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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI CREMONA

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.

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Bottaiano (villa Obizza)

Dal sito www.mondopadano.it   Foto di kampax, dal sito http://it.worldmapz.com   Dal sito www.professionearchitetto.it

«Gli Obizzi risultano essere proprietari di fondi, e relativi edifici agricoli, nel comune di Bottaiano già dal 1554. Fu solo alla fine del 1600 che si diede inizio alla costruzione della villa, per volontà di Giò Matteo Obizzi, nobile consigliere della città di Crema. La villa venne terminata nel 1702, come risulta da due epigrafi poste sull’edificio. La proprietà della villa passò dagli Obizzi ai Monticelli nei primi anni del 1800. Con la morte di Vincenzo Monticelli, che sposò Maria Obizzi nel 1816, si estinse la famiglia Obizzi. Negli anni successivi i diversi eredi spogliarono la villa di tutte le suppellettili (compresi splendidi arazzi di Fiandra e i camini), trasferendoli nella villa di Ripalta Guerina. Da quel momento la Villa Obizza subì un progressivo abbandono. Nell’area della villa continuava l’attività agricola e l’edificio nobile divenne addirittura deposito per le derrate agricole, nonostante che, il 13 aprile 1912, l’immobile venisse posto sotto vincolo artistico. Nel 1927 Luigi Monticelli vende la proprietà ad Emilio Pradoni di Milano. Dopo i fasti settecenteschi, la villa venne affittata ai conduttori dei fondi, fino agli anni ’50 del secolo scorso. Dopo la guerra, con il boom industriale, villa e terreni subirono le conseguenze dello spopolamento delle campagne. Abitata da un custode fino al 1971, da quell’anno rimase poi abbandonata, mentre continuava l’attività agricola. Nel febbraio del 1979 il signor Pradoni mise in vendita villa ed azienda, che vennero acquistate dal signor Remo Invernizzi. Lo stato di trascuratezza della villa non venne però contrastato e nel 1988 crollò una parte del tetto del timpano, causando gravi lesioni ai saloni interni.

La Villa. Di impianto chiaramente Palladiano, la villa si distingue per il suo intimo contatto con l’ambiente ma si pone anche come elemento di distinzione nel paesaggio. L’orientamento della villa vera e propria è sull’asse est-ovest. Davanti alla facciata principale troviamo un giardino di impianto quadrato, a sud una prima corte rustica: all’angolo di questa troviamo l’oratorio di San Michele, presente in loco dall’epoca longobarda e ricostruito grazie al volere di Isabella Vimercati Sanseverino attorno al 1578. A nord della villa esisteva, già dal 1840 circa, una casa di villeggiatura a corte che faceva da pendent. Dietro la villa (ad oriente) troviamo la corte rustica principale, agganciata con due corpi minori all’edificio nobile, così da formare la classica U settecentesca (un tempo chiusa con un emiciclo, oggi scomparso e sostituito da una moderna stalla). A est della villa, di fronte all’esedra d’ingresso, oltre la strada, abbiamo una ulteriore grande corte con edifici rustici di pregio. La villa vera e propria è composta da un compatto corpo cubico, elevato di tre piani, con una copertura a quattro falde, interrotta dall’alzato del timpano. La pianta dell’edificio, che si ripete ai tre piani, è molto semplice ed è costituita da un salone passante centrale, due sale quadrate ai due lati, in più un ulteriore spazio ad ovest diviso in tre vani: in quello a sud è stata ricavata la scala, quello centrale fa da atrio e a nord da sala di servizio. Questo schema di distribuzione degli spazi interni è in linea con i canoni distributivi di numerosissime ville venete. Le facciate principali, abbastanza simili nella loro composizione, sono segnate dai tre ordini di piani, con una disposizione equilibrata delle aperture, senza particolari soluzioni sia architettoniche (eventuali loggiati come in altre ville) sia decorative (le cornici delle finestre sono semplici cornici archivoltate). Elemento peculiare della facciata è il timpano, a sancire la sacralità templare della villa stessa. All’interno meritano una citazione: - il salone d’onore, che in altezza arriva a inglobare anche il mezzanino. È caratterizzato da un imponente soffitto a padiglione, poggiante sulla cornice con contrafforti e quattro grandi pennacchi d’angolo. Al centro un rosone a stucco formato da una circonferenza alla quale si appoggiano quattro triangoli in posizione ortogonale; - il mezzanino posto in fregio al salone e prospettante nel salone stesso attraverso tre finestrelle simmetriche, a cui si accede da un atrio voltato ad archi ribassati sorretti da due eleganti colonnine; - il salone posto all’ultimo piano, molto solenne, caratterizzato da un soffitto a cassettoni lavorati (un tempo decorati), di grande altezza dovuta alla presenza del timpano che sopralza il tetto lungo tutto l’asse est-ovest».

http://www.araldo-crema.org/www.araldo-crema.org/villa-obizza.html


BREDA DE' BUGNI (presso Castelverde, castello Trecchi)

Dal sito www.comune.castelverde.cr.it   Dal sito www.comune.castelverde.cr.it

«La bibliografia parla per la prima volta di Breda de' Bugni nel 1338: "...da Giuseppe Bugni discese Pino, il quale avendo castello ed ampio possedimento in una braida suburbana, come rilevo da un rogito di Cabrino Fondulo de Millio del 1338, ad essa il proprio nome lasciò, che Breda de' Bugni tuttora si chiama, ed è posseduta della nobile famiglia de Trecchi". Nel 1452 il Castello passò nelle mani della famiglia Castiglioni, quella di Baldassarre, che lo vendette a partire dal 1486 Jacopo Trecchi. Da qui in poi, grazie alla famiglia Trecchi, inizierà, nel corso dei secoli, un crescente sviluppo dell'attività agricola.

Il palazzo era principalmente dedicato allo svolgimento delle funzioni pubbliche della nobiltà mentre la villa serviva al controllo ed alla direzione del patrimonio e delle attività agricole, comprendendo in questo anche la gestione ed il commercio dei prodotti e delle acque. Facendo un passo indietro, cercando di capire perché la costruzione di un castello, con l'arrivo del medioevo, alcuni punti del territorio furono scelti con criteri militari per creare sicurezza a qualche valvassino, tributario verso il feudatario maggiore, ivi residente con funzioni governative, nei vari aspetti di giudice, di esattore, di defensor. In tali località pertanto sono state erette ex-novo o sono state rafforzate preesistenti costruzioni rispondenti agli intenti delle nuove strutture amministrative. è questo forse il motivo in origine di un imponente edificio-fortilizio, munito di torrioni laterali, di ponte levatoio all'ingresso, di fossato perimetrale, ingentilito nella parte retrostante da un corpo longitudinale sorretto da un porticato rinascimentale a colonne: il castello residenziale di Breda de' Bugni.

L'intuizione della Chiappa Mauri secondo la quale l'incastellamento in area cremonese era finalizzato al controllo delle acque piuttosto che delle strade, sembra adattarsi perfettamente alla situazione di Breda de' Bugni e di Castelverde. Ma la diffusa presenza di tracce di organismi castellati, già rilevata in passato dei censimenti delle ville e dei castelli della provincia di Cremona, trova ora una possibile ipotesi. Le strutture che conservavano l'assetto degli antichi castelli, come ben documentato dalle tavole del catasto teresiano, sono state solitamente modificate, tranne Breda de' Bugni che ha conservato un'estetica castellata della sola parte più antica, anche se riferibile ad un'epoca posteriore a quella medioevale. Probabilmente nella concezione originale il castello doveva essere a pianta quadrata con una torre a ciascuno dei quattro angoli, ma non portato a compimento per ragioni che a noi sfuggono, esso fu invece integrato all'aggiunta rinascimentale, e subì certamente trasformazioni ancora in epoca ottocentesca. La parte più antica è nelle sue linee architettoniche la più rispettata, anche se il ponte levatoio è scomparso, la postierla murata e le finestre del piano terreno ridotte. Pure tutte le finestre centinate del piano nobile sono rimaste pressoché intatte, e l'intero loro stipite è magnificamente decorato con terre cotte in basso rilievo che richiamano temi e perizia di terracottai. I temi sono candelabre, ossia composizioni ornamentali a rilievo che richiamano la forma di candelabri stilizzati affiancate da cornucopie, ossia vasi a forma di corno coronato d'erbe, di fiori, riempito di frutta e simbolo d'abbondanza, elegantemente distribuite. Troviamo queste decorazione, praticamente uguali nel palazzo Trecchi della città di Cremona. Le finestre del piano terreno conservano parziale cordonatura rettangolare di ovuli e fogliette, ossia una decorazione a rilievo simile a una cordicella.

La sua importanza storica, che purtroppo non si riesce per ora a ricostruire con documenti della tradizione scritta, pare doversi almeno dedurre dal fatto che nel passato Breda de' Bugni sia stato Comune con inclusione di Castagnino Secco e non viceversa, com'è oggi. Castagnino Secco è stato poi denominato "Castelverde" per il dettato del R.D. 10 luglio 1968 n. 4486. L'edificio residenziale vero e proprio sorge sul lato occidentale dell'ampia corte rurale, come dimostrato posteriore, con ingresso a sud. Ne scaturisce una situazione soltanto in apparenza incoerente: è infatti verso la corte, cioè un ambiente già protetto, che l'edificio in qustione possiede un aspetto propriamente fortificato, che invece gli difetta sugli altri lati; dove peraltro forse esso non venne ultimato. La costruzione che si vede ora non è più castellana, anche se alcuni elementi formali appartengono probabilmente all'edificio munito del Tre-Quattrocento: torri, attacchi del ponte levatoio ecc.

L'edificio consiste di un unico corpo principale lineare, con torri all'estremità, dalle merlature inglobate nella muratura, secondo il modulo fancelliano; si ha un massimo di compattezza verso il lato d'accesso dalla strada, secondo le associazioni di elementi usuali delle costruzioni munite più o meno rispondenti alla tipologia del castello-cascina della bassa lombarda; accesso centrale sottolineato intensamente dalle feritoie delle catene dei punte, poche aperture e ridotte rispetto alla stesura del paramento murario di mattoni, alte su una scarpa. Su questo lato prospettano le altre costruzioni rustiche di età notevolmente più tarda che racchiudono un'aia di enormi dimensioni. Verso la campagna, al contrario l'edificio è completamente aperto con capitelli marmorei del colonnato del porticato rinascimentale, estremamente aereo, di proporzioni e di dettagli stilistici notevolmente più sofisticati del resto della costruzione.

La natura così diversa delle due parti della costruzione e l'avvenuta successione Bugni-Castiglioni-Trecchi aprono la via all'ipotesi che qualche grave fatto fosse accaduto ai Bugni in conseguenza forse di mutamenti politici, e già prima del passaggio di proprietà cessasse il completamento dell'edificio-castello sicché i nuovi proprietari ne facessero un adattamento più civile con l'aggiungervi il corpo retrostante sorretto dal porticato. L'organismo, oggi privo del fossato che lo circondava e che probabilmente era parte del nodo idraulico da presidiare in associazione alla viabilità che affiancava i canali di adduzione e di scolo, resta comunque interessante per capire il valore della rappresentanza del potere feudale o padronale, mostrato in ricche forme architettoniche. Lo studio stratigrafico del prospetto nord, est e sud della villa padronale in Breda de' Bugni non presenta delle grosse incongruenze, ma sono visibile alcune sostituzioni e riparazioni. Il castello rispetta la successione cronologica costruttiva tranne in alcune parti, soprattutto sul fronte nord, dove si riscontrano interventi evidenti successivi alla costruzione. Breda de' Bugni è un monumento di alto interesse dell'architettura medioevale e rinascimentale posto nella campagna a breve distanza dalla città, che inizia la sua rinascita come agriturismo».

http://www.comune.castelverde.cr.it/module-mContent-view_page-id_page-181.phtml (a cura di Vittorio Cugola e Giorgio Roveri)


CASALETTO CEREDANO (torre dei Benzoni)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Casaletto Ceredano è un centro agricolo della pianura a mezzogiorno di Crema, ubicato sul terrazzamento alluvionale della sponda sinistra dell'Adda e a due chilometri dalla famosa abbazia cistercense di Abbadia Cerreto. La bella torre che vi sorge faceva parte un tempo dell'ampio sistema difensivo fatto innalzare agli inizi del Quattrocento dai Benzoni, signori di Crema, tutt'intorno alla città, o perlomeno in tre direzioni. A mezzogiorno lo scacchiere fortificato comprendeva Moscazzano e Montodine), a settentrione era presidiato dalle due fortificazioni di Azzano di Torlino Vimercati, Pianengo), a occidente infine poteva contare sulle difese di Palazzo Pignano e Vaiano Cremasco. Oggi la torre si innalza imponente dalla cascina in cui è stata inglobata. Presenta la caratteristica pianta quadrata e la struttura muraria in mattoni a vista delle torri di pianura lombarde. Alla sommità è coronata da un duplice fregio di mattoni "a dente di sega" analogo a quello che adorna le facciate del castello di Pandino (ma è un motivo che tra Due e Trecento compare in quasi tutte le architetture fortificate dell'Italia nord occidentale). Caduta in disuso come fortilizio e privata delle probabili merlature di cui era quasi certamente provvista un tempo, è stata utilizzata nei secoli successivi come "colombera" (cioè come colombaia: da cui anche il nome di "cascina Colomberone" dato al complesso). Fu probabilmente in questo periodo che venne praticata l'apertura di finestre e di fori per i volatili nella fascia sommitale compresa tra i due fregi. È tuttora in ottimo stato di consistenza, sia pure inserita in un contesto di azienda agricola che in parte la cela alla vista».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00360/


CASALMAGGIORE (cascina Paluzzo)

Dal sito www.provincia.cremona.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Epoca di costruzione: sec. XVII. L'insieme costituisce un interessante anche se tardo esempio di edificio agricolo fortificato per la presenza di due torrette circolari in mattoni a vista, con resti di coronamento merlato e base a scarpa. In origine le torrette, poste ciascuna sulla testata meridionale delle ali dei rustici, si innalzavano dal fossato che circondava tutto l'edificio; questo è oggi trasformato in azienda agricola. Evidentemente non erano queste due piccole torri, di valore più simbolico che pratico, per la loro reciproca distanza e per le loro dimensioni ridotte, che potevano garantire un'efficace difesa. Esse tuttavia dimostrano in maniera quasi esemplare il passaggio, in Lombardia, dal castello all'azienda agricola, strutturata a cascina. Notizie storiche. Il vasto edificio della Cascina Polizza, che sorge in fregio alla strada statale Brescia-Casalmaggiore, poco fuori la frazione di Vico Bellignano, ha perso probabilmente uno dei suoi corpi di fabbrica. Forma infatti oggi sul terreno una "C", ch'era con ogni verosimiglianza inizialmente un quadrilatero chiuso e fortificato. Le fortificazioni erano, nonostante la loro evidenza e bellezza, notevolmente primitive, e certo non erano concepite per far fronte a un esercito nemico, tanto più se determinato ed esperto, ma erano più che sufficienti per garantire tranquillità e riparo alle condizioni di endemica insicurezza che erano diffusissime nel medioevo».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00362/


CASALMAGGIORE (palazzi)

Dal sito http://cartoline.lombardiainrete.it   Dal sito www.joinitaly.com

«Piazza Garibaldi è il cuore della città, non solo perché nell’assetto urbanistico costituisce il fulcro verso cui convergono tutte le principali vie del centro, ma perché il cosiddetto Listone (il lastricato marmoreo centrale) è un punto d’incontro per la popolazione. Qui si tiene il mercato settimanale (il sabato) e qui si svolgono tutte le principali manifestazioni all’aperto, a partire dalla tradizionale Fiera di San Carlo (ai primi di novembre). è una piazza di grandi dimensioni (96 x 38 m), creata nel XVII secolo e risistemata nel XIX. A quest’epoca risalgono la maggior parte degli edifici che vi si affacciano, a cominciare dal più imponente e scenografico, il Palazzo Municipale. L’edificio fu progettato alla fine dell’Ottocento dall’architetto G. Misuraca per sostituirne uno settecentesco ormai pericolante. Mattoni a vista, arcate ogivali, bifore, merlature sono gli elementi tipici con cui lo stile neogotico dell’epoca cercava di ricreare un “effetto medievale”. Piazza Turati è situata dietro al palazzo municipale. Ristrutturata nel 2002 su disegno dell'architetto G. Zani, è ora area pedonale. Al centro della piazza si trova una fontana ed un monumento dedicato al Po di Brunivo Buttarelli, artista casalasco. ... Una delle più antiche dimore civili di Casalmaggiore è rappresentata dal Palazzo Martinelli (Via Cairoli, 29), la cui facciata, ricca di decorazioni in cotto, è un bell’esempio di architettura rinascimentale lombarda. Al suo interno ha sede la Scuola di disegno “G. Bottoli”, scuola d’arti e mestieri sorta dopo l’Unità d’Italia per la preparazione culturale e artistica degli artigiani e fiorente soprattutto nei primi quarant’anni del ‘900. Vi si conservano calchi in gesso e trattati ad uso didattico, oltre a una serie di dipinti, disegni e incisioni. ...».

http://www.casalmaggiore.info/da_vedere.html


CASALMAGGIORE (torrione)

Dal sito www.prolococasalmaggiore.it   Foto di Redlion74, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

«Dell'originario castello, ubicato in posizione dominante su di un terrazzamento affacciato sul Po, si conserva oggi un imponente torrione a pianta quadrangolare, con spesse murature in mattoni a vista, coronato alla sommità da apparato a sporgere munito di slanciati beccatelli (pure essi in mattoni a vista) e sormontato da merli collegati da archi a sostegno del tetto. Forma e modalità costruttive dei beccatelli indurrebbero a ritenere che l'edificio abbia avuto un riadattamento nella seconda metà del Quattrocento. La torre è circondata da corpi di fabbrica che definiscono un cortile delimitato a ponente da un muro a base scarpata, racchiuso alle due estremità da pseudotorrette a pianta poligonale: tutte addizioni presumibilmente cinquecentesche. Casalmaggiore occupa una posizione di notevole importanza strategica sul Po, alla convergenza delle strade che, provenienti da Brescia e da Mantova, proseguono poi, dopo aver attraversato il fiume, verso Colorno e Parma, sulla sponda emiliana. Questa collocazione dà ragione dell'epoca ancora alta in cui il borgo venne fortificato con mura (se ne trova menzione già nel dal secolo XI) e munito di un castello che risultò pervicacemente conteso prima tra milanesi, bresciani, cremonesi e mantovani, poi tra il Ducato di Milano e la Repubblica Veneta. Il castello, dopo un lungo utilizzo a carcere, è attualmente sede del locale Gruppo Archeologico, il che ne garantisce quanto meno la conservazione».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00361/?view=ricerca&offset=4


Castel Gabbiano (villa Griffoni Sant'Angelo)

Dal sito http://numismatica.lamoneta.it   Dal sito www.villa-grifoni.com

«Il monumento più interessante del piccolo villaggio di Castelgabbiano è la Villa dei Conti Griffoni-Sant'Angelo, edificata dall'architetto Giovanni Ruggeri tra la fine del 'Seicento e l'inizio del 'Settecento. La presenza del Ruggeri, alquanto controversa, non appare improbabile, in quanto l'architetto milanese nel 1710 ristrutturò il Castello Visconti di Brignano Gera d'Adda, non molto lontano da Castelgabbiano. La Villa venne edificata molto probabilmente sopra un castello medievale, di cui resta la torre posta a fianco dell'attuale dimora. La Villa presenta un'insolita planimetria ad L; il prospetto occidentale si presenta con due avancorpi laterali, di cui quello destro presenta, nel paino inferiore, un porticato con due archi a sesto ribassato. Il corpo centrale, arretrato rispetto ai due laterali, presenta una sequenza di cinque finestre, sottolineate dalle eleganti e leggere cornici di gusto settecentesco. Un alto attico sormontato da pinnacoli e merlatura rococò, nasconde il tetto all'occhio del visitatore. I due piani, inferiore e superiore, sono divisi da una leggerissima cornice marcapiano, appena accennata; gli spazi volumetrici sono scanditi da semplici lesene. Il cornicione, di tipo ricurvo, è decorato da grosse foglie d'acànto e da baccellature scanalate. Lo stesso tema decorativo si presenta anche nella facciata della Villa che da sulla corte orientale. Il vero ingresso alla Villa è la facciata meridionale, posta di fronte alla Torre. Il corpo centrale si presenta tripartito da lesene di ordine gigante, che spezzano la trabeazione ed il cornicione delle ali laterali. Sopra le tre finestre del piano nobile si trova il mezzanino, indicato dalle tre finestrelle superiori, anch'esse decorate da una bella cornice rococò. L'attico è impreziosito da tre medaglioni con cornice floreale in stucco. Due volute ribassate e decorate da festoni raccordano il corpo centrale con le ali laterali. Una bella e singolare cimasa , sovrastata da un timpano triangolare spezzato entro cui è posto, sopra un piedistallo, lo stemma della famiglia, mentre le volute laterali collegano il coronamento a due piedistalli su cui si trovano dei pinnacoli in pietra. Questi elementi decorativi ci rimandano al Castello di Brignano Gera d'Adda che, come sopra accennato, venne rifatto dal Ruggeri intorno al 1710».

http://www.guidacomuni.it/storia.asp?ID=19024


Casteldidone (castello o palazzo Mina della Scala)

Dal sito http://cartoline.lombardiainrete.it/   Dal sito www.residenzedepoca.it

«Il Castello Schizzi o Palazzo Mina di Casteldidone è l'unico testimone rimasto delle vicende del Rinascimento in poi. Risale al 1596 come testimonia una lapide murata. Il committente è Ludovico Schizzi. L'architetto è ignoto. è una bella costruzione atipica, cioè unica perché in essa viene armonizzato sia l'elemento abitativo, sia l'elemento sicurezza: non tutta rocca, non tutta casa gentilizia. Viene chiamato indistintamente dagli abitanti: o Palazzo o Castello. Le due torri fiancheggiatrici con le due gemelle al retro, le garrite sopraelevate per la difesa formano un tutto armonico con le ampie sale, con i vestiboli da farne un elemento tipico se non esclusivo dell'architettura mista del Trecento e del Quattrocento "mastio" con costruzione residenziale vera e propria. Le tappe storiche della costruzione, della duplice ricostruzione, dell'ampliamento, restauro e riordino sono segnalate da date incise nelle lapidi murate: 1596 Ludovico Schizzi fa costruire la villa castello; 1648 viene bruciato dai Gallo-Estensi; 1657 ricostruzione (6 luglio); 1735 ampliamento e restauro: Ludovico Carlo capitano e conte.

Dalle visite pastorali si ha la data dell'erezione dell'Oratorio di S. Antonio (Settala 1686); il visitatore annota: "costructa da 6 anni". L'armonica decorazione settecentesca dei soffitti, delle ampie sale e dei vestiboli, i medaglioni, le rappresentazioni mitiche: putti e racconti mitologici, gli amorini, sono non tutti della stessa mano, ma tutti della medesima epoca: il Settecento. Belle le rappresentazioni delle virtù care alla Casa Schizzi: prudenza-giustizia-temperanza-fortezza. Importante la sala di rappresentanza (ora del bigliardo) per gli stemmi gentilizi accoppiati che rappresentano probabilmente le parentele contratte: Odescalchi-Visconti-Bertani-Bernardino della Massa. Il Castello, o Villa, passato in proprietà dei Mina della Scala e suoi eredi è incluso nei beni architettonici tutelati dalla Sopraintendenza, centro di interesse storico-artistico è meta di turisti e centro di manifestazioni culturali».

http://sito.rup.cr.it/comune.casteldidone/newcast.htm


Casteldidone (vecchio fortilizio)

Dal sito http://it.wikivoyage.org   Dal sito http://it.wikivoyage.org

«La descrizione circa la struttura dell'antico borgo fortificato di Casteldidone è emersa dal documento del 1309 citato dall'Astegiano:"borgo cinto da fossato con torre fortificata". Proprietari: in parte di Schizzi Ruino e in parte di Schizzi Lanfranco e parte indivisa "di detto Castro o Castello". Viene localizzato sul "mot" e rimangono solo tracce nella casa colonica "Cavalca e Sanguanini" (ex Bolzesi, ex Schizzi) e nella sedimentazione del sotto chiesa (cocci di tegole romane) Molti castelli della provincia inferiore cremonese sono stati adibiti poi a case "casamentizie" cioè a cascine. La forma a quadrilatero ben definita, le due entrate con la "colombaia" sono una conferma. Il borgo anticamente era composto dal fortilizio feudale con ampio spazio dedicato alla difesa e con capacità di ricovero degli abitanti e di adeguato vettovagliamento (grano, vino, ecc...) il tutto difeso da fossati. La torre fortificata era costituita dalla parte alta della casa "Cavalca" che mantiene verso est il cornicione quattrocentesco. Quattrocentesco l'ampio andito con soffitto a vela. Trecentesca addirittura l'antica balconata con colonna in cotto a capitelli smussati e gli archi di sicura attribuzione romanico-lombardo. Lo scantinato, in parte chiuso, con ampie volte a botte rivela una troncatura ad est dovuta senz'altro a distruzioni e demolizioni di un'epoca molto antica. Nella cascina di spettanza del Sanguanini esistevano tracce della presenza dell'antico cenobio in nicchie del sec. XI, purtroppo demolite. Nell'ampio spazio ora adibito a cortile con al centro un pozzo, in ragione Cavalca, vi era il cortile delle armi e degli armigeri. Infatti dal terreno, durante l'aratura affiorano in continuità cocci di ceramica di uso familiare quali boccali, scodelle ecc..., del sec. XII. Si notano ancora le case dei contadini, alcune segnate ancora da croci "rosse", come al tempo della peste e del colera».

http://sito.rup.cr.it/comune.casteldidone/oldcast.htm


Castelleone (torre Isso o Torrazzo)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito http://castelliere.blogspot.com

«A dare un profilo tutto particolare a Castelleone fu sempre in ogni epoca la Torre Isso, comunemente chiamata ‘Torrazzo’. Castelleone, quando era un’inespugnabile fortezza medioevale e poi marchesato indipendente, aveva a guardia delle sue due porte d’entrata, quella d’Isso e quella di Serio, due torri. Oggi ne è rimasta solo una a testimoniare le antiche glorie patrie. La Torre Isso fu sempre in ogni epoca l’aspetto dominante nella memoria nostra come testimonianza di quella che fu una delle fortezze più agguerrite del cremonese. Non si conosce l’anno della sua costruzione, ma la storia ricorda i nomi: Leona, Comune, d’Isso (o Lisso) ed esisteva forse prima della costruzione di Castel Manfredi. È alta 47 metri, quadrata, con i lati di base di 10 metri ciascuno e con lo spessore dei muri di 1,75 metri. Cremona pensò di far edificare per sua difesa una fortificazione nel territorio di Brixianorum e sorse così un Castello, opera portata a termine nel 1183 da Manfredo Fanti podestà di Cremona, che lo chiamò Castel Manfredi. Quando questo venne distrutto da Federico Barbarossa nel 1186, ne sorse un altro voluto dal vescovo Siccardo di Cremona che lo chiamò Castel Leone ed ebbe uno stemma proprio, che raffigurava un castello con tre torri portato sul dorso di un leone, con ai lati l’effigie dei due Santi protettori Filippo e Giacomo e con la scritta “Horum tutela tutus”. Durante la distruzione del 1186 la torre venne risparmiata per l’intervento di Alberto Trusso, ch’era stato governatore di Castel Manfredi e discendendo da Colonia era amico del Barbarossa.

Un fatto doloroso ed agghiacciante è legato a questa torre: il 25 aprile 1311 vennero rinchiusi un centinaio di cremonesi i quali si erano presentati per implorare dall’imperatore Enrico VII pietà per la città di Cremona. Questi non abbandonarono la città, come fecero invece i guelfi, credendo di muovere a pietà il cuore dell’imperatore stesso che, al contrario, al posto di concedere clemenza fece legare i supplicanti in numero di circa duecento e ne fece inviare metà a Paderno e metà a Castelleone. Qui vennero rinchiusi nella torre e durante le notte massacrati. A parte questa vicenda tragica la Torre servì negli anni ad emblema di potenti e di vittorie politiche. Nel 1295 vide sventolare tra i suoi merli a coda di rondine lo stendardo con la famosa biscia dei Visconti; nel 1420 l’avventuriero Cabrino Fondulo dopo aver ceduto la città di Cremona ai Visconti, si ritirò a Castelleone quale signore assoluto e fece sventolare sul Torrazzo il suo stendardo gialloazzurro col leone rampante e la spada; anche il vessillo di S. Marco, come lo stendardo gigliato del re di Francia Luigi XII ed altri emblemi furono portati sulla storica torre portatori di speranze sempre deluse. Nel 1787 ci fu una ricognizione di tecnici che esaminarono la possibilità di collocare delle campane sulla torre ma il progetto venne abbandonato per l’elevato costo finanziario. ...

In una notte dell’agosto 1845, durante un tremendo temporale, un fulmine colpì la sommità della torre e ne sgretolò la parete esterna verso Piazza Isso, danno tuttora visibile. Al Torrazzo sorsero tutt’intorno delle case con alcuni negozi ed un’osteria, case che furono definitivamente abbattute nel 1919. ... Nel dopoguerra per rendere la torre più decorosa, l’amministrazione comunale fece sistemare il basamento esterno e lo rivestì, per un’altezza di oltre un metro, con “beole” marmoree che furono donate dal Comune di Soresina che le aveva tolte dalla via principale. Dal 1948 la Torre ha custodito tra le sue mura il serbatoio dell’acqua potabile ad un’altezza di circa 25 metri, oltre a tutte le apparecchiature elettriche ed idrauliche; dal 1997 però con la realizzazione di un nuovo serbatoio interrato ubicato in via Mazzini, gli impianti all’interno del Torrazzo sono stati definitivamente dismessi; ciò ha permesso di riportare almeno in parte la struttura allo stato primitivo».

http://www.comune.castelleone.cr.it/public/upload/file/Citta/torrazzo1.pdf


Castelponzone (borgo murato, resti della rocca)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.vascellocr.it

«Castelponzone, antichissimo borgo fortificato che non dipendeva dal comune di Cremona, venne infeudato alla famiglia Ponzone nel 1416. Spianate le mura e colmato il fossato che lo circondavano, resta la strada di circonvallazione che ne ricalca il tracciato. All'interno la struttura urbanistica caratterizzata da isolati regolari. Delle due porte di accesso rimane quella meridionale col passaggio carraio centrale, la pusterla e tracce degli attacchi del ponte levatoio. La settecentesca parrocchiale dedicata ai Santi Faustino e Giovita, contiene una Santa Lucia del Genovesino. Di notevole interesse ambientale la via centrale con i portici risalenti alla fine del XVI secolo, sotto i quali un tempo si aprivano osterie, negozi e botteghe artigiane. Un palazzo-cascina con un torrione merlato e un elegante porticato cinquecentesco, è quanto rimane del castello, trasformato in nobile dimora dagli Ala Ponzone. La villa, conosciuta come Convento dei Serviti (anche se non ha mai conosciuto funzioni religiose), con il suo porticato architravato poggiante su colonne doriche e il suo impianto ad U, costituisce un buon esempio di residenza signorile settecentesca. Il resto sono abitazioni rurali che si allineano nei vicoli stretti e negli slarghi, spesso abbellite da balconi e finestre fiorite. Il tutto immerso nella quiete della Bassa cremonese prossima al Po».

http://www.turismocremona.it/index.php/eventi/scheda/id/437


Cicognolo (castello Manfredi)

Foto di Carlo N., dal sito http://rete.comuni-italiani.it   Foto di Dan Codazzi, dal sito www.visual-italy.it

«L'edificio è stato eretto utilizzando probabilmente il basamento, e il circostante fossato, di un preesistente castello medioevale, di cui ha con quasi assoluta certezza ripreso l'impianto quadrilatero con torri agli angoli. L'elemento che maggiormente contraddistingue questa singolare architettura neocastellana è l'alta torre al centro della fronte principale, orientata verso levante. La marcata presenza della elaborazione stilistica impronta comunque tutto l'edificio, che s'innalza entro la mirabile cornice di un parco paesaggistico "all'inglese", pure esso ispirato a principi romantici. Particolare interesse sotto il profilo architettonico riveste l'invenzione dei due grandi fornici sull'asse dell'edificio, che si aprono in facciata con un'ampia arcata dalla ghiera frastagliata: un motivo chiaramente ispirato nella sua "architettura interna", alle chiese d'età romanica, tanto da farne parlare come di "un corpo basilicale privato della facciata".

Castello Manfredi, che sorge nel territorio del comune di Cicognolo, a circa undici chilometri da Cremona, lungo la Padana Inferiore, è un esempio altamente significativo di residenza castellata romantica. Fu infatti fatto innalzare nel tra la fine degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta dell'Ottocento dal marchese d'origine spagnola, di cui porta tuttora il nome, su progetto dell'architetto Luigi Voghera, all'epoca il progettista senza dubbio più noto dell'area cremonese, attivissimo costruttore di edifici ispirati a un romanticismo neomedievale fortemente caratterizzato da elementi fortificatori. Per qualità progettuali e realizzative e per bellezza di collocazione ambientale è forse la realizzazione più indicativa di questo tipo di architetture.».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00371/


CREMA (borgo murato, mura venete)

Dal sito www.comune.crema.cr.it   Dal sito www.lebellezzeditalia.it

«Rimangono oggi, di queste mura, consistenti tratti di cortina, soprattutto lungo i tratti meridionale e orientale, e alcuni torrioni, sia pure seriamente ridotti nella parte sommitale. Lungo il tratto meridionale si conservano il torrione di Santa Maria (o della Madonna), quello di San Bartolomeo e quello di San Marco. Lungo il tratto nord orientale sopravvivono tuttora il torrione Foscolo, allo stato di rudere, il torrione dello scomparso castello di porta Serio e, in prossimità di quest'ultima, un angolo della cortina. Sono state intraprese nei decenni scorsi varie opere di restauro, di generale liberazione dalla vegetazione infestante e di consolidamento dei paramenti murari. Il torrione di Santa Maria, gli adiacenti tratti di cortina muraria e l'ampio fossato antistante hanno ricevuto una appropriata sistemazione ambientale attraverso l'inserimento nel contesto del giardino pubblico di via Griffoni. Dopo il passaggio della città, nel 1449, sotto il dominio della Serenissima, Crema venne poderosamente fortificata, con un'ampia cerchia di mura, a opera dei veneziani. Occorreva infatti proteggere da sempre possibili (anzi, addirittura probabili) assalti questo estremo baluardo occidentale dei domini di terraferma, che per la sua posizione aveva assunto un'eccezionale importanza strategica e simbolica. La nuova cortina muraria, innalzata dal 1488 al 1509, comportò un ampliamento del territorio urbano, soprattutto nel settore nord occidentale, secondo un andamento topografico che in pratica ripeteva su un tracciato più esterno quello delle mura medioevali e il cui impianto era costituito da tratti rettilinei muniti ai vertici da torrioni sporgenti semicircolari. Nelle mura si aprivano le quattro porte di ingresso alla città, dotate all'esterno di rivellini: porta Serio a levante, porta Ombriano a ponente, porta Pianengo (o Nuova) a settentrione e infine porta Ripalta a mezzogiorno. L'anello delle mura, corredato lungo tutto il suo sviluppo di un ampio fossato esterno, si raccordava nei pressi di porta Serio con l'omonimo castello trecentesco, punto forte di tutto il sistema difensivo della città; un sistema difensivo tuttavia nato già vecchio a causa della "retriva tecnica fortificatoria con cui era stato concepito e realizzato", come osserva, nel suo libro dedicato alle mura di Crema, lo studioso Corrado Verga».

«Durante la dominazione veneta, durata più di tre secoli, venne studiato e costruito un sistema difensivo che influenzò sia la struttura urbanistica sia la rete viaria cittadina, inglobando le antiche mura federiciane: le Mura Venete. Le massicce cortine, spesse anche fino ad 1,30 metri e lunghe 2.844 metri, corrono lungo un tracciato ancora intuibile anche se in parte non visibile. Alcuni tratti rimasti si possono ammirare dal Campo di Marte, dove si trova il torrione della Madonna, da via Magri e da via Stazione. Strettamente legate a queste, le rogge interrate costituivano un importante mezzo di difesa e si integravano alla funzione protettiva delle mura, essendo impedimento di passaggio e costituendo protezione del vallo in caso di guerra».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00376/ - http://www.prolococrema.it/Italiano/mura.htm


Crema (Palazzo Comunale, Torrazzo)

Dal sito www.comune.crema.cr.it   Dal sito www.taccuinocremasco.it

«L'attuale palazzo municipale si sviluppa all'interno di una serie di edifici che segnano lo sviluppo politico della città. La torre guelfa, completamente in cotto, è il più antico elemento architettonico del complesso. Si innalza massiccia con finestre secentesche al piano terra e romaniche al primo. In mezzo un marmoreo leone di S. Marco testimonia l'appartenenza della città, per oltre tre secoli, alla Repubblica di Venezia. Sul lato destro della Torre Guelfa si sviluppa il Palazzo Pretorio. è il più antico luogo della municipalità cremasca. Costruito nel 1553/55 sul luogo di un precedente edificio, vi trovavano sede il Podestà veneziano e la sala del consiglio. Imponente il portale del 1634 con le belle armature a contorno dell'arco. Sotto i portici sono collocati busti di celebri personaggi cremaschi. Sul lato sinistro della Torre Guelfa si innesta il nuovo Palazzo Comunale, che si sviluppa lungo il lato della piazza antistante la facciata del Duomo. Costruito nel 1525 su progetto del cremasco Pietro Terni, la facciata si presenta scandita in tre ordini: un elegante portico con archi in cotto e colonne in marmo bianco regge i due piani dell'edificio caratterizzati da altrettanti ordini di finestre. Il tutto armoniosamente rinascimentale nei rapporti volumetrici lascia trasparire il gusto lombardo, nell'uso del mattone, e quello veneto, nelle logge trifore. Il complesso civico si chiude con il Torrazzo, porta monumentale d'accesso alla piazza in stile rinascimentale-bramantesco. La struttura è divisa in tre ordini: l'arco vero e proprio, la fascia formata dal riquadro centrale e da due finestre a timpano e il terzo, che si eleva sopra il Municipio, caratterizzata dal balcone a colonnette, dall'orologio e da due nicchie contenenti i santi Pantaleone e Vittoriano. La struttura è completata dalla lanterna a cupola contenente la campana civica».

http://www.pacioli.net/ftp/def/lostinweb/crema.htm


CREMONA (Broletto, Palazzo Comunale)

Dal sito www.igiic.org   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Di fronte alla Cattedrale sorge il Palazzo del Comune. Secondo quanto riportato nella lapide murata nella facciata, fu edificato nel 1206 nel tipico stile lombardo del broletto. Un’altra lapide posta nella facciata meridionale ricorda che nel 1245 il palazzo subì un ampliamento comprensivo della costruzione di tre ali e dell’inglobamento della torre civica preesistente. All’epoca era munito di tre portali d’ingresso dotati di battenti in bronzo e le sale erano affrescate così come i sottoportici. Nel ’400 i saloni vennero ridimensionati. Passata sotto il dominio spagnolo nel XVI secolo, Cremona dovette provvedere ad una nuova sistemazione dell’edificio, più consona alle esigenze del governo straniero. Se ne incaricò Francesco Dattaro detto il Pizzafuoco, che da alcune sale ricavò una galleria e una cappella. L’ultimo intervento risale al 1839-40, fu opera di Luigi Voghera che diede agli appartamenti del primo piano l’aspetto napoleonico che ancora li caratterizza. Fra i tesori d’arte custoditi in Palazzo Comunale non si può non citare all’ingresso la statua romanica di Giovanni Baldesio. Salito lo scalone è da vedere il portale cinquecentesco della sala consiliare, mentre sulla parete di fondo è visibile il calco in gesso del precedente portone quattrocentesco di Palazzo Stanga che oggi si trova al museo del Louvre. Tra i numerosi quadri spiccano “La moltiplicazione dei pani” e “l’Ultima cena” del Genovesino. Il Palazzo ospita la Collezione Civica dei Violini di Cremona».

http://www.aemcremona.it/webcam/webquatt.htm


CREMONA (Loggia dei Militi)

Dal sito old.comune.cremona.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Edificio a pianta quadrangolare che ricorda la tipologia del "broletto". Presenta un alto porticato archiacuto a piano terra e un ampio salone al primo piano. Epoca di costruzione: 1292. Questo tipo di struttura caratterizzata dal portico e da un'unica sala al piano rialzato, anche se edificata allo scadere del secolo, richiama i broletti, primi esempi di architettura comunale che iniziarono a sorgere dal XII secolo. Possibili quindi sono i raffronti con altri esempi di edilizia civile: in città con il vicino palazzo Comunale e con palazzo Cittanova, databili il primo al 1206 e il secondo al 1256, che presentano linee ogivali nelle trifore (queste ultime, nel Palazzo Comunale, furono sostituite dalle odierne aperture a tutto sesto alla fine del XV sec.) e nel portico, anche se nel nostro le arcate sono molto più dilatate dando vita ad un rapporto completamente diverso tra i piani murari e le zone d'ombra. Parallelismi sono evidenti anche con la facciata settentrionale del transetto del duomo cittadino, edificio che pur avendo una destinazione completamente diversa, presenta lo stesso tipo di finestre ogivali, essendo stato edificato in quegli anni (iniziato nel 1261 ed ultimato quasi trent'anni dopo). Sul territorio invece è possibile individuare raffronti con il Palazzo Gotico di Piacenza, già proposto come modello per il nostro edificio.

Affacciata sulla Piazza del Comune, di fronte alla cattedrale sorge la Loggia dei Militi, così chiamata perché luogo destinato alle riunioni dei comandanti delle Milizie cittadine. L'elegante edificio, interamente in laterizio con pianta quadrangolare, presenta un alto porticato archiacuto a piano terra e un ampio salone al primo piano illuminato da tre finestre ogivali sul lato lungo e una su quello corto. Le trifore, con esili colonnine in marmo, hanno una leggera strombatura e un profilo cordonato simile a quello degli archi sottostanti. Sotto il tetto, ornato da merlatura a spioventi, corre una fascia di archetti ciechi che ripropone lo stesso motivo della fascia che delimita il piano delle finestre. Sulla facciata tra le due arcate cordonate è murata una lapide con al centro il Gonfalone del comune, affiancato da quattro leoni simboli delle porte cittadine, che ricorda la fondazione nel 1292. In origine la struttura, che doveva essere aperta anche sugli altri due lati, presentava una scala esterna, demolita nel 1871, che portava al piano rialzato dove, a partire dal XVI secolo, si insediò il Collegio dei Giureconsulti. Sotto il porticato, proveniente dalla porta Margherita demolita nel 1910, è conservato l'emblema di Cremona costituito da una doppia immagine di Ercole (suo mitico fondatore) che regge lo stemma cittadino».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/CR070-00053


CREMONA (palazzi)

Dal sito www.palazzotrecchi.it   Dal sito it.wikipedia.org

«Il palazzo Cittanova di Cremona venne costruito nel 1265 all'esterno dell'antica città romana. Costituì, insieme al palazzo Trecchi ed alla chiesa di Sant'Agata, il nuovo nucleo dell'espansione medioevale della città, per volere della fazione dei "popolari". Questa si contrapponeva infatti a quella dei "notabili" che aveva il suo centro nella più antica piazza del Comune, con il palazzo comunale, che venne imitato per la realizzazione del nuovo edificio. La facciata sulla piazza presenta una facciata a due piani: quello inferiore costituito da un porticato su pilastri con arcate gotiche su pilastri, coperto da un tetto a cassettonato ligneo e quello superiore, in mattoni e coronato di merli a freccia, con quattro trifore, che illuminano un unico grande ambiente. Per tutto il XII secolo vi si riuniva il "Consiglio della Città Nova". Nel 1412 era divenuto sede della corporazione ("università") dei mercanti di fustagno. Nel 1756 divenne una caserma e nel 1805 sede dell'archivio notarile, con modifiche ed adattamenti che accompagnarono i mutamenti di funzione. Dopo un restauro della fine del XX secolo, attualmente è utilizzato per congressi e manifestazioni».

«Il Palazzo Fodri di Cremona è uno dei più interessanti esempi di architettura del Rinascimento cremonese. Edificato da Guglielmo de Lera, la sua costruzione si protrasse dal 1488 agli inizi del '500, con interventi di artisti della scuola di Giovanni Antonio Amadeo, tra cui Alberto Maffiolo da Carrara, autore in facciata, del portalino marmoreo, e di Rinaldo de Stauris (o Staulis), collaboratore dell'Amadeo nei due chiostri della Certosa di Pavia, ideatore del doppio ordine di fregi in cotto. Altri due Palazzo Fodri, finora sconosciuti e riscoperti grazie alle ricerche del dott. Gianantonio Pisati, sorgono in via Beltrami (anticamente Contrada delli Signori Fodri, poi Contrada Ripa d'Adda). Il primo sorge al n. civico 18 (oggi sede del giornale "La Cronaca"), mentre il secondo (contiguo, al n. 16) ha rivelato la presenza di un interessante ciclo pittorico profano (l'unico in Cremona) finora sconosciuto e venuto alla luce nel 2008 grazie ai lavori di ristrutturazione di un -fino ad allora anonimo- salone del piano terreno. Il ciclo di affreschi, di autore finora sconosciuto ma della prima metà del XVI secolo, rappresenta il mito di Tereo, Procne e Filomela tratto dalle Metamorfosi di Ovidio».

«La data di fondazione di Palazzo Trecchi è il 1496, così come ci riferisce lo storico cremonese del Seicento Giuseppe Bresciani il quale attribuisce all’architetto Giovan Donato Calvi, anch’egli cremonese, il progetto della nuova dimora. L’antica costruzione era assai diversa dall’attuale palazzo ... Delle decorazioni pittoriche cinquecentesche dell’antica costruzione sono visibili oggi solo alcune tracce; si sono invece conservati nel tempo, perchè mai coperti nel corso degli interventi successivi, gli affreschi di due stanze al piano terreno: il Giudizio di Paride della scuola di Giulio Campi e Diana, Mercurio e Apollo Musagete di Giovan Battista Trotti detto il Malosso. Restano inoltre visibili e ben conservati due soffitti a travature lignee con fregi originali sempre in sale al piano terreno adiacenti l’antico ingresso. ...».

http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Palazzi_di_Cremona - http://www.palazzotrecchi.it/index.php?ln=it&id=5


CREMONA (torrazzo)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.scacchierando.net

«Il Torrazzo di Cremona, situato accanto al duomo di Cremona, è il simbolo della città lombarda. Si tratta del campanile storico più alto d'Italia, secondo solo al campanile del Duomo di Mortegliano, in provincia di Udine (costruito però in cemento nel XX secolo). Da una lapide murata alla base del Torrazzo di Cremona se ne legge l'altezza (250 braccia e due once cremonesi, che corrispondono a circa 110 metri). Da misurazioni più precise si sa che in realtà è alto 112,27 m per un totale di 502 gradini. Scavi archeologici condotti agli inizi degli anni ottanta del Novecento hanno dimostrato la presenza di strutture sottostanti la torre, da ricollegare a un'area cimiteriale posta nei pressi dell'antica cattedrale o a strutture romane antecedenti. La tradizione popolare vuole la sua prima edificazione nel 754. Si sono comunque distinte quattro fasi nello sviluppo della costruzione della torre: una prima, risalente al terzo decennio del XIII secolo, fino alla terza cornice marcapiano; una seconda al 1250-1267, fino al cornicione sottostante la quadrifora; una terza, verso il 1284, come raccordo per la quarta fase, rappresentata dalla guglia marmorea (ghirlanda) terminata entro il 1309. Nel Torrazzo, al quarto piano, è stato in seguito incastonato uno degli orologi astronomici più grandi del mondo. Costruito da Francesco e Giovan Battista Divizioli (padre e figlio) tra gli anni 1583-1588, l'orologio rappresenta la volta celeste con le costellazioni zodiacali attraversate dal moto del Sole e della Luna».

http://it.wikipedia.org/wiki/Torrazzo_di_Cremona


CREMONA (torre del Capitano)

   Dal sito http://digilander.libero.it/lepiccoleguide      Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«L'edificio ha pianta quadrata e struttura muraria (ampiamente rimaneggiata) in mattoni a vista. Un tempo, secondo le descrizioni e le stampe d'epoca, l'edificio era concluso alla sommità da una guglia a foggia di cono, a sua volta sormontata da una sfera di metallo con sovrapposta una croce. Questa parte sommatale è andata completamente perduta, lasciando il posto all'attuale soggetta su piastrini angolari, che l'hanno trasformata in altana al servizio delle abitazioni ricavate ai piani inferiori. Modificate o realizzate di bel nuovo sono anche le aperture sull'unico lato rimasto libero, non "ingabbiato" dalle case. Buono, nell'insieme, lo stato di manutenzione. In origine quella che viene chiamata "Torre del Capitano" sorgeva isolata nel mezzo dell'antica piazza Piccola, dove era stata innalzata (secondo la maggioranza delle fonti nel Trecento). Svolgeva, come dice il nome, funzioni civiche. Oggi, incorporata tra le case e fortemente modificata sia all'interno che all'esterno, è utilizzata come abitazione».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A160-00002


CREMONA (torre Pretoria o dell'Acquedotto)

Dal sito www.comune.cremona.it   Dal sito www.jurina.it

«L'edificio, molto snello, ha pianta quadrata e struttura muraria in mattoni a vista, con tessitura molto regolare. La parte sommitale, coronata da merlature, è dovuta a un rifacimento posteriore, che ha manipolato il coronamento. Verosimilmente posteriori sono anche le finestre che si aprono a intervalli regolari nella muratura verso la piazza. Rifatta, oltre al coronamento, tutta la parte sommatale della torre. Notevolmente buono, nell'insieme, lo stato di conservazione. La torre si innalza in corrispondenza dell'angolo sud occidentale del palazzo comunale e si affaccia imponente verso lo slargo di piazza della Pace. Chiamata in molti documenti "Torre Pretoria", forse perché anticamente in quest'ala del palazzo aveva sede il tribunale, porta oggi il nome è "Torre dell'Acquedotto", essendo attualmente questo il suo utilizzo».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00379/?view=ricerca&offset=20


Gattarolo Cappellino (torre della Corte Casalini)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«La cosiddetta corte Casalini, frazione di Voltido, è un nucleo rurale isolato nella pianura, a mezzogiorno di Piadena, composto dai soli edifici rurali che costituiscono la corte. Nell'angolo nord occidentale della corte rustica si innalza una torre posta a cerniera tra la suddetta corte e la contigua villa. Si tratta di una costruzione presumibilmente quattrocentesca, forse appartenente ad un più antico complesso rurale fortificato. Scarsissime le notizie al proposito. L'edificio presenta il caratteristico impianto quadrato delle torri lombarde di pianura fino ad una altezza di circa sette metri, dopodiché si evolve con una pianta a spigoli smussati verso mezzogiorno, forse dovuta ad una rielaborazione sei-settecentesca attuata contemporaneamente alla costruzione della villa. Ne nasce un insieme curioso, che non ha riscontri sul territorio cremonese».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00410/?view=ricerca&offset=19


Grumello Cremonese ed Uniti (villa Affaitati Belgioioso o castello Vialli)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Foto di Photo Studio, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

  

«Villa Affiatati Trivulzio, posta nella parte settentrionale dell'abitato di Grumello, paese situato tra Pizzighettone e Cremona, è un significativo esempio di residenza castellata cinquecentesca. Che, tuttavia, non nacque dal nulla: fu fatta innalzare dai suoi nobili proprietari sul luogo di un preesistente fortilizio e ultimata, secondo quanto ricorda una lapide murata in luogo, nel 1597. Il progetto di questa residenza castellata viene attribuito dalla critica agli architetti cremonesi Francesco Dattaro e al di lui figlio Giuseppe, attivi a Cremona, in quei medesimi anni, per gli stessi Affaitati. L'edificio ha mantenuto la sua originaria destinazione a dimora privata di campagna; lo stato di manutenzione è discreto. A suggerire una preesistenza fortificatoria in luogo concorrono anche la posizione del nucleo abitato, sull'orlo di un terrazzamento dell'Adda, nonché la conformazione del contorno sud occidentale del complesso, delimitato da una scarpata e da una roggia, e infine la presenza, sull'angolo di mezzogiorno, di una torre isolata, posta in corrispondenza dell'unico ingresso che dal paese introduce al cortile esterno della villa e che svolgeva chiaramente funzioni di torre di guardia. Questa torre è contraddistinta da un arco di ingresso ogivale, sormontato dagli alloggiamenti per i bolzoni di uno scomparso ponte levatoio e fiancheggiato da una pusterla, al di sopra della quale si trova la caratteristica impronta della forcella per sostegno e manovra della corrispondente ponticella levatoia. Un significativo richiamo a forme castellane viene fornito anche dalle due torrette, forse innalzate sulla base di analoghe preesistenze, che concludono verso occidente le due ali della villa delimitanti il secondo cortile. Questo è sistemato con giardino all'italiana, al quale si accede attraverso una seconda pseudo torre di ingresso. Da questo cortile si entra infine alla corte interna del palazzo vero e proprio. Come si vede un'architettura complessa, e tuttavia abbastanza semplice da leggere: un nucleo centrale sorto sulle fondamenta di un vecchio castello e una serie di propaggini successe per usi sia abitativi sia di servizio».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00381/


Grumone (villa Manna Roncadelli Vaghi)

   Dal sito www.residenzedepoca.it      Dal sito http://stefanocr.blogspot.com

«è stata la dimora di un ramo della Famiglia Manna Roncadelli fino al 1930; divenne Seminario dell'Ordine dei Padri Saveriani con una scuola del Ginnasio, ed è stata ceduta dai Padri Saveriani nel 1952. La Villa nel suo impiato originario è citata in documenti presenti nell'Archivio di Stato di Cremona come esistente già nel 1570 circa, mentre la Cappella è stata edificata nel '700 (come documentato nel Testamento di Giovannni Roncadelli - 1749). Gli affreschi ed i decori interni, databili intorno alla fine 1700, sono rimasti inalterati».

http://www.villamannaroncadelli.it/villa/body.htm


Montodine (torre di Palazzo Benvenuti)

Dal sito www.swappa.it   Dal sito www.jurina.it

«Il monumentale Palazzo Benvenuti e la sua Torre, sono il simbolo di Montodine. Palazzo Benvenuti è situato vicino al ponte sul fiume Serio, La torre fu fatta erigere da Girolamo Benvenuti (aristocratica famiglia montodinese...) tra il 1666 ed il 1668 sul posto di un vecchio torrione del 1400 che sorgeva a difesa del passaggio del ponte sul Serio, ed era stato costruito da Giorgio Benzoni signore di Crema. La costruzione si innalza su sette piani compresi un solaio ed un locale seminterrato . La torre che sorge a lato presenta dimensioni di tutto rispetto: 8,40 x 7,40 x 31 metri. Venne a costare 6210 lire 5 soldi e 3 denari, somma con la quale si potevano acquistare circa 90 pertiche. Accanto alla torre, come detto, sorge il Palazzo Benvenuti, testimonianza della ricca famiglia dei Benvenuti, costruito e poi rimaneggiato in diverse epoche fu ristrutturato completamente nel 1803. Il palazzo può essere ad oggi considerato un bell'esempio di arte rusticana-barocca, infatti il palazzo appare innanzitutto come una rustica costruzione di campagna, originata probabilmente da uno di quegli edifici fortificati di cui il borgo ebbe necessità nel medioevo. La torre serviva così da punto di riferimento per ogni azione di difesa verso la valle del Serio, nel XVII secolo fu inglobata nel complesso dell'edificio, che rileva con evidenza 2 fasi costruttive; tuttavia essa è inseribile in un linguaggio secentesco dovuto in prevalenza all'uso insistito del bugnato. ...».

http://www.montodinese.com/Montodine_ritratto.html


Moscazzano (Palazzo Griffoni Albergoni)

Dal sito sito.rup.cr.it   Dal sito it.wikipedia.org

«La splendida villa Albergoni di Moscazzano, costruita sulle rovine di un antico castello di precedenti feudatari, è posta su un pianalto verso l'Adda, in una zona paludosa di difficile controllo politico. Il feudo di Moscazzano venne affidato alla potente famiglia milanese dei Vimercati nel 1499. Nella città di Crema abitavano un palazzo nell'attuale via XX settembre. Nel 1520, con il matrimonio di Sermone ed Ippolita Sanseverino, i Vimercati danno inizio ad un nuovo ramo familiare, al quale rimane in mano la villa. Questa passa, di padre in figlio, da Sermone, a Marcantonio, a Orazio. In seguito, anche il casato Vimercati Sanseverino si divise ulteriormente con i figli di Orazio: Lodovico III diede inizio a quello di Palazzo Pignano, Francesco a quello di Azzano e Pandolfo a quello di Moscazzano. Questi ebbe due mogli, dalle quali nacquero Ippolita, Costanza, Carlo, Leonora, Orazio, Barbara, Margherita, Ottaviano, Ferdinando e un'altra Ippolita. Orazio, che risulta abitare nel palazzo di famiglia a Crema, non ebbe figli, e la villa passò quindi al nipote di Pandolfo, figlio di Carlo, che si era sposato con Tadea Griffoni nel 1680. Di padre in figlio, la villa passò a Giovani e a Ferdinando, che sposò Bianca Sanseverino ed ebbe Antonio, Angela e Tadea. Angela si invaghì di Girolamo Griffoni Sant'Angelo. Ebbero tre figli: Angelo, Ernesto e Matteo. Tadea invece portò all'altare Maurizio Frecavalli. Dal catasto del 1805 risulta che le proprietarie della villa fossero Angela e Tadea. Nel 1813 avvenne la divisione tra le due sorelle, e nel 1823 il tutto restò ad Angelo Griffoni, figlio di Angela. La villa passò così definitivamente ad un altro casato. ... Nel 1929 l'acquistò Carolina Bonzi, la moglie del fratello di Azzolina Stramezzi, Adolfo. ... La villa rimase in mano agli Stramezzi fino al 1958, anno in cui ne divenne proprietario Pirro Albergoni. Oggi la villa è abitata dal figlio prof. Francesco Albergoni».

http://web.tiscali.it/racchetti/progettoserio/griffoni.htm (a cura di Ladina Campedel Moriggi Raffaelli)


Moscazzano (Palazzo e Torre San Donato)

Dal sito sito.rup.cr.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«A nord di Moscazzano si stende, in mezzo a una infinita distesa di campi, uno splendido, grandioso cascinale, dominato da un antico torrione che rivela tutti i suoi anni, affiancato da un piccolo oratorio, rimesso a nuovo di recente. è il podere di San Donato, possedimento - in passato - dei conti Benvenuti, signori di Montodine e proprietari di vasti fondi anche nel vicino territorio di Moscazzano. La storia del pregevole insediamento inizia nella seconda metà del secolo XV, quando il duca di Milano, cacciato Giorgio Benzoni, signore di Crema, confinò a Montodine Agostino Bevenuti (figlio di Tommaso), esponente di una delle famiglie più ricche della città. Costui (+3.6.1480) acquistò vasti possedimenti appunto a Montodine, a Ripalta Arpina e a Moscazzano. In quest'ultima località costituì un fondo di 678 pertiche, costruendovi il grande cascinale che, con successive modifiche, è giunto fino a oggi. La carta Correr, databile tra il 1482 e il 1497, lo rileva puntualmente, indicando possibilità di foraggiamento, secondo l'uso di quel tempo per cui i nobili possessori di fondi ne traevano fieni per le cavallerie dei numerosi eserciti di stanza in Lombardia. ... Nel 1967 il podere fu locato alla famiglia Severgnini che conduceva i fondi dai primi decenni del '900 e li conduce tuttora.

Il grande cascinale di San Donato è posto in lunghezza da est a ovest, per circa 120 metri. A nord corre la strada comunale omonima. L'oratorio dedicato a San Donato vescovo e martire è a occidente della cascina, staccato da essa con la facciata rivolta verso nord. Davanti, una piccola piazza. L'interesse storico-artistico del complesso si concentra nell'angolo sud-est dove troviamo l'antica torre e il brano di casa del fattore. La torre, secondo il Perogalli, risulta dal riutilizzo dei resti di un complesso precedente. Il suo aspetto "è abbastanza simile a quello della torre Vimercati di Torlino, Azzano, riproponendo il caso delle tarde costruzioni castellane convertire al loro decadere funzionale, in abitazioni signorili temporanee, connesse con gli aviti possedimenti fondiari delle famiglie nobili del territorio". La tesi non è dimostrabile, anzi - secondo la citata carta Correr - improponibile.

La torre, che versa oggi in grave degrado, è di pianta sostanzialmente quadrata. In alto ha un coronamento a mensole, sopra il quale corre una fascia di sostegno che reggeva anticamente una probabile merlatura, ora sostituita da una copertura a quattro falde. Sopra - nell'angolo nord-occidentale - s'alza un campaniletto aperto da quattro finestrelle ad arco, con tettuccio in coppi, croce e bandiera segnavento in ferro battuto. All'interno è conservata una campanella con la scritta: Sancta Maria, ora pro nobis, 1634. Serviva per scandire i tempi del lavoro e del riposo del contadini. Oggi è usata anche come campana del vicino oratorio. Delle quattro facciate della torre, salvo quella occidentale che è totalmente in mattoni a vista, le principali (a nord e a sud) sono ancora coperte da un intonaco ampiamente deteriorato e caratterizzate (salvo interventi moderni di tamponamento) da tre file di finestre, per la gran parte cieche (salvo quelle centrali) e incorniciate con elementi di tipo sei-settecentesco. In alto tre finestrelle quadrate a guisa di abbaino (nella facciata sud due sono aperte). Nella fronte orientale, alla quale s'aggancia la casa padronale, troviamo una sola finestra. In quella occidentale, il mattone a vista permette di leggere la storia di successive modifiche. Notiamo, ad esempio l'accenno a un doppio marcapiano collegato con brevi lesene e un'apertura centrale antica, in seguito tamponata. Una piccola apertura verso sud è posteriore.

Come s'è detto il Perogalli trova nella torre somiglianze con quella di Azzano, la quale tuttavia è di pianta rettangolare. Presenta comunque analoghe cornici alle finestre. All'interno la torre ha un solo grande ambiente per ciascuno dei primi tre piani (era l'abitazione dei conti) e quattro stanzette nell'abbaino (molto probabilmente della servitù). La scala sale lungo la parete occidentale con doppia rampa parallela in cotto e senza elementi che ne dimostrino l'antichità. Salvo la sala del piano terra (parte dell'abitazione dei signori Severgnini) che ha un bel soffitto a cassettoni con travi passasotto e cornice a dentelli, tutto il resto della torre versa ormai nel più totale abbandono e risulta impraticabile. Il Groppelli vi ha visto ancora, una ventina d'anni fa, tracce di fregi e di affreschi con bei soffitti a cassettoni. C'erano forse nella sala del piano terra, oggi ritinteggiata, viste le analoghe testimonianze rinvenute nel Cremasco. ...».

http://sito.rup.cr.it/comune.moscazzano/Pagine/Villa.S.Donato.htm (da Giorgio Zucchelli, Villa San Donato, Nuovo Torrazzo)


Ostiano (rocca Gonzaga)

   Dal sito www.comune.ostiano.cr.it      Dal sito it.wikipedia.org

  

«La prima testimonianza scritta che documenta l'esistenza del borgo in epoca medioevale risale al 1014, quando Ostiano era un importante porto sull'Oglio dell'Abbazia di Leno. Dopo essere stato oggetto di aspre contese tra varie signorie, nel 1414 entrò a far parte dei domini gonzagheschi. Anche ad Ostiano i Gonzaga favorirono l'insediamento di una comunità ebraica, la cui presenza è ancora testimoniata dal cimitero ottocentesco e dai resti della sinagoga ricavata nel sopralzo dell'antico palazzo gonzaghesco conservato all'interno della rocca. Nel 1629, in occasione delle lotte per la successione del ducato di Mantova, Ostiano venne invaso dai corpi armati imperiali che diffusero un'epidemia di peste devastante per la popolazione. II dominio austriaco, iniziato a partire dal 1746, si protrasse fino al 1859, interrotto solo dalla parentesi napoleonica. La riorganizzazione amministrativa del territorio, attuata dagli austriaci e dai francesi, vide il paese di Ostiano varie volte aggregato e scorporato dalle province di Brescia e di Mantova, fino a quando, raggiunta l'unità nazionale, passò nel 1868 alla provincia di Cremona, alla quale venne fisicamente collegato dal primo ponte fisso sull'Oglio nel 1891. L'antico ricordo del legame con Mantova rimane tuttora sancito dall'appartenenza del territorio ostianese a quella diocesi. Dell'antica mole del castello gonzaghesco, edificato nel XVI secolo sui resti di una precedente struttura difensiva, si conservano il torrione orientale, l'androne d'accesso ed una parte della cortina muraria. Sull'intero complesso sono leggibili le tracce dei numerosi interventi successivi. Circondato un tempo da un ampio fossato, costituiva l'elemento cardine del sistema difensivo, insieme alle due porte che chiudevano l'ingresso al borgo, una a Nord, la Porta Spinata tuttora esistente, ed una a Sud, la Porta della Valle demolita alla fine dell'Ottocento».

http://www.comune.ostiano.cr.it/servizi/menu/dinamica.aspx?ID=63&idCat


PANDINO (castello visconteo)

Dal sito www.medioevo.org   Dal sito www.turismocremona.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

  

«Grazie alla ricchezza dell'impianto originario e alla sua integrità, il castello di Pandino è sempre stato considerato come uno degli esempi più importanti dell'architettura fortificata viscontea trecentesca, in cui esigenze difensive e residenziali si sono perfettamente armonizzate. Costruito a nordest dell'abitato, all'interno dell'antica cerchia muraria fortificata, circondato da un profondo fossato prosciugato, ha uno schema architettonico semplice costituito da un quadrato di 66 m per lato, con quattro torri angolari sempre a base quadrata. Edificato totalmente in mattoni presenta una cornice marcapiano che divide in due la parete muraria, scandita a sua volta da monofore e bifore. Le torri sono invece tripartite, con una monofora al primo piano e una bifora negli altri due. I due ingressi sui lati sud e nord sono sottolineati dalla presenza dei rivellini che anche se hanno interrotto l'omogeneità delle facciate, sono stati ingentiliti con l'aggiunta dello stesso motivo decorativo di mattoni a scaletta che corre lungo tutta la restante parete muraria.

All'interno il cortile è caratterizzato da portici a sesto acuto, mentre al piano superiore da un loggiato con copertura a capriate. La destinazione originaria degli spazi non è nota, anche se non doveva essere molto differente da quella che è documentata per i secoli XVI e XVII, con al piano terra i servizi e ad oriente un ampio salone destinato ai banchetti. Si accedeva al piano superiore tramite una piccola scala in legno, oggi sostituita da quelle costruite nei torrioni. Il castello, rara e preziosa testimonianza, conserva ancora quasi interamente le decorazioni che ne ornavano le pareti del portico, del loggiato e delle stanze, gli arconi delle finestre e i pilastri. In quasi tutte le stanze la decorazione segue uno sviluppo comune che prevede a partire dal pavimento uno zoccolo con specchiature marmoree riquadrate. Nella fascia superiore trova posto il motivo decorativo principale, che si sviluppa adattandosi ai particolari architettonici della stanza stessa. I motivi, a carattere fondamentalmente geometrico si succedono con diverse varianti e sono alternati a figure araldiche o vegetali. Nella sala superiore dell'ala meridionale si conserva la testimonianza più integra di tutto l'apparato decorativo: sopra al consueto zoccolo marmoreo si sviluppa un finto loggiato con archi carenati ornati esternamente da fiori. Lo spazio tra un arco e l'altro è occupato da medaglioni con lo stemma dei Visconti e dei Della Scala; nella fascia superiore i motivi geometrici sono alternati a finte bifore.

Sulle superfici esterne del portico e del loggiato, pur se con delle varianti, si presentano gli stessi motivi che ornano le sale interne, mentre è più impegnativo fare delle ipotesi sulla decorazione esterna del castello perché scarse sono le tracce di colore riscontrate. Gli unici elementi figurativi si trovano sulle pareti del portico presso il salone dell'ala ovest e rappresentano San Cristoforo e Sant'Antonio abate. Il riquadro che contorna la figura è sormontato da una lunetta ogivale in cui è raffigurato a monocromo Cristo in pietà, affiancato da un angelo con i simboli della passione. Di fronte al salone sopra ogni pilastro del portico si intravede un tondo con un'immagine figurata. Solo due sono chiaramente distinguibili e rappresentano delle figure mostruose, composte dell'unione di un uomo e di un animale, intente a suonare uno strumento musicale. Se per i motivi decorativi di tipo geometrico parallelismi si possono riscontrare nella Rocca di Angera o nel castello di Legnano, questi ultimi soggetti sono particolarmente inconsueti.

A Pandino infatti, probabilmente per il tipo di soggetto rappresentato, pur se con delle diversità dovute al numero di frescanti presenti, e alle loro specifiche abilità, sono pochi i brani di particolare maestria, che potrebbero riferirsi ad un unico artista di buon livello che forse sovrintendeva a tutta la decorazione. L'architettura dell'edificio risponde a quel tipo ideale di "palazzo fortificato" che i Visconti portarono a compiutezza di forme nella seconda metà del Trecento e che ha trovato qualche anno più tardi la sua più limpida e grandiosa affermazione nel castello di Pavia. Delle quattro torri dell'organismo originario si sono conservate intatte solo quelle dell'ala orientale, mentre le corrispondenti due torri dell'ala occidentale vennero mozzate nell'Ottocento in quanto pericolanti. Del fossato circostante, interrato, restano attualmente solo i contorni. I corpi di fabbrica si presentano oggi privi di merlature, probabilmente demolite nel corso del Settecento quando il castello, decaduto al rango di edificio rurale, ebbe una nuova sistemazione delle coperture; le ricerche effettuate in questi anni da studiosi locali e dal Cavalieri ne hanno infatti accertato l'esistenza e hanno pure fatto luce sull'originaria disposizione delle falde del tetto, analoga a quella del castello di Pavia.

Ognuna delle quattro facciate è regolarmente scandita dalla presenza di sei monofore al piano terreno e da bifore al primo piano, mentre fasce di mattoni disposti a scaletta avvolgono, come festoni, le nude pareti dei corpi di fabbrica e delle torri. Il cortile è circondato al piano terreno da un portico ad archi acuti (come nei castelli viscontei di Abbiategrasso, di Cassano d'Adda e di Voghera) di sei campate per lato e da un'aerea loggia soprastante, suddivisa in dodici campatelle per lato e spartita da snelli pilastrini che sostengono architravi in legno sui quali si appoggiano le falde del tetto. Sede del Comune e di uffici comunali, della biblioteca e del convitto della locale Scuola Casearia Professionale, lo stato di manutenzione del castello è buono per merito soprattutto dell'attenzione che l'Amministrazione comunale vi dedica ormai da un cinquantennio, con il costante obiettivo di un suo utilizzo sempre più orientato a valorizzare gli aspetti di storia, di cultura e di arte. Nonostante le manomissioni sopra descritte il castello gode tuttora di una buona consistenza e costituisce una della maggiori e più apprezzabili architetture fortificate della Lombardia.

Adagiato nella bassa pianura lombarda, nel territorio compreso tra il corso dell'Adda e del Serio, il borgo di Pandino ha sempre ricoperto una posizione di rilievo. Per tradizione si riteneva che il castello fosse stato costruito a partire dal 1379, per volere di Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti, che apprezzava notevolmente questi luoghi vicini alle terre venete di cui era originaria. Un'attenta rilettura dei documenti ha invece fatto anticipare la datazione di circa un ventennio, riconducendola agli anni compresi tra il 1354 (salita al potere di Bernabò), e il 1361, data del primo documento in cui si fa chiaro riferimento al castello. Nel 1385 Gian Galeazzo si impadronì del castello, che vendette dieci anni dopo al lucchese Niccolò de Diversis. Dopo aver recuperato il maniero i Visconti lo cedettero in feudo prima a Giorgio Benzone, signore di Crema (1414-1423), poi a Luigi Sanseverino (1434-1440). Nel 1469 il castello e i terreni circostanti furono concessi a Ludovico il Moro che irrobustì l'apparato difensivo con la costruzione dei rivellini. A partire dal 1479, essendo stati confiscati a Ludovico Maria Sforza tutti i beni, la fortezza fu nuovamente affidata ai Sanseverino, fino all'estinzione del ramo maschile della famiglia, per cui passò ai Landriani. Nel 1552 divenne di Pagano d'Adda e rimase a questo marchesato fino al 1862, quando fu completamente trasformato in azienda agricola, anche se era stato relegato a quest'uso già nel xviii secolo. Nel dopoguerra il corpo ovest fu acquistato dal Comune che ne intraprese i restauri negli anni '50, mentre le restanti ali rimasero, parcellizzate, a proprietari privati. Oggi vi hanno sede gli Uffici Comunali, il Convitto della Scuola casearia e la Biblioteca. L'esterno e il cortile sono visitabili tutti i giorni, mentre l'interno previo appuntamento.

Grazie alla ricchezza dell'impianto originario e alla sua integrità, il castello di Pandino è sempre stato considerato come uno degli esempi più importanti dell'architettura fortificata viscontea trecentesca, in cui esigenze difensive e residenziali si sono perfettamente armonizzate. Pandino si trova a oriente dell'Adda e a nord della strada che porta da Milano a Crema, al centro di una vasta e fertile zona agricola, un tempo - e dagli studiosi anche oggi - conosciuta con il nome di "Gera d'Adda". Il castello, uno dei più importanti e significativi esempi realizzati dalla dinastia viscontea, che pure fu una grande realizzatrice di architetture fortificate, fu fatto innalzare, secondo le approfondite ricerche storiche condotte da Giuliana Albini e Federico Cavalieri, da Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti, tra il 1354 e il 1361. Nella seconda metà del Quattrocento gli Sforza, nel quadro di un esteso aggiornamento delle difese dello scacchiere dell'Adda, minacciato dalla presenza della Repubblica Veneta, rafforzarono le mura del borgo di Pandino e il castello stesso, al quale vennero addossati, in corrispondenza dei rispettivi ingressi, due torrioni muniti di apparato a sporgere e di ponti levatoi. Dopo essere giunto nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento a uno stato di grave decadenza per trascuratezza di manutenzione e per utilizzi incompatibili, il castello è stato acquistato nel 1947 dall'Amministrazione comunale di Pandino, che ha poi dato subito avvio a importanti lavori di restauro, scongiurandone la rovina che sembrava imminente. Successivamente è stato dato corso al restauro dei pregevoli dipinti trecenteschi, basati sul motivo geometrico del quadrilobo entro il quale sono raffigurati, in posizioni alterne, a gloria dei due proprietari, gli stemmi dinastici del biscione visconteo e della scala, che adornano, come un grande tappeto, le facciate verso il cortile e le pareti di fondo dei portici e delle logge».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00388/?view=luoghi&offset=19&hid=3&sort=sort_int


Pianengo (torre di Villa Gritti Morlacchi)

Foto di Sergio81, dal sito www.panoramio.com   Foto di Mavi80, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

«Sulla destra, prima di entrare in paese, ammiriamo, sulla destra, la Torre dé Zurli, una villa costruita dalla nobile famiglia Zurla nel XVI secolo attorno ad una torre quattrocentesca, probabilmente dei Benzoni, oggi inglobata nella costruzione. La villa consta di due corpi di fabbrica imperniati attorno alla torre, il corpo di fondo è il più antico, mentre quello ortogonale alla strada risale agli inizi del secolo scorso, quando i Gritti-Morlacchi ampliarono la dimora, aggiungendo anche la graziosa loggetta d'ingresso e lo scalone elicoidale in stile neobarocco. ...».

http://www.guidacomuni.it/storia.asp?ID=19072


Pizzighettone (borgo murato, Torrione o torre del Guado)

Foto di Cristina Vinciguerra, dal sito www.paesionline.it   Dal sito www.tansini.it

«Pizzighettone presenta una cerchia di mura tra le più imponenti d'Italia e più importanti della Lombardia. Raro esempio di architettura militare, concepito nell'Alto Medioevo e continuamente perfezionato fra il XVI e il XVIII secolo per opporsi all'evoluzione delle armi da fuoco, costituisce uno straordinario documento storico e un'indubbia attrattiva turistica. Particolarmente suggestive sono le passeggiate sul cammino di ronda lungo il sentiero che si affaccia sul Serio Morto e quella esterna al fossato da Porta Cremona a Porta Soccorso, che permette una visione incomparabile dell'intero tratto sud orientale della cinta. Anche l'interno dell'interna cerchia muraria, caratterizzato da una sequenza di ampie casematte intercomunicanti, presenta motivi di fascino, soprattutto attraversando l'imponente Rivellino. Sulla sponda destra anche la borgata di Gera conserva interamente la cinta muraria casa mattata e gran parte delle difese bastionate. Le numerose vicende del passato di Pizzighettone ne hanno ovviamente condizionato lo sviluppo urbanistico, oggi caratterizzato da sobria eleganza. Il corso dell'Adda divide il centro antico in due parti, collegate da un ponte, ciascuna delle quali presenta una propria connotazione urbana, condizionata dalla funzione militare tipica di un caposaldo di frontiera. All'interno del nucleo storico, il monumento simbolo di Pizzighettone è il Torrione o Torre del Guado, sopravvissuto alla distruzione del castello, in quanto documento della prigionia del re di Francia Francesco I nel 1525. ...».

http://www.cremonanet.com/turismo/mura_scheda.asp?id_articolo=11


Rivarolo del Re ed Uniti (torre di Villa Ponzone)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Rivarolo del Re è situato nell'estremità orientale della provincia di Cremona, lungo la strada che congiunge Bozzolo a Sabbioneta. A sua volta Villa Ponzone sorge ai margini dell'abitato, a mezzogiorno di questo. Vi sorgeva, nel Quattrocento, un castello andato perso (o forse in parte modificato) nei secoli successivi, così da dar vita al complesso odierno, che presenta solo alcuni degli aspetti fortificatori un tempo esistenti. L'insieme presenta oggi i caratteri di un insediamento agricolo fortificato, che si compone di una villa padronale settecentesca annessa a una grande corte rustica, nel mezzo della quale si innalza una torre, unico resto de preesistente castello che si ritiene quattrocentesco. La torre presenta pianta quadrata e struttura in laterizio, parzialmente modificata dall'apertura di alcune finestre relativamente recenti in rottura di muro. Ha conservato in gran parte anche il coronamento (solo i merli sono in gran parte andati perduti), munito alla sommità di apparato a sporgere dagli slanciati beccatelli in mattoni, tipici dell'area padana».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00392/?view=ricerca&offset=27


Rivolta d'Adda (borgo murato, palazzo Celesia, torre campanaria)

Dal sito http://robertocassani.com   Dal sito it.wikipedia.org

Palazzo Celesia, «costruito in stile tardo cinquecentesco sul luogo dove, secondo alcuni storici, c’era il castello di Rivolta fatto demolire da Luigi XII, è un edificio signorile e maestoso che prende il nome dai Conti che per ultimi furono i proprietari dell’intero complesso che comprende anche i palazzi e i cortili circostanti. Fino a pochi anni fa un parte all’esterno era ancora circondata dal fossato che serviva da difesa e da peschiera. All’interno presenta vasti saloni con soffitti decorati e pareti affrescate purtroppo oggi molto rovinate. ... [La torre campanaria] ha una base quadrata di 6 metri , un’altezza di circa 45 metri e 10 campane. Nel tempo è stata più volte innalzata: nel 1716 arrivò a 30 metri, nel 1845 il concerto delle campane è stato portato a 8 e la torre, su progetto dell’ing. Bruschini di Lodi, ha assunto il massiccio aspetto attuale con merlatura ghibellina e bifore a sesto acuto».

http://www.comune.rivoltadadda.cr.it/categoria.php?ID=24


Romprezzagno (cascina Bellotti)

Dal sito www.turismocremona.it   Dal sito http://it.wikivoyage.org

«Romprezzagno, frazione di Tornata, si trova a 30 km. da Cremona, in direzione Mantova, e a 15 km. da Casalmaggiore. In questa località, la cascina Bellotti rimanda, nelle sue forme originarie, alla piena epoca medievale e al potere politico e sociale che una singola famiglia di signori locali poteva esercitare a lungo in virtù di vasti possedimenti fondiari. Il castello, ricostruito nel 1465, su concessione di Francesco Sforza a Eliseo Bellotti, dopo essere stato distrutto nella seconda metà del Quattrocento, perde alla scomparsa della dinastia dei Bellotti il suo ruolo difensivo e diviene, con la sua smilitarizzazione, edificio agricolo. La sua mole è raffigurata in un ex voto del 1742, ora conservato nella parrocchiale, dove si staglia come una fortezza dotata di torre e ponte levatoio. La struttura, sita al centro del paese, è a pianta quadrangolare, circondata da corpi di fabbrica di varia forma e consistenza che ne delimitano il vasto cortile interno. All'interno della corte è presente un portico sulle cui pareti si conservano tracce di antiche decorazioni; inoltre, il lato est è caratterizzato da richiami decorativi di ispirazione medievale, da bifore, tracce di merlature e caditoie».

http://www.turismocremona.it/uploads/file/3f91efddf9c718a1c70b409769adbf9d.pdf


ROVERETO (torre di Villa Ottaviani)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Epoca di costruzione: post fine sec. XIV - inizio sec. XV. Notizie storiche. La frazione Rovereto è posta a mezzogiorno del capoluogo comunale, sull'orlo del costone alluvionale della sponda sinistra dell'Adda. Questa situazione giustifica la presenza in luogo di una torre, forse innalzata alla fine del Trecento o agli inizi del Quattrocento nel quadro del sistema difensivo esterno della città egemone, e che poi è stata inglobata nella settecentesca villa Ottavini, di cui da allora ha fatto parte Descrizione. La villa presenta una configurazione planimetrica ad "L", con l'ala maggiore orientata verso mezzogiorno e affacciata sull'antistante giardino: configurazione imposta non solo dalla presenza della torre, che ha costituito il caposaldo architettonico attorno a cui si è aggregata la villa, ma forse anche dalle strutture di un più esteso fortilizio, di cui è possibile siano state utilizzate le fondazioni. All'epoca della costruzione della villa la torre è stata mozzata e trasformata in "colombera", cioè colombaia, con l'apertura dei fori per il passaggio dei volatili: utilizzo che mantiene tuttora».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00374/


San Giovanni in Croce (rocca o villa Medici del Vascello)

Dal sito www.visual-italy.it   Dal sito www.lecicloviedelpo.movimentolento.it

  

«Un primo castello a San Giovanni è segnalato nel 1264, quando la famiglia Ermenzoni lo vendette a Buoso da Dovara. Il maniero fu rinforzato nel 1341-45 da Bernabò Visconti e poi distrutto nel 1406 da Cabrino Fondulo, Signore di Cremona, il quale fece subito erigere da Maffeo Moro un più grande castello, completato nel 1407, probabilmente riutilizzando il basamento, e forse anche parte delle strutture, delle torri dell'edificio più antico. Lo scopo di tale fortilizio era di garantire il controllo sulla Provincia Inferiore del Cremonese in un luogo a metà strada tra Cremona e Mantova, all’incrocio tra le strade che portano a Parma, Mantova, Brescia e Cremona. In origine il maniero aveva forma quadrangolare con una torre ad ogni angolo, e le torri, quadrate, erano fornite di merlatura ghibellina a coda di rondine per garantire il riparo dei soldati. Nella seconda metà del '400, dopo il passaggio al ducato di Milano, venne meno la sua vocazione difensiva, e cominciò il processo di trasformazione in villa, al termine del quale l’edificio assunse le forme attuali. Ciò avvenne a partire dal periodo in cui fu la dimora di Cecilia Gallerani, la celebre Dama con l'ermellino ritratta da Leonardo da Vinci (dipinto conservato a Cracovia presso il Museo Czartoryski), amante di Ludovico il Moro e moglie del Conte di San Giovanni in Croce Ludovico Carminati, al quale era stato concesso il castello dagli Sforza. La vasta loggia a serliane sul lato meridionale risale al tardo XVII secolo, voluta dal Marchese Francesco Cesare Soresina Vidoni, mentre l’ampliamento del fronte settentrionale della rocca mediante l’inserimento di due grandi ali rettangolari che inglobano le torri difensive, e di un’ampia corte con una scalinata che conduce al giardino, è documentata in una mappa del 1782, periodo in cui apparteneva ancora ai Marchesi Soresina Vidoni, che furono dunque i principali artefici della trasformazione dell’edificio.

Dell’originario fortilizio quattrocentesco si conservano la scarpa di base e le torri angolari merlate nel fronte meridionale. Nel XX secolo la villa vide il susseguirsi di varie proprietà nobiliari fino ai Medici del Vascello, e non fu più stata abitata dal 1945. Dal 2002 è di proprietà del Comune di San Giovanni in Croce, che lo ha acquistato ad una cifra vicina ai 3 miliardi di lire. La villa ha un favoloso parco nella parte retrostante, la cui realizzazione è attribuita a Giuseppe Antonio Vidoni-Soresina, principe nel 1817 per volontà di Francesco I d'Austria. Si tratta di un tipico esempio di giardino romantico all’inglese, di cui non si conosce il progettista, anche se le attribuzioni parlano dell’architetto Luigi Voghera, e con maggiore probabilità, del pittore Cremonese Giovanni Motta, per quanto riguarda le decorazioni. Nel parco, esteso per circa 105.000 m2, trovano collocazione, oltre che essenze vegetali di alto pregio, edifici e paesaggi esotici e storici: un lago dove si svolgevano memorabili regate, rovine gotiche, una pagoda cinese, un tempio indiano, una capanna olandese e un tempietto dorico con pronao tuscanico tetrastilo, oltre a “rovine” di gusto neogotico, un padiglione giapponese e un padiglione rinascimentale. Degna di nota è anche la garzaia (unica nella provincia di Cremona e una delle rare garzaie urbane d’Italia) abitata da circa 50 coppie, tra airone cenerino, garzetta e nitticora».

http://castelliere.blogspot.it/2011/11/il-castello-di-lunedi-28-novembre.html


SCANDOLARA RIPA D'OGLIO (castello Gazzo)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Foto di Alberto Br, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

«Il castello sorge al centro del paese, in prossimità della chiesa di San Michele, dalla quale è separato solo dalla fossa che ancora lo circonda, alimentata dalla roggia Alia. Un ponte in muratura ha sostituito l’antico ponte levatoio. Del quale rimangono tracce nei bolzoni che segnano la facciata in prossimità dell’unico accesso, sormontato da una torretta. L’intero complesso fortificato, a pianta quadrangolare, è oggi suddiviso in due unità di analoga superficie, costituite da un fabbricato con piccola corte interna, residuo dell’originario castello trasformato in residenza signorile, e dal giardino, entrambi racchiusi dalle possenti murature a scarpa che affondano nelle acque stagnanti del fossato e terminano ad Est in bastioni a cuneo. Traccia di due torri angolari che dovevano caratterizzare l’importante fortezza sono ravvisabili nei due corpi laterali sporgenti ai lati dell’ingresso, oggi ridotti alla stessa quota di gronda dell’intero edificio. Le prime notizie del castello datano dal 1256, epoca in cui la documentazione sopravvissuta riferisce che la fortezza occupava una superficie di 6666 mq. Fonti settecentesche a stampa riportano che intorno alla fine del secolo il castello fu concesso dal duca di Milano Francesco I all’architetto militare Bartolomeo Garo, dal quale avrebbe preso il nome. Ma è probabilmente a partire con una progressiva serie di interventi che cercarono di ingentilirne l’aspetto austero: l’apertura di un loggiato ad archetti sopra la torre d’ingresso, la costruzione di un portico a serliana che immette nella corte interna, l’apertura di numerose finestre nelle cupe cortine murarie».

http://www.comune.scandolararipadoglio.cr.it/Homepage.aspx


Soncino (borgo murato, palazzi)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito it.wikipedia.org (casa stampatori)

«,,,Il Borgo medioevale. Proseguendo lungo il fossato orientale raggiungiamo lo spalto delle mura, dove sorge l'ex Filanda Meroni, edificata nel 1898 con caratteri eclettici tipici dell'architettura tardo-ottocentesca. Proseguendo, giungiamo alla Porta a Sera ed entriamo nel borgo per via IV Novembre, l'antica Strata Magna (Contrada Grande) che ne costituisce l'asse principale. Il tessuto urbano rivela la sua conformazione tipicamente medioevale con case e palazzi allineati lungo la strada. Il piano terra era adibito a laboratorio - bottega, preceduto da portico, mentre l'abitazione vera e propria si trovava al piano superiore. Il cortile di servizio, generalmente lungo e stretto era strettamente funzionale alle attività produttive. La maggiore larghezza della strada sottolinea questa specificità prettamente commerciale ed insieme rimarcare l'asse viario privilegiato. Probabilmente l'apertura della strada è legata all'addizione Dovariana della metà del XIII secolo. Perso il suo carattere commerciale, l'asse viario acquisì sempre più uno spiccato carattere residenziale.

Palazzo degli Azzanelli. Particolarmente interessante è il quattrocentesco Palazzo degli Azzanelli, risultato della trasformazione di un precedente palazzo acquistato dalla famiglia di mercanti soncinesi. Il Palazzo presenta un'elegante facciata decorata da monofore trilobate in cotto con putti e modanature a tortiglione, con cornice marcapiano in cotto decorata da festoni, ghirlande e putti reggighirlanda. Un tempo il Palazzo presentava una ricca decorazione costituita da piastrelle in ceramica policroma. Il Palazzo presenta un bel cortile, preannunciante una monumentalità tipicamente secentesca con gli archi ribassati ampi e le colonne con entasi.

Palazzo Zardina-Cropello. Questo Palazzo, posto nelle vicinanze del Palazzo Azzanelli, è il risultato di una vasta ristrutturazione tardo settecentesca dell'antico Ospedale dei Pellegrini e che ha inglobato il "Quartiere Barbò", arsenale privato della nobile famiglia, di cui è possibile ammirare la torre, rimaneggiata, posta all'angolo del fabbricato. Quest'ultima si presenta con facciata in cotto ingentilita da due bifore strombate al piano nobile.

Palazzo Comunale. Posto nella piazza del borgo, il Palazzo comunale, quale lo vediamo oggi, si presenta come una serie di ricostruzioni, aggiunte e demolizioni. Il palazzo è cresciuto nei secoli con l'aggiunta di diversi corpi di fabbrica (situazione analoga presenta il Palazzo Comunale di Cremona): la Torre civica ed il Palazzo Vecchio risalgono al XII secolo, il Palazzo dei Consoli, in seguito inglobato nel Palazzo Comunale risale alla seconda metà del XII secolo, il Palazzo del Podestà, della metà del XIII secolo ed infine il Palazzo Nuovo che chiude il lato sud della piazza, eretto nel XV secolo. La Torre delle ore presenta alla sommità due automi, aggiunti nel 1506 dal governo veneziano. Il Palazzo del Podestà venne distrutto nel 1802 da un terremoto che danneggiò pure una parte del Palazzo dei Consoli, alterando irrimediabilmente il prospetto occidentale sulla piazza. La facciata attuale venne ricostruita, arretrandola verso oriente e con un timpano spezzato di gusto classicheggiante, sormontato dalla torretta con l'orologio astronomico, le cui decorazioni in terracotta risalgono al 1977. Il Palazzo Nuovo venne allungato mediante l'aggiunta di tre campate. L'unica parte originale del Palazzo è l'ala settentrionale, in cotto, con evidenti tracce delle aperture romaniche a bifora e la Torre civica. La Torre civica venne costruita nel 1128, a canna quadrata e si sviluppa per un'altezza di 31,50 metri. Nel 1575 venne rialzata sino alla quota attuale di 41,80m. Secondo la tradizione, nel Palazzo venne rinchiuso Ezzelino da Rimano dopo che fu sconfitto nella battaglia di Cassano, avvenuta il 27 settembre 1259, ad opera del soncinese Giovanni Turcazzano. Le cronache narrano che Ezzelino, incarcerato a Soncino, si lasciò morire dopo pochi giorni. Per tradizione, ogni mercoledì mattina alle 9.00 (originariamente a mezzogiorno) il campanone della Torre civica fa risuonare i lugubri rintocchi dell'agonia che ricordano la fine del tiranno. All'interno il Palazzo ospita la bella sala della Giunta impreziosita da un arredo ligneo, l'Archivio storico con documenti dal 1311 ai giorni nostri ed una quadreria. In quest'ultima segnaliamo il Cristo Crocifisso, opera del cremonese Giulio Calvi detto il Coronaro, proveniente dalla chiesa di S. Giacomo; l'Immacolata tra S. Bernardino ed il Beato Pacifico Ramati, opera settecentesca del milanese Federico Ferrario, proveniente dall'oratorio di S. Bernardino.

Casa degli Stampatori. Lasciata la Pieve imbocchiamo a destra la via Lanfranco che conduce al quartiere abitato un tempo dagli Ebrei dove sorgeva anche il cimitero ebraico e probabilmente la sinagoga. La Casa degli Stampatori è un edificio risalente al XV secolo che la tradizione identifica come la sede della stamperia creata nella seconda metà del XV secolo da Israel Nathan. La facciata, che si sviluppa in altezza con tre piani, presenta delle monofore ogivali ed ospita oggi il Museo della Casa degli Stampatori. Al piano terreno sono esposte le attrezzature appartenenti ad una vecchia tipografia: nelle cassettiere sono conservati i caratteri di diverso stile, in legno ed in piombo, oltre ai caratteri in ebraico, alcune macchine da stampa risalenti alla fine del XIX secolo ed all'inizio del secolo scorso, oltre ad una fedele ricostruzione di un torchio in legno del 1485 per la stampa. Al piano superiore sono conservate le riproduzioni dei principali incunaboli qui stampati, oltre alla famosa Bibbia, stampata nel 1488 da Gershom Soncino e considerata la prima bibbia ebraica stampata del mondo, oltre ad altre opere stampate nei luoghi ove operarono in seguito i Soncino. ...».

http://www.prolocosoncino.it/palazzi.php


SONCINO (rocca sforzesca)

Dal sito it.wikipedia.org   Dal sito www.soncino.org   Dal sito www.visual-italy.it

  

«Il Castello di Soncino, situato a Soncino, in Lombardia, è uno dei più tipici castelli lombardi dell'area del cremonese, eretto a partire dal X secolo ed avente un ruolo fondamentale nella difesa dell'area sino al Cinquecento. Le origini della rocca risalgono al X secolo quando venne realizzato un primo cerchio di mura attorno ad una primitiva struttura difensiva per contrastare la calata degli Ungeri. Nel Duecento il castello venne assediato diverse volte sia dai milanesi che dai bresciani alleati e altrettante volte ricostruito sino al 1283 quando il comune di Soncino deciderà la costruzione di una nuova rocca. Nel 1312 il castello viene occupato dai cremonesi e nel 1391 i milanesi lo utilizzano per la loro guerra contro i veneziani, il che portò dal 1426 a nuovi rafforzamenti sul cerchio esterno di mura.

Quando la pace di Lodi del 1454 stabilì definitivamente i confini tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, Soncino e la rocca passarono a quest'ultima entità territoriale. Fu in quest'occasione che Francesco Sforza fece rafforzare le mura attorno al castello e la rocca stessa, che fu oggetto di richiesta di costruzione nel 1468 per desiderio dei soncinesi con lettera richiesta al duca, anche se quest'ultimo preferì erigervi solo un nuovo torrione dalla caratteristica forma circolare. Opere significative di manutenzione vennero poi intraprese dal 1471 ad opera di Benedetto Ferrini e Danese Maineri, ingegneri responsabili delle fortezze di Soncino e Romanengo, i quali dal 1473 iniziarono anche i lavori per la costruzione della rocca, sotto la direzione di Bartolomeo Gadio. Dal 1499 la rocca passò ai veneziani ai quali rimase sino al 1509 per poi passare ai francesi e nuovamente agli Sforza. Dal 1535, il ducato di Milano diverrà proprietà degli spagnoli e con esso anche il castello di Soncino.

Nel 1536 l'imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero elevò Soncino a marchesato e lo passò in feudo alla famiglia milanese degli Stampa che lo trasformarono nei secoli successivi sempre più in una residenza e non in un fortilizio militare. Fu sotto gli Stampa che vennero chiamati i pittori del calibro di Bernardino Gatti e Vincenzo Campi a decorare alcune sale interne del castello, oltre alla cappella che vi venne eretta. Nel 1876 Massimiliano Stampa, ultimo marchese di Soncino, cedette per testamento il castello al comune il quale dal 1883, con l'ausilio di Luca Beltrami, iniziò i lavori di restauro al fine di portare la rocca al suo originario splendore, terminando il tutto nel 1895.

Il castello di Soncino è posto in posizione strategica nei pressi dell'abitato, anche se i quattro secoli nei quali è stato usato perlopiù come abitazione l'hanno di molto armonizzato a partire dal suo ingresso che dall'Ottocento si trova inserito in una piazza. Il portale del castello, un tempo reso accessibile da un ponte levatoio in legno, è stato sostituito dalla fine dell'Ottocento con un rivellino, da accesso ad una prima corte utilizzata per il movimento delle truppe e pertanto dotata di scale che consentono di avere accesso agli spalti delle mura esterne. L'accesso alla rocca era permesso attraverso due diversi ponti levatoi, uno carrabile e l'altro pedonale. Passato anche il secondo ingresso si giunge al cortile vero e proprio del castello, al centro del quale si trovava un pozzo per garantire il rifornimento d'acqua in caso di assedio e sempre da questo cortile si ha l'accesso alle segrete dei sotterranei.

Tra le torri più rilevanti del complesso (quattro in tutto), vi è indubbiamente la Torre del castellano, così chiamata perché un tempo era la residenza ufficiale del governatore della fortezza e come tale essa poteva essere isolata a sua volta dal resto del complesso in caso di attacco. Essa era collegata al suo interno direttamente con i sotterranei e da qui, attraverso un passaggio segreto, si poteva giungere al fossato e quindi fuggire verso le campagne circostanti. E' questa una delle aree decorate in maniera rinascimentale con affreschi e camini a cappa piramidale. La Torre sud-orientale, dal XVI secolo, accoglie la cappella del palazzo che venne realizzata come si è detto sotto i marchesi Stampa. Qui si possono ammirare ancora oggi tracce di affreschi di cui il più antico di essi (risalente alla fine del XV secolo), raffigura la Madonna con il Bambino. Sempre qui si trova anche un frammento di affresco rappresentante il leone di San Marco dipinto a ricordo della breve dominazione veneziana della rocca. Opera di rilievo è anche un affresco anonimo rappresentante lo stemma del ducato di Milano affiancato da delle torce e da secchi d'acqua, a simboleggiare il motto personale di Francesco Sforza, "Accendo e spengo" unitamente ad altre imprese araldiche. Il soffitto è decorato con un motivo a pergolato come nel castello sforzesco di Milano. La Torre circolare è l'unica ad avere questa caratteristica forma e presenta al livello dei camminamenti una sala rotonda con calotta circolare al centro della quale si trova un pilastro a forma di cilindro che conduce sul tetto del baluardo, di forma conica e di molto sopraelevato rispetto alle altre torri, di modo che l'area potesse essere usata come torre d'avvistamento. Questa torre, eretta nel Cinquecento, presenta altresì molte tracce ad affresco di stemmi e di una crocifissione oggi in forte stato di degrado. La presenza di questo particolare affresco fa pensare che qui un tempo fosse posta la cappella che, a seguito delle trasformazioni volute dai marchesi Stampa, venne trasferita in un'altra torre».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Soncino


Spino d'Adda (castello, oggi villa Casati Zineroni Dell'Orto)

Dal sito www.comune.spinodadda.gov.it   Dal sito www.comune.spinodadda.gov.it

«Spino d'Adda può vantare un'importante residenza: villa Zineroni-Casati-Dell'Orto è una costruzione di stile neoclassico eretta sull'area dell'antico castello; è un complesso con pianta ad U secondo l'impronta datale a partire dal 1727 dal conte Giuseppe Casati (1672-1740) e fu il suo omonimo discendente Giuseppe (1762-1833) a completare la costruzione con la caratteristica forma odierna costruendo l'ala centrale e quella di ponente. Chiamò poi il pittore e scenografo lodigiano Pietro Ferrabini per la decorazione ad affresco della sala da pranzo e per le due prospettive paesistiche del porticato centrale.

La struttura. Il viale d'accesso è in linea con la strada proveniente da Lodi, con l'ingresso affiancato da edifici di servizio posti davanti a corti rustiche. Dietro la villa si estende un grande giardino all'inglese in posizione degradante: è un altro chiaro indizio che la residenza sorge sul terrapieno dell'antico castello; il giardino, composto da varie essenze arboree, termina sul fondo con una torre di stile neogotico. La facciata della villa è caratterizzata da un portico a tre archi ribassati con pilastri toscani; il piano superiore è diviso da lesene ioniche e contengono nelle specchiature porte-finestre architravatte. Il balconcino è marmoreo e a colonnette. La fronte termina con un timpano triangolare che contiene un orologio, sopravanzato da un attico con vasi in pietra. Due brevi segmenti laterali alla facciata collegano la fronte alle ali laterali anch'esse porticate. L'ala orientale è la più antica (XVI-XVII secolo) e ad essa il conte Giuseppe Casati fece aggiungere i corpi nord e ovest nel medesimo stile architettonico. Tra i colori autunnali del parco il minaretoIl celebre minareto, innalzato nel 1818, è snello e di forma cilindrica, decisamente originale, diviso in segmenti e con finestrelle sui punti cardinali. La parte terminale è una lanterna con finestre, cupoletta e piattaforma praticabile. I due affreschi del porticato centrale sono stati restaurati nel 1992, quindi riportati all'aspetto originale: sorprende la vivacità dei colori e, per un effetto di rilievo in una voluta accentuazione della prospettiva, entrambi danno la sensazione di un'immediatezza nella realtà. Infatti, i due affreschi, nella loro profondità, offrono con un elegante gioco l'uso mistico, tipico del trompe-l'oeil, la visione del giardino oltre alla villa.

Gli edifici di servizio. Ai lati del cancello d'ingresso sorgono i già citati edifici un tempo di servizio e, ancor prima, scuderie i quali, nel 1896 furono sistemati. Sotto il cornicione dell'edificio a destra è posta una scritta in latino: "nell'anno del Signore 1896 Alessandro Zineroni dei conti Casati, per il riposo nella natura, rifece in parte per sé e per i suoi, questa casa lungo deserta e l'abbandono e la riporta la sua integrità". Sotto questa scritta vi sono dei tondi sui quali sono raffigurati ritratti di alcuni membri della famiglia. A fianco alla costruzione di destra sorge l'albergo Paredes, costruito probabilmente nello stesso periodo della villa. Secondo alcune ipotesi in questo luogo vi era posto il ponte levatoio del castello. Il nome dell'albergo è ispirato alla famiglia spagnola Paredes y Cereda che furono proprietari del feudo tra il 1729 ed il 1730. All'interno del cortile del Paredes vi è un edificio simile ad una cascina con la grigliate di legno, perciò deve essere molto antica, perché le altre cascine spinesi hanno le grigliate in mattone. La cortina di costruzioni a sinistra presenta maggior varietà: sull'edificio denominato "la Casa Rossa", vi sono riportate tracce di uno stemma indecifrabile. La cortina di edifici termina con una torre probabilmente antica e residuo dell'antico castello, ad eccezione della merlatura e delle cornici delle finestrelle evidentemente rifatte».

http://www.comune.spinodadda.gov.it/territorio/luoghi/palazzo.aspx


Terra Amata (castello Soresina Vidoni)

Foto Alberto Br, dal sito http://rete.comuni-italiani.it   Foto Alberto Br, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

«L'edificio presenta una pianta quadrangolare orientata secondo i punti cardinali (tipica quindi del castello padano di pianura) e formata da corpi di fabbrica che delimitano un cortile centrale. In corrispondenza dei quattro angoli sono collocate delle torrette sporgenti sia in pianta che in alzato. Due torri poste nel mezzo dei corpi di fabbrica meridionale e occidentale, pure esse sporgenti in pianta, conferiscono toni monumentali ai due ingressi di mezzogiorno e di ponente. Tutta l'architettura dell'edificio è fortemente improntata ai caratteri stilistici propri dell'epoca - il Cinquecento - in cui la costruzione fu eretta. Terra Amata è una frazione del comune di Cremona che sorge a settentrione del capoluogo, in posizione isolata nella campagna, a breve distanza dalla strada per Soncino. Sotto il profilo ambientale e paesaggistico l'abitato si configura come un caratteristico nucleo rurale della vasta e fertile pianura agricola cremonese, nella quale si trovano gli altri significativi nuclei rurali fortificati del comune di Castelverde, quali castello Trecchi a Breda dei Bugni, villa Schinchinelli a Cavallara, villa Sommi Picenardi a Licengo, villa Vernaschi a Ossalengo e la cascina Mancapane a San Martino in Beliseto. In questo caso però la tipologia è propria della residenza castellata quattro-cinquecentesca, nella quale rientra a pieno titolo il Castello Soresina Vidoni, elemento preminente del nucleo di edifici rurali al quale appartiene. Si tratta infatti di una significativa reinterpretazione di forme castellane, mentre il richiamo del suo impianto planivolumetrico al tipico castello trecentesco lombardo di pianura è così evidente da far ipotizzare che l'edificio sia stato costruito sulle fondamenta di un preesistente fortilizio, come del resto sarebbe avvenuto in alcuni dei sopraccitati nuclei rurali fortificati (castello Trecchi a Breda dei Bugni e villa Vernaschi a Ossalengo). L'edificio è oggi adibito a residenza di campagna privata, che rende ragione del suo buono stato di manutenzione».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00380/


Torlino Vimercati (torrione Vimercati)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«La torre ha - inconsuetamente per l'architettura fortificata italiana, e lombarda in particolare, ma abbastanza consueta per il territorio di Cremona - una pianta rettangolare, con lati notevolmente diversi. Questa caratteristica ha indotto alcuni studiosi a ritenerla, più che un resto di antico castello, come spesso si dice, più verosimilmente una casaforte o casa torre, che svolgeva probabilmente funzioni di avamposto fortificato. Molto pesanti i rimaneggiamenti effettuati nell'Ottocento, che hanno soprattutto all'esterno modificato profondamente l'aspetto architettonico dell'edificio, tra l'altro cospicuamente sopralzato. Ne deriva un'architettura suggestiva ma assai poco probante sul piano storico. Azzano è un nucleo rurale isolato nella pianura, in prossimità di Agnadello. La torre, la cui dominante presenza conferisce un'impronta singolare alla cascina alla quale ha dato il nome, apparteneva forse alla corona di fortilizi fatti innalzare agli inizi del Quattrocento intorno a Crema dai Benzoni e di cui varie tracce si trovano nelle strutture agricole dei dintorni. Nel 1620, cessate le necessità difensive, è stata riadattata a residenza, con una rielaborazione stilistica - verosimilmente più tarda - di forme castellane, come del resto è avvenuto in moltissimi altri fortilizi o ville della provincia di Cremona».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00402/?view=ricerca&offset=30


TORRE DE' PICENARDI (castello di San Lorenzo de' Picenardi)

Dal sito www.comune.torredepicenardi.cr.it   Dal sito www.castellosanlorenzo.com

«In origine, il castello di San Lorenzo non era altro che un piccolo gruppo di case fortificate e l'aspetto iniziale era dunque molto differente da come appare oggigiorno. La cui prima memoria scritta risale al 19 aprile 1428, negli archivi milanesi. Tra le condizioni di pace tra il duca di Milano con Firenze e Venezia, è detto che San Lorenzo de’Picenardi e altre terre cremonesi, sono da considerarsi vere e proprie fortezze e devono essere consegnate ai veneziani. Nel codice Zaccaria, ora Pallavicino, in Cremona, si legge che Francesco Sforza dal Girifalco, il 25 febbraio 1444 confermava che suo suocero, Filippo Maria Visconti, duca di Milano, aveva donato al suo armigero Ludovico da Cremona la quarta parte del fortilizio e castello di San Lorenzo, con altri beni precedentemente confiscati al ribelle Leonardo de’Picenardi. In un diploma dell’Archivio di Stato di Milano del 13 Agosto 1444, essendo morto Ludovico da Cremona, Francesco Sforza regala questi possedimenti al suo nobile parente Andreotto del Mayno e ai suoi successori.

Secondo uno storiato manoscritto, o fatto informativo di una causa fra i Picenardi e i Crema (steso nel repertorio d’Archivio della casa Soresina-Vidoni in Cremona), sembrerebbe che le altre parti del castello, cioè gli altri tre quarti, spettassero ad altre famiglie, specialmente ai nobili Ripari, già conosciuti nelle note Ca’de’Caggi. Lo storico Prof. Dott. F.C. Carrieri, durante le sue ricerche, ha riscontrato che il suddetto storiato (documentazione) non era esatto, però gli diede la possibilità di esaminarne molti altri presso l’Archivio Notarile di Mantova. Accertò, così, tutto quanto ora scriveremo. Stefano Picenardi, figlio del podestà di Mantova Leonardo Picenardi e fratello della beata Elisabetta Picenardi, le cui ossa riposano nella chiesa parrocchiale di Torre de’Picenardi, era in possesso di un quarto del castello di San Lorenzo e di altri beni del territorio. Stefano aveva i figli Leonardo, Alessandro, Annibale, Cleto e Zaccaria, che poi è morto. Alla morte del padre Stefano, i quattro figli ebbero in eredità una porzione, cioè un quarto, del castello di San Lorenzo che si divisero nel 1516: perciò ognuno possedeva un sedicesimo dell’intero immobile. I quattro fratelli ricevettero altri beni tra cui il possedimento di San Lorenzo, la Ca ’de’Arcari, la Ca ’de’Gatti e la casa di Mantova. Lo storiato dice anche che Alessandro (che era sacerdote) acquistò, più tardi, dai nobili Ripari e dagli altri comproprietari, tutto il castello composto da casette, meno la porzione di suo nipote Sigismondo Picenardi e di sua moglie. In seguito, Alessandro fabbricò un palazzo al posto dell’antica casa e lasciò ogni cosa in eredità al suddetto Sigismondo l’intero immobile.

Sigismondo morì senza figli, così sua madre Giulia Sfondrati e l’altro zio Leonardo Picenardi presero possesso del castello. Successivamente Leonardo rimase il solo padrone del castello e lo donò, nel 1533, ai suoi parenti fratelli Crema di Mantova. Annibale Picenardi aveva avuto due figli legittimati, Alfonso ed Annibalino, i quali pretendevano di aver diritto alla metà dei beni lasciati dal sacerdote Alessandro. Ne seguì una lite giuridica e in base ad essa, poiché vinta, i suddetti figli legittimati vendettero i loro beni al nobile Bernardino Mainardi, il quale li cedeva la conte Alessandro Gonzaga, figlio di Gian Maria, che abitava a Cremona ed era marito della loro zia Angelica Picenardi, una delle sorelle dei primi quattro eredi. Tutto ciò avveniva nel 1534. Alessandro Gonzaga si impossessò di parte del castello, di una parte di una nuova torre, e tornò ad acquistare dal nobile Ripari e dagli altri tutto ciò che era già stato acquistato dal sacerdote Alessandro Picenardi. Per il possesso del castello, pare che la causa tra i Gonzaga ed i Crema fosse continuata a Cremona e a Milano. I Crema si accordarono poi con Alfonso e Annibalino Picenardi e vendettero le loro proprietà al nobile Giovanni Carlo Affaitati, nel 1546, con il consenso dell’imperatore Carlo V, signore dello stato, poiché si trattava di un luogo fortificato. Secondo lo storiato, gli Affaitati e i Gonzaga, eredi del conte Alessandro, si accordavano, ma non si sa se il castello, così com’era stato venduto dai Crema a Giovanni Affaitati, intero o in parte, andò agli eredi Affaitati o agli eredi Gonzaga.

Di certo si sa che, forse nel 1604, vari stabili di San Lorenzo passarono in permuta dal cavaliere Francesco Gonzaga al nobile Giovanni Carlo Sforzosi, che ricevette altri stabili, ancora per eredità, da altro Gonzaga, fra questi poté esserci anche il castello. Sicuramente si sa che il cavalier Giacomo Sforzosi, nel secolo XVIII, era proprietario dell’intero castello e l’11 Gennaio 1731 lo lasciò in eredità al nipote Lorenzo Francesco Crotti. Così si trova in un manoscritto del conte Giuseppe Crotti, conservato dai fratelli conti Alessandro e Carlo Calciati, succeduti nel possesso e nell’affetto verso il grandioso castello, alla madre donna Vittoria Crotti, consorte del conte Galeazzo Calciati. Ecco perché il castello di San Lorenzo è conosciuto come rocca Crotti Calciati. Attorno al 1924 l’immobile fu acquistato dal signor Mario Bellini, ricordato dalla gente perché, primo nel cremonese, importò i cavalli di razza belga. Nel 1939 entrò in possesso la nobil donna Angiola Soregaroli Cappelli vedova Agarossi. La signora, tra l’altro, è ricordata perché durante la seconda guerra mondiale si recava alla stazione di Torre de’Picenardi con un landò, condotto dal signor Damatrio Panzi che dalle montagnosi annunciava agli alunni con lo schiocco della frusta. Nel 1949 muore la nobil donna Soregaroli ed eredita il figli dottor Rino Agarossi. Nel 1963 muore il dottor Rino Agarossi ed eredita il figlio Amilcare Agarossi. Nel 1999 è stato infine acquistato dalle famiglie Lorenzoni e Nicoli che ne sono gli attuali proprietari.

Il castello di San Lorenzo de’Picenardi, immerso in un verdeggiante parco do 50000 metri quadri, ricco di giardino e piante secolari, sorge, immenso e maestoso, in prossimità della statale 10 Padana Inferiore. Per dimensione, è la più grande residenza castellana del cremonese e, probabilmente, della Lombardia. Circondato da un’antica cerchia di mura esterne, originaria dell’alto medioevo (sec. IX) e mai rimaneggiata nel tempo, protetto da un fossato che, nei momenti di pericolo, doveva isolare la “villa” dagli attacchi esterni (come in ogni castello che si rispetti), è visibile anche da grande distanza, pur non sorgendo su un’altura, grazie alle sue sei torri e alle ampie merlature, strumento di riparo per i difensori. Alla facciata dell’immensa costruzione, con la torre merlata centrale che riporta lo stemma del casato e sovrasta l’ingresso principale, si accede percorrendo un vialetto di 150 metri, che attraversa in linea retta la parte anteriore del parco. Un ponte (un tempo un ponte levatoio) in legno e ferro, collega al portone centrale da cui entravano carri, cavalli e carrozze che si portavano nell’ampio cortile interno; il portone è affiancato, a sinistra, da una porticina chiamata “postièrla”, riservata ai pedoni e disposta per l’ingresso di una sola persona per volta. Anticamente, un’inferriata a saracinesca chiudeva l’entrata principale sul fossato difensivo. All’àndito interno, passaggio ufficiale di uomini e merci, sono adiacenti i locali dei custodi. Centinaia di feritoie si aprono lungo tutte le pareti del castello, necessari punti di osservazione e di eventuale lancio di proiettili.

Quest’ampio edificio fortificato, posto in pianura ma all’incrocio di importanti nodi di comunicazione, doveva essere un virtuale punto di riferimento per i viaggiatori ed un nucleo economicamente autosufficiente in epoca feudale. Infatti, oltre agli ampi saloni e alle numerose stanze adibite a residenza, il castello è munito di locali destinati ai servizi di manutenzione e riparazione degli attrezzi, stalle e scuderie, forno, macello, pollai e vaste cantine. Naturalmente non mancano la cappella (tutta medievale, ricca di tracce architettoniche tardo-romaniche e gotiche) e il cimitero di famiglia, posto di fronte alla torre merlata (un robusto mastio), a destra rispetto all’ingresso principale è affiancato un giardino all’italiana con aiuole e roseti. Sempre all’esterno, nell’ala sinistra della residenza, di fronte ad un ingresso ad un ingresso maestoso costituito da un’ampia facciata laterale sorretta da quattro enormi colonne collegate da cinque archi a tutto sesto, il parco è arricchito, a pochi metri dall’ingresso, da una vera e propria piscina (una vasca dell’800), di forma conica la cui profondità aumenta gradualmente e munita di bordi e sedili laterali e impreziosita da un frontale in muratura, con bocche da cui esce acqua corrente, che la rendono simile ad una grande fontana. ...».

http://www.castellosanlorenzo.com/storia.html


TORRE DE' PICENARDI (villa-castello Sommi Picenardi)

Dal sito www.comune.torredepicenardi.cr.it   Dal sito www.sommipicenardi.com

«Villa Sommi Picenardi è immersa nella campagna cremonese a circa 25 km da Cremona e deve il proprio nome, così come quello del Comune e alcune località limitrofe ai Sommi Picenardi, nobile e antica famiglia lombarda. Il nucleo più antico è costituito dagli edifici della parte sinistra, zona detta "il castelletto" con l'antica torre alla ghibellina di probabile origine medievale; nel 1526 tutta la proprietà passa definitivamente ad Antonio Maria Picenardi e alla sua famiglia che la manterrà fino agli anni '50 del '900.  Dopo aver superato il ponte levatoio, si entra nel grande cortile principale della villa, con i due grandi torrioni principali che in simmetria con gli altri situati in fondo ricordano l'antica residenza castellana a scopi di difesa; ai lati e di fronte si trovano le costruzioni principali della villa. A sinistra le cosiddette "cappuccine basse" , interrotte al centro dalla cappella della villa, dedicata alla "Visitazione di M.V.", rimaneggiata nel 1799 con le decorazioni del pittore Sante Legnani e i due grandi affreschi dedicati alla Beata Elisabetta Picenardi. Di fronte il corpo di fabbrica principale, nonché ingresso nobile agli appartamenti e ai saloni principali della villa, ampliato nell'800 con l'aggiunta del corridoio con i tre grandi archi, su progetto di Faustino Rodi; questo locale di ordine jonico, era l'antica armeria.

Di fronte alla porta d'ingresso campeggia una grande statua di Minerva con un grande stemma della famiglia Sommi Picenardi; ai lati i busti di Annibale Picenardi castellano di Pavia e di Sforza Picenardi, opere dello scultore Graziano Rusca; dalla porta sovrastata dal busto di Sforza Picenardi si entra nella serie di stanze dell'appartamento di levante detto "del giardino". Nell'ala a destra del cortile la prima sala fu decorata nel 1785 dal pittore Giovanni Motta, alle pareti è ornata di busti di vari dei e dee e quattro vasi modellati sempre dal Rusca; alle pareri si trovano grandi specchi, elemento che ha dato oggi il nome alla sala. Segue la sala della colonne, sontuosa e suggestiva sala per gli ospiti caratterizzata dalle due grandi colonne joniche al centro della stanza. Il locale certamente più famoso di tutta la villa Sommi Picenardi è la Bibliopinacoteca, costruita a partire dal 1817 dall'architetto Luigi Voghera per conservare l'importantissima e pregevole raccolta di dipinti, volumi, stampe, antichi manoscritti, libri rari, oggi purtroppo perduti.

La villa di Torre de' Picenardi è sempre stata famosa storicamente per il suo parco, nel XIX secolo uno dei giardini più famosi e conosciuti di tutta Italia; l'iniziativa della costruzione si deve ai Marchesi Ottavio Luigi e Giuseppe Picenardi che a partire dal 1772 realizzarono quello che sarebbe diventato uno dei primi e più significativi giardini all'inglese presenti in Italia; vennero innalzate colline, creato un lago e alcuni laghetti, isolotti, prati, sentieri, ponti, viali, ricostruite rovine romane, portate e collocate lapidi originali romane e tanto altro. La maestosa facciata laterale della villa rivolta verso la piazza, opera settecentesca di Faustino Rodi, porta al centro del timpano il grande stemma araldico della casata Picenardi con tutti gli stemmi delle famiglie con essa imparentate sostenuta da due leoni sforzeschi. La villa di Torre de' Picenardi rimase proprietà esclusiva della famiglia dei Marchesi Sommi Picenardi per oltre 400 anni, tranne una piccola parentesi nell'800, sino al 1954; dal 1962 è proprietà della famiglia Cassani».

http://www.prolocotorredepicenardi.it/Dettaglio.asp?IdPagina=3&IdNews=4 (a cura di Fabio Maruti)


Torricella del Pizzo (torre del castello)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«A Torricella del Pizzo, nella parte occidentale dell'abitato, si possono forse ravvisare le testimonianze superstiti del castello esistente in epoca medievale sul luogo di cui accennano i documenti storici. Infatti la posizione in questo punto di un castello o di una torre di avvistamento verrebbe giustificata dalla orografia stessa del luogo, sull'orlo del terrazzamento alluvionale formato da un ramo morto del Po. Quanto resta oggi di tale edificio è una torre, presumibilmente quattrocentesca, a pianta quadrata su basamento a scarpa, cimata in altezza e accostata su di un lato ad altri edifici. Nel corpo murario in mattoni a vista sono state aperte, forse nel Cinquecento, numerose finestre per adattare la costruzione ad abitazione. È attualmente adibita a residenza rurale».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00406/


Vaiano Cremasco (castello Cazzamalli)

Dal sito www.comune.vaianocremasco.cr.it   Dal sito www.comune.vaianocremasco.cr.it

«Il castello venne edificato nel XVII attorno ad una torre-vedetta fatta edificare dai Benzoni. Restaurata nell'Ottocento, sino ai primi anni 70 appariva come una costruzione compatta, con bugne angolari, portale incorniciato anch'esso da bugne ed un uso ridotto della serliana. I pesanti e sconsiderati restauri degli anni 70, oltre ad aver reso più elegante (?) la torre, ha radicalmente modificato l'interno. Le sale interne erano impreziosite da soffitti a cassettoni lignei dipinti, decorati da rose. Unici elementi di valore sono lo scalone ed un grande camino».

http://www.guidacomuni.it/storia.asp?LUNG=24000&pag=8&ID=19111


Vaiano Cremasco (villa Vimercati-Sanseverino)

Dal sito www.comune.vaianocremasco.cr.it   Dal sito http://ospitiweb.indire.it

«Vaiano è nota nel Cremasco per la presenza di splendide ville di proprietà delle nobili famiglie locali. Fra esse spicca per la sua bellezza la villa dei conti Vimercati Sanseverino, in località "Vaianello": si trattava anticamente di un fortilizio della nobile famiglia Benzoni, costruito forse intorno alla fine del '500 o nella I metà del '600, che poi passò alla famiglia Vimercati Sanseverino, cui appartiene ancora oggi. L'ingresso della villa, costituito da un grande arco inquadrato da due semicolonne, si apre alla fine di via Roma; superato l'ingresso, si percorre un lungo viale alberato che attraversa un ampio giardino, per giungere all'edificio: quest'ultimo è a pianta quadrata e presenta quattro torri angolari, leggermente sporgenti rispetto alle pareti cui si appoggiano. La presenza di queste torri è un chiaro indizio del fatto che la villa era un tempo un antico fortilizio. Si giunge così davanti alla facciata di ingresso, rivolta a sud: le due torri quadrate inquadrano un loggiato con quattro colonne ioniche; al centro, in alto, si nota lo stemma marmoreo dei Benzoni, primi proprietari della villa. Il settore occidentale è occupato da un bellissimo giardino all'italiana, ornato di siepi che formano spirali e labirinti. Altri elementi richiamano il classicismo rinascimentale della villa, come lo scaloncino della facciata posteriore con putti in pietra».

http://www.comune.vaianocremasco.cr.it/web/Pagine/leggi_area.asp?ART_ID=1731&MEC_ID=133&MEC_IDFiglie=203&ARE_ID=


Vailate (borgo murato)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«È ormai impossibile leggere sul terreno le tracce dell'antico borgo murato (peraltro ricostruibile per lo meno nel suo andamento in base alle mappe tracciate prima della demolizione ottocentesca). Ne sopravvive, come detto, un mozzicone di torre in sia Caimi: semicircolare, in laterizio nella parte superiore, in opera mista in quella superiore. È anche individuabile, sulle piante, il probabile sedime dell'antico castello, sull'angolo sud occidentale della cerchia. Vailate risulta ricordato negli antichi documenti come luogo fortificato fin dal secolo X; vi sorgeva anche un castello che venne poi demolito ai tempi della dominazione spagnola. Il luogo ebbe notevole importanza sotto i Visconti per la sua posizione sul confine settentrionale del territorio cremasco e quindi sotto gli Sforza per la sua ubicazione intermedia tra l'Adda e l'Oglio, ossia in quella parte del territorio lombardo conteso tra il Ducato di Milano e la Repubblica Veneta. Proprio per questa ragione le mura medioevali del borgo fortificato vennero rafforzate dagli Sforza nella seconda metà del Quattrocento con l'aggiunta di torrioni cilindrici, come a Soncino. Mura, torri e porte di ingresso alla città furono però demolite a partire dal 1829; di queste difese urbiche si conservano oggi solo un breve tratto di cortina muraria e la torre posta sullo spigolo nord occidentale delle mura, all'altezza di via Caimi, infima traccia di un apprestamento fortificato un tempo notevole».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00408/?view=ricerca&offset=3


Vergonzana (villa Zurla)

Dal sito lbc.apnetwork.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Vergonzana è ubicata a levante di Crema, nei pressi di un'ansa del Serio Morto. La originaria vicinanza al fiume giustifica la presenza di un insediamento fortificato, forse quattrocentesco, a protezione del passaggio. Ne abbiamo tuttavia scarse notizie, e soprattutto ne abbiamo scarse tracce sul terreno: troppo poche per consentirne una ricostruzione sia pure virtuale. Erede della fortificazione rinascimentale è la seicentesca villa Zurla, innalzata sul luogo dove un tempo sorgeva il castello. La costruzione più recente ha in gran parte incorporato le strutture murarie di quella precedente, che restano tuttavia ancora riconoscibili - talvolta con una certa fatica - nella torre, in alcune parti delle cortine e nelle bifore murate sulla facciata posteriore. Piuttosto curiosi alcuni elementi della nuova edificazione, in particolare gli archi del porticato a piano terreno, segnati più o meno all'altezza delle reni da uno "spuntone" del tutto inedito negli annali dell'edilizia cremonese (e non solo cremonese)».

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00377/


VESCOVATO (rocca Gonzaghesca)

Dal sito www.lombardiabeniculturali.it   Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

«Antichi documenti, raccolti nel Codex Diplomaticus Cremonensis, testimoniano come l’attuale toponimo risalga all’XI secolo, e come tra i secoli XII e XIII la località appartenesse all’Episcopio di Cremona. Dagli ultimi decenni del XIV secolo, Vescovato risulta essere feudo dei Gonzaga, ma gli storici non sono concordi nell’indicare le modalità attraverso le quali la famiglia mantovana entrò in possesso di queste terre: alcuni sostengono che le abbia portate Anna Dovara, nipote di Buoso, allo sposo Filippino Gonzaga e siano in seguito passate ai rami cadetti di Novellara e di Vescovato, parte per successione, parte per acquisto. Certo è che dagli albori del XV secolo le sorti del borgo seguirono le vicende della famiglia mantovana, che controllò il territorio sino al 1707. Il ramo cadetto dei Gonzaga di Vescovato rimase comunque proprietario della rocca sino al 1906, quando, morto Luigi, i beni passarono alla figlia Josephine, sposa del principe Meli Lupi di Soragna. Gli eredi Meli Lupi alienarono dapprima la rocca (1965) ed in seguito tutti i beni fondiari (1971). Grazie alla protezione di questa nobile famiglia, anche Vescovato, come altri feudi gonzagheschi, vide l’insediarsi di una fiorente comunità ebraica, che contribuì in modo determinante allo sviluppo economico e commerciale del borgo. ... La Rocca costituiva l’antica dimora castellata del ramo cremonese dei Gonzaga. Edificata presumibilmente nel XVI secolo, fu abitata fino al 1906 da un discendente della famiglia e venne poi ceduta nel 1965 all’oratorio di S. Leonardo che l’ha parzialmente trasformata per ricavarne spazi di aggregazione educativa e ricreativa per i giovani. La bella fascia sottogronda a dentelli, la superstite torre angolare con piede a scarpa, le residue cornici di alcune finestre ed i tracciati geometrici del giardino riportati dagli antichi documenti lasciano solo intuire le importanti funzioni difensive e residenziali svolte in passato dal vetusto edificio».

http://www.insiemesicambia.com/joomla/storia/storia-di-vescovato.html


Vidiceto (villa Piva)

Dal sito http://it.wikivoyage.org   Dal sito http://it.wikivoyage.org

«Questo complesso Seicentesco rappresenta uno dei tanti esempi di cascina-corte fortificata della campagna casalasca dell'Oglio Po. Questa struttura agricola fortificata conserva ancora il fossato lungo il corpo meridionale del complesso, oltre a grossi blocchi di pietra alla base della torre che pare quasi ricordare le strutture dei ponti levatoi. La struttura del complesso, in laterizio, ha un impianto a corte con fabbriche lineari nei lati a nord e a sud; su quest'ultimo lato, al centro, si trova una torre con volto passante che costituisce l'ingresso principale. L'abitazione padronale è collocata sul lato nord. Le cronache tramandano il ricordo di una Rocca esistente un tempo nel territorio di Vidiceto, anticamente più importante dell'attuale capoluogo Cingia de' Botti, e con una più antica storia. La trasformazione dell'antica Rocca in cascina è molto probabile, e costituirebbe un esempio non isolato nella zona (ad esempio Castelpersegano a Pozzo Baronzio oppure Romprezzagno); vicino a Villa Piva esiste ancora una imponente cascina, ulteriore conferma di quanto questi microcosmi, il più delle volte autosufficienti, fossero diffusi in questa fertile pianura lombarda fra Oglio e Po».

http://it.wikivoyage.org/wiki/Cingia_de'_Botti#Cosa_vedere


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