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a cura di Felice Moretti


di Felice Moretti

Cattedrale di Bitonto, interno, pavimento musivo: Grifone alato (XI-XII sec.)


L’animale costituisce per l’intelligenza medievale la chiave di lettura per comprendere la Creazione e il destino dell’uomo. Ed è in forza di questa convinzione che lo scrittore medievale raccoglie con scrupolosità maniacale ogni notizia, leggenda, descrizione faunistica desunte da tutta la tradizione cristiana. Considerevole è, inoltre, la pressione esercitata anche dalla letteratura antica, in ragione di quel fenomeno di venerazione che gli scrittori cristiani manifestano nei confronti di quelli greci e latini che il medioevo non ha esitato ad assimilare a figure precristiane.

Nessuna meraviglia, quindi, se gli scrittori ecclesiastici medievali hanno, nei confronti delle opere di autori pagani, un rispetto ben più considerevole che nei confronti di quelle di autori cristiani. Dai primi raccolgono immagini, aneddoti relativi al mondo animale e, in modo più considerevole, conoscenze zoologiche; dagli altri il sapiente e l’ignorante attingono il gusto delle immagini e dei simboli legati alla Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e trasmessi attraverso i commenti dei Padri della Chiesa greci e latini.

Ma non è tutto biblico. L’apporto pagano è considerevole. L’eredità pagana è infatti pienamente accettata e il suo bestiario coesiste senza difficoltà con quello di tradizione cristiana, capace di recepire nuove interpretazioni e di tradurle in simboli che trasformano l’arte in teologia.

Il grifone, ad esempio, prima di approdare sulle sponde della cristianità, era presente già da venti secoli prima di Cristo nell’arte assira, caldea e babilonese. Nel V secolo a.C. Ctesia, medico di Artaserse re di Persia, credette nella reale esistenza del grifone e lo descrisse come un uccello quadrupede col corpo di lupo coperto di  piume nere sul dorso e rosse sul petto.

Il Medioevo occidentale dirà con Onorio di Autun che il grifone vive realmente in India e, chissà per quali rotte, è poi volato fra gli Assiri e i Caldei.

La convinzione poi che il suo mito abbia avuto origine nell’antica Grecia e di qui sia trasmigrato in Asia attraverso l’arte cipriota e micenea, trova conforto nel fatto che a Micene, nel palazzo di Cnosso, furono rinvenute immagini in pittura di due grifoni riposanti tra gigli. Grifoni in metallo furono inoltre scoperti da H. Schlieman a Micene.

Plinio li crede originari del paese degli Sciti, cioè nella Russia settentrionale, ed Eschilo, del paese degli Etiopi.

A Cnosso i grifoni erano i guardiani del trono: il loro ruolo, pertanto, assumeva un valore positivo. Qualunque variazione simbolica abbiano potuto subire in seno alle prime civiltà, è certo che tali simbologie si muovevano nell’alveo già tracciato dall’aquila e dal leone delle cui nature essi partecipavano.

In Grecia e a Roma il ruolo simbolico più conosciuto del fantastico animale fu quello di guardiano delle tombe e, quale animale consacrato ad Apollo, dio della luce e della bellezza, simboleggiava l’ispirazione poetica che portava lontano lo spirito dalla volgarità del mondo. Tale ispirazione traeva motivo dal busto aquilino; la volgarità del mondo, invece, dall’altra metà del corpo di leone.

Nell’arte cristiana dell’alto Medioevo, il grifone non trova una precisa collocazione simbolica, anche per la rarità della sua rappresentazione iconografica,  assente pure nelle pitture delle catacombe. Risulta presente solo in oggetti d’arte longobarda, burgunda o gota nell’Est della Gallia e su ornamenti di tombe nell’arte degli Avari dei secoli VIII-IX.

Cattedrale di Bitonto: il grifone artiglia il capro (particolare del portale centrale)

In piena età medievale, il simbolismo in chiave cristiana si precisa e si afferma innegabilmente, allorquando la saggia fantasia dei monaci,  nello spolverare antiche leggende, tira fuori dall’oblio la leggenda che riferisce di grifoni che portano in cielo Alessandro il Grande. L’artista allora la trasformerà  in scena sui capitelli di chiostri abbaziali e di cattedrali.

L’ascensione di Alessandro, iconograficamente rappresentata nel XII secolo soprattutto nelle chiese italiane di Bari, Bitonto, Monte S. Angelo, Trani, Otranto, e Taranto, fu intesa come immagine dell’anima che vola verso Dio, guidata dall’animale aquilo-leonino, in accordo perfetto con l’arte e con il mito di antiche civiltà che fecero del grifone un animale psicagogo.

Poiché il simbolo è «un raggruppamento di forme visibili con lo scopo di mostrare forme invisibili» - come scriveva Riccardo di San Vittore -, il grifone, sintesi di due nature animali, l’aquilina e la leonina, racchiude la duplice natura di Cristo: Aquila, Christus … Leo, Christus.

E, come simbolo cristico, accettato anche da Dante (Purg. XXX, 106-114) e dai mistici del suo tempo, la bestia fantastica partecipa di due dei quattro elementi, dell’Aria e della Terra e, nello stesso tempo, delle due regalità di Cristo, re del Cielo e della Terra.

Per i mistici medievali il leone, re della terra, e l’aquila, regina del cielo, trasferiscono le loro corone al grifone che racchiude in sé  le due nature sovrane; questo le trasferisce al Cristo, vero sovrano del Cielo e della Terra.

Con questa figura animale ci troviamo di fronte alla simbologia cristologia più compiuta che esprime più di quanto possa essere detto, e manifesta attraverso le sue strutture zoomorfe quelle realtà invisibili estranee alle categorie sperimentate.

   

Da leggere:

V. H. Debidour, Le bestiaire sculpté du Moyen Âge en France, Mulhouse 1961.

J. Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Torino 1981.

C. Lecouteux, Les montres dans la pensée médièvale européenne, Paris 1993.

J. Voisenet, Bestiaire chrétien. L’imagerie animale des auteurs du Haut Moyen Âge (V-XI s.), Toulouse 1994.

F. Moretti, Specchio del mondo. I ‘Bestiari fantastici’ delle cattedrali. La cattedrale di Bitonto, pref. di F. Cardini, ed. Schena, Fasano 1995 (da cui sono tratte le immagini di questa pagina).

F. Moretti, Messaggi e simboli del bestiario medievale, in Bitonto e la Puglia tra Tardoantico e Regno normanno, Atti del Convegno di Studi, Bari 1999.

   

©2002 Felice Moretti

    


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