Sei in: Storia medievale 2 ® REC - Recensioni Elzeviri Commenti



GIULIA NOTARANGELO

 

Il Dio del Medioevo secondo Jacques Le Goff

  

         

Una serata, come tante in libreria, in attesa di una presentazione e, non so come, lo sguardo cade su un libricino. Sarà stata la sua maneggevolezza o forse la copertina antichizzata, con l’immagine dell’universo appiattito, con dentro il sole, i pianeti ed, al centro, il cerchio terrestre e l’icona di un Vecchio con l’aureola e la mano in atto di benedire…

Sarà stato forse il titolo e, perché no, anche l’autore… Il fatto è che inizio a leggerlo così, in piedi, tanto per ingannare l’attesa.

L’argomento è impegnativo, complesso ed affascinante: Il Dio del Medioevo. L’autore anche: Jacques Le Goff.

Fin dall’inizio rimango colpita per la sua chiarezza e per l’impostazione; si tratta di una conversazione in forma di intervista con domande articolate che conducono l’autore su un terreno a lui congeniale, che affronta con eleganza e senso della misura.

è un piccolo manuale che tratta l’evoluzione del concetto di Dio a partire da quella che l’autore chiama «la tarda antichità» per giungere al Medioevo ed oltre.

Più che di rivoluzione, secondo l’autore si deve parlare di un’evoluzione del concetto di divinità che, partendo dal deus di Cicerone, arriva al Deus del Cristianesimo; dal dominus con la d minuscola, il signore terreno, a quello con la D maiuscola, il Dio dei capi o dei re del Medioevo. L’uso della maiuscola sta ad indicare proprio la majestas del monoteismo della nuova religione che da perseguitata diviene, con Teodosio, nel 392, religione dello Stato.

Il problema è capire in che modo questo concetto di Dio si sia evoluto rispetto alla società gerarchizzata del tempo, quella del Medioevo, periodo che investe ben mille anni.

Storia, politica, cultura ed ideologia si intersecano nell’immaginario teologico collettivo. è un processo che vede l’uso di segni e simboli che tendono sempre più ad umanizzare questo unico Dio, a renderlo sempre più fruibile e vicino all’uomo del tempo, disposto a vedere in lui non soltanto l’essere onnipotente (né buono né cattivo dell’Antico Testamento) o il Dio di vendetta, ma il Buon Dio, il padre di tutti. E proprio perché tale, non è molto distante dall’uomo.

Ci sono tante creature intermedie, gli angeli, che sono un’evoluzione degli antichi demoni, frutto dell’esigenza da parte dell’uomo di vedersi circondato dal soprannaturale; e poi i santi, i cosiddetti “morti privilegiati”, che rendono il nuovo Dio onnipresente attraverso i nuovi luoghi di culto di cui è custode la stessa chiesa. In questo modo il monoteismo non è radicale, il popolo di Dio si duplica attraverso l’angelo custode e si avvicina sempre più a Lui anche attraverso i santi ed il loro martirio.

La simbologia che accompagna questa evoluzione è quanto mai ricca di esempi tratti dal mondo umano ed animale, basti pensare alla colomba che simboleggia lo Spirito Santo. Mi è rimasto impresso l’esempio, che l’autore prende dall’Antico Testamento, della mano di Dio che si fa strada tra le nuvole ed esprime i suoi tre significati: il “comando”, la “punizione” e la “protezione”. e proprio questa terza significanza, la protezione, sarà quella che l’uomo medievale privilegerà, attenuando così la “durezza” e la “primitività” del Dio del Vecchio Testamento. Non sarà un caso che la Riforma protestante recupererà il “Dio di collera” reagendo sul piano teologico alle “mollezze” del cattolicesimo.

Penso e ripenso al Dio del Cinque Maggio: «…il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola…». L’icasticità di questi versi potrebbe essere la sintesi poetica di quanto viene dimostrato in questo libro che ha il pregio di farci riflettere e di riportare alla mente concetti da un po’ sepolti. Mi riferisco ai filosofi del Medioevo: gli “inventori” della teologia, tanto citati dall’autore.

Mi sarei aspettata, da letterata, qualche riferimento alla Commedia, forse perché in Dante è implicitamente riflessa tutta la cultura e l’ideologia religiosa del XII secolo, quello che in questo libro viene particolarmente usata come faro di riferimento. Ricordo di aver appreso da lui stesso, durante i miei studi liceali, la “giusta” lettura del suo poema attraverso i quattro “sensi” (il letterale, l’ allegorico, lo storico e l’anagogico), che egli fa suoi prendendoli in prestito dall’esegesi medievale delle Sacre Scritture.

Questo piccolo libro, a mio parere, è un pretesto anche per farci riconsiderare la società ”gerarchizzata” del Medioevo, una società che rispecchia se stessa nella concezione del divino, esaltando o mettendo in ombra ora questo ora quell’aspetto, sia esso la majestas, sia esso il sacrificio sulla croce.

Pare esserci qui un estremo atto di umanizzazione della divinità, ovvero di antropomorfizzazione della divinità, che sceglie ad un certo punto di soffrire come l’ultimo dei derelitti per poi risorgere e salire al cielo. Sono facce complementari della stessa medaglia che avvicina e allontana al contempo entrambi i protagonisti: l’umanità ed il suo nuovo Dio. è, questo del Medioevo, un Dio eterno, ma non “immobile”, ben diverso da quello degli ebrei.

Insomma, per parafrasare l’autore, si tratta di una storia, di un racconto, di un’idea di Dio e di una dimostrazione della sua azione nell’uomo e nell’universo in continua evoluzione. Tutto questo grazie all’esegesi cristiana occidentale ed al fervore di idee che attualizzano il concetto di Dio del Vecchio Testamento, storicizzandolo e rendendolo funzionale alla società del tempo. è questo il pensiero che ”inventa” la Teologia, vedi la Scolastica e san Tommaso d’Aquino. Ci troviamo così di fronte ad una religione dinamica, espressione di una nuova società che rielabora il pensiero antico e lo piega alle esigenze della nuova temperie socio-culturale.

Altro nodo cruciale da affrontare sarà il rapporto diretto con la Divinità: vita monastica e culto collettivo, oppure vita da eremiti, in solitudine, ma in rapporto diretto con Dio?

La Chiesa preferirà la prima ipotesi.

   

Giulia Notarangelo

   

 

 

 

  

 

 

Su

REC-Indice

Home