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TUTTE LE FORTIFICAZIONI DELLA PROVINCIA DI COMO

in sintesi

I castelli della provincia trattati da collaboratori del sito sono esaminati nelle rispettive schede. I testi presentati nella pagina presente sono tratti invece da altri siti internet: della correttezza dei dati riportati, castello per castello, sono responsabili i rispettivi siti.


Foto di Ermes Corti, dal sito http://rete.comuni-italiani.it

ALZATE BRIANZA (torre)

«...Si vede nel paese l'antichissima torre, nella quale sono scolpite varie statuette di gusto romano, che probabilmente rappresentano gli antichi Idoli che qui si veneravano. ...».

http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Alzate_Brianza


Dal sito http://rete.comuni-italiani.it

BARNI (castello del '500)

Si tratta di «un edificio del '500 che conserva ancora parzialmente l'aspetto originario pur essendo stato recentemente ristrutturato»; recentemente è stato posto in vendita.

http://www.aricantu.it/barni.htm


Dal sito www.comune.barni.co.it

BARNI (resti del castello di Tarbiga)

«Del castello verso Magrelio sono rimaste alcune rovine e si notano alcune fortificazioni medioevali che chiudevano il valico: vi esisteva un presidio ancora nel 1578; oggi del castello di Barni rimangono purtroppo solo poche testimonianze. Nel 1450 Rufaldo, capo di milizie sforzesche, assalito sui monti dai Vallassinesi, si rifugiò nel castello ma, assediato, dovette ben presto arrendersi alla forza nemica. Nel settembre del 1452 gli uomini di Barni che ne prese solennemente possesso. Altri toponimi indicano indicano come nel territorio vi furono presenze di torri e castellieri, come ad esempio il "sasso della guardia" e le località di "castel farieu" ed anche "castel rott" ed infine "castel Leves". ... Tutt'ora abitazione privata è il Castello medioevale (900-1000) che si può scorgere a dominare l'abitato di Barni con la sua cinta muraria e una torre che la vegetazione sta gradatamente celando alla vista».

http://www.guidacomuni.it/storia.asp?ID=13015


Dal sito www.castellodicarimate.com

CARIMATE (castello)

«Le prime notizie di un insediamento difensivo nella attuale posizione di Carimate si ha nell'anno 1149 (il castello fu distrutto nella guerra tra Milano e Como). La costruzione del castello alla base di quello attualmente esistente risale al 1345 (fatto costruire da Luchino Visconti) quando il feudo passa sotto il dominio dei Visconti, signori di Milano. L'edificio è da questi usato come postazione di villeggiatura e di caccia, ma è anche situato in posizione strategica in prossimità della strada che da Milano va a Como e quindi in Svizzera.

Il castello fa parte di una rete difensiva a nord di Milano. Si sviluppa un piccolo borgo di personale legato al castello, case di agricoltori, scuderie. Una quarantina d’anni più tardi, il castello apparteneva a Caterina Visconti, figlia di Bernabò Visconti, donatole da Galeazzo Visconti, signore di Milano dal 1386. Di suo Caterina Visconti fece scavare il fossato perimetrale e costruì il ponte levatoio. Dopo la morte di Galeazzo Visconti (1402) il castello passò a Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Il castello e i beni di Carimate furono concessi in feudo il 20 maggio 1434 a Giorgio Scaramuzza Visconti già Alicardi, condottiero del duca. Il nuovo investito di tali beni era figlio di Domenico Aicardi di S. Giorgio di Lomellina, nel pavese. La storia racconta che, avendo l’Aicardi Domenico scoperta una congiura di nobili milanesi contro la vita di Filippo Maria, diventò tanto caro al duca da essere insignito del cognome e dell’insegna di Visconti. Nel novembre dell’anno 1493 gli ambasciatori di Massimiliano I d’Asburgo, vennero in Italia con l’incarico di sposare per procura, a nome del loro sovrano e poi condurre in Germania, Bianca Maria Sforza, figlia di Galeazzo Maria.

Dopo i festeggiamenti per il matrimonio, una numerosa comitiva di personalità accompagnò Bianca Maria nel viaggio, tra questi: il duca Giovanni Galeazzo e suo fratello Ludovico il Moro con Batrice d’Este, Guido Arciboldi, arcivescovo di Milano, il giureconsulto Giasone del Maino, gli ambasciatori Baldassare Pusterla, Erasmo Brasca e altri. Giunta a Meda, la sposa con il seguito, vi fu la necessità di alloggiare tutte queste personalità. La comitiva, ovviamente si divise ed a Carimate prese stanza Ludovico il Moro con altri membri della famiglia ducale. Nel 1496 in viaggio per Pisa, passò da Carimate lo stesso imperatore Massimiliano I. Tanto gli piacque il luogo che vi soggiornò per ben sette giorni, riposando e cacciando cervi nei boschi circostanti.

Qualche anno più tardi, questa dimora divenne l’ultimo rifugio di Ludovico il Moro, che ormai sconfitto in patria, voleva riparare in Germania con la famiglia ed i tesori. I figli alloggiarono a Carimate, da dove proseguirono poi per il centro Europa. Tornando ai proprietari del castello, un ramo della famiglia Aicardi Visconti, si estinse il 26 settembre 1626 con la morte dell’ultimo rappresentante Annibale Visconti, che venne sepolto nell’adiacente chiesa di S. Maria dell’Albero. Il castello e i suoi beni passarono a suo cugino Ottavio Visconti conte di Riozzo, i cui discendenti lo tennero sino al 27 luglio 1795, anno della morte di Ludovico Visconti senza eredi legittimi. Tutti i beni e il castello furono così avocati al pubblico demanio passando alla realcamera. In età napoleonica il paese di Figino Serenza passò sotto giurisdizione carimatese fino al 1815.

Il 19 frinale anno V della Repubblica Francese, 9 dicembre 1796, furono acquistati da Cristoforo Arnaboldi, cittadino comasco, che fece del castello la sua residenza. Durante il Risorgimento Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, dall’alto della torre, seguirono alcune manovre delle truppe implicate nel conflitto della Terza Guerra d’Indipendenza. Nel 1874 la proprietà passa nelle mani della famiglia Arnaboldi-Gazzaniga. Questa riunì il castello e le diverse proprietà circostanti che si erano nel tempo frazionate. Il castello fu sottoposto a radicali restauri che gli diede l'attuale aspetto romantico con le torri merlate. Nel 1918 il conte Bernardo Arnaboldi Cazzaniga, muore e lascia il castello alla figlia Bice Arnaboldi coniugata con il conte Paolo Airoldi di Robbiate. Nel 1928 vengono staccate da Carimate la frazione di Noverate e parte del territorio appartenente al paese di Cantù Asnago.

Nel 1956 la Società Generale Immobiliare di Roma acquista in blocco la proprietà dei conti Arnaboldi, costituita non solo dal castello ma dal parco, le scuderie, da cui una sapiente opera di ristrutturazione ricaverà l’attuale salone centro commerciale e civico del Torchio, parte degli edifici del vecchio borgo di Carimate e tutti i terreni agricoli. Dal 1990 il castello è un suggestivo hotel».

http://www.icastelli.it/castle-1235256132-castello_di_carimate-it.php


Dal sito www.lombardiabeniculturali.it

CARLAZZO (borgo fortificato di Castel San Pietro)

«Larlazzo è un piccolo centro della Val Menaggio, situato a 481 m di altitudine, immerso nel verde delle pendici sud-occidentali del Monte Pidaggia. Il Lago di Piano rientra quasi interamente nei confini comunali del paese. Rispetto ai comuni limitrofi, il territorio di Carlazzo è, infatti, molto esteso e comprende anche la Piana di Porlezza, i centri di Gottro e di San Pietro Sovera e la frazione di Bilate, dove oggi si trovano solo poche stalle. Il suo nome deriva da un toponimo romano che significa "Castrum ratii", cioè castello di fuoco, ad indicare che il paese fu sede di una torre per segnalazioni. Fu possesso degli arcivescovi di Milano e nel 1240 passò sotto la giurisdizione di Como, in quanto appartenente alla Pieve di Porlezza, di cui seguì le vicissitudini politiche come altri centri della valle. ...

I resti del castello. Il castello di Carlazzo o Castel San Pietro si trova sulla collina nei pressi del Lago di Piano. Fu edificato in un luogo strategico, situato all'imbocco delle strade che conducono in Val Cavargna e in Val di Rezzo. Era costituito da una cerchia di mura con torri e porte d'ingresso, che racchiudevano la zona più alta del paese, che fungeva a sua volta da rifugio in caso d’attacco esterno. Oggi si conservano i resti delle mura, una casa torre con sottopassaggio e alcune case arroccate. La rocca subì numerosi attacchi durante la guerra decennale tra Como e Milano (1118-1127) e ciò che è sopravvissuto lo deve alla possanza dell'edificio».

http://www.fioregottro.it/itinerari.aspx


Dal sito www.flickr.com

CERNOBBIO (villa d'Este)

«Villa d'Este, in origine Villa del Garovo, è una residenza patrizia rinascimentale situata sulle rive del Lago di Como nel comune di Cernobbio. Sia la villa che il parco di 25 acri che la circonda sono stati modificati sostanzialmente rispetto alla costruzione originariamente destinata come residenza estiva per il Cardinale di Como. Sin dal 1873, il complesso è stato destinato ad albergo di lusso.

Gerardo Landriani Capitani, Vescovo di Como, costruì qui un convento femminile nel 1442, presso il torrente Garovo. Un secolo dopo, il Cardinale Tolomeo Gallio lo demolì e commissionò all'architetto Pellegrino Tibaldi la costruzione di una residenza per uso personale. La Villa del Garovo, unitamente ai lussuosi giardini, fu costruita negli anni dal 1565 al 1570 e, mentre il cardinale era in vita, divenne il luogo di vacanze di politici, intellettuali ed ecclesiasti. Alla morte di Gallio la villa fu ereditata dai familiari, i quali, durante gli anni, la lasciarono cadere in uno stato di fatiscenza. Dal 1749 al 1769 divenne un centro per esercizi spirituali dei Gesuiti, dopodiché fu prima acquistata dal Conte Mario Odescalchi, indi nel 1778 da un certo Conte Marliani. Nel 1784 passò alla famiglia milanese dei Calderari, la quale la sottopose ad importanti restauri e creò un nuovo giardino all'italiana con un imponente ninfeo ed un tempio con una statua del diciassettesimo secolo raffigurante Ercole che scaraventa Licas nel mare. Dopo la morte del Marchese Calderari sua moglie Vittoria Peluso, una ex ballerina del Teatro alla Scala conosciuta come la Pelusina, sposò un generale napoleonico, il Conte Domenico Pino, ed una piccola fortezza fu eretta nel parco in suo onore. Nel 1815 divenne la residenza di Carolina Amalia di Brunswick, Principessa del Galles, moglie separata del futuro Re Giorgio IV, che l'acquistò con un rogito in cui procuratore fu Alessandro Volta; la villa venne denominata Nuova villa d'Este e il parco venne ridisegnato in stile inglese.

Fu convertita alla fine dell'Ottocento in un albergo dove confluiva la nobiltà e l'alta borghesia europea. Prese in quel momento definitivamente il nome di Villa d'Este, anche per sfruttare la fama internazionale dell'omonima villa di Tivoli. Nel dopoguerra, tornò ad essere un rinomato luogo di appuntamenti mondani, e fu teatro del celebre delitto Bellentani, un fatto che ebbe grande risonanza nella stampa dell'epoca; la contessa Pia Bellentani, accusata di aver ucciso il suo amante, fu condannata a dieci anni di reclusione. Villa d'Este è oggi un albergo destinato alla clientela più facoltosa, ed è inoltre meta di turismo congressuale di alto livello. ...».

http://it.wikipedia.org/wiki/Villa_d%27Este_%28Cernobbio%29


Dal sito it.wikipedia.org

COMO (Castel Baradello)

«Il Castel Baradello sorge sull'omonimo colle (430 m s.l.m.) che domina la città di Como, chiudendo sul lato sud-ovest la convalle. Dal colle si gode un panorama mozzafiato: lo sguardo spazia a 360° dal lago alla città, dalle cime delle Alpi alla pianura Padana fino agli Appennini: il suo massiccio torrione a base quadrata è ben visibile per chi giunge a Como. L'origine etimologica del toponimo Baradello è riconducibile alla radice indoeuropea bar che significa luogo elevato.

La struttura meglio conservata dell'intero complesso è la torre quadrata romanica, la cui base misura m 8.20 x m 8.35. La parte più bassa, alta m 19,50, poggia le fondazioni sulla roccia ed era anticamente adornata da merli di tipo guelfo, la parte sommitale, più recente, alta m 8, anticamente merlata con merli di tipo ghibellino.
L'altezza complessiva della torre era di m 28. Dell'antica imponenza manca oggi solo la merlatura.

Il primo ordine di mura che circonda la torre è la struttura più antica, di epoca bizantina, del VI - VII secolo. Lo storico Giorgio di Cipro nella sua Descriptio orbis romani del 604 accenna al castron Baractelia insieme al castron Leuci (Lecco), al castron Marturion (Castelmarte) ed all'Isola Comacina. Tutte queste fortificazioni erano inserite in un complesso sistema defensivo di confine chiamato Limes bizantino.

Il recinto murario è trapezoidale con lati di 10,40 m x 13,76 m con un ingresso alto 1,90 m sul lato nord-ovest che poteva essere sprangato. La fattura è simile alle Mura Romane di Santa Maria Rezzonico sul Lago di Como. Sette feritoie alte 1,10 m erano ordinate lungo il perimetro. In epoca più recente vennero supralzate e dotate di merli di tipo ghibellino. Le antiche mura sono circondate da una più recente cinta muraria, contemporanea all'innalzamento della torre e delle mura interne. Vi si accede attraverso un suggestivo portale a sesto acuto.

Delle altre strutture non rimangono che le fondazioni, ma è stato possibile ricostruirne la planimetria grazie ai recenti interventi di rivitalizzazione del complesso. Si possono individuare:
-La cappella di San Nicolò. La planimetria, l'angolazione abside-navata e la tipologia muraria indicano una costruzione contemporanea alla primitiva cerchia muraria, quindi del VI secolo. L'aula è unica di dimensioni 5.50 x 3.04 m con abside. La dedicazione non è originaria ma successiva. La tradizione vuole che qui venne seppellito Napo Torriani, ma non sono stati ritrovati reperti ossei durante i lavori.
-Torre quadrangolare, 4.40 x 4.15 m, probabilmente usata come alloggio del castellano. Risale alla stessa epoca della cappella.
-Cisterna coperta a volta. La costruzione è precedente la torre federiciana.
-Locale macina e locale forno, di epoca viscontea.
-Ambienti per alloggiamento di truppe o magazzino di vettovaglie.
-Cisterna trapezoidale.

Il Castel Baradello domina la città di Como. L'abitato protostorico di Comum Oppidum era situato nel primo millennio a.C. sul versante sud delle colline poco distanti dal Baradello, in località oggi chiamata Pianvalle. Numerosi ritrovamenti archeologici ci attestano la frequentazione del colle, già in epoca preromana, dai primi abitanti comensi come centro abitativo organizzato, da un'epoca fra il IX secolo a.C. alla conquista romana. I reperti vengono collegati, come tutto l'ambito circostante, alla Cultura di Golasecca di cui Como era il centro principale del corso dei secoli VI - IV a.C. svolgendo un importante ruolo di collegamento culturale e commerciale tra la civiltà etrusca e quella celtica d'oltralpe. Nel 196 a.C. Comum Oppidum venne conquistato dall'esercito romano condotto dal console Marco Claudio Marcello. Dopo un secolo di progressiva e pacifica romanizzazione, Como venne ricostruita ex novo da Gaio Giulio Cesare nel 59 a.C. nella sede dove oggi è situata, prendendo il nome di Novum Comum. La frequentazione del colle in quest'epoca è documentato dal ritrovamento di monete: era un'area fortificata che svolgeva la funzione militare di avvistamento e segnalazione, oltre che di controllo viario e daziario: alle falde del Baradello, transitava la via Regia che collegava Como con Milano a sud e proseguiva a nord lungo le rive del lago verso i valichi alpini e la Germania.

La funzione militare del colle continua anche col mutare delle situazioni strategiche e tattiche. Nel periodo dell'ultima romanità, il magister militum Francione riesce a prolungare la resistenza bizantina contro l'invasione longobarda per un ultimo ventennio accastellandosi sull'Isola Comacina fino alla resa del 588. Lo storico Giorgio di Cipro ricorda che i capisaldi del Limes bizantino di difesa erano costituiti, oltre che dall'isola stessa, dal Castron Leuci (Lecco), dal Castron Martirion (Castelmarte) e dal castel Baradello chiamato Castron Baractelia. Le più antiche strutture conservate, cioè la cerchia di mura interna, risalgono a questo periodo storico. Da qui fino al XII secolo non si hanno notizie. Durante la Guerra decennale (1118-1127) tra Como e Milano i Comaschi salivano tuti (protetti) al colle per trovarvi rifugio, forse sfruttando gli antichi percorsi preistorici di sella, dove sulla cima esistevano ancora i resti delle costruzioni bizantine. Il 27 agosto 1127, a conclusione del conflitto, Como è assediata dalle forze milanesi ed incendiata, le mura e le abitazioni distrutte, gli abitanti dispersi. Non si conoscono le sorti del Baradello.

Attraverso l'alleanza con Federico Barbarossa, Como trova negli anni seguenti l'occasione di ricostruirsi e di aspirare all'egemonia perduta. Con l'aiuto dell'Imperatore nel 1158 riedificò ed ampliò le mura della città con le sue imponenti torri di Porta Torre, Torre di San Vitale e Torre di Porta Nuova (o Torre Gattoni) e restaurò il Castel Baradello potenziandolo con la costruzione della poderosa torre e delle altre strutture. Nel 1159 ospitò lo stesso Imperatore con la consorte Beatrice di Borgogna di passaggio in città. In questi anni di effimera gloria, Como ebbe la sua vendetta partecipando all'assedio ed alla distruzione della città di Milano nel 1162 e dell'Isola Comacina nel 1169. Infine a Legnano nel maggio 1176 gli alleati della Lega Lombarda sconfiggono definitivamente l'esercito imperiale. Con un diploma datato 23 ottobre 1178 Federico Barbarossa dona alla Chiesa ed alla Comunità di Como in premio della loro fedeltà il Castello Baradello insieme alla Torre di Olonio. Il 16 agosto 1278 vi morì Napo Torriani consumato dall'inedia. Era stato catturato dalle milizie dell'arcivescovo di Milano Ottone Visconti, alleato dei Rusconi, nella battaglia di Desio del 1277 insieme ad altri membri della famiglia Della Torre, il figlio Corrado detto Mosca, il fratello Canevario ed i nipoti Guido, Salvino, Lombardo ed Enrico. Vennero rinchiusi da Simone da Locarno in gabbie di legno ed appesi alle mura della torre del castello. Napo secondo la leggenda una volta morto venne seppellito nella cappella di San Nicola. La medesima sorte toccò più tardi anche a Canevario e a Lombardo. Guido venne lasciato fuggire dal carcere nel 1283, Mosca ed Enrico vennero liberati nel 1284 da Lotario Rusca per dispetto nei confronti di Ottone Visconti e Simone da Locarno.

Il torrione del castello è preceduto da un'altra fortezza, più vasta, dotata di una cisterna per la raccolta dell'acqua e anticamente raccordata a un muraglione posto a valle, a chiudere l'accesso della città. La località si chiama, ancor oggi, Camerlata. Il complesso fortificato venne rimaneggiato (con innalzamento del torrione) dai Visconti, probabilmente ad opera di quello stesso Azzone che si era impossessato della città nel 1335 e che aveva realizzato il Castello della Torre Rotonda e la cittadella. Venne smantellato nell'agosto 1527 dal governatore spagnolo della città il Capitano Cesareo don Pedro Arias, in ottemperanza agli ordini di Antonio de Leyva luogotenente di Carlo V e governatore di Milano, per impedire che cadesse nelle mani delle truppe francesi, che invadevano la Lombardia. Si salverà la sola torre. Ridotto a rudere, da quel momento passò in mano a privati. Inizialmente fu possedimento dei monaci Eremitani di san Gerolamo, insediati a san Carpoforo. Nel 1825 divenne proprietà della famiglia milanese Venini che fece aprire il viale carrozzabile dalla base alla sommità del colle e fece costruire la piccola torre esagonale in stile neogotico. L'ultima proprietaria, Teresa Rimoldi, in assenza di eredi, lasciò per disposizione testamentaria come erede universale l'Ospedale sant'Anna, il castel Baradello con le relative adiacenze venne poi donato al Comune di Como.

Durante le cinque giornate di Como nel 1848 rientrerà brevemente nella storia, quando sulla torre verrà issato il tricolore d'Italia, simbolo della riconquistata libertà dopo la resa della guarnigione austriaca. Nell'agosto del 1943, durante il secondo conflitto mondiale, torna brevemente a svolgere una funzione militare. Un plotone del 3º reggimento Bersaglieri di stanza a Milano vi verrà distaccato con funzione di avvistamento e controllo da eventuali lanci di nuclei paracadutati. Venne parzialmente restaurato, perché pericolante, nel 1903, per opera di un comitato cittadino appositamente costituitosi e nel 1971 una campagna di studi e di lavori di consolidamento e recupero delle strutture sotto la direzione del professor Luigi Mario Belloni. Oggi fa parte del Parco della Spina Verde e la sua immagine è stata scelta a simbolo del parco stesso. Attualmente i volontari del "Club Baradel" sono disponibili per consentire la visita alle strutture».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Baradello


COMO (castello della Torre Rotonda)

«L’antico Castello della Torre Rotonda sorgeva a Como, sul sito dell'attuale Teatro Sociale. Venne eretto dai ghibellini Rusconi (o Rusca), signori di Como, attorno al 1250, con le consuete finalità di rafforzamento della autorità signorile, comune a molte costruzioni dell’epoca, a partire dal Castello Sforzesco di Milano. Nella medesima epoca (1288), d’altra parte, si procedette al prolungamento delle mura sino al lago ed al rinforzo del fossato, alimentato dal lago. Successivamente fortificato dai Visconti, signori di Milano e della Lombardia, dopo che la città, nel 1335 aveva definitivamente perduto la propria autonomia comunale. Esso costituiva, insieme al Duomo, al palazzo vescovile, la chiesa di San Giacomo, il Palazzo Pretorio ed il vecchio porto (ora destinato esclusivamente a funzioni di carattere militare), una cittadella dalla quale veniva garantito il controllo della città. Voluta da Azzone Visconti, attorno alla metà del sec. XIV, essa era circondata da una speciale cerchia murata che la divideva dal resto della città murata.

Occupato, nel corso delle successive occupazioni, dalle guarnigioni francesi, svizzere, spagnole ed austriache, il castello fu abbattuto nel 1811, quando le autorità cittadine si accordarono con i proprietari del piccolo teatro patrizio della città (allora ospitato nella sede dell’antico Broletto, per un utile scambio: il prefetto propose ai proprietari di cedere il palazzo, offrendo in cambio la cessione dell'area del vecchio Castello, ridotto ormai ad un "luogo di rovine". Il trasferimento permise, inoltre, di trasferire l’archivio notarile nel Broletto. L'epoca era, infatti, assai favorevole all'abbattimento delle antiche fortificazioni, come ben testimoniato dal parziale abbattimento della Rocca di Arona, del Forte di Fuentes o dello stesso Castello Sforzesco di Milano.

Il tracciamento dei muri perimetrali del castello si può osservare ancora oggi, in quanto anche se in massima parte ricostruiti, limitano il Teatro Sociale e l'area dell'arena posteriore al teatro medesimo. La delibera venne approvata dal Consiglio Comunale il 31 gennaio 1809, sotto la presidenza di Alessandro Volta e con il voto contrario del solo marchese Giuseppe Rovelli, storico della città e proprietario di parte dello stesso in corrispondenza del fosso a nord-est».

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Torre_Rotonda


  • Dal sito http://digilander.libero.it/felice/Comomura.htm

    COMO (torri e mura)

    «La cerchia di mura medievali, ripetutamente distrutta e ricostruita per tutto il XII secolo, ricalca il percorso delle mura romane. I resti attuali risalgono alla ricostruzione intrapresa nel 1192. Sul lato meridionale si conservano tre grandiosi torri di cui quella centrale, la torre di Porta Vittoria, è aperta da doppio fornice. I due portali, caratterizzati da archivolto con estradosso leggermente acuto, non presentano allo stato attuale complesse opere difensive. Dalla parte interna si possono immaginare l'alloggiamento dei portoni e delle assi orizzontali di chiusura. Un limitato numero di feritoie caratterizza la struttura dela torre che in tal modo si presenta come un massiccio blocco monolitico. Ben diverso è l'aspetto verso l'interno. Al di sopra di un ampio arcone centrale, si sovrappongono quattro serie di doppi fornici, più alti quelli degli ordini inferiori, che esemplificano la struttura a cinque piani della torre.

    A pianta romboidale sono invece le due torri d'angolo delle mura, anch'esse caratterizzate da una struttura esterna massiccia dove le aperture sono molto limitate. Eleganti fornici ad arco acuto si aprono solo sul lato interno che interseca le mura. Le porte ai lati della torre sono evidentemente moderni, come pure la ampie feritoie per armi da fuoco che si aprono sul lato meridionale. Di struttura simile è la torre che si trova sul lato meridionale. Degna di nota è la struttura delle mura, costituite da filari regolari di conci di media grandezza».

    http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Lombardia/MuraMedievaliaComo.html

     


    Dal sito www.comune.cucciago.co.it

    CUCCIAGO (castello, torre degli Alciati)

    «Il Centro Storico comprende una serie di abitazioni raggruppate per cortili, edifici di culto e strutture di servizio che assicurano il funzionamento della comunità (Ufficio Postale, Ambulatori medici, Centro Sociale per Anziani, sedi per gruppi ed associazioni). Nel corso dei secoli ha subito lente e continue trasformazioni, ha determinato e determina, ancora oggi, il maggior numero di impulsi al resto del paese, perché possiede la concentrazione massima di servizi, di storia, di bellezza. La parte più significativa è quella che gravita intorno ai Cortili Castello, Stellazzo e Pedroni. Il cortile Castello, nel Medioevo di proprietà della famiglia di Sant’Arialdo Alciati, è ora del comune di Cucciago che l’ha recuperato tra il 1980 e il 1985. Citato nel 1147 da una pergamena dell’archivio di Stato di Torino, il Castello sta in posizione strategica, nel centro del paese. L’edificio possiede due corpi entrambi con pianta quadrangolare irregolare.

    La Torre, unica testimonianza di quella che fu la residenza degli Alciati, è di forma quadrata, alta una decina di metri, costruita con grandi blocchi di serizzo locale accostati gli uni agli altri con poca malta. Il restauro completo, avvenuto dal 1980 al 1985, ha ridato vita e splendore ad un complesso che sembrava perso per sempre. All’ingresso è visibili lo stemma degli Alciati, ora del Comune di Cucciago, costruito con ciotoli di diverso colore».

    http://www.comune.cucciago.co.it


    Dal sito www.paesionline.it

    ERBA (castello di Casiglio)

    «Il castello di Casiglio è uno dei monumenti della storica famiglia dei Parravicini, ramo non secondario dei potenti signori di Carcano. I Parravicini lasciarono la loro impronta non solo nell'abitato fortificato da cui presero il nome, ma anche nei castelli di Casiglio, Pomerio, Tregolo di Costamasnaga. Non è certo, ma molto probabile anche il loro dominio sui castelli di Erba e di Buccinigo. Unitamente alle fortificazioni, essi distribuirono nell'Erbese un buon numero di chiese, alcune rimaste come cappelle private, altre aperte alle popolazioni. Una di queste è certamente Santa Maria di Casiglio entro la quale riposa, in una pregevole urna marmorea trecentesca sorretta da due colonne cilindriche, Beltramino Parravicini Legato a Latere per il Papa Benedetto XI oltre che figlio del signore di Casiglio. Può essere indicativo che la chiesa di Santa Maria non sorgesse nell'area del castello, ma ad una certa distanza. Ciò potrebbe far pensare che tanto la chiesa quanto il castello fossero di epoca più tarda rispetto ai fasti della fortezza di Carcano, la quale aveva al suo interno la chiesa di San Nazaro, noto sacrario dei Parravicini.

    Se resta incerta la sua matrice feudale, il castello di Casiglio può essere, con sicurezza, annoverato tra i capisaldi della fazione guelfa, la quale, nell'Erbese e nel Comasco, ebbe tra gli alfieri proprio i Parravicini. A differenza dei cugini di Carcano, che in età comunale si convertirono da soldati in burocrati, i nobili di Parravicino conservarono viva la voglia di battagliare e, fino al tempo delle signorie, entrarono da protagonisti in ogni rissa. Da queste parti essi ebbero per fedeli alleati i Carpani, i Meroni ed i Sormani, con i quali costituirono un serio ostacolo all'ascesa dei Visconti, forti del supporto dei ghibellini. Di questa storica opposizione mancano saporite testimonianze, due delle quali si potrebbero ambientare proprio a Casiglio. Entrambe ci sono state tramandate dagli scritti di Bernardino Corio, storico di simpatie viscontee che fu, per alcuni anni, podestà di Erba. Egli era molto amico del rettore di Santa Maria di Casiglio che, a quel tempo, era prete Antonio Beretta e che lo aveva spesso ospite. Memore della fiera opposizione guidata dai Parravicini contro gli amici dei Visconti, il Corio scriveva che la Pieve di Incino era un nido "veramente molto piacevole et ameno, ma habitato da pessimi e cativi ucelli?". Tra questi falchi con artigli guelfi, neppure il Corio poté sminuire il valore di Tignasca Parravicini, battagliero trascinatore dell'opposizione ai ghibellini e protagonista di gesta memorabili. Le cronache di queste lotte fanno pensare che il prode Tignacca trovasse spesso rifugio e sostegno proprio in questo castello di Casiglio e che in questo scenario incarnasse il crepuscolo del medioevo. Tignacac era infatti fratello di Aicardo, capostipite di quei Parravicini che si distinsero per più generazioni, come medici. L'immaginario incontro dei due fratelli tra le mura del castello di Casiglio evocherebbero dunque la transizione del Medioevo dei forti all'Umanesimo dei sapienti».

    http://www.comune.erba.co.it/html/monumenti/citta/monumenti/castello_casiglio.html


    Dal sito www.leduetorrette.it. La foto riguarda una delle due torrette che nell'Ottocento vennero ricostruite sui resti del castello di Erba

    ERBA (castello di Erba non più esistente)

    «Il castello di Erba sorgeva in cima ad un poggio a terrazze e si apriva sul grande parco che sovrasta la parte alta di Erba e la distesa di colline degradanti fino a Parravicino e al lago di Alserio. Doveva essere un castello ben munito se poté sottostare ai durissimi assalti e alle potenti distruzioni, durante le scorrerie di Federico Barbarossa, le guerre di Como coi Rusca, i Torriani, i Visconti e gli Sforza. I primi proprietari, membri della famiglia ghibellina Di Herba, divengono vicari imperiali per decreto di Federico Barbarossa, poi marchesi del luogo e, sul finire del '600, uniscono il loro cognome a quello degli Odescalchi in virtù della parentela con il papa Innocenzo XI. Nel 1160 i borghigiani di Erba partecipano alla gloriosa battaglia di Carcano, detta anche di Tassera, alleandosi con i Milanesi contro Federico Barbarossa e il castello sopporta duri assalti. Si tramanda che il Barbarossa dall'alto di uno dei torrioni facesse segnalazioni ai suoi soldati durante la battaglia. I Milanesi, sopraffatti in un primo tempo dalle truppe imperiali, ebbero poi modo di riprendersi e di sbaragliare l'avversario grazie al provvido soccorso dei castellani di Erba e di Orsenigo, che intervennero al loro fianco determinando l'insperato capovolgimento della situazione. Per questo loro contributo decisivo alla vittoria delle armi ambrosiane, gli abitanti di Erba (come quelli di Orsenigo) furono ricompensati con il privilegio della cittadinanza milanese, ascrivendone i nomi tra gli abitanti di Porta Oreinatle, parrocchia di Santa Babila. Per ricordare questo quel glorioso passato, la città di Erba, in una sezione del suo stemma, conserva la croce rossa in campo bianco, insegna propria del comune di Milano.

    Nel 1278 il castello cade nelle mani di Cassone della Torre, il quale l'aveva cinto d'assedio per vendicarsi dei castellani alleatisi nella battaglia di Desio nel 1277 con il suo avversario, l'arcivescovo Ottone Visconti. Nel 1404 Giovanni da Carcano, condottiero dei Visconti , a capo di una banda di mercenari, richiude nel Castello Franchino e Ottone Rusca fino alla conclusione della pace tra Milano e Como. Degli anni successivi la storia non registra altre vicende. Nei primi decenni dello scorso secolo una famiglia milanese, i Valaperta, sceglie questa proprietà per porvi la propria residenza estiva. Allo scopo di conservare al luogo il nome di castello i Valaperta, fatti demolire i pochi resti della fortificazione medioevale, vollero erigere due torrioni che ancora oggi dominano il poggio».

    http://www.comune.erba.co.it/html/monumenti/citta/monumenti/castello_erba.html


    Dal sito http://italia.indettaglio.it

    ERBA (castello di Pomerio)

    «Recentemente restaurato e restituito all'antico splendore, il castello è oggi hotel. Pomerio, ricordato nei documenti medioevali come "el loco de Pome'" e il cui nome ricorda il latino "Pomario", luogo fuori delle mura della città, consacrato alla religione, appartenne ai nobili Parravicini di Parravicino. Il castello risale probabilmente ai tempi delle invasioni degli Ungari (sec. X). Rifatto o ampliato nella prima metà del XIV secolo dal cardinale Beltramino Parravicini, il castello, che possedeva un appartamento nobile riccamente affrescato, pare fosse anche sede di una guarnigione. Dai Parravicini passò ai Carpani, ai Crivelli Visconti e, da ultimo, ai Corti. L'originario ingresso sulla provinciale Lecco-Como è senza dubbio la parte più antica: è un avanzo di torre in stile lombardo databile intorno all'XI secolo. Questo ingresso, non utilizzato, immette nella corte d'onore del castello nella quale campeggiano due vecchissimi gelsi, ricordo di quando nel Settecento e nell'Ottocento, l'edificio divenne filanda. Nella facciata che guarda verso Albavilla (ovest), si aprono varie bifore, forse ricostruite nei primi del secolo XX in stile gotico lombardo. In tutto l'edificio è fatto abbondante uso del cotto. Nella parte più antica del castello sono tornati alla luce alcuni affreschi: in cima alla scala di legno che dal porticato, nella corte d'onore, porta ai piani superiori, è un San Cristoforo; nel salone dei banchetti al secondo piano è una Madonna col Bambino e San Benedetto, mentre sulle pareti della sala, come nella sala attigua, restano alcuni frammenti di decorazioni recanti gli stemmi dei Parravicini e dei Carpani».

    http://fspinelli.altervista.org/argomenti/erba/index.htm#POMERIO


    Dal sito www.fondazionedurini.com

    FABBRICA DURINI (villa-castello Durini)

    «Edificata su una collina che domina la natura circostante, Villa Castello Durini fu nei secoli meta dell’alta società aristocratica, politica e culturale. Vi soggiornarono molti ospiti illustri, fra i quali Parini, Rossini, Verga e i reali di casa Savoia. Le origini sono antichissime, risalgono a prima dell’anno mille. Sviluppatosi intorno ad una torre di origine tardo romana, questo vasto complesso architettonico è andato crescendo ininterrottamente fino al primo ‘800. Nel 1815 l’architetto Carlo Amati progettò la sala da pranzo, la cappella di famiglia e il parco. Il balconcino che si affaccia sulla torre era originariamente posto sulla facciata di Palazzo Durini a Milano. Da qui il governatore spagnolo parlava al popolo. La dimora oggi mette a disposizione quattro sale per ricevimenti e può accogliere fino a 180 posti seduti e 500 in piedi. All’esterno è pregevolissima la scalinata barocca. La strada che porta alla villa crea uno scenario unico, fondendosi con lo splendido panorama circostante, formato dalla catena delle Alpi, dal Monte Rosa, dalle Grigne e dal Resegone».

    www.fondazionedurini.com/fondazionedurini/Il_Castello_Durini.html


    Isola Comacina (resti di fortificazioni)

     a c. di Vittorio Mastrolilli


    Dal sito www.lazzatim.net

    LAINO (resti del castello di Laino Intelvi)

    «Del castello di Laino d'Intelvi, in Val d'Intelvi, si conosce la data di fondazione, avvenuta intorno alla metà del VI sec. d.C. (556) per volontà del famulus Christi Marcellino, secondo quanto riporta un'antica epigrafe ritrovata in loco. Si apprende inoltre, che in epoca longobarda il castrum venne inserito nella giudicaria del Seprio. I dati architettonici sono veramente esigui. La fortificazione sorge su di uno sperone di roccia tanto prominente, da dominare le valli di Osteno e Intelvi, in direzione del lago di Lugano. Il castello, sviluppatosi intorno all'antica chiesa di S. Vittore, presenta opere di fortificazione relativamente modeste, edificate forse per motivi urgenti, senza che vi fosse una precedente pianificazione. Rimangono solo alcuni ruderi della cinta muraria».

    http://www.icastelli.it/castle-1257898420-castello_di_laino_di_intelvi-it.php (a cura di Giuseppe Tropea)


    Lurate Caccivio (castello dell'Abate)

     a c. di Vittorio Mastrolilli


    Menaggio (castello)

     a c. di Vittorio Mastrolilli


    Dal sito www.altabrianza.org

    MONGUZZO (castello)

    «Il castello di Monguzzo si erge su un colle isolato chiamato Mons Acutus, monte Acuto appunto, da cui si scorge un panorama stupendo sulla Brianza e sulle montagne circostanti. L'epoca precisa in cui il castello fu costruito è avvolta nel mistero. I primi documenti che ne parlano risalgono all'anno 920 d.C. quando i canonici di S. Giovanni di Monza ricevettero la proprietà (ma non si fa cenno a nessuna fortificazione o edificio) insieme ai vari beni donati da Berengario I. Il primo riferimento ad una fortezza edificata su questo terreno risale invece al 1383, quando i Visconti ne fecero dono al condottiero Iacopo Dal Verme; a quell'epoca viene descritto come una costruzione cinta da mura, composta internamente da quattro ambienti e tetto in tegole, con sotterranei in cui erano ubicate le prigioni e, addirittura, una sala delle torture. In seguito, il castello venne donato ai Bentivoglio (1486).

    Tra il 1527 e il 1531 un temuto capitano di ventura, Gian Giacomo Medici, con uno stratagemma se ne impossessò con la forza. In quegli anni egli lo fece diventare il suo quartier generale e lo dotò di sotterranei, passaggi segreti e botole dove spesso venivano imprigionati i suoi nemici. Alla sua morte la proprietà tornò ai Bentivoglio che demolirono quanto realizzato da Gian Giacomo dei Medici. Successivamente passò ai Novati e poi ai Rosales che, nel 1700, lo trasformarono così da renderlo un palazzo di villeggiatura. Nel 1853 il castello fu acquistato da dal conte Sebastiano Mandolfo, mentre nei primi anni del 1900 divenne di proprietà di Ferruccio Benocci. Questi diede inizio ad una notevole opera di restauro che venne però ultimata dalla moglie Leonilda Trussardi, a causa della prematura morte del marito. Alla morte di Leonilda (1972), per lascito testamentario, il complesso fu donato all'ordine dei Fatebenefratelli di S. Giovanni di Dio, che lo hanno adibito a Centro Studi Ospedaliero. Il complesso sorge su una proprietà di oltre 60.000 mq ed è costituito da tre edifici: il Castello, avente pianta a U, più volte ricostruito e restaurato negli anni '70 del 1900, il Castelletto, con camere per gli ospiti e biblioteche, e la Pusterla. sede dei servizi di custodia (portineria e appartamento dei custodi) e sala da pranzo per gli ospiti».

    http://www.altabrianza.org/reportage/castello_monguzzo.html


    Dal sito http://davideesilvia.blogspot.com

    PARRAVICINO (villa Parravicino Sossnovsky)

    «La villa è situata nell’ambito dell’antico borgo medievale di Parravicino, annesso al castello feudale costruito dai “nobili de Paravexino” dell’XI secolo; a memoria ne rimane la torre pendente. Il corpo centrale della villa risale alla fine del ‘500, come attesta il fastoso salone ricco di affreschi rinascimentali (scene di putti, strumenti musicali e paesaggi della verde Brianza), e da monumentale camino in pietra molera sormontato dagli stemmi Parravicini, Visconti e Belgioioso. Il lato nord comprende una tipica corte brianzola con pozzo e annessa casa medievale. Una scritta riferisce che quest’ultima fu “Riparata da Mastro Franceschino de Carella di Eupilio nell’anno 1420”. I Parravicini, signori di Parravicino, hanno per stemma un cigno bianco in campo rosso; nella tradizione della linea primogenita i discendenti della famiglia risiedono tuttora in questa dimora».

    http://www.villeparravicini.it/sossnovsky_storia.html


    PELLIO INTELVI (resti del castello)

    «La Valle d'Intelvi trova posto in provincia di Como, non lontano dal confine svizzero. Presso il comune di Pellio è stata segnalata la presenza di un dosso posto un centinaio di metri a sud-est dell'antica chiesa intitolata a S. Giorgio, menzionata in un testamento risalente al 1186 d.C. Si tratta di un piccolo pianoro dalla sommità piatta, lungo 43 metri e largo 28. Indagini effettuate già a partire dal 1995 hanno permesso di individuare i resti di un edificio a pianta rettangolare, con una superficie interna di circa 500 mq.

    Il corpo di fabbrica pare risulti diviso in due porzioni principali, delle quali quella nord avrebbe le fattezze di un cortile, mentre quella meridionale rappresenterebbe la parte abitata, ulteriormente divisa in cinque vani di dimensioni differenti. Nel complesso la muratura non gode di fondazioni profonde e il materiale da costruzione è in linea di massima locale, anche la calce è reperita in loco, poiché la pietra della valle è un buon calcare marnoso. Il muro perimetrale, spessore circa un metro e mezzo, è a sacco, i due paramenti sono costituiti da pietre sbozzate di forma rettangolare, su filari regolari. Il riempimento interno è formato dal consueto materiale di scarto con allettamento di malta.

    Diversamente, le pareti divisorie dei vani hanno uno spessore medio di 55 cm., il materiale da costruzione è quasi sempre lavorato a faccia vista e la pietra non è squadrata. Indagini hanno permesso di comprendere almeno in parte il tipo di copertura dell'edificio. Assenti le tegole, si ritiene infatti che la copertura fosse affidata a lastre di pietra scistoide, le cosiddette "piode", sorrette da probabili travature lignee. I piani di calpestio risultano invece abili, sottili e in larga parte distrutti dalle coltivazioni. Ciò ha fatto pensare ad un uso dell'edifico ridotto nel tempo ed a un successivo abbandono causato non da eventi traumatici. Risulta interessante che, a seguito dell'abbandono, l'area interna della costruzione sia stata utilizzata per seppellire bovini, le cui sepolture risultano intenzionali. Le fosse sono in linea con l'andamento delle murature e vennero probabilmente create in un periodo in cui l'edificio era già stato abbandonato, ma non definitivamente crollato su se stesso.

    Interessante notare anche la presenza, nei pressi dello spigolo sud/est della struttura, di un'imponente muratura, spessa ben 3 metri e che si conserva per un breve tratto. Si ritiene possa essere ciò che rimane delle mura di cinta, edificate lungo l'intero perimetro del pianoro. In punti diversi della struttura sono stati rinvenuti, durante le indagini, sette denari in argento con il nome dell'imperatore Ottone I e databili al X sec. d.C. La data è confermata dall'utilizzo del radiocarbonio in alcuni resti di carboni (l'età ottenuta attraverso successiva calibrazione va dal 950 d.C. al 1050 d.C.).

    I resti della struttura sembra non abbiano altri confronti tipologici. Ciò che permette di identificare l'edificio come i resti di un castello risiede sicuramente nelle caratteristiche edilizie, che denotano certamente l'utilizzo di maestranze specializzate (la Valle d'Intelvi fa parte della regione che darà di lì a poco origine ai famosi "magistri Antelami, famosi in tutta Europa per le loro abilità nell'edelizia). Anche il toponimo locale, "Cailèt", lascia intender che un tempo sul dosso sorgesse un edificio fortificato. Riguardo alla brevità della frequentazione e dell'utilizzo del sito ben poco si può dire. Alcuni reperti comunque garantiscono una frequentazione sporadica fino al XIV-XV sec. d.C.

    Riguardo alla presenza di una struttura fortificata presso Pellio Superiore, le fonti storiche poco o nulla riportano. La Valle d'Intelvi è menzionata in alcuni documenti a partire dall'VIII sec. d.C. In un atto di vendita del 799 il territorio si ricorda col toponimo di "Antellaco", trasformatosi in "Antelamo" in un diploma di re Ugo, databile al 929 d.C. In questo scritto il sovrano conferma al monastero di S. Pietro in Ciel d'Oro di Pavia la concessione di Liutprando al fine di utilizzare i magistri Antelami della valle, gli stessi che nel XII e XIII giungono a formare una corporazione presso Genova, città nella quale si trovano conservati numerosi atti privati relativi alle attività dei magistri. Fra i tanti documenti, uno riporta la più antica menzione della chiesa di S. Giorgio di Pellio Superiore, beneficiaria, insieme alla chiesa di S. Michele di Pellio Inferiore, di lasciti in denaro.

    Pellio è presente in altri documenti degli inizi dell'XI sec. d.C. Della presenza di castelli nella valle, i documenti risultano esigui e vaghi. Sul Castello di Laino d'Intelvi si posseggono solo dati archeologici e epigrafi. Di un altro sito forte, il Castiglione d'Intelvi, si attesta la presenza, oltre che dalla toponomastica, dalla presenza di un documento del 987 d.C., nel quale si ricorda, per l'appunto, un "Castro Castillioni". Nessuna identificazione plausibile si può ipotizzare per un altro castrum, il "Castro Axongia o Axungia", ricordato in un paio di documenti dell'804 e 807 d.C. Certamente l'incastellamento della valle ebbe rapporto diretto con le vicende storiche che interessarono il lago di Como tra altomedioevo e i successivi secoli centrali della stessa epoca (X/XIII sec.), non ultimi gli accadimenti che videro come protagonista la grande fortezza dell'isola Comacina».

    http://www.icastelli.it/castle-1258292058-castrum_di_pellio_di_intelvi-it.php (a cura di Giuseppe Tropea)


    Dal sito www.touristplace.info

    REZZONICO (castello)

    «Il Castello di Rezzonico si trova a Rezzonico, frazione di San Siro sul Lago di Como. Pare sia stato costruito dalla famiglia Della Torre durante il XIV secolo, è di pianta trapezoidale con tre torri. Si trattava di un "castello-recinto", cioè un'area di circa duemila metri quadrati dal perimetro murato che conteneva le abitazioni e la torre principale. Più che un castello vero e proprio, pertanto, consisteva in un'opera di fortificazione estesa all'intero abitato. Probabilmente sostituì una precedente fortificazione del borgo di Rezzonico, i cui resti sono ancora visibili in pochi lacerti del muro di cinta e da due porte d'accesso del vicino centro abitato. Oggi il castello è caratterizzato dall'alta torre medioevale con coronamento a merlatura».

    http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Rezzonico


    Dal sito www.europasorico.com

    SORICO (castello  di San Giorgio, torre romana o Nuova)

    «Il castello di San Giorgio è una fortezza (ora in stato di rudere) edificata in età feudale al di sopra dell'abitato di Sorico in provincia di Como. Probabilmente ben più antico del XI secolo, le poche fonti storiche citano l'edificio quale avamposto di segnalazione ed avvistamento sul primo tratto del lago di Como. Ultima testimonianza della costruzione è la cronistoria della visita pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda del 1593. Il vescovo descrive l'edificio come diroccato con una cappella o chiesa dedicata a San Giorgio in disuso anch'essa: "Sopra Sorico, a un quarto di miglio dalla chiesa arcipretale, si trovarono sopra il monte alcune pareti rustiche e quasi diroccate, nelle quali v’è una cappella semicircolare egualmente diroccata e con la volta crollata, che altre volte era dedicata a San Giorgio ed è scoperchiata".

    Attualmente, lasciato il sentiero che porta sulla sommità della collina di Sorico sulla parte più alta del rilievo, si riconoscono nell'intrico della vegetazione possenti murature in pietra di Moltrasio e la base di una piccola torretta rivolta verso nord. Al di sotto di una breccia in un barbacane si accede ad un locale semi invaso dai detriti con volta a botte. Secondo un'incerta tradizione, da sempre si posiziona proprio in questo salone l'antica cappella di San Giorgio cuore del fortilizio. In assenza di ulteriori fonti storiche ed archeologiche il castello di San Giorgio potrebbe risultare il fortilizio donato da Federico Barbarossa alla Chiesa di Como il 25 ottobre 1167 ed elevato a Fortezza Imperiale assieme alla torre di Olonio e al castello del Baradello di Como Il sito necessiterebbe di un'approfondita campagna archeologica sinora mai attuata».

    «Torre Nuova. L'edificio, originariamente di base quadrata, è stato costruito con conci lapidei legati con malta aerea. Non esistono documenti certi sulla sua edificazione, ma gli storici concordano che il suo passato utilizzo era punto di controllo o riscossione dei dazi della Antica Via Regina, che corre poco più a sud. Negli anni '60 del XX secolo la torre venne acquistata da privati e ristrutturata; ulteriori locali abitativi sono stati aggiunti perimetralmente alla base».

    http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_San_Giorgio_%28Sorico%29 - http://it.wikipedia.org/wiki/Sorico


    SORICO (resti della torre di Olonio)

    «ILa torre di Olonio è fortilizio militare ora in stato di rudere un tempo utilizzato come punto di controllo e di riscossione dei dazi sulle merci che navigavano da e per la Valchiavenna e la Valtellina sulle direttrici navigabili dei fiumi Mera e Adda. La torre sorgeva sulla sponda sinistra del fiume Mera all’altezza della riserva del Pian di Spagna, sul confine tra i comuni di Gera Lario e Sorico in provincia di Como. L’edificio venne costruito in età imperiale romana ma il primo documento che ne attesa ufficialmente la funzione e la posizione geografica è del XII secolo quando il 25 ottobre 1167 Federico Barbarossa dona la torre di Olonio e il Castello di San Giorgio di Sorico al vescovo di Como.

    Un atto del XV secolo descrive l’edificio dotato di sistema riscossione dei pedaggi e dalla torre stessa si comandava un impianto di catene amovibili tese sopra la superficie del fiume alfine di evitare e scoraggiare la navigazione non regolare. Per secoli l'edificio viene descritto con meraviglia dai visitatori che si soffermano nel citere come il fortilizio spuntasse letteralmente dalle acque. Alberto da Vignate nel '500 scrive sulla funzione della Torre: "Tore de Vologna, fortezza con rivelino in mezzo del lago... et pocho de sopra de dicta Torre Adda entra in lo lago. Così lì se poria andar in Valtellina andando a man drita che è lo suo passo: andando al drito per lo lago si va a Chiavena".

    Nel 1520 il disastroso mutamento del letto dell’Adda che prima sfociava nel lago di Mezzola fece si che il fiume andò a scontrarsi direttamente contro la torre. Undici anni più tardi nel 1531 dopo la stipula di un trattato tra i Grigioni e il ducato di Milano la torre di Olonio venne abbandonata e smantellata. Secondo la tradizione locale, il materiale lapideo sarebbe stato impiegato per la costruzione del forte di Fuentes a Colico. Sino al 1960 tracce delle possenti murature della torre erano ancora visibili e oggi rimangono pochi segni della costruzione come i suoi originali seminterrati utilizzati quali cantine di alcune abitazioni private in località Ponte del Passo del comune di Gera Lario».

    http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Olonio


    Dal sito www.comune.villaguardia.co.it

    VILLA GUARDIA (torre Rusca)

    «Sorta nel XIII, la torre faceva parte del più ampio complesso castellare demolito del tutto nel 1527 dalle truppe spagnole in seno alla lotta che vide opposti i Rusca e Gian Giacomo Medici il Medeghino, ossia piccolo medico. Costruita in laterizi, il suo solido aspetto è interrotto soltanto da 3 monofore e feritoie su altrettanti livelli. Sugli angoli di ciascun lato il prospetto i laterizi sono disposti in modo da creare un profilo seghettato che, raggiunta la sommità della struttura, culmina in un merlo».

    http://www.exploro.it/portal/content/?page=place-detail&id=43969&lang=it


    Dal sito www.altabrianza.org

    VILLINCINO (resti della rocca, torre Incino)

    «Sorgeva questa rocca su un rialzo acciottolato nella piccola piazza Torre in località Vill'Incino che costituì tra il XIII e il XIV secolo un attivo centro medioevale. In origine il forte apparteneva ai Carpani, la loro ultima discendente visse nella casa - detta stallazzo - nella vicina piazzetta Prina. Ancora oggi si possono scorgere un portico ad archi ribassati, soffitti a cassettoni del '400 con lacunari in parte affrescati con ritratti di gentiluomini e di dame dell'epoca, finestre trecentesche in cotto. Dopo la battaglia di Desio (1277) quando vennero abbattuti i castelli, anche quello di Vill'Incino resta abbandonato, ma verso il 1500 diviene sede di religiosi. Con l'editto di Saint Cloud nel 1810 l'edificio viene messo all'asta e aggiudicato a un Casati. Oggi del castello, elencato tra i monumenti nazionali, resta solamente un rudere. Esso è in posizione lievemente sopraelevata e il suo portale a volta chiusa conserva un'elegante bifora con colonnetta in marmo di Candoglia.

    Le case della piccola e suggestiva contrada sorgono sull'area del castello del quale resta pure la Pusterla, torre in pietra a vista, con piccole finestre a sesto acuto e una loggia rustica. Nella Pusterla è stata rinvenuta una rara "forchetta" del periodo alto medioevale, attualmente conservata al Civico Museo di Erba. Si pensa che il borgo di Vill'Incino abbia conosciuto le feste pagane tramandate a noi lungo il corso dei secoli: la festa della "Giubbiana" e del "Masigott". Il "Masigott", alla terza domenica di ottobre, è la festa della vendemmia e trae il suo nome da una polenta di farro o grano duro detta appunto "masigott". Dal borgo medioevale partivano pure le lunghe processioni che, durante le grandi epidemie, giungevano fino alla chiesa plebana di Santa Eufemia».

    http://www.comune.erba.co.it/html/monumenti/citta/monumenti/rocca_villincino.html

     
         

          

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