Sei in: Mondi medievali ® Castelli italiani ® Friuli Venezia Giulia ® Provincia di Udine

TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI UDINE

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

Fermando il puntatore del mouse sulla miniatura di ogni foto, si legge in bassa risoluzione (tooltip) il sito da cui la foto è tratta e, se noto, il nome del suo autore: a loro va riferito il copyright delle immagini.


  = click image to enlarge / clicca sull'immagine per ingrandirla.
= click also image to enter / puoi entrare nella pagina anche cliccando sull'immagine.
= click image to castelliere.blogspot / clicca sull'immagine per castelliere.blogspot.
= click image to wikipedia / clicca sull'immagine per wikipedia.


Albana (castello)

a cura di Stefano Favero


Antro (chiesa-grotta fortificata di San Giovanni d'Antro)

a cura di Stefano Favero


Aquileia (casa Bertoli)

Dal sito http://aquileia.arte.it   Dal sito http://aquileia.arte.it

«Lungo il viale che conduce a piazza Capitolo e alla basilica, l’attenzione del visitatore è attratta dalla casa Bertoli, dal nome del canonico Gian Domenico Bertoli che nel Settecento vi abitò e che pubblicò una delle prime ricerche antiquarie sull’antica città. L’edificio risale almeno al XIII secolo, ma subì diversi rifacimenti ed abbellimenti nel corso dei secoli, quando ospitava alcuni dei canonici di Aquileia. Uno dei decani del Capitolo, Doimo Valvason, intervenne nel 1478 sulla facciata, decorandola con un motivo a scacchi bianchi e rossi e realizzando la bella finestra a crociera del salone centrale, tuttora visibile sopra la porta carraia. Altri rifacimenti furono fatti nel Seicento, soprattutto nel settore meridionale dell’edificio. ... Casa Bertoli fu decorata a più riprese da affreschi, in particolare nelle sale più importanti e all’ingresso dal vano scale. Nel Trecento, una sala occidentale del primo piano fu affrescata con un velario, nel quale spicca lo stemma dei conti di Gorizia, avvocati della chiesa di Aquileia. Nuove pitture furono aggiunte in periodi successivi, nel salone centrale della casa e all’ingresso dal vano scale».

http://aquileia.arte.it/guida-arte/aquileia/da-vedere/monumento/casa-bertoli-5269 - opera/affreschi-5305


Aquileia (mura)

Dal sito http://aquileia.arte.it   Dal sito www.arte.it

«Ci troviamo all'angolo di nord ovest della cinta difensiva imperiale romana. Se proseguiamo verso sud lungo la strada sterrata fino al fiume Natissa, ricalchiamo il percorso delle mura occidentali, di cui sono visibili solo pochissimi resti. Questo tratto di mura delimitava la zona della città dedicata alla vita pubblica ricreativa; nell'area alla nostra sinistra si trovavano infatti i grandi edifici pubblici romani: il circo, il teatro, le terme, l'anfiteatro. La presenza di questi imponenti fabbricati e l'ininterrotta secolare continuità abitativa di Aquileia hanno determinato il dislivello ancora oggi visibile tra il territorio del centro urbano e la circostante campagna, che appare molto più bassa. La struttura muraria difensiva aquileiese fu modificata più volte nel corso dei secoli. Il primo circuito, di età repubblicana (II secolo a.C.), aveva forma rettangolare e si sviluppava sull'asse nord-sud. L'accesso alla città era consentito da alcune porte collocate su tutti i lati della cinta, che, oltre alla sicurezza, avevano anche il compito di trasmettere l’immagine della grandezza della nuova colonia: per questo motivo avevano un impianto monumentale ed erano arricchite da decorazioni scultoree, come i grandi telamoni fittili oggi esposti nei portici del Museo Archeologico Nazionale. Nel corso del I secolo a.C. Aquileia conobbe un grande sviluppo economico e urbanistico. Nuovi insediamenti edilizi si collocarono oltre la cortina muraria repubblicana, che fu progressivamente smantellata. La stabilità politica della prima età imperiale consentì poi alla città di rimanere per molto tempo priva di una cinta muraria. La nuova cinta, molto più ampia della precedente, fu costruita a partire dalla fine del III secolo usando molto materiale di riutilizzo. Le mura imperiali, anch'esse imponenti, riuscirono a difendere la città per mesi durante l'assedio di Attila nel 452, ma alla fine Aquileia fu espugnata. Dopo questo disastroso evento, che segnò l'inizio del disfacimento dell'intero impero romano, la parte settentrionale di Aquileia fu lentamente abbandonata. Furono costruite nuove mura difensive più arretrate, lungo il decumano massimo, oggi conosciute come le mura tardoantiche a dente di sega, per la loro caratteristica struttura a linea spezzata. Agli inizi del secolo XI, il patriarca Popone ampliò il circuito difensivo aquileiese verso sud, per conglobare la chiesa paleocristiana dei Santi Felice e Fortunato. Resti di queste mura sono visibili nei pressi della basilica. Nel 1421 il Friuli fu occupato dalle milizie della Serenissima. Aquileia risentì pesantemente di questa nuova realtà politica: dopo i grandi palazzi pubblici, le ville e le necropoli, anche le strutture difensive vennero demolite per la vendita della pietra o il riciclo dei materiali recuperati».

http://www.comune.aquileia.ud.it/2-Marignanis.6930.0.html


Aquileia (torre campanaria)

Dal sito www.rblob.com   Dal sito www.italia.it

«Con i suoi settantatrè metri di altezza, il campanile della basilica di Aquileia svetta massiccio sulla pianura friulana. Costruito dal patriarca Poppone probabilmente in concomitanza con la basilica o subito dopo, comunque prima della sua morte avvenuta nel 1042, il campanile aveva sfruttato le cave di materiale edilizio rappresentate dagli antichi edifici in rovina, in particolare dall’anfiteatro. In origine era costituito da una semplice torre con cella campanaria e basso tetto a quattro falde. Nel corso del tempo, fu aggiunta la gradinata di rinforzo alla base (XIV secolo) e, nella prima metà del Cinquecento, sotto i patriarchi della famiglia veneziana dei Grimani, fu rifatta la cella campanaria. Infine, venne costruita la lanterna di forma ottagonale con la copertura conica soprastante, che ancor oggi completa la millenaria struttura del campanile. ... Nel 1962, lo scavo effettuato all’interno del campanile portò alla luce un’interessante sequenza stratigrafica di epoca medievale e moderna, relativa alla fase di vita della torre. Fu messa in luce, inoltre, un’ulteriore porzione del pavimento musivo che decorava l’aula nord del complesso di culto teodoriano (313-320 d.C.). Sprofondato di oltre un metro rispetto alla restante superficie pavimentale a causa del cedimento del campanile, il lacerto musivo si caratterizza per le raffigurazioni di animali (il capro, la lepre) o di cespi vegetali con coppie di volatili, all’interno di spazi contornati da cerchi e fusi alternati. Il recente restauro e la ricollocazione, avvenuta nel marzo 2012, hanno restituito al mosaico l’antico splendore, ravvivato gli splendidi giochi di luce dei cespi vegetali e valorizzato i sapienti effetti plastici nella resa degli animali».

http://aquileia.arte.it/guida-arte/aquileia/da-vedere/monumento/campanile-5271 - pavimento-mosaicato-5308


Arcano Superiore (castello di Arcano o di Tricano)

Dal sito www.buonsai.com   Dal sito www.tourismfriulicollinare.it   Dal sito www.castellodiarcanosuperiore.it

  

«L' attuale castello, che presenta strutture di epoca diversa (secoli XIII-XVI), è sorto su una precedente costruzione fortificata forse anteriore al X secolo. Durante il Medioevo venne chiamato castello di Tricano per via dei tre cani neri raffigurati sullo stemma nobiliare dei feudatari. Al castello è legata la misteriosa vicenda di Francesco d'Arcano che nel 1635 sposò Todeschina di Prampero, uccisa a pugnalate per gelosia, il cui cadavere venne murato e ritrovato agli inizi del Novecento durante i lavori di restauro. Le strutture sono ben conservate: sono visibili la doppia cinta muraria, il fossato e la torre porta. All'interno vi sono la domus residenziale e gli edifici rustici annessi. L'attuale castello serba quasi intatta l'antica forma medioevale, con le grosse mura dai merli quadrati, qualche tratto di passo di ronda, parte di una massiccia torrevedetta, il mastio alto e severo e, presso l'ingresso, tracce del ponte levatoio. La cinta è doppia, e sia quella interna che quella esterna hanno forma irregolare. Nel sottotetto del mastio, verso tramontana, corre una linea di eleganti bifore del primo 1300. Varcato il portone di ingresso, che passa sotto una torre, si sale a destra sino al mastio, oppure si procede diritti sino al cortile dove c'è la chiesetta di S. Maria della Neve. Una scala in pietra immette direttamente all'abitazione. Negli ampi saloni dell'interno si conservano ritratti di alcuni importanti antenati, di cui uno datato 1480, con le figure di Bartolomeo e Francesco, insigniti dell'ordine cavalleresco di Malta. Si può ammirare anche una Madonna col Bambino e santi, opera di scuola del Pordenone. Sobri stucchi settecenteschi decorano qualche ambiente; si conservano ancora i caratteristici caminetti in marmo; e nella seconda sala a pian terreno ci sono affreschi raffiguranti paesaggi campestri. Curioso è il ritratto di un maggiordomo di corte, posto nell'atrio, con l'iscrizione "Angelo Candussio, servì fedelmente e bevve terribilmente. Nato 1710"».

http://www.comune.rivedarcano.ud.it/index.php?id=38682


Ariis (castello o villa Savorgnan)

Dal sito www.principatodiariis.com   Dal sito http://46.137.91.31/web/catalogazione

«Si sa con certezza che nel 1257 esisteva ad Ariis un castello che venne dato in feudo dal patriarca Gregorio di Montelongo alla famiglia di Wrusberg. Dopo alterne vicende il castello passò in proprietà al Conte di Gorizia che vi insediò i Signori di Ariis. Nel 1336 divenne proprietà dei signori Savorgnan fino al 1492, quando venne diviso d'autorità fra i quattro fratelli Savorgnan. Nel secolo XVI, dopo la costrizione della fortezza di Palmanova, Ariis perse ogni importanza strategica e decadde. Il castello venne lentamente smantellato e al suo posto sorse un palazzotto signorile: l'attuale villa Ottelio. Il paese di Ariis rappresenta un quadro, sicuramente unico, della pianura friulana, il cui patrimonio naturalistico inestimabile è completato dalla presenza, vicino alla Villa, da una parte di uno splendido parco paesaggistico (il Parco di Villa Ottelio) e dall'altra della chiesetta di San Giacomo Apostolo, al cui interno si possono ammirare affreschi del XV secolo. A pochi passi dal centro, inoltre, di fronte alla luminosa Villa Deciani-De Eccher, si trova un meraviglioso mulino ad acqua tradizionale, costruito tra il XIX e il XX secolo, oggi rigorosamente ristrutturato e perfettamente funzionante. Parco di Villa Ottelio. Nell'ambito del Parco comunale dello Stella, presso il grazioso borgo di Ariis, c'è una zona meravigliosa, storicamente considerata il giardino di una villa un tempo abitata dalle famiglie nobili dei Savorgnan ed, in seguito, Ottelio e adesso di proprietà della Regione Friuli Venezia Giulia, grazie ad una convenzione con la quale il Comune di Rivignano ha realizzato una serie di percorsi ciclo-pedonali che permettono di ammirare da vicino le meraviglie della natura. In questo luogo, contornati da un ambiente davvero suggestivo, sono concentrate molte delle peculiarità della zona, come le olle di risorgive e prati umidi, farnie e ontani neri, oltre a tante specie faunistiche. La Proloco di Ariis gestisce, in convenzione con l'Amministrazione Comunale, la gestione e la manutenzione del Parco. è, inoltre, possibile visitare il Parco di Villa Ottelio sia da soli sia accompagnati da un esperto rivolgendosi alla Proloco di Ariis per la prenotazione».

http://www.prolocoariis.it/territorio_5.html


Artegna (castello Savorgnan, o "Castelletto")

a cura di Stefano Favero


Attimis (castello Superiore e castello Inferiore)

a cura di Luca Baradello


Brazzacco inferiore (torre Sant'Andrea o castello Inferiore)

Dal sito www.rblob.com   Dal sito www.vivimoruzzo.it

«Nel documento dell’imperatore Ottone II datato 11 giugno 983, per la prima volta sono menzionati i nomi di cinque castelli friulani: Buya, Phagagna, Groang, Udene, Braitan, donato dall’imperatore stesso al Patriarca di Aquileia, Rodoaldo. Secondo l’interpretazione più diffusa e accreditata, i nomi Groang e Braitan corrispondono rispettivamente a Santa Margherita del Gruagno e a Brazzacco, entrambe site nel comune di Moruzzo, che pertanto hanno festeggiato nel 1983 il loro millenario. Il Borgo Sant’Andrea sorge proprio a Braitan (Brazzacco), frazione del comune di Moruzzo, in una delle più affascinanti colline del Friuli, dal quale si gode non solo un panorama spettacolare, bensì si respira un’aria storica. Nel Borgo, infatti, sorge l’affascinante Torre Sant’Andrea, quello che rimane del Castello Inferiore di Brazzacco dopo l’incendio del 1309 e del 1511, e l’omonima chiesetta. Il Borgo si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal Castello Superiore di Brazzacco che fino agli inizi del secolo 15 appartenne ad un ramo della stessa famiglia, nonostante nel corso dei secoli i due manieri passarono di proprietà per ben sette volte. Il primo documento che ricorda la famiglia dei signori di Brazzacco porta la data del 10 dicembre 1186 e nel 1446 alla morte di Federico di Brazzacco il casato del Castello Superiore si estinse. Nel 1309, invece, il Castello Inferiore di Brazzacco fu incendiato e depredato dalle milizie guidate da Rizzardo da Camino, capitano di Treviso, nonostante il sito possedesse una notevole protezione naturale nella grande palude, soltanto successivamente bonificata, che si estendeva fino all’antico Borgo di Santa Margherita del Gruagno, posto sull’altura di fronte al Borgo Sant’Andrea. I castellani di Brazzacco (inferiore e superiore) sedettero anche nel Parlamento della Patria del Friuli (1077-1420). Nel 1443, con un decreto del luogotenente veneto Marco Lippomano, entrambi i feudi passarono ai signori di Savorgnano-Cergneu-Brazzà e nel 1511, anno della rivolta popolare del giovedì grasso, i castelli di Brazzacco vennero assaliti e distrutti dagli abitanti del luogo. Per entrambi i castelli le cause e l’epoca del loro tramonto rimangono sconosciute, come poco chiara resta la scelta di queste località, lontane dalle vie di comunicazione importanti, per erigervi dei fortilizi. La chiesetta castellana trecentesca di Sant’Andrea e la vecchia Torre di guardia di Sant’Andrea, entrambe restaurate negli anni ottanta dall’attuale gestione, sono quindi l’unica testimonianza che rimane del Castello Inferiore di Brazzacco».

http://www.borgosantandrea.com/la-storia/


Brazzacco superiore (castello)

a cura di Luca Baradello


BuJa (resti del castello)

Dal sito www.consorziocastelli.it   Dal sito www.studio-raccanello.it

«Alla fine dell’impero romano, il dominio longobardo si integrò e si fuse con il sistema ecclesiastico precedente; a Buia sorse, con ogni probabilità, una fortezza longobarda, mentre sul colle di mezzo, il S. Laurinz, fu costruita la costruita la chiesa madre della pieve omonima. Resti di epoca longobarda molti importanti sul piano storico sono stati rinvenuti in località Colosomano e S. Salvatore: si tratta di tombe con notevole corredo funebre ed è il più “vasto sepolcreto longobardo” dopo quello di Cividale. Il territorio di Buia divenne, in epoca altomedioevale, un possedimento del patriarca di Aquileia con ampia autonomia giurisdizionale. Il diploma del 792, primo documento scritto nel quale compare il nome di Buia, e quello del 983 ce lo confermano, nel primo, Carlo Magno faceva dono a San Paolino, dopo aver vinto un esercito friulano, della pieve di Buia e di tutti i possessi relativi; nel secondo, a Verona, Ottone II di Sassonia assegnava al Patriarca cinque castelli fra cui quello di Buia. Evidentemente il Castello di Buia aveva conservato la sua continuità di importante centro strategico; esso venne affidato dai Patriarchi a Ministeriali che avrebbero provveduto, come Vassalli, alla difesa ed alla cura della fortificazione. Risultano da documenti, residenti nel castello i signori Varmo, Villalta, D’Arcano, Prampero, Colloredo che si alternarono nel controllo della fortezza, tutti tentarono di impossessarsi del maniero, ma nessuno riuscì ad insediarvisi in modo definitivo. Dal 1265, ci sono notizie di un Gastaldo collocato a Buia, tale carica era ricoperta da importanti personaggi della nobiltà friulana. Il XIV secolo fu un periodo particolarmente turbolento per il Friuli e per il territorio di Buia; il declino Patriarcale favoriva le continue pretese della nobiltà. I Conti di Gorizia, volendo scardinare lo Stato Patriarcale, misero gli occhi sul castello di Buia e lo attaccarono nel 1315. Non solo i Goriziani ma anche i Colloredo e tanti altri volevano impossessarsi della zona per la grande importanza che essa rivestiva nel quadro della difesa della capitale patriarcale, cioè Udine. Nel 1375, a causa delle necessità finanziarie del Patriarca, il quale assegnò Buia in feudo ai Savorgnan e la Gastaldia divenne ereditaria. I Savorgnan mantennero l’investitura anche durante la dominazione veneta, iniziata nel 1420 circa, attorno al 1425 il Gastaldo fu sostituito da un Capitano di nomina della famiglia Savorgnan la quale aveva ampi poteri giurisdizionali e risiedeva a Buia nel palazzo di famiglia. Nel 1506, venne stipulato fra il Capitano dei Savorgnan e la Comunità di Buia un accordo che regolava i rapporti fra le parti stipulati. La Signoria dei Savorgnan sopravisse fino all’epoca napoleonica. Dopo la caduta della Repubblica Veneta, nel 1797 Buia entrò a far parte del Regno Lombardo Veneto e godette di un lungo periodo di pace che favorì un forte sviluppo demografico, ma determinò anche l’inizio dell’emigrazione, oltre le Alpi, di gran parte della popolazione. Allo scoppio della Prima Guerra d’Indipendenza i patrioti di Buia si unirono a quelli di tutto il Friuli, ma nello scontro presso Visco furono sconfitti e dovettero attendere la Terza Guerra d’Indipendenza per ottenere la libertà».

http://www.portalenordest.it/component/comuni/Friuli_Venezia_Giulia/Udine/Buja.html?view=10


Buttrio (castello Morpurgo)

Dal sito www.matrimonio.com   Dal sito www.matrimonio.com

«La storia del castello di Buttrio è legata alle vicissitudini della storia friulana, in particolare delle contese tra il Patriarca di Aquileia ed i signori di Gorizia. Il castello fu distrutto e ricostruito più volte, la prima nel 1306 ed oggi il complesso è la somma di edifici di epoche che vanno dai secoli XVII al XX. All’esterno è un edificio novecentesco con finiture liberty, sul fianco sud-est c’è la torre, che fa parte del complesso costruito nel XVII secolo mentre su un fianco, da un vecchio edificio agricolo, è stato ricavato un ristoro agrituristico».

http://www.comune.buttrio.ud.it/?page_id=262


Caporiacco (castello)

Dal sito www.informazione.it   Dal sito www.terredimezzo.fvg.it

«Il Castello di Caporiacco si alza sopra l’omonimo borgo rurale. Il nome del luogo, in friulano Cjaurià, deriva da un toponimo prediale, dal nome di un colono romano Cavorius. Nel 1219 i signori di Caporiacco hanno giurisdizione su vari feudi, tra cui Villalta, Invillino, Tarcento e Castelporpetto. Lo spirito indipendente di questa famiglia mal sopportava le ingerenze da parte del Patriarcato, e molte furono le lotte tra le due parti tra il 1219 e il 1278, anno in cui si estingueva l’antico ceppo dei Caporiacco, con la morte dei due fratelli Federico IV e Detalmo II. Nel 1300 il patriarca Pietro Gera concedeva il feudo ai fratelli Lodovico e Randolfino di Villalta, che ripristinarono il castello e presero il nome di Caporiacco. Nel 1310 il conte Enrico II di Gorizia, Capitano generale della Chiesa aquileiese, attaccava Lodovico di Villalta, che simpatizzava per la Repubblica Veneziana. Il maniero venne incendiato e Lodovico fu imprigionato. Ristrutturato con le sue antiche difese, il castello subì ancora distruzioni nel 1351 da parte delle milizie del patriarca Nicolò di Lussemburgo. Nel 1419 il feudo venne poi occupato dalle truppe della Repubblica di Venezia. Nel 1511 durante le sommosse popolari subì saccheggi e danni ed il terremoto dello stesso anno ne completò la distruzione. Del castello di Caporiacco è rimasto ben poco dell’antica struttura: soltanto alcuni contrafforti testimoniano la robustezza delle sue originarie cinte protettive. Il progetto di recupero del maniero, gravemente danneggiato dagli eventi sismici del 1976, è stato avviato per essere in parte destinato a residenza privata».

http://www.comune.colloredodimontealbano.ud.it/index.php?id=815&no_cache=1#c2417


Cassacco (castello)

a cura di Stefano Favero


Castelmonte (monastero fortificato)

Dal sito www.cividale.com   Dal sito www.cividale.com

«Alto su un colle, a 618 metri d’altezza, si erge il Santuario della Madonna di Castelmonte, il più noto del Friuli, vero e proprio borgo fortificato di grande interesse urbanistico. Le sue origini sono antichissime e sembrano risalire ai primordi della cristianità, anche se i documenti in proposito datano a poco dopo il Mille. Costituito in origine forse da un sacello, ed ingranditosi in seguito, il santuario venne distrutto da un rovinoso incendio del 1469 e poi dal terremoto del 1511: ampliato ed abbellito in seguito, da allora non ebbe a subire grandi innovazioni. Conserva la venerata immagine della Madonna con Bambino, in pietra, eseguita da uno scultore sloveno prima del 1479 (anno in cui venne benedetta e intronizzata). è inserita nell’altare barocco commissionato nel 1684 ad Alessandro Tremignon. Notevole la collezione di ex voto del Santuario: tra essi particolare interesse artistico riveste l’ex voto di Gemona in argento, del 1575» - «Si entra nel borgo di Castelmonte attraverso due porte. I pellegrini che arrivavano da Cividale ascendevano al borgo da un viottolo ora trasformato in una scala a gradoni, più volte rifatta per vari cedimenti, la quale portava al bel torrione restaurato radicalmente nel 1956. I pellegrini che invece arrivavano dal lato opposto varcavano la porta della Pocacilla o Poklecila (inginocchiatoio in slavo), Un tempo tutti coloro che arrivavano vi sostavano prima di entrare. Tre secoli fa era un piccolo pertugio poi fu allargata. Alla sua sinistra c’è un noce del 1937 e alla sua destra la croce con le statue dei santi Francesco e Chiara d’Assisi. La natura di vero castello si nota da lontano. Le due porte sino alla fine del XVIII venivano chiuse la sera per difendersi da intrusioni e da ladri o briganti. Sulla torre si notano le feritoie da cui sporgevano moschetti e spingarde per difendersi. Accanto alla torre c’era una stanza che nel 1765 venne attrezzata ad uso di prigione».

http://www.fvg.info/it/guide/prepotto/ - http://www.santuariocastelmonte.it/ita/visite_guidate.asp


Cergneu (castello)

a cura di Luca Baradello


Chiusaforte (La Chiusa)

Disegno dell'antico castello, dal sito www.consorziocastelli.it   Disegno dell'antico castello, dal sito www.pesamoscastelvio-chiusaforte.it

«Di questo fortilizio oggi non sopravvive che la memoria storica, visto che non rimane nulla delle antiche strutture murarie. ...nel passato è stata un'opera difensiva di notevole importanza, posta a guardia della via che conduceva a Nord, in un punto dove il fiume Fella restava incassato in una strettoia tra le montagne circostanti. Per quanto riguarda le notizie documentate, già nel 1136 questo luogo veniva chiamato Clusa: "...si vuole che fra le valli alpine attestate a difesa dall'imperatore Lotario nell'837 per opporsi alle credute mosse del padre contro di lui vi fosse anche la chiusa del Canai del Ferro". La Chiusa viene citata nel 1150 allorché il patriarca Pellegrino fece dono di esenzione dai dazi per il passaggio di questo fortilizio al capitolo di Gurk e all'Abbazia di Moggio. Punto di transito necessario, ben presto fece concorrenza a Venzone e Gemona, e, sempre in quest'ottica, il patriarca Bertrando, che a questo castello non voleva rinunciare, nel 1343 "disponeva un'ampia ristrutturazione difensiva del caposaldo giustamente considerato di preminenza strategica nel territorio Aquileiese". Conquistato dal duca d'Austria ne 1359, occupato dai Veneziani nel 1420 e dalle truppe ungheresi nel 1422, nel 1509 registrò importanti fatti d'arme tra la Repubblica di Venezia e l'imperatore Massimiliano d'Asburgo. "Nel 1606 Venezia provvide a rafforzare le difese [...], nel 1826 il governo austriaco ordinava la demolizione del forte e nel 1833 l'abbattimento fu completato per allargare la strada pontebbana"».

http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/la_chiusa


Cividale del Friuli (casa medievale o dell'Orefice)

Dal sito www.online-utility.org   Dal sito www.langobardiaminor.altervista.org

«La casa medioevale è nota come la "casa più vecchia di Cividale" o "casa dell'orefice". Infatti, tale costruzione, datata metà-seconda metà XIV secolo, doveva ospitare un laboratorio orafo. L'attuale struttura a tre piani sembra essere quella originale, mentre porte e finestre sono state modificate ed ampliate, eccetto la finestrella al primo piano dove la tradizione medioevale colloca l'ufficio amministrativo della bottega. La casa non nasce da un progetto autonomo ma riutilizza una precedente struttura in pietra, molto probabilmente una torre come mettono in luce i corsi regolari di pietra ben squadrate, presenti sulla parete esterna destra della costruzione. All'interno è presente un frammento di scultura medioevale appartenente ad un pilastrino o una cimasa e qui reimpiegato. Attualmente la casa medioevale ospita una bottega di oreficeria, recuperando così la funzione originaria».

http://www.cividale.net/La-Casa-Medioevale.237.0.html


Cividale del Friuli (castello Canussio)

Dal sito http://homes.di.unimi.it   Dal sito www.beniculturali.it

«Fin dal XII secolo la famiglia Canussio, rifugiatasi come molte famiglie guelfe nello stato di Aquileia, fu investita dal governo patriarcale dell'antico castello romano sorto sulla seconda cinta delle mura di Cividale. Queste mura erano state volute alla fine del II secolo d.C. dall'imperatore Marco Aurelio, dato il notevole ingrandimento della cerchia urbana. Dopo la distruzione di Aquileia da parte degli Unni di Attila, verso la metà del V secolo, Forum Iulii (tale era il nome assegnato all'attuale Cividale dal suo fondatore Giulio Cesare) era divenuta la capitale della X Regio  che si estendeva dal fiume Oglio a tutta l'Istria, e aveva assunto perciò un'importanza decisiva, essendo posta al punto d'incontro di diverse vie che attraversavano le Alpi Giulie (è interessante notare che sia il Friuli, sia la Venezia Giulia, sia le Alpi Giulie derivano il loro nome dal toponimo Forum Iulii). Questo storico edificio è considerato il più ampio complesso architettonico civile di epoca tardo antica. La famiglia Canussio ne mantenne la proprietà sino alla fine del secolo scorso e lo riacquisì cento anni dopo. Gli scavi archeologici condotti dal 1991 al 1994 su iniziativa della famiglia Canussio e ingiunti dalla Sovrintendenza Archeologica del Friuli-Venezia Giulia sono stati condotti su una superficie di circa 480 metri quadrati, prevalentemente interna all'edificio, per una volumetria di scavo di più di 1100 metri cubi. I decennali lavori di restauro dell'edificio hanno portato al risultato che è oggi sotto gli occhi di tutti e che comprende tra l'altro la copertura con vetri calpestabili della zona archeologica, che è parte integrante del Museo Archeologico Nazionale di Cividale. Nel corso degli scavi sono state rinvenute molte migliaia di reperti archeologici. Con i primi 500 di essi è stata organizzata presso il Museo Archeologico Nazionale la mostra "Casa Canussio: le mura la casa il castello", protrattasi ben oltre il previsto per più di quindici mesi. Sono pertanto oggi visibili le fondamenta di circa 60 metri di muro romano del II sec. d.C. e di due eleganti torri pentagonali coeve al muro, vaste aree di pavimentazione ad acciottolato, nonché la mirabile ricostruzione del V secolo di una delle due torri pentagonali che si eleva per circa 20 metri. È questa la prestigiosa sede della Fondazione di studi storici e latini dedicata all'umanista e storico Niccolò Canussio, figura di prima grandezza nel panorama friulano del 1400. ... Situato nell'area settentrionale della città, tra via Niccolò Canussio (ex via Giacinto Gallina) e via Giosuè Carducci, nei pressi della chiesa di San Silvestro e San Valentino, il singolare edificio fu ampliato e ristrutturato alla fine dell'Ottocento dal barone austriaco Dionigi Craigher sul luogo ove sorgeva la residenza della nobile famiglia Canussio (il cui nome rivive nella piccola comunità di Canussio di Varmo nel Medio Friuli). Alla ristrutturazione ottocentesca appartiene quell'insieme di elementi neogotici, di torrette quadrate e rotonde, di merli ghibellini, che hanno contraddistinto la particolare struttura di questo complesso architettonico nell'ultimo secolo. Dopo i danni prodotti dalle ultime due guerre, l'edificio è stato adibito a diversi usi pubblici: da scuola elementare a caserma dei carabinieri. Negli anni Novanta, il "palazzo/castello", dopo l'acquisto del dott. Vittorio Canussio (un discendente della nobile famiglia friulana che ha qui abitato dall'epoca patriarcale alla fine del secolo scorso), è stato sottoposto a un radicale intervento di recupero architettonico secondo il progetto dovuto alI'arch. Carlo Andrea Castellina e approvato dalla competente Sovrintendenza del Friuli Venezia Giulia».

http://www.castellocanussio.it/ - http://www.castellocanussio.it/ita/indagine.asp


Cividale del Friuli (mura, porte, torri)

La torre Asquinia, dal sito www.rblob.com   Porta San Pietro, dal sito www.mondocrea.it

«Verso il XIII secolo Cividale assunse la tipica fisionomia medievale, tuttora ben individuabile in alcuni suoi suggestivi angoli; presero così forma i quattro borghi principali. Ad Ovest, il popoloso Borgo San Pietro è stato uno dei primi a svilupparsi e ad essere cinto da mura in epoca patriarcale. Oltretutto era quello che si estendeva maggiormente oltre le vecchie mura. L’altezza media delle possenti mura cividalesi superava i cinque metri. Il materiale lapideo era locale, proveniente dalle Valli del Natisone mentre per il legname ci si approvvigionava nelle boscose zone pedemontane. Ogni porta principale, in forma di torre, era munita di ponte levatoio; esternamente alla cinta muraria correva un fossato. In particolare nel 1297 iniziava lo scavo di quello di Borgo San Pietro. Attorno al perimetro cittadino si estendeva una larga fascia di terreno che per ragioni difensive doveva essere tenuta libera da costruzioni, onde avere un ampio spazio visivo e togliere ogni protezione ad eventuali assalitori. L’aspetto di Civitas Austriae era caratterizzato dalle alte torri che si ergevano nell’abitato, fatte costruire dai maggiori nobili e dalla comunità, a scopo puramente difensivo. L’appellativo di Civitas Turrita rivolto a Cividale era pienamente giustificato e nel trecentesco sigillo maggiore della Comunità compare i profilo della Città, frastagliato dal susseguirsi di otto massicce torri. Dato che i divertimenti più diffusi all’epoca erano i tornei e le giostre, il Consiglio cittadino nel 1218 destinò un apposito campo per le gare pubbliche, posto appena fuori Borgo di Ponte e chiamato Astiludio. La porta di S. Pietro è chiamata così perché nei pressi sorgeva una chiesetta con questo titolo, citata in un diploma del 904 che assunse le forme attuali nel 1585; tre anni dopo divenne il deposito delle armi cittadine, prima conservate nel palazzo municipale e da allora fu chiamata Arsenale Veneto o porta Armamentaria. Sulla facciata esterna verso il borgo, dal 1436 è murato il più antico stemma della città: in una lastra pentagonale di marmo tra foglie di acanto vi sono un blasone obliquo con campo fasciato, un cimiero fregiato ed un busto di donna incoronata. Nello spazioso interno, sopra alla porta, vi è un’iscrizione del 1588 che ricorda il citato trasferimento dell’arsenale, mentre sulla parete di fronte è infissa una lapide ebraica, incisa nel 1568, quale copia di un’iscrizione antichissima, addirittura del 604 a.C. ritrovata nel 1465 e poi misteriosamente smarrita. Avrebbe così testimoniato un remoto insediamento ebraico in Cividale. Nei pressi sorge la chiesa, comunemente conosciuta come S. Pietro ai Volti, titolo ufficialmente attribuito nel 1770 in seguito alla demolizione nel 1762 dell’antica porta cittadina con la soprastante chiesetta pensile, appunto così intitolata. Era caratterizzata dalla presenza di una grande croce dipinta sulla facciata. ...».

http://www.paliodicividale.it/ita/borghi/sanpietro.asp?IDtipo=4


Cividale del Friuli (palazzo Comunale)

Dal sito www.udine20.it   Dal sito www.online-utility.org

«Nel centro di Cividale del Friuli, di fronte al Duomo e nella piazza omonima, sorge il Palazzo Comunale. Si ha notizia di una Casa Comunale qui esistente già nel 1296, che venne poi rimaneggiata nel Quattrocento e ricostruita dal 1545 al 1588. Era comunque decisamente diversa da quella che oggi vediamo. Si accedeva al piano superiore per una scala esterna, dall'alto della quale era consuetudine bandire gli avvisi o leggere le sentenze di condanna. Il Palazzo subì parecchi rimaneggiamenti quando nel 1936 nella radicale trasformazione fu abbattuta la scala esterna. È aperto inferiormente con un portico ogivale, Le finestre al primo piano, sulla facciata verso Largo Boiani, sono monofore e bifore. Si trova qui anche, una cornice barocca, il busto di Domenico Mocenigo, Provveditore Veneto che si dimostrò molto capace durante la peste del 1682. Sulla facciata di fronte al Duomo sono murati un bassorilievo con il Leone di S. Marco con epigrafe del 1560, e, più sotto, una lapide in ricordo della visita dell'imperatore Francesco I d'Austria nel 1816. La contigua parte moderna del Municipio e stata realizzata nel 1966-70. Nelle travature della loggia, restaurata nel 1958, sono dipinti gli stemmi delle famiglie nobili cividalesi. Sulla parete sono invece presenti due lapidi dedicate a Giuseppe Garibaldi e a Vittorio Emanuele II, con effigie in un medaglione in basso rilievo. Nel cortile interno (entrata sotto la loggia all'orario degli uffici comunali), si trovano i resti di una Casa romana del I-II secolo, che fu portata alla luce nel 1938. Di questa casa romana, a tutt’oggi, sono stati individuati sette ambienti. Quello maggiormente visibile ha un pavimento in mosaico con tessere bianche e nere, molto ben conservato. All'interno del Municipio, nella sala consigliare sono conservati imponenti ritratti di Provveditori Veneti e in due stanze ci sono gli affreschi del cividalese Francesco Chiarottini. In un’altra parete, un mosaico raffigura una scena di battaglia dei Longobardi opera dell'udinese Gianni Borta (1971). A ricordo del fondatore della città Caio Giulio Cesare, davanti alla facciata principale, è stata collocata nel 1935 una statua bronzea copia di una marmorea di epoca Traiana che si trova in Campidoglio a Roma».

http://www.cividale.com/citta/palazzo_comunale.asp


Cividale del Friuli (palazzo Pretorio o dei Provveditori Veneti)

Dal sito https://ita.archinform.net   Dal sito https://friuli.vimado.it

«Nel 1553, Venezia decise di creare a Cividale un provveditorato per il territorio, separato da Udine. Questo Provveditore necessitava di una sede e quindi nel 1559 si decise di realizzare questo palazzo e tra il 1565 e il 1596 si procedette alla costruzione della parte principale, su un progetto, sembra, di Andrea Palladio (le linee comunque appaiono chiaramente ispirate allo suo stile). Il luogo venne scelto perché qui in precedenza sorgevano le rovine dell’antico palazzo Patriarcale, lesionato dal terremoto del 1511. Se comunque il Provveditore cominciò ad abitarlo dal 1585, anche se non nel piano nobile, ma al piano terra, solo dal 1607 in poi tutte le figure ufficiali facenti parte la “corte” del pretorio vi posero i loro alloggi. Con il completamento delle scuderie nel 1615 può considerarsi terminato. Qui si tenevano le udienze e si svolgevano le funzioni pretoriali, ma vi era anche il luogo in cui si riuniva l’arengo dei contadini per la zona di Cividale. La Repubblica di Venezia nel 1779 deliberò di cedere il palazzo alla Comunità della città ducale che lo elesse a sede del consiglio dal 1796. Durante governo austriaco divenne sede di alcuni uffici pubblici e per varie funzioni amministrative. Dal 1895 sino a pochi anni fa, il palazzo ospitava la Pretura. In seguito, integralmente ristrutturato, dal 1990 ospita il Museo Archeologico Nazionale. Il palazzo è di due piani: quello inferiore più alto ha un sottoportico con dieci pilastri in massiccio bugnato rustico e tre portali d'ingresso. La parte superiore ha tre finestre divise da lesene rettangolari e al centro tre finestre curvate In questo palazzo si sono avvicendati oltre 150 provveditori veneti e 19 di essi hanno lasciato epigrafi, busti e stemmi che costellano la facciata. Le iscrizioni prima del 1596 sarebbero opera di Marcantonio Nicoletti e Maffio Locatelli. Tra i busti spiccano quello in alto a destra di Andrea Pisano (1609-1610) e sotto, quello centrale di Santo Contarini (1588- 1590)».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=11435,0,0,1,0,0


Clauiano (borgo)

Dal sito www.turismofvg.it   Dal sito www.comune-trivignanoudinese.it

«Gli insediamenti rurali si svilupparono in epoca medioevale nelle vicinanze delle chiese di San Giorgio e di San Martino, corrispondenti alle parti sud e nord dell’attuale paese. Questi due borghi erano tra loro collegati attraverso la strada comunale della villa, che tagliava da nord a sud l’intera località e che corrisponde all’attuale strada che conduce da Trivignano a Palmanova. Attorno alla chiesa di San Giorgio, che dipendeva dalla pieve di Trivignano, era presente la centa, un rudimentale sistema difensivo sorto nel periodo medioevale, di forma vagamente circolare, molto diffuso nei paesi della pianura friulana. Questa struttura difensiva, rinforzata perimetralmente con palizzate e muraglie, era costituita da un terrapieno circondato da un fossato e veniva utilizzata dalla popolazione rurale per difendersi durante le scorrerie barbariche, che in questa zona si ripeterono per tutto il periodo medioevale fino a tutto il secolo XV. All’interno della centa di Clauiano si trovava l’attuale chiesa ed il cimitero mentre a ridosso del muro perimetrale era situata la canipa, edificio in cui venivano conservate le derrate alimentari comuni, e la casa della Vicinia, utilizzata per le assemblee dei capi famiglia del villaggio. Queste riunioni venivano convocate mediante il rintocco di una campana e potevano anche svolgersi sotto una quercia, ubicata nella piazza del borgo vicino alla chiesa; inoltre era presente una torre d’avvistamento che probabilmente si trovava nei pressi dell’attuale Casa de Checo, a ridosso del lato sud della centa. Nel 1477 la pianura friulana fu invasa dai turchi. Molti paesi furono incendiati e tra questi anche Clauiano. La sua ricostruzione, che ebbe inizio negli anni successivi, avvenne partendo dai nuclei urbani preesistenti. Le case furono ricostruite a ridosso delle chiese e lungo le vie del paese, una accanto all’altra, a formare delle cortine compatte e chiuse, mantenendo delle parti inedificate tra una cortina e l’altra. La zona attorno alle chiese di San Martino e di San Giorgio furono edificate con case in muratura, ricoperte da un tetto in legno sormontato da coppi e, in alcuni casi, ancora da paglia, che era invece quasi sempre usata per le coperture dei fienili e dei granai. La centa, perdendo la sua funzione difensiva, sarà gradualmente eliminata. Solo la muratura del lato meridionale verrà mantenuta e riutilizzata per la costruzione dell’attuale Casa Menotti, edificio che nella parte posteriore mantiene, quasi inalterate, le caratteristiche architettoniche cinquecentesche. Gli altri edifici che si costruirono in questo periodo, attorno alla chiesa di San Giorgio, si disposero oltre il perimetro della centa formando una piazza vagamente triangolare corrispondente, in gran parte, all’attuale piazza della chiesa. A sud dell’edificio religioso, sul perimetro della centa, fino alla metà del secolo XIX si era conservata un’antica costruzione, probabilmente si trattava della canipa, che venne in seguito demolita. Al suo posto fu costruito un pozzo pubblico, non più esistente. Nella parte nord del paese, nei pressi della chiesa di San Martino, lo sviluppo urbano avvenne a sud dell’edificio sacro, lungo la via principale, con la formazione di alcune cortine edilizie servite da androne. ...».

http://www.comune-trivignanoudinese.it/default9d6c.html?id=218


Coia (ruderi del castello)

a cura di Stefano Favero


Colle Santino (castrum Invillino)

Il luogo del castrum, dal sito www.consorziocastelli.it   Dal sito www.vivinfvg.it

«Resti non visibili. Paolo Diacono nella Historia Langobardorum elenca sette luoghi in cui i Longobardi si erano asserragliati nel 610 (in difesa del ducato longobardo del Friuli contro le invasioni degli Avari), tra cui Ibligo, riconosciuto da alcuni studiosi come Invillino. Le ricerche archeologiche dell’Università di Monaco, nel tentativo di identificare la Ibligo di Paolo Diacono, si sono incentrate sul pianoro del Colle Santino, il quale si erge dalla pianura, alla sinistra del fiume Tagliamento, come un bastione roccioso, allungato in direzione est-ovest. Gli scavi archeologici, condotti tra il 1962 ed il 1974, hanno portato alla luce reperti e strutture, attualmente interrati, risalenti ad epoche varie (neolitico, età del bronzo, età del ferro) ed un insediamento fortificato che, dalla prima età romana imperiale, è stato abitato fino all’alto medioevo (dal I al VII-VIII sec. d.C.). In base allo studio dei materiali archeologici, i ricercatori hanno rilevato la presenza di una cultura autoctona di origine latina: di longobardo è stato rinvenuto un solo reperto (un pomo di spatha). Dopo il Mille il luogo continuò ad essere utilizzato con funzioni difensive: un castello è documentato già dal 1219 e faceva parte dello schema difensivo della Valle del Tagliamento, che si snodava fino a Forni di Sopra. Pur avendone il patriarca Nicolò del Lussemburgo nel 1353 ordinato lo smantellamento, la roccaforte di Invillino continuò ad esistere almeno per un altro secolo. Sappiamo che il castello è stato infeudato prima ai Caporiacco, poi ai Luincis, che lo persero allorché fu decapitato Ermanno, in seguito ai Prampero e, dal 1441, ai della Torre. I reperti sono conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale».

http://www.turismofvg.it/ProxyVFS.axd/Tracce-di-storia-antica-(pdf-6-9-Mb).pdf?rnode=18969&stream=&ext=.pdf


Colloredo di Monte Albano (castello)

Dal sito www.terredimezzo.fvg.it   Dal sito http://zloris.blogspot.it

«Una pergamena del 1258 dà notizia di Colloredo come feudo dei visconti di Mels, vassalli dalla casa del Tirolo sin dall'inizio del secolo Xl. Nel 1302 il patriarca di Aquileia Ottobono de' Razzi dava facoltà al barone Guglielmo di Waldsee, visconte di Mels, cavaliere di antica stirpe sveva, di costruire un nuovo castello su di un colle di proprietà nei pressi dell'avito maniero di Mels. Il castello fu portato a termine dopo la morte di Guglielmo dai suoi figli che per primi assunsero il cognome di Colloredo-Mels; esso costituì fin dai primi tempi un esempio tipico di castello "residenziale" costruito per necessità difensive al centro del feudo quale stabile e sicura dimora. Vale la pena di accennare alle lotte dei Colloredo contro i patriarchi, i conti di Gorizia, i Camineri, i Savorgnan, i Torriani. Nel 1409, per intervento di pace dei conti Prodolone, fu sventato un assalto da parte di Gemonesi e Tolmezzini. Nel 1420 il complesso cadde nelle mani dei Veneziani; nel 1511 subì il saccheggio nel giovedì grasso e ancora maggiori distruzioni con il terremoto nello stesso anno, che sconvolse tutto il Friuli. Cessate le lotte feudali che caratterizzano tutto il corso del XVI secolo, i proprietari si dedicarono a riordinare e abbellire l'ormai vetusta dimora. Furono allora soverchiate in gran parte le elevazioni medievali per lasciare posto alle fastose eleganze del Rinascimento. Risalgono a quest'epoca le decorazioni di Giovanni da Udine per il famoso studiolo del castello che costituisce senza dubbio uno dei più significativi momenti artistico-decorativi del pittore. Gli affreschi erano rappresentativi della tecnica della grottesca, con parti in pittura e altre a stucco, con figure zoo-antropomorfe e una fitta decorazione con numerosi minuti particolari. Sempre più ingrandito attraverso secoli, il castello subì una lenta sostituzione delle caratteristiche difensive con quelle più propriamente residenziali. Gli ultimi rifacimenti di un certo rilievo datano dalla fine del '700. L'aspetto del maniero, prima del terremoto, era quello di un sontuoso palazzo rinascimentale, parzialmente munito a difesa e provvisto di ingresso cui un tempo si accedeva per ponte levatoio. L'impianto era costituito da un nucleo centrale, tre torri e due ali. Una triplice cinta di mura è ancora riscontrabile».

http://www.comune.colloredodimontealbano.ud.it/index.php?id=815&no_cache=1#c2410


Colloredo di Monte Albano (torre Porta o dell'Orologio)

Dal video www.youtube.com/watch?v=8yBaVxhukyw   Dal sito www.tourismfriulicollinare.it

«Di fattura trecentesca, appartenente al nucleo originario del castello, era in origine scudata e munita di un ponte levatoio che scavalcava il fossato circondante tutto il complesso. A base trapezoidale, con cinque piani, fin dall’origine fu collegata all’edificio del Corpo di Guardia ed assolveva funzioni di vedetta e difesa. Nel corso dei secoli fu sottoposta a vari interventi sia di manutenzione che di ristrutturazione e arricchita con aggiunte decorative. Nel 1584 la torre fu tenuta come punto di riferimento nella costruzione della strada che conduce a Pagnacco. Successivamente, venute a cadere le funzioni difensive, il ponte levatorio fu sostituito da uno in muratura, l’ingresso della torre fu arricchito con un portale a bugne e l’ultimo piano venne adattato a loggiato. Nel 1700 la torre porta fu dotata di un orologio che comandava tre quadranti e successivamente, al di sopra del portone d’ingresso, fu disegnata una meridiana, inserita in una cornice rettangolare in stucco. Le scosse del terremoto fecero crollare la parte superiore dell’edificio; andarono perduti, oltre alle parti strutturali, il meccanismo dell’orologio, i relativi quadranti intonacati e dipinti, la campana di bronzo (che era montata su un traliccio di legno appoggiato tra i muri nord e sud). La torre porta è stata sottoposta da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Friuli Venezia Giulia ad un’accurata ricomposizione, conclusasi nel 1985».

http://www.comune.colloredodimontealbano.ud.it/index.php?id=815&no_cache=1#c3149


Cologna (ruderi del castello di Ravistagno)

Foto di iw3rua, dal sito www.panoramio.com   Foto di iw3rua, dal sito www.panoramio.com

«Tra Cologna e il torrente Orvenco, su un rilievo si trovano i resti del castello di Ravistagno (dal tedesco Rabenstein cioè Sasso dei Corvi) che rappresenta il primo nucleo di quello che sarà Montenars. Fu costruito con solidi massi e rappresentò un forte baluardo per la sua posizione e saldezza delle mura. Fra i vari suoi signori figura Asquino di Varmo che nel 1275 rinunciò nelle mani del Patriarca Raimondo della Torre quanto gli apparteneva del castello. Il Patriarca infeudo il figlio Palamide. Il maniero passò a Girardino di Cividale che lo vendette nel 1287 ad Enrico, figlio di Vullvino di Prampero.  Nel 1353 un suo discendente, Agostino, alienò la sua parte a Galvano di Maniago. Ma in genere il castello continuò ad appartenere ai consorti di Prampero ad onta delle frequenti permute. Demolito durante le lotte con il Patriarca Filippo d’Alençon (1381-87), sappiamo che nel Cinquecento era completamente rovinato.  Il comune segui poi le vicende di Artegna e Gemona sino all’annessione all’Italia nel 1866. Montenars nel 1923 cessò di essere comune e fu aggregato ad Artegna sino al 1947».

http://www.portalenordest.it/citta-paesi?task=comune&view=10&id=86


Crauglio (palazzo fortificato Steffaneo Roncato)

Dal sito www.camminoaquileiese.it   Dal sito http://ilpiccolo.gelocal.it

«La storica dimora si trova a Crauglio di San Vito al Torre, nel cuore della pianura friulana. La famiglia Steffaneo ebbe in dono i terreni appartenenti al patriarcato di Aquileia nella zona di Crauglio, dalla Casa d’Austria per alcuni servigi che Nicolò I prestò agli arciducali nella fortezza di Gradisca durante la guerra con Venezia, nel 1615. Oggi è una residenza privata che essendo particolarmente ricca di opere d’arte apre le sue porte al pubblico anche per le visite guidate. Recentemente nella parte nobile del palazzo, in alcune tra le stanze più suggestive, ricche di stucchi, dipinti e affreschi è stato allestito un b&b esclusivo. L’entrata è indipendente. Al primo piano si può accedere separatamente a: “L’alcova o camera degli sposi”(con dipinti del Pollencig raffiguranti battaglie napoleoniche) con sala da bagno privata. “La stanza dagli stucchi rosa” (recentemente ristrutturata, dispone di tre letti singoli e mobili d’epoca). “Un monolocale” moderno e funzionale situato nella prima parte della barchessa».

http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/struttura/crauglio_villa_steffaneo-roncato-1957.html


Faedis (castello di Cucagna)

a cura di Luca Baradello


Faedis (castello di Zucco)

a cura di Luca Baradello


Fagagna (castello)

Dal sito http://members.virtualtourist.com

a cura di Luca Baradello


Flagogna (ruderi del castello di San Giovanni)

Dal sito www.sentierinatura.it   Dal sito www.turismofvg.it

«A Forgaria del Friuli, nella frazione di Flagogna, risalendo sulla strada dietro la chiesa, si può percorrere un lungo tratto all'interno del bosco che porta fino al colle del castello. Il vecchio castello, nominato nel 1170 ed incluso nel marchesato d'Attimis, è appartenuto a signori locali fino alla metà del XIV secolo, quando fu acquistato dai Savorgnan. Rovinato dal terremoto del 1348, i suoi materiali furono riutilizzati per restaurare il castello nuovo, detto di San Giovanni, già costruito prima del 1280. Anche quest'ultimo, gravemente danneggiato dalle truppe imperiali nel 1418, andò definitivamente in rovina durante il terremoto del 1511. All'interno vi si può trovare la cappella cinquecentesca di San Giovanni. Attualmente è in corso d'opera una ristrutturazione delle mura perimetrali che consentirà in futuro ai visitatori di accedervi e apprezzare questa importante opera storica».

https://www.turismofvg.it/Castelli/Castello-di-San-Giovanni-di-Flagogna


Flambruzzo (castello o villa Codroipa Rota)

Dal sito http://uploads.euweb.it/castellodiflambruzzo.it   Dal sito http://uploads.euweb.it/castellodiflambruzzo.it

«La prima traccia storica del castello risale al 1258 anno in cui la famiglia Savorgnan restituì al patriarca Gregorio di Montelongo “castrum et villam inferiorem de  Flambro”. In seguito il feudo fu ceduto al Conte di Gorizia che nel 1466 l’affidò alla famiglia dei conti di Codroipo che lo detenne sino ai primi del novecento. I feudi del Conte di Gorizia passarono per eredità agli Asburgo ed anche il castello di Flambruzzo fu “casa d’Austria” sino a Napoleone. Nel 1912 il castello fu acquistato dal conte Francesco Rota di San Vito al Tagliamento. La famiglia Rota, di origine bergamasca, si era stabilita in Friuli nel 1570 a Codroipo. In tale famiglia si estinsero altre due importanti casate del Friuli: i de Rinaldis di San Vito al Tagliamento ed i Bertoli di Mereto di Tomba. Francesco Rota rivendette il Castello dopo pochi anni ma, dopo la seconda guerra mondiale, fu acquistato da Mario Badoglio, marito di una delle figlie di Francesco ed è ancor oggi abitato dalla sua famiglia. Il castello è circondato da un magnifico parco all’inglese ricco di rogge e laghetti di risorgiva. La parte più antica della casa è il lato prospiciente la strada con la torre portaia a cui si accede attraversando l’ampio fossato con un ponte che una volta era levatoio; alla destra della torre uno spigolo tondeggiante è quanto rimane di un’altra torre circolare. A questo antico nucleo fu aggiunta l’ala residenziale seicentesca che termina con un ampio oratorio (considerato ancor oggi pubblico), consacrato alla Santa Croce nel 1598, riccamente decorato con stucchi nel Settecento; tale parte rispetta i canoni della villa veneta con il salone passante e le ali simmetriche. Un tempo una scala a due rampe portava direttamente al primo piano».

http://uploads.euweb.it/castellodiflambruzzo.it/pdf/EDIFICIO.pdf


Fontanabona (castello)

Dal sito www.sabbiadoro.org   Dal sito www.vallecormor.com

«La fonte più antica in cui viene citato Pagnacco è datata al 1262, anno in cui il patriarca Gregorio di Montelongo fece dono di alcune sue terre ad un certo "Hermannus" figlio di "Henrici de Paniaco". Sul suo territorio sorsero fin dal XIII secolo due castelli: il castello dei Fontanabona e quello dei Castellario. Le vicende della "Villa de Pagnacco" seguirono quelle dei suoi feudatari: si ha notizia dei Fontanabona a partire dal XII secolo quando, alleati dei Conti di Gorizia e del patriarca di Aquileia, dovettero difendersi dagli assalti di Enrico di Villalta, che mirava alla conquista della fortificazione. Nei primi anni del Quattrocento il castello fu coinvolto nelle lotte che segnarono la fine dello stato patriarcale friulano; nel 1420, quando il Friuli divenne dominio dello stato veneziano, i Fontanabona furono ammessi al Parlamento della Patria del Friuli. La casata si estinse nel Cinquecento e il 12 febbraio 1609 Venezia mise all'incanto il feudo che fu acquistato da Francesco Mantica, nipote per parte di madre, dell'ultimo dei Fontanabona. In seguito il castello passò ai Valentinis Mantica ed infine ai Capsoni de Rinoldi. L'ultimo discendente di quest'ultima casata lasciò in eredità la nuda proprietà della tenuta alla Regione Friuli Venezia Giulia e l'usufrutto alla contessa Annamaria Frangipane» - «Rimangono poche tracce della struttura medioevale: il muro che delimita il giardino ripercorre l’antica cinta muraria, l’edificio con il fronte curvilineo conserva lacerti murali trecenteschi».

http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente... - http://www.vallecormor.com/punti/pagnacco/castello...


Forni di Sopra (resti del castello di Sacuidic)

Dal sito www.vacanzelandia.com   Dal sito www.alpine-pearls.com

«Incorniciata dalle splendide vette delle Dolomiti Friulane Orientali, nella lista del Patrimonio Naturale dell'Umanità UNESCO, situata nel cuore di una conca ampia e soleggiata, Forni di Sopra si trova in Carnia, nella parte orientale del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, uno dei più vasti dell'arco alpino e dei più ricchi di animali selvatici. Nel complesso, il territorio si estende dai 900 metri, quota del centro abitato, ai quasi 2600 metri della cima dolomitica più alta e le caratteristiche naturali dello stesso consentono di praticare molteplici attività sportive all'aria aperta lungo tutto l'arco dell'anno e questo permette un contatto costante con la natura. Nel centro storico le case (un tempo adibite ad abitazione e fienile) sono caratterizzate nella parte inferiore in pietra, quella superiore in legno e con la presenza di scale e ballatoi esterni. Il suo cuore è Piazza del Comune, fiancheggiata da antichi edifici, con una bella fontana in pietra.  Si consiglia inoltre una visita alla frazione di Cella dove si trovano la Parrocchiale di Santa Maria Assunta e la quattrocentesca chiesa di San Floriano, monumento nazionale. Quest'ultima, conserva uno splendido polittico di Andrea Bellunello del 1480, raffigurante San Floriano ed è decorata con un importante ciclo di affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo. Il borgo rurale di Andrazza, una delle tre borgate storiche di Forni di Sopra, è caratterizzato da esempi abitativi in pietra e legno con annessi fienili e stalle. Nel territorio della borgata, inoltre, sono state rinvenute tombe a inumazione del VII-VIII sec. d. C. Adiacente alla frazione sorge il castello di Sacuidic (XII-XIII sec. d. C.) i cui resti sono oggetto di scavi e restauri. In località Clevas si trova il Cuol di Ciastiel, un castrum tuttora in fase di studi e ricerche, sul quale sono stati rinvenuti reperti risalenti al IV-V sec. d. C.».

http://www.turismofvg.it/Localita/Forni-di-Sopra


Forni di Sotto (ruderi del castello)

Il monte di Chiastelàt, dal sito www.sentierinatura.it   Il monte di Chiastelàt, dal sito www.sentierinatura.it

«Forni di Sotto e Forni di Sopra hanno le stesse vicende storiche. In questi luoghi, abitati sin dall’epoca romana e anche prima, come testimoniano i reperti ritrovati, furono costruiti due castelli o fortilizi.  Si ha notizia che nel 778 esisteva un castello di Forno nella Carnia, donato dal duca Tassilone di Baviera (o Masseglio), all’abate di Sesto con privilegi e possessi tra cui le miniere di ferro e di rame da cui si vuole sia derivato il nome della località. Nel 997 Forni di Sotto fu possesso del patriarca di Aquileia. Poi per secoli la storia tace finché nel 1254 il maniero di Forno insieme al monte venne infeudato Enrico di Mels e questi lo donò alcuni mesi dopo al patriarca di Aquileia Gregorio da Montelongo. La zona divenne così proprietà della Chiesa Aquileiese. Francesco di Leonardo di Socchieve nel 1299 o 1300 consegnò la sua parte del castello di Socchieve al Patriarca e ne ebbe in cambio il 20 novembre 1300 il castello di Forno.  Dopo Francesco fu investito Gualtiero q. Ermanno di Nonta contro il quale si presentarono a protestare a Gemona il 18 maggio 1320, davanti al Patriarca Pagano i delegati di Forni di Sotto. Fu stabilito che Gualtiero non doveva molestare quelli di Forni, ma sentenziare secondo gli usi locali.  Gualtiero avendo subito con questa sentenza una grande limitazione del suo potere pensò bene il 20 ottobre 1326 di cedere ogni suo diritto Ettore Savorgnan per 150 marche aquileiesi. Iniziò cosi il dominio feudale dei Savorgnan sull’alta Val Tagliamento. Nel 1361 Tristano e Francesco Savorgnan attestano al Patriarca Nicolò I di Lussemburgo di avere in feudo due castelli quello di Forni di Sopra e quello di Sotto con garrito, muta ed altri diritti. I Savorgnan mantennero il loro feudo per oltre cinque secoli tanto che furono detti per secoli Forni Savorgnani.  Nel 1500 il maniero di Forni di Sopra, che si trovava in sommità del monte detto Cuel di Chiastelàt era già abbattuto e probabilmente lo era anche l’altro. I ruderi del castello di Forni di Sotto sono ancora visibili nel luogo detto tuttora Chiastelàt. All’inizio del sec. XIII risalgono le controversie tra Forni di Sotto e Forni di Sopra per la dipendenza ecclesiastica perché la chiesa matrice era la Pieve di Forni di Sotto sorta, come altre nel 778, staccandosi dalla scomparsa Pieve di S. Pietro sul Colle di Zucca (Invillino). La contesa venne definita nel 1512 quando fu regolata definitivamente assegnando a Forni di Sotto il titolo di pieve. Nella seconda guerra mondiale Forni di Sotto fu completamente incendiato e distrutto dai nazifascisti il 26 maggio 1944. Terminata la guerra venne completamente ricostruito».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=1395,0,0,1,0,0


Gemona del Friuli (castello, mura)

Dal sito www.mariolinapatat.it   Dal sito www.contegemona.it

«Nel periodo della dominazione romana, sul colle del castello di Gemona, si pensa sorgesse almeno una vedetta o un piccolo castellum, infatti i recenti scavi hanno individuato tracce di epoca romana e anche preistorica. Sicuramente un muro di epoca romana è stato individuato. Durante le incursioni Avare i longobardi (611) fortificarono il castrum Glemonae (menzionato per la prima volta nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono), probabilmente non fecero altro che ristrutturare quella primitiva opera di difesa. Nell’XI secolo appare nel luogo una nobile famiglia, col titolo di “domini de Glemona”, forse discendente da una famiglia longobarda. A costoro sarà dovuta l’erezione di un primo maniero; nelle carte del Duecento c’è memoria di due costruzioni contigue, di cui una doveva appartenere al patriarca castrum domini Patriarchae. Gli edifici del colle nei secoli subirono molti rimaneggiamenti. I resti attuali ci suggeriscono solo alcune ipotesi di come si presentava in antico l’insediamento. Si presume ci fossero tre torri, almeno nel cinquecento, visto l’ex voto del santuario di Castelmonte e vari edifici. Intorno alla sommità dell’altura correva una cerchia di mura con basse torri di difesa. Con l’avvento del dominio veneziano il castello fu lasciato in abbandono e se ne usarono le pietre per altre costruzioni. Dai fianchi della rocca partivano le mura di tutte e tre le cerchie, di cui abbiamo notizia o traccia. La prima cerchia, costruita probabilmente prima del mille, si appoggiava al dirupo sopra l’Altaneto, raggiungeva gli attuali terrapieni che sostengono il duomo ed abbracciava solo l’antico nucleo abitato intorno a Portuzza. La seconda, voluta e sovvenzionata dal patriarca Bertrando abbracciava anche l’abitato retrostante alle case Elti ed al Municipio, fino alla Piazza Nuova (l’attuale Piazza Garibaldi) e alla Porta del Giunamo (probabilmente sorgeva alla fine della precedente piazza), scendendo poi lungo l’attuale via Liruti e riaccostandosi al Castello; la terza, di cui fino al terremoto si vedevano ancora notevoli tratti, abbracciava la Zuccola, il borgo di Villa, il convento di Santa Chiara, e poi ripiegava davanti al Santuario di Sant’Antonio e ritornava al castello appena sopra l’attuale via Dante. Alla fine del Seicento questa cerchia era ancora tutta visibile con le sue merlature, con le porte, guardate da torri, coi ponti sui fossati. Le mura, che in più punti minacciavano di crollare a causa del tempo e dei terremoti, sono state progressivamente demolite dopo la metà del 1800 e così pure le porte di accesso alla città.  Al giorno d’oggi rimane solo Porta Udine. Il castello è andato distrutto con il terremoto del 1976, dal dicembre 2008 sono stati riaperti i giardini pubblici del castello, e dal 2010 si svolgono durante i mesi estivi eventi musicali, culturali e teatrali nell’ambito della manifestazione Castel Animato, organizzata dalla Pro Glemona».

http://www.prolocogemona.it/index.php?castello-gemona-del-friuli


Gemona del Friuli (palazzo Comunale, porta Udine)

Dal sito http://viaggi.virgilio.it   Foto di Franca, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

«Palazzo Comunale. La costruzione del Palazzo Comunale ha inizio nel 1502, utilizzando le pietre delle rovine del Castello, su progetto dell'architetto Bartolomeo de Caprileis, noto con lo pseudonimo di Botòn. Caratterizzato da tre ampie arcate, eseguite da maestri lapicidi cividalesi, forse gli stessi che operarono nel duomo di Cividale. La decorazione ad anelli incatenati nei capitelli è presente anche nella colonna di piazza S. Giacomo ad Udine. Il palazzo subì diversi rifacimenti nel corso del tempo, come le finestre che furono modificate nel XVI sec, così come l'aggiunta del ballatoio della trifora. Sulla scala d'ingresso che conduce alla loggia si notano scolpiti, rispettivamente sulla parte destra e sinistra del parapetto, lo stemma del nobile Riccardo Elti, massaro del Comune nel XVIIsec e lo stemma del Comune di Gemona. Sotto una delle due finestre sono posti gli stemmi dei nobili Franceschinis e de Brunis e l'emblema di Gemona. Quest'ultimo stemma è ripetuto a destra di tale finestra, assieme a quello dei de Cramis. Gravemente danneggiato dal sisma del 1976, il Palazzo è stato ricostruito mediante anastilosi. ... Porta Udine. Questo monumento, situato sull'omonima via, apparteneva alla prima e seconda cerchia difensiva, come si desume da documenti risalenti al XIV secolo. Esso venne, comunque, ricostruito nel 1449. Porta Udine, anticamente detta anche Porta delle Porte, è l'unica superstite delle sette appartenenti alla terza cerchia difensiva che permettevano l'accesso alla città. Sopra l'arco a tutto sesto è collocato lo stemma di epoca seicantesca della città, a cui è stato sovrapposto il Leone marciano, simbolo del dominio della Repubblica Veneta. Sotto vi è inciso il nome latino del massaro Girolamo Locatelli che al tempo deteneva la carica».

http://www.gemonaweb.it/?page=cn04042925 - http://www.gemonaweb.it/?page=cn04042926


Gramogliano (castello)

Dal sito www.italy360.it   Dal sito www.rblob.com

«Il Castello di Gramogliano si trova nella località omonima del comune di Corno di Rosazzo (UD). Si ignora l'anno della sua costruzione. La prima citazione del luogo avviene in documenti nel 1290, in cui si parla di un certo Vecilio di Gramogliano in lotta col potente Magio di Buttrio. Nel 1298 si ha prova della sua esistenza perché il patriarca Raimondo della Torre, autorizzò che il maniero fosse rinforzato con una torre e tutto d'intorno si praticasse una profonda fossa. Più tardi si costruirono altre torri. All'inizio del Trecento il castello fu abbattuto dal patriarca Ottobono de Razzi e poi fu ricostruito. In seguito la proprietà dai Gramogliano passò agli Herberstein. Anche il conte di Gorizia vi ebbe ingerenza, quando nel 1323 gli fu donata una torre del castello da Walterpertoldo di Spilimbergo. Il maniero subì nuova rovina per l'ira implacabile del patriarca Nicolò I di Lussemburgo (1350-1358), il quale volle punire severamente gli uccisori del suo predecessore Beato Bertrando, distruggendolo nel 1353 e proibendo di restaurarlo. Benché Cividale riuscisse ad impedire la ricostruzione da parte dei conti di Gorizia, specie nel 1377, il veto perse il suo vigore e nel 1424 Enrico e Gianmainardo, conti di Gorizia, lo ripristinarono, costruendo tre torri verso ovest e due verso est. Lo stesso anno passò sotto il dominio di Venezia che lo infeudò ai Cuccagna di Faedis. Questi ne completarono le opere di difesa e dal 1439 i consorti Zucco e Cuccagna ne risultarono unici proprietari. Gramogliano si trovò in mezzo alle furibonde lotte del 1509 e, sebbene il Porcia lo dica rovinato dalle milizie del duca di Brunswich, nel 1615- 1616 resistette a un'invasione degli Usocchi, famosi pirati dell’Alto Adriatico. Nell'Ottocento gli Zucco si trasferirono a Crauglio e Gramogliano andò progressivamente in rovina, perdendo le torri tranne una, le mura e deperendo al suo interno. Nel 1883-84 il castello fu acquistato da Domenico Visintini per adibirlo ad usi agricoli. Nel 1915 alla proprietà successe il figlio Umberto e nel 1973 il nipote Andrea. Da azienda agricola, specie per la volontà di Andrea Visintini, si trasformò prevalentemente in azienda vitivinicola per la produzione di vini rinomati. Oggi a testimonianza di tanta gloria passata, rimane una torre circolare, la centrale verso ovest, alta dodici metri».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=9660,0,0,1,0,0


Gronumbergo (castello di Purgessimo)

a cura di Luca Baradello


ipplis (Rocca Bernarda)

a cura di Luca Baradello


Ligosullo (castello di Valdajer)

Dal sito www.altan.com   Dal sito www.altan.com

«Situato fra i territori di Ligosullo e Paularo, Castelvaldajer fu edificato in questa zona stupenda, fra boschi e pascoli. Quello che rimane oggi è un edificio adibito ad albergo, che certamente non ha più parvenze di "castello". ... Sulla storia del castello le testimonianze, secondo Natalino Sollero (L'Incarojo fra storia e leggenda, Campanotto editore 1994), dicono che a Valdajer "avendo il Parlamento Friulano eretto a protettore dello Stato Patriarcale, contro le oppressioni dei conti di Gorizia, un certo Corrado I von Kraig, barone del Sacro Romano Impero, un successore di questo, Corrado IV von Kraig, trovandosi al comando delle sue truppe nei forti di Osoppo e di Sutrio, un giorno dell'anno 1430 salì sul Valdajer, rimanendo talmente incantato della località da decidere di costruirvi una sua dimora. Il fatto è documentato dalla data fissata sulla volta della porta del castello, ora portata a Stockdorf, presso Monaco di Baviera, e dai lasciti di Corrado IV al figlio Leonardo Kraig, registrati dal notaio Beltrando da Tolmezzo il 22 aprile 1488". Il Sollero giunge poi a notizie del 1839, quando Jacopo Nicolò Craigher ricostruì il castello sulle vecchie mura, per adibirlo a residenza estiva. L'architettura assunse lo stile neogotico di tipo tedesco e fu adibita anche ad ospitare personalità del mondo degli affari e più generalmente di quello mitteleuropeo. Successivamente l'edificio fu notevolmente ampliato nel 1880 dal barone Dionisio Craigher "de Jachelutta", marito di Amelia von Flotw. Si dice che (sempre secondo il Sollero) in quel periodo vi abbia soggiornato in forma privata l'imperatore Francesco d'Asburgo. Seguì poi la decadenza della struttura, con l'incendio del 1917 ad opera delle truppe in ritirata. Vi fu una ricostruzione per opera del senatore Pier Silverio Leicht (parente del barone Corrado Craigher) con i finanziamenti dei danni di guerra. Il nobile Orgnani di Tricesimo acquistò l'edificio nel 1972 e lo trasformò in castello-albergo, cedendolo successivamente ai fratelli Altan di Ramuscello, i quali lo usano quale struttura turistica».

http://www.orgnani.it/orgnani/valdajer.htm


Manzano (ruderi del castello)

Dal sito www.scoprirecamminando.it   Dal sito www.consorziocastelli.it

«I resti del castello sovrastano una piccola collina disposta a nord est dell'abitato lungo l'alveo del fiume Natisone. Le prime notizie storiche risalgono all'inizio del XIII secolo, tuttavia i nobili di Manzano risultano in alcuni documenti del 1106 e del 1166. Nel 1250 Quonzio di Sinudo di Manzano ricevette in feudo questo castello e quello di Fagagna. Verso il 1293 vi si celebrarono le nozze sontuose di Corrado di Manzano con Matilde di Buttrio con ospiti illustri, giostre e tornei. Tra il 1320 e il 1330 iniziarono le lotte fratricide per il possesso del feudo di Villanova, nonchè i litigi con i Cividalesi a causa di gravi reati compiuti a Cividale. Nel 1341 Taddeo di Manzano uccise la moglie adultera, Sofia di Buttrio. L'accaduto scatenò l'ira della città di Cividale che ottenne l'intervento patriarcale con l'estromissione dei nobili dal castello. La faida tra i Cividalesi e i di Manzano si protrasse per anni senza mai arrivare all'arresto di Taddeo, nel frattempo divenuto membro del Parlamento friulano. Il castello nel 1361 fu coinvolto nella guerra contro Rodolfo e Federico d'Austria. Nel 1377 vi abitavano ancora esponenti del casato di Manzano, ma nel 1392 era feudo dei signori di San Daniele e nel 1404 ritornava ai nobili di Manzano. Il 1431 segna la fine della storia del castello con la guerra dei Veneziani contro Ludovico di Teck: Pantaleone e Giovanni di Manzano appoggiarono quest'ultimo e ottennero la distruzione del fortilizio, decretata dal Senato Veneto. Le rovine del castello sono visibili dal greto del fiume Natisone: si conserva un tratto di alta muraglia con aperture. Alcuni anni or sono è stata condotta un'indagine archeologica che ha rilevato la presenza di numerosi frammenti di ceramica invetriata verde e maiolica arcaica, della metà del XIV secolo, oltre a varie cuspidi di freccia per archi e balestre e molti altri frammenti di ceramica e di vetro del XV secolo. Lo scavo ha messo in evidenza l'andamento pseudo circolare delle mura superstiti, tuttavia non ha permesso di definire con esattezza la forma della pianta del castello. Durante gli scavi eseguiti nel 2001 sono state portate alla luce le fondamenta di una torre medievale».

http://www.comune.manzano.ud.it/mm/mm_p_foto_elenco.php?idmonumento=6&idfoto=4&x=0745964f49264b8a8a8f82b347d366df


Mels (torate o torre di Sant'Andrea)

Dal sito www.terredimezzo.fvg.it   Dal sito www.turismofvg.it

«La cosiddetta "torate" ("torraccia") di Mels, frazione di Colloredo di Monte Albano, è l'ultimo, mozzo frammento di quello che fu il primo castello fondato sull'odierno territorio comunale. Fu infatti qui che, nel 1025, il nobile Liabordo, signore di Waldsee, nella Bassa Austria, ottenne, in cambio dei servigi prestati all'imperatore Corrado II "Il Salico" durante la sua discesa in Italia, il diritto di erigere una propria fortezza sul colle. La famiglia di Liabordo, che mutuò dal luogo l'epiteto nobiliare di "Mels", conobbe nell'area collinare e pedemontanta del Friuli una grande fortuna, controllando l'importante mercato di Venzone e facendo erigere a partire dal 1302, tramite Guglielmo di Waldsee e i suoi figli, il vicino castello di Colloredo, che negli anni diventerà tra i più belli e potenti dell'intera regione, cambiando il nome della casata in "Colloredo Mels". La fortezza di Mels, invece, ricevette un duro colpo nel 1352, quando venne attaccata e distrutta dal Patriarca Nicolò di Lussemburgo; successivamente ricostruita, perse tuttavia di importanza strategica e, con il tempo, fu abitata sempre più raramente dai componenti della famiglia, non ricevendo di conseguenza i necessari interventi di manutenzione e venendo infine abbandonata al suo destino. Nel 1976, al momento del terremoto, dell'antico castello rimanevano soltanto la chiesa di Sant'Andrea, di cui si possono leggere le fondamenta, e la torre, che durante il Medioevo era stata parte dell'alta muraglia merlata interna al fortilizio: dopo il sisma, la "torate" è stata ripristinata alla sua altezza originale utilizzando pietre raccolte in loco e costruendo al suo interno uno scalone in ferro che permette di raggiungere uno splendido Belvedere».

http://www.terredimezzo.fvg.it/index.php?id=2516


Moggio Udinese (torre medievale)

Dal sito www.vivinfvg.it   Dal sito www.comune.moggioudinese.ud.it

«La torre, massiccio edificio in pietra rozzamente squadrata, è quanto di più antico ci rimane del complesso difensivo di tutta l’abbazia. L’esterno è costituito da conci e sassi mal squadrati, poche e piccole finestre, di cui le due presenti sul lato nord, a filo di terreno, sono protette da grosse sbarre; alla base di una di queste, alcuni decenni fa, è stata rinvenuta una cisterna riutilizzata come pozzo da butto, all’interno della quale si è rinvenuto materiale archeologico di XIV-XVI secolo. Nel 1391 la torre venne ristrutturata in seguito ad un incendio. Anticamente i piani erano quattro, ma all’inizio dell’800 vennero ridotti a tre. L’interno dell’edificio è diviso orizzontalmente tramite travature squadrate alla sansovina in due piani rialzati di due vani ciascuno. Una scala immette ai sotterranei, i cui vani sono coperti da volte a botte. Nel tempo, la struttura venne adibita a palazzo di giustizia e, nel periodo napoleonico, a carcere mandamentale. Attualmente viene utilizzata come sede per mostre d’arte».

http://www.archeocartafvg.it/portfolio/moggio-udinese-ud-la-torre-medioevale


Moruzzo (castello)

Dal sito www.vivinfvg.it   Dal sito www.vivinfvg.it

«Struttura ben conservata. Nel centro di Moruzzo, in cima al colle da dove si ha un meraviglioso panorama di Udine e della pianura fino al mare, sorge questo splendido maniero, che un tempo con un ponte levatoio superava il fossato, ora colmato, per condurre al mastio. Il castello venne eretto verso l'XI. Vengono citati nel 1164 tali Ascawinus, Amabicus, ed Henricus de Muruz, tutti con il titolo di dominus. Dal XIII secolo alla metà del XIV risultano abitanti del castello: uno Zampa figlio di Ziano, un certo Gallo, i fratelli Cono, Artuico e Rodolfo, Radio, Guglielmo detto Muto. Tutti abitatori senza titolo sul feudo. Nella seconda metà del XIII secolo, invece, del feudo ne furono investiti dal Patriarca Raimondo della Torre, i nobili d'Arcano, nella persona di Odarlico e poi, morto questo nel 1295, i figli Mainardo e Federico, che diedero vita al ramo Arcano-Moruzzo. Il 12 luglio 1313 Enrico, conte di Gorizia, essendo in guerra con il patriarca Ottobono de Razzi, assediò il castello, costringendo il suo signore Federico ad un armistizio. Nel 1321 un vecchio signore del maniero, chiamato Domenico e detto Mutolino, pare che si mise ad orchestrare una congiura per entrare in possesso del castello, però senza fortuna. A punizione fu arrestato e rinchiuso nella torre fino alla fine dei suoi giorni. In questo secolo sorsero anche contese con Villalta e con i parenti di Arcano. Nella metà del Trecento il ramo di Mainardo si estinse per mancanza di eredi maschi, mentre Bertoldo e Pileo figli di Federico acquistarono una certa autorità all’interno del Patriarcato. Moruzzo aveva giurisdizione sulle ville di Calcina, Tampognacco, Collavaro, Modotto, Basaliutta, Mazzanico, Calano, Ceresano, Oriano, Treppo, Coranzano, e Paugliano. ... Nell’estate del 1419 i Veneziani avanzarono in Friuli e fecero cadere anche il castello di Moruzzo. ... Il primo novembre 1477 Moruzzo fu incendiato dai Turchi, si erano nuovamente spinti in Friuli. Fu riparato da Leonardo Arcoloniano, che il 20 dicembre 1491 a tale scopo prese 100 ducati a in prestito. In questo periodo fu ampliato il mastio. Il 27 febbraio 1511 scoppiò la grande rivolta contadina del giovedì grasso, che portò la fazione degli Zamberlani a devastare anche Moruzzo. Questo fu l’ultimo atto guerresco che vide il castello protagonista. Gli Arcoloniani ne ebbero la proprietà per altri tre secoli e mezzo, periodo nel quale fecero continue migliorie. La proprietà passò poi per eredità ai conti di Codroipo e quindi ai conti Gropplero di Troppenburg, che lo tennerò sino al 1953, quando lo acquistò il commendator Antonio Bardelli. Oggi la struttura risulta un po’ snaturata, per interventi succedutisi in questo secolo per motivi conservativi e la demolizione della cortina di mura che lo circondava».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=10327,0,0,1,0,0


Osoppo (forte)

Dal sito www.itinerarigrandeguerra.it   Dal video http://vimeo.com/12045708

«Il complesso della fortezza di Osoppo, restaurato dopo il sisma del 1976, è un poderoso insieme di resti delle varie epoche di opere difensive, gallerie, fossati, trinceramenti, case matte, ... Dal colle dove è situato il forte si può ammirare un ampio panorama sulle colline dell'anfiteatro morenico e sull'arco alpino attraversati dal fiume Tagliamento. L'area fa parte del Parco del Tagliamento. La fortezza di Osoppo fu un antico insediamento celtico, poi oppidum (piazzaforte) romano.  Paolo Diacono, nei suoi scritti, riporta che nel 610 gli Avari, sconfitto il duca Gisulfo, assediarono la rocca. Saccheggiato e devastato dagli Ungari nel 902, il castello venne donato nel 1094 all'abbazia di Sesto al Reghena.  Dopo il 1420, il fortilizio divenne punto nevralgico della difesa dello "stato di terra" della Serenissima. Fu strenuamente difeso contro gli imperiali da Gerolamo Savorgnan nel 1514. Occupato, poi, dai francesi nel 1797 e nel 1848 - durante le lotte del Risorgimento - il forte, tenuto da un gruppo di volontari italiani, resistette per ben sette mesi contro gli austriaci che lo volevano riconquistare».

https://www.turismofvg.it/Castelli/Fortezza-di-Osoppo


Palmanova (fortezza)

Foto di Holger Ellgaard, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.udine20.it

«La fortezza di Palmanova fu concepita e realizzata come struttura fortificata di confine. Svolse fin dall'inizio un ruolo dissuasivo. Già all'epoca della guerra di Gradisca, malgrado fosse lontana dal completamento, funse da punto avanzato delle operazioni belliche veneziane. Il suo nome originale era Palma, dal simbolo della vittoria, a ricordo della battaglia di Lepanto. Il "nova" venne infatti aggiunto due secoli dopo la fondazione da Napoleone Bonaparte. Le tre cerchie fortificate, che rendono la fortezza di Palmanova simile ad una stella, non sono state eseguite contemporaneamente, ma realizzate in tempi diversi, la prima e la seconda dai Veneziani, la terza dai Francesi (Napoleone Bonaparte) nei primi dell'Ottocento. Agli inizi del 1593 Giulio Savorgnan presenta un preventivo di spesa riferito all'esecuzione di un solo bastione con la relativa cortina e Bonaiuto Lorini, subito dopo, propone il progetto di una pianta poligonale con undici lati. Il 29 gennaio dello stesso anno il Senato decide per un decagono, ma il 17 settembre opta per l'ennagono, anche per ragioni economiche. Infatti più alto è il numero dei bastioni e più aumentano i costi. Anche Marc'Antonio Martinengo di Villachiara, che nel 1593 viene nominato dal Senato "capo da guerra", presenta un progetto di fortezza, disegnato quando viene mandato in Friuli con altri due militari per cercare un'idonea ubicazione della nuova fortezza. Villachiara insiste nelle sue proposte progettuali e presenta al Senato un piano completo della fortezza che non viene accettato. Si realizzano invece due copie di un modello nel quale i bastioni sono eseguiti in base alle proposte di Giulio Savorgnan, mentre la strada coperta, la controscarpa e la sezione dei parapetti su quelle del Villachiara.

Prima cerchia (1593). I lavori per la realizzazione della prima cerchia durano circa trent'anni (1623), assieme al fossato. Le prime operazioni definiscono il centro e le punte dei bastioni segnando i limiti della cinta. Per i lavori di scavo della fossa si procede a gradoni asportando la terra e accumulandola per far sorgere i bastioni e cortine. Liberato il terreno dai sassi e battuta la terra si procede alla "incamisadura", cioè al contenimento della terra con muri di pietra e mattoni. Il materiale necessario per questi lavori è ingente: vengono portati a Palma 50.000 carri di pietre. Per la realizzazione dei soli rivellini sono necessari ben 40.500 carri di materiale. Le strutture principali vengono ultimate nel 1599. Nello stesso tempo si completa un perimetro di 7 chilometri e si realizzano passaggi sotterranei per 5 chilometri e mezzo. Seconda cerchia (1658). La costruzione della seconda cerchia fortificata viene iniziata nel 1658 con l'esecuzione dei rivellini a protezione delle tre porte d'ingresso alla fortezza, e terminano nel 1690. Terza cerchia (1806). La terza cerchia, la più esterna, viene costruita a partire dal 1806 da Napoleone che incarica del progetto il generale del genio Chasselops. Alla direzione dei lavori attende il maggiore Laurent e alla supervisione Eugenio di Beauharnais. Le opere si protraggono fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da parte delle truppe francesi. Al termine dei lavori del periodo napoleonico Palmanova si trova circondata da ben tre ordini di fortificazioni composti da terrapieni, fosse, lunette, rivellini, porte e controporte».

http://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_di_Palmanova


Palmanova (porte monumentali)

Porta Cividale, dal sito http://zloris.blogspot.it   Porta Aquileia, dal sito http://zloris.blogspot.it

«Tre sono le porte di accesso alla città di Palmanova. Esse costituiscono gli unici edifici che possono essere visti dall'esterno della fortezza. Il numero limitato degli accessi è dovuto ad esigenze di tipo militari e difensive. Le tre porte, attribuibili all'architetto Vincenzo Scamozzi, si presentano nel loro aspetto originario e danno il nome alle tre vie principali, i borghi, che conducono direttamente alla Piazza Grande. Tutti e tre gli ingressi presentano una struttura comune con corte quadrata interna attraversata dalla strada di accesso, porticati con arcate ai lati e ambienti che servivano come ricovero ai soldati, al Conestabile di Sanità e agli ufficiali. La prima ad essere stata eretta, nel 1598, è stata Porta Aquileia (chiamata inizialmente Marittima). È rivestita in pietra d'Istria ed è la più elegante delle tre, in quanto al tempo della Serenissima Repubblica costituiva l'ingresso di rappresentanza per gli ospiti illustri e per i Provveditori Generali. Porta Udine è stata realizzata tra il 1604-1605 e conserva ancora oggi le due grandi ruote che venivano azionate per il sollevamento del ponte levatoio. Anche la realizzazione di Porta Cividale si può far datare al 1604-1605. La facciata è rivestita in bugnato rustico con pietra bianca e grigia. Ha un aspetto più severo rispetto alle altre, con le sue torri di guardia collegate dalla balaustra. Nella parte più alta della Porta trova sede il Museo Storico Militare. Sulla facciata di tutte e le tre porte, infine, era stato collocato un Leone Marciano in pietra, abbattuto però secoli dopo dalle truppe francesi. Le tre porte sono osservabili esternamente. La parte alta di Porta Cividale è accessibile al pubblico negli orari di apertura del Museo Storico Militare».

http://www.turismofvg.it/rnode/20218?UrlBack=aHR0cDovL3d3dy50dXJpc21vZnZnLml0L3Jub2RlLzExMjAw


Paluzza (torre di Moscardo)

a cura di Luca Baradello


Partistagno (fraz. di Attimis, castello)

a cura di Luca Baradello


Portis (resti del castello)

Dal sito www.consorziocastelli.it   Dal sito www.consorziocastelli.it

«In località Portis, un chilometro e mezzo circa a nord di Venzone, sui due lati della superstrada per Stazione Carnia, a difesa della strettoia fra il Tagliamento e le pendici del monte Plauris, sotto la chiesa di San Bartolomeo, sopravvivono due bastioni murati. Sono le parti superstiti di un antico sistema difensivo che in modo efficace chiudeva e controllava la strada pontebbana, che un tempo conduceva al Norico, biforcandosi a Carnia verso il Canai del Ferro e Tarvisio da una parte e verso Tolmezzo, Zuglio e la Carnia, dall'altra. Forse iniziate nel XV secolo, queste due strutture sono oggi isolate in un contesto che comunque vede sparsi in questa fascia di territorio altri reperti murari antichi, quali il Rivellino Veneziano situato sul colle della Nave, datato 1617; alcuni tratti di muraglia a Campo Castello; il fortilizio di Satimberch, posto su un dosso roccioso, sopra l'abitato di Portis, nei pressi del monte Plauris; il fortilizio di Pragel, a un chilometro circa a est di Venzone; gli Spalti di Santa Caterina, lungo il colle omonimo, nei pressi della chiesa di Santa Caterina, poco in alto rispetto a Venzone».

http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/portis


Prampero (castello)

Dal sito www.sportebenstare.it   Dal sito www.informazione.it

«L’anno di fondazione del castello - il castrum - è il 1025, quando il patriarca di Aquileia Poppone concesse in feudo un colle e diede licenza al feudatario proveniente dalla città di Augusta in Baviera di costruirvi un castello. L’avvenimento è ripetutamente tramandato nei documenti di archivio e in una lapide antica ancora conservata. Distinguiamo le tre torri inserite nel muro di cinta del castrum romanico con il nome di torre Gemona quella a Nord-Ovest, di torre Nord quella a Nord-Est, e di torre Tarcento quella a Sud-Est. La torre Nord, i cui ruderi hanno messo in luce una struttura muraria simile alla torre campanaria di Aquileia costruita dal patriarca Poppone, conferma la data del 1025 riportata dai documenti d’archivio per la fondazione del castrum. La torre Nord e la Torre Tarcento – che nell’XI secolo allocherà la cappella privata dei Santi Simone e Giuda, gli stessi santi cui l’imperatore Enrico III di Franconia dedicò la propria cappella palatina a Goslar in Sassonia - non denunciano spazi abitabili. Nel castrum dell’XI secolo abitabile fu solo la più spaziosa torre Gemona. Ad essa - forse anteriore al Mille - va attribuita la progettazione del castrum popponiano, modulato sulle sue unità di misura. La progettazione è unitaria per l’intero tracciato originario del castrum, composto da un muro di cinta conglobante tre torri, una porta ed alcuni locali, e strutturato sull’unità di misura del piede bizantino (m 0,312) secondo le prescrizioni vitruviane per la costruzione dei luoghi fortificati, in età romanica diffuse dai trattati di agrimensoria. Nel 1025 la cinta turrita fondata sul colle dell’Alto Friuli è un feudo concesso dal Patriarca di Aquileia Poppone ad un suo fido per lo sviluppo strategico ed economico dei possessi a lui affidati nell’ambito del rafforzamento del Sacro Romano Impero in Italia. Dalle torri si controllavano le strade sottostanti riscuotendo i pedaggi necessari alla manutenzione delle vie di comunicazione, e si sorvegliavano i lavori agricoli; la corte interna serviva per custodire utensili e prodotti. Dopo che Corrado II concesse l’ereditarietà dei feudi minori (1037), il castello di Prampero e il colle appartennero all’omonimo ceppo famigliare articolato in più rami, una metà come bene patrimoniale, l'altra sotto il regime feudale. La costruzione stessa del castello, ampliandosi, divenne residenza dei consortes e insieme quartier generale del giusdicente, cioè del maschio primogenito investito dal patriarca (e in seguito dal governo veneziano) del rinnovo del feudo. Tale assetto rimase fino alla soppressione dell’istituto giuridico del feudo da parte dello Stato italiano (1870). Fu allora che il castello e il colle furono acquistati dai fratelli Antonino e Ottaviano di Prampero, divenendo pertanto un bene privato della storica famiglia, con ininterrotta genealogia dalle origini».

http://www.castellodiprampero.org/il-castello-nella-storia/la-fondazione/ e ss.


Raveo (resti di fortificazioni)

Dal sito www.consorziocastelli.it   Il paese, dal sito www.borghiautenticiditalia.it

«Raveo è una splendida località alto-collinare (500 m slm), una delle più belle della Carnia e dell’intero Friuli. Oltre alla sua strategica posizione di porta di accesso alla Val Degano, anche il variegato ambiente naturale della suggestiva conca in cui è racchiusa attirò fin dall’antichità insediamenti umani che hanno lasciato importanti tracce della loro presenza. Inoltre, la popolazione di Raveo ha saputo non soltanto mantenere le antiche attività silvo-pastorali e la tipica cucina carnica, ma anche svilupparne di nuove, in stretta simbiosi con la natura del territorio, come la coltivazione e conservazione di piccoli frutti e la produzione dei biscotti tipici ‘esse’. Il territorio di Raveo costituisce un naturale bacino difensivo che fin da 2500 anni fa è stato rinforzato con vaste opere murarie di cui oggi restano soltanto le fondamenta che tuttavia, essendo ben visibili, danno un’idea della grandezza delle antiche fortificazioni. Basti pensare che sul Cuel Budin vi era un borgo rettangolare con una cinta muraria di 1,5 metri di spessore, 100 metri di lunghezza e 20 di larghezza, sovrastata da una torre quadrata di 6 metri di lato. In particolare si possono visitare: - Cuel Budin con le costruzioni citate di epoca medioevale; - tra Cuel Taront e Cuel Nuvolae si trovano terrazzamenti con una torre circolare medioevale di 5 metri di diametro; - Monte Sorantri con numerosi resti di mura, edifici e cisterne di origine celtica (santuario), romana e medioevale; nella parte settentrionale pozzo con grande cisterna interrata; - Monte Castellano: a 700 metri dal paese (da cui si raggiunge a piedi in 30’ su una comoda stradina lastricata), è la località con i più importanti edifici storici ancora integri. Su questo poggio naturale si può visitare infatti il compendio conventuale del 1600 costituito dalla chiesa della Beata Vergine, dall’oratorio e dal dormitorio dei frati; inoltre anche qui sono in fase di recupero i resti di un antico insediamento fortificato con muraglione e due torri, una quadrata e una rotonda di 6 metri di diametro».

http://www.friulitipico.org/prt/localita-e-zone-mainmenu-112/496.html


Saciletto (castello)

a cura di Stefano Favero

  


San Daniele del Friuli (Biblioteca Guarneriana o ex palazzo Comunale)

Dal sito http://rustneverdies.wordpress.com   Dal sito www.museosandaniele.it

«È l'edificio-simbolo della comunità locale e delle sue più antiche libertà ed istituzioni democratiche. Eretto a partire dal 1415 utilizzando le pietre della parte meridionale dell'antica muraglia del castello dei Varmo, divenne poi la sede della Biblioteca Guarneriana, la prima istituzione di pubblica lettura in regione e fra le prime in Italia. Venne "fondata" il 7 ottobre del 1466, quando Guarnerio dei Signori d'Artegna, già vicario in spiritualibus et temporalibus del Patriarca di Aquileia e pievano di San Daniele lasciava alla sua città, con piena adesione allo spirito dell'Umanesimo, la propria preziosa raccolta bibliografica composta da 173 codici, molti dei quali finemente miniati. Si venne così formando il primo nucleo di una biblioteca pubblica rimasta quasi intatta nel tempo e ritenuta uno dei più significativi e coerenti fondi documentari dell'Umanesimo latino in Italia. La biblioteca aveva alcuni testi di pregio come la nota e preziosa Bibbia bizantina (XII-inizi del XIII secolo), illustrata da splendide miniature che costituiscono una sintesi artistica e culturale di motivi nordici, mediterranei e levantini, ma è grazie all'amicizia ed alla corrispondenza di Guarnerio con i migliori intellettuali del tempo che nacquero in seguito, specie nel decennio 1445 - 1455, i più prestigiosi codici della biblioteca: si tratta dei meravigliosi codices in pergamenis deauratis, composti nell'elegante littera antiqua, miniati da artisti di fama come il veneziano Michele Salvatico. ... Attualmente la sezione antica della Biblioteca è dotata di circa 12 000 libri antichi (tra cui 600 codici, 84 incunaboli, 600 Cinquecentine): è frequentata e consultata da studiosi e ricercatori sia delle università della regione che di molti atenei ed istituti culturali italiani ed esteri, europei ed extraeuropei».

http://www.museosandaniele.it/ita/territorio/02BG.html


San Daniele del Friuli (casa del Trecento)

Dal sito www.tourismfriulicollinare.it   Dal sito www.museosandaniele.it

«Casa del Trecento. Su Via Roma, di fronte al campanile, si può ammirare un'antica casa porticata, la Casa del Trecento. Unica abitazione rimasta dell'antico borgo medioevale, è stata, probabilmente, la sede dell'antico banco dei pegni poi trasferito nel settecentesco palazzo del Monte di Pietà. Fu lesionata dal terremoto nel 1976 e in seguito restaurata a cura della Soprintendenza alle Belle Arti. L'edificio è ora Monumento Nazionale ed è proprietà del Comune di San Daniele che l'ha affidata all'Associazione Nazionale Alpini di San Daniele del Friuli che vi ha aperto un proprio museo, la "Sala Esposizione Cimeli Storici Militari". È infatti per iniziativa del Consiglio Direttivo del Gruppo, che è stata data sistemazione ai cimeli militari mano a mano raccolti; gli stessi catalogati, descritti e ordinati con cura, sono collocati in apposite vetrine e scaffali; in questo modo è stato creato un piccolo, ma interessante museo degli alpini. Vi sono documentati non soltanto rilevanti fatti storici, ma anche la quotidiana vita in caserma o al campo, di un corpo militare particolarmente amato in Friuli».

http://www.museosandaniele.it/ita/territorio/08Casa.html


San Daniele del Friuli (casa del Trecento, Portone di Tramontana o Portonàt o Porta Gemona)

Dal sito www.scoprifvg.it   Foto di Adan, dal sito it.wikipedia.org

«Il Portonàt si apre nella cinta muraria del colle di San Daniele verso settentrione, sulla strada che conduce a Gemona del Friuli, viene infatti chiamato anche "Porta Gemona". È uno dei monumenti più famosi e conosciuti della cittadina. Fu ricostruito in sostituzione dell'antico torrione rovinato dal terremoto del 1511, su indicazione del Patriarca e con la mediazione di Giulio Savorgnan, signore di Osoppo. Del progetto venne incaricato il Palladio e la costruzione fu iniziata nel 1579 da Andrea da Venzone e proseguita da Andrea Podaro. Fu portato a termine nel 1583. Legato al torrione è il celebre Palio di San Daniele che si disputava nelle sue immediate vicinanze, il 28 agosto di ogni anno: dalla sua loggia il cancelliere della Comunità leggeva ai partecipanti le regole del Palio».

http://www.museosandaniele.it/ita/territorio/12Portonat.html


San Daniele del Friuli (resti del castello)

Dal sito www.archeocartafvg.it   Dal sito http://castelliere.blogspot.it

«Sulla spianata, in cima al colle, sorgono i ruderi del Castello [precedente il 1267]; di esso rimangono una torre e resti di terrapieni. L’area è sistemata a parco pubblico e da un belvedere si gode una splendida vista sulla pianura. In cima ad una scalinata, a sinistra, c’è la Chiesa di San Daniele Profeta che incorpora parti di varie epoche, con campanile realizzato adattando una delle torri dell’antico castello. Il portale centrale è barocco, mentre quello nel fianco sinistro, inizialmente realizzato per il Duomo e qui collocato nel 1750, è opera di Carlo Da Carona (1510); suo è anche l’altare laterale in pietra (1511). All’esterno dell’abside è collocata la copia di un bassorilievo barbarico raffigurante l’Adorazione dei Magi. L’originale è conservato al Museo del territorio ed è databile intorno al XII-XIII secolo. Il colle di San Daniele fu frequentato fin da epoca remota, come provano le poche evidenze databili all’età del bronzo finale, tra XI e VIII secolo a.C., relative presumibilmente ad un villaggio protostorico su altura. Il ritrovamento di due bronzetti paleoveneti che rappresentano il guerriero in assalto, suggeriscono la presenza sulla sommità del colle di un luogo di culto dell’avanzata età del ferro (IV-III secolo a.C.). In epoca romana l’insediamento, del quale rimangono alcune strutture al di sotto della chiesa, si sviluppò durante l’età tardorepubblicana-imperiale, a partire dalla seconda metà del I secolo a.C. sino all’epoca tardoantica (IV-V secolo d.C.). Tracce di una presenza umana vi sono comunque anche per il periodo successivo, fino al VII-VIII secolo d.C., relative ad una fase di frequentazione, tra i ruderi dei precedenti edifici, caratterizzata dalla presenza di un fornetto per la fusione del vetro o dei metalli e da alcune sepolture poste nelle vicinanze. Momento cruciale per lo sviluppo del sito pare essere stata l’età carolingia, verso la fine dell’VIII-inizi del IX secolo, quando venne costruita la prima chiesa di San Daniele, probabilmente all’interno di un insediamento fortificato, che precedette il castello bassomedievale, e in prossimità del suo muro di cinta. ...».

http://www.archeocartafvg.it/portfolio/san-daniele-del-friuli-ud-antiche-strutture-castellane-e-chiesa-di-san-daniele/


San Pietro (castello)

a cura di Stefano Favero


Savorgnano (ruderi del castello della Motta)

Foto di Holger Grönwald, dal sito www.panoramio.com   Dal sito www.comune.povoletto.ud.it

«L'ubicazione dei resti del castello della Motta è di indubbio fascino; immersi in una fitta boscaglia, i ruderi sono disposti sulla cima dell'estremità sud-ovest di un crinale, presso la confluenza di due corsi d¹acqua: il torrente Torre, che lo lambisce ad ovest e il rio Motta, oggi quasi asciutto, posto sul fondo di una stretta valletta sul versante orientale. I resti del castello, che nel punto più alto raggiungono quota 222 m, distano circa 1.5 km dall¹abitato di Savorgnano del Torre, posto a sud del castello (in comune di Povoletto), e 12 km dalla città di Udine. Attualmente il sito castellano è raggiungibile a piedi, con una certa difficoltà, sia da sud-ovest, attraverso un breve ma stretto sentiero, sia da nord-est, lungo un percorso di crinale che, con molta probabilità, corrispondeva all'antico accesso al sito. L'origine dell'insediamento, alla luce dei più recenti dati, viene fatta risalire al VII-inizio VIII secolo. Nel X secolo, la fortificazione è proprietà di un ecclesiastico (il prete Pietro); lo attesta il diploma di Berengario I (25 marzo 922) nel quale, per la prima volta, è citata la località (il castrum Saborniano). Non si conoscono i dettagli del processo di infeudazione del castello alla famiglia dei nobili di Savorgnano. La loro presenza non è documentata con sicurezza prima del 1257, anno in cui è citato Rodolfo di Savorgnano, figlio di un Rodolfo (senior) e fratello di Corrado (quest'ultimo nominato nel 1265 in un'investitura del patriarca Gregorio di Montelongo). Rodolfo, definito "tenace ghibellino" si schiera con il conte di Gorizia, contro il patriarca. Ciò implica, subito dopo la metà del XIII secolo, la perdita di diritti sul feudo. Ma le notizie documentarie a questo punto si rarefanno e le opinioni degli storici divergono. Alcuni sostengono che i Savorgnano discendenti da Rodolfo (senior) vengano sostituiti da nuovi feudatari, il cui capostipite è identificato con Federico di Colmalisio. Altri storici ipotizzano che i discendenti di Federico abbiano una relazione di parentela con il ceppo dei vecchi Savorgnano e si insedino nel castello insieme ai primi. Il castello è rimasto nelle mani di questa famiglia nobile, fra le più ricche e potenti del panorama feudale friulano, fino al suo definitivo abbandono avvenuto nel corso del XV secolo. Nel 1996 ha preso forma il 'progetto di recupero e valorizzazione del castello della Motta', frutto di una proficua collaborazione fra Università degli Studi di Udine e Amministrazione comunale di Povoletto...».

http://www.comune.povoletto.ud.it/sa/sa_p_testo.php?x=518d8b7797f779493666dd440...


Soffumbergo a Campeglio (resti del castello)

Dal sito www.archeocartafvg.it   Dal sito https://consorziocastelli.it

«Si trova nella località di Soffumbergo a Campeglio, frazione del Comune di Faedis. Probabilmente venne costruito al posto di un castelliere romano. Si ritiene che fosse molto antico, poiché alcuni studiosi lo dicono provvisto di torri "alla longobarda". Fu anche chiamato «Balcone» per la magnifica vista che da esso si gode. Il toponimo Soffumbergo deriva dal tedesco Scharfenberg che significa monte aguzzo o rocca aguzza. Il castello, la cui costruzione risale al XI secolo, venne abbandonato nel XV secolo. Fu scelto come residenza estiva dal patriarca Bertoldo di Andechs, dei duchi di Merania (1218-1251), grande amico dell'imperatore Federico II di Germania. Ma anche altri suoi successori vi soggiornarono (così Bertrando di San Genesio e Marquardo di Randeck), fu tanto fortificato ed abbellito da essere denominato "la perla del Patriarcato". Vi si batté pure moneta. In questo maniero vigeva il feudo di abitanza e nel '200 e '300 vi abitavano i signori di Soffumbergo che godevano di molti feudi. Nel 1275 ottennero un'importante riconferma. Questi signori parteciparono all'uccisione del patriarca Bertrando nel giugno 1350. Il 24 maggio 1352 il patriarca Nicolò di Lussemburgo, nella sua repressione contro coloro che avevano ucciso il beato Bertrando, prese per se il castello di Soffumbergo, senza più infeudarlo, impiccò Enrico che aveva pendenze con la giustizia per altri delitti commessi ancora dal 1345, e cacciò dal castello i consorti di Enrico. In seguito Soffumbergo passò ai Cividalesi che poi lo consegnarono al patriarca Filippo d'Alençon (1381-1387). Venuta in Friuli la Serenissima (1420) questa permise che lo si abbattesse nel 1441 da parte dei Cividalesi. Il castello non fu mai più ricostruito. Il complesso castellano conserva i restii delle torri del recinto, la domus residenziale e la cappella castellana. In seguito ad alcuni saggi archeologici condotti nel 1993 sono strati recuperati numerosi frammenti di ceramica da mensa e da fuoco, con interessanti morivi decorativi, oggetti in bronzo, cuspidi di frecce, elementi di armature risalenti ai secoli XIII-XIV. Accesso: dalla strada di Campeglio che porta a Raschiacco, parte una comoda strada che conduce al castello».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=11714,0,0,1,0,0


Sterpo (villa Venier, resti del castello)

Foto di benve, dal sito www.vivinfvg.it   Dal sito www.portalenordest.it

«Nella frazione di Sterpo, che rappresenta un interessante esempio di architettura di borgo agricolo, con le case disposte ad arco l’una di seguito all’altra, si trova la Villa Venier. Dopo il XVI sec. la Villa Venier fu costruita sopra le fondamenta del castello di Sterpo, frazione di Bertiolo, ad opera dei Colloredo. Alla fine del XVIII sec. la struttura venne trasformata più volte dalla famiglia Venier. In quel periodo il borgo fortificato, sorge nel luogo dove, nel XIX secolo, Martino della Torre approntò un castello fortificato. Di questa antica costruzione rimangono due torri integrate una nell’edificio padronale secentesco, l’altra nella chiesa neoclassica di cui costituisce l’abside. Attualmente il complesso, dopo essere passato nel corso dei secoli attraverso le vicissitudini dei signori che lo ebbero in proprietà, appartiene al dott. Giovanni Venier che ha realizzato numerose migliorie e consolidamenti».

http://www.portalenordest.it/component/comuni/Friuli_Venezia_Giulia/Udine/Bertiolo.html?view=10


Strassoldo di sopra (castello)

Dal sito www.castellodistrassoldo.it   Dal sito www.castellodistrassoldo.it

«Il Castello di Strassoldo di Sopra, come l’adiacente maniero di Sotto, è incastonato nel cuore di un borgo medievale ed è circondato da un parco secolare, solcato da cristallini corsi di risorgiva. Si tratta di un cosiddetto "castello d’acqua" ed è uno dei pochissimi in Europa ad appartenere ancora alla stessa famiglia che lo fece edificare più di mille anni fa: i conti di Strassoldo. Per raggiungere il corpo principale del maniero si passa l’antica Porta Cistigna e si percorre il Borgo Vecchio. Sulla destra ci sono le "case degli armigeri" e la "Vicinia", che nel medioevo era il centro amministrativo e giudiziario del complesso. Alla fine del percorso si passa sotto un grazioso cavalcavia che collega la chiesa di S. Nicolò (un tempo cappella privata della famiglia) al corpo principale del maniero, un’elegante costruzione allungata appoggiata a un’antichissima torre ottoniana. Posti a semicerchio dietro alla chiesa ci sono una serie di edifici un tempo ad uso agricolo ed amministrativo: le scuderie, le case degli artigiani, i granai e la cancelleria. Poco più in là, una bellissima pileria del riso e, superato un ponticello, si arriva nell’area del Castello di Sotto. Gli interni sono ancora ricchi di mobili antichi e ritratti di antenati e l’atmosfera è quella di un luogo dove la storia non si è mai interrotta. Ritrovamenti archeologici testimoniano come il territorio fosse popolato già dalla fine del Paleolitico Superiore. Resti di costruzioni romane e qualche reperto longobardo fanno pensare ad una continuità d’insediamenti. La prossimità dell’importante strada romana Julia Augusta rende plausibile questa ipotesi. Un antico documento indica che già nel 565 esisteva in questo luogo un maniero detto "dalle due torri" e pare che fu costruito con i ruderi di Aquileia, distrutta dagli Unni. I due castelli attuali si svilupparono successivamente attorno alle due delle torri originarie. Il complesso fu danneggiato molte volte e gli assalti delle truppe del patriarca Filippo d’Alençon e quelle dell’imperatore Massimiliano nel 1509 e nel 1513 lasciarono le loro tracce, ma i manieri furono prontamente restaurati.

Feudatari liberi, gli Strassoldo traevano le loro investiture direttamente dagli Imperatori, prima della nascita del potere temporale dei patriarchi d’Aquileia (1077). La genealogia dei Signori, successivamente Baroni ed infine Conti (del Sacro Romano Impero) Strassoldo è ricca di personaggi illustri. Recinto crociato col Barbarossa cadde fra la Cilicia e l’Armenia, Artuico, uno dei principali esponenti dei Feudatari Liberi, fu Prefetto Generale del Friuli per Federico II di Svezia, Federico ambasciatore di Massimiliano I in Turchia e Polonia, Panfilo Nunzio Apostolico Arcivescovo di Ragusa, Governatore di Roma, Giovanni condottiero, armò una galea con la quale partecipò alla battaglia di Lepanto, Rizzardo eroico capitano arciducale di Gradisca durante la guerra conto i veneziani (1615-1617), Raimondo Principe arcivescovo di Eichstatt in Baviera e molti altri. In epoca più recente, si ricorda Michele di Strassoldo, viceré del Lombardo-Veneto e poi della Stiria. Il castello ha ospitato molti personaggi importanti. La visita dell’imperatore Federico IV nel 1489 è la dimostrazione dell’importanza della famiglia. Nel 1593 i provveditori della Serenissima si riunirono qui per firmare l’atto per la costruzione della vicina fortezza di Palmanova. Molti anche i rappresentanti della corte imperiale austriaca che soggiornarono nel castello, come il feldmaresciallo Radetzky, che sposò la contessina Francesca Romana Strassoldo nella cappella del maniero ed il feldmaresciallo, barone Kuhn von Kuhnenfeld, Consigliere e Ministro di Guerra dell’imperatore Francesco Giuseppe e Cancelliere dell’Ordine di Maria Teresa, la cui figlia sposò Giulio Cesare Strassoldo. In quest’atmosfera ricca d’antiche memorie aleggiano molte leggende. La prima vuole che il nome abbia tratto origine da Rambaldo di Strassau, valoroso comandante del generale romano Flavio Ezio, che combatté contro Attila quando costui distrusse Aquileia, mentre una più romantica, che trae origine da un fatto vero accaduto nel IV sec. e diede l’avvio a feroci lotti tra feudatari liberi e ministeriali, narra che la bellissima Ginevra Strassoldo fu rapita dal pretendente Federico di Cucagna, subito dopo le sue nozze con Odorico di Villalta e che si trasformò in pietra per resistere al pretendente, tornando in vita solamente quando l’amato sposo la trovò e la baciò, dopo mille peripezie».

http://www.castellodistrassoldo.it/html/castello.html#page_informazioni e ss.


Strassoldo di sotto (castello)

Dal sito www.prolocostrassoldo.it   Dal sito www.prolocostrassoldo.it

«Fu costruito intorno all’anno Mille insieme al Castello di Sopra a difesa della strada che da Aquileia conduceva alla Carinzia. Il nome è di origine germanica e si riallaccia ai termini “Strasse”, strada, e “Aue”, isola. Esso appare citato esplicitamente per la prima volta in un documento del 1188, in cui viene citato un Artuico de Strasho. È tuttavia probabile che fosse stato costruito nel 1035 da un Voldarico, proveniente da una regione germanica, probabilmente dalla Franconia o dalla Boemia, che ottenne l’autorizzazione imperiale a costruire un complesso in muratura ad uso abitativo e difensivo a protezione della strada che conduceva a nord tra i boschi e le acque. Il Castello di Sotto si sviluppò intorno ad una massiccia torre, esistente ancora alla fine del Settecento, che fungeva da luogo della giustizia. In sua prossimità venne costruita la “Domus Magna”, ancora oggi detta “Casa Grande”, difesa dalla cinta murata di cui ora rimane una sezione merlata, munita di un portale cuspidato costruito nella sua forma alla fine del Cinquecento, la cosiddetta “Pusterla”. Nel Duecento ad ovest del fiume Imburino sorse il “Borgo Nuovo”, difeso a sua volta da un giro di mura su cui si aprivano due Torri portaie, di cui una sopravvive ancora, sia pure privata del suo arco, tradizionalmente ma non correttamente chiamata “Porta Cisis”. Nel 1575 venne costruita la Chiesetta di San Marco, addossata alla “Domus Magna”. Culla di una potente famiglia feudale, fu coinvolto in tutte le principali vicende del Patriarcato d’Aquileia. Rovinato più volte, e in particolare nel 1381, quando venne investito dalle milizie del Patriarca Filippo d’Alençon, fu sempre riattato. I danni più gravi li subì ad opera delle armate dell’Imperatore Massimiliano nel 1509 e nel 1513. Con l’affermarsi delle armi da fuoco e con la costruzione della Fortezza di Palmanova, perdette le sue funzioni difensive. Nella prima metà del Settecento fu oggetto di un importante ciclo di restauri, che lo portò all’attuale configurazione.

Strassoldo è uno dei pochi castelli friulani che è ancora posseduto e abitato dalla stessa famiglia che lo costruì. La famiglia è certamente di origine germanica, come risulta dalle storie tramandate nei secoli, secondo cui i capostipiti sarebbero un Rambaldo proveniente dalla Franconia, o un Voldarico proveniente dalla Boemia, o due fratelli scesi ancora dalla Boemia o dalla Pomerania. Giacché la sede originaria in terra del Friuli fu il castello di Lavariano, noto per essere il centro di una “fara” longobarda il cui territorio scendeva fino all’Ausa, è probabile che gli Strassoldo rappresentassero la confluenza di due famiglie, quella di origine bavaro-carinziana, e quella di origine longobarda. Furono certamente investiti dall’imperatore, sia perché portano nel loro stemma i colori imperiali (oro e nero), sia perché appartenevano alla feudalità “libera” e cioè, come il Patriarca, di diretta investitura imperiale, e quindi presenti in Friuli prima del 1077, quando fu costituito lo Stato patriarcale. Insediati sui confini tra i possedimenti del Patriarca e quelli dei conti di Gorizia, servirono entrambi i potentati friulani, ricevendone investiture e sedendo nel Parlamento della Patria del Friuli e successivamente anche nella Dieta degli Stati Provinciali di Gorizia. Acquisirono importanti posizioni nell’ambito dello Stato patriarcale, e successivamente al servizio delle armate venete e soprattutto in ruoli di governo e militari nell’Impero. Furono investiti di numerose giurisdizioni e castelli in Friuli, ma anche in Carinzia e in Carniola. Dall’imperatore nel 1641 ricevettero il titolo di conti del Sacro Romano Impero, sia nel ramo di Strassoldo Graffemberg, sia negli altri rami di Soffumbergo, Villanova e Chiasottis».

http://www.castellodistrassoldodisotto.it/storia/


Susans (castello)

a cura di Stefano Favero


Tarcento (palazzo Frangipane)

Dal sito www.online-utility.org   Dal sito www.online-utility.org

«Palazzo Frangipane si trova a Tarcento. Questo palazzo, detto anche “della Rotonda” è composto di un unico corpo regolare. La costruzione del palazzo risale al sec. XVII ed in seguito appartenne a Ferdinando Frangipane, costituendo una delle cinque residenze che questi signori di Tarcento possedevano nell’abitato. La facciata è caratterizzata dall'ampio e imponete portone d'ingresso ad arco bugnato con lo stemma nella chiave di volta. Sopra una finestra pure ad arco con la cimasa e la balaustra in pietra. Internamente è presente una corte quadrata, abbellita da una fontana detta “dell’Amore”. All'interno, l’edificio conserva delle porte dipinte ed affreschi tardo Settecento. Nel retro si trova una loggia ottagonale che si affaccia sul torrente Torre. Questa venne aggiunta in un secondo tempo, per ricavare due ampie e luminose sale, poi dette “rotonde”. Un suggestivo parco di impronta romantica si sviluppa nei pressi del palazzo lambendo le rive del Torre. Attualmente il palazzo ospita le riunioni del Consiglio Comunale. Esso è anche sede del Museo Archeologico e Naturalistico di Tarcento».

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=7083,0,0,1,0,0


Tarvisio (torre poligonale)

Dal sito www.comuneditarvisio.com   Dal sito www.atrieste.eu

«Secondo Paolo Santonino (1485-87), la chiesa di Tarvisio poteva contare su valide difese, costituite da una cinta murata provvista di fossato, torrioni e bastioni; in mezzo svettava la torre campanaria, costruita con mura spesse e quindi anch'essa d'aiuto in caso d'assedio. La città doveva essersi già ampiamente sviluppata grazie ai commerci e all'attività mineraria. Da Fausino Moisesso (1616) si apprende ch'era costituita da due borghi vicini ricchi "di buone habitationi", distribuiti su piani diversi e collegati dalla chiesa munita. Dell'antico sistema difensivo rimangono cospicui lacerti di muratura e due delle tre torri periferiche, una essendo stata demolita nel secolo scorso. Le due torri superstiti, non eccessivamente alte, sono una a pianta ottagonale, l'altra circolare, entrambe coronate da un caratteristico tetto coperto in scandole di legno. Nella cittadina si possono ancora ammirare begli esempî di residenze patrizie di stile chiaramente nordico. Interessanti anche le presenze d'arte conservate nella chiesa e all'interno della torre ottagonale».

http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/tarvisio


Tolmezzo (torre Picotta)

a cura di Stefano Favero


Tricesimo (castello)

a cura di Stefano Favero


Udine (castello)

Dal sito www.mhk.it   Dal sito http://ilfriuli.it

«La prima notizia scritta sulle origini del castello risale al 983, quando l'imperatore Ottone II donò al patriarca di Aquileia il castrum di Udine. Allo scorcio del XII secolo nella zona superiore del colle venne edificato il palatium patriarcale, con una torre triangolare. Essa era ancora dimora occasionale del patriarca d’Aquileia che a quell'epoca aveva sede a Cividale. A partire dalla fine del XIII, durante il patriarcato di Raimondo della Torre, si volle costruire un nuovo palazzo posto più a nord. La nuova costruzione, più grande e più lussuosa, fu dotata di una cappella privata e di un salone o caminata, utilizzato per ospitare i membri della nobiltà, del clero e delle comunità, ovvero il parlamento della Patria del Friuli, assemblea consultiva che affiancava il patriarca nelle funzioni giuridiche e amministrative. Il 1420 segnò la fine dello stato patriarcale con la sottomissione della Patria del Friuli alla Repubblica Veneta. Con questa data il castello cessò di essere sede del patriarca e successivamente divenne dimora del Luogotenente Veneto sino al 1797, data della caduta della Repubblica veneziana. Quanto si vede oggi alla sommità del colle è un imponente edificio cinquecentesco costruito successivamente al terribile terremoto che il 26 marzo 1511 fece crollare parte dei manufatti precedenti. La necessità di procedere alla parziale ricostruzione del Castello si trasformò ben presto in un progetto di rinnovo totale affidato all'architetto Giovanni Fontana, di origine lombarda ma abitante a Venezia.

I lavori iniziarono molto alacremente, con la presenza contemporaneamente di ben 500 operai. La posa della prima pietra si ebbe il 2 aprile 1517. La fabbrica del castello, dopo questo iniziale slancio, subì un rallentamento, soprattutto per la difficoltà di reperire fondi, e il progetto originario dell’architetto non fu portato a compimento. Sulle pareti scene celebranti la grandezza di Udine e della Patria del Friuli affrescate da Pomponio Amalteo, Grassi, Francesco Floreani e Gianbattista Tiepolo. Il soffitto è decorato da riquadri lignei allegorici (opera di artisti diversi - XVI/XIX secolo); sulla sommità delle pareti stemmi con i nomi dei luogotenenti veneti al governo dal 1420 al 1797. Sopra l'edificio si trova la specola dei "guardiafogo", guardie cittadine che dovevano dare l'allarme in caso d'incendio. Superato l'atrio con volte a crociera, si nota, a sinistra, la foresteria che conserva affreschi attribuiti a Pellegrino da San Daniele ed opere d'arte lignea risalenti ai secoli XIV-XVIII. Nei sotterranei si trovano le segrete o antiche prigioni. Altri architetti subentrarono a dirigere la fabbrica, tra essi Giovanni da Udine - sue sono le rifiniture esterne e le decorazioni del Salone del Parlamento - che fu anche collaboratore di Raffaello Sanzio alle decorazioni delle stanze vaticane. Nel 1547 egli progettò una scala esterna che dal cortile del lato nord permetteva l’accesso al salone centrale. Una terza fase progettuale si ebbe alla morte dell’architetto Giovanni da Udine nel 1561, quando venne sostituto dal friulano Francesco Floreani che nel 1566 concluse alcuni lavori all'interno del Salone. Alla fine di quell'anno il vasto ambiente fu completato costituendo così un punto di riferimento per le iniziative di maggior prestigio per la città. Nel 1576 fu realizzata una scala interna per salire dall'atrio al Salone che completa nelle linee essenziali il nuovo palazzo-castello. Tutto ciò che in seguito sarebbe avvenuto non intaccò in maniera sostanziale la struttura originale dell'edificio cinquecentesco terminato agli inizi del XVII secolo.

Dopo la caduta di Venezia nel 1797 ad opera di Napoleone, un contingente di occupazione francese arrivò nella zona del Castello. Il 9 gennaio 1798, giunsero gli Austriaci, in base al disposto del trattato di Campoformido con il quale Napoleone cedette il Friuli all’Austria. Ma già nel 1805, conseguentemente alla pace di Presburgo, il Veneto fu ceduto nuovamente al Regno Italico e in base a questi accordi, i Francesi rientrarono in Friuli facendo del Castello caserma militare e carcere civile. Nel 1814 la fine effettiva del Regno Italico comportò di nuovo la venuta degli Austriaci in Castello. Forse più per il suo carattere simbolico che per effettive ragioni di funzionalità, il Castello riacquistò nel periodo austriaco, durato oltre mezzo secolo, un’importanza prevalentemente militare. Tra il 1818 e il 1848 fu anche sede del Tribunale e delle carceri civili. Con la conclusione della III guerra d'indipendenza e l’annessione del Friuli all’Italia nel 1866, il Castello venne incamerato tra i beni demaniali dello Stato e dal 1906 divenne sede museale. Durante la prima guerra mondiale, mentre gran parte delle opere custodite in museo vennero messe in sicurezza, il piazzale del castello fu allestito con i mezzi della contraerea italiana per salvaguardare la città dagli attacchi nemici. Ma nel 1917, in seguito alla battaglia di Caporetto, il Friuli fu invaso dagli austro-tedeschi i quali requisirono il Castello e ne fecero il loro quartier militare. Nel novembre del 1917 vi fu in Castello anche visita dell’imperatore germanico Guglielmo II che dal piazzale ammirò i territori occupati. Durante l’anno di occupazione, le collezioni museali subirono vari danni. Finita la guerra il comune rientrò in possesso dell’edificio e dopo necessari restauri fu riaperto al pubblico nel 1921 come sede delle collezioni museali.

Alcuni avvenimenti storici e culturali contrassegnarono la storia del castello e dei monumenti del colle durante gli anni ’20 e ’30 del ‘900. Nel 1921, in occasione delle celebrazioni per il Milite Ignoto, sostarono all’interno della chiesa di santa Maria del Castello alcune salme di soldati esumati dai campi di battaglia prima di giungere alla Basilica di Aquileia, luogo finale ove avvenne la scelta della bara che fu portata a Roma all’Altare della Patria. Il 20 settembre 1922 Benito Mussolini espose in un famoso discorso il programma del governo che attuò dopo la marcia su Roma. Dal 1923, il piazzale del Castello funse anche da teatro all’aperto per opere liriche come l’Aida di Giuseppe Verdi, il Mefistofele e la Carmen. Nel 1924 vi fu invece la visita in Castello del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Negli anni ‘30 si tennero varie cerimonie fasciste nel piazzale del castello. Con l’arrivo della II guerra mondiale si provvide nuovamente all’imballaggio delle opere che vennero custodite temporaneamente a Villa Manin di Passariano e a guerra finita, il museo fu nuovamente riaperto con la sezione archeologica, d’arte antica, le raccolte numismatiche e il museo del risorgimento. In seguito al terremoto del 1976 il castello subì gravi danni strutturali e fu riaperto solo nel 1980 con un nuovo allestimento. Attualmente il museo presenta al piano terra una sala con sculture lignee della Collezione Ciceri, suddiviso tra piano terra e mezzanino il Museo archeologico, al piano nobile la Pinacoteca e il Salone del Parlamento, al terzo piano la Galleria di Disegni e Stampe e il Museo Friulano della Fotografia. Nel 1906 il castello divenne Museo e oggi è la sede dei Civici Musei; ospita una pinacoteca, il museo archeologico , una biblioteca d'arte ed una fototeca. Le sale sono spesso sede di esposizioni temporanee».

http://www.comune.udine.it/opencms/opencms/release/ComuneUdine/cittavicina/cultura/it/musei/palazzi_storici/sedecastello.html (a cura di Nicoletta Benvenuti e Roberta Zanchet della Coop. Sebastiano Ricci)


Udine (mura, porte, torre di Porta Aquileia)

Dal sito it.wikipedia.org   Foto di jojobob, dal sito http://it.123rf.com

«La ricostruzione dello sviluppo topografico non riesce facile, dato che vi sono state molte modificazioni; è certo a ogni modo che il piano intorno al castello cominciò a popolarsi di villaggi, che in seguito si fusero in un'unica città. L'origine di essa è da porsi in rapporto con la posizione favorevole per la difesa, ma lo sviluppo successivo è dovuto al fatto che i patriarchi d'Aquileia vennero a risiedervi dapprima saltuariamente e poi stabilmente, in modo che Udine divenne il centro più importante del Friuli. In un primo tempo l'abitato si trovava sul colle e presso i versanti di ponente e di mezzogiorno, poi venne costruito il castello e le case passarono in basso, lungo le falde occidentali, dove il declivio era meno erto. Le nuove abitazioni sorsero dapprima attorno al Mercato Vecchio (fondato nel 1248) e al Mercato Nuovo. Ma divenuta residenza patriarcale raddoppiò ben presto di superficie, allargandosi specialmente nelle direzioni più favorevoli come esposizione (sud e ovest) e come situazione topografica, mentre invece il versante N. e quello E., flagellati dal vento e in parte occupati da acque stagnanti, restano disabitati. Un recinto di 2130 metri, munito di 6 porte, costruito sotto Raimondo della Torre (1274-99), comprese le ville antiche (e cioè i borghi di Poscolle, Grazzano, Cisis, Cussignano); ma ben presto fuori delle mura si svilupparono nuovi sobborghi, e una nuova cinta di 7120 m., munita di 13 porte, costruita nella prima metà del Trecento (1332), fece riacquistare al castello, che era diventato eccentrico dopo il primo ingrandimento, una posizione quasi centrale, segnando i limiti che solo verso la metà del sec. XIX la città avrebbe superato.

Le mura della cinta più esterna furono poi demolite alla fine del sec. XIX, a eccezione dei torrioni di tre porte (Porta Aquileia, Porta S. Lazzaro e Porta Villalta, quest'ultima del 1480, le altre del 1373). In tal modo Udine si trasforma da piccolo villaggio in una grossa terra nel breve periodo che va dagli ultimi decennî del sec. XIII alla metà del successivo. Ma mentre la parte antica formava un corpo organico, densamente abitato e costruito, le ville esterne costituivano quasi degli aggregati indipendenti, separati da aree disabitate e con deboli legami con la parte centrale. Lo sviluppo è poi avvenuto, in parte almeno, dall'esterno verso l'interno. Ciascuna villa comunicava col centro mediante una via principale (borgo), sul quale sboccavano vie laterali (androni o vicoli)». «Gli archi e la torre di Porta Aquileia appartengono alla quinta, ossia all’ultima, cerchia di mura della città, costruita tra il XIV ed il XV secolo per scopi difensivi: lo si vede in una pianta prospettica, esposta nella Galleria del Castello e attribuita al Carlevarjis. Posta sulla strada che conduce ad Aquileia e a Grado, Porta Aquileia era una delle tredici porte che consentivano di entrare in città: fu completata intorno al 1440. Sul lato meridionale della torre sono quattro stemmi lapidei: del Comune di Udine, del Patriarca di Aquileia, dei nobili Savorgnan (incaricati della costruzione), e un quarto indecifrabile. Nella torre ha sede il Consorzio per la Tutela dei Castelli Storici del Friuli-Venezia Giulia. Al pianterreno si trovano una rassegna delle tipologie di fortificazioni che hanno caratterizzato il territorio friulano, ed un breve ma interessante excursus sulle strutture feudali e sociali caratteristiche del basso Medioevo, fino alla conquista veneziana. Al primo piano si trova una biblioteca specializzata sulle costruzioni fortificate».

http://www.treccani.it/enciclopedia/udine_(Enciclopedia-Italiana)/ - http://guide.travelitalia.com/it/guide/udine/porta-aquileia/


Udine (palazzo Antonini Cernazai)

Foto di Sebi1, dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.turismofvg.it

«Palazzo Antonini Cernazai, prospiciente la omonima via, fu edificato nell’ultimo decennio del cinquecento dagli stessi Antonini, una delle più importanti famiglie della nobiltà udinese del tempo, committenti di numerosi altri edifici importanti in città tra cui quello del Palladio, attualmente sede della Banca d’Italia. La data di costruzione del palazzo può essere fissata intorno al 1595. Nel 1608 viene descritto già come “Palazzo Comune posto verso borgo di Gemona...” La presenza di elementi architettonici probabilmente anteriori a questa data, conferma l' ipotesi che non tutto l’edificio sia stato costruito ex novo, ma che ad esso siano stati incorporati i muri di un fabbricato preesistente. Nel 1821 il palazzo passa ai Cernazai: una famiglia di industriali e commercianti che abitava nella contrada di San Cristoforo; viene poi acquisito dalla congregazione dei Padri Stimmatini che, nel 1908 vi trasferisce il Collegio Arcivescovile, ivi rimasto fino all’acquisto dell’immobile da parte del Consorzio per la Costituzione e lo Sviluppo degli Insegnamenti Universitari alla fine degli anni Sessanta».

http://www.uniud.it/ateneo/organizzazione/storia/sedi/avon


Udine (palazzo Cavazzini)

Dal sito www.udine20.it   Dal video www.youtube.com/watch?v=v9nhH5Xwrf8

«Storico palazzo, situato tra le vie Cavour e Savorgnana, di fronte alla sede municipale nel pieno centro storico. Oggetto di un lungo restauro, completato nel 2011, su progetto originario di Gae Aulenti, è ora sede del Museo di arte moderna e contemporanea. Il complesso è costituito dal cinquecentesco palazzo Savorgnan della bandiera e dalla contigua casa Cavazzini (donata al Comune dalla famiglia del commerciante e filantropo udinese Dante Cavazzini). I restauri hanno portato alla luce ritrovamenti archeologici visibili al piano terra attraverso il pavimento in vetro: una vasca-cisterna veneziana del XVI secolo e un deposito di vasellame protostorico databile alla prima metà del ferro (seconda metà dell'VIII secolo a.C.), che costituisce il ritrovamento più antico documentato nel sito. Nell'appartamento Cavazzini sono presenti inoltre affreschi di Afro Basaldella, Mirko Basaledella e Corrado Cagli; al primo piano del palazzo Savorgnan della Bandiera sono invece presenti degli affreschi assegnabili alla seconda metà del Trecento, testimonianze pittoriche di soggetto profano e di notevole importanza per lo studio della pittura gotica in area friulana. In una delle due sale dove sono stati ritrovati gli affreschi si sono conservate tracce di una decorazione raffigurante un tendaggio retto da giovinette e giovani a mezza figura secondo schemi ispirati all'iconografia di composizioni sacre. A giudicare dalla decorazione l'ambiente fu forse adibito ad alcova: i giovani infatti sorreggono il tendaggio come a proteggere l'intimità della stanza. Appartenente ad epoca successiva, invece, dovrebbe essere la decorazione della sala adiacente, con le pareti occupate interamente da comparti geometrici e da formelle quadrangolari a finto marmo con figure mostruose e fantastiche derivate dalle tradizioni del bestiario medioevale».

https://it.wikipedia.org/wiki/Udine#Palazzi


Venzone (castello e borgo medievale fortificato)

a cura di Stefano Favero


Villafredda (borgo)

a cura di Stefano Favero


Villalta (castello)

Dal sito www.castellodivillalta.com   Dal sito www.italyluxuryhotel.it

«I primi documenti che sembrano attestare l'esistenza di un castello a Villalta risalgono al sec. XII. Da essi, infatti, rileviamo l'esistenza di "Pernhardus de Filaht" nel 1158, di "Heinricus de Villalt" nel 1169, dei fratelli "Rantulfus et fratres eius Hainricus di Villalta liberi" nel 1176, dopo di che le citazioni diventano sempre più frequenti. Dai nomi propri dei rappresentanti di questo nobile casato risulta evidente la sua origine germanica, anche per quel "Filaht" che non è altro che la voce "Villalta" adattata foneticamente alla pronuncia tedesca. Il fatto che non venga citato esplicitamente il castello ma il casato che ne era proprietario, non è vincolante perché è ormai appurato che le famiglie d'oltr'AIpe, scese al seguito degli imperatori tedeschi e impiantatesi successivamente in Friuli, assunsero il predicato dalla denominazione del luogo ove avevano ottenuto il feudo. L'evidente significato del toponimo, "gruppo di case con chiesa, di carattere rurale, posto su un'altura", spiega sufficientemente il motivo della costruzione del castello su quel colle, e non altrove. Quando fu edificato? è certo che la forma scritta di un toponimo segue sempre di decenni, talvolta di secoli, il suo effettivo uso nella parlata popolare, per cui possiamo dedurre che anche VillaIta, con la sua rocca, risalga ai secoli X-XI, ossia al periodo della ricostruzione del Friuli, dopo le incursioni ungariche (899-952). Nel 1158, anno del primo documento conosciuto, a due secoli dalla fine di un flagello che aveva paralizzato per decenni lo sviluppo civile di molte regioni italiane e dell'Europa occidentale, il Friuli non si era ancora ripreso del tutto dal disastroso effetto lasciato da quelle orde di diavoli a cavallo. Il ripopolamento e la ricostruzione delle centinaia di "ville" devastate in quel periodo comportarono lunghi e onerosi sforzi da parte dei conti del Friuli prima e poi soprattutto dei patriarchi aquileiesi. ...

Le prime documentazioni del castello risalgono dunque al sec. XIII. Alla ricchezza di notizie su fatti storici che lo riguardano fa fronte, però, la quasi assoluta mancanza di sue raffigurazioni in quell'epoca. Una lacuna che non si riscontra solamente per Villalta, ma interessa la gran parte delle opere fortificate friulane: è raro, infatti, trovare mappe, planimetrie o disegni anteriori al sec. XVI. Del castello di Villalta possediamo un disegno che risale alla fine del Quattrocento. E perciò molto importante anche perché da esso si può rilevare la struttura della rocca nelle epoche precedenti. Nonostante le quattro distruzioni subite, il castello fu ricostruito sempre sul luogo dei precedenti, ricalcandone la forma e la fisionomia, per cui è possibile, osservando l'attuale pianta, risalire alle costruzioni più antiche. Esso era costituito (1480 circa) dalla torre, dal mastio di abitazione e difesa che si protendeva fuori dalle mura, da una prima cortina che difendeva la parte padronale, alla quale si accedeva per due porte, e da un secondo giro di mura, più ampio e munito della torre d'ingresso, che circondava il borgo rurale. Si può dedurre che la primitiva rocca comprendesse gli elementi suddetti, tranne la cortina del borgo, la quale, come nella generalità dei casi, fu elevata solamente più tardi (sec. XIV) con l'espandersi dell'abitato, allo scopo di difendere dalle scorrerie nemiche gli abitanti ed i raccolti. Solamente dopo la distruzione del 1511, i Torriani pensarono di ampliarlo, modificandolo in maniera tale da utilizzarlo più come residenza nobiliare che come opera di difesa. Durante il 1500 fu edificato il corpo centrale, utilizzando come muro perimetrale sud quello della vecchia cortina. Contemporaneamente altre costruzioni vennero ad aggiungersi alle esistenti, fra la torre ed il mastio primitivo, come pure il muraglione che separa la bassa corte dalla parte alta del castello, e la scalinata per accedere a quest'ultima. Anche le due torri circolari, di cui una fu poi trasformata in cappella, risalgono a questo periodo, che vede infine l'allargamento della seconda cerchia con la costruzione delle attuali mura. Da un disegno dell'anno 1700 il castello appare ormai come l'attuale, tranne che per alcuni rustici nel cortile inferiore che verranno completati all'inizio di questo secolo. Le vicende storiche che abbiamo narrate presuppongono che il maniero offra al visitato re le prove di tanta sua storia. In parte è così. I proprietari che si sono succeduti ai della Torre, a cominciare da questi ultimi, hanno arredato le stanze ed i saloni secondo i loro gusti, per cui dell'originale arredamento non v'è ricordo. Meritano un cenno - oltre alla disposizione dei locali "a cannocchiale", agli elementi architettonici, ai cortiletti interni, alla cappelletta gentilizia, ai molti angoli suggestivi che ne fanno uno dei più bei castelli friulani -, il salone al primo piano con la porta in legno dipinto (sec. XVII); gli affreschi delle stanze del corpo antico, che ritraggono animali fantastici e scene di vita campestre; la vasta cucina, rimasta immutata, con il fogolâr; e naturalmente la torre, dalla quale si gode uno splendido panorama».

http://www.portalenordest.it/component/k2/item/7-castello-villalta.html


Villanova (torre dei Templari)

a cura di Stefano Favero


Zegliacco (castello)

Dal sito www.rblob.com   Dal sito www.vallecormor.com

«Sorge su lieve altura nei pressi dell'abitato di Zegliacco dove anticamente si ritiene esistesse una postazione di vedetta che controllava la strada di origine tardoantica diretta da Concordia al Norico. Presso la chiesa di Vendoglio, paese a sud di Zegliacco, si conservava un miliare romano relativo alla strada. Il primo documento risale al 1171 quando è feudatario Haidenrico de Zelaco. Nel 1252 il patriarca Gregorio di Montelongo pronuncia l'investitura feudale nei confronti di Corrado di Variendo de Zelaco. Successivamente il castello risultava affidato in consorzio a più famiglie dello stesso casato. Nel 1309 subì un disastroso incendio durante le battaglie tra il patriarca, il Conte di Gorizia e Rizzardo da Camino. Nella seconda metà del Trecento venne occupato dai potenti signori di Savorgnano. Dal 1373 al 1477 divenne nuovamente feudo dei nobili di Zegliacco per poi risultare di proprietà dei Cossio fino al 1811. Il complesso castellano ha subito numerosi rifacimenti e ristrutturazioni che hanno sconvolto l'assetto originario trasformandolo in residenza di campagna. Nella torre portaia risalente al XVII secolo rimangono le tracce di un muro contraffortato della torre medioevale e accanto i residui del fossato. Gli edifici a nord sono costruiti inglobando le strutture della cinta muraria».

http://www.turismofriuliveneziagiulia.it/piancavallo/artecultura/dettaglio.asp?ID=622&ORD=0&PAGG=1&L=1


     

      

 

©2013 ss.

  


  su  Friuli Venezia Giulia

Provincia di Udine

Home