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di Luisa Derosa


 IntroduzioneLe schede: 1. Adamo ed Eva2. Vita di Cristo3. Arazzo di Bayeux4. Santa Margherita5. San Nicola6. San Francesco (Bonaventura Berlinghieri)7. San Francesco (Giotto)


3. Arazzo di Bayeux (figg. 10-12)

Secolo XI
Lino ricamato ad ago con fili di lana
Mis.: 70 metri ca. x 30 centimetri ca.
Bayeux, Musée de la Reine Mathilde

Il famoso «arazzo» di Bayeux, noto agli studiosi dall’inizio del Settecento, illustra nella maggior parte dei manuali di storia i capitoli riguardanti l’espansione normanna dell’XI secolo, ed è legittimo, perché esso ne rende chiari e vivi alcuni degli aspetti più caratteristici. Ma l’idea che ce ne facciamo è spesso inesatta.

Vorremmo innanzitutto sottolineare che, malgrado tale dicitura sia ormai entrata nell’uso, non si tratta di un arazzo nel senso tecnico della parola, bensì di un ricamo ad ago tracciato con fili di lana di otto colori differenti su una fascia di tela di lino greggio, lunga (70 metri circa) e poco larga (30 centimetri circa). Molto probabilmente esso fu realizzato secondo un modello («cartone») ispirato da disegni a penna, i cui esemplari sono forniti da alcuni manoscritti. Senza perdersi qui in lunghe spiegazioni, diciamo che con tutta probabilità esso fu compiuto negli anni 1070-1077, in ogni caso prima del 1082, su ordinazione di Odone, vescovo di Bayeux, fratellastro del duca-re Guglielmo il Conquistatore, in una bottega inglese, senza dubbio a Canterbury o comunque non lontano da lì.

Odone di Bayeux fu un personaggio eccezionale di una ambizione sfrenata; diventato anche conte del Kent dopo il 1066, fu incarcerato dal fratellastro nel 1082, concluse la carriera a Palermo, dove trovò la morte nel 1097 allorché si trovava in viaggio verso Gerusalemme con i Normanni della prima crociata. Egli si fece più volte raffigurate sull’«arazzo» e la sua contea inglese del Kent era famosa per il talento dei suoi ricamatori.

Tutto indica che l’«arazzo» era destinato a essere esposto nella cattedrale di Bayeux durante la festa annuale delle sante reliquie, all’inizio del mese di luglio; sappiamo ugualmente che fu così almeno dal 1476 (data della prima menzione sicura) fino al 1789. La sua origine inglese è confermata, tra l’altro, dal fatto che le didascalie latine a lettere maiuscole che accompagnano le scene recano nomi scritti all’inglese, talvolta con caratteri tipici dell’inglese antico e perfino con una breve frase scritta in inglese antico Contrariamente alla prima impressione che oggi suscita, l’«arazzo» non fu nell’intenzione dei suoi autori un racconto storico della conquista dell’Inghilterra nel 1066 da parte di Guglielmo il Conquistatore, dei Normanni e dei loro alleati. La principale motivazione di tale opera fu religiosa: mostrare, attraverso l’illustrazione delle disgrazie capitate ad Aroldo e al popolo inglese, quali conseguenze provocasse l’inosservanza di un giuramento solenne prestato sulle sante reliquie. Ciò non solo chiarisce i motivi per cui la narrazione descriva in maniera particolareggiata le circostanze che avevano portato il capo inglese a prestare tale giuramento, ma spiega anche il fatto che il racconto si interrompa nel momento in cui il castigo divino la morte colpisce lo spergiuro Aroldo (è probabile che la parte mancante del ricamo comportasse un finale abbastanza breve). Per rendere più con­vincente simile dimostrazione sono stati eliminati molti avvenimenti storici importanti ma inutili ai fini di questa lezione di morale religiosa, e in particolare il fatto che Guglielmo il Conquistatore non fosse stato l’unico principe straniero a rivendicare con le armi la successione al trono d’Inghilterra nel 1066.

Oggi l’«arazzo» di Bayeux costituisce un documento quasi unico nel suo genere. Nessuna opera paragonabile a questa è sopravvissuta nel corso dei secoli; è comunque certo che, tra il IX e l’XI secolo, ne esistettero alcuni esemplari in ambiente scandinavo (frammenti di una fascia istoriata nella tomba principesca di Oseberg in Norvegia e qualche altro frammento) e in ambiente inglese o anglodanese. Alcuni, come l’«arazzo» di Bayeux, si riferivano ad avvenimenti quasi contemporanei. Di questi pezzi similari alcuni presentavano in margine alla narrazione principale bordi illustrati in modo diverso; a Bayeux vi si mescolano senza molta originalità motivi geometrici con stilizzazioni floreali, animali più o meno mitici ed episodi ispirati alla tradizione delle favole dell’antichità.

Considerato fonte storica l’arazzo risulta estremamente ricco. Sorvoliamo rapidamente sul testo latino che lo accompagna: breve com’ è, non potrebbe rivaleggiare con le fonti storiografiche della fine dell’XI secolo; è comunque molto interessante, specialmente per quanto riguarda il singolare rispetto che manifesta verso i nemici vinti nel 1066 e anche perché riconosce ad Aroldo il titolo di re. Ma secondo noi l’essenzialità dell’opera risiede altrove: nella rappresentazione quasi contemporanea dei vestiti, dell’armamento, dell’equipaggiamento, delle flotte, dei metodi di combattimento (figg. 11c, 12a). Evidentemente il disegnatore (se, come supponiamo, era inglese) ha preso i modelli a nord della Manica piuttosto che in Normandia e ha dovuto reinterpretare un poco quanto era tipicamente normanno. Tuttavia, tenendo presente quante semplificazioni visive imponesse il medium espressivo – il ricamo le raffigurazioni proposte appaiono affidabili. Circa alcuni soggetti l’«arazzo» fornisce indicazioni uniche e insostituibili, specialmente per quanto riguarda i mezzi materiali utilizzati dai conquistatori normanni: la flotta, la cavalleria pesante, eventualmente appoggiata da arcieri a piedi, la costruzione delle prime fortezze.

In campo navale ragguardevoli scoperte archeologiche permettono di controllare da vicino i dati forniti dall’«arazzo»; alcune si riferiscono al IX secolo (le tombe principesche di Gokstad e di Oseberg, conservate a Oslo), altre all’XI secolo (i resti delle navi di Skuldelev in Danimarca conservati a Roskilde). Grazie a questi dati sappiamo precisamente come erano le navi dei Vichinghi; essi confermano nella sostanza la perfetta rispondenza dei disegni dell’«arazzo» (fig. 10c): navi costruite a fasciame sovrapposto, scafi fini e stretti, direzione per mezzo di un remo-timone posto alla poppa dell’imbarcazione, propulsione sia a remo che a vela. Certamente alcune sfumature distinguono le imbarcazioni regali dalle navi da tra­sporto, mentre i criteri generali rimangono uguali. Si tratta appunto di quelle navi che le fonti storiografiche normanne dell’XI secolo chiamano «esnecche» (esnèques) - con un nome quasi identico in Inghilterra - termine di origine scandinava.

Tali imbarcazioni erano molto maneggevoli, risalivano facilmente i fiumi e non richiedevano affatto l’esistenza di porti attrezzati: permettevano di sbarcare su qualsiasi spiaggia in dolce pendenza, come fecero i Normanni a Pevensey nel 1066 e come spesso si è potuto dimostrare con le repliche moderne delle scoperte scandinave. I diversi accessori raffigurati – ancore, remi-timoni, vele – sono la fedele trascrizione visiva di quanto è stato rinvnuto dagli archeologi.

Per gli strumenti della guerra terrestre non è agevole effettuare approfondite verifiche: ciò che sussiste degli equipaggiamenti dell’XI secolo è poco importante e spesso ambiguo da interpretare. L’«arazzo» ritrae le principali armi offensive: una spada abbastanza lunga; una lancia utilizzata per lo più come giavellotto; una grande scure tenuta a due mani, peculiarità di certi reparti dell’esercito inglese; un piccolo arco riservato a certi fanti normanni (fig. 12a). Una pesante sella fortemente cinghiata che tiene solidamente il cavaliere e anche l’uso generalizzato degli speroni conferiscono ai cavalieri normanni una notevole stabilità, mentre gli Inglesi combattono a piedi. Le cariche della cavalleria pesante, ben raffigurate nell’«arazzo», sono state uno degli elementi decisivi della vittoria normanna, non senza comportare una spaventosa confusione finale. Quanto alle armi difensive, c’è ben poco da dire: sono innanzitutto l’elmo conico con nasale metallico, lo scudo allungato a forma di mandorla e una sorta di corazza (cotte de mailles), indossata da fanti e cavalieri.

L’«arazzo» illustra ugualmente non pochi aspetti della vita civile quotidiana: vi si vedono alcune cene, previste o improvvisate, ricevimenti principeschi, un’incoronazione inglese (fig. 11b), una scena di sepoltura, il carico di una flotta con armi e approvvigionamenti, scene di viaggio e perfino la caccia col falcone, sport che sappiamo essere stato apprezzato da Aroldo.

Invece tutto ciò che rientra nell’ambito naturale o in quello architettonico appartiene alla tradizione figurativa più convenzionale: a esclusione senz’altro di due o tre siti personalmente noti al disegnatore (Mont-Saint-Michel – fig. 10a – , Bosham, l’abbazia di Westminster), si tratta di luoghi comuni tramandati dall’antichità. Lo stesso vale per gli artifici utilizzati per segnare lo stacco delle scene che si susseguono su questa lunga fascia continua: alberi o chioschi che non sono affatto naturali.

I principi che hanno sotteso la stesura dell’«arazzo» di Bayeux non sono privi di analogie – lo si è sottolineato tantissime volte – con quelli dei nostri «fumetti» moderni: come questi l’«arazzo» sacrifica le sfumature al gesto espressivo, riduce scene complicate in semplici azioni di pochi protagonisti, rende la prospettiva solo in maniera sommaria, soprattutto con contrasti di colore; non è adatto a restituire la molteplicità degli scenari dell’azione. In compenso si deve sottolineare che la precisione degli atteggiamenti è spesso notevole, perfino quando si tratta di raffigurare i movimenti di un cavallo appena sceso da un’imbarcazione. E evidente che il disegnatore conosceva perfettamente sia il settore della marina che quello della cavalleria, decisamente meglio della stra­grande maggioranza degli illustratori medievali di scene navali o guerriere. Non gli si potrebbe negare la qualifica di artista, nonostante l’estrema semplicità dei mezzi adoperati.

Il vescovo Odone e coloro che concretizzarono il suo progetto, i chierici di Bayeux che così bene conservarono la loro opera ci aiutano dunque a capire meglio le moda­lità del più famoso episodio dell’espansione normanna dell’XI secolo: la conquista dell’Inghilterra del 1066. Ci si deve astenere senz’altro dall’estrapolazione: le imprese normanne in Italia meridionale e in Sicilia furono sicuramente molto differenti da questa, non fosse altro che per la diversa scansione temporale – alcune generazioni invece di alcune settimane – e per il loro carattere esclusiva­mente terrestre, o quasi (i Normanni non si sono mai recati in Italia meridionale per via marittima). Tuttavia l’armamento, i metodi di combattimento e l’equipaggiamento non dovevano essere fondamentalmente diversi e l’ambiente della vita quotidiana doveva essere simile. Più di un combattente passò da un teatro di operazioni all’altro e poté quindi trasmettere idee efficaci ed esperienze vissute, come sappiamo successe più tardi in campo amministrativo e finanziario tra la corte di Palermo e quella di Winchester.

    

Lettura

Identificazione e descrizione di alcune scene della “tapisserie de Bayeux”

La scena chiave si presenta verso la fine del primo terzo dell’arazzo: Harold, il favorito della frazione anglosassone, presta solenne giuramento davanti a Guglielmo garantendo di riconoscerlo come re legittimo dopo la morte di Edoardo (fig. 10b). Egli pone la sua mano destra su un reliquiario e la sinistra sull’altare. Guglielmo siede in trono in posa da signore e con la spada e riceve l’investitura. Sopra la scena si può leggere l’ iscrizione: “Harold sacramenrum fecit Willelmo duci”. Al di sopra della scena solenne appare il re degli animali, il leone, come a indicare il futuro regno di Guglielmo. 

Poche scene dopo, Edoardo, con gli occhi spenti e stanchi, muore (fig. 11a).

Poco dopo Harold, spinto dal potente conte Godwin di Kenr, si fa incoronare re degli anglosassoni. Alcuni astrologi annunciano l’apparizione di una cometa, che appare come una freccia di fuoco sul palazzo di Harold. La cometa, un segno di sventura, indica la reazione di Guglielmo. Egli comincia subito i preparativi dell’invasione. Fa tagliare gli alberi lungo le coste normanne e costruire le navi vichinghe (fig. 11c). Delle bestie, che si muovono inquiete, sono collocate nelle strisce superiori ed inferiori dell’arazzo. Si può vedere come gli alberi caduti vengono scortecciati, tagliati e trasformati in travi per le imbarcazioni. Poi la flotta di Guglielmo con le vele gonfiate dal vento, attraversa il canale della Manica e sbarca sulla costa inglese. Anche gli animali nei bordi appaiono inquadrati e marciano nella stessa direzione dei conquistatori. Appena sbarcato, e dopo aver mandato alcune truppe in avanscoperta, Guglielmo si informa sul luogo dove risiede Harold e sul suo esercito. Nel frattempo alcuni soldati danno fuoco a una casa, dalla quale fugge una donna con un bambino in braccio nell’atteggiamento di chiedere protezione. Un messaggero si precipita con la lancia abbassata verso Guglielmo e gli annuncia che il suo nemico è vicino. Il Conquistatore ha già cambiato la sua “tenuta da viaggio” con una vistosa armatura da cavaliere, con maglia di ferro, elmo e stivali con speroni. Ritto sul cavallo e accompa­gnato nei bordi da leoni che procedono irrequieti, egli corre al combattimento, che si svolge negli episodi seguenti, dove vengono descritte le fasi della battaglia. Adesso anche gli animali si agitano: una volpe addenta dei polli e un lupo ringhia contro una capra. Al culmine della battaglia gli animali spariscono dal bordo inferiore e lasciano il posto agli arcieri che accorrono (fig. 12a). Divampa un violento combattimento corpo a corpo. Vengono brandite le spade e infilzare le lance. Cadono i primi nemici che ruzzolano con le loro membra spezzate e con le loro teste nei bordi inferiori. La battaglia è vinta e “Harold rex interfectus est”. Il re della fazione anglosassone è stato colpito da una freccia fra gli occhi (fig. 12b).

Egli barcolla. Un cavaliere normanno accorre e lo finisce con la spada. Nella striscia più in basso i vinti gettano a terra le armi. Molti vengono spogliati delle maglie di ferro. È notevole anche l’introduzione di ele­menti complementari nei bordi superiori e inferiori. Le figure degli animali, tipiche delle favole anglosassoni, possono essere considerate delle traduzioni simboliche dell’azione principale. Nella fase più drammatica degli avvenimenti, gli animali scompaiono per lasciare posto al tumulto della scena guerresca, cosa che evidentemente sottolinea l’importanza della battaglia.

Da L’arte del romanico. Architettura Scultura Pittura, a cura di R. Toman, Colonia 1996, pp. 458-459 .

    

Questa scheda è tratta da L. Musset, L’«Arazzo» di Bayeux, in I Normanni popolo d’Europa a cura di M. D’Onofrio (Catalogo della mostra, Roma, Palazzo Venezia, 28 gennaio-30 aprile 1994), Venezia 1994, pp. 107-112 .

       

©2005 Luisa Derosa. La scheda fa parte del corso monografico (Narrare per immagini nel Medioevo, a.a. 2003-2004, prof. Pina Belli D'Elia) di Storia dell’Arte medievale del Corso di Studi in Scienze della Formazione primaria, Facoltà di Scienze dell'Educazione e della Formazione dell'Università di Bari. Immagini a cura di Maurizio Triggiani.

    


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