conosciuta anche, per la sua maestosità, come "Torre Maggiore": infatti i 29 metri circa che oggi vediamo costituiscono soltanto il basamento della torre stessa, che in origine doveva superare i 50-60 metri. Al di sopra della base quadrilatera la torre si sviluppava a cannocchiale, via via restringendosi, sviluppando tre piani. A ridurla allo stato attuale furono alcuni terremoti, in particolare quelli del 1348 (dopo il quale la torre, ridotta a poco più di un rudere, venne abbandonata fino al 1620, epoca della ricostruzione a cura della Camera Apostolica prima e di Urbano VIII poi), del 1630 e del 1644. La torre subì un importante restauro alla fine del XVII secolo sotto il pontificato di Alessandro VIII (1689-91), durante il quale furono costruiti i due robusti contrafforti di rinforzo tuttora esistenti. L'edificio presenta alla base una zoccolatura a scarpata a fasce di selce e marmo sulle quali si legge un'iscrizione di Pietro da Nicola che vanta, davanti ai romani, la maestosità della torre. I lavori eseguiti nel 1883 per l'apertura di via Cavour e nel 1933 per "via dell'Impero" hanno determinato l'isolamento della torre, che mantiene nonostante tutto un aspetto poderoso e reverenziale, anche se la precedente collocazione in un dedalo di viuzze doveva renderla ancora più maestosa. Vogliamo ricordare che prima dei suddetti lavori la piazza sulla quale la torre si affacciava e che poi assunse il nome di largo Corrado Ricci (dal nome del direttore generale delle Antichità e Belle Arti e coadiutore degli scavi di "via dell'Impero") era denominata "piazza delle Carrette", un toponimo che discende dai carri da vino, di granaglie o altro che, provenienti dai Castelli Romani, facevano qui sosta, al limite del Foro Romano, allora zona di mercato».

http://www.romasegreta.it/monti/torre-dei-conti.html


ROMA (torre dei Frangipane o Torre della Scimmia)

Dal sito www.justdog.it   Dal sito http://miblogderoma.blogspot.it   Dal sito http://miblogderoma.blogspot.it

«Nei pressi di Piazza Navona, precisamente in via dei Portoghesi, sorge la torre dei Frangipane, nota ai più come la Torre della Scimmia. La torre, di origine medievale, è inglobata all’interno del cinquecentesco palazzo Scapucci, è di forma quadrangolare e composta da quattro piani. La muratura della torre è in cortina di Laterizi a vista e agli angoli sono impiegati blocchetti di tufo. Ai fianchi della torre ritroviamo quattro finestre, sotto alle quali corre una cornice marcapiano di travertino e alla sommità è presente un coronamento di beccatelli. All’estremità della torre su di un rialzo è posta la madonnina e la luce perpetua. La torre nei vari periodi appartenne a diversi proprietari: i Frangipane furono i primi, poi si susseguirono i Crescenzi, la confraternita del Gonfalone e la Congregazione di Carità ed infine dal XVI al XVII la proprietà passò agli Scapucci. La terrazza presenta i simboli araldici di quest’ultima famiglia,un alternarsi della stella ad otto raggi e della mezzaluna con le punte in su. Il singolare nome “la torre della scimmia” deriva da una leggenda, descritta da il romanziere americano Nathaniel Hawthorne nei suoi appunti di viaggio in Italia, e conosciuta soprattutto per il romanzo Il Fauno di marmo. ...».

http://www.arvaliastoria.it/public/post/torre-righetti-21.asp


ROMA (torre dei Graziani o dei Cerrone)

Dal sito http://inbiciperoma.blogspot.it   Dal sito www.annazelli.com   A destra la torre dei Graziani, a sinistra quella dei Capocci, dal sito http://iviaggidiraffaella.blogspot.it

«La torre collocata all'incrocio delle vie Giovanni Lanza e dei Quattro Cantoni è inglobata attualmente nel complesso della Casa Generalizia dell'Istituto delle Figlie di Maria Ss.ma dell'Orto. Presenta una pianta rettangolare ed è tradizionalmente conosciuta come Torre dei Cerroni, dal nome di un'importante famiglia medioevale. In effetti tuttavia, questa torre e quella che le sta di fronte (detta comunemente Torre dei Capocci) appaiono negli studi e nelle guide di Roma variamente collegate anche con le famiglie Frangipane, degli Arcioni, dei Graziani. L'accesso originario era sul lato nord-ovest. Di essa risulta totalmente visibile, e prospiciente sulla strada, la facciata sud-est, attualmente priva di aperture (alcune tamponature rivelano l'originaria presenza di finestre), che si presenta, nella parte inferiore, con un corpo leggermente più grande e separato da una risega dalla parte superiore. il prospetto sud-ovest mostra, al centro in alto, una finestra quadrangolare con cornice marmorea e, a destra di questa, in basso, un'altra finestra ad arco con ghiera laterizia, ora tamponata; sul prospetto nord-est appaiono due aperture, delle quali la superiore, almeno nella sua conformazione attuale, e recente; su quello nord-ovest si nota invece la tamponatura di una finestra e, al suo interno, l'ulteriore tamponatura di una feritoia. La torre è provvista di coronamento (di restauro, ma che riprende una situazione antica) a merli pieni, sei sui lati lunghi e cinque su quelli corti. Il paramento murario esterno e interamente (ad eccezione di una piccola porzione di circa 50 cm. in blocchetti di tufo irregolari, dovuta ai restauri della fine del XIX secolo) in cortina laterizia a filari regolari, anche se soltanto la parte al di sopra della risega è certamente originale. L'aspetto esterno della cortina riporta ad un periodo attorno al XII-XIII secolo. La copertura della torre è sormontata, sull'angolo ovest, da una struttura cilindrica coronata da merli, di fattura recente e corrispondente al vano della scala interna».

http://www.romaspqr.it/ROMA/Torri/Torre_graziani.htm


ROMA (torre dei Millini)

Dal sito www.tesoridiroma.net   Dal sito http://inbiciperoma.blogspot.it    Dal sito www.romaspqr.it

«La torre gentilizia dei Millini (o Mellini) fu eretta forse verso il XIII secolo, in posizione dominante sull'attuale via di Santa Maria dell'Anima, allora detta via Millina dal nome di questa famiglia, che vantava in loco numerose proprietà. Sotto il pontificato di Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484), venne restaurata per associarla al palazzo costruito da Pietro Millini, edificio a due ali disposte ad angolo retto, una soluzione architettonica piuttosto diffusa nel tardomedioevo nella costruzione di palazzi includenti una torre più antica. La torre, a quattro piani, ha sul lato settentrionale una finestra per piano, aperte quando fu incorporata al palazzo; la zona basamentale era originariamente cieca. Alla sommità dell'edificio è presente un ballatoio aggettante sostenuto da beccatelli a doppia mensola, con caditoie, coronamento di merli ghibellini a pinne curvilinee e copertura con tetto a padiglione, quest’ultima aggiunta nel XV secolo insieme alla scritta Millina, in caratteri di terracotta, leggibile sopra i beccatelli. Il complesso venne ulteriormente modificato nel 1491 da Mario Millini in occasione delle sue nozze con Ginevra Cybo, quando la torre e il palazzo furono decorati con pitture monocrome sottolineate da graffiti, ora quasi del tutto scomparsi. Sugli edifici ricorrevano divinità marine, nudi femminili, cavalli marini, cornucopie, bucrani, mascheroni e, su Via dell'Anima, un grande stemma policromo di Sisto IV. La torre era ornata con stemmi, candelabri, girali e motivi ornamentali; sembra che i merli portassero, alternati, gli stemmi Millini e Cybo».

http://www.futouring.it/web/filas/ricerca?p_p_id=RICERCA_WAR_FilasPortlets_INSTANCE...


ROMA (torre dei SS. Quattro)

Dal sito www.comune.roma.it   Dal sito www.medioevo.roma.it   Dal sito www.medioevo.roma.it

«Alla Torre dei SS. Quattro si arriva dopo aver percorso 250 metri di una strada che ha inizio sulla sinistra della via Tuscolana, al Km. 13.500. L'antico edificio, come purtroppo molti altri dell'età romana e medievale, è oggi completamente circondato da costruzioni moderne, che ne impediscono una buona veduta integrale. La torre alta 20 m., a pianta rettangolare, con merlatura ghibellina, si può datare, nella sua prima fase costruttiva, al XII-XIII sec. La sua superficie interna era suddivisa in cinque piani, con il piano terra isolato rispetto ai piani superiori, ai quali si poteva accedere solo da un ingresso posto ad un livello più alto. Alla torre fino al XIX sec. era annesso un casale, di cui si ha notizia a partire dal XIV sec., riprodotto, con il nome di "Casa di S. Lorenzo", nel "Paese di Roma" di Eufrosino della Volpaia, prima carta della Campagna Romana, edita nel 1547. La sua particolare denominazione è da collegare al Titolo del Monastero dei SS. Quattro Coronati, sul Celio, nelle cui proprietà essa rientrava nel sec. XIII; successivamente la torre passò nelle mani dei Capocci e quindi degli Orsini, che agli inizi del XV sec. la cedettero alla chiesa di S. Lorenzo in Panisperna, al tempo già proprietaria di altri possedimenti nel territorio circostante, compresa la vicina Torre di Mezzavia di Frascati» - «La torre si trova su via Tuscolana, esattamente al km. 13, sulla sinistra, e a circa 1500 metri da Tor di Mezzavia. La zona, sin dal secolo XIII, fu proprietà dei Monaci dei SS: Quattro Coronati. Prima di passare alla famiglia Capocci, nel 1380, il casale dei SS Quattro fu venduto, per la somma di 1600 fiorini d'oro, al nobile romano Tebaldo Taglienti, del rione Campitelli. Nel secolo XV la tenuta dei SS. Quattro era divisa fra gli Orsini, la famiglia Stati ed il monastero di S. Lorenzo in Panisperna (proprietario anche della vicina Tor di Mezzavia). Nel 1402 Gentile Orsini cedette al monastero di San Lorenzo la metà del "Casale de li Santi Quatro" con la torre. La torre, rettangolare (m. 6.80x6) e alta circa 20 m., presenta alla base un rinforzo a sperone in blocchetti di peperino. L'alzato è costruito con piccoli parallelepipedi di tufo e peperino. Ha finestre rettangolari munite di stipiti, feritoie e fori per le travature. La parte superiore conserva ancora alcuni merli di tipo ghibellino e, nel lato est, mensole marmoree di una caditoia. Questa torre costituiva non solo un'importante vedetta, ma certamente anche un piccolo luogo fortificato per il controllo della via Tuscolana, con alte torrette circostanti. Nel lato sud si scorge una parete in tufelli con finestre rettangolari, che costituisce l'ultimo avanzo di un piccolo castello addossato alla torre. Ormai le costruzioni di questi ultimi decenni, hanno soffocato la vista integrale della torre che continua a vivere nel tempo anche se noi, con tanta crudeltà cerchiamo, per motivi di arrivismo, di distruggere qualcosa che ci parla di storia, di culture e perchè no, anche di leggende».

http://www.municipiorm10sitistorici.org/scheda_6E.htm - http://www.romaspqr.it/ROMA/Torri/torre_ss_quattro.htm


ROMA (torre del Grillo, palazzo del Grillo)

Dal sito www.tesoridiroma.net   Dal sito http://iviaggidiraffaella.blogspot.it   La torre e il palazzo del Grillo, dal sito http://iviaggidiraffaella.blogspot.it

«Il palazzo del Grillo, situato nella piazza omonima, è una pittoresca dimora seicentesca costituita da una facciata e due avancorpi laterali: quello di sinistra, collegato alla facciata tramite un sovrappasso ad arco detto "dei Conti", presenta cinque piani ed ingloba l'antica torre medioevale, interamente conservata, mentre quello di destra presenta tre piani. La torre, detta anche torre "della Miliziola", per distinguerla dalla vicina e più grande Torre delle Milizie, fu edificata nel 1223 come proprietà dei Carboni, poi dei Conti, finché nel 1675 fu acquistata dai del Grillo che la ristrutturarono nel contesto del palazzo, aggiungendovi l'originale coronamento a beccatelli, come indica l'epigrafe commemorativa "EX MARCHIONE DE GRILLIS". Le finestre di ambedue i corpi presentano sia decorazioni con volute e fregi, sia teste di leone, sia conchiglie. Un magnifico portale barocco, situato al civico 5 della piazza, è decorato da una doppia conchiglia sovrastata da una protome leonina, dalla quale dipartono due festoni: da qui si accede ad un breve vestibolo e poi ad uno scalone che porta ad un piccolo giardino ricco di fontane e ninfei di stucco. In particolare, qui è situata, addossata al muro, una fontana costituita da una nicchia a conchiglia e due erme che sorreggono vasi di frutta, opera di Balthasar Permoser del 1676. Nel giardino vi è anche uno splendido portale con quattro colonne affiancate dalle statue di Minerva e Mercurio, mentre sul timpano spezzato sono raffigurati un putto ed una figura femminile che sorreggono un bassorilievo. L'interno ha numerose sale affrescate nei soffitti, una cappella ed una galleria decorata a stucco. Nell'Ottocento il palazzo divenne proprietà dei Nicolis de Robilant, mentre nel secondo dopoguerra ospitò lo studio del grande pittore Renato Guttuso. Nonostante i vari proprietari, il palazzo rimane legato nella memoria dei romani al rinomato Marchese del Grillo, anche se tutte le notizie sono state tramandate senza averci fornito il nome preciso, nè la data precisa della nascita nè sotto quale papa sia avvenuta la sua morte. ...».

http://www.romasegreta.it/monti/palazzo-del-grillo.html


ROMA (torre del Quadraro)

Dal sito http://inbiciperoma.blogspot.it   Dal sito https://fortezzabastiani.files.wordpress.com   Dal sito http://factorynews.altervista.org

«Tra gli alti palazzi moderni di piazza dei Consoli, sul lato sinistro venendo da "Monte del Grano", si trova l'antico complesso architettonico del Quadraro, costituito da una massiccia torretta quadrangolare a merlatura ghibellina inglobata nei fabbricati di un casale storico, databile tra il XVII e il XIX secolo. Il suo nome ha origine da G. G. Guadralis, enfiteuta (persona a cui un proprietario cedeva il proprio fondo in cambio di un canone annuo in danaro o in prodotti coltivati), alla metà del XII secolo, dei terreni su cui successivamente il casale si impiantò. La torre, a blocchetti di tufo, frammenti di marmo e parti in laterizio, fu eretta nel Trecento, probabilmente in sostituzione di una struttura precedente e in ogni modo al di sopra di un edificio più antico, attestato dalla presenza di murature in "opera incerta", riferibili all'età repubblicana romana. L'antichità del sito è testimoniata anche da diversi e importanti ritrovamenti effettuati a partire dal 1776, di iscrizioni funerarie e materiale scultoreo, che hanno fatto ipotizzare nell'area del complesso la presenza di una villa residenziale. Il Casale Quatralis, poi Quadrarium e infine - dal XIV secolo - Quadraro, nel XII e XIII secolo fu di pertinenza del monastero di S. Alessio; nei secoli XIII e XIV passò nelle mani degli Arcioni e degli Astalli, quindi, nel secolo successivo, finì tra i possedimenti della potente famiglia dei Colonna; in età più recente il complesso del Quadraro fu inserito nel latifondo di Roma Vecchia, di proprietà Torlonia».

http://www.municipiorm10sitistorici.org/scheda_3B.htm


ROMA (torre della Moletta)

Dal sito www.tripadvisor.it   Dal sito http://dcdgalli.altervista.org   Dal sito http://dcdgalli.altervista.org

«...Non tutti conoscono quella che è considerata l’ultima dimora romana del Santo [Francesco d'Assisi]: la Torre della Moletta, la costruzione medioevale che sorge sulle millenarie rovine del Circo Massimo. Veniva anche chiamata Turris in Capite Circi o Turris de Arco e sorgeva vicino a un mulino azionato dall’acqua del Fosso di San Giovanni. Questo corso d’acqua attraversava la valle tra Palatino e Aventino fin dai tempi più remoti e prese vari nomi: Acqua Iulia, Acqua Circuli, Acqua Crabra, Marrana Mariani e poi semplicemente Marrana, termine che sarebbe passato a indicare i piccoli corsi d’acqua della campagna romana. I Romani ne convogliarono le acque nella Cloaca Massima, il cui tratto finale scorreva sotto la spina del circo. In epoca medioevale tutta l’area del circo si coprì di vigne e orti, mentre il corso d’acqua tornava a scorrere in superficie e veniva utilizzato per l’irrigazione. La torre, almeno dal 1145 di proprietà dei Frangipane, è a pianta quadrata, costruita in tufelli con intrusione di schegge di calcare, selce e corsi irregolari di mattoni. Nella parte più alta presenta uno sporto poggiante su archetti ciechi impostati su beccatelli. Il tetto ha quattro falde. Secondo la tradizione, proprio in questa torre, nel 1223, Iacopa dei Normanni, terziaria francescana e vedova di Graziano Frangipane che aveva sposato giovanissima, avrebbe ospitato San Francesco d'Assisi, a cui era legata da devota amicizia. ... La torre non sorgeva isolata come oggi, ma era circondata da modeste costruzioni e doveva far parte del sistema di fortificazioni della potente famiglia dei Frangipane. Fin dal XVI secolo doveva essere andata in rovina l’antichissima chiesa di Santa Lucia in Septisolio, già citata dall’Anonimo Einsidlense e nel Liber Pontificalis di Leone III (795-811). Le casupole medioevali che sorgevano intorno alla torre, il molino e alcune abitazioni di fortuna vennero abbattuti nel 1943, quando si pensava di ripristinare il Circo. Gli eventi bellici fecero abbandonare l’ambizioso progetto e la torre si salvò dalla rovina. Alla metà degli anni ’50, nel corso degli scavi per la realizzazione della linea B della Metropolitana, venne raggiunta la falda acquifera che si riversò in superficie, formando un laghetto di acqua pura e trasparente, delizia dei ragazzini della zona».

http://www.specchioromano.it/Fondamentali/Lespigolature/2013/MARZO/I%20luoghi  (a c. di Cinzia Dal Maso)


ROMA (torre delle Milizie)

Dal sito www.arte.it   Dal sito http://mapio.net

«La torre si trova in Via Quattro Novembre, nell’area compresa tra la chiesa di S. Caterina e il complesso dei Mercati di Traiano. Il nome “Milizie” si riferisce alla presenza di postazioni militari romane o ad un presidio di epoca medievale. La torre venne sistemata agli inizi del XIII secolo da Papa Gregorio IX della famiglia dei Conti. Fu in seguito acquistata e rafforzata da papa Bonifacio VIII. Nel 1348 un terremoto provocò il crollo del terzo piano e il cedimento del terreno, causa dell’inclinazione della torre ancora oggi visibile. L’ampliamento della adiacente Chiesa di S. Caterina nel 1628, provocò ulteriori danni alla torre come riporta una iscrizione murata all’interno del piano terreno. Nel 1914 furono effettuati lavori di restauro e consolidamento diretti da A. Muñoz e dal 1927 fa parte del complesso dei Mercati Traianei» - «Forse la più bella tra le vestigia medioevali che è ancora possibile ammirare nella capitale, all’attento osservatore la Torre delle Milizie appare inclinata, proprio come il campanile di Pisa. Non si tratta però di un capriccio dei costruttori... Una torre pendente a Roma? Sì, esiste da secoli. Fa mostra di sé nel cuore del centro storico: è la Torre delle Milizie. La più bella, forse, delle vestigia medioevali che possono ancora essere ammirate nella Capitale. Allo stato originario, certamente, la più colossale. Questa costruzione – a detta dello studioso Costantino Maes "grandiosa per se stessa, e più per la positura elevata, su cui sorge" – s’innalza sul versante sud-est del colle Quirinale, dominando il sottostante Foro Traiano e parte della città. Di essa, però, rimangono in piedi soltanto due terzi, cioè i primi due piani ed un troncone. La sua integrità iniziale appare oggi soltanto in un affresco di Cimabue nella chiesa superiore di San Francesco ad Assisi, in una pianta di Roma risalente alla stessa epoca e in altre piante anteriori al secolo XVI. Originariamente congiunta ad un palazzo fortificato – Militiae palatium – si ergeva altissima ed isolata al centro di un complesso di fabbricati riuniti intorno ad un cortile. Una vera cittadella: una delle principali fortezze in Roma, un “quartiere” difficile da espugnare. Quanto alla denominazione di turris militiarum, la spiegazione più naturale sembrerebbe quella che la fa derivare dal termine indicante, nel secolo XIII, un “castello munito”. Tale ipotesi escluderebbe l’altra, che riconduce invece il nome alla presenza di militiae: forse di Ottaviano o, meglio, dell’imperatore Traiano, a giudicare dalla vicinanza dell’omonimo Foro. Altra leggenda, molto diffusa nell’età medioevale, legava la torre al nome di Nerone: si diceva avesse assistito, dalla sua sommità, all’incendio di Roma, cantando gli omerici versi descriventi la fine di Troia. Per questo il monumento è ancor oggi chiamato impropriamente “Torre di Nerone”: quella vera sembra piuttosto identificabile nell’antica Torre Mesa (così detta, forse, poiché dimezzata), un tempo nel giardino dei Colonna al Quirinale. Ma la fantasia popolare, scartando tale versione, continuò ad immaginare che in quei dintorni fossero esistiti i giardini di Mecenate e che, proprio dalla Torre di Mecenate, Nerone avesse contemplato lo spettacolo delle fiamme distruttrici.

Sulle precise origini della Torre delle Milizie, in realtà, poco o nulla si conosce. Ma la costruzione in laterizi, simile a quella della Torre dei Conti, la fa ritenere coeva ad essa. Si pensa, dunque, che sia stata edificata nel primo decennio del secolo XIII, ai tempi di Anastasio IV (secondo alcune fonti) o di Innocenzo III (secondo altre). Non è improbabile che sia stata innalzata su fondamenta di un’antica costruzione: nel dicembre 1913, durante i lavori di consolidamento e restauro, furono rinvenute vestigia romane, con frammenti di pavimento in marmo rosso. Lo stesso Raffaello, in una lettera al pontefice Leone X, aveva convalidato questa opinione: "...scrostavano li muri antichi per tòrre le pietre cotte, e pestavano li marmi, e con essi muravano, dividendo con quella mistura le pareti, come ora si vede a quella torre che chiamano della Milizia...". Bellissima, anche a distanza di secoli, la cortina esterna di questo colosso in forma quadrangolare, sorto su una base larga ed alta, la cui ampiezza garantisce di per sé la solidità di un monumento così imponente, al punto che la sua mole, nei primi decenni, si poteva scorgere a qualche miglio di lontananza dalla città. La caratteristica peculiare, forse più interessante, della costruzione, però, talora sfugge all’occhio del frettoloso passante. In realtà, è l’unico esempio in Roma di torre pendente, a somiglianza delle celebri torri degli Asinelli e della Garisenda a Bologna e del campanile di Pisa. L’inclinazione non è dovuta ad un capriccio dei costruttori, ma ad uno schiacciamento o ad una frattura del sottosuolo, che ha creato intorno ad essa una piccola conca. Il primo ad avvertire questa particolarità – una pendenza di circa 13 gradi – fu il Maes, che, in un voto al Consiglio Municipale di Roma, il 15 ottobre 1881, a proposito, così si esprime: "Si distingue per una singolarità, che ignoro se molti abbiano notato, che – osservandola da nord-est a sud-ovest in capo al nuovo bel crocevia sulla schiena del Quirinale sopra Magnanapoli – si scorge arditissimamente divergere dalla normale, ed è pendente; onde essa è la Garisenda di Roma...". ...».

http://www.turismoroma.it/cosa-fare/torre-delle-milizie - http://www.carabinieri.it/editoria/il-carabiniere/anno-2003/novembre...


ROMA (torre di Centocelle o di San Giovanni)

Dal sito http://nuke.sweetholidayhome.it   Foto di linfaEveleno, dal sito it.wikipedia.org   Cartolina illustrata del 1948-50, dal sito https://stefanovannozzi.files.wordpress.com

«Situata al km 8300 della Via Casilina, fu costruita nel XII sec. d.C. Era conosciuta nel Medioevo con il nome di Torre di S. Giovanni, perché apparteneva alla basilica di S. Giovanni in Laterano, che la affittò alle famiglie dei De Rubeis, degli Astalli e dei De Lenis. Nel XVI sec. passò alla famiglia Capranica ed acquistò il nome di Centocelle. A pianta quadrata, è alta 25 m. ed è costruita con scaglie di selce, frammenti di marmo e tufo; nella muratura si aprono finestre rettangolari con cornici marmoree e numerosi ordini di fori per le travature lignee. La torre era circondata da un muro di difesa, oggi pressoché scomparso, ma visibile ancora nelle carte del Catasto di papa Alessandro VII (XVII sec. d.C.). La posizione della torre permetteva di controllare buona parte della campagna compresa tra la Via Prenestina e la Via Tuscolana e quindi di vigilare sulla più importante viabilità ad Est di Roma. La zona circostante la torre è oggi ampiamente urbanizzata, ma ancora all'inizio del '900 si era mantenuta intatta, come testimonia un suggestivo dipinto di Enrico Ortolani (1935)».

http://www.centocelle.hochfeiler.it/parco/pietrestoria/frame_js_pietrestoria.html


ROMA (torre di guardia su cisterna)

Dal sito www.aarome.org   Dal sito www.aarome.org

«Torre rettangolare, di cui si conserva l'angolo orientale; costruita nella tipica tecnica edilizia medievale a blocchetti di peperino, misti a frammenti marmorei e laterizi di reimpiego, è caratterizzata da un arco di scarico in mattoni; la torre si imposta al di sopra di una cisterna romana quadrangolare in calcestruzzo di selce con contrafforti lungo le pareti esterne, coperta da una volta a botte. è probabile che la torre, costruita proprio su una diramazione del fosso dell'Acqua Mariana, fosse stata realizzata per controllarne il flusso» - «Torre rettangolare databile al XIII secolo, di cui resta l'angolo orientale, costruita nella tipica tecnica edilizia medievale a blocchetti di peperino, misti a frammenti marmorei e laterizi di reimpiego, e caratterizzata da un arco di scarico in mattoni. La struttura si imposta al di sopra di una cisterna romana quadrangolare di lava basaltica con contrafforti ai lati e copertura a botte. Costruita proprio su una diramazione del fosso dell'Acqua Mariana, la torre era probabilmente funzionale al suo controllo».

http://www.municipiorm10sitistorici.org/scheda_10A.htm - http://www.parcoappiaantica.it/home/risorse-e-utilita/download...


ROMA (torre di Mezzavia di Frascati)

Dal sito www.medioevo.roma.it   Foto di Lalupa, dal sito it.wikipedia.org

«La Tor di Mezzavia di Frascati (da non confondere con la Torre di Mezzavia d'Albano, sulla via Appia), sorge sul margine destro della Tuscolana, all'altezza del km 11,400, poco dopo il bivio con la via Anagnina (l'antica via Latina). L'importanza della torre è data dalla sua particolare posizione a cavaliere delle due strade, entrambe molto sfruttate nel Medioevo. La denominazione di Tor di Mezzavia, è presumibilmente post-medioevale e indica la posizione intermedia lungo il percorso per Frascati. Nel Medioevo la vasta tenuta in cui era compresa la torre appartenne nelXIII secolo alla famiglia Mardoni, cui spetta probabilmente la costruzione della torre.  Le notizie della famiglia dei Mardoni risalgono al 1140, quando un Pietro Mardoni è nominato in una bolla d'Innocenzo II del 1140, mentre un Andrea Mardone fu syndicus del senatore di Roma nel 1256, al tempo di Brancaleone degli Andalò. Alla fine del XII secolo il Casale quod dicitur Crypta de Mardonibus risulta di proprietà della famiglia Annibaldi (come risulta da un atto nel 1296), mentre nel sec. XIV è delle monache di S. Lorenzo in Panisperna, proprietarie anche della vicina Torre dei SS. Quattro; da un elenco di casali dell'inizio del XVII secolo risulta che la torre era all’epoca ancora delle monache di S. Lorenzo. La Torre di Mezzavia fu eretta nel XIII secolo sulle rovine di una villa suburbana di età imperiale (I-II sec. d.C.), il cui resto più cospicuo è costituito da una cisterna contraffortata, restaurata di recente, che fu reimpiegata nel Medioevo come abitazione. La torre, di forma quadrata, misura circa 7 metri di lato ed è alta circa 19 metri fino alla sommità del tetto moderno, che sostituisce il coronamento originario. La torre è in muratura a sacco con riempimento in spezzoni di selce, fino ad un'altezza di 3,6 metri. Tutta la parte superiore è in tufelli parallelepipedi di peperino, con alcuni inserti in laterizio e marmo. Una scala moderna in pietra sul lato Nord-Ovest conduce agli ingressi del piano terra e del piano superiore, mentre subito al di sotto un’altra rampetta di scale scende in ambienti sotterranei, forse ricavati riutilizzando vani dell'edificio antico. La camera al piano terreno, in cui si apre una finestra moderna, è coperta da una volta a crociera, mentre i piani superiori sono impostati su armature lignee e presentano due ordini di finestre rettangolari con stipiti marmorei, alcune murate già in tempi antichi. Sono visibili anche feritoie a vari ordini di fori per le impalcature dei singoli piani. La torre è posta al centro è racchiusa in un recinto antemurale in peperino, presumibilmente coevo alla torre (anche se rimaneggiato posteriormente) aperto sull'esterno tramite un arco probabilmente secentesco e un recente taglio del muro; all'interno, oltre la torre sono dislocati un cortile, una casupola (entrambi d’età moderna) e, a sud, un antico pozzo, oggi sepolto. Alto quasi 3 metri, il recinto presenta alla base dei canali di scolo e, a metà altezza, fori d'impalcatura che furono utilizzati anche per impostare un camminamento di ronda in legno».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/torri-ext/tex-mezzavia.htm


ROMA (torre di Perna)

Dal sito www.parks.it   Dal sito http://riservadecima-malafede.blogspot.it

  

«L'esistenza della torre è attestata solo dagli inizi del Cinquecento, ma la sua costruzione risale all'XI secolo, quando è ricordata nei documenti come "castello". A quest'epoca risale la trasformazione nelle forme attuali, con la probabile riduzione dell'altezza originaria e l'aggiunta di contrafforti. All'interno il primo piano è sostenuto da volte a crociera. Presso l'originale porta di ingresso, che si apriva al primo piano, sono murati frammenti di decorazione medievale. La torre o castello fu proprietà della famiglia Muti (documenti del 1512 e del 1518). Nel 1560 l'arcivescovo di Amalfi Massimo Massimi la vendette al cardinale Federico Cesi e nel 1660 era in possesso di Pompeo Colonna, principe di Gallicano. Nel 1704 era della famiglia Conti e nel 1711 della famiglia Colonna. Nel 1734 fu venduta ai Torrigiani, dai quali venne riunita con la tenuta del castello di Decima a cui erano state aggregate anche le limitrofe tenute di Fossola, Morrone, Pernuzza, Pinzarone e Campobufalaro con una superficie totale di quasi 2.500 ettari. Nei pressi della torre sorge una cappella, già esistente nel Seicento, con semplice facciata con lesene angolari e stipiti del portale in tufo. Il 2 luglio del 1977 la tenuta, divenuta di proprietà comunale e lasciata incolta, venne occupata. La fattoria che fu allora creata sopravvive nella cooperativa "Agricoltura nuova", tuttora attiva. La torre o casale di Perna ospita attualmente la casa del parco della Riserva naturale di Decima-Malafede e nei pressi il WWF ha allestito un centro visite».

https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Decima#Torre_o_casale_di_Perna


ROMA (torre Gregoriana o dei Venti)

Dal sito http://yaqui.forumfree.it   Dal sito www.myvisita.it

«Voluta da papa Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, 1572-1585) come osservatorio astronomico utilizzato negli studi per la riforma del Calendario del 1582, la Torre dei Venti, o Torre Gregoriana fu fatta costruire su uno dei corridoi che congiungeva il Belvedere con il palazzo Vaticano. La torre a pianta circolare, alta 73 m con il corpo costituito da due piani separati da un ammezzato, venne costruita fra il 1578 e il 1580 su progetto del bolognese Ottavio Mascarino, architetto del Palazzo Apostolico. L’interno conserva la decorazione ad affresco dei pittori fiamminghi Paul (1554-1626) e Mattheus Bril (1550-1583), eseguiti fra il 1580 e il 1582, con vedute di Roma e paesaggi fantastici. Al primo piano si trova la Sala della Meridiana, originariamente loggiato aperto per le osservazioni astronomiche, fatto richiudere nel 1627 da papa Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644) e che ospitò temporaneamente la regina Cristina di Svezia, recentemente convertita al cattolicesimo e accolta a Roma trionfalmente nel 1655. La meridiana in marmo incastonata nel pavimento, che dà il nome alla stanza, fu realizzata in occasione della riforma gregoriana del calendario dal cosmografo pontificio Ignazio Danti, che aveva progettato anche un sofisticato apparecchio per la misurazione dell’intensità e della direzione dei venti (anemoscopio), che diede il nome alla torre. La sala conserva la decorazione eseguita nel 1580-1583 dal Pomarancio (1530 circa-1597) e Matteino da Siena (1533-1588). Nel 1891 la torre dei venti accolse, per volere di Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903), la neo-istituita Specola Vaticana».

http://www.myvisita.it/poi-culturali/torre-dei-venti-o-torre-gregoriana.aspx


ROMA (torre Morena)

Dal sito www.abitarearoma.net   Dal sito www.quartiere-morena.it

«La torre si erge a circa 500 metri a sud-ovest del 4° Km. della via Anagnina ed è riferibile, nella sua attuale struttura, ai secoli XIII-XIV. L'edificio, a cui oggi si appoggia una costruzione moderna, presenta finestre con stipiti di marmo e peperino aperte in una muratura a blocchetti di peperino, con l'inserzione di frammenti di mattoni e di marmo, rivestita da intonaco. L'originaria cornice in laterizio, sulla sommità dell'edificio, è stata recentemente sostituita da una copertura a tetto. La torre aveva la funzione di guardia del vicino Casale e di controllo del territorio attraversato dalle direttrici della via Latina e Castrimeniense» - «è una torre costruita probabilmente tra il XIII e il XIV secolo, ma in seguito vi sono stati costruiti accanto altri edifici. è formata da piccoli blocchi di peperino, una roccia di origine vulcanica molto comune dalle nostre parti, frammenti di marmo e mattoni. Il tetto fu sicuramente restaurato ed è quindi più recente. Su tutti i lati si vedono piccole finestre e feritoie. All’interno è rimasta una scala in muratura fino al primo piano, un camino con la cappa che arriva fino al tetto e i resti di tre piani in legno».

http://www.municipiorm10sitistorici.org/scheda_8E.htm


ROMA (torre Righetti)

Dal sito digilander.libero.it/agronauta/portuense.htm   Foto di Antonello Anappo, dal sito www.arvaliastoria.it

«Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: “Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con orgoglio l’edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: “Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or”. Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica. Torre Righetti è un casino di caccia (su preesistenza) del 1825, sito sulla collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.)». Torre o casino Righettì è stata utilizzata in alcune scene del film Uccellacci e Uccellini di Pier Paolo Pasolini (1966), con Totò e Ninetto Davoli.

http://www.arvaliastoria.it/public/post/torre-righetti-21.asp (a cura di Antonello Anappo)


ROMA (torre Selce)

Dal sito www.romeartlover.it   Foto di Giorgio Clementi, dal sito www.trekearth.com   Dal sito www.turismoroma.it

«Torre Selce si staglia sulla sinistra della Via Appia Antica, quasi 200 m dopo il Sepolcro dei Grifi. L’imponente struttura, che prende il nome dal materiale edilizio impiegato, fu costruita nel XII secolo dalla famiglia degli Astalli per controllare il territorio circostante. Un grande tumulo del I secolo a.C. fu sfruttato come basamento per innalzare la torre dalla tipica tecnica edilizia a fasce bianche e nere realizzate con l’impiego di scaglie di selce, peperino, marmo e travertino, che rendeva visibile l’edificio anche da grandi distanze» - «Nella tranquillità dell’Appia Antica, all’altezza del IV miglio, si stagliano i ruderi sullo sfondo della foto, che sono imputabili alla “Torre Selce” databile al XII secolo. Pur non essendo stato rinvenuto alcun reperto si pensa sia innestata al di sopra di un grande mausoleo romano. Il termine “selce” deriva probabilmente dalle scaglie di questo materiale miste a travertino, marmo e peperino, di cui è rivestita. Di questo edificio sappiamo che nel XVII secolo era una costruzione merlata all’interno di un alto recinto, grazie ai disegni del catasto di Alessandro VII giunti fino a noi. Comunque la prima citazione ufficiale di Torre Selce si trova in un documento del 1150 in cui l’Imperatore Corrado III la cedette ai monaci di S. Gregorio che la possederono a lungo, quasi certamente fino a tutto il 1300».

http://www.viaappiaantica.com/2014/04/09/torre-selce - http://www.romaierioggi.it/torre-selce-al-iv-miglio-dellappia-antica/


Roma (tutte le torri medievali)

Torre Moletta, dal sito www.medioevo.roma.it   Torre Borgia nella foto GATC, dal sito www.gatc.it

«"Oggi è difficile da credere, eppure nel Medioevo a Roma si contarono fino a trecento torri contemporaneamente che, insieme ai campanili delle chiese e alle torri delle Mura Aureliane, conferirono alla città un aspetto verticalizzato, spinoso. In una guida medioevale di Roma per pellegrini, scritta dall'erudito inglese Mastro Gregorio nel XII secolo, si trova la più bella definizione della Roma turrita: «Si deve ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città,in cui sono così numerose le torri da sembrare spighe di grano". Oltre trecento torri: questo dato è ancora più impressionante qualora si pensi che la città medioevale era assai più piccola di quella di oggi, tutta ritratta verso il fiume sia per l'approvvigionamento di acqua (gli acquedotti erano caduti in rovina); sia per la sicurezza difensiva; sia per lo sfruttamento della corrente con mulini. La costruzione di una torre era un privilegio consentito soltanto all'aristocrazia, in quanto simbolo del diritto feudale; e la casatorre - che in pratica è una torre con funzioni abitative - divenne il modello d'abitazione più diffuso per la nobiltà. Solo con il sec. XV le torri andarono scomparendo, con l'affermarsi del palazzo di tipo toscano. Delle centinaia di torri attestate a Roma in età medievale, ne sono rimaste una cinquantina: alcune piuttosto famose perché isolate e ben visibili, la maggior parte invece sconosciute, inglobate in edifici posteriori o mimetizzate tra le costruzioni che ad esse si sono addossate. rare spighe di grano». Oltre trecento torri: questo dato è ancora più impressionante qualora si pensi che la città medioevale era assai più piccola di quella di oggi, tutta ritratta verso il fiume sia per l'approvvigionamento di acqua (gli acquedotti erano caduti in rovina); sia per la sicurezza difensiva; sia per lo sfruttamento della corrente con mulini. La costruzione di una torre era un privilegio consentito soltanto all'aristocrazia, in quanto simbolo del diritto feudale; e la casatorre - che in pratica è una torre con funzioni abitative - divenne il modello d'abitazione più diffuso per la nobiltà. Solo con il sec. XV le torri andarono scomparendo, con l'affermarsi del palazzo di tipo toscano. Delle centinaia di torri attestate a Roma in età medievale, ne sono rimaste una cinquantina: alcune piuttosto famose perché isolate e ben visibili, la maggior parte invece sconosciute, inglobate in edifici posteriori o mimetizzate tra le costruzioni che ad esse si sono addossate.

Torre degli Anguillara (piazza G. G. Belli). Nel Medioevo quasi tutte le torri, anche quelle che oggi vediamo isolate, facevano parte di complessi edilizi più ampi. I complessi erano di solito costituiti da una cinta muraria merlata con addossate alla faccia interna torri e abitazioni e una serie di strutture di supporto (cappella, forno, magazzino, scuderie, pozzo, cisterna) che garantivano l'autonomia in caso di assedio. Un bell'esempio di complesso fortificato è offerto dal Palazzo degli Anguillara, benché nella gran parte risalga al sec. XV e abbia subito pesanti rimaneggiamenti alla fine del secolo scorso. Gli Anguillara prendono il nome dal loro feudo presso Bracciano; loro capostipite fu un certo Ramone che, secondo la leggenda, uccise uno spaventoso drago che atterriva Malagrotta; per riconoscenza, il papa gli donò tutta la terra che poté percorrere in un giorno. Gli Anguillara erano imparentati con gli Orsini, la più potente famiglia di parte guelfa, mentre erano acerrimi nemici dei Prefetti di Vico, ghibellini e potenti vicini di feudo: fu Everso II Anguillara (+1464) a sconfiggerli definitivamente; anche se poi dovette vedersela con Paolo II Barbo,che avviò una politica in aperto contrasto con le mire espansionistiche delle antiche famiglie baronali romane. Del fortilizio medioevale originario rimane in pratica soltanto la torre in muratura laterizia del XIII secolo, anch'essa restaurata.
...».

http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/torri-int1.htm (a cura di Elisabetta Berti e Fabrizio Alessio Angeli)

Elenco delle torri: http://www.romaspqr.it/roma/Torri-di-Roma.htm - http://www.info.roma.it/torri_urbane_di_roma.asp


Rota (castello)

Foto a c. di Stanislao Marini, dal sito http://xoomer.virgilio.it/alunazareno/index.htm   Dal sito rete.comuni-italiani.it

«...il marchese Lepri esiste sul serio ed è il proprietario di un’antica tenuta agricola – una delle più antiche in Italia – nel viterbese. Il Castello di Rota, che ne è il cuore, si trova sulla Claudia-Braccianese a 6 km. da Tolfa. Si hanno notizie del sito in un atto del 1303, in cui risulta di proprietà degli Annibaldi. Passò poi agli Anguillara che vennero annientati dal papa Paolo II (1464-71), desideroso, tra l’altro, di avere mano libera nella zona per poter meglio sfruttare le cave di allume scoperte nel territorio. Nel 1484 il popolo di Tolfa vecchia assalì Rota e distrusse il castello mettendone in fuga gli abitanti, circa 500 persone. Si salvarono allora solo l’arco d’ingresso e la torre tuttora esistenti. Il feudo pervenne successivamente ai Santacroce (1493-1600) che costruirono il castello e riedificarono il borgo. Però anche loro finirono distrutti a causa del matricidio e successiva condanna a morte di Onofrio Santacroce. I Baldinotti dotarono Rota di uno Statuto, mentre i Grillo di Genova, divenuti proprietari della tenuta alla fine del Seicento, costruirono la chiesa. Ed ecco che nel 1789 arrivarono i marchesi Lepri che tuttora ne sono i proprietari. A Rota è stato girato il film L’Arcano Incantatore (1996) di Pupi Avati».

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10150566992581848.382292.215175476847&type=1 (a cura di Anna Carotti)


Roviano (castello Brancaccio o palazzo Baronale)

Dal sito www.cmaniene.it   Dal sito www.scuolanticoli.com

«Sull'antico borgo s'innalza superbo il Palazzo Baronale. Inizialmente rocca fortificata ad opera dell'Abbazia di Subiaco, nel corso dei secoli ha subìto ampliamenti e notevoli rifacimenti per opera dei Colonna e delle varie famiglie patrizie di Roma che lo possedettero, in particolare Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, Camillo Massimo e Marcantonio Brancaccio. Ingresso con portale gotico e stemma in terracotta dei Massimo, il nucleo più antico è a pianta pentagonale con ampia corte selciata, pozzo marmoreo, mastio merlato nel 1880, finestre bifore, giardino pensile, camere illustrate con paesaggi agresti a tempera. Di particolare rilievo alcuni affreschi cinquecenteschi del ciclo "Giuditta ed Oloferne" conservati nell'ex-cappella. Al suo interno si trova un'ampia Sala Conferenze che ospita durante l'arco dell'anno simposi, conferenze ecc. Il Palazzo aveva due funzioni principali: quella abitativa e di rappresentanza e quella dei servizi e immagazzinamento dei prodotti agricoli con specializzazione delle singole funzioni: conservazione dei cereali, lavorazione del vino e conservazione dell'olio, come dimostrato dalla presenza di granaio, cantina e oliaria. Durante la bella stagione, la corte è protagonista di svariate manifestazioni musicali e teatrali».

http://www.comuneroviano.rm.it/PalazzoBaronale.aspx


Saccomuro (ruderi del castello)

Dal sito www.principidivicovaro.it   Dal sito www.principidivicovaro.it

«Sulla via Tiburtina Valeria fra Tivoli e Vicovaro, nei pressi della Stazione di Castel Madama , sulla destra, provenendo da Tivoli, sono visibili i ruderi di un'alta torre di costruzione saracinesca del secolo XIII circondata da una cinta muraria. Sembra che in origine la costruzione, da ricondurre ai tempi della distruzione dell'antica Varia, era denominata Rocca Paniciana in relazione alla famiglia Panicia che ne aveva il possesso ed in seguito Rocca de Muri come risulta da una donazione fattane da Oddone di Poli ad Adriano IV il 17 gennaro 1157. Il nome di Saccomuro è stato ritrovato negli archivi degli Orsini, famiglia che ne ebbe il possesso fino al XV secolo, con il nome di Castrum Saccomuri. Secondo le fonti storiche infatti gli Orsini, nel progetto di fortificazione di Vicovaro realizzato da Giacomo Orsini ai tempi di Re Manfredi, restaurarono e fortificarono la Rocca, da tempo abbandonata, intorno al 1288. Proprio il 5 gennaio di quell'anno infatti, con atto redatto in Vicovaro dal notaio Rainero di Matteo Atlone di Foligno, Giacomo Orsini rinunziò in favore del fratello Napoleone ai diritti su Percile e Civitella in cambio di analoga rinuncia in suo favore dei diritti sul castello di Licenza, posseduto dal loro zio Francesco, e sul feudo di Saccomuro. Il figlio di Giacomo, Giovanni tentò di costruire un nuovo nucleo abitato attorno al castello e di farne un'entità territoriale e politica distinta dai possessi di Vicovaro, Roccagiovine e Licenza. Il 26 settembre dell'anno 1311, Giovanni Orsini convocò tutti gli abitanti di Saccomuro per la promulgazione di un apposito statuto feudale, che fece seguito a quello di Vicovaro del 29 ottobre 1273».

http://www.tibursuperbum.it/ita/escursioni/vicovaro/Saccomuro.htm


Sacrofano (borgo medievale, porta Romana)

Porta Romana, dal sito http://api.culturalazio.it   Dal sito http://api.culturalazio.it

«Abitato sin dal medioevo, il borgo è menzionato per la prima volta come Sacrofanum in un documento dell’VIII sec. Dalla fine del XIII sec. agli inizi del XIV sec. fu dominato dalla famiglia dei Nardoni, mentre alla metà del XIV sec. venne conquistato dagli Orsini che lo tennero sino al 1662, quando assieme a Campagnano, Formello e Cesano fu venduto ai Chigi. L'impianto urbanistico è costituito da un nucleo fortificato (il castello è andato distrutto) con una strada principale e due percorsi laterali minori lungo i quali sono distribuiti pittoreschi edifici medievali, passaggi coperti ed archi cui si aggiungono palazzetti rinascimentali. Inoltre, peculiari sono le tracce di un antico ghetto ebraico che segna la presenza di una comunità ebraica già nel XVI sec. ... La porta Romana difesa da due torri cilindriche e monumentalizzata con un arco ornato dallo stemma del paese con S. Biagio e la scrofa; la chiesa di S. Giovanni Battista di origine medievale, modificata alla fine del XV sec. che conserva un bel campanile medievale ed un affresco (Annunciazione) di scuola romana della fine del '500; la chiesa di S. Biagio risalente al XV sec. con restauri del XVIII sec. che conserva un prezioso soffitto ligneo con la rappresentazione delle Storie di San Biagio; l'elegante settecentesco palazzo Placidi-Serraggi con la facciata ornata di mascheroni e ghirlande».

http://api.culturalazio.it/terrediveio/Sacrofano-borgo.aspx - ...monumenti.aspx


Sacrofano (torrione)

Foto di MM, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.facebook.com/media/set/?set=a.10151589128962660.1073741825.44454707659&type=3

«L'originaria rocca, situata nella parte alta dell'attuale paese, ebbe un impianto trapezoidale, con cortile interno che in origine doveva essere dotato di un torrione, con fossato difensivo verso monte, dove sorgeva il borgo, ugualmente fortificato. Alla fine del XIV secolo appartiene un torrione adiacente alla chiesa di San Giovanni, residenza degli Orsini al momento della presa di possesso del feudo dove nel suo interno è presente un rilievo raffigurante lo stemma della nobile famiglia. Nella prima metà del XV secolo vennero sistemate le strutture difensive, rivolte questa volta verso Roma e la via Flaminia: due torri rotonde furono costruite a difesa della "Porta Romana" e venne aggiunta una scarpata contro le mura preesistenti con un antistante fossato».

https://it.wikipedia.org/wiki/Sacrofano#Architetture_militari


Sambuci (castello Theodoli)

Dal sito www.romaepiu.it   Dal sito www.tripadvisor.it

  

«La storia di Sambuci è strettamente legata al suo castello, la cui costruzione nelle forme attuali è avvenuta in varie fasi tra il XIII e il XVII secolo. L'architettura della facciata nord, su Piazza di Corte, rivela chiaramente due corpi di epoche diverse: una parte comprende due delle quattro torri dell'intero complesso, il portale bugnato dal quale si accede al cortile coperto e, arretrata, la facciata del palazzo collocabile tra medioevo e rinascimento; oltre la torre di sinistra invece si distingue il corpo seicentesco a due piani, con eleganti finestre ad arco e rettangolari, che in basso ospita un'ampia nicchia con fontanella. Quest'ultimo fu aggiunto dagli Astalli per comprendere una cappella e un nuovo salone con loggia ad est verso i giardini. Una pregevole veduta di quest'ala e della loggia, con contrafforti e volute barocche, si ha dalle aiuole all'italiana del parco. Il castello si presenta come un ampio quadrilatero molto irregolare, con quattro torri angolari e si sviluppa su cinque livelli, di cui uno seminterrato. quest' ultimo era adibito alle cucine, il piano terra a pratiche lavorative, allo studio e al culto; al primo piano vi erano le sale di rappresentanza, il grande salone per le feste e le stanze ad uso privato; al secondo le stanze degli ospiti e i forestieri e il terzo era destinato ai servizi. All'interno si devono segnalare la presenza di numerose sale affrescate di notevole interesse e bellezza; nel torrione sud troviamo la sala Gerusalemme liberata con copertura a volta interamente affrescata tratte dal poema tassiano ... Al piano terra si trova invece la cappella privata dedicata all'Arcangelo Michele con volte decorate ed altarino centrale sormontato da una grande cornice in stucco di stile barocco, che doveva contenere un'immagine sacra. purtroppo dell'arredo interno non rimane nulla ad eccezione di alcuni antichi scaldabagni a legna dei primi del secolo, di cui un esemplare è visibile nella sala antistante lo scalone d'ingresso. Detto comunemente dagli abitanti "LA VILLA" il grande giardino del castello, oggi parco comunale, si estende per una superficie di 54.650 mq ed è l'unico grande giardino della zona. Fu realizzato a partire dal XVII secolo quando da fortezza difensiva divenne dimora signorile. Nel parco si possono vedere con chiarezza le siepi modellate in maniera tale da raffigurare i simboli delle due grandi casate che abitarono il castello, le ruote dei Theodoli e i tre cerchi degli Astalli. Un altro elemento caratterizzante della villa, sono le quattro statue posizionate nel punto di incontro dei vialetti che tagliano il parco in quattro parti. Le su dette statue rappresentano le quattro stagioni e sono state ricollocate al loro posto da non molto tempo in quanto furono rubate e solo per caso ritrovate da un paesano che le vide in una vetrina di un negozio di antiquariato di Roma».

http://www.comunesambuci.rm.it/castello.htm


San Gregorio da Sassola (castello Brancaccio)

Dal sito www.comune.sangregoriodasassola.rm.it   Dal sito www.scuolanticoli.com

«è il monumento più rappresentativo di San Gregorio da Sassola. Le sue origini risalgono con ogni probabilità intorno alla metà del X secolo, sorto come elemento di difesa del primo nucleo abitativo, la sua storia è intimamente legata a quella del paese e delle varie famiglie che si succedettero nella proprietà. Venuta meno nel corso dei secoli la sua funzione difensiva, esso acquistò man mano l'aspetto di dimora residenziale. Fu infatti alla fine del XV secolo prima, ad opera del Cardinal Prospero Pubblicola Santacroce (1567-1586), e all'inizio del XVII secolo poi, ad opera del Cardinale Carlo Pio di Savoia (1655-1689) a subire le ristrutturazioni più considerevoli. Furono costruite la parte dell'edificio che guarda a tramontana con la torre centrale a pianta quadrata coronata da una merlatura, il ponte levatoio che dà accesso al portale ad arco a tutto sesto e all'ampio ed elegante cortile interno. Vennero sistemate ed affrescate le maestose sale, alcune delle quali vennero dipinte dai due maggiori rappresentanti del tardo manierismo romano i fratelli Taddeo e Federico Zuccari (stanza di Apollo e Aurora e stanza delle tre Parche) e venne costruita una graziosa cappella interna. Ma dopo tale periodo i possessori che seguirono vissero prevalentemente in Spagna e il castello conobbe un lungo periodo di abbandono e di decadenza. Bisognerà aspettare la metà del secolo XIX per vedere il castello rifiorire al suo antico splendore ad opera del principe duca di Uceda, Tirso Telles y Gyron. Il palazzo, pulito all'interno e intonacato all'esterno, fu collegato con la parte bassa del paese tramite una scala interna intagliata nel tufo, fu completata la merlatura. A questo periodo probabilmente risale la sistemazione delle quattro tele, raffiguranti gli amori di Venere, poste nel soffitto della prima stanza a sinistra del salone al pianterreno. Tali dipinti, di notevole pregio artistico, sono opera del celebre pittore neoclassico milanese Andrea Appiani (1754-1817) che li realizzò nel 1784. Nel 1889 il Castello viene acquistato da Elisabetta Frield, moglie del principe Salvatore Brancaccio. I nuovi Principi lo ampliano e lo ammodernano dandogli la grandiosità che oggi presenta. Fu costruita la parte di levante congiungendola con quella antica di ponente mediante i due cavalcavia sulla strada principale del paese all'imbocco della Porta. Il campanile della cappella fu sostituito con la torre quadrata centrale odierna. Fu aggiunta a ponente una torre tonda in armonia con quella nuova di levante. Le numerose stanze vennero abbellite e impreziosite con decorazioni ed affreschi. La visita della regina Margherita a San Gregorio, avvenuta nel 1899 fu l'ambito premio per detti lavori. La proprietà del Castello rimarrà ininterrottamente dei principi Brancaccio fino al 13 febbraio 1991, quando, con atto notarile n. 58348 del notaio Paolo Farinaro, a firma del sindaco dr. Luigi De Cinti, per la parte acquirente, e della principessa Fernanda Ceccarelli ved. Brancaccio, per la parte cedente, il Castello, simbolo da sempre di San Gregorio da Sassola, diveniva, in modo definitivo, proprietà comunale. Da tale data, grazie a contributi congiunti della Regione .Lazio e della Comunità Europea sono stati avviati e compiuti consistenti lavori di restauro e di ristrutturazione. Attualmente la gestione del Castello, vincolata a finalità culturali, è affidata a privati».

http://www.comune.sangregoriodasassola.rm.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65:castello-brancaccio&catid....


San Polo dei Cavalieri (castello Orsini-Cesi-Borghese)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito www.comunesanpolodeicavalieri.net

  

«Oggi il Castello si presenta come un grande corpo rettangolare, con un mastio centrale, ai cui angoli sono addossate quattro torri semicilindriche. Il basamento è costituito da un'ampia scarpata e il coronamento, quasi totalmente ripristinato, consiste in una serie di mensole di marmo sorreggenti il camminamento di guardia. Appartenente dapprima a i Templari dell'Ordine di Malta e poi al monastero di San Paolo fuori le mura (secolo XI), fin dalla metà del secolo XIV fu concesso in locazione agli Orsini e venduto poi di fatto a Giacomo Orsini conte di Tagliacozzo, insieme a Turrita, Marcellina e S. Maria in Monte Dominico, nel 1429 per 10.000 ducati; nel 1439 la vendita fu confermata con una bolla di papa Eugenio IV. In questo periodo si ebbe la prima trasformazione dell'antica Rocca medioevale per renderla dimora signorile. Le nuove opere di fortificazione ne cancellarono l'antica struttura e solo la vecchia torre fu mantenuta con la funzione di mastio. La costruzione quattrocentesca prevedeva quattro torri semicilindriche che racchiudevano un corpo rettangolare. I lavori furono condotti probabilmente dal 1420 al 1440 e la data del 1439, scolpita su un puteale della cisterna del Castello, al termine di un'iscrizione che tramanda anche il nome dell'autore (mastro Guglielmo) avalla tale datazione. Nel 1558 Paolo Giordano Orsini vendette San Polo e tutti i beni annessi per 27.000 scudi d'oro al cardinale Pier Donato Cesi, da questi poi passò al cardinale Federico Cesi che governò il feudo fino alla morte, avvenuta nel 1565. Fu con Federico che si ebbe la seconda fase di sistemazione del castello, comprendente anche la decorazione pittorica degli ambienti. La sua attività di mecenate si legò anche alla vicina chiesa di San Nicola di Bari, per la quale fece costruire il campanile dallo stesso architetto Guidetto Guidetti che, sempre su sua commissione, aveva edificato la chiesa romana di Santa Caterina dè Funari. Pare che in memoria del cardinale Paolo Emilio, suo fratello, Federico fece decorare la sala del primo piano del palazzo, mentre quella del secondo piano testimonia i legami tra la casata Cesi e altre famiglie nobili tra le quali gli Orsini e i Medici. Il Castello fu anche dimora per lungo tempo di Federico Cesi il Linceo (1585-1631). Nel 1678 San Polo insieme a tutti gli altri feudi della Sabina fu venduto dai Cesi alla famiglia Borghese. Questa ebbe scarsa cura del Castello e nel 1700 affittò tutti i possedimenti di San Polo a un certo Pietro Trusiani. A quest'epoca una parte del Castello fu addirittura adibita a granaio e cominciò quindi la sua inevitabile decadenza. Rientrato in possesso dei Borghese all'inizio del XX secolo, nella persona della principessa Anna Maria, nel 1944 esso fu venduto all'asta giudiziaria del Tribunale di Roma e acquistato dall'avvocato Chiappini, il quale lo rivendette nel 1955 all'architetto Brasini. Al Brasini si deve l'intervento di restauro complessivo di tutto l'edificio e degli affreschi molto deperiti che ornano le stanze. Dopo altri passaggi, attualmente è di proprietà privata».

http://www.sanpolodeicavalieri.com/rocca_medioevale.htm


San Vito Romano (castello Theodoli)

Dal sito www.scuolanticoli.com   Dal sito www.scuolanticoli.com

«La costruzione presenta una curiosa struttura a nave, sottolineata dall’alta scarpata che la circonda e che si insinua come una prua verso il corso Mario Theodoli. In questa direzione si affaccia la loggia ad archi, mentre l’ingresso principale è collocato nella parte retrostante, che si affaccia sulla piazza della chiesa di S. Maria de Arce. Si tratta di una struttura complessa, risultato dell’addizione di una serie di corpi di fabbrica via via aggregatisi. Un primo nucleo del Castello di San Vito fu costruito quando, dopo l’invasione dei Saraceni del IX secolo e il saccheggio di Verugine e Vitellia, popolosi centri abitati nelle pianure, gli abitanti di questi si rifugiarono sopra una alta roccia; un grande "scoglio" isolato, "aperto in vari punti da numerose spelonche, sovrastate da un piccolo ripiano su cui oggi domina la chiesa del Patrono”. Su questo scoglio, isolato, imprendibile a causa delle numerose caverne che vi si aprivano, cominciò la ricostruzione di Vitellia e l’edificazione della Rocca, poi progressivamente ampliata. Ai piedi del fortilizio venne costruita la porta del Borgo, che difendeva la cittadina dal lato occidentale. All'influenza dei monaci benedettini di Subiaco si deve poi il mutamento del nome, da Vitellia a San Vito, avvenuto dopo che il feudo fu acquistato dall’Abate Giovanni nel 1091 andando a costituire la “Massa Jubenzana”. Non potendo il Monastero di Subiaco provvedere alla difesa del feudo di San Vito in epoca di continue guerre e predazioni, la popolazione verso la fine del XII secolo si rivolse ai principi Colonna di Genazzano, che divennero quindi signori di San Vito e ne garantirono la protezione delle armi. Stessa sorte toccò alle popolazioni di Ciciliano e Pisoniano.  Con alterne vicende San Vito rimase in mano alla nobile famiglia romana fino al 1563, quando fu venduto ai principi Massimo, che e loro volta lo cedettero ai marchesi Theodoli dieci anni dopo. L'ampliamento della Rocca, già presente sulla spianata in cima al cosiddetto "scoglio” iniziò quindi già dalla fine del Duecento. La tradizione vuole che nel castello di San Vito nacque nel 1365 Oddone Colonna che divenne papa nel 1417 con il nome di Martino V; la stanza in cui vide le luce fu convertito nel XVIII secolo in cappella domestica da Gerolamo Theodoli».

http://www.silazio.com/scheda_itinerario.php?id_prodotto_itinerario=2202


Sant'Angelo Romano (castello Orsini-Cesi)

Dal sito www.orsinicesi.it   Dal sito www.orsinicesi.it

«Dall'alto del borgo di Sant'Angelo Romano, a pochi passi da Roma, il castello Orsini-Cesi domina l'agro romano e la bassa Sabina. Dai suoi spalti merlati, lo sguardo arriva ai castelli romani, ai monti Cornicolani, a Roma e fino al mare. Un angolo di cultura e nobiltà. Una residenza storica che attraverso i tempi ha visto cavalieri e principi, nobili e re, battaglie ed amori. Il Castello Orsini-Cesi è stato sottratto alle ingiurie del tempo, recentemente restaurato e restituito nel suo splendore a tutti noi. Il Castello è visitabile nei weekend (sabato e domenica), per tutta la giornata. Sito all’interno di alcune sale del Castello, è inserito il Museo preistorico e protostorico del territorio Tiberino-Cornicolano (www.sarmuseum.it). Durante la visita, oltre al museo, potrete ammirare il mastio duecentesco, le fortificazioni, le sale del principe Federico Cesi (fondatore dell’Accademia dei Lincei), la Corte e gli Spalti panoramici dai quali godere un panorama mozzafiato. Il Castrum Sancti Angeli Montis Patule sorse nel periodo medievale, sulla cima del Monte Patulo (il monte appartiene al sistema collinare dei monti Cornicolani). Molto probabilmente fu fondato a scopo difensivo, come presidio di Roma, data la sua strategica posizione sulla campagna sottostante, ancora oggi sono visibili i resti della cinta muraria. Anticamente venne chiamato Sant’Angelo in Capoccia, dalla famiglia dei Capocci, a cui il feudo in origine appartenne. Nel 1370 entrò a far parte dei beni della famiglia Orsini. Un secolo dopo la Santa Sede confiscò il borgo agli Orsini, e ne diventò la diretta amministratrice. Soltanto nel 1522 gli Orsini riuscirono a tornarne in possesso, ma lo mantennero per soli 72 anni, nel 1594 infatti, fu ceduto al cardinal Cesi la cui famiglia aveva sparsi sul territorio della Sabina, vari possedimenti, a cui si aggiunse questo di Sant’Angelo. Il loro dominio su questo castello durò per più di un secolo, ma nel 1678 ai Cesi subentrò una più potente famiglia cardinalizia quella dei Borghese. Soltanto nel 1874 Sant’Angelo si costituì libero comune. Il Castello che nasce come baluardo di difesa, viene a trasformarsi nei secoli da rocca-fortezza a palazzo nobiliare. Furono i Cesi agli inizi del XVII sec. ad apportare notevoli modifiche anche alla struttura interna del castello. Nel XVIII, divenuto ormai proprietà dei Borghese ed avendo perso ogni funzione originaria di difesa venne addirittura trasformato in deposito di grano. Oggi è di proprietà comunale e viene gestito da Roma Est Gestioni S.r.l.».

http://www.orsinicesi.it/public/Documenti/Opuscolo%20in%20stile%20classico.pdf


Santa Maria di Galeria (ruderi del castello e delle mura di Galeria Vecchia)

Foto di Bacucco74, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.lazionascosto.it

«Come tutte le città satelliti di Roma, anche Galeria decadde sotto la spinta delle invasioni germaniche, per essere ripopolata solo nel medioevo. Nell’VIII secolo d.C. papa Adriano I, che mirava ad un’espansione e a un consolidamento dell’area della Campagna Romana, fondò in una Galeria in rovina una Domus Cullate. Questa venne poi trasformata in “curtis” da papa Gregorio IV nell’anno 840 d.C. Qualche decennio più tardi i Saraceni, che in quel periodo imperversavano sulle coste tirreniche, assediarono e distrussero Galeria. Ricostruita e ampliata fu proprietà dei Conti di Galeria e successivamente, dall’anno 1276 appartenne alla famiglia Orsini. I passaggi di mano furono molto numerosi cosicché nel 1486 divenne proprietà dei Colonna a cui seguirono i Caetani, i Savelli e in ultimo i Sanseverino. Con il passaggio a quest’ultima famiglia per Galeria iniziò un lento ma inesorabile declino che la vide nel corso degli anni trasformarsi da centro fortificato a tenuta agricola. Com’è ovvio la popolazione ebbe un forte calo che culminò con la malaria che durante il 1700 infestava l’Agro Romano. Ormai in rovina e ridotta per lo più a rifugio di pochi disperati, Galeria fu completamente abbandonata nell’anno 1809. Prima di descrivere quello che possiamo trovare nella città morta di Galeria un avvertimento è d’obbligo. Pur non avendo bisogno di permessi particolari per accedere al sito è da sottolineare il fatto che in tutta la zona l’intricata vegetazione nasconde alcune buche a volte anche profonde e che molte rovine sono alquanto pericolanti. Con un po’ di attenzione tutto diventa più facile e ci si può tranquillamente immergere nel fascino della visita. Così, arroccate sullo sperone di tufo troviamo molti ruderi di case che costituivano il centro vitale della Galeria medioevale. Sappiamo con certezza che all’interno dell’area fortificata sorgeva un castello andato completamente distrutto di cui restano solo alcune macerie. Annessa al castello era la Chiesa di San Nicola di cui possiamo ammirare il piccolo campanile eretto nel XVIII secolo, unica testimonianza dell’esistenza di questa chiesa».

http://www.lazionascosto.it/galeria_antica.html


Santa Marinella (castello Odescalchi)

Dal sito www.castellosantamarinella.it   Dal sito www.facebook.com/castelloodescalchi.santamarinella

«Il Castello Odescalchi di Santa Marinella è stato edificato in tempi differenti intorno all'antica torre sul mare, costruita nell' XI secolo. La Torre, insieme ad altre intervallate ogni 20/30 chilometri circa, faceva parte di un sistema predisposto alla difesa della costa dello Stato Pontificio. Terminate le esigenze militari, la funzione del Castello è mutata. Nel XVII secolo è stato accorpato l'edificio sul lato nord, che ha ospitato istituzioni religiose ed ha svolto la funzione di "fattoria" della tenuta agricola di Santa Marinella, nonché Stazione di Posta lungo l'importante arteria della Via Aurelia. Nel 1887 gli Odescalchi acquistano l'azienda agricola, trasformandola fino ai primi anni del Novecento nella prima, più elegante ed ambita stazione balneare a nord di Roma. Il Castello invece è rimasto esclusiva dimora dei principi che negli anni, con passione e dedizione, lo hanno abitato e mantenuto. Il principe Baldassarre, la principessa Flaminia, il principe Alessandro. Oggi Carlo Odescalchi».

http://www.dimorestoricheitaliane.it/node/235


Santa Marinella (torre Chiaruccia)

La torre nel 1933, dal sito http://centromarconi.it   La torre prima della distruzione bellica, dal sito http://aricivitavecchia.it

«Torre Chiaruccia era una torre in muratura, alta circa 15 metri vicinissima al mare e sorgeva nell'ottima posizione di Capo Linaro a Santa Marinella a pochi chilometri da Civitavecchia. Questa torre era stata costruita nel XVI secolo per l'avvistamento delle navi saracene. Dal 1911 la torre e tutto il terreno circostante era proprietà della Marina Militare. Alla fine degli anni 20, il sito passò sotto il controllo del CNR e fu installato un impianto trasmittente ad onde corte per comunicazioni intercontinentali. Dai primi degli anni 30, Torre Chiaruccia ha visto la presenza di Guglielmo Marconi: qui ebbero inizio le prime sperimentazioni sulle microonde che si spinsero fino ai primi fondamenti del Radar. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Centro Radioelettrico è stato depredato di tutte quelle poche apparecchiature rimaste, e semidistrutto. La torre, trasformata in deposito munizioni, è stata minata e fatta saltare in aria dalle truppe tedesche il 1 febbraio 1944. Nel 1957 vennero ricostruiti alcuni locali per permettere la ripresa di esperimenti. Nel Centro Radioelettrico Sperimentale Guglielmo Marconi, iniziarono gli studi sui fenomeni di propagazione e diffusione degli echi ionosferici. Oggi il sito, sotto il controllo dell'Aereonautica Militare, è un punto di osservazione meteorologico. Con capofila il Comune di Santa Marinella, grazie al Generale delle TLC Martinelli ed il prof. Livio Spinelli, in questi ultimi anni si torna a parlare del bellissimo progetto della rinascita del Centro Sperimentale Guglielmo Marconi per il quale la comunità radioamatoriale potrà dare un importante contributo: ogni radioamatore potrà infatti acquistare un mattone che andrà a far parte della ricostruzione dell'antica torre».

http://aricivitavecchia.it/?q=node/7


Santa Severa (castello e torre saracena)

a cura di Marisa Depascale


STAZZANO VECCHIO (ruderi del castello Savelli)

Dal sito http://castelliere.blogspot.it   Dal sito http://blog.aioe.org   Dal sito www.italiainsolita.com

«Collocato in posizione elevata nell’estremo lembo meridionale della Sabina, in un contesto contrassegnato dalla presenza di pittoresche eredità medievali, quali torri, fortificazioni, conventi, eremi e chiese, Castello Savelli si erge a severa guardia di un antico borgo disabitato da secoli, una delle tante “città morte” che puntellano la regione. Il complesso di ruderi è immerso in una campagna ubertosa che regala profumi e sensazioni lontane, tipiche di un territorio selvaggio e incontaminato. Poche e frammentarie le notizie storiche su Castello Savelli. Situato nella parte più alta del borgo, sorge probabilmente sui resti di un insediamento romano, come suggerisce del resto lo stesso toponimo “Stazzano”, che potrebbe derivare da statio, ovvero luogo di stanziamento di una guarnigione oppure, in senso commerciale anziché militare, come stazione di posta per viaggiatori e mercanti. Nel IV secolo d.C. per volontà dell’imperatore Costantino la località veniva donata a una chiesa cristiana, forse la Basilica Laterana, assumendo carattere agricolo. È probabile che prima della costruzione dell’attuale castello esistesse una torre, inglobata nell’attuale mastio, eretta forse dai monaci dell’abbazia di Farfa, che deteneva il fondo di statianum fino al XI secolo, quando lo stesso passò bruscamente nell’orbita dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella. Un primo castello dovrebbe essere stato eretto tra il X e l’XI secolo ad opera dei Savelli. In questa fase il maniero presentava, oltre all’antico mastio quadrato, sottoposto a ristrutturazione, quattro torri circolari con un fossato sul lato dell’abitato, mentre sul lato opposto le mura poggiavano sul ciglio della scarpata naturale offerta dalla collina.

Dopo due secoli di declino legato alla crisi demografica che interessò l’intera Penisola, nel Duecento la popolazione stazzanese riprese a crescere. In questo periodo anche il castello subì notevoli interventi di ammodernamento: venne aggiunto un secondo recinto che andò a coprire per intero il burrone con un lungo muro e due nuove torri, creando in tal modo una sorta di giardino pensile. Inoltre l’abbattimento di una torre e la ricostruzione di un altro bastione portarono all’ampliamento del cortile. Il castello andò così ad assumere carattere residenziale, subendo man mano rifacimenti dettati dal gusto o dalle necessità dei proprietari. Nel 1501, dopo il lungo periodo di proprietà dei Savelli, papa Alessandro VI confiscava il fortilizio a Triolo Savelli per donarlo agli Orsini, che già un secolo prima avevano tentato di conquistare Stazzano nell’ambito della lotta feudale contro i Colonna. Gli Orsini detennero il castello fino alla morte del pontefice ma in questo breve periodo diedero vita alla terza importante opera di ristrutturazione, che accentuava la funzione di residenza tramite l’eliminazione pressoché totale della merlatura, la copertura delle torri superstiti, l’aggiunta di un piccolo palazzo adibito all’abitazione e dotato di cucina, annesso al maschio e infine alla trasformazione dello spazio creato dal secondo recinto in un “giardino segreto”. Passato poi nelle mani dei Borghese tra il Cinquecento e il Seicento, il castello perse completamente la sua funzione di avamposto militare, rimanendo immerso in un contesto agricolo. Tra il torrione più esterno e la Chiesa di Santa Maria sorgeva l’unica porta di Stazzano, che costituiva in tal modo un classico esempio di borgo-castello. Il varco, nel 1744, veniva chiuso di notte per evitare che qualcuno uscisse dal borgo e diffondesse l’epidemia di peste che colpì in quell’anno Stazzano. L’abbandono definitivo di Stazzano avvenne nel 1901, quando l’abitato fu funestato da un evento sismico di spaventosa intensità. Sia il castello che le case furono abbandonati e finirono ad essere utilizzati come cava di materiali per erigere le nuove abitazioni sul sito dell’attuale Stazzano, più sicuro dal punto di vista geologico.

Pur in avanzato stato di rovina, la visita del borgo di Stazzano vecchio e del suo maniero risulta piacevole e interessante. Resta intatto il tessuto urbano originario, in cui si riconoscono bene la zona absidale della diroccata Chiesa di Santa Maria e i due corsi principali del villaggio. Alcuni restauri sono incorso d’opera, è bene osservare la massima attenzione durante la passeggiata tra le rovine dato lo stato del terreno, la presenza di impalcature e svariate puntellature. La visita parte del “giardino segreto”, su cui spiccano antichi e meravigliosi ulivi. Da qui è possibile costeggiare verso sinistra il recinto murario interno, avvicinandosi al maschio ed entrando nei vani – completamente crollati – che costituivano il palazzetto aggiunto nel XVI secolo. Per raggiungere Stazzano Vecchio si muove da Palombara Sabina lungo la pedemontana SS636 – via Maremmana Inferiore; superato il bivio per Stazzano e costeggiato l’omonimo abitato, dopo circa un chilometro ci si imbatte nei pressi di una curva al cartello che indica Via di Stazzano Vecchio. La strade è sterrata e si apre sulla sinistra. La si imbocca e si superano alcuni casali. Dopo un cancello sulla destra e un caseggiato sulla sinistra la strada inizia a scendere. Il fondo risulta disconnesso ma dovrebbe essere percorribile. Continuando si giunge rapidamente ad un casale in pietra abbandonato, poco prima della strada bianca e ormai ai piedi delle rovine. Qui la macchina va lasciata per proseguire a piedi, il castello è accessibile da dietro, tramite un sentiero reso poco visibile dalla vegetazione, che risale sulla destra del colle raggiungendo il “giardino segreto”, da dove prende avvio la visita. Il castello è compreso in una proprietà privata, è bene pertanto telefonare al comune di Palombara Sabina per chiedere autorizzazione e richiedere se è possibile effettuare una visita guidata».

http://www.italiainsolita.com/joomla/2013-10-15-21-40-53/castlazio/27-castello-savelli-di-stazzano-vecchio


Subiaco (rocca abbaziale o dei Borgia)

Dal sito www.joinitaly.com   Dal sito http://subynews.blogspot.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)

«La Rocca abbaziale, anche detta “Rocca dei Borgia”, fu costruita verso la fine dell’XI secolo dall’abate Giovanni V. Fu concepita come castello feudale, allo scopo di instaurare il dominio monastico su Subiaco; per questo sorse sulla cima di una collina, in una posizione dalla quale fosse possibile tenere sotto controllo l’intero castello sublacense e in particolare i ribelli. Fu munita di fortificazioni, carceri, una torre di avvistamento, stanze, appartamenti e una piccola chiesa dedicata a San Tommaso. La costruzione subì danni a causa del terremoto nel 1349, venne saccheggiata e danneggiata anche dai sublacensi e per molti anni non fu abitabile. Nel 1476 la Rocca fu restaurata dal card. Rodrigo Borgia, che la dotò inoltre di una torre quadrangolare munita di merlature, feritoie, carceri e trappole, allo scopo di difendere la parte più antica della costruzione. Il card. Rodrigo e la sua famiglia abitarono alla Rocca e, secondo alcuni storici, qui nacquero nel 1476 e nel 1480 Cesare e Lucrezia Borgia, figli di Rodrigo e della sua amante Vannozza Caetani. Dopo il card. Rodrigo la Commenda passò al card. Giovanni Colonna e ad altri membri del suo casato. Durante il dominio della potente famiglia, a causa dei rapporti difficili con la Santa Sede, Subiaco fu teatro di scontri fra gli eserciti e la Rocca fu in parte demolita dall’esercito pontificio. Nel 1778 l’architetto Pietro Camporese, per volere di Pio VI, effettuò dei lavori di restauro che però eliminarono gli elementi che rendevano la Rocca un castello medievale: la torre venne dimezzata, eliminata la trappola e le carceri; il nucleo occidentale venne dotato dell’imponente orologio. La costruzione diventava così un palazzo moderno, adatto a essere utilizzato come residenza dell’abate commendatario. Vi alloggiarono anche i papi Pio II, Pio VI, Gregorio XVI e Pio IX. Dopo la soppressione della Commenda (1915) la Rocca abbaziale venne affidata all’abate di Santa Scolastica e non fu più usata come residenza.

L’intero complesso architettonico è costituito da tre fabbricati distinti, diversi anche per epoca di costruzione. Salendo al secondo piano dell’edificio centrale si raggiungono le sette camere che costituiscono gli appartamenti Braschi. Gli affreschi che ricoprono le pareti delle prime tre sale riproducono i Castelli Abbaziali, risalgono alla seconda metà del Settecento e sono opera di Liborio Coccetti e dei fratelli Zuccari. La quinta camera, cui si accede attraverso un transetto, era la sala del trono dell’abate commendatario. Delle decorazioni e dei dipinti originari, oggi restano gli affreschi della volta, dove si trova il trionfo di Pio VI, circondato da sette figure allegoriche rappresentanti la Pace, la Giustizia, la Fede, la Fortezza, la Sapienza, la Purezza e la Prudenza. Sotto il cornicione si può ammirare una serie di scene del Vecchio Testamento. La settima camera era la camera da letto dell’abate. È divisa in due ambienti; nel primo sono presenti, oltre al trionfo di Pio VI, affreschi di motivi mitologici e sacri e tre piccoli affreschi riproducenti Gesù che conferisce il primato a San Pietro, Gesù che cammina sulle acque e San Pietro che risuscita un morto. Nel secondo ambiente, dove si trovava il letto dell’abate, si trova una splendida volta impreziosita da nove affreschi tra i quali spicca, al centro, la Gloria di Dio e dei Santi. Dalla sala del trono si scende al primo piano dell’edificio, dove si trovano gli appartamenti Colonna-Macchi e la cappella palatina. Nel salone Colonna, anche detto salone “dei banchetti”, si trova una volta affrescata con al centro uno stemma in pietra del casato. Scendendo ancora alcuni gradini si accede alle stanze restaurate dall’ultimo commendatario, il card. Luigi Macchi. Da queste si raggiunge la cappella palatina, ottagonale, in stile neoclassico-barocco, con presbiterio quadrato. Al centro di una cornice a raggiera si trova un quadro della Madonna del Buon Consiglio, alla quale la cappella è dedicata. Sull’altare in marmi policromi un ciborio in marmo giallo è impreziosito da lapislazzuli e smeraldi. Il card. Macchi fece restaurare la cappella nel 1899, come ricorda l’epigrafe marmorea sulla porta, coronata da uno stemma del commendatario. All'interno della Rocca dei Borgia è presente il Museo delle Attività Cartarie e della Stampa».

http://www.terredaniene.com/il-centro-storico/la-rocca-abbaziale


Tivoli (borgo, case-torri)

Dal sito www.tibursuperbum.it   Dal sito www.libeativoli.it

«Le torri difensive e case-torri, spesso addossate le une alle altre e comunicanti all’interno, di cui è disseminato il territorio tiburtino, assolvevano alla duplice funzione di difesa e di ostentazione di una elevata condizione sociale. Nacquero nel X Secolo con le consorterie, associazioni a base familiare per la tutela di interessi comuni, compreso appunto quello difensivo e solo alle famiglie dei nobili o militi era riconosciuto il privilegio di possederle. Vennero collocate in punti strategici della città in un periodo cui la città di Tivoli era soggetta a continue e violente invasioni barbariche. La case-torri venivano posizionate sulla base dell’asse di allineamento dei campanili delle chiese. Il primo è costituito dall'allineamento dei campanili di Santa Maria Maggiore, di San Pietro alla Carità, dello stesso duomo ed infine della torre di Santa Caterina. Sempre verso il campanile della cattedrale converge il secondo asse primario, dominante il lato est, composto dall'allineamento di San Biagio e di San Michele. Singolarmente, in posizione ortogonale rispetto ai due assi principali, ne esistono altri due secondari, il primo verso sud-ovest, in allineamento con il campanile di San Silvestro, il secondo verso est con il campanile scomparso di San Valerio. Tutto ciò era frutto di un ordine prestabilito, tipico della cultura medievale e degli effetti estetici che essa si prefiggeva e faceva riferimento ad aspetti simbolici: la cattedrale è posizionata a nord e, come la stella polare diviene riferimento per i naviganti, così il duomo è guida per i fedeli. Il campanile, inoltre, gioca un ruolo determinante anche come punto focale verso il quale converge naturalmente lo sguardo sia attraverso una percezione graduale sia in seguito all'apparizione improvvisa. Così come non è casuale, naturale e spontanea l'ubicazione dei conventi principali: Sant'Arcangelo delle Domenicane, San Biagio dei Domenicani e San Francesco, in quanto "i diversi ordini, sia pure in reciproca concorrenza, agiscono non isolatamente, ma di comune accordo, almeno per quanto si riferisce alla collocazione nella città e alla spartizione delle risorse". Ed inoltre "è interesse del Comune e anche del vescovo evitare squilibri che potrebbero risolversi nella formazione di un nuovo polo monumentale contrapposto a quello Vescovile e a quello Comunale" (E. Guidoni). Infatti nell'assetto urbano di Tivoli i tre conventi sono posizionati nelle parti estreme dell'abitato, ai vertici di un triangolo che ha per baricentro il fulcro del potere comunale, con il suo palazzo arengario e la torre.

La costruzione delle case-torri si concentra entro il perimetro delle mura del X secolo, dove si possono distinguere cinque sistemi che controllavano le principali vie di accesso ed i vari versanti del colle. Nel rione Castrovetere se ne presenta una quantità esigua, dovuta alla sua naturale posizione geomorfologica, circoscritta dalle rupi scoscese e dal fossato artificiale sormontato dall'attuale Ponte di San Martino, controllato dall'alta torre di Guardia. Infatti la naturale struttura difensiva della "cittadella" fu sfruttata già in epoca protostorica con l'acropoli ed in epoca romana con i templi di Ercole Vincitore, di Vesta ed altri. Il secondo sistema dominava il versante Nord e si attestava lungo la direttrice di via del Colle e della zona del Riserraglio. Aveva come caposaldo la torre di Santa Caterina, che assumeva la doppia funzione difensiva di avvistamento e religiosa. La torre era posizionata nella punta estrema della città a nord, nelle immediate vicinanze della porta delle mura, con la possibilità di controllare anche la zona ovest della vallata. Le trasformazioni edilizie dei secoli XIV-XVIII, la costruzione degli ingombranti edifici industriali della fine dell'800 e primi del '900 nella zona del Riserraglio e le distruzioni della seconda guerra mondiale non permettono una immediata riconoscibilità delle case-torri esistenti in quest'area. Il terzo sistema può individuarsi nel rione San Paolo, e in particolare nella zona del Seminario, dove si conservano 1e case-torri più imponenti per la loro altezza e più possenti per la loro robustezza, grazie anche all'utilizzo di materiali calcarei più resistenti. Il quarto sistema era situato nella parte interna della città, nella zona di Via dei Selci (con case-torri di grandezza inferiore) e verso la zona centrale dell'episcopio (cattedrale di San Lorenzo), più rada di case-torri. In questo caso, essendo ubicate nella parte più interna della città, non dominavano un vero e proprio versante esterno, ma il loro controllo si limitava esclusivamente alle vie. L'ultimo sistema può essere individuato nella parte sud, da Piazza Palatina a Vicolo dei Ferri e a Via Mauro Macera per richiudersi in Via Postera verso il Duomo. L'andamento semicircolare era quasi parallelo alle mura, scandite in questo settore da torri di guardia nei pressi delle porte. Anche in questo caso le casetorri venivano erette lungo i più importanti u assi stradali. Campanili e case-torri dunque, due emergenze che si confrontano e si contrastano nel loro contenuto intrinseco, i primi a simboleggiare il divino, il senso religioso; le seconde il potere terreno, la supremazia civile. Entrambi costituiscono, insieme all'edilizia conventuale, i cardini e l'essenza dell'arte di costruire le città nel Medioevo. Come le emergenze religiose incarnano gli aspetti simbolici e regolano quindi l'estetica e la forma globale, così quelle civili definiscono a loro volta gli ordini funzionali e pratici che sovrintendono gli assetti urbanistici degli isolati. Due realtà urbane che hanno espresso, sinergicamente, l'idea di progetto della città medievale di Tivoli».

http://www.aironetivoli.com/Citta/Casetorri.htm


Tivoli (rocca Pia)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito http://ilbersagliodipaglia.blogspot.it

  

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)   Foto di Vincenzo Zito (https://www.facebook.com/vincenzo.zito.946)

«La Rocca Pia è una delle fortezze più rilevanti del Lazio e fu edificata nel 1461 da Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) a scopi difensivi e per assicurarsi la fedeltà della città di Tivoli. I lavori di ultimazione delle due torri più piccole, affidati a due architetti fiorentini, Varrone e Nicolò, proseguirono fino alla fine del secolo con i pontificati di Sisto IV della Rovere e Alessandro VI Borgia. Sorge nei pressi dei resti dell’antico anfiteatro detto di Bleso, recentemente recuperati e aperti al pubblico. è situata strategicamente a scopo militare, per essere a controllo della città, poco fuori l’abitato storico e la cinta muraria, sulla sommità di una collinetta, e si presenta con una struttura quadrangolare realizzata con blocchi squadrati di tufo e quattro torrioni di forma circolare ai lati, di diverse dimensioni, uniti da alti muraglioni e con sommità a muratura guelfa, di cui uno più alto che si affaccia su un cortile interno. Il torrioni sono alti: 36.50 m il maggiore, 25.50 m il secondo e 18 m i due minori, e contengono 6 stanze sovrapposte il primo, 5 stanze il secondo e 3 stanze ciascuno degli altri due. Il portale d’ingresso è sormontato dello stemma della famiglia Piccolomini con la scritta: grata bonis invisa malis inimica superbis sum tibi tibure enim sic pius institu ("grata ai buoni, malvista dai cattivi, nemica ai superbi, sono per te, o Tivoli, poiché così volle Pio"). Con la nomina del cardinale Ippolito d’Este a governatore della città, il castello fu coinvolto nel progetto residenziale di realizzazione della villa d’Este. Nel 700 fu adoperato come caserma dalle truppe di occupazione francesi e austriache e in epoca napoleonica, dopo il 1870 e fino al 1960, venne utilizzato come carcere mandamentale, con l’aggiunta di un edificio all’interno del cortile».

http://www.aironetivoli.com/Citta/RoccaPia.htm


Tolfa (ruderi del castello Frangipane)

Dal sito http://bitcommunity.fieramilano.it   Dal sito http://www.ebay.it

«Il Monte della Rocca, lo "Scojo" per i vecchi tolfetani, non è solamente la caratteristica principale di Tolfa, ma, per motivi storici e di devozione rappresenta l'anima stessa del paese. Il Castello fu probabilmente eretto durante le invasioni barbariche o le incursioni saracene, quando sulle cime delle colline più difendibili del territorio sorsero castelli, abazie fortificate o nuove città. Tolfa, compare per la prima volta in un documento ufficiale nel 1201 e la Tulfa Veteris citata in questo documento è un piccolo borgo Medievale, protetto da possenti mura, costruite sul lato Nord-Ovest del monte. è solo con la scoperta delle cave di alunite e la produzione dell'allume, nel tardo Medioevo, che inizia l'espansione del paese fuori delle mura, con la costruzioni di palazzi rinascimentali e barocchi, chiese e conventi. Con la fine del Medioevo vennero meno le necessità di difendere il territorio e tutti i castelli dei Monti della Tolfa, furono abbandonati e dopo che agli inizi del Cinquecento Agostino Ghigi, lo spogliò delle artiglierie, cessò la manutenzione del Castello della Rocca. In una poesia del 1530, Annibal Caro lo descrive come: "un pezzo di sfasciume di una rocca", anche se per anni il Governatore della Tolfa continuerà a fregiarsi del titolo di castellano. Nonostante lo stato d'abbandono, il castello riuscì a difendere i tolfetani un'ultima volta nel 1799, quando l'esercito della Repubblica Francese, comandato da Napoleone, conquistò il paese, ma non riuscì ad espugnare il castello all'interno del quale si era rifugiata una parte della popolazione».

http://www.turismo.portidiroma.it/rocca-frangipane-di-tolfa


Tor San Lorenzo (torre)

Dal sito www.lafloreada.it   Dal sito www.italiadiscovery.it

  

«Prende il nome dalla chiesa paleocristiana dedicata a San Lorenzo. La Torre fu costruita nel 1570 in prossimità della chiesa, su disegno attribuito a Michelangelo Buonarroti, per difendere il territorio dalle incursioni dei corsari turchi. Per la sua monumentale bellezza gli stessi turchi la denominarono “La Pomposa”. Situata ad un centinaio di metri dal mare, in un contesto unico per la sua bellezza costituito da un tomboleto con un complesso di dune alte fino a dieci metri ricoperte dalla stupenda e coloratissima macchia mediterranea, la torre faceva parte di un imponente sistema difensivo formato da quattordici torri lungo tutto il litorale laziale. Alta oltre trenta metri e di forma quadrata aveva sulla sommità la piazza d’armi. Ad essa si accedeva tramite una rampa gradinata in muratura che si arrestava a circa due metri dal portale d’ingresso. Il vuoto era colmato con un ponte levatoio manovrato dall’interno della torre. Danneggiata durante l’ultima guerra fu sottoposta ad un primo restauro. è ora in attesa di una definitiva sistemazione per renderla fruibile».

http://www.prolocotorsanlorenzo.it/cosa-visitare/la-torre-san-lorenzo


Torrimpietra (castello Falconieri)

Dal sito www.castelloditorreinpietra.it   Dal sito www.naturamediterraneo.com

  

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Valentino Privitera (https://www.facebook.com/valentino.privitera)   Foto di Valentino Privitera (https://www.facebook.com/valentino.privitera)

«Precedentemente alla costruzione del Castello vi era in questa zona il sito romano di Bebiana, dalla famiglia gentilizia romana dei Baebius, (carta della Tabula Peutingeriana). Il castello si presentava dapprima come casale fortificato, poi nel corso dei secoli assunse la forma attuale. All’interno vi sono gli affreschi di Pier Leone Ghezzi (1644-1755). Fu di proprietà della Basilica di San Pietro, della nobile famiglia dei Normanni nel XII sec., degli Anguillara, degli Orsini, dei Massimo, dei Peretti, dei Falconieri, ai quali si deve la forma attuale. L’antica cantina del castello è completamente scavata nella roccia viva, dove durante la sua costruzione vi furono rinvenuti dei resti fossili tra cui una zanna di mammut, trafugata durante gli eventi della seconda guerra mondiale. Di fronte al castello di Torre in Pietra, è presente un bosco di querce secolari e un fittissimo sottobosco di felci, ciclamini e pungitopo. Qui Pagliaccetto sembra che seppellì la sua sella magica, lanciando la famosa maledizione a chiunque entrasse nel bosco».

«Il suo aspetto di villaggio fortificato dotato di torri di avvistamento, del fossato e delle mura di cinta, ne testimonia l'origine medioevale. Nel 1254 viene citato tra i possedimenti della nobile famiglia Alberteschi, poi passa nelle mani degli Anguillara, dei Massimo, dei Peretti. All'inizio del XVII secolo il principe Michele Peretti, nipote di Sisto V, fa costruire una nuova, grande e sfarzosa residenza signorile. Nel giardino variopinti pavoni passeggiano tra alberi di cedro e reperti di scavo: il castello diventa luogo di sontuosi banchetti e battute di caccia. Ma l'altissimo tenore di vita intacca irrimediabilmente il patrimonio familiare e così, nel 1639, la tenuta e il castello vengono venduti ai Principi Falconieri, tra le più ricche famiglie della Roma barocca. Essi chiamano a Torre in Pietra due ingegni del loro tempo: l'architetto Ferdinando Fuga che realizza la chiesa e il nuovo scalone di accesso al piano nobile, e il pittore Pier Leone Ghezzi cui viene affidata la decorazione degli interni. Il Castello che oggi ammiriamo è sostanzialmente quello che ci hanno lasciato i Falconieri. Gli affreschi sono perfettamente conservati: possiamo rivivere i fasti dell'anno giubilare 1725, quando il Ghezzi viene chiamato da Alessandro Falconieri a decorare il piano nobile con scene celebranti la visita al castello del papa Benedetto XIII. E all'interno della bella chiesa ottagonale, gli affreschi sugli altari laterali sono ulteriori testimonianze della sua opera. Infine, nella seconda metà dell'Ottocento, i Falconieri si estinguono e Torre in Pietra conosce un'epoca di decadenza, fino a quando nel 1926 diviene di proprietà del senatore Luigi Albertini che, assieme al figlio Leonardo e al genero Nicolò Carandini, si impegna in una imponente opera di bonifica della tenuta agricola e di restauro del castello, della chiesa e di tutto il borgo».

http://www.turismo.portidiroma.it/visitare/castello-di-torre-pietra - http://www.castelloditorreinpietra.it/castello/storia.htm


Torrimpietra (resti del castello della Leprignana)

Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com   Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com

«Antico castello che sorgeva su un’altura lungo la valle del fiume Arrone. Il panorama è vastissimo, qusi a 360°; si coglie appieno l’importanza del luogo e del castrum, messo a dominare l’intero arco costiero e la valle dell’Arrone fino al lago di Bracciano. Oggi sono rimasti, oltre al toponimo, una grande galleria che fora la collina e l’abside di una piccola chiesa, murato sul lato nord della vecchia casa colonica. La prima dizione “moderna” della tenuta, citata con il termine Apronianus, risale a una bolla emessa da Benedetto IX nel 1074, in una nuova bolla di Gregorio VII il nome muta in Castrum Leprinianum».

https://99fontaniliblog.wordpress.com/attivita-svolte/alla-scoperta-dei-castrum/


Torrimpietra (resti del Castrum Statuae)

Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com   Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com

«Quel che resta del Castrum Statuae si trova in un luogo anonimo – stretto tra l’autostrada Roma-Civitavecchia e il km 32 della via Aurelia – dietro il cimitero di Palidoro. Cinque secoli prima di Cristo passava di qua il confine politico culturale tra la zona di influenza etrusca di Cerveteri e quella romana. Secondo gli esperti qui sorgeva l’importante stazione di posta romana chiamata Ad Turres, sempre qui si trovava l’importante villa di Virgilio Rufo. Attorno al XII-XIII, sulla villa, un ignoto enfiteuta edificò un castrum fortificato circondato da mura e torri merlate secondo la testimonianza del Tomasetti».

https://99fontaniliblog.wordpress.com/attivita-svolte/alla-scoperta-dei-castrum/


Torrimpietra (resti di Castel Lombardo)

Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com   Dal sito https://99fontaniliblog.wordpress.com

«Lungo la strada provinciale che dall’Aurelia, dopo 500 metri dal borgo di Torre in Pietra, porta ad Anguillara vi è una boscosa tenuta dal nome insolito: Castel Lombardo. Qui giace, nascosta dalla vegetazione, una delle “città morte” più enigmatiche del circondario. Dell’antico Castrum Lombardi è rimasto ben poco: tracce di muri, grandi silos interrati, un mozzicone di arco del portale di ingresso».

https://99fontaniliblog.wordpress.com/attivita-svolte/alla-scoperta-dei-castrum/


Torrimpietra (torre di Pagliaccetto)

Dal sito www.sullaviadelletorri.it   Dal sito www.gatc.it

Le foto degli amici di Castelli medievali

Foto di Valentino Privitera (https://www.facebook.com/valentino.privitera)   Foto di Valentino Privitera (https://www.facebook.com/valentino.privitera)

«In località Torre in Pietra si può ammirare la Torre di Pagliaccetto, costruita con funzioni difensive che deve il suo aspetto attuale a rifacimenti del XVI e XVII, quando la torretta venne usata come abitazione. È alta circa 12 metri dallo scoglio roccioso dove è arroccata e 20 metri da terra. La pianta è quadrata ed è costituita da parallelepipedi di calcare bianco, la scala esterna parte dalla roccia sottostante. La posizione che occupava le permetteva di controllare l’accesso alla tenuta ed al castello. La sua funzione era quella di difendere il borgo di Castiglione delle Monache, l’antico nucleo abitativo di Torre in Pietra in caso di assalto. La struttura doveva ospitare, in caso di assedio, gli abitanti del borgo e le mura dovevano resistere agli attacchi delle catapulte, le torri erano dotate di scale che in caso di pericolo venivano ritirate. Esisteva anche una cisterna per l’acqua potabile e magazzini per le provviste alimentari per poter resistere a lunghi assedi. La torre deve il nome “Pagliaccetto” ad una leggenda del diciottesimo secolo quando la tenuta era di proprietà dei Falconieri. Pagliaccetto era il nome del fattore del principe e di lui si narra che avesse una virtù magica, dal momento che aveva al suo servizio 99 folletti, che edificarono 99 fontanili ed un uliveto in una sola notte. Pagliaccetto sfidò un porcaro, anche lui con poteri magici, a tracciare un solco lungo fino al mare, e venne miseramente sconfitto con l’inganno. Pagliaccetto allora decise di scomparire in mare lanciando una maledizione. Un’altra leggenda racconta che un giorno il principe licenziò il fattore Pagliaccetto e, per magia, tutti gli animali lo seguirono, inducendo il principe a revocare il suo ordine.  L’area di Torre in Pietra e della Torre Pagliaccetto è di notevole importanza geologica. I primi ritrovamenti di strumenti litici e di fossili di mammiferi sono stati rinvenuti nel 1950. Gli strumenti scoperti in quegli anni furono considerati una delle più antiche testimonianze conosciute in Europa sulla presenza dell’uomo. ...».

http://www.sullaviadelletorri.it/it/le-torri/item/6-torre-del-pagliaccetto


Torrita Tiberina (castello Savelli o Comunale)

Dal sito www.comune.torritatiberina.rm.it   Dal sito www.lazionauta.it

«Il nome “Turritula” appare la prima volta nel 747, nella donazione un terreno fatta da Carlomanno al monastero di Sant’Andrea in Flumine anche se nel Medioevo la storia del paese è legata anche alla famiglia Savelli che nel 1285 figura proprietaria di una parte del paese ed è probabilmente che sotto la loro signoria nel XII secolo, viene realizzato il castello. Nel XV secolo il maniero è della famiglia Orsini (come risulta dal testamento di Bertoldo di Napoleone Orsini del 1344) che lo detengono per più di due secoli ma i rapporti tra la popolazione ed il feudatario erano difficili al punto che il 31 Gennaio 1468, la comunità dopo aver nominato alcuni sindaci per offrire il feudo al papa, giura fedeltà ad Innocenzo VIII. Il maniero passa così di mano in mano dagli Orsini alla famiglia Anguillara, poi ancora agli Orsini che nel 1586 lo vendono per 30 mila scudi a Tommaso Melchiorri e al figlio Marcello. Dalla famiglia Melchiorri il paese viene venduto alla Principessa Cristina di Sassonia Massimi che a sua volta cede la proprietà nel XIX secolo al marchese Emanuele De Gregorio che, oltre a restaurare il palazzo baronale, realizza la strada che dal paese porta al “Porto del carbone”, situato sul Tevere vicino alla “Dogana di Montorso” che segnava il confine per le merci provenienti dal centro Italia, e dalla “Barca di Torrita” destinata agli attraversamenti trasversali del fiume».

http://www.lazionauta.it/torrita-tiberina/


Tragliata (castello)

Dal sito www.tragliata.it   Dal video www.youtube.com/watch?v=PjjQXtUOQXU

«Al km 29 della Via Aurelia, tra Torrimpietra e Palidoro, sulla destra, in direzione delle colline, si dirama la Via del Casale Sant'Angelo, che porta verso Bracciano. Percorrendo questa strada che si snoda in aperta campagna tra i grandi poderi coltivati o lasciati a pascolo per bovini e ovini, sulla destra al km 8,5 si diparte la via di Tragliata che porta al castello omonimo per terminare dopo pochi chilometri al crocevia con la Via di Santa Maria di Galeria, Via dell'Arrone e la Via di Boccea. Il toponimo di Tragliata, riportato in antichi documenti come Talianum o Taliata, sembra derivare da "tagliata", nome dato ai sentieri scavati nel tufo di origine etrusca. Località molto suggestiva, abitata fin dall'antichità più remota, come testimoniato da ritrovamenti etruschi e romani inglobati nelle costruzioni successive. Il castello, eretto tra il IX e il X secolo, aveva una funzione di difesa e di avvistamento ed era collegato visivamente con altre torri circostanti, come la vicina Torre del Pascolaro; trasformato successivamente in un grande casale ad uso abitativo ed agricolo, in alcuni tratti si possono notare avanzi di muratura precedente appartenenti alle opere di sostegno del fortilizio. Allo stato attuale, Tragliata si presenta come un borgo in magnifica posizione elevata, situato com'è su di una specie di rocca isolata in mezzo alla vallata del Rio Maggiore, ed è costituito da vari fabbricati che si affacciano su di un grande spazio erboso. I fianchi della collina sono scavati in più parti dalle tipiche grotte, utilizzate nel corso dei secoli come magazzini o ricovero di animali. Di proprietà privata, il castello è stato recentemente convertito in azienda agrituristica adibita a ricezione. Interessanti i grandi silos sotterranei di epoca etrusca utilizzati per la conservazione dei cereali».

http://www.fiumicinocomune.com/pages/storia_tragliata.htm


Tragliatella (torre del Pascolaro)

Dal sito www.facebook.com/focemicina/   Dal sito www.facebook.com/focemicina/

«Torre del Pascolaro, l’unica presenza che ricorda i tempi in cui qui esisteva un grande villaggio fortificato. La torre, edificata intorno al XIII secolo, svetta su un ampio pianoro ricco di antiche testimonianze ed era sicuramente in comunicazione visiva con il Casale di Civitella, il Castello di Tragliata e Castel Campanile. La torre era messa a guardia di uno degli ingressi dell’acropoli, dove forse sorgeva l’abbazia di S. Giovanni in Petriolo, citata nel testamento di Alberto dei Normanni».

https://99fontaniliblog.wordpress.com/attivita-svolte/alla-scoperta-dei-castrum/


Trevignano Romano (ruderi della rocca Orsini o dei Vico)

Foto di Blackcat, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.recostanoresidence.it   Foto di Max Dan, dal sito www.panoramio.com

  

«La Rocca dei Vico a Trevignano Romano è senza dubbio uno dei più romantici “manieri perduti” del Lazio. Le poche rovine del fortilizio, che dominano il borgo lacustre, si innalzano a mozziconi all'apice di un’irta collina basaltica, dalla forma vagamente somigliante a quella piramidale di Tolfa. Del resto qui, nel versante "viterbese" del Lago di Bracciano, non si è lontani dalle alture tolfetane, verso le quali i Colli Sabatini si protendono con lunghe propaggini boscose, dominate dalla mole del Monte Rocca Romana, mentre intorno all'abitato gli alberi si spingono sin quasi alle rive del lago, creando un felice contrasto fra il verde della vegetazione (di un caldo color marrone in inverno) e l'azzurro splendente delle acque specchiate nel cielo. Se le origini di un primitivo insediamento umano a Trevignano si perdono nella notte dei tempi (è noto, comunque, che fu città etrusca e romana, forse l'antica Trebonianum), l'ipotesi di una prima rocca a Trevignano è collocabile nell'Alto Medioevo, all'epoca delle invasioni barbariche. Fra il XII e il XIII venne edificata una vera e propria cittadella fortificata (il Castra Trivingiani), di grande peso strategico e militare nell'ambito della difesa di Roma e della sede papale. Tenuta all'inizio da signorotti locali, alla metà del Duecento il castrum veniva acquistato dalla famiglia dei Prefetti di Vico, che allora esercitava una notevole influenza su tutta l'area del Lago Sabatino e dei Monti della Tolfa, e ciò nonostante le reticenze di papa Innocenzo III, preoccupato per il crescente potere di quel casato. Divenuta poi feudo degli Orsini, la Rocca di Trevignano verso la fine del Trecento ritornava in modo torbido e violento ai Vico, che approfittarono del caos della cattività avignonese. Oggi la Rocca dei Vico di Trevignano è un'attrattiva molto apprezzata dai turisti, che sempre più numerosi scelgono Trevignano come meta di vacanze. Sotto il profilo architettonico c'è in realtà poco da dire, avendo fra l'altro la rocca mantenuto una funzione schiettamente militare: si riconosce però un ambiente interno, suddiviso a sua volta in vani e racchiuso da un perimetro di mura, ed una specie di arco squarciato che dovette essere uno degli accessi all'edificio. ...» - «Il Castello di Trevignano Romano è una antica fortificazione risalente al XIII secolo, quando fu costruito per volontà di Papa Innocenzo III, figlio dei Conti di Segni, e dunque proveniente da una zona attigua al lago di Bracciano e a Trevignano stessa. Il castello, posto sulla collina che domina il centro storico, venne successivamente ampliato durante l'epoca di dominazione degli Orsini, integrando ben tre cinte murarie concentriche, che occorrevano per difendere gli occupanti da possibili attacchi via lago o da terra. Struttura grande e imponente, dotata di mura alte e larghe, torrette di osservazione e di un fossato-trincea che ne rendeva difficilissimo l'accesso, venne attaccato e semidistrutto dalle truppe dei Borgia nel 1497, e non più ricostruito, in misura tale che le strutture oggi visibili sono solamente dei ruderi, pur accessibili e visitabili grazie a un sentiero di facile percorrenza».

http://www.lazionascosto.it/castelli_fortezze_rocche_lazio/rocca_di_trevignano.html - http://www.paesionline.it/lazio/trevignano_romano...


Vallepietra (torre Caetani, porte)

Dal sito www.cmaniene.it   Dal sito www.anienewilderness.it   Porta del Sole, dal sito www.archilovers.com

«Il paesino di Vallepietra, noto ai più per il celebre Santuario, sorge a 826 m s.l.m. su uno sperone di roccia arroccato per ragioni difensive intorno al castello dalla caratteristica torre merlata a pianta quadrata ed alla vecchia chiesa parrocchiale. Vallepietra infatti è situata nella Valle del Simbrivio un affluente dell’Aniene, confina con il territorio di Camerata Nuova mentre i vicini Monti Tarino (1959 m.) e Autore (1853 m.) si tagliano imponentemente. in un documento vergato sotto il brevissimo pontificato di Niccolò II (fu papa per soli due anni e precisamente dal 1059 al 1061) appare per la prima volta citata Vallepietra; essendo stata soppressa la diocesi di Trevi passarono a quella di Anagni tutti i paesini che dipendevano dalla cancellata curia. Gli abitanti di Trevi però si dettero molto da fare per ottenere ricostituita la loro diocesi fino a quando nel 1227 Gregorio IX non li soddisfece in parte ordinando che la quarta parte delle decime dei luoghi sacri di Vallepietra fosse data all’abate della cattedrale di Trevi. Quest’ultima città durante il 1257 fu dal papa Alessandro IV data in feudo a suo nipote Rinaldo di Jenne dietro un obolo da lui offerto in occasione della festa di Onnisanti. La potente famiglia dei Caetani governò Vallepietra dal 1297 al 1670 dimorando nel castello quando venivano quì. Sempre nel maniero era la curia. A quel tempo il paese era cinto di mura con due ingressi: uno sulla via che portava a Roma e l’altro su quella che conduceva nel Regno di Napoli. Ancora oggi si accede nel paese attraverso Porta del Sole e Porta Napoletana. Il marchese Tiberio Astalli subentrò come feudatario ai Caetani nel 1670; nel 1767 fu comprato dal Conte G. Campagnoli Marefoschi e nel corso dell’Ottocento fu acquistato dalla nobile famiglia dei marchesi Troili. Proclamata la Repubblica Romana a poco a poco vennero meno i diritti feudali degli ultimi nobili proprietari» - «Del Castello dei Caetani rimangono oggi, sulla piazza principale di Vallepietra, alcuni locali dell'antico palazzo, incorporati nel Municipio, e la Torre civica. La Torre, restaurata in anni recenti, può considerarsi il simbolo del paese. A pianta quadrata, è alta circa venti metri e termina con dei merli. In origine si trovava al centro del palazzo e serviva come estremo rifugio e difesa. La porta d'ingresso è sormontata dallo stemma marmoreo dei Caetani, ramo di Filettino, detti appunto "della torre" o "di Anagni"».

http://www.cmaniene.it/comuni/vallepietra - http://www.ecopointlazio.it/home~oldp-parco_dnp+nomepagina-archeologia_arte+id-40...


Vallinfreda (ruderi del castello, palazzo Bencivegna)

Antica torre, dal sito www.facebook.com/larocca.vallinfreda   Palazzo Bencivegna, dal sito http://portale.hunza2000.it

«La prima menzione sicura della sua esistenza è contenuta in una bolla papale del 706 d.C., in cui è ricordata tra i possedimenti dell’abbazia di Santa Scolastica. Particolarmente ambita per la sua posizione strategica, fece parte delle proprietà dei conti dei Marsi, poi, alla fine del Trecento, divenne feudo dei Colonna, quindi appartenne ai Theodoli e ai Borghese; questi ultimi la tennero fino all’eversione dei diritti feudali. Il toponimo, di chiara etimologia, corrisponde all’espressione ‘valle fredda’. Risale al Quattrocento l’interessantissimo oratorio del Santissimo Crocifisso, che ancora custodisce pregevoli affreschi dell’epoca; è invece cinquecentesca la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, ampiamente rimaneggiata nel corso dei secoli successivi e contenente notevoli tele di varie epoche, tra cui una del Romanino. Sfidano inoltre il trascorrere del tempo i suggestivi ruderi del castello» - «Interessanti monumenti abbelliscono il centro abitato del paese e rilassanti sentieri attraversano il territorio circondato da una natura rigogliosa e incontaminata. Da vedere la chiesa di S. Michele Arcangelo, di aspetto barocco, che conserva all’altare maggiore una tela del Romanino (XVI secolo circa), e un organo originale del XVIII secolo; l’Oratorio del Santissimo Crocifisso, nato dal recupero del primo nucleo della chiesa rinascimentale; il Palazzo Bencivenga, cinquecentesco, sulla cui facciata spiccano il bellissimo portale in pietra e le pregevoli decorazioni delle finestre; la Rocca di cui si riconoscono ancora otto torri sparse nei vari punti strategici del paese; i ruderi di Portica, munito castello dei Colonna che ebbero in proprietà la cittadina intorno al XIV secolo ...».

http://www.italiapedia.it/comune-di-vallinfreda_Storia-058-109 - http://www2.stile.it/viaggi/relax-e-lusso/itinerario-tra-arte-e-natura


Vicovaro (palazzo Cenci-Bolognetti, già castello Orsini)

Dal sito www.comunedivicovaro.it   Dal sito www.comunedivicovaro.it

«Nato coll'ampliamento ed ammodernamento della vecchia residenza degli Orsini - eretta nel sec. XV tra la Rocca e la Porta superiore - il vasto edificio fu realizzato sotto la direzione dell'architetto Sebastiano Cipriani, a partire dal 1693. Questa prima fase di lavori si concluse nel 1721 e consistette, tra altro, nella edificazione di una nuova ala del Palazzo (l'odierna facciata) e di altri caseggiati destinati alla servitù ed alla attività agricola. Sistemazioni successive furono quelle dirette dagli architetti Nicola Salvi, Giuseppe Doria, Girolamo Theodoli ecc. che interessarono altre parti del complesso. Del periodo medievale e rinascimentale, rimangono: la Rocca con torri cilindriche e resti del "Maschio" quadrato; la vecchia entrata del Palazzo Orsini, con arcata gotica in marmo della prima metà del sec. XV; e resti di affreschi. Nell'ingresso principale al secondo pianerottolo della scala si trova la celebre lapide trovata nel 1757, che permise di determinare il sito della Villa di Orazio. VAL . MAXIMA . MATER-DOMNI . PREDIA . VAL-DVLCISSIMA FILIA-QVE VIXIT ANNIS XXX-VI MEN II D XII IN PRE-DIIS SVIS MASSE MANDELANE . SEPRETORVM-HERCVLES . QVESQN PACE. Nel primo pianerottolo si possono vedere due iscrizioni affisse al muro».

http://www.comunedivicovaro.it/bolognetti/palazzo-bolognetti.asp


Vivaro Romano (rocca Borghese)

Dal sito www.italiadaviaggiare.it   Dal sito www.scuolanticoli.com

«Il castello di Vivaro Romano nell'anno 1012 era feudo dell'Abbazia di Santa Maria in Farfa. Nel 1440 divenne proprietà degli Orsini i quali costruirono un nuovo e più solido castello che per cinquecento anni sfidò gli assalti degli eserciti. Dopo gli Orsini l'ebbero i Brancaleone, i Vitelli, i Ceuli finché, nel 1609, il papa Paolo V Borghese l'acquistò per il nipote Marco Antonio. Da questo punto in poi la roccaforte fu destinata soltanto a luogo di occasionale delizia di vari signori. Nel 1902, il cardinale Angelo Di Pietro, riscattando tutti i possedimenti sui quali gravava un oneroso canone in favore del principe Borghese, liberò dal secolare servaggio il paese natìo. I Borghese giungono a Roma da Siena, dove in quella città sono ricordati già dal 1266. A Roma si imparentano con gli Astalli, con i Lante, con i Santa Croce, con i Caffarelli. Ai primi del XVII secolo ebbero un papa, Paolo V, e numerosi cardinali, tra i quali si ricordano Scipione, creatore della famosa Villa Borghese a Roma, Pietro Maria nel 1623 e Francesco nel 1729. Furono principi di Sulmona, di Vivaro, di Rossano, di Montecompatri, di Sant'Angelo, di San Polo, di Nettuno, di Bomarzo e di Pratica di Mare».

http://www.vivaroromano.com/index.php?option=com_content&task=view&id=165&Itemid=85


Zagarolo (palazzo ducale Rospigliosi

Dal sito www.istituzionepalazzorospigliosi.it   Dal sito www.webalice.it/pisapia/barbieazagarolo

«II palazzo ducale sorge nel sito del vecchio castello medievale, di incerte origini, ma di cui si parla sin dai primissimi anni del XII sec. quando le milizie di papa Pasquale II distrussero Zagarolo a causa della ribellione di Pietro della Colonna. Roccaforte di questa grande famiglia romana, il castello ne seguì per molti secoli le alterne e spesso sanguinose vicende, trovandosi al centro delle lotte tra i Colonna ed il Papato e subendo numerosi assedi e distruzioni: nel 1297 ad opera di Bonifacio VIII (episodio citato da Dante nel XXVII canto dell'Inferno) e nel 1400 durante la guerra contro Bonifacio IX. Altri scontri si ebbero dopo che nel 1431 il papa Eugenio IV, succeduto a Martino V Colonna, pretese la restituzione di privilegi e tesori donati dal predecessore: tutte le famiglie della nobiltà romana accettarono tranne i Colonna ed il papa ordinò l'occupazione dei loro castelli; ne scaturì una ennesima guerra che si trascinò dal 1436 al 1439, quando Zagarolo, Palestrina ed altre fortezze colonnesi furono prese e rase al suolo dal cardinal Vitelleschi. Alternando periodi di relativa tranquillità ad altri più travagliati, tra i quali l'ultimo assedio, subito nel 1528, il castello giunse alla metà del XVI sec. quando i Colonna entrarono in rapporti finalmente positivi con la Santa Sede. Nel 1569 grazie ai servigi resi alla Chiesa da Pompeo Colonna, papa San Pio V eresse la terra di Zagarolo a ducato. Dopo la vittoria dei Cristiani sui Turchi a Lepanto (7 ottobre 1571) Pompeo Colonna cominciò i lavori di rinnovamento del suo castello, iniziando così la sua trasformazione in palazzo con funzioni esclusivamente residenziali, caratterizzato dalle due grandi ali che si aprono verso la piazza di Corte (l'attuale piazza Indipendenza), dalle ampie sale affrescate e dal giardino pensile. Nel 1586 il palazzo ospitò papa Sisto V, venuto nel ducato per assistere ai lavori dell'acquedotto Felice, e nel 1591 vi si riunì il consiglio di otto cardinali preposto alla revisione dell'edizione a stampa della Bibbia: tra essi c'erano Marcantonio I Colonna, fratello di Pompeo, e San Roberto Bellarmino. Nel maggio del 1606 trovò rifugio nel palazzo il pittore Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, in fuga verso Napoli, che durante la sua permanenza dipinse per il duca Marzio Colonna una Cena in Emmaus ed una Maddalena in Estasi.

Assieme al duca anche il palazzo fu venduto dal figlio di Marzio, Pierfrancesco Colonna, al cardinal Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XVI, che portò a termine i lavori di ampliamento e arricchì ulteriormente il palazzo portandovi parte delle sue collezioni d'arte, per ospitare le quali furono allestite le due gallerie del piano nobile. Alla morte del cardinal Ludovisi gli successe suo fratello Niccolo ed a questi suo figlio che vendette il ducato al principe Giovan Battista Rospigliosi. Alla corte dei Rospigliosi, che utilizzavano il palazzo come residenza estiva, lavorarono pittori come il Maratta, il Chiari, il Masucci e Ludovico Gemignani che nel nostro palazzo morì il 26 giugno 1697. Per tutto il Settecento il palazzo fu al centro della vita mondana dei Rospigliosi-Pallavicini che lo arricchirono di nuove decorazioni e di oggetti preziosi. Vi furono ospiti cardinali, principi e sovrani, come Carlo III di Borbone, e grandi artisti, come Vittorio Alfieri. A partire dagli inizi del XIX sec. il palazzo si avviò verso un lento ma incessante declino che raggiunse il suo culmine con la sottrazione di gran parte degli arredi e dei quadri (anni 1931-32) e con le tristi vicende della II Guerra Mondiale, quando venne trasformato in ospedale militare tedesco ed adibito al ricovero di numerosi sfollati provenienti da varie parti d'Italia. Restaurato in alcune sale negli anni cinquanta, nel 1979 il palazzo venne infine venduto dalla principessa Elvina Pallavicini al Comune di Zagarolo che ne è l'attuale proprietario. Da alcuni anni il palazzo è utilizzato come sede del Museo del Giocattolo, oltre che per convegni culturali, mostre, biblioteche e sedi amministrative. L’ala destra dal prossimo anno ospiterà infine, la prima Università ebraica italiana».

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