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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI Carbonia-Iglesias

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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BUGGERRU (torre di Cala Domestica)

Dal sito www.nautica.it   Dal sito www.parcogeominerario.eu

«A sud dell’abitato di Buggerru, su un modesto rilievo dominante una insenatura di straordinaria bellezza, si erge la torre di Cala Domestica. Il fortilizio, cui era affidato il presidio della vicina spiaggia ove era attiva una piccola tonnara, era in corrispondenza visiva con la torre di Porto Paglia, il forte sabaudo di San Vittorio, ubicato sull'isola di San Pietro, una guardia morta nell'isola Piana e una a Capo Pecora, in località Sa Guardia de is Turcus. Non è chiara l’origine dell’impianto. Tuttavia il suo valore strategico è rimasto immutato nel tempo. Nel 1572 il capitano di Iglesias don Marcantonio Camos, nella sua Relaçion de todas las costas maritimas de lo Reyno de Cerdeña, indicando i siti ottimali per l’impianto delle erigende torri costiere, giunto al Cabo del Dado, adiacente a Cala Domestica, individuabile oggi forse nel Monte Guardianu, aveva previsto la predisposizione di una stazione di vedetta con due sentinelle armate ma non aveva pianificato l’edificazione di una torre. Sei anni dopo il vicerè don Miguel de Moncada vergava a sua volta un prospetto sullo stato delle difese dell’isola, indicando successivamente i siti prescelti per l’edificazione delle torri sulla falsariga della relazione del Camos. Questi aveva previsto la costruzione di una torre sul Monte del Dado per una spesa complessiva di 200 ducati. Vi è da dire che la carta dell’architetto Rocco Cappellino, pubblicata nel 1577, menzionava già un presidio all’altezza dell’odierna Cala Domestica, forse niente più di una scolta armata. L’edificazione della torre risale al periodo sabaudo. I lavori ebbero inizio solo nel 1765, ma ancora nel 1777 erano lungi dall’esser conclusi. Nel settembre del 1780 il compimento dell’opera fu appaltato all’impresario cagliaritano Salvatore Caredda. Questi avrebbe dovuto attenersi alle linee progettuali dell’ingegner Daristo. A causa dei lavori eseguiti in modo inadeguato, poco dopo la struttura risultava in parte crollata. Nel 1784 la fortificazione assumeva il nome di Nuova Torre di Caladomestica. L’anno successivo poteva dirsi finalmente ultimata. Nel marzo del 1786 vi si insediava la guarnigione: un alcaide e alcuni torrieri. Un rapporto del vicerè Vivalda nel 1798 la vedeva inscritta nel bilancio e spese della Reale Amministrazione delle Torri. Nel 1820 e nuovamente nel 1831 le strutture della torre furono interessate da significativi lavori di restauro. Nel marzo del 1843 risultava ancora armata dagli uomini del Corpo Reale Artiglieria. Disarmata nella seconda metà del XIX secolo, la torre fu nuovamente utilizzata nel corso del secondo conflitto mondiale ospitando il personale della rete d’avvistamento costiero della Regia Marina. La struttura, di foggia cilindrica, è realizzata con una muratura in pietrame calcareo, sbozzato e allettato con malta bastarda. Misura circa 12 m di diametro e 11 m d’altezza dallo zoccolo al lastrico d’armi. Il boccaporto, cui si accedeva mediante una scala di corda, si apre a circa 6 m dal suolo ed è realizzato con piedritti e architrave in pietra. L’apertura immette in un’unica camera voltata a cupola di circa 7 m di diametro. La cupola è realizzata con pietre non squadrate. Lungo la parete, in posizione simmetrica, si aprono sei feritoie. All’interno del vano vi sono un caminetto e la botola della cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Tramite una scala ricavata nello spessore della muratura si accede al lastrico d’armi. Sebbene rimaneggiato nel corso della seconda guerra mondiale per sistemarvi un posto d’osservazione, sono ancora riconoscibili le tracce delle cannoniere e di quattro garitte. Il monumento può essere raggiunto percorrendo la strada che da Buggerru sale verso il villaggio "Planu Sartu" e poi prosegue sino a Cala Domestica. In alternativa è possibile seguire il percorso che da Gonnesa conduce a Masua e Acquaresi. Da qui si costeggia sulla sinistra il fiume sino alla spiaggia risalendo il promontorio di Cala Domestica per circa 300 m. Accessibilità: abbastanza agevole. Visita: accesso libero».

http://www.parcogeominerario.eu/index.php?id=344


CALASETTA (torre di Calasetta)

Dal sito www.sulcisiglesiente.eu   Dal sito www.nautica.it

«Quarta isola italiana per estensione, Sant'Antioco viene da molti considerata una penisola per via dell'istmo artificiale che la collega alla terraferma. Di fondazione fenicia, l'omonima città di Sant'Antioco conserva importanti siti archeologici e monumenti quali l'area del tophet (cimitero dei bambini nati morti o morti subito dopo la nascita), il sistema delle catacombe conservato presso la Cattedrale, i resti del ponte romano posto in prossimità degli stagni. Seconda cittadina dell'isola è Calasetta che sorge di fronte all'isola di San Pietro, raggiungibile in mezzora di traghetto. A dominio del centro storico, che conserva l'impianto e le tradizioni liguri propri della sua fondazione settecentesca, si erge a breve distanza dal porto la Torre di Calasetta. Edificata intorno al 1760 in conci di pietre vulcaniche, presenta forme massicce, una base di oltre 16 m di diametro e volta a cupola. Alla base del terrazzo si notano i resti del cordolo marcapiano in pietra, mentre sotto la torre è adagiato un antico cannone».

http://www.nautica.it/charter/torri/03.htm


GIBA (torre di Palmas)

Dal sito www.ichnusa.net   Dal sito www.paradisola.it

«La Torre di Palmas è stata costruita nel XVI secolo, utilizzando rocce laviche e blocchi di granito. Alta, attualmente, circa 4 metri, si trova a 25 metri sul livello del mare. L’edificio, a causa delle sue condizioni decadenti e della sua struttura molto semplice, non presenta alcun interesse archeologico. L’edificio fu costruito per sorvegliare questo tratto di costa ed eventualmente per segnalare alle torri vicine la presenza di nemici. Non si conosce con precisione il numero dei soldati che stavano di pattuglia all’interno della torre e nemmeno il quantitativo degli armamenti a loro disposizione. Dalla sommità della torre sono visibili le torri di Cannai e di Cala Piombo».

http://www.ichnusa.net/index.php?pagina=dettaglio_arch&Id=435


GONNESA (torre di Porto Paglia)

Dal sito www.gentedisardegna.it   Dal sito www.gentedisardegna.it

«Sorta nel golfo omonimo, la tonnara di Porto Paglia venne impiantata alla fine del XVI secolo per decisione del re Filippo II re di Spagna, su progetto del commerciante di origine genovese o iberica Porta, cui si deve il merito di aver studiato il corso dei tonni nei mari dell’isola e di aver introdotto, nel sistema di pesca del tonno, accordò l'impianto delle camere. La tonnara, intesa come complesso delle reti, era composta da sei camere, poggiava sul fondo roccioso a circa 27 mt. di profondità e con una coda lunga circa 1200 mt. Gli alloggi della ciurma sorgevano nella collina adiacente la tonnara, mentre la lavorazione del tonno avveniva negli stabilimenti della località “la Punta” nell’isola di San Pietro. Fra le molte tonnare che operavano nella Sardegna del Sud, tra la fine del XVI secolo e la seconda del XX, solo quelle di Portoscuso e di Porto Paglia conobbero un’attività ininterrotta. ... Non lontana da questi stabili sorge la torre litoranea, oggi in rovina, costruita nel 1598 in località chiamata dagli aragonesi “Las canellas”».

http://www.monumentiaperti.com/scheda.php?idm=823&idc=137


IGLESIAS (castello di San Guantino o di Salvaterra)

Dal sito www.viaggioinsardegna.it   Foto di Renzo Spanu, dal sito www.eurekabooking.com

  

«Sorge nel settore nord-orientale della città, addossato alle mura, in posizione sopraelevata rispetto all'impianto urbano. Noto come castello di Salvaterra, fu edificato durante la dominazione pisana, probabilmente per volere del Conte Ugolino della Gherardesca. I Pisani lo chiamavano anche di San Guantino o di "San Guat", perché all'interno ospitava una cappella consacrata al santo, poi dedicata dagli aragonesi a Sant'Eulalia, patrona di Barcellona. La sua struttura originaria ha subito col tempo numerosi restauri ed adattamenti. Nel 1325, ad esempio, terminarono i lavori di ristrutturazione voluti da Berengario Carroz: per l'occasione fu murata sull'architrave della porta un'iscrizione, in cui il castello viene denominato "Castri [?] Regalis". In un disegno aragonese del 1358 appare dotato di tre torri, di cui quella centrale più alta; sappiamo anche che nel XIV secolo era dotato di venti torri, e, così come le mura, munito di una palizzata di legno e di un fossato. Sfortunatamente, della costruzione ci è rimasta solo la parte centrale, che è comunque di indiscusso fascino e merita una visita».

http://www.sardiniapoint.it/1563.html


IGLESIAS (mura e torri pisane)

Dal sito www.viaggioinsardegna.it   Dal sito web.tiscali.it/cesarebettini

«Si arriva a Iglesias dalla SS 130. Vari tratti di fortificazioni sono inglobati nel centro storico cittadino. Iglesias si stende ai piedi del monte Marganai ed è nota per l'attività mineraria che l'ha contraddistinta nei secoli passati. Il territorio è ricco di siti archeologici che documentano la continuità insediativa fin dall'epoca preistorica. La presenza della chiesa cruciforme di San Salvatore attesta la frequentazione in età bizantina. Il centro divenne importante soprattutto a partire dal XIII secolo, quando assunse fisionomia urbana col nome di "Villa Ecclesiae". La storia urbana di Iglesias, inizialmente denominata "Villa Ecclesiae", è lunga è complessa. Insediamento fortificato pisano nel XIII secolo, fu smantellata di ogni apprestamento difensivo nel 1289, in seguito alla ribellione di Guelfo di Donoratico nei confronti della Repubblica di Pisa. Tuttavia la città, già amministrata per mezzo del "Breve di Villa di Chiesa", fu presto riportata alla piena efficienza: si sa che nel 1302 era sotto l'amministrazione di Pisa. Con l'arrivo delle truppe aragonesi nel 1323, unite a quelle del regno d'Arborea desiderose di espugnare i possessi pisani nell'isola, la situazione di Iglesias si fece difficile. Fu la prima città a fronteggiare l'attacco dei nemici, attirati anche dalle miniere d'argento di Villa di Chiesa. La resa alle truppe aragonesi arrivò il 14 gennaio 1324, dopo sette mesi di lotta. Divenuta feudo della famiglia Carròs, Iglesias si ritrovò in mezzo alla guerra tra le forze aragonesi e le truppe arborensi, scoppiata per il controllo dell'isola a metà del XIV secolo. Solo nel 1479, dopo più di un secolo di lotte, Iglesias entrò a far parte del patrimonio effettivo della Corona d'Aragona. Da una serie di dispacci pervenuti nel 1308 al sovrano aragonese Giacomo II il Giusto si conosce abbastanza in dettaglio la tipologia di fortificazione di Iglesias. Il nucleo abitato era racchiuso da una cerchia di alte mura merlate, intervallate da 20 torri a formare una pianta poligonale; antistante la cortina di mura si trovava una palizzata di legno, con funzione di difesa, rafforzata da un fossato che serviva a tenere lontane truppe e macchine da guerra. Le mura avevano la peculiarità di essere realizzate con pietrame misto disposto in corsi orizzontali, creando una disomogeneità che garantiva grande resistenza agli attacchi. L'accesso all'interno di Villa di Chiesa avveniva attraverso quattro porte: Porta Maestra, frontale alla strada per Cagliari, Porta Castello, oggi nelle vicinanze del cimitero, Porta Sant'Antonio, sulla strada per Fluminimaggiore, Porta Nuova, sulla strada per Gonnesa. Tra Porta Castello e Porta Sant'Antonio si trovava il colle di Salvaterra, dove fu eretto il castello. A causa degli eventi bellici che la videro coinvolta, la città di Iglesias con le sue mura fu più volte danneggiata e ricostruita con gli opportuni ammodernamenti. A tutt'oggi la cinta muraria medioevale è ben visibile per lunghi tratti».

http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17917&v=2&c=2488&c1=2128&visb=&t=1


IGLESIAS (uno studio sulla città fortificata di Villa di Chiesa)

Dal sito http://archilink.it   Dal sito http://archilink.it

«Fortificazioni e vicende hanno inizio con la ribellione di Guelfo di Donoratico alla Repubblica Pisana nel 1289, e con la presa della città mineraria che tolta ai ribelli del giudice d' Arborea, alleato dei Pisani, fu fatta smantellare di ogni apprestamento difensivo. Un avvenimento importante per la storia dell' isola fu la cessione della Sardegna , fatta a Giacomo II re di Aragona, da parte del Pontefice Bonifacio VIII in cambio della Sicilia . La cinta muraria di Iglesias è caratterizzata dalla presenza di venti torri che chiudono poligonalmente la città.Sulle fortificazioni di Iglesias esiste una precisa documentazione databile al 18 settembre 1308; questi scritti riportano un fatto storico importante: i Pisani volevano disfare il castello di San Guantino ( che era il nome Pisano di Salvaterra ), abbattere mura e torri, distruggere l' antemurale ligneo e riempire i fossati di terra e, in caso di sbarco delle truppe Aragonesi, distruggere con la città l' intero territorio, poiché i Pisani non si fidavano degli uomini che la difendevano, essendo questi Guelfi. Si entrava in Iglesias da quattro porte: Porta Maestra, situata frontalmente alla strada per Cagliari; Porta Castello; ubicata verso l'attuale chiesa dei Cappuccini presso il cimitero: Porta S. Antonio , sulla strada per flumini maggiore: e Porta Nuova sulla strada per Gonnesa. Tra Porta Castello e Porta S.Antonio, in cima al colle Salvaterra vi era il Castello. Lo stato attuale della cinta medioevale della città di Iglesias è pressappoco quello di circa un secolo fa. La caratteristica strutturale di queste mura è quella di avere le facciate cieche, costruite in pietrame di varia dimensione e disposte a corsie orizzontali. La struttura così fatta offriva garanzie di resistenza agli attacchi esterni. ...».

http://www.archilink.it/index.php?option=com_content&task=view&id=114&Itemid=155


PORTOSCUSO (torre spagnola)

Dal sito www.cstcsardegna.it   Dal sito http://portopaleddu-portoscuso.sardiniabeaches

«Dalla SS 126 da Iglesias, dopo il secondo ingresso per Gonnesa, si imbocca sulla d. la panoramica per Portoscuso. Da Carbonia, al bivio di Sirai, si imbocca la SP per Portoscuso. La torre di Portoscuso è adagiata su un'altura che domina il piccolo centro marittimi, tra la piccola cala della Ghinghetta e la scogliera di Porto Paleddu. Localizzazione strategica da cui è possibile mantenere il contatto visivo con le altre torri costiere (Calasetta e Carloforte). La torre di Portoscuso si presenta in ottime condizioni architettoniche e statiche. Ha forma geometrica troncoconica ed è costituita da un solo piano illuminato da 8 finestroni. Il periodo storico della sua probabile edificazione varia: è il 1577 secondo la Carta di Rocco Cappellino oppure il 1639 secondo la Carta di Francesco Vico. L'accesso alla torre avviene per mezzo di un'unica apertura localizzata a circa 3,5 m da terra, raggiungibile per mezzo di una scala a 16 gradini. L'interno presenta un'eccezionale volta a cupola senza pilastro centrale con costoloni di irrigidimento che si incrociano in corrispondenza dell'imboccatura della sottostante cisterna. La struttura voltata è realizzata con pietre non squadrate. Le sole parti costruite con pietra squadrata sono i pilastri e le nervature a costoloni di irrigidimento. All'esterno corrono mensole a sbalzo che fungono da coronamento alla terrazza superiore su cui erano collocati i cannoni di maggior calibro. Il pavimento della terrazza era impermeabilizzato con bitume e le acque piovane venivano convogliate in un unico punto, nel perimetro interno della terrazza, e scaricate nella cisterna attraverso un tubo. Questi pluviali erano realizzati, normalmente, con tegole curve, coppi binati, in modo da formare il tubo di scarico. L'accesso alla terrazza avviene per il tramite di una scala interna al muro perimetrale costituita da gradini in pietra lavorata. Per quanto riguarda le modalità costruttive si osserva che la muratura è realizzata secondo la cosiddetta tecnica a "cassetta" o a "doppia cortina", nel senso che è costituita da due paramenti murari, uno esterno e uno interno fatti in pietre non squadrate e allettati con malta bastarda. L'interstizio tra i due setti veniva riempito con un impasto di pietre e malta. Per la sua realizzazione furono utilizzati lave e tufi vulcanici della zona. Gli elementi esterni a sbalzo sono in ignimbriti con venature di tufo vulcanico. La torre di Portoscuso appartiene alla categoria delle cosiddette "torri gagliarde" (difesa pesante). Si trattava delle torri più grosse e, dall'inventario eseguito nel 1767 dal Ripol, risulta che queste torri erano, in genere, dotate di quattro cannoni di grosso calibro, due spingarde e cinque fucili. La guarnigione era composta da un alcaide, un artigliere e quatto soldati».

http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17883&v=2&c=2661&c1=2640&t=1


SAN GIOVANNI SUERGIU (resti del castello e meddau medievale "Is Garaus" a Palmas)

Dal sito www.monumentiaperti.com

«Lo spopolamento della costa sulcitana e in particolare della città di Sulci nei secoli dell’alto medioevo portò con sé un incremento significativo della popolazione delle aree che accolsero chi fuggiva dai territori ormai divenuti poco sicuri e tra queste quella in cui si trova l’attuale frazione di Palmas. A partire dal IX secolo, infatti, possediamo l’attestazione della Villa di Palmas di Sols (o Soxo o Sulcio, a seconda delle fonti), che divenne un centro importante prima di decadere intorno alla metà del XV secolo, quando venne abbandonata per essere ripopolata tra il XVIII e il XIX secolo. Il paese cui tale ripopolamento diede origine fu distrutto nel 1962 a causa delle infiltrazioni della vicina diga di Monte Pranu e ricostruito a pochi chilometri di distanza. A protezione della Villa di Palmas di Sols era una cinta di mura, di cui rimane qualche traccia, e, incorporato nel suo tracciato, il cosiddetto castello. Non rimane molto di questa struttura, almeno in assenza di indagini archeologiche più approfondite: si conservano infatti i soli resti di una torre tronco-conica in grossi conci di pietra vulcanica, che originariamente si articolava su due piani, per un’altezza originaria tra i 10 e i 12 metri circa e un diametro esterno che si lascia ricostruire per un totale di circa 7,5 metri. Potrebbe trattarsi del castello ricordato da alcune fonti, secondo le quali i Gherardesca gherardiani, cui apparteneva la Villa dopo la fine del giudicato di Càlari nel 1258, fecero erigere una struttura difensiva distrutta nel 1323 dagli Aragonesi, quando si impossessarono della Sardegna a seguito dello sbarco operato proprio in questa località, nel Golfo di Palmas. Secondo altri studiosi, invece, questa struttura sarebbe stata fatta erigere nell’XI secolo dai giudici di Càlari, mentre esiste un’altra ipotesi secondo la quale l’opera sarebbe stata costruita dagli Aragonesi a difesa della villa dopo il loro sbarco: in mancanza di studi specifici è evidentemente difficile dire quale di queste ipotesi possa essere la più convincente».

http://www.monumentiaperti.com/scheda.php?idm=701&idc=132


SANT'ANTIOCO (Castro, castello non più esistente)

Dal sito www.sardegnacultura.it

«L'abate Vittorio Angius nel 1841 descrive all'ingresso di Sant'Antioco, a poca distanza dal ponte romano, i ruderi di una fortezza oggi non più esistenti: il Castello Castro, distrutto alla fine del secolo per ricavarne materiali da costruzione. Nel 1860 il generale Alberto Della Marmora osserva come nella posizione la fortezza non presentasse nessun carattere dei castelli del Medioevo, "i quali torreggiano sulle alture isolate ed acute, mentre questo è in un piano perfetto all'imboccatura del mare". I due studiosi discordano però nell'interpretazione della struttura: per l'Angius si tratterebbe d'un castello giudicale, per il Della Marmora di un castello arabo. Solo nel 1907 Dionigi Scano, rilevando la diversità del castello sulcitano dagli altri di età giudicale, ne afferma l'origine bizantina, sulla base dei pochi resti, poi scomparsi nel riempimento del tratto litoraneo all'ingresso dell'attuale abitato di Sant'Antioco. È molto probabile che il castello sulcitano fosse stato costruito all'epoca di Giustiniano, sulla base dei modelli standard che si applicano, con poche varianti, nell'edificazione delle fortezze nordafricane del VI secolo, e sulla base delle caratteristiche costruttive, quali sono unanimemente descritte dai tre autori ottocenteschi. L'Angius è il più preciso in proposito: "la costruzione è in grandi pietre rozzamente quadrate, e le più d'un enorme volume. L'architrave della porta è lungo un po' più di quattro metri. Vedendosi questo fabbricato dopo osservati gli avanzi delle mura della città, si riconosce con certezza donde fu tolto il suo materiale. Le pietre non sono sempre a ordini regolari, e tra quelle che son piane vedonsene qua e là delle bugnate, che furon prese dallo zoccolo di altre costruzioni antiche. Della Marmora specifica che si trattava di pietre "porfiro trachitiche della località, che sono ben tagliate, ma si riconosce che non furono tagliate per questo edifizio, bensì tolte da altri antichi, e qua confusamente impiegate". Importa rilevare l'impiego di materiali di spoglio, la presenza di conci bugnati e il tipo di reimpiego, che sembrerebbe rientrare nella categoria di quello "economico", dettato cioè dalla sensibile riduzione dei costi di fabbrica, che si otteneva costruendo con pietre già lavorate, prelevate da antichi edifici, nel caso probabilmente le mura puniche e romane di Sulci. Anche le fortezze giustinianee dell'Africa settentrionale sono costruite in grandissima parte con materiali di spoglio, non solo nel caso si recuperi, adattandola al nuovo uso, una struttura preesistente, ma anche e soprattutto nei castelli a difesa dei centri costieri. Procopio ci dà un quadro imponente del programma di fortificazioni giustinianee, col semplice elenco di queste fortezze, numerose delle quali sopravvissute in condizioni di buona leggibilità. Mentre lungo il limes orientale la cinta fortificata in genere delimitava il perimetro dell'abitato, come a Zenobia e a Resafa, nell'Africa mediterranea il castrum si isola dalla città e instaura con essa un rapporto particolare, collocandosi in prossimità e a difesa della via d'accesso, come a Timgad, e assumendo una configurazione assai più regolare e progettata, analoga a quella che si osserva nel disegno della pianta e d'uno scorcio delle rovine del Castello Castro, pubblicati dal Della Marmora che lo visitò nel 1821, facendolo accuratamente rilevare. A questa immagine, per il momento unica memoria iconografica del distrutto castello sulcitano, possiamo forse aggiungerne un'altra, che compare in una stampa del XVII secolo, riprodotta nel lavoro di Filippo Pili sul martire sulcitano. Dietro l'imponente figura di Sant'Antioco, si vedono sulla destra il santuario, a sinistra la strada d'accesso all'abitato, il ponte romano ancora esistente, e il castello, con torri ancora provviste di merli».

http://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=19898&v=2&c=2659&t=7


SANT'ANTIOCO (forte sabaudo o "guardia de Su Pisu")

Dal sito http://capitolochiuso.forumfree.it   Dal sito www.sant-antioco.it

«Il forte Su Pisu è collocato nel punto più alto del paese di Sant'Antioco, con una bella vista sulla laguna a est e sulla campagna con i vigneti a Ovest. Sorge al di sopra di un antico edificio sacro Fenicio, vicino alla Basilica e al villlaggio ipogeo. Fu edificato come forte di difesa ma ebbe vita breve, venne infatti utilizzato una sola volta, durante l'ultima incursione barbaresca avvenuta il 1815, quando ancora mancava il ponte levatoio che avrebbe dovuto chiuderne l'entrata. Si decise di costruirlo in seguito a un saccheggio avvenuto nel 1812 dell'allora forte principale, che era collocato vicino al ponte romano, all'entrata del paese, troppo lontano dal centro abitato. L'incursione contro il forte Su Pisu, avvenne il 16 Ottobre del 1816, quando un migliaio di pirati sbarcò alle 7 del mattino nella spiaggia Is pruinis, attaccando in seguito con fuoco di copertura verso il Forte del ponte che rispose con la propria artiglieria. Successivamente si diressero verso il paese passando dall'attuale Via Matteotti, arrivando fin sotto il Fortino, dentro il quale vi era la guarnigione e parte della popolaione; altri fuggirono nelle campagne. Dopo una giornata di resistenza della guarnigione, il fortino fu espugnato e invaso dai pirati, che trovarono una forte resistenza da parte dei difensori che combatterono con storico eroismo. Molti di questi uomini caddero in combattimento e altri 133 furono deportati in Tunisia, furono saccheggiate molte case, la Basilica con la distruzione di numerosi arredi interni, e il forte stesso, che fu restaurato successivamente. La salma dell'ufficiale Melis-Alagna, che guidava la guarnigione, in un primo tempo sepolta nel cimitero, fu traslata sotto l'altare maggiore della Basilica per ordine del Vescovo mons. Niccolò Navoni. Dopo questo ennesimo atto di pirateria le potenze europee decisero di intervenire e nel 1816 l'ammiraglio inglese lord Exmouth e l'olandese Van Capellen sferrarono un massiccio bombardamento sulla città di Algeri. Successivamente i francesi conquistarono la città nel'Agosto del 1830, decretando la fine degli stati barbareschi. Un mese dopo anche il Bey di Tunisi sottoscrisse il trattato che poneva fine al diritto di autorizzare o esercitare l'attività corsara. Da qui in poi il forte venne abbandonato e cadde in rovina. Nel 1933, visto lo stato precario dell'edificio, il commissario prefettizio ne ordinò il restauro. Un'indagine condotta dalla soprintendenza archeologica nel sottosuolo di una parte della piazza d'armi, per una profondità di circa 5,50 m, ha evidenziato un primo livello risalente al periodo nuragico e tracce dei diversi periodi dal fenicio-punico fino a quello spagnolo. Gli ultimi lavori di restauro risalgono al 1999».

http://www.sant-antioco.it/Info%20Sant%27Antioco%20e%20Calasetta/Sant%27Antioco/paese/Forte_su_pisu/index.html


SANT'ANTIOCO (torre Canai)

Dal sito www.cstcsardegna.it   Dal sito www.cstcsardegna.it

«Nella parte meridionale dell’isola di Sant’Antioco in località “Turri”, sorge una torre di avvistamento che venne realizzata sotto il governo del conte Lorenzo Bogino. Egli infatti riordinò l’amministrazione delle torri litoranee erette sotto la dominazione spagnola del re Filippo II. Già parecchio tempo prima i cittadini di Iglesias, interessati a coltivare terre nell’isola di Sant’Antioco, avevano rivolto una supplica al re di Sardegna, nella quale offrivano il proprio aiuto per la costruzione di torri nell’isola. Carlo Emanuele III, per questo, diede ordine al viceré Cacherano di Bricherasio di predisporre la costruzione delle due torri già progettate nell’isola. Nel 1757 fu costruita la torre progettata dall’ingegnere militare Vallin; essa sorge sul capo “su moru”, promontorio meridionale dell’isola di Sant’Antioco, oggi chiamato “Turri”. In questo tratto di mare erano solite ancorarsi le flottiglie turche, fino ai primi decenni dell’Ottocento. La Torre svolse un’importante opera di avvistamento e comunicazione di notizie ai reparti militari preposti alla difesa dell’isola di Sant’Antioco durante il tentativo di invasione francese del 1793 ed in occasione delle ultime due incursioni tunisine del 1812 e del 1815 nell’isola. La torre di Canai restò attiva fino al 1815. Il tempi recenti la torre è stata utilizzata come residenza turistica da un privato che, a tal fine, l’ha “rimaneggiata” in modo discutibile. Solo dal 1994 è stata finalmente restituita alla fruizione collettiva dall’associazione Italia Nostra che, dopo averla ottenuta in concessione, ha effettuato un intervento di restauro in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Cagliari e con il Ministero dell’Ambiente».

http://www.comune.santantioco.ca.it/cms/torre-canai.html


TRATALIAS (borgo medievale di Santa Maria)

Dal sito farm2.static.flickr.com   Dal sito http://mondoturismoitalia.it

«...La parte più antica [di Tratalias] è da ritenere quella situata attorno alla cattedrale romanica, ossia l’attuale Centro Storico. La sua struttura è stata mantenuta tale dal periodo medioevale in cui maggiormente il paese estese la sua espansione. La campagna giungeva fino alle dimore del paese dalle quali era separata esclusivamente dai cortili-giardino di esse, is ortusu. Tutte le abitazioni del paese vecchio furono edificate in base all’architettura vernacolare, tipica della cultura propria della Sardegna meridionale erano case a schiera, dunque monofamiliari, costruite in massima parte su un piano. Avevano il cosiddetto affaccio diretto sulla strada mentre il cortile era situato nella parte posteriore della casa. Per quanto le dimensioni dell’abitato non fossero ingenti, può essere proposta anche una classificazione in rioni-ceto: infatti, gli edifici di proprietà di famiglie benestanti, commercianti o proprietari terrieri, sono dislocate in massima parte nelle immediate vicinanze della cattedrale. Nelle zone più decentrate troviamo invece i lotti di dimensioni molto inferiori e con case modeste appartenenti ai ceti minori. Si possono ancora ammirare le diverse tipologie abitative alcune delle quali già ristrutturate: la casa padronale del ricco proprietario, realizzata secondo la tipologia a palattu su due piani con ampie finestre abbellite da balconi in ferro battuto che aveva al fianco il portale che permetteva l’accesso diretto alla corte retrostante in cui erano presenti le lollas; le case dei braccianti o del servo pastore e l’abitazione del minatore, ad un solo piano che crescevano col crescere del nucleo familiare.

La maggior parte delle case hanno mantenuta intatta la propria struttura originaria tradizionale, sia per tipologie che per materiali utilizzati, proprio a causa della consapevolezza da parte degli abitanti di dover abbandonare il centro; per cui essi non adeguarono le case alle esigenze moderne ed inoltre persero interesse a restaurare periodicamente le facciate, come avveniva di solito prima della festa patronale. Anche i materiali utilizzati, i ladiri, i solai sorretti da travature portanti in legno a capriata, spesso ginepro, sulle quali veniva sistemato prima l’incannicciato intrecciato col giunco su cui erano posati i coppi sardi. E ancora gli arredi interni con gli armadi a muro con le mensole in legno e i caratteristici caminetti sardi ad angolo sulla cui cappa si trovavano le mensole, per lo più tre, che fungevano da credenza quando il mobilio era ridotto al minimo nella maggior parte delle case. Sono tanti gli esemplari ancora visibili nelle case del centro storico alcuni dei quali anche finemente decorati con stucchi. Una particolarità del vecchio centro: dalle caratteristiche tipologiche delle abitazioni site nel vico posto nella parte posteriore della basilica, si potrebbe ipotizzare che siano sorte in funzione della sagra di Santa Maria come case per i pellegrini altrimenti dette “Cumbessìas o muristènes”. Si tratta, infatti, di piccole dimore a schiera, basse, con poche aperture, ma soprattutto costruite vicino alla cattedrale dove si trovano per lo più le abitazioni dei ricchi possidenti. In riferimento a queste ultime si può invece porre l’accento sui due archi identici, uno dei quali si affaccia in Piazza Chiesa e l’altro sulla corte retrostante di una diversa proprietà ma che sicuramente un tempo, forse fino alla prima metà dell’Ottocento, appartenevano ad un unico nucleo familiare o forse ad un monastero, formando così una imponente casa a corte. Il suo nucleo centrale originario potrebbe essere individuato nell’abitazione, fino a poco tempo fa utilizzata come deposito; sull’architrave della porta principale vi è una iscrizione che attesta come nel 1655 la casa esistesse già, dato che proprio in quell’anno fu ristrutturata».

http://www.comune.tratalias.ca.it/index.php?option=com_content&task=view&id=15&Itemid=28


VILLAMASSARGIA (castello di Gioiosa Guardia)

Dal sito www.viaggioinsardegna.it   Dal sito www.gruppofolkpilar.it

«È ubicato in cima al rilievo conico di Monte Exi, a circa 418 metri sul livello del mare e a 296 rispetto al paese di Villamassargia. I primi ruderi che si incontrano, sono quelli che costituivano gli ambienti del "corpo di guardia"; lo si deduce dal fatto che solo da quella parte le difficoltà di accesso sono minori. Alla sua base, osservata da Sud-Ovest, sotto il piano di campagna, si può vedere e rilevare la prima cisterna di raccolta dell'acqua piovana. Le pareti sono intonacate e la volta a botte, mostra la struttura di mattoni rossi; la torre, costruita sopra un roccione, ha il muro sul lato Est completamente smantellato; nella parte interna sono evidenti i segni di due piani in elevazione ed un terreno; al secondo piano è visibile una nicchia con arco gotico, probabile ripostiglo, a uso domestico. Superata la torre si giunge nella zona più distrutta della fortificazione, in cui il tracciato degli ambienti doveva costituire il pianoterra del castello. All'estremo perimetro di Nord-Est, l'imboccatura di una cavità sotterranea rivela la presenza di un vasto ambiente diviso nel senso trasversale da un muro di circa sessanta centimetri di spessore. Le sue pareti e la volta a botte, sono costruite in blocchi squadrati come quelli agli spigoli della torre, ed appartenenti ad un tipo di lavorazione totalmente diversa dal resto del complesso. La presenza di tubi di ceramica rossa, verniciata, indica la precisa funzione dei due ambienti: cisterne per la conservazione e raccolta dell'acqua. Dalla storia del giudicato cagliaritano (a partire dalla discendenza femminile del giudice Costantino) si è potuto stabilire l'anno di costruzione del castello che ricade nel periodo che va dal 1130- 1162. Altri ritengono che il castello di Gioiosaguardia, al confine con la Curatoria del Cixerri, potrebbe essere stato costruito nel periodo in cui " regnava " Guglielmo di Massa (1190-1214). Villa di Chiesa accentrava il minerale di piombo e d'argento estratto dalle miniere attorno, e cominciava ad assumere la fisionomia di città di cinta di mura e torri ed all'interno si andava erigendo la chiesa di Santa Chiara per iniziativa del conte Ugolino della Gherardesca, Signore della sesta "Parte" del cagliaritano. Per concludere bisogna ricordare che nei quarant'anni compresi fra il 1391 ed il 1492 il castello di Gioiosaguardia, per fatti oggi sconosciuti, sia stato abbandonato e sia caduto in disuso, e quindi nel corso dei secoli successivi, divenuto meta di " ricercatori di tesori", sia stato spogliato di tutto ciò che era asportabile ed utilizzabile altrove».

http://www.archilink.it/index.php?option=com_content&task=view&id=114&Itemid=155&limit=1&limitstart=5


    

      

      

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