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pag. 34 - a c. di R.L. |
UN FUMETTO SU FEDERICO iI
(un imperatore che non è mai esistito)

è di queste
ultime settimane la pubblicazione a puntate del fumetto su Federico II di
Svevia. Edito con il settimanale per ragazzi «Il Giornalino», periodico della
casa editrice San Paolo, il testo è stato curato da Roberto Genovesi, mentre i
disegni sono del maestro Sergio Toppi. «La mia ricerca storica – dichiara il
Genovesi sul mensile «Area» di aprile, in un articolo intitolato Lo Stupor
mundi batte i supereroi – è durata due anni, oltre alla lettura dei libri
su Federico e delle biografie (ndr.: quali?) mi sono spostato in Italia
andando a visitare tutti i castelli federiciani (ndr.: quali??) per
capirne l’atmosfera. è stato più
utile passeggiare in silenzio nelle stanze di Castel del Monte o tra le rovine
della fortezza di Lucera che leggere magari qualche scritto storico (ndr.:
ancora con questa storia della storia dal vivo!). è stata
un’esperienza magica (ndr.: e ti pareva!) e meravigliosa».
Se quest’ultima
parte della dichiarazione può indurre in un giudizio affrettato, ovvero nella
solita visione stereotipata dell’Hohestaufen, le precauzioni del lettore, che
vuole evadere da questa visione fasulla, sono eluse e calpestate a causa dei
testi racchiusi nelle nuvole parlanti.
Ad oggi, sabato 24 maggio 2003, solo quattro dei cinque fascicoli sono stati pubblicati e a questi ho rivolto la mia attenzione. La storia inizia alla vigilia della morte dell’imperatore, il 12 dicembre 1250 a Castel Fiorentino, dove un Federico agonizzante si confida ad Ahmed, mussulmano, capo delle sue guardie e amico d’infanzia (!), e inizia un lungo flash-back che ripercorre le tappe salienti della sua vita. Inizia con un Federico ragazzo che fugge dagli scherani di Marcovaldo di Anweiler tra i bassifondi di Palermo. Un Federico stile sciuscià, a pagina 3 del primo fascicolo, vestito di cenci, accompagnato da un suo amico di nome Santino, a cui grida: «Presto lui e i baroni traditori che regnano in Sicilia saranno costretti a restituire il maltolto… Sono stato incoronato re di Sicilia a quattro anni, non dimenticarlo! E poi il Papa ha promesso a mia madre…». La scena è poco veritiera se si pensa che ai nobili, seppure in giovane età, difficilmente veniva attribuita tale sorte, specialmente se questi potevano essere fonte di danaro e di concessioni attraverso il riscatto, come appunto avvenne quando un legato di papa Innocenzo III contrattò con Gualtieri di Palearia la libertà del piccolo.
«… E Federico,
orfano di madre e padre, all’insaputa di Innocenzo III, è scacciato come un
vagabondo per le strade della città, mentre gli uomini di Marcovaldo
tiranneggiano la Sicilia. – questi i testi delle didascalie di pagina 9 e 10 -
Ma è proprio la scuola di vita dei
bassifondi palermitani, popolati da individui di tutte le razze e tutte
le religioni, a plasmare il carattere di colui che presto la storia avrebbe
ricordato come Stupor Mundi.
Federico vagabonda per cinque anni
della sua fanciullezza nei vicoli del Cassaro e nei miseri quartieri del Porro e
della Vucciaria, convivendo con la fame e il freddo… La vita di strada e il
linguaggio sboccato, la solitudine e le attenzioni occasionali di poche famiglie
riconoscenti dell’alta borghesia. Ma impara anche a conoscere un ambiente
multirazziale e a convivere con usi e costumi molto diversi dai suoi… E a
comprendere i primi rudimenti delle lingue straniere, grazie alla frequentazione
di maestri saraceni, normanni, greci ed ebrei…». Insomma una visione
romanzata e politicamente corretta del Federico giovane e povero, un vero
melting-pot che non fa male e che attira la simpatia del lettore; peccato che
quando sarà più grande e sarà chiamato imperatore, Federico non applicherà i
precetti di questa formidabile scuola di tolleranza.
L’istruzione
del giovine continua, questa volta sotto le cure di Innocenzo III che lo affida
a «Guglielmo Francesco e Gregorio
da Galgano (…i quali) si accorgono che l’esperienza della strada ha
trasformato Federico da bambino fragile e indifeso… a ragazzo più maturo
della sua età… dotato di carattere forte e deciso». Questa visione contrasta
con l'altra che vede Federico gretto, proprio a mancanza di un’educazione, ma
la parte più interessante arriva nelle pagine 13 e 14, quando il vescovo
Gualtiero si esprime in questi termini: «Il Papa vede in Federico
un futuro di pace e prosperità per tutto il meridione della penisola.
Per questo vi chiedo un ultimo sforzo. Abbiamo formato un ragazzo ma ora
dobbiamo formare un re! Un re
deve conoscere latino, greco, arabo… Studiare i classici (sic!)
occidentali, ma conoscere anche il credo dell’Islam… confrontare la saggezza
della fede cristiana con la sapienza della cultura ellenistica…Capire i
meccanismi della natura e della sua scienza… Leggere i movimenti degli astri e
confrontarli con le reazioni dei mari… Osservare da una posizione privilegiata
il comportamento del popolo di Palermo… città di Saraceni, Siciliani,
Tedeschi, ebrei, Greci e Normanni, capitale del suo regno…». Insomma, gli
insegnamenti di Galileo erano alla portata di Federico e dei suoi tutori. Una
visione gnostica della formazione di Federico che è evidenziata a pagina 15,
con una battuta relativa al «cammino della conoscenza». Il giovane Re del
Mondo è pronto per entrare in scena e riportare giustizia e prosperità, ed è
in questa sua formazione, prima arcana e poi sofisticata, che si fondano
l'invenzione e il mito dell’imperatore esoterista.
Nel secondo
fascicoletto, a pagina 22, Federico anticipa Napoleone Bonaparte
autoincoronandosi imperatore del Sacro Romano Impero e successore di Carlomagno.
Peccato che allo stesso sovrano franco, quando fu incoronato nel Natale (e non
la notte) dell’800, la corona fu posta sul capo da papa Leone III.
A pagina 22 del terzo fascicolo troviamo l’arcinota leggenda dell’incontro tra Federico e san Francesco, dove il santo frate è invitato dall’iImperatore a partecipare ad un banchetto pieno di gozzoviglie e punteggiato da danzatrici del ventre seminude.

La scena è
sempre la stessa: ogni volta che san Francesco è ospite di un sovrano,
cristiano o mussulmano che sia, lo devono tentare con una fanciulla o con grandi
tavolate imbandite, tema tipico della letteratura agiografica dell’epoca, che
l’autore del testo usa senza alcuna visione critica: ma si sa, è più utile
passeggiare in silenzio nelle stanze dei castelli o tra le rovine delle fortezze
che leggere magari qualche buon saggio storico.
A pagina 23 del
quarto fascicolo c’è poi un vero scoop: vi è riportata, in sommi capi, un
lettera confidenziale dell’imperatore inviata al sultano d’Egitto Al-Kamil,
signore di Gerusalemme, accompagnata dal diplomatico Tommaso d’Acerra. In
questa lettera Federico si confida in tutta la sincerità con il sultano, che ne
rimane spiazzato: «La sincerità,
– dice Al-Kamil – nella lettera che mi avete consegnato non fa mistero del
fatto che, se tornasse a casa senza nulla in mano, il suo credito nei confronti
dei suoi sudditi e del Papa andrebbe in frantumi. Il vostro Imperatore pretende
che i miei soldati riconsegnino agli infedeli una città conquistata con il
sangue dei loro fratelli. Vuole farne un luogo
aperto a tutte le religioni, e senza
spargimento di sangue. Federico di Svevia è un visionario e un incosciente».
Ha mai scritto Federico una lettera di quel genere? E il sultano d’Egitto, nel
rispondergli con toni altrettanti pacati, può averlo accusato di essere un
visionario e un incosciente? E soprattutto: che vuol dire un «luogo aperto a
tutte le religioni» nel XIII secolo?
Dopo questa lettura mi diventano più chiare certe asserzioni come quella di Samwise sul «Domenicale di sabato» 17 maggio 2003, in un articolo intitolato L’imperatore sulle nuvole (parlanti): «E poi c’è ancora chi ritiene un’esagerazione il definire questo discendente del Barbarossa un uomo più adatto ai tempi nostri che ai suoi…». Più adatto ai tempi nostri? Può darsi, ma solo se al posto di Federico II di Svevia raccontiamo la storia di un imperatore che non c’è, o che almeno non è mai esistito.
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giugno 2003